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Lo sgarro alimentare (giorno di pausa nella dieta)

Se 100 kcal in più al giorno equivalgono a 5-6 kg di zavorra sulla bilancia in un anno, è pur vero che non si può costringere qualcuno a rinunciare alle classiche riunioni conviviali o al pranzo della nonna. Il messaggio è: non ci fa ingrassare l’eccezione saltuaria, ma sgarrare quotidianamente! Questo concetto l’ho ben chiarito nell’articolo “Il mito delle abbuffate festive“. Uno sgarro non viene recepito dall’organismo come un aumento. Viene subito mediato. Se però sgarriamo tutti i giorni, allora sì che bisogna correre ai ripari! Se pensate di aver rovinato la dieta per UNA eccezione settimanale, che corrisponde a un biscotto (50 kcal) al giorno e si smaltisce subito, evidentemente avete ancora dei problemi di maniacalità. È impossibile che un aumento del genere non si smaltisca nel giro di pochi giorni. Anzi, come detto, l’organismo non recepisce nemmeno un aumento calorico così irrisorio! Se vi accorgete di aver messo su 2 kg dopo lo sgarro, è un aumento fittizio, dovuto alla ritenzione idrica e al contenuto intestinale. Uno sgarro, anche abbondante, si dovrebbe smaltire nel giro di 2-3 giorni senza alterare la dieta. Certo è che, se lo sgarro diventa da 4000 kcal, si fa dura. Io preferisco inserire due sigari a settimana, così da sfruttare un maggior carico glicidico, sempre in giorni non separati (negli altri giorni, cerco solo di non esagerare con i carboidrati, altrimenti la glicemia schizza alle stelle e bisogna saper allenare anche la potenza lipidica). Per chi è sedentario, la pizza del sabato sera va già bene come sgarro.

Per chi segue una dieta dimagrante è necessario prendersi un giorno di pausa vero e proprio, in modo tale da sfruttare il dimagrimento nei giorni feriali. Questo solo a patto, però, di abbinare una buona attività fisica, perché senza attività fisica non si va lontani! In una dieta dimagrante, ci vuole una non minimale riduzione calorica, in base a quanto detto in questo articolo. La riduzione, tuttavia, provoca per forza di cose un senso di fame. Cosa fare, quindi? Semplice: prendersi una pausa, appunto quella tipica del pranzo domenicale dove ci raduniamo con famiglia, nonni, amici ecc. Oppure il sabato sera con la pizza insieme agli amici. Facendo il giorno di pausa, potremo rigenerarci dal punto di vista sia fisico che mentale.

Il giorno di pausa è ormai proposta da diversi nutrizionisti, quindi non sono affatto così rivoluzionario. Tuttavia, quello che sostengo io è proprio un modus operandi preciso per dimagrire, dove un’eccezione settimanale è programmata e l’attività fisica o lo sport non è sindacabile. Capite bene il senso di quanto appena detto. Eccezione alimentare NON vuol dire strafogarsi a piacimento, ma seguire lo stesso qualche regoletta! Se lo sgarro si trasforma nel mangiare a volontà anche quello che non c’è, finirete solo per stare male di stomaco o avere costipazione, gonfiore.

Vediamo dunque quattro modelli di pausa dalla consueta dieta che si segue durante la settimana. Come vedremo, nella giornata di pausa abbiamo il pasto principale da 1000 kcal. Sicuramente, ci sono eccessi alimentari ben peggiori, ma se leggete le tipiche riviste stile Donna Moderna o siti spazzatura come dilei.it vi accorgete che proporre un pasto da 1000 kcal, nel mercato delle diete, è reputato una follia, pur essendo in realtà una cosa sensata per i motivi spiegati.

Giornata di pausa da 1600 kcal

Questa giornata di pausa è indicata per diete che, nel corso della settimana, sono basate su 1200 kcal. Ecco la giornata tipo:

colazione da 200 kcal;
pranzo da 300 kcal;
spuntino da 100 kcal;
cena da 1000 kcal.

Fino alla cena, non c’è altra scelta se non fare gli altri pasti al minimo. La colazione non dev’essere mai inferiore alle 200 kcal. Se si è abituati già a mangiare poco per colazione o ad accontentarsi del classico caffelatte, nessun problema, altrimenti si dovrà prevedere una colazione che sappia saziare a sufficienza (le Fibre 1 della Nestlé con latte, ad esempio, o yogurt intero e frutta). Stesso discorso vale per il pranzo, mentre lo spuntino è previsto perché è difficile arrivare all’ora di cena senza mangiare altro con un pranzo da 300 kcal. L’idea è quella di optare, a pranzo, per un secondo molto saziante. Se si è capaci di resistere a una cena leggera, si può anche invertire la cena con il pranzo, incastrando opportunamente lo spuntino come vi conviene di più.

Giornata di pausa da 1750 kcal

La giornata di pausa da 1750 kcal è indicata per diete che, nel corso della settimana, sono basate su 1400 kcal. Questa è la giornata tipo prevista:

– colazione da 250 kcal;
– pranzo da 400 kcal;
– spuntino da 100 kcal;
– cena da 1000 kcal.

Anche qui, fino a cena i pasti sono poco calorici, ma si mangia un po’ di più a colazione rispetto alla giornata di pausa da 1600 kcal. A pranzo, si può scegliere di fare un secondo da 250 kcal più un alimento da 130 kcal (ad esempio 50 g di pane) o un primo che sazi a dovere con abbondante verdura. La verdura non dev’essere servita come contorno, ma integrata nel piatto! Anche in questa giornata di sgarro, potete invertire la cena con il pranzo.

Giornata di pausa da 1950 kcal

Iniziamo ad avere una giornata di pausa generalmente sostanziosa per tutti i pasti. Questa giornata di pausa è adatta a chi segue una dieta, nell’arco della settimana, di 1600 kcal. Può andar bene per le donne obese con IMC superiore a 30 per perdere i primi 5-10 kg. Ecco la giornata tipo:

– colazione da 250 kcal;
– pranzo da 500 kcal;
– spuntino da 200 kcal;
– cena da 1000 kcal.

Il pranzo può essere fatto da un piatto unico da meno di 150 kcal/100 g, saziante, con abbondante verdura e con la parte lipidica che preferibilmente provenga da alimenti solidi (uova, carne, pesce grasso ecc). Oppure l’alternativa è un primo da 400-450 kcal (sempre con abbondante verdura) più un alimento a piacere da 50-100 kcal. Può essere scambiato con la cena, quando ad esempio è previsto il pranzo domenicale con nonni e parenti. Lo spuntino può essere messo a metà mattina o a metà pomeriggio, valutando se l’occasione conviviale è a pranzo o a cena e quando vi sentite che convenga fare lo spuntino. Scegliete l’opzione che preferite di più.

Giornata di pausa da 2050 kcal

Questa giornata di pausa è adatta a chi segue una dieta, nell’arco della settimana, di 1800 kcal. Tendenzialmente, questa giornata di pausa è riservata agli uomini con IMC superiore a 30 che seguono una dieta da 1800 kcal per perdere i primi 5-10 kg. Ecco la giornata tipo:

– colazione da 250 kcal;
– pranzo da 500 kcal;
– due spuntini da 150 kcal;
– cena da 1000 kcal.

Per il pranzo, valgono le stesse considerazioni della precedente giornata di pausa. Gli spuntini, se ci si trova bene e conviene, possono essere convertiti in una merenda da 300 kcal a metà mattina o a metà pomeriggio. Dipende, anche qui, da quando fate il pasto conviviale, cioè se a cena o a pranzo.

Le proposte fatte sono solo degli esempi e hanno uno scopo didattico. Si può dire che ognuno dovrebbe concedersi una certa libertà, senza arrivare al punto da scoppiare. Insomma, lo sgarro non implica di mangiare perdendo ogni dignità e inibizione. Se siete a dieta, uno sgarro settimanale dovrà essere necessario e si potrà mangiare senza troppi patemi. Vi ricordo che, per ingrassare di 1 kg in una settimana, considerando l’acqua legata al grasso, bisogna mangiare circa 1000 kcal in più ogni giorno. È praticamente impossibile che, soprattutto se si è sportivi, uno sgarro rovini tutti i propositi di dieta. Si ingrassa solo se l’aumento del fabbisogno calorico è su grande scala e quotidiano. Nello sgarro occasionale, l’organismo sa gestire le (relativamente poche) calorie in eccesso, a patto che, ovviamente, non si mangi senza un domani!

L’occasione conviviale

Come potete notare, la cena rimane la stessa per tutte le giornate tipo: da 1000 kcal. 1000 kcal sono un apporto calorico ragionevole per un pasto conviviale o una generica eccezione settimanale. Le giornate avrebbero potuto strutturarsi con una ripartizione calorica più equilibrata, specie per le giornate tipo da 1600 kcal e da 1750 kcal, ma lo scopo non è tanto mangiare di più in quel giorno (come invece si potrebbe fare nel pasto dopo l’allenamento), bensì avere la libertà di mangiarsi quella pizza con gli amici (una margherita “media” fa da sola 750-800 kcal!) o la mega lasagna dalla nonna. Nel pasto più calorico, quello da 1000 kcal, mangiate quello che vi pare, ma ricordate che, in contesto conviviale, superare 1000 kcal è più facile di quello che sembra. Per questo motivo, è bene concentrarsi solamente sulle portate prescelte, senza fare troppi assaggi o partendo da mille antipasti per arrivare a degustazioni varie di contorni.

La pizza, lo sgarro per eccellenza

La pizza è lo sgarro alimentare per eccellenza, quella tipica del sabato sera. Siccome il discorso è ben da chiarire, ne ho dedicato un articolo a parte.

Dieta da 1200 kcal
Dieta da 1400 kcal
Dieta da 1600 kcal
Dieta da 1800 kcal
Dieta da 2000 kcal
Dieta da 2500 kcal

Il fallimento della giustizia italiana

La sentenza emessa sull’omicidio di Stefano Cucchi (risalente al 2014) mi diede molto da pensare all’epoca. L’occasione riporta alla luce un argomento spiacevole ma che, volenti o nolenti, rappresenta la realtà: legge non vuol dire giustizia. In realtà, non mi interessa tanto il caso in sé, quanto adoperare il caso per parlare della tematica e descrivere il più classico quadro all’italiana. Ecco il quadro:

– un soggetto (Stefano) di certo non santo che, per una serie di circostanze di cui è responsabile in parte, si ritrova morto;
– il linciaggio della folla che non capisce che fa parte anch’essa dello Stato additato come colpevole dell’ingiustizia;
– i furbastri di turno (coloro che, per negligenza o per il pestaggio, hanno ucciso Stefano) che irridono la legge felici di averla fatta franca;
– politici (Giovanardi) e sindacato (della polizia) che non hanno alcuna dignità e fanno dichiarazioni non diverse da quelle dei nazisti sull’olocausto da loro perpetuato per anni;
– l’incapacità degli organi investigativi di trovare la verità.

Sull’ultimo punto, è la solita ma reale critica per cui, ahimé, abbiamo metodi di indagine che fanno ridere, con una miriade di casi riesumati dopo anni, poi contraddetti e riaperti ancora. Non è un caso se gli agenti investigativi tedeschi (l’ispettore Derrick), francesi (il commissario Cordier) e inglesi (l’ispettore Barnaby) sono descritti come arguti e intelligenti mentre quelli italiani, subordinati compresi, come degli idioti che a mala pena hanno superato la scuola elementare.

I politici come Giovanardi e il sindacato non hanno alcuna dignità perché sapere che un cittadino, non esemplare ma pur sempre con dei diritti, è stato ucciso dai funzionari dello Stato, cioè persone con cui ogni giorno collaborano o difendono nel loro lavoro, e dire che in pratica o si è picchiato da solo o nessuno l’ha picchiato e l’hanno ucciso i fantasmi (cit.) vuol dire avere un problema serio. Ma d’altronde, Giovanardi è un’habitué alle uscite talebanistiche (vedi l’omofobia). No comment poi sui classici insulti a suon di “ignorante” (violenza anche questa) rifilati alla controparte da parte del sindacato della polizia. Certo, avere il coltello dalla parte del manico aiuta a garantirsi autorità e a minacciare querele.

E i furbastri di turno che la fanno franca. Ogni tanto sono mafiosi, altre volte sono imprenditori, banchieri ecc. Stavolta è toccato a poliziotti e medici. I poliziotti perché hanno abusato del loro potere su un cittadino reo di spaccio ma, appunto, se uno spaccia non lo si può ripagare picchiandolo e causandone la morte. I medici per neglienza perché Stefano era già in condizioni pessime durante il processo, a cui si è presentato già con parecchie ecchimosi che testimoniavano il pestaggio. Avrebbe dovuto essere ricoverato, cosa che non è mai avvenuta. E questo è incredibile, considerando che Stefano era anoressico con IMC inferiore a 14 e spesso si elargiscono TSO come caramelle per molto meno. Un mix di abuso e negligenza allucinante.

La sentenza… giusta

Cercasi giustizia

Ma è questo il nocciolo del discorso. I responsabili della morte di Cucchi sono degli autentici sacchi di immondizia. Eppure, per la serie di fattori, la sentenza è stata (purtroppo) giusta. Non essendoci prove “oltre ogni ragionevole dubbio”, non avendo scoperto chi l’ha ucciso e in quali modalità, il giudice non può prendersi la responsabilità di dare una sentenza che non è possibile dare. Bisogna assolvere. Tutti quanti. I sacchi di immondizia coinvolti vogliono convincere che l’assoluzione voglia dire innocenza, ma è un errore razionale che nemmeno un bambino dell’asilo fa. Siccome non credo che i soggetti siano stupidi, è ovvio che siano in malafede e quindi giustamente li chiamo sacchi di immondizia. È però inutile indignarsi. Le prove erano solo indiziarie e non si è riusciti a trovare la verità con certezza: è per questo che sono stati assolti, non perché sono innocenti! Non serve a nulla indignarsi, perché se si vuole dare la colpa allo Stato per un’ingiustizia dobbiamo ricordare che tutti noi cittadini facciamo parte dello Stato. Chi manda al governo quei funzionari? Anche qui potremmo chiedere: forse i fantasmi? No, siamo noi a mandarli al governo e siamo noi che quindi decidiamo dove i Giovanardi e i Capece o i medici e i poliziotti assolti devono stare. Smettiamola di indignarci e facciamo del nostro meglio per essere cittadini attivi e diffondere a chi ci sta vicino cos’è la giustizia e i principi di una legge che incastri i furbastri anziché assolverli permettendo loro pure di irriderci. Indignarci, gridare al linciaggio e rivoltarsi in aula non servono a un bel niente. Ma qualcosa mi dice che Stefano Cucchi non sarà l’ultimo della lista. Ci indigneremo ancora e di nuovo altri Stefano Cucchi: un circolo vizioso. Così, se è vero che una giustizia perfetta al 100% non esiste, comunque in Italia saremo sempre molto, molto lontani anche dal 99%. E avremo altri sacchi di immondizia a uccidere i Cucchi, perché tanto di un drogato a nessuno frega e nessuno chiede giustizia.

Caso Cucchi, quasi 10 anni dopo

Finalmente, dopo tanti anni, è stata riconosciuta la verità che tutti sapevano sulla morte di Cucchi: il ragazzo è morto per pestaggio da parte dei carabinieri. Una verità che tutti sapevano, appunto, ma che non ha portato alle giuste condanne a causa di occultismo e cavilli legali. Molti cittadini hanno esultato ma, siccome devo sempre trovare quello che non va, onestamente sono rimasto inorridito dalle dichiarazioni di politici e magistrati. Secondo l’avvocato difensore del carabiniere che si è fatto avanti, si tratta di un riscatto per l’arma dei carabinieri. Riscatto? Ma stiamo scherzando? Nulla da dire, si apprezza il coraggio di Tedesco nel raccontare ciò che è avvenuto, sapendo di essere linciato da molti suoi colleghi. Ma qui non si tratta di riscatto, bensì di fare giustizia. Ci vogliono le scuse, altro che riscatto! Se si ha davvero voglia di cambiare il sistema e diminuire il divario che ci separa da una giustizia “ideale”, la prima cosa da fare è chiedere scusa, anche se non basterà di certo a riportare in vita tutti cosiddetti morti di Stato. Parlare di riscatto significa che si vuole solamente salvare la faccia. E finché si ragionerà così, e non per la tutela delle persone e dei loro diritti, fidatevi che la morte di Cucchi non ci insegnerà un bel niente. I nostri magistrati e politici sono più interessati a conservare la bella faccia e le apparenze. Ogni giorno qualunque cittadino comune si recherà dai carabinieri e verrà sminuito. Si agirà solo se si rischia il posto o la reputazione. Perché l’importante è sempre quello: la faccia, ma non la giustizia. Solo Trenta (M5S) è la “pecora nera” ad aver detto che “in tanti dobbiamo chiedere scusa”. Il resto è da soprassedere. E allora amen.

L’italiano e l’arte di arrangiarsi
Legge e giustizia non sono la stessa cosa!

Il diritto di suicidarsi e l’eutanasia

Quanto sto per dire è in controtendenza rispetto al comune buon senso. Ebbene, per me, ciascuno ha ampiamente il diritto di suicidarsi. Ci indottrinano che bisogna sorridere alla vita e la vita ti sorriderà, che la vita è un bene prezioso da tutelare. Purtroppo, la realtà è diversa e capita che la vita sia infelice. Per questo motivo, chi ritiene che non ci sia altra via per sfuggirne deve essere libero di suicidarsi. Ovviamente, il mio non è un invito alle persone che soffrono a suicidarsi e non lo dico solo perché l’istigazione al suicidio è un reato. La mia non è una condanna morale. Non è morale perché una morale assoluta non esiste e ciascuno ha il diritto di perseguirla (*). Di contro, va ammesso che quasi sempre la soluzione c’è, ma è ritenuta non praticabile quando non inesistente. Ciò significa che il suicidio denota comunque il fallimento esistenziale di chi l’attua. Insomma, il concetto è che ne possiamo parlare, poi spetta a ciascuno decidere cosa fare.

Il suicidio come scelta sbagliata, ma libera

Il mio pensiero è che uccidersi rimane una scelta strettamente personale. Non voglio dire che “la vita è bella” e frasi simili che denotano una gran superficialità. Piuttosto, occorre far vedere, con i fatti e con gli esempi, che la vita non è solo nera, ma che ha migliaia di sfumature belle per cui vale la pena andare avanti. Se poi uno vuole continuare a essere convinto di uccidersi, starà a lui, dato che costringere qualcuno a vivere è un puro atto di violenza (**). Credo che vedere qualcuno che si vuole uccidere non sia solo omissione di soccorso, quindi un reato, bensì disumano. Siamo uomini per questo. Ma ciò non vuol dire che dobbiamo negare la libertà di una scelta a questa persona. Altrimenti, diventa un TSO, ovvero un “regime” fortemente sbagliato.

* Il diritto a perseguire la propria morale non vale per chi segue una morale che danneggia oggettivamente il prossimo. Se mi suicidio, i miei cari possono essere tristi, ma suicidarmi è una mia personale scelta e i miei cari devono capire che per me la situazione è insostenibile. La morale di un pedofilo (sì, anche il pedofilo può reclamare la sua morale!) è da censurare perché non può fare a meno di abusare di chi ancora non ha raggiunto l’età del consenso.

** La violenza è l’uso della forza in modo eticamente non accettabile al fine di piegare un soggetto alla propria volontà. Dove la forza non è solo fisica, ma anche psicologica, diretta, indiretta!

Preciso che il diritto al suicidio vale se l’aspirante suicida non intralcia l’ordine pubblico. Il caso tipico è quello di chi vuole buttarsi sotto un treno, provocando un disturbo da stress post-traumatico all’eventuale conducente. Queste cose non si fanno e, se uno si salva, non dovrebbe stupirsi se il conducente gli fa causa (d’altronde soffre anche lui per un gesto, in un caso di questo tipo, egoista e incosciente). Se siamo tu ed io e proviamo a discutere, allora va bene. Ti spiegherò perché non farlo, poi scegli tu.

Eutanasia e biotestamento

Recentemente (dicembre 2017), è stata finalmente approvata la legge del biotestamento. Purtroppo la legge nasconde sempre delle falle ed è stata approvata pur con parecchi no. Quindi, la strada verso una legge veramente giusta sul biotestamento è ancora lunga, lunghissima, poiché di fatto, come con l’aborto, è più facile incappare negli obiettori di coscienza che fanno di tutto per allungare i tempi e la sofferenza del malato. Vorrei che però fosse chiaro che stiamo parlando di una condizione diversa. Il suicidio è un fallimento esistenziale. Nessuno che è felice si suicida! Quando però si è in condizioni di malati terminali, ecco che l’eutanasia, la “dolce morte”, dev’essere garantita dallo Stato. Chi è depresso e vede la vita nera e negativa non ha diritto di chiedere ad altri di fare un’azione del genere. Ma chi soffre perché è affetto da una malattia “irreversibile” deve avere diritto all’eutanasia, altrimenti è solo sadismo. Possiamo discutere sul concetto di “irreversibilità” ma, una volta stabilite le regole, il diritto all’eutanasia deve esistere. Purtroppo siamo in un paese credente, di comodo o meno, e si parla di misericordia, di bontà cristiana. Assurdità! A me pare che sia solo sadismo, un atto di ulteriore violenza verso chi già soffre parecchio. La differenza tra il suicida depresso e il malato terminale sta nel fatto che il depresso non deve pretendere che un altro abbia il coraggio che lui non ha, mentre nel caso del malato terminale è dovere dello Stato garantire una “dolce morte”.

L’intolleranza di papa Bergoglio

Il nuovo papa (sempre volutamente minuscolo), alias Jorge Bergoglio, dietro alla sua faccia da buono dimostra di essere un intollerante. Ecco la sua sparata di fine 2014:

“Da molte parti – ha osservato il Pontefice – la qualità della vita è legata prevalentemente alle possibilità economiche, al ‘benessere’, alla bellezza e al godimento della vita fisica, dimenticando altre dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza […] in realtà, alla luce della fede e della retta ragione, la vita umana è sempre sacra e sempre di qualità”.

Osceno. Dire che la vita umana è sempre di qualità è un’evidente affermazione di chi ha sempre vissuto in panciolle senza vedere come stanno, ad esempio, coloro che soffrono di malattie neurodegenerative o gravi malformazioni. Facile starsene lì ricoperti d’oro, trovando sempre cibo e ricchezza, a sparare idiozie e giudizi senza guardarsi in casa propria. Sono il primo a dire che la vita è da apprezzare, ma cerchiamo di non essere ottusi e vediamo anche le cose brutte che purtroppo capitano. E fra le cose brutte, c’è chi ha perso la sua dignità e la sua autosufficienza. Vi consiglio il film “Amour” di Michael Henke per capire cosa voglio dire. E che il papa stia zitto per non fare figuracce, una buona volta.

Nessuno può valutare quanto un’altra persona soffra, o avanzare pretese sulla vita di quella persona: che si tratti di condannarla a morte o impedirle di suicidarsi. L’idea che il suicidio sia una violenza è estremamente riduttiva e semplicistica. In primo luogo, la morte può essere preferibile ad alcune situazioni, nelle quali l’individuo pur essendo vivo non si sente libero, non sente di appartenere alla realtà che ha attorno e quindi si riduce a “soprav-vivere”. Spesso le persone che si suicidano sono quelle che più cercano la vitalità: non è infatti detto che nella morte ci sia l’inferno, o il male. Se qualcuno si sente pronto o necessitato o semplicemente desideroso di intraprendere una via simile, sta a lui. La morte può significare l’ingresso in una nuova realtà, o semplicemente il compimento della vita. Bisogna avere un’idea molto limitata della vita, della morte, della libertà e anche di Dio per negare il diritto al suicidio. Ma sono convinta che qualora uno decidesse di uccidersi per l’impulso della rabbia o di un’apice di frustrazione, allora bisognerebbe invitarlo a calmarsi e riflettere, darsi un po’ di tempo prima di saltare a una decisione tanto grande. Il suicidio non deve scaturire da una crisi repentina ma dovrebbe piuttosto essere ponderato con consapevolezza e calma, dovrebbe essere l’esito di una lunga riflessione.

k.

Premesso che il suicidio rimane pur sempre una violenza contro se stessi, ineccepibile.

Il calcio nella dieta e l’osteoporosi

Per capire quanto sia fondamentale il ruolo del calcio nella dieta, dobbiamo iniziare avendo idea, seppur sommariamente, di quale sia il suo ruolo nel corpo umano. Durante la fase di crescita fino alla maggiore età circa, si ha una prevalenza di rideposizione ossea (costruzione) rispetto all’assorbimento (distruzione). Le cellule deputate alla rideposizione sono gli osteoblasti, mentre quelle che agiscono sul riassorbimento sono gli osteoclasti. Noterete infatti che i bambini e gli adolescenti si sviluppano molto velocemente in statura e dimensioni. Il picco di massa ossea si raggiunge non oltre i 30 anni. Questo picco viene raggiunto non solo in base alla genetica ma anche dallo sport e da una corretta alimentazione ricca di calcio (i bambini e gli adolescenti hanno bisogno di più calcio degli adulti!). Indipendentemente dalla genetica, chi non soddisfa questi ultimi due parametri sarà ben lontano dal picco di massa ossea e si troverà a rischio di andare incontro a una riduzione di massa ossea tale per cui l’osso è praticamente pieno di grossi buchi e quindi più soggetto a fratture. Questa condizione è definita come osteoporosi e non è da confondere con l’osteopenia che è uno stadio per così dire intermedio. Il motivo per cui corriamo questo rischio è dovuto al fatto che il corpo, man mano che passano gli anni, non è più efficace nel meccanismo di rideposizione. Purtroppo chi è particolarmente sfortunato nella genetica, non ha seguito una dieta con il giusto apporto di calcio e non ha fatto sport fin da bambino rimane inevitabilmente predisposto alla terribile malattia dell’osteoporosi che miete vittime ogni anno causando infortuni gravi non di rado irrimediabili. L’osteoporosi non è affatto un fenomeno risibile, poiché ne soffre ben il 10% della popolazione italiana e oltre il 70% delle donne anziane!

Osteoporosi

Differenza tra osso sano (sinistra, più compatto) e osteoporosi (destra, più bucato)

Ma non solo ossa…

Il calcio è così importante perché è il minerale più presente nel nostro organismo nella quantità di circa 1.2 kg e il 99% è presente nelle ossa e nei denti. Ma il restante 1% non è affatto irrilevante e contribuisce a diverse funzioni nell’organismo come la contrazione muscolare, la liberazione di insulina, il convoglio di messaggi nervosi e ormonali, il rilascio dei neurotrasmettitori e la coagulazione del sangue. Ogni giorno, ben 700 mg del calcio non contenuto nelle ossa e nei denti viene scambiato per la “manutenzione” stessa del tessuto osseo (dicesi rimodellamento, mentre durante la fase di crescita si parla più che altro di modellamento per motivi intuibili). Ma cosa succede quando si invecchia? Succede che il nostro corpo non riesce più ad utilizzare il calcio come da giovane e pertanto ha bisogno di una quantità maggiore di calcio per risolvere la problematica. Se non si provvede attraverso la dieta, per non morire il calcio viene preso direttamente dalla fonte principale che ciascuno possiede: le ossa. A lungo andare, se non abbiamo raggiunto un buon picco di massa ossea, il rischio è l’osteoporosi.

Che quadro tragico!

In effetti sì, se guardiamo tutti gli anziani (o forse dovremmo dire gente invecchiata male?) che hanno problemi alle ossa. Il più grande responsabile di questi problemi è dovuto per definizione al decadimento fisico a cui ognuno non si può sottrarre, ma indubbiamente il vero colpo di grazia è dato dal non aver seguito uno stile di vita corretto (sport + dieta). Se vado a indagare sulla dose giornaliera media di calcio assunta dagli italiani, si va dai 566 mg agli 820 mg a seconda dello studio preso in esame. Il calcio viene assunto prevalentemente bevendo latte, mangiando yogurt, latticini (ricotta) e formaggi. Taleggio, Gorgonzola, Fontina… gli italiani (almeno quelli del nord) ne sono ghiottissimi. Eppure, se osserviamo la popolazione, dai 60-70 anni in poi chi ingurgita questi formaggi a chili non è esente dai problemi legati alla salute delle ossa. Perché? Ah, terreno fertile per i vegani che vogliono convincere che il latte e i suoi derivati non sono necessari all’uomo e che, anzi, fanno addirittura male! Fermo restando che, di base, nelle società industrializzate siamo diventati troppo sedentari, a prescindere vi è una carenza di calcio nella dieta. Confrontando le varie direttive ufficiali, ci accorgiamo bene che il fabbisogno di calcio è molto più alto dei livelli di assunzione registrati dagli studi.

Il problema della dose

Le dosi consigliate di calcio sono ben maggiori di quelle assunte quotidianamente dalla media della popolazione. Le direttive americane propongono livelli di assunzione molto alti, mentre quelle italiane si sono accostate agli americani con i nuovi LARN del 2012. Di certo non sono da prendere in considerazione le risibili dosi assumibili dai vegetali proposte dai vegani che cercano ingenuamente di prendersi la ragione vedendo che i cinesi non soffrono di osteoporosi ma muoiono mediamente 10 anni prima di noi. Per riassumere, ecco le dosi giornaliere di calcio che dobbiamo assumere per fascia di età e tipologia di popolazione:

– 1-3 anni 700 mg;
– 4-6 anni 900 mg;
– 7-10 anni 1100 mg;
– 11-17 anni 1200 mg;
– 18+ anni (adulti) 1000 mg;
– donne in gravidanza o allattamento 1200 mg;
– donne in menopausa (1500 mg, vedi capitolo integrazione);
– anziani 1200 mg (1500 mg, vedi capitolo integrazione);
– sportivi di resistenza 1200 mg (1500 mg, vedi capitolo integrazione).

È sicuramente vero che i bambini hanno bisogno di più calcio, ma perché il fabbisogno è rapportato al peso che è inferiore a quello di un adulto. Il punto è che anche per gli adulti è difficile soddisfare il fabbisogno di calcio! Ora, se consideriamo che gli alimenti contenenti calcio sono anche in generale ipercalorici, scopriamo quanto sia difficile assumere la giusta dose di calcio quotidianamente. Infatti il Grana Padano (o Parmigiano Reggiano) ha 1160 mg di calcio, ma per un totale di 388 kcal. Se si segue una dieta particolarmente restrittiva per diversi motivi, assumere così tanto Grana o Parmigiano porta automaticamente ad alimentarsi in modo scorretto. Senza poi considerare che ci sono formaggi meno stagionati (vedi la tabella in fondo), come Taleggio e Gorgonzola, che contengono meno della metà di calcio del Grana o Parmigiano con un quantitativo di calorie sempre elevato. Qualcuno poi potrebbe dire dei grassi saturi, ma in realtà, sebbene sia corretto non esagerare, quello dei grassi saturi è un abbaglio.

E quindi che bisogna fare?

La soluzione c’è sempre e si chiama coscienza alimentare. Aiutandovi con la tabella di fine articolo, potrete introdurre nella dieta il calcio che vi serve regolando le calorie. Inoltre, ci viene in aiuto niente di meno che l’acqua, che a differenza del latte, dello yogurt, dei latticini (ricotta) e dei formaggi è a calorie 0. La Ferrarelle ha 400 mg di calcio per litro, la Sangemini 326 mg per litro, la Lete 305 mg per litro, la San Pellegrino 174 mg per litro e la Uliveto 169 mg per litro. Non sottovalutate questo importantissimo aiuto nell’assunzione di calcio e non date retta agli ignoranti che vi dicono che queste acque fanno venire i calcoli renali! Vi pare che le venderebbero se fosse così? Solo chi ha insufficienza renale o soffre di cardiopatia deve evitare queste acque, ma parliamo di individui malati. Un’acqua ricca di calcio è molto utile per gli sportivi perché, magari variando marca, possono avere un riciclo di tutti i minerali in generale. Cioè, di fatto, l’acqua così diventa un vero e proprio integratore. Il calcio nell’acqua come la Sangemini o la Ferrarelle è assimilabile quanto quello del latte e dei suoi derivati, ma con il vantaggio di apportare 0 calorie. Io consumo l’acqua Boario, perché è molto più economica della Sangemini (2o centesimi per litro) ed è naturale. Ha “solo” 120 mg/l di calcio ma, se uno è abituato a bere almeno 2 l di acqua al giorno come capita agli sportivi, è un’ottima soluzione accanto agli altri alimenti. Non so se la Boario si trova in tutta Italia, ma si può cercare qualcosa di simile nella propria zona.

Acqua della vita

Consigli pratici

Per raggiungere il corretto fabbisogno giornaliero di calcio, è sufficiente considerare che già 200 cc di latte parzialmente scremato + 1 vasetto di yogurt (*) da 125 g + 20 g di Grana Padano (che possono essere usati sulla pasta) fanno 623 mg del prezioso minerale. Aggiungete 1 l di acqua Sangemini e arrivate a 949 mg di calcio. Il tutto con circa 10 g di grassi saturi, visto che abbiamo detto che comunque non bisogna eccedere (smetterla di demonizzare i grassi saturi non vuol dire che dobbiamo prendere ad abbuffarci di formaggio!).

* Fiordilatte o alla frutta.

Latte

Variate o alternate con altri alimenti contenenti calcio tra yogurt, formaggi e altri tipi di latticini (ricotta), ma anche dessert (la linea Müller).

Sfruttate opportunamente alimenti fortificati di calcio (facendo attenzione che non abbiano sostanze sospette o nocive). Gli alimenti fortificati di calcio sono svariati, ce n’è per tutti i gusti: pane, succhi di frutta, bastoncini di crusca e cereali in genere (le Fibre 1 Nestlé), barrette sostitutive del pasto (tipo Pesoforma; attenzione a non confondervi con le barrette glucidiche, verificate che abbiano circa 15 g di proteine su due barrette come le Pesoforma!), yogurt, dessert (la linea Müller), tofu, latte di soia. Abbiamo la fortuna di essere nel terzo millennio, non nel medioevo, e la tecnologia alimentare va incoraggiata.

Diciamo che la situazione non è affatto tragica come inizialmente avevamo detto e gestirsi, con coscienza, è relativamente semplice riuscendo molto bene anche a variare la dieta.

Ah, dimenticavo di dirlo. Non pensate che dovete per forza assumere la quantità precisa di calcio ogni giorno. Ripeto spesso che l’organismo umano non funziona così e si adatta benissimo. A volte assumerete un po’ meno calcio e a volte di più. Conta quello che si fa nel medio e nel lungo periodo. Se non assumete abbastanza calcio per anni, verosimilmente potreste avere dei problemi, ma non di certo se capita per alcuni periodi. Se siete abituati ad assumere 1000 mg di calcio al giorno e vi capita di assumerne solo 500 qualche volta, non vi cambia nulla. I problemi arrivano per malnutrizioni su periodi ben maggiori, come per i vegani da 20 anni.

Il cruciale ruolo dello sport

Nell’articolo, si dice che ossa sane si hanno non con la sola alimentazione, ma con sport + alimentazione, due fattori che sono inscindibili, che vanno necessariamente insieme. Ed è proprio praticando sport che si riesce ad assumere più facilmente il calcio. Un adulto che fa almeno 3 allenamenti a settimana consuma molte più calorie rispetto a un pari età sedentario. Ciò comporta maggior soluzioni da parte dello sportivo rispetto al sedentario, riuscendo facilmente a raggiungere i 1200 mg previsti per uno sportivo di resistenza (corsa, ciclismo ecc). Questo discorso vale anche per gli adolescenti. Le direttive sullo sport valgono indubbiamente anche per loro che, anziché essere lasciati a marcire sul divano o al computer, dovrebbero essere liberi di giocare fuori a divertirsi (come facevamo noi negli anni ’90 senza cellulare) e a fare sport non solo per la salute, ma anche per la crescita e per imparare. L’adolescente (come il bambino) è cioè un soggetto con un metabolismo più alto rispetto a chi ha già terminato la crescita, cosa che pertanto va sfruttata.

In soldoni, il calcio rappresenta i “mattoni” di un edificio, mentre lo sport gli stimoli necessari alla costruzione e l’obiettivo è avere ossa sane e forti per ritardare, come al solito, la vecchiaia. È infatti vero che, soprattutto per quanto riguarda le donne, lo sport lascia dei traumatismi ossei, ma è anche vero che poi, con l’alimentazione, si rimodella tutto in modo più efficiente e più resistente, cosa che non avviene in un sedentario. Ecco perché sport e alimentazione non devono essere separati! Praticare sport diventa sempre più importante quando si inizia a invecchiare, visto che sappiamo che l’efficienza di rimodellamento osseo cala con l’età. Se non ci fosse lo sport, il declino sarebbe drammatico e drammaticamente più veloce. Lo sportivo, cioè, ritarda la vecchiaia e ha una velocità di invecchiamento più lenta rispetto a un sedentario, a patto che ovviamente si alimenti bene.

Esperienza quotidiana

Quanto lo sport aumenti la resistenza delle ossa, rendendole più in salute, si capisce dall’esperienza quotidiana. Diversi ciclisti giovani (under 40) cadono dalla bicicletta subendo dei gravi traumi. Incredibilmente, spesso se ne escono con delle escoriazioni o delle contusioni da cui guariscono in pochi giorni. Se un sedentario, sempre altrettanto giovane, subisce un trauma della stessa gravità, i danni si rivelano molto più devastanti! Ma vale anche per un runner. Chi inizia a correre è molto più soggetto ai traumatismi da impatto con la strada, mentre un soggetto ben allenato si è formato ossa più resistenti!

Gli integratori di calcio sono utili?

Gli integratori di calcio dovrebbero essere riservati agli anziani e alle donne in menopausa che con la dieta non riescono a raggiungere la loro dose raccomandata di calcio, oltre a chi rivela una oggettiva carenza fisiologica e agli atleti che praticano uno sport ad alto impatto muscolo-scheletrico (più di 60 km di corsa a settimana). Per loro può infatti essere necessario assumere anche 1500 mg di calcio al giorno per proteggersi davvero bene dai problemi ossei e la sola alimentazione può non bastare senza eccedere. Tenendo presente che comunque l’integrazione di calcio non fa miracoli se già si soffre di osteoporosi (ma è indispensabile per limitare i danni), per tutti gli altri un’integrazione è di fatto priva di senso a meno di non avere motivazioni ideologiche che però esulano dal discorso dietetico. L’integratore comunemente più utilizzato e meno costoso (pochi centesimi) è il calcio carbonato (ogni grammo di calcio carbonato ha 400 mg di calcio), ma il suo assorbimento è efficace solo se in concomitanza di un pasto che sfrutta i succhi gastrici. In caso contrario, si ripiega sul citrato di calcio, che però è più costoso e ha la metà di calcio per grammo di sostanza (210 mg di calcio per grammo di citrato di calcio). In pratica, i soggetti più a rischio sono gli anziani e le donne in menopausa. Per tutti gli altri è sufficiente seguire uno stile di vita corretto facendo sport. Se uno è sedentario e magari over 40, è ovvio che avrà molte difficoltà ad assumere calcio e avrà ossa meno resistenti a causa della sedentarietà.

E le intolleranze?

Le intolleranze congenite al lattosio, lo zucchero del latte, sono rarissime e improbabili. Quasi sempre il soggetto intollerante non riesce a gestire più di una certa dose di lattosio, pertanto si può provare ad assumere piccole dosi di latte e vedere gradualmente, con pazienza, quanto se ne può assumere. Altrimenti, si ripiega sul latte di soia o sul latte delattosato. Soluzione estrema: le pastiglie dotate dell’enzima lattasi che permettono di digerire il lattosio e ogni pastiglia, di solito, funziona per 5 g di lattosio, contenuti in 100 g di latte. I formaggi come Taleggio, Gorgonzola, Fontina, Pecorino Romano, Grana Padano, Parmigiano Reggiano non contengono quasi per nulla lattosio e comunque la dose giornaliera di formaggio non va oltre i 30 g circa (la ricotta non è un formaggio, ha 4 g di lattosio per 100 g, state attenti!). Lo yogurt ha già batteri che hanno “predigerito” il lattosio e pertanto non dà problemi. Il vero problema sorge in chi è allergico alle proteine del latte (le caseine), ma anche questa condizione è molto rara poiché normalmente l’allergia scompare con la crescita. Gli allergici alle proteine del latte devono tassativamente evitare il latte e tutti i suoi derivati. In questo caso, l’unica soluzione è rappresentata dall’acqua ricca di calcio, dagli alimenti fortificati di calcio di cui non si è allergici e dagli integratori con eccipienti che non causano allergie. Da notare infatti che il latte di soia, per molti allergici alle proteine del latte, è a sua volta allergenico.

Le fonti

Concludiamo con una lista dei più comuni alimenti contenenti calcio. Non sono stati considerati alimenti come la rucola che non possono essere consumati in quantità sufficiente (voglio vedervi a mangiare un etto di rucola per assumere 160 mg di calcio…) o hanno una quantità di calcio risibile come le verdure o i legumi. Nemmeno è stato considerato il pesce azzurro poiché il calcio è contenuto nelle lische e non è il caso di costringere qualcuno a mangiarsele per assumere calcio. La classifica è stata stilata per efficienza, cioè facendo il rapporto fra calcio e kcal (fra parentesi, il calcio totale per kcal sulla base di 100 g).

– Leerdammer light 3.80 mg/kcal (1030 mg/271 kcal)
– Grana Padano o Parmigiano Reggiano 2.99 mg/kcal (1160 mg/388 kcal)
– Pecorino Romano 2.75 mg/kcal (1064 mg/387 kcal)
– Emmental 2.74 mg/kcal (1010 mg/368 kcal)
– Leerdammer original 2.41 mg/kcal (860 mg/356 kcal)
– latte di soia fortificato di calcio 2.40 mg/kcal (120 mg/50 kcal)
– latte parzialmente scremato 2.40 mg/kcal (120 mg/50 kcal)
– latte intero 1.84 mg/kcal (120 mg/65 kcal)
– yogurt intero naturale 1.46 mg/kcal (120 mg/82 kcal)
– Fontina 1.41 mg/kcal (550 mg/389 kcal)
– Taleggio 1.36 mg/kcal (430 mg/315 kcal)
– Gorgonzola 1.25 mg/kcal (400 mg/320 kcal)
– yogurt alla frutta tipo Activia 1.20 mg/kcal (120 mg/100 kcal)
– Fibre 1 Nestlé 1.05 mg/kcal (345 mg/328 kcal)
– yogurt greco naturale 1.02 mg/kcal (132 mg/129 kcal)

Queste invece sono le acque con la quantità di calcio per litro:

– acqua Ferrarelle 400 mg (0 kcal)
– acqua Sangemini 326 mg (0 kcal)
– acqua Lete 305 mg (0 kcal)
– acqua San Pellegrino 174 mg (0 kcal)
– acqua Uliveto 169 mg (0 kcal)

Come fare sport in vecchiaia
I vantaggi dello sport nella dieta
La dieta perfetta non esiste!
Vademecum per l’alimentazione corretta

I grassi saturi non fanno male!

Fin dagli anni ’50 del novecento, i medici e le associazioni per la salute hanno iniziato a demonizzare i grassi saturi. Comunemente parlando, i grassi saturi sono presenti nei prodotti di derivazione animale, ma ciò non è esatto poiché il tanto declamato olio d’oliva extravergine ha 16 g di grassi saturi per 100 g: vuol dire che un uovo ha tanti grassi saturi quanto 10 g di olio d’oliva extravergine!

Riflettiamo e ci chiediamo: quanto di vero c’è in quello che si dice sui grassi saturi? Un’idea della risposta ce la possiamo fare considerando che i grassi saturi, per almeno 20 anni a partire dagli anni ’50 del novecento, sono stati accusati per promuovere la loro sostituzione con la margarina! Assurdo. Decine e decine di studi dimostrano, ormai, quanto facciano male i grassi trans. Davvero assurdo che sedicenti esperti abbiano bandito dalle tavole burro, formaggio e uova incoraggiando invece una porcheria come la margarina che contiene grassi trans, questi ultimi che causano: abbassamento del colesterolo “buono” (vedi l’articolo sul grande abbaglio del colesterolo), diminuzione del testosterone, irrigidimento delle membrane cellulari, interferenza con i benefici derivanti dagli omega-3 EPA e DHA, incremento della produzione di radicali liberi… e chi più ne ha più ne metta.

Ma torniamo ai grassi saturi e facciamo chiarezza a riguardo. I grassi saturi sono colpevolizzati di causare una svariata serie di patologie, da quelle coronariche (infarto) al cancro (senza ovviamente specificare di quali cancri si tratta). Chiedete a chi vi vende queste notizie il perché e il come i grassi saturi dovrebbero causare tutto questo. Noterete che, a parte citare qualche studio che non fa altro se non correlare, cadranno dalle nuvole. In realtà gli stessi studi dimostrano che i grassi saturi non sono direttamente responsabili dell’infarto e di altre patologie. Basta fare un giro in rete e scoprire parecchie cose interessanti. Il dottor William Castelli, direttore del famoso studio Framingham, dice nel 1992:

“Abbiamo scoperto che le persone che assumevano più colesterolo, che assumevano più grassi saturi, che assumevano più calorie pesavano meno ed erano fisicamente più attive”.

Altri esponenti della medicina e della nutrizione esprimono le loro perplessità sulla dannosità dei grassi saturi. Mary G. Enig è una di loro, e in particolare la Enig sottolinea come in realtà il vero rischio sia dato dai grassi trans con cui si voleva sostituire i grassi saturi.

Infine, la verità una volta per tutte. Vero che una diminuzione dell’1% dei grassi saturi comporta una riduzione dell’1% di colesterolo, ma questa riduzione implica anche la riduzione del colesterolo “buono”. Non solo, diminuire i grassi saturi dal 15% al 6% fa aumentare del 15% la lipoproteina (a), che secondo alcuni studi promuovono trombosi, infiammazione e le cosiddette “cellule schiumose” (letteralamente, “foam cells”) (*). In parole povere, l’eliminazione anche non totale dei grassi saturi (cosa di fatto impossibile) comporta più danni che benefici! Ciò nonostante, anche dopo aver scagionato i grassi saturi c’è chi ancora oggi li accusa. Sigh.

* Le “cellule schiumose” sono un centro di accumulo di: colesterolo, trigliceridi, sostanze di scarto della riparazione dei danni generati dall’infiammazione. Il che a lungo andare provoca la formazione delle placche aterosclerotiche.

In una dieta varia ed equilibrata, spontaneamente non si eccede con i grassi saturi. Ma se proprio vogliamo discriminare cosa fa più male, è evidente che demonizzare i grassi saturi porta più danni rispetto a una dieta con il 15% di grassi saturi. Meditate su questa cosa.

Burro

Le conclusioni sono simili a quelle fatte per il sale. Non sono i grassi saturi a fare male, ma essi sono indirettamente responsabili delle patologie relative al sovrappeso e all’obesità se già si soffre di sovrappeso oppure obesità! Chi è magro e attivo, ed è ciò che nota Castelli, non deve temere i grassi saturi. Chi magro non è, e nemmeno fa attività fisica, è normale che si debba preoccupare dei grassi saturi, ma più che dei grassi saturi in sé del complesso della sua dieta e del suo stile di vita. Ritengo che il consiglio non debba essere quello di ridurre i grassi saturi, ma quello di variare le fonti di grassi e fornire i grassi essenziali, in particolare gli omega-3 dal pesce (visto che gli omega-6 forse li assumiamo anche troppi!) anche se questi ultimi non sono propriamente essenziali. Chi sostiene che meno grassi saturi assumiamo è meglio sbaglia clamorosamente, e la sua è una posizione più che scorretta. Solo per gli alcolici è possibile sostenere che “meno è meglio”, e quindi per i grassi saturi il ragionamento non vale. Un’alternanza tra latte e derivati, olio, burro, pesce grasso e semi oleosi, nel contesto di una dieta normocalorica che comprende un po’ di tutto, abbinata allo sport, garantisce automaticamente di non eccedere senza stare a ossessionarsi sul 10% da non superare delle direttive ufficiali. Se invece uno mangia un etto di formaggio stagionato e cioccolato ogni giorno, è ovvio che sia in sovrappeso oppure obeso e quindi sia esposto ai rischi. La soluzione è sempre quella di variare e garantire gli omega-3 (dal pesce grasso) nella dieta. Così facendo, si evita automaticamente ogni eccesso e non si demonizza mai nulla. Bisogna imparare a ragionare in questa chiave anziché bandire ciò che riteniamo che faccia male. Banale, semplice, essenziale ma chissà perché poco compreso. Chi non mangia mai alimenti come sgombro e salmone è qui che sbaglia. La colpa non è dei biscotti al burro o del formaggio, ma dell’assenza del pesce grasso ricco di omega-3… ed è una cosa molto diversa! Dovremmo garantire una quota adeguata di EPA e DHA (dal pesce) ogni giorno. Se ci facciamo caso, il consumo di pesce grasso con gli omega-3 è spesso molto basso: è questo il vero problema, non i grassi saturi! Se mangiamo, mediamente, 80-100 g di pesce grasso al giorno non sbagliamo. Con un maggior consumo di pesce grasso che contiene gli omega-3, automaticamente non si pone il problema dei grassi saturi.

La demonizzazione dei grassi saturi è un retaggio della dieta mediterranea, che ha spinto a un eccesso di carboidrati e al consumo dei cosiddetti grassi “buoni”. La situazione non è affatto migliorata né con la dieta mediterranea né bandendo burro e formaggio per qualunque scopo. Anzi, in Italia il fenomeno dell’obesità cresce sempre di più specialmente al sud. E il sud, come si sa, è patria del “sanissimo” olio d’oliva extravergine! Purtroppo, gli interessi commerciali ancora dominano ed è difficile sradicare una credenza che si è insinuata nei decenni. Ma la scienza racconta un’altra verità, e cioè che i grassi saturi, di per sé, non fanno male, bensì fanno male se mangiamo troppo!

Nonostante gli studi recenti con risultati forti testimonino il contrario, la demonizzazione dei grassi saturi assume connotati sempre più sconcertanti e assurdi nella nostra società. E l’industria alimentare se ne approfitta, proponendo sempre più prodotti per combattere il colesterolo, con un costo economico del tutto inutile. Nessuno si è preso la briga di spiegare che non sono i grassi saturi a fare male, ma l’eccesso e la mancanza di attività sportiva. Per questo motivo, inculcare la convinzione che i grassi saturi fanno male è controproducente e non cambia la situazione. Semplicemente perché chi eccede e non fa sport continuerà a comportarsi in tal modo, ma sostituirà le merendine con l’olio e non cambierà nulla in termini di eccesso. Chi fa sport e ha una buona coscienza alimentare, invece, sa che deve variare i cibi e mangiare il pesce grasso con gli omega-3. Se la questione assume questo senso, si comprende benissimo che uno può introdurre il burro e il formaggio nella propria alimentazione come qualunque altro alimento!

Cosa dicono gli studi recenti

Uno studio pubblicato nel 2014 conferma che, ormai, i grassi saturi di per sé non c’entrano con le malattie cardiache. Lo studio, comparso sul The Telegraph, recita che “non esiste una relazione tra grassi saturi e malattie cardiache”. Sostanzialmente, le linee generali per la dieta non cambiano. Si parla di 30 g di grassi saturi per l’uomo e 20 g per le donne, cioè intorno al 10% in una tipica dieta da sportivo di 2000 kcal (donne) e 2500 kcal (uomini). Si sostiene anche che il consumo di omega-3 dal pesce grasso apporta un rischio più basso. Viene sottolineato che non si notano benefici attraverso l’uso di integratori di omega-3 e omega-6. Insomma, lo studio dice quello che ho finora detto anche io. Bisogna seguire una dieta varia, dove i grassi saturi sono dei grassi come altri e non vanno demonizzati. E se proprio vogliamo trovare una discriminante, dobbiamo assumere gli omega-3 del pesce, di cui in genere la popolazione è carente. Se impariamo a mangiare più pesce grasso con gli omega-3 (anziché, magari, il solito costoso branzino), rispetteremo automaticamente il vincolo di non eccedere con i grassi saturi. Si parla di mangiare pesce perché gli effetti benefici riguardano gli EPA e i DHA, che appunto sono contenuti nel pesce grasso (salmone, sgombro, aringa, sardina) e non nei vegetali. La cosa del pesce grasso è da comprendere con attenzione. La popolazione è carente di EPA e DHA, ma la popolazione è anche statisticamente sedentaria e con un cattivo stile di vita. Cosa succede, allora? Che non solo non si mangia pesce grasso, ma si assumono troppe calorie in eccesso che, spesso, provengono proprio dai grassi saturi.

Il paradosso francese… e svedese!

Una prova del fatto che quanto detto è vero? Il celebre “paradosso francese”. I francesi sono noti per essere longevi quasi come i giapponesi e, pur mangiando abitualmente burro e formaggi, non soffrono dei problemi correlati al sovrappeso e all’obesità. Perché? Ingenuamente per anni si è spiegato il “paradosso” con il consumo di vino che contiene resvetravolo, quando invece la spiegazione sta nella magrezza e nella maggiore attività fisica dei francesi. Sono stato in Francia parecchie volte e quello che ho notato subito è che lì è normalissimo uscire di sera, anche tardi al buio (20:00-21:00 in inverno), per fare jogging. In realtà, il paradosso francese è anche svedese, poiché anche gli svedesi sono un popolo longevo, assumono grassi saturi nel range tra il 13.0% e il 14.4% come i francesi e, come i francesi, fanno sport. Quindi, la posizione corretta sta nello stile di vita corretto, come al solito, ma come al solito si cercano sempre altri capri espiatori mascherando il vero problema che sta nella sedentarietà e nel sovrappeso. La posizione corretta è che, assumendo più grassi saturi, è vero che aumentano i livelli di colesterolo totale, ma aumentano linearmente a quello buono, cosa che non vale, all’inverso, se si calano eccessivamente i grassi saturi. Il nostro corpo, entro certi limiti e nel quadro di uno stile di vita corretto, è sempre capace di adattarsi e non ha senso demonizzare i grassi saturi. Se uno è sedentario e sovrappeso perché mangia troppo, lo è a prescindere dai grassi saturi. Variate i grassi e non dimenticate di assumere gli omega-3 dal pesce. Con la classica direttiva di consumare pesce per 2-3 volte a settimana, che dev’essere grasso (sgombro, salmone, aringa, sardine), si raggiunge la dose giornaliera standard raccomandata di 250 mg. Anche se, in teoria, dovremmo o potremmo assumerne di più (1 g al giorno). In sostanza, l’apparente anomalia di alcune popolazioni longeve che assumono tanti grassi saturi, come i francesi e gli svedesi, si spiega in un semplice modo: è necessario evitare il sovrappeso, assumendo gli omega-3 dal pesce grasso e variando le tipologie di grassi, piuttosto che essere maniaci bandendo burro e formaggio e bevendo latte scremato con dolcificante. In proposito, se volete capire meglio la faccenda, vi consiglio la lettura dell’articolo “La dieta perfetta non esiste!

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Alcolismo, binge drinking e danni dell’alcol

Un bicchierino di vino ai pasti  può essere un piacere per il palato, ma chi è affetto da dipendenza incorre in una serie di problemi. Il danno più citato causato dall’alcolismo è quello al fegato, ma ce ne sono altri che dovrebbero teoricamente scoraggiare chi esagera. L’alcol comporta:

– calo delle prestazioni sportive (vedi “Alcol e sport… binomio possibile?“);
– danni al cervello;
– danni al metabolismo;
– avitaminosi;
– infiammazioni del tubo digerente (esofagite, gastrite, pancreatite);
– aumento della frequenza cardiaca e cardiopatia alcolica;
– alterazioni della sessualità (calo della libido, infertilità, impotenza);
– tumori al tubo digerente;
– indebolimento del sistema immunitario.

In più, i figli di donne alcoliste possono avere deficit mentale, microcefalia e malformazioni cardiache. Questo sito non è assolutamente contro il consumo di alcol. Una buona birra birra può rendere il pasto più piacevole, ma chi esagera, dopo quanto riportato, dovrebbe ritrovare un rapporto sano ed equilibrato con l’alcol oppure astenersi del tutto dagli alcolici. Se vi piacciono gli alcolici, la strategia è bere con moderazione e questo in effetti non è sempre facile. Se non siete ancora convinti, vi consiglio di dare un’occhiata alla risonanza magnetica del cervello di un alcolista: praticamente non ha più neuroni funzionanti! Una buona birra ogni tanto non ha mai ucciso nessuno ed è un’occasione per sperimentare nuovi gusti e bontà, a patto di essere veramente amanti o appassionati della birra (o degli alcolici in generale). Come per il cibo, esistono prodotti scadenti e prodotti di alta qualità, ma l’eccesso fa sempre male. Il difficile è proprio bere nei limiti! L’articolo sul bere poco ma bene spiega nel dettaglio come gestirsi se amiamo il vino o la birra, cosa che effettivamente non fa nessuno perché ci si limita a discorsi generici e superficiali o ambigui per non fare torto al mercato (e però, ovvio, di certo non si può dire che l’alcol sia un toccasana!).

Non dimentichiamo che l’insonnia è uno dei problemi correlati all’alcolismo e avviene nel periodo di astensione, protraendosi anche per un anno o più. Molti alcolisti, dopo un periodo di astensione (breve o prolungato che sia), riprendono a bere, fra le altre cose, proprio per placare l’insonnia.

Il punto è che, per sviluppare problemi e malattie, non è necessario arrivare ai livelli dell’alcolista che passa da mattina a sera con il cartone di vino. È sufficiente “solo” mezzo litro di vino al giorno per avere il fegato andato. E non riguarda solo chi si sbronza al sabato sera. Prendete una “normalissima” persona che abitualmente beve:

– una Moretti grande a pranzo (660 ml);
– un aperitivo dopo il lavoro (40 ml);
– un bicchiere di vino a cena (125 ml).

A tante persone sembrerà addirittura accettabile, complice il fatto che si beve in più momenti. Benissimo, se però uno beve così tutti i giorni è spacciato. Fatevi pure il calcolo delle ore che l’organismo impiega per smaltire l’alcol etilico ingerito. 3-4 ore per la Moretti grande e ci si fa già l’aperitivo. Probabilmente senza neanche aver del tutto smaltito l’aperitivo e per cena arriva il bicchierino di vino. In pratica si ha alcol in corpo per quasi tutto il giorno! Tale quantitativo di alcolici corrisponde a circa mezzo litro di vino. Usando questo confronto, direste che il consumo è salutistico? Pensateci. Non c’entra il non ubriacarsi. È l’organismo che è troppo impegnato nello smaltimento dell’alcol etilico e così facendo, prima o poi, il fegato vi parte! L’errore che fanno in tanti è quello di paragonarsi all’alcolista comune. Verosimilmente, chi beve “tanto”, ma non a livelli di alcolista puro, avrà problemi di salute meno gravi. Ma è con la popolazione sana ed equilibrata che bisogna fare i paragoni. Eccedere con gli alcolici provoca comunque dei problemi. Decisamente si dovrebbe moderare il consumo di alcolici per evitare quei tipici “acciacchi” o problemi che troppo superficialmente vengono definiti come normali. Paragonatevi con chi ha uno stile di vita corretto, e vi accorgerete di quanto significativamente migliorerete la qualità della vostra vita!

C’è un esame molto semplice per identificare chi beve troppo, anche senza farlo “in eccesso” nel singolo evento: la transferrina carboidrato carente (CDT). Chi beve anche “un po’ troppo” occasionalmente non avrà valori alterati di CDT. Chi, al contrario, beve due birre medie al giorno, un quantitativo che non è binge conclamato nel singolo evento (spiego dopo sull’argomento), avrà la CDT alterata. Volete sapere quanto occorre per alterare questo valore? Anche solo 2 settimane di consumo continuo! Infatti, non è binge nel singolo evento, ma lo è come frequenza settimanale. Ora guardate nei ristoranti e nelle trattorie che frequentate. Sì, avete capito bene. Ci sono parecchi binge drinker che ignorano di esserlo!

Quale dose fa male?

La risposta più sensata è: qualunque dose! Al più si dovrebbe cercare di capire quale dose sia tollerabile dall’organismo, che è una cosa diversa. Chi è astemio o al massimo si limita alla birra artigianale del sabato sera mangiando uno spuntino, senza sballarsi fino a tardi, non sbaglia nulla. Il rischio è basso o trascurabile se il consumo rimane entro certi limiti e non li superiamo. Questi limiti sono di 20 g al giorno di alcol per gli uomini e 10 g per le donne. Queste sono le dosi MASSIME, non quelle raccomandate! I chiarimenti sui limiti appena detti sono nell’articolo (già linkato) sul bere moderato.

Gli esami del sangue vi daranno il feedback salutistico, se non credete al mio discorso (gamma-GT e transferrina desialata). Valori elevati di gamma-GT significano che il fegato è appesantito in qualche modo da qualcosa, verosimilmente dall’alcol se non ci sono altri fattori come farmaci o problemi particolari di ossa. Chi per 20-30 anni beve un litro di vino al giorno ha valori di gamma-GT molto elevati (anche 200 UI/l) e fegato andato, ma anche chi si fa il mezzo litro ha il fegato che presenterà il conto. Si dovrebbe sempre moderare il consumo di alcolici quando i valori superano i 30 UI/l e non si devono fare distinzioni tra uomo e donna, poiché i valori più elevati per gli uomini derivano dal maggior consumo di alcolici da parte degli uomini. Chi è astemio e segue uno stile di vita corretto facendo sport ha la gamma-GT inferiore a 20 UI/l, dunque valori maggiori di 30 UI/l fanno parte di quell’ipocrisia che condanna gli alcolisti ma salva chi esagera al sabato sera o alle occasioni conviviali. Ma avremo modo di discuterne. Quelli che alla pausa pranzo devono sempre spararsi il mezzo litro di vino rischiano concretamente di avere il fegato spappolato. E senza ridursi come gli alcolisti anonimi, oltre al fatto che sono anche calorie in più che non possiamo ignorare di assumere. Per ripristinare i normali valori di gamma-GT in caso di eccesso, occorrono almeno 4 settimane di completa astensione, anche di più in base alla gravità.

“Ma io tollero l’alcol!”

È un’espressione comune. È vero che la sensazione di ubriachezza è soggettiva, genetica e legata al sesso. Ma il fatto che uno non senta i sintomi da ubriachezza non vuol dire affatto che l’organismo non subisca danni. Anzi, se bevete un buon quantitativo di alcolici e non percepite ubriachezza è più probabile che ci sia un rischio di dipendenza! A proposito di tolleranza, gli asiatici reggono meno l’alcol non perché funziona meno l’alcol deidrogenasi (ADH). Lo tollerano meno esattamente per il motivo opposto. L’ADH lavora troppo, si produce più acetaldeide e si sentono di più gli effetti della sbornia!

Alcol e cancro

L’alcol è una sostanza unanimemente riconosciuta come cancerogena. Come ogni sostanza nociva, però, esiste una probabilità di rischio. E i tumori non sono tutti uguali, quindi ci sono tumori su cui l’alcol influisce direttamente e altri tumori in cui esiste solo una correlazione, cioè non una causa diretta imputabile al consumo di alcol.

Quando si parla di alcolismo, si parla spesso di tumore al fegato. Appunto, parliamo di alcolismo, cioè casi in cui le dosi sono anche di molto superiori ai 20 g/die. La probabilità di tumore al fegato, nella popolazione, è già bassa ma, se beviamo troppo (oltre i 20 g/die), è da ingenui pensare di cavarsela. Rispetto al tumore al fegato, decisamente l’incidenza maggiore è nei confronti del cancro al colon-retto, motivo per il quale gli uomini devono restare in una dose tollerabile (NON raccomandabile!) di 20 g/die. La probabilità di cancro al colon-retto è del 7%, con un aumento del 14% con 20 g/die di alcol puro. Il tumore al fegato ha un aumento maggiore, ma per ammalarsi di tumore al fegato, come detto, bisogna praticamente essere alcolizzati. Tuttavia, questo non vuol dire che le altre forme di tumore devono essere sottovalutate. Anzi, è esattamente il contrario, cioè è proprio a questi altri tumori che dobbiamo fare attenzione! Oltre ai tumori citati, anche per il tumore al cavo orale e faringe e all’esofago ci sono cause dirette, ma parliamo di consumi elevati.

Il vero e proprio rischio è per le donne e riguarda il tumore al seno. Le donne devono fare molta attenzione non solo per il fatto che si ubriacano più facilmente per costituzione e peso. Secondo le statistiche, 1 donna su 8 si ammala di tumore al seno almeno una volta nella vita. Vuol dire il 12%. È già tanto così, pertanto un consumo smodato di alcolici diventa deleterio. Infatti, abbiamo un aumento del 10% per ogni 10 g/die di alcol puro, ma la probabilità parte già alta. La regola del “meno è meglio”, per chi ama gli alcolici, è quella giusta.

Lo preciso, quando si parla di alcol, il rischio non è mai nullo anche alla singola goccia, ma solo basso e tollerabile nei limiti consentiti e se si segue un corretto stile di vita. E naturalmente,

più fattori di rischio ci sono oltre all’alcol (fumo, sovrappeso, mancanza di sport ecc), più aumenta la probabilità di contrarre qualunque forma di tumore.

E la sopraccitata condizione è assai comune. Lo sportivo che segue un corretto stile di vita riesce a tollerare l’alcol (nei limiti!) proprio in quanto sportivo con uno stile di vita corretto. Se uno non fa sport ed è in sovrappeso, difficilmente il suo organismo potrà tollerare l’alcol a lungo andare! Molti giovani iniziano a bere e fumare da minorenni, non sapendo che fare così provoca già da subito un aumento di probabilità di ictus e infarto. Se smettono, i danni sono reversibili, ma spesso non lo fanno tranne che da vecchi quando è troppo tardi. Non sottovalutate i gravi danni del fumo e dell’alcol insieme!

Si stima che il 10% di tutti i tumori che colpiscono gli uomini e il 3% di tutti i tumori che colpiscono le donne sono imputabili all’alcol. Il che dimostra la portata del problema, che è grave. Per intenderci, statisticamente l’anoressia, altro grave problema della società, ha una incidenza dell’1-2% circa. Mediamente, in Italia si assumono 20 g di alcol puro pro capite. È un dato grave e preoccupante, perché va mediato con chi è astemio. Da questo, è facile intuire il dilagante problema di abuso dell’alcol, in un quadro generale già pessimo in termini di stile di vita. È un dato che però sono riuscito a reperire con difficoltà, perché tutti tendono a parlare di percentuali e fasce di età, senza però dire nulla sul reale consumo. Evidentemente, dire QUANTO si beve non conviene. Ah, lo so già: ci sarà sempre chi dice che i russi sono quelli davvero ubriaconi!

Bisogna dire che l’attività sportiva riduce la probabilità generale di ammalarsi di cancro. Bastano “appena” 3 ore di corsa a settimana e il rischio si riduce del 20-30% per il tumore al seno. 3 ore di corsa, giusto per chiarirlo, sono il minimo sindacale per mantenersi in salute con lo sport. Vuol dire che, se una donna beve 20 g di alcol in media al giorno, con 3 ore di corsa ritorna alla probabilità iniziale. Ciò vale anche, e soprattutto, dopo la menopausa. Che poi, a dirla tutta, lo smog e l’inquinamento provocano molte più morti dell’alcol, con l’Italia perennemente maglia nera in Europa con circa 45 mila decessi nel 2016. Non ha senso mettere in guardia dall’alcol e trascurare o minimizzare altri gravi rischi. Il fatto è che la priorità, per uno sportivo, non dev’essere smaltire l’alcol, bensì non bere troppo per poter praticare al meglio lo sport. Se lo sport abbassa fino al 30% il rischio di tumore al seno, è sempre meglio bere con moderazione e diminuire la statistica di questo tumore. Non è affatto un caso se, per le donne, i limiti massimi per il consumo di alcol devono essere dimezzati.

I drogati del sabato sera (binge drinking)

Se l’alcolismo conclamato è riconosciuto come un serio problema da trattare clinicamente, purtroppo ancora da molti è reputato normale quello che si può definire come un alcolismo da occasione, ma in pratica è sempre alcolismo. Tanta gente non beve quotidianamente e trascorre anche tanti giorni senza bere ma, quando lo fa, si devasta. Mi riferisco a coloro che praticano il rituale (da dementi) del sabato sera, ubriacandosi nel peggiore dei modi in luoghi da gregge solitamente rumorosi. Gente che si sballa senza nemmeno sentire cosa dice chi ci sta accanto. In condizioni normali non avrebbero nulla da dirsi, ma così possono avere la scusa del rumore che non permette di sentire. Loro non devono temere di bruciarsi i neuroni con l’alcol, perché ce li hanno già bruciati a prescindere. E una volta storditi a sufficienza dall’alcol e dai frastuono, via in macchina a causare l’ennesimo dramma del sabato sera. Chi ha bisogno di bere alcolici al sabato sera, dopo una lunga e stressante settimana da schiavo o da sopravvivente, è uno che ha capito ben poco della vita. Da qui alle droghe pesanti come la cocaina o l’ecstasy è un passo. Il binge alcolico è sottovalutato anche per via del fatto che è socialmente molto diffuso. E in alcuni ambienti, non solo tra i giovani (vedi il vinello dei contadini), l’abuso di alcol è addirittura incentivato. Ci sono gruppi di arrampicatori che, quando terminano le fatiche della montagna, “devono” bere a crepastomaco. Non capiscono che la vita si apprezza da sobri. Che poi si voglia bere e sgarrare di più ci sta, ma l’arrampicatore che ti narra il giro di tutti i bar come tradizione obbligatoria post-arrampicata non è certamente equilibrato. Tutti questi esempi sono una forma di alcolismo di cui non viene considerata l’estrema gravità. Se avete degli “amici” che vi istigano a bere o che vi considerano sfigati se non bevete, anziché cercare la loro approvazione o di adattarvi, cambiate frequentazioni e fate capire che gli sfigati sono loro che hanno bisogno di bere per divertirsi ed evadere! Al 2016, i dati riportano che quasi 9 mln di italiani soffrono di binge drinking disorder.

È pur vero che bisogna distinguere l’intossicazione acuta da quella cronica. I problemi dovuti all’intossicazione acuta scompaiono come viene smaltito l’alcol, mentre chi soffre di intossicazione cronica non ha la reversibilità di alcuni problemi anche con la totale astensione. Esistono diversi studi che segnano più rischi per la salute con un consumo frequente di alcolici, ma ridotto, rispetto a un episodio o due a settimana di maggior quantità. Insomma, detto così sembra che il sabato sera sia salvo. I problemi nascono per quello che sta dietro e le conseguenze, spesso tragiche come testimoniano le cronache. Ci sono tanti “giovani” che accusano di essere perseguitati come alcolisti dopo essere stati beccati con alcolemia alle stelle. Non bevono tutti i giorni, ma quella volta in cui lo fanno e si mettono alla guida diventano dei potenziali killer della strada. Con che coraggio si lamentano di essere perseguitati? Se volete bere, anche sgarrando perché siete dei veri amanti del vino o della birra, fatelo pure. Ma non mettetevi alla guida e rispettate i vincoli dell’articolo che ho proposto all’inizio!

È proprio il meccanismo del sabato sera che è sbagliato. La vita è stressante o deludente, c’è bisogno di evadere e quindi si beve. Poi, un drink dopo l’altro, ecco che serve sempre quella droga per evadere e sopportare il mondo. Per molti, gli alcolici non sono un oggetto d’amore o una passione, ma nulla di diverso rispetto al tossico che ha l’appuntamento con la sua dose e arriva all’evento tanto atteso preparando minuziosamente la siringa. Così come il tossico freme per farsi la dose, il truzzo della discoteca aspetta il sabato sera per imbottirsi di alcol. E il giorno dopo, ovviamente, si dorme fino alle 2 del pomeriggio con un gran mal di testa a fare da sveglia. Parliamo di gente sbandata che nel giro di poche ore si fa fuori troppi drink e finisce devastato. Dite che l’alcol aiuta a disinibirsi? Francamente, se uno ha bisogno di una droga per superare le inibizioni, ha qualche problema. Sì, idealmente potrete dire che eccedere sulla filosofia del “semel in anno licet insanire” non influisce nella salute come chi beve un litro di vino tutti i giorni. Può darsi, ma si sta male sul momento e il mattino dopo ne subiremo gli effetti, perdendo ogni volta degli attimi di vita. Quindi: perché mai fare una stupidaggine del genere?

L’alcolismo da sabato sera ha suscitato maggior sensibilità negli ultimi anni, anche se purtroppo non ancora abbastanza per responsabilizzare le persone sul consumo eccessivo di alcol. A prescindere dalla definizione, il meccanismo è sempre lo stesso e comporta svariati problemi di salute e sociali. Anziché usare definizioni alternative per sminuire il problema, si dovrebbe dire le cose come stanno, e cioè che il binge drinking è sempre una forma di alcolismo. Poi, la sottodistinzione ci può anche stare, ma trattasi sempre di alcolismo. Se non impariamo a dirlo, il binge drinking non verrà mai ritenuto un serio problema dalla gente.

Cos’è il binge drinking?

La definizione di binge drinking non è unanime. Ognuno ha dato definizioni diverse, basate sulla quantità di alcol consumato o sul tasso alcolemico. L’OMS ha dato la sua definizione. Il binge drinking è:

60 g o più di alcol puro in almeno un’occasione nei precedenti 30 giorni.

Per le donne si dovrebbe abbassare a 40 g, visto che, pesando meno e avendo una percentuale maggiore di massa grassa per costituzione, si ubriacano di più rispetto ai maschi (a pari quantità di alcol). La verità è che non esiste una definizione universale per il binge drinking. Ad esempio, nel Regno Unito il “drink” corrisponde a 8 g. Lì, il binge drinking è definito come 8 o più drink per gli uomini (64 g o più) e 6 o più per le donne (48 g o più). Tuttavia, gli inglesi hanno posto a 16 g la quantità tollerabile di alcol al giorno sia per gli uomini che per le donne. In effetti, gli inglesi tendono a bere molto nel fine settimana. Pertanto, devono mediare questa loro attitudine rispetto a noi italiani che tendiamo a farlo in modo più frequente. È diversa la lingua, ma il messaggio resta invariato!

I parametri che realmente contano per identificare il binge drinker sono:

– la frequenza;
– l’obiettivo mirato dell’ubriacarsi.

Se volete ridurre gli alcolici, potete farlo gradualmente, avvicinandovi pian piano ai limiti consentiti.

È la psiche che realmente identifica il binge drinker, più che la ricerca di una quantità che metta tutti d’accordo. È chiaro che l’intossicazione fa sempre male, esiste ed è molto grave. Ma non è questo il fattore determinante per il binge drinking, bensì lo è la predisposizione psicologica a ricercare l’eccesso. In tale definizione, rientra anche chi beve troppi bicchieri di vino a fine anno perché “semel in anno licet insanire”. È un modo di atteggiarsi rovinoso, perché psicologicamente si correla allo sballare “premeditato” in una vita non del tutto vissuta in pieno. Si beve a fine anno, si beve a Pasqua, si beve alla pizza con gli amici ecc. E poi, cosa pensate che imparino i vostri figli? Che è lecito ubriacarsi al sabato sera!

I problemi del bere troppo

Assolutamente non bisogna sottovalutare il consumo eccessivo degli alcolici, senza essere per forza alcolisti conclamati. I binge drinker sono poi, spesso, anche dei fumatori, quindi abbiamo un binomio salutistico devastante. Già il fumo da solo è cancro allo stato puro. Per non dire di tutti quegli idioti che mischiano farmaci o droghe per aumentare lo sballo. I problemi di cuore legati all’abuso di alcol sono molto gravi, tanto che è stata identificata una vera e propria sindrome: la sindrome del cuore in vacanza. Sembra quasi uno scherzo, e invece è così. Succede a coloro che in vacanza, appunto, o al sabato sera eccedono con gli alcolici e sperimentano problemi cardiaci vari. I sintomi della sindrome del cuore in vacanza sono diversi, ma identificabili: aumento del battito cardiaco, vertigini, palpitazioni, respiro corto, sudorazione. I sintomi passano come l’alcol viene smaltito (12-24 ore), ma è chiaro che, se l’abuso è frequente e si protrae negli anni, il cuore finisce per scoppiare definitivamente. In cuori già compromessi dagli eccessi, sopraggiunge proprio la morte improvvisa. In alcuni casi, gli effetti di un’assunzione elevata possono durare fino a 4 o 5 giorni. Praticamente, se bevete al fine settimana, appena recuperate siete già nuovamente a bere, con un sovraccarico dell’organismo non minimale.

Altre conseguenze del binge drinking sono:

– ipertensione;
– diabete di tipo II;
– sindrome metabolica;
– problemi legati all’aterosclerosi in generale.

Il ruolo della società

Non mi riferisco solo ai vecchietti che si calano il grappino e spingono anche i giovani a farlo. Per questo motivo, ne ho parlato in un altro articolo. Francamente, quando vedo il solito servizio del TG che accusa i giovani sull’abuso di alcol o la dipendenza da social network, storco il naso. Se leggete l’articolo che vi ho linkato, nella parte sul ruolo della società, capirete perché ho questa reazione.

Non è un problema di oggi!

Non vorrei che il problema del binge drinking fosse ridotto solo all’immagine degli ubriachi in discoteca. Il problema è molto più complesso e anche gli adulti che accusano le discoteche non sono affatto esenti da colpe: i giovani prendono esempio dagli adulti. Quindi, se siete voi adulti, per primi, a bere qualche bicchiere di troppo alla serata di gala tornando a casa a zig zag, come potete pretendere che i vostri figli non lo facciano nel loro gruppo sociale? Dunque, il consiglio agli adulti è: imparate a dare il buon esempio, ancor prima di riprendere i vostri figli perché bevono troppo in discoteca! Gli adulti dovrebbero teoricamente dare il buon esempio ai giovani. Ma se ad ogni possibile occasione diventano loro stessi degli alcolizzati perché “semel in anno licet insanire”, non stupiamoci più di tanto di quello che combinano i nostri figli. Per loro valgono tutte le considerazioni sul binge e la sindrome del cuore in vacanza. Se tornate a casa barcollando dalla serata all’opera, pensateci meglio prima di dire che tanto un bicchiere di vino in più ogni tanto è concesso. È proprio la superficialità che si dà a quel “bicchiere in più” che fa la differenza. Rifletteteci, invece. Fatelo per voi, per i vostri figli, per i vostri amici e per chi vi sta accanto. Questo aspetto non è ben compreso da molte persone, le quali credono che sia solo questione di tempi e generazione. Certamente oggigiorno non si lavora per campi da mattina a sera e, 60 anni fa, la macchina era un lusso. Ma si beveva, si beveva eccome anche all’epoca. All’epoca lo si faceva nella cantina di campagna, o alle sagre del paese, ma si beveva. Ancora adesso è molto comune trovare un veneto che si fa la bozza di vino nella cantina a fine giornata! Se ritenete che le generazioni attuali non rimangano influenzate da queste malsane abitudini, siete degli illusi. Le aggravanti della società del terzo millennio ci sono, non lo nego affatto (computer, social network, auto per tutti i membri della famiglia, lavoro sedentario ecc), ma da qualcuno, ahimè in questo caso negativamente, si “impara”. Oggigiorno si ha la macchina e, dopo aver bevuto, ritrovandosi magari a centinaia di chilometri da casa, non stupisce se ci si mette a giocare a birilli con qualche pedone che va a messa al mattino. Semplicemente, all’epoca si tornava a casa a piedi, ma per ubriacarsi ci si ubriacava, e anche parecchio. La macchina è cioè un’aggravante, ma i problemi di alcol non sono cosa di oggi! Il fenomeno è comunque generalizzato a diversi comportamenti, non solo per quanto riguarda l’alcol, pertanto ne ho discusso anche qui.

I bisogni di un figlio e come educarlo

Ho letto un articolo di Andrea Tibaldi (cibo360.it) che ritengo molto valido sulla trattazione del cibo alla scuola elementare. Condivido qui sul sito la parte finale dell’articolo perché ci aiuta a capire come possiamo prevenire che i bambini, una volta cresciuti (dall’età adolescenziale in poi, diciamo), sviluppino una serie di problemi che possono rivelarsi anche molto gravi. L’educazione, in sostanza, non dev’essere solo trasmessa, ma anche rafforzata nel momento in cui il bambino si ritrova nell’ambiente sociale esterno alla sua famiglia (leggasi: la scuola, le compagnie). Purtroppo, molti genitori finiscono per limitare l’educazione dei propri figli solo ai primi anni di vita, salvo poi parcheggiarli dai nonni o a scuola senza che venga insegnato come avere autonomia e stabilità emotiva. Questo “vademecum” non dice ovviamente tutto su come educare un figlio, ma è un buon punto di partenza a cui sono sicuro pochissimi arrivano. Buona lettura.

[…]
Cosa sapere

A contatto con i coetanei, con nuove conoscenze intellettuali ed interpersonali, il bambino sperimenta nuovi gusti, giochi, abilità. Gli adulti, specialmente i genitori, sono i modelli di riferimento, gli “specchi” rispetto ai quali il fanciullo scopre differenze e somiglianze che lo riguardano.

Durante questa fase si organizzano i processi di identificazione e differenziazione su cui si basa la costruzione dell’immagine di sé e in cui si attendono e verificano le proprie modalità di attaccamento ed emancipazione dalle figure significative, è la fase in cui possiamo notare le prime espressioni del carattere.

Si comincia a delineare un senso di sé strutturato e stabile.

Lo sviluppo cognitivo da ora e fino all’adolescenza è caratterizzato proprio dalle forme che assume il senso di sé del bambino e questo va sempre correlato con il senso degli altri che il bambino ha.

La fanciullezza rappresenta comunque un periodo di grande vulnerabilità in quanto i genitori hanno la possibilità di ridefinire completamente le emozioni del bambino, anticipandogliele e/o facendogliele provare a comando, tanto che il bambino finisce poi con l’avere un senso di sé ricavabile esclusivamente dagli altri – come accade in particolare proprio ai bambini che presentano disturbi della alimentazione.

Questa confusione tra i propri stati interni (scambiati infatti spesso per fame dai bambini obesi o per inappetenza da quelli sottopeso o anoressici) e i desideri o le aspettative degli altri può addirittura finire con il coinvolgere l’identità di ruolo, che tende a stabilizzarsi proprio intorno ai 5-6 anni.

Cosa fare

Bisogna assicurarsi della condizione dei vissuti tra genitori e figli, evitare di incorrere nella situazione ad alto rischio per il quale a genitori che giudicano i figli come “perfetti ed educati” corrispondono i figli con una percezione di sé di infelicità ed isolamento. È a questa età che, per tali motivi, possono comparire i primi disturbi della alimentazione e le incessanti attenzioni delle madri alla dieta.

Il bambino va aiutato a decifrare con chiarezza cosa va bene e cosa no, cosa è accettato/accettabile e cosa no, ad esprimere – fornendogliene un modello appropriato – le sue emozioni e senza che tema per questo la critica, gli va insegnato che sbagliando si impara e che non è obbligatorio essere perfetti.

Così il bambino acquisterà una maggiore stabilità emotiva e la capacità di cogliere il punto di vista altrui aumentando le sue abilità relazionali oltre alla sua autonomia.

Il genitore dello stesso sesso viene sempre più assunto a modello e sarà bene che ne sia consapevole e regoli di conseguenza il suo comportamento verso il figlio, mentre il genitore di sesso opposto da figura protettiva che era diventa sempre più il banco di prova della propria accettabilità sessuale prima del debutto adolescenziale.

Cosa non fare

Una particolare attenzione va fatta a non chiedere al bambino di provare una emozione piuttosto che un’altra (“stai tranquillo”, “non essere nervoso” ecc.) ma aiutarlo a decifrare da solo quello che prova.

Così è opportuno evitare di dedicare una eccessiva attenzione ai risultati delle sue prestazioni e soprattutto alle apparenze ed alle sue caratteristiche esteriori: con la sua modalità concreta di pensare il bambino comincerà altrimenti a credere di valere qualcosa solo se esprime una forma fisica adeguata o se ha prestazioni eccezionali e per questo sarà così in ansia da commettere più facilmente errori, anche alimentari.

Se il bambino impara a preoccuparsi troppo di essere ben accettato dall’esterno, non riuscirà a dedicare adeguata attenzione ai propri stati interni, ai suoi gusti, alle sue emozioni e di conseguenza gli risulterà particolarmente difficile raggiungere gli adeguati livelli di autonomia e di tutte quelle abilità di confronto e impegno con gli altri che possono dare quella sicurezza di sé utile al suo corretto sviluppo psicofisico.

Al genitore di sesso opposto la raccomandazione di essere qualitativamente presente per evitare che nel figlio si sviluppi una personalità da abbandonato, i cui tratti sono spesso presenti nei soggetti in sovrappeso.

La sculacciata

Davvero è desolante come molti genitori siano contro la violenza sui bambini ma tentino di inventarsene di ogni tipo per giustificare che la sculacciata è giusta, anche se “non sempre, quando ci vuole”. Per questo motivo, riporto due trafiletti da corriere.it basati su due studi diversi ma con medesime conclusioni. Il primo trafiletto è del 16 settembre 2009, il secondo del 24 ottobre 2013.

Sculacciare i bambini piccoli li rende più aggressivi quando cresceranno e ritarda il loro sviluppo mentale. Lo indica una studio condotto da un gruppo di ricercatori della Duke University, della University of Missouri-Columbia, la University of South Carolina, della Columbia University, della Harvard University e della University of North Carolina. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista «Child Development».

LO STUDIO – Lo studio ha coinvolto bambini di età compresa tra i 5 e i 16 anni. Dai risultati è emerso che i bambini che hanno ricevuto sculacciate come punizione hanno avuto un rischio triplicato di mostrare comportamenti anti-sociali rispetto ai bambini non castigati fisicamente. Non solo i bambini sculacciati hanno ottenuto risultati meno positivi ai test di misurazione delle loro capacità cognitive.[…]

 

[…]EFFETTI DEVASTANTI – Alcuni studiosi della Columbia university di New York hanno analizzato 1.900 bambini nati in 20 diverse città degli Stati Uniti tra il 1998 e il 2000, prendendo in esame l’eventualità che i piccoli fossero stati sculacciati a 3 e 5 anni, e nel caso quanto spesso. Lo studio, pubblicato sulla rivista Pediatrics, parla chiaro, dati alla mano: il 57% delle mamme e il 40% dei papà presi in esame ha sculacciato i propri figli a tre anni di età: quando i bambini hanno raggiunto i 5 anni la percentuale è scesa al 52% per le mamme e al 33% dei papà. I bambini sculacciati a 5 anni hanno successivamente evidenziato – in particolare negli anni della scuola elementare – comportamenti più aggressivi della norma, un vocabolario ridotto e capacità verbali inferiori alla media. Gli effetti più negativi sono stati individuati nei piccoli che erano stati sculacciati in media due volte a settimana dalle madri.[…]

Quindi? Quindi è esattamente quello che vado propagandando da sempre. Non si tratta solo di essere più aggressivi della norma, ma anche di avere ridotte capacità verbali e cognitive. In pratica, le sculacciate fanno diventare stupidi. Ciò è comprensibile perché un bambino, per diventare adulto autonomo, felice e capace di amare, che sa comprendere il mondo per prevenire i problemi che può, dev’essere educato attraverso il dialogo. Se un genitore deve arrivare anche solo a sculacciare suo figlio, la colpa non è del figlio che sbaglia ma del genitore che è incapace di far valere il suo punto di vista con raziocinio. D’altronde, considerando le scarse facoltà logico-razionali della maggior parte delle persone, nemmeno mi stupisco dei risultati delle due ricerche. Non sculacciate i vostri figli, ma dialogate con loro e spiegate come e perché hanno sbagliato. Non c’è alcuna argomentazione logico-razionale per cui si debba ricorrere alla sculacciata. Ma basta semplicemente il buon senso per capirlo, non serve essere Stephen Hawking o Richard Dawkins. Se non siete capaci di dialogare razionalmente, forse avreste dovuto pensarci meglio prima di fare un figlio. Da notare come chi sostiene che sculacciare sia un modo per educare non abbia studi a suo favore dove i bambini sculacciati sono meno aggressivi e più intelligenti della media, mentre ne esistono tanti che dicono il contrario.

Alla resa dei conti, il termine “sculacciata” non è altro se non un metodo alternativo per identificare una punizione corporale, minore delle classiche botte da Telefono Azzurro ma pur sempre un atto di violenza perpetuato da chi non sa gestire un discorso razionalmente. Insomma, chi sculaccia è senza dubbio un fallito come genitore. Chi ama (e i figli vanno fatti per amarli) è calmo e paziente, conosce e dialoga, non si fa deviare dallo stress e dal nervosismo. Non credete che i bambini non vi capiscano perché hanno 3 anni. I bambini capiscono più di quello che si crede e hanno un potenziale di apprendimento maggiore di quello degli adulti (provate a imparare una lingua a 4 anni e poi a 30 anni, a 30 anni avete più difficoltà!).

Se dovete usare la sculacciata o la violenza in genere per imporvi, siete solo dei poveracci che non sanno esporre le proprie idee in modo razionale e con le parole di cui madre natura ci ha dotati. Siete solo uno spreco di umanità, dei falliti esistenziali che se la prendono con i più deboli.

Le cattive compagnie

Molti genitori si interrogano, preoccupati, su come evitare che il proprio figlio incappi in amicizie sbagliate. È incredibile, spesso ci si preoccupa come allontanare il figlio da cattive ingerenze, ma si fa poco per essere vicini al figlio. Tanti genitori credono che crescere un figlio voglia solo dire fornire tetto, cibo, istruzione. Altri hanno una visione limitata che separa il ruolo di genitore da quello di amico. Sono tutti errori! 60 anni fa, la maggior preoccupazione era dedicata alla sopravvivenza e quindi si tendeva a trascurare l’aspetto emotivo di un figlio. Oggigiorno, questo approcio è del tutto fallimentare, perché il tempo libero viene interpretato in modo sbagliato. Pertanto è necessario che il genitore sappia ANCHE essere un amico. Solo così riuscirà a guadagnare la leadership e l’autostima del figlio. Solo così riuscirà ad essere un eroe per lui (o lei, si intende, chiaro!). Se sapete fare questo, vostro figlio avrà molta meno probabilità di finire in giri sbagliati e vi rispetterà automaticamente, fidandosi di voi. È però ovvio che, per fare questo, il genitore in primis dev’essere equilibrato! E se anche non lo fosse, almeno deve mostrare impegno nel migliorare. Non a caso, nell’articolo “La società dei falliti“, spiego che lo spacciato non è il drogato che cerca di risalire la china, ma chi non ha alcuna predisposizione a cambiare e migliorare! Questo aspetto è importante, perché poi è ovvio che succedano cose come quelle che ho scritto in “So ragazzi… dementi!” Imparate non solo a fare i genitori, ma anche a essere amici dei vostri figli. Coinvolgetevi, anziché limitarvi al solito “com’è andata a scuola?”. Imparate a sapere quale band musicale gli piace, quale film lo appassiona, quale sport vuole davvero praticare anziché quello che voi vorreste che praticasse. Solo così potrete tenere vostro figlio alla larga da quei tanti ragazzi che oggigiorno “infestano” (a causa di una cattiva educazione) la nostra società. Certo, il rischio c’è sempre, il sociopatico di turno che ammazza vostro figlio può sempre capitare. Ma un genitore che non trasmette dei buoni insegnamenti a suo figlio è un pessimo genitore, ancor prima che arrivino le cattive compagnie. Non è solo dalla classica famiglia violenta e disfunzionale che possono esserci problemi emotivi o comportamentali nei figli. Spesso questo tipo di problematiche avviene in famiglie del tutto normali, che però hanno trascurato tutto ciò che riguarda il saper vivere. Tantissimi genitori credono di aver fatto tutto al meglio e non sanno spiegare i perché di un comportamento del figlio. Poi, però, la lacuna si trova sempre. Non siate così arroganti!

La malattia di essere giudici della società
La vera autostima non dipende dall’esterno

Halloween, non solo consumismo

Il 31 ottobre è Halloween, una festività anglosassone che negli ultimi anni è diventato popolare anche in Italia. Nei paesi anglosassoni, le decorazioni vengono messe con settimane di anticipo. I colori predominanti sono il viola, l’arancione e il nero, un po’ come il rosso per il Natale. Ad Halloween, le usanze sono molte. Quelle più famose sono due. La prima riguarda i bambini, i quali vanno in giro vestiti per chiedere dolci bussando alle porte delle persone con la tipica frase “trick or treat” (“dolcetto o scherzetto”). La seconda riguarda un po’ tutti ed è quella di intagliare una zucca per porvi, all’interno, un lume. In generale, poi, per Halloween è usanza anche organizzare party e ritrovi per vedere film in tema horror o raccontarsi storie. Naturalmente, in pieno stile anglosassone (e del nord Europa in generale), grande importanza viene data al cibo e in particolare ai dolci. Halloween infatti è contraddistinta dalla preparazione di dolci tipici. Alcuni sono anche di tradizione italiana, come quelli a base di mandorle, cacao, amaretti nelle loro innumerevoli varianti regionali. Altre sono di stampo anglosassone, come i brownie, la torta di zucca, ma perché no pure il pan di zenzero originario della penisola geografica della Scandinavia (Svezia, Norvegia e Finlandia). Interessante, in questo periodo, come i pasticcieri si ingegnino a creare forme sempre più originali e appariscenti con ingredienti che per il resto dell’anno sono normalissimi, ma che per Halloween danno vita a creazioni come biscotti a forma di dita o di pipistrello o di fantasmi. Quest’atmosfera di gioco (ai bambini anglosassoni, fin dalle elementari vengono insegnate filastrocche a tema) e di coinvolgimento del cibo ha reso Halloween quella festa consumistica che è oggi, sicuramente nei paesi anglosassoni ben più famosa della Pasqua (in Inghilterra, ad esempio, sono tutti pronti per Halloween mentre Pasqua viene trascorsa senza accorgersene a differenza dell’Italia dove forse conta più del Natale!).

Halloween

Le origini

Ma Halloween ha un significato che va al di là del gioco e dei dolci creati per questo periodo. Il termine “Halloween”, infatti, significa “All Hallow’s Eve”, ovvero “Vigilia di Ognissanti”. Ognissanti è una festività resa ufficiale dal cattolicesimo nell’840 d.C. da papa Gregorio IV (seguita dalla Commemorazione dei Defunti). Il problema di Halloween è che le sue origini sono molto confuse, è un mix di paganesimo e cristianesimo. Una delle ipotesi fa risalire le origini di Halloween a Samhain, una festa delle isole britanniche molto antica che sanciva la fine del periodo di raccolto prima del rigido e difficile inverno. Per questo motivo, il 31 ottobre è chiamato anche Capodanno Celtico. Non solo, fra la notte del 31 ottobre e il primo novembre si riteneva che la barriera fra vivi e morti cadesse (“un giorno che non esiste”), permettendo quindi ad entrambi di entrare in contatto, in modo tale che i propri cari si potevano ritrovare. Dall’altro lato, le usanze della zucca e del “trick or treat” vengono fatte risalire al cristianesimo. In realtà, gli irlandesi intagliavano le rape e non le zucche e solo con l’immigrazione di inizio ottocento avrebbero iniziato a usare le zucche perché più reperibili. Può sembrare strano, infatti, ma nelle isole britanniche non si trovano le zucche. Chi ci ha vissuto lo sa bene! Si trovano le butternut squash, ma per il resto le uniche zucche che arrivano sono solo quelle per Halloween da intagliare. La zucca infatti comunque è stata importata dall’America! Ma perché c’era questa usanza di intagliare rape e zucche? Perché era semplicemente un modo di intercedere per i defunti, di solito i propri cari. Il “trick or treat” è forse una rivalutazione in chiave moderna di quando, nel Medioevo, i poveri ricevevano cibo in cambio di preghiere anche in questo caso per i defunti nel Purgatorio. Insomma, Halloween oggi è conosciuto per i suoi connotati consumistici e di divertimento, però scopriamo che il suo significato è più profondo. È una festa dedicata ai morti (ma ancora non si parla di streghe, vampiri e fantasmi), al cambiamento delle stagioni che per gli antichi era fondamentale, di importanza vitale e imprescindibile. Non racchiude particolari messaggi di divinità e forse è per questo che in generale i cristianesimi protestante, evangelico e cattolico li condannano definendola come festa satanica, del maligno, demoniaca e altre stupidaggini da fanatici e intolleranti religiosi (e certo, ci mancherebbe).

Genitori-figli e sindrome di Stoccolma

PREMESSA: leggete la nota in fondo all’articolo.

La sindrome di Stoccolma è una condizione psicologica che si ha quando un soggetto (vittima) subisce un sequestro o un abuso ma origina sentimenti positivi, quasi di affetto, per il sequestratore o l’abusatore, identificandosi con lui. Cosa c’entra la sindrome di Stoccolma con il rapporto tra genitori e figli? Mi è venuta in mente la sindrome di Stoccolma pensando a un’amica che avevo tempo fa. La conobbi a inizio 2010. Era una personalità interessante, dai pensieri profondi e molto intelligente. Tuttavia, aveva dei problemi. Era in contrasto con i genitori e, in misura minore, con la sorella reputata (a ragione) snob. Fui per lei una specie di guida ed effettivamente alcune cose migliorarono. Le insegnai ad affrontare i problemi “di petto” e a reagire alle situazioni difficili. Dopo un po’, però, iniziò a cambiare. Iniziammo a parlare sempre meno e, una volta, non ricordo se in chat o di persona, mi disse che era carina e doveva sfruttare questa sua qualità. Inoltre cambiò modo di vestirsi, imitando per certi versi la sorella e abbandonando i suoi consueti abiti semplici (e la semplicità è una vera qualità da apprezzare). Non era più lei, non la riconoscevo e ammetto di aver certamente avuto anche la mia parte nella fine dell’amicizia. Senza approfondire troppo la vicenda, la domanda che ora ci interessa è: cosa l’era successo? L’era successo quello che succede a molte persone che hanno contrasti adolescenziali con i genitori. Superata la fase della ribellione, il figlio cresce e cerca di recuperare il rapporto con i genitori, di compiacerli nel tentativo di essere finalmente accettato. Cambia la strategia: non urlo più per essere ascoltato, ma faccio quello che vuoi perché tu mi consideri. Le dinamiche coinvolte nella mente delle persone in gioco sono simili a quelle nella sindrome di Stoccolma. Nella sindrome di Stoccolma, sequestrato e sequestratore capiscono di avere lo stesso obiettivo: uscirne vivi. Solo che la polizia non lo permette perché insiste nel voler far arrendere il sequestratore! Strano ma vero, è questo che avviene. Allo stesso modo, figlio e genitori capiscono di avere lo stesso obiettivo: essere ascoltati. Purtroppo così il figlio non riesce ad essere davvero libero. Per essere accettato, dovrà fare ciò che aggrada ai genitori, rimanendo di fatto ancora in gabbia… solo che vengono tolte le catene perché ritenuto ormai innocuo. La prova evidente di questo sta in un carattere che comunque non esprime una particolare energia vitale. Si dice che così va bene perché si è guadagnata la serenità, ma non si percepisce una piena e convinta felicità. Insomma la vita è tutto sommato mediocre. Meglio di prima indubbiamente, ma nemmeno il top. Nella maggior parte dei casi, una situazione migliore viene ritenuta impossibile proprio perché si pensa a quando si stava peggio e non a quello che si può ancora avere. Quando confuto brutalmente ogni vana argomentazione del mio interlocutore, finisce 99 volte su 100 con un “sei solo fortunato” che mi fa capire che quella persona è spacciata. Qual è la soluzione giusta per essere liberi? La soluzione giusta è darsi da fare, impegnarsi, per costruirsi la propria vita dimenticando i propri genitori, senza però odiarli né provare rancore per loro. La fase di ribellione testimonia la differenza incompatibile di valori tra i genitori e il figlio. Se il figlio asseconda i genitori, vuol dire che non sta seguendo la sua strada, ma quella voluta dai genitori. Allora il figlio non è realmente (o ancora) maturo e adulto. Da notare come, a volte, capiti che quelli che prima erano gli amici fidati passino dalla parte dei “cattivi” se tentano di far presente la situazione, in uno scambio di ruoli (prima erano i genitori a fare la parte dei “cattivi”!) molto subdolo.

Nota bene

Il mio discorso si basa su genitori non equilibrati incapaci di educare correttamente un figlio e che quindi sono la causa principale dei problemi del figlio. Lungi da me dal generalizzare il discorso a tutti i genitori. Se un genitore sa educare bene il figlio insegnandogli a comprendere e amare il mondo, i valori giusti e coerenti con la società moderna, è decisamente improbabile (ma non impossibile, e bisognerebbe indagare) che ci siano contrasti nel rapporto genitore-figlio.

Disturbo evitante di personalità

Il disturbo evitante di personalità (in inglese, abbreviato in AvPD, ovvero Avoidant Personality Disorder) è un quadro clinico appartenente ai disturbi di personalità dove, sostanzialmente, il soggetto che ne soffre evita determinate situazioni e/o persone ritenute, senza alcun oggettivo motivo, come minacciose e/o disagevoli. Sta proprio nella dicitura “senza alcun oggettivo motivo” il passaggio alla patologia. Se, ad esempio, so che un quartiere di città è malfamato e ci sono elevate probabilità di essere derubato o aggredito, non posso dire di soffrire del disturbo evitante di personalità se evito di recarmi in quel quartiere. Il manuale dei disturbi psichiatrici, il DSM, nella sua quarta revisione (IV), propone questi criteri per diagnosticare il disturbo evitante di personalità. È necessario che siano presenti quattro o più dei seguenti caratteri:

– evita attività professionali che implicano significativi contatti personali, a causa di timori di critiche, disapprovazioni o rifiuti;
– è riluttante a coinvolgersi con la gente a meno di avere la certezza di essere accettati;
– mostra ritegno all’interno di relazioni intime a causa del timore di essere deriso o ridicolizzato;
– è preoccupato di essere criticato o rifiutato in situazioni sociali;
– è inibito nelle nuove situazioni interpersonali a causa di sensazioni di inadeguatezza;
– vede se stesso come socialmente incapace, non attraente a livello personale o inferiore agli altri;
– è insolitamente riluttante a intraprendere rischi personali o di impegnarsi in qualsiasi nuova attività perché può provare imbarazzo.

È interessante notare come l’evitante può anche sfociare in eccessi di rabbia o litigi. Ciò è dovuto alla sua condizione “intrappolata” nello sminuirsi o nel cercare sempre un compromesso con gli altri, venendo però meno alla propria libertà e al proprio modo di essere.

Disturbo evitante secondo i Peanuts

Cause e meccanismi

Le cause del disturbo sono variegate, un mix di fattori soprattutto ambientali ma anche genetici e biologici. Le esperienze di vita che riguardano gli evitanti vanno dalla presenza di genitori ultra-protettivi all’assenza stessa di figure genitoriali amorevoli. Il filo comune è che il soggetto evitante si è visto mancare nel bisogno di riuscire ad affrontare il mondo, senza l’opportunità di trovare una sua autostima interiore per poter gestire il suo rapporto con l’esterno (scuola, amicizie, conoscenti, insegnanti ecc). Così, l’evitante manifesta il suo disturbo in correlazione ad altre manifestazioni patologiche come attacchi di panico e di ansia, disturbi ossessivo-compulsivi, bipolarismo, depressione, fobie, dipendenza affettiva (con la dipendenza affettiva, può sembrare strano perché si tratta pur sempre di evitanti, l’evitante spera di appagare i suoi bisogni attraverso un partner che, in realtà, non è nelle possibilità di appagare tali bisogni; non avviene sempre, ovviamente).

L’evitante non ha consapevolezza delle sue reali facoltà, le sminuisce. Altre volte, diventa diffidente e può sviluppare un vero e proprio disturbo delirante come sintomo della sua insicurezza e mancanza di autostima. Ingigantisce le problematiche, è marcatamente pessimista e non riesce a mettere sulla bilancia i lati positivi e negativi di un contesto perché magari vorrebbe solo avere lati positivi. Molto spesso, vi è un allontanamento emozionale quando si creano i presupposti di creare una relazione intima, reagendo, non di rado, in modo aggressivo e ingiurioso (forma di violenza, ricordiamo), come se ciò “esorcizzasse” la presunta minaccia. Oppure l’evitante scappa via, si dilegua (sì, come fa Lucy con Raj nella sitcom The Big Bang Theory fuggendo dalla finestra del bagno) quando si sente, immotivatamente (vedi il discorso sull’oggettività), sotto pressione o accusato.

Trattamento

È difficile curare questo disturbo, per via della correlazione con altri disturbi. Si tratta di un quadro clinico molto complesso, dove la terapia può prevedere una comunanza tra cura farmacologica, psicoterapia cognitivo-comportamentale e sedute psicologiche di base, oltre a una specifica terapia per eventuali dipendenze. L’obiettivo è quello di insegnare al soggetto ad avere abilità sociali e ad aumentare i suoi rapporti sociali. Fondamentale, in una terapia volta alla risoluzione del disturbo evitante, mantenere fiducia con il terapeuta, cosa tutt’altro che banale poiché, se l’evitante mostra sfiducia e diffidamento nei confronti del terapeuta, abbandona la terapia proprio in quanto evitante. Occorre dunque rivolgersi a un evitante con particolare attenzione, se si vuole riuscire ad abbattere le sue false credenze sia verso se stesso sia verso il prossimo e le situazioni sociali.