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Ipocrisia all’italiana e il rapper Cally che racconta la realtà cruda

Che la vetrina di Sanremo fosse antiquata e retrograda si sapeva. Una volta in cui si cerca di stimolare su qualcosa di diverso, però, ecco che arrivano le polemiche e viene fuori tutta l’arretratezza del popolo italico. Mi riferisco al rapper Cally per Sanremo 2020, accusato di misoginia e di incitare allo stupro. I politici si scatenano. C’è chi lo definisce vergognoso, chi disgustoso e chi, in modo un po’ più pacato, eticamente inaccettabile. Fra l’altro, mi fa specie che sia la Lega a scandalizzarsi per Cally, quando ha sempre promosso la donna come una nutrice che bada alla famiglia ed è devota al marito. Ed è lo stesso Salvini a farsi l’autogol che, parlando di stuprare e violentare, dice “lo fai a casa tua”. Ammissibile il lapsus ma, vedendo quello che accade in alcune famiglie bigotte o tradizionaliste (che votano per lui, visto che bacia il rosario), non credo che il suo vero pensiero sia tanto lontano. Oppure sono gli stessi politici pro Family Day, che vedono uomini e donne come cavie per mettere al mondo nuova prole e nuovi potenziali fedeli per il papa (volutamente in minuscolo). Ah, tutto questo invece non è misoginia, no, figuriamoci. Qui sta l’ipocrisia, perché puntare il dito contro un brutto ceffo con la maschera è più facile e accontenta tutti (come d’altronde anche prendersela con gli immigrati). Sia mai che lo si faccia verso quelle buone famiglie italiane che vanno a messa ogni domenica, ma poi picchiano i figli o dove il padre tiene la moglie segregata a fare le faccende di casa. Le accuse a Cally rappresentano tutto il fallimento dell’Italia in termini di modernità. Perché non è tanto questione di fare arte liberamente, ma di riflettere su quello che accade quotidianamente. Le accuse sono il sintomo di un popolo che non vuole vedere e non sa essere moderno. Se la sono tutti presa con la volgarità dei testi di Cally, ma nessuno, e dico proprio nessuno, ha criticato il modello sociale che poi porta alla violenza contro le donne. Nessuno ha criticato che le bambine crescono con le bambole e i bambini con i soldatini. Nessuno ha criticato l’ideale di famiglia con l’uomo che porta pane e la donna che lavora in casa. E sono tutti meccanismi che creano la figura dell’uomo virile e della donna sottomessa, da cui è facile arrivare alla violenza. Puntiamo il dito contro Cally, che tanto è solo un individuo volgare che si mette la maschera per fare show, e hai messo d’accordo (incredibile!) sia la sinistra che la destra.

Chi conosce il sito sa che il rap non mi piace. Ascolto ben altro genere di musica. Tuttavia, siccome non sono afflitto dalla malattia dell’ipocrisia, sono andato a leggere con attenzione il testo incriminato, che si intitola “Strega”. Ebbene, è volgare, anche per i miei gusti abituati agli Slayer. Ma non ci vedo proprio nessuna istigazione alla violenza di genere. Ci vedo la crudissima realtà di quello che avviene quotidianamente, ma che ignoriamo per poi scandalizzarci quando il dramma è già compiuto. Eccolo qui il problema degli italiani: omertà, censura, ipocrisia, negazionismo. Andiamo sempre a dire che quella famiglia è sempre stata normale, che quel tizio è sempre stato un onesto lavoratore. E poi cadiamo dal pero quando avviene il fattaccio. Educhiamo i nostri figli con la storia degli unicorni e della cicogna, così da adulti sono esistenzialmente dei grandissimi tonti. Cally, a prescindere dalla volgarità che può essere tollerata o meno, ha scoperchiato un tema molto scottante. Di recente, è arrivato il codice rosa per la violenza sulle donne, ma trovo che sia una pagliacciata. Non perché le donne hanno la priorità, ma perché con quel “rosa” si tratta sempre la donna come una figura che dev’essere casta e angelica. Ma rosa che? Siamo forse all’asilo, dove i maschietti hanno il grembiule azzurro e le femminucce quello rosa? Se una donna è stata violentata o stuprata, l’ultima cosa a cui pensa è di essere “rosa”! Ma l’italiano medio è fatto così. Non ti dicono che il nonno è morto perché è il ciclo della vita, ma che è andato in cielo (discorso uguale per la nonna o il cane tanto amato). Sembra una sciocchezza, ma pensate ai danni che provoca raccontare continuamente storie del genere a un bambino che dovrebbe diventare un adulto maturo. Serie TV come Special Victims Unit sono sotto il giogo del parental control. Ovvio, non è che questi programmi devono essere fatti vedere a un bambino di 4 anni, ma sicuramente gli adolescenti imparerebbero molto. Anzi, molti adulti avrebbero da imparare dalle storie di Special Victims Unit.

A conferma di quanto detto, Cally nei suoi testi si scaglia anche contro il sovranismo. Dice:

“La politica ormai sta su internet e i populisti sono quelli che vorrebbero risolvere i grandi problemi con i video su Tik Tok e le soluzioni buttate lì. Le soluzioni si cercano studiando”.

Oppure:

“Spero si capisca che odio il razzista che pensa al Paese ma è meglio il mojito e pure il liberista di centro sinistra che perde partite e rifonda il partito”.

Un testo di Cally (e lo dico ascoltando un genere musicale ben diverso) dice molto più di quelli tipici del pop che parlano di sole, cuore e amore. Per gli ipocriti, tuttavia, tutto quello che si guarda è la volgarità. Notate come abbia parlato di studiare, cosa di cui purtroppo pochissimi politici parlano (si parla quasi sempre di lavoro perché “arbeit macht frei”, ma di studiare no perché capiremmo le cose e chi comanda non vuole). Se Cally è eticamente inaccettabile per la stragrande maggioranza degli italiani (dice Foa), mi viene da pensare che la stragrande maggioranza degli italiani sia scarsa (vedi sul perché siamo un paese allo sbando). E in effetti è proprio ciò che confermano le statistiche, evidenziando un analafabetismo funzionale sui livelli dei paesi poveri (che però non hanno l’opportunità di studiare, anziché non averne la voglia!).

C’era bisogno di essere così volgari per riportare il tema della violenza sulle donne? Forse no, ma capisco che sia funzionale al genere. Sono le stesse accuse che sono sempre state fatte al metal. La violenza sulle donne è, purtroppo, parte orribile della nostra società. Non è mascherando la realtà con rose e fiori che cambieremo le cose. Tutto nasce dall’educazione delle persone, fin da bambini. È questo che dovremmo fare. Dovremmo imparare a comunicare con i nostri figli, educandoli al rispetto e trasmettendo dei valori positivi. Invece, spesso passano violenza, odio, razzismo, misoginia. Basta andare a una partita di calcio con ragazzi e volano insulti agli avversari, aggressioni all’arbitro. Un tizio di mezza età non ha il biglietto del treno e rifila un pugno al controllore (donna). Una italiana di origini cinesi riceve insulti e sputi da parte di alcuni ragazzini teppisti. Una donna arbitro viene aggredita da giocatori di rugby. Magari sono tutti individui che si recano a messa come nulla fosse, facendo vedere di essere gente per bene. E con chi ce la prendiamo per i fallimenti della nostra società? Con Cally, che invece ci avvisa dove abbiamo fallito. Perché come al solito si preferisce dare la colpa all’uomo nero di turno. Guardarsi allo specchio e riconoscere i propri errori è più difficile, soprattutto se si è poco predisposti a imparare sulla vita, pensando sempre di aver capito tutto lo stesso. All’epoca si accusavano gli Slayer e Marilyn Manson. E vale esattamente quello che Manson disse sulla strage della Columbine quando gli fu chiesto cosa avrebbe detto a quei ragazzi. Ovvero, non gli avrebbe detto nulla, bensì li avrebbe ascoltati.

L’esempio dei Jefferson

I Jefferson sono una sitcom americana trasmessa tra il 1975 e il 1985. Nonostante punti sul comicismo e sulle risate, con i protagonisti che visibilmente non trattengono le risate durante le gag, si tratta di una fortissima critica sociale (come Fantozzi). Ne parlo perché, spesso, le battute sono politicamente scorrette, razziste o misogine. George Jefferson continua a insultare la coppia interraziale dei Willis, dicendo che lei (nera) ha sbagliato a scegliere il colore o che entrambi sono diversi in chiave, ovviamente, negativa (*).

* In realtà, George Jefferson è una persona buona d’animo, che però non riesce a farlo vedere a causa dell’infanzia da povero e discriminato. Infatti, mentre insulta i Willis con termini come “caffelatte” (la figlia Jenny, poi nuora di George) o “zebre”, nasconde a tutti che ogni anno, a Natale, fa un regalo a chi abita nel suo vecchio appartamento. Lui non sa chi ci abita e viceversa. Solo la moglie Louise lo scopre pensando, comprensibilmente, che come al solito stia tramando qualcosa.

Il termine “negro” viene usato spesso e, per gli americani, è offensivo perché rimanda allo schiavismo. Ma è fatto apposta ed è usato dagli stessi Jefferson. Non è detto scherzosamente, ma in modo volutamente razzista per evidenziare il razzismo della società dell’epoca. Il razzismo e lo schiavismo vengono tirati in gioco anche con il personaggio della domestica Florence, verso cui George si comporta esattamente come il padrone schiavista, sebbene Florence lo prenda in giro e continui ad essere indolente nel lavoro. Stiamo parlando di una sitcom uscita oltre 40 anni fa! Quindi, Cally non ha fatto nulla di diverso rispetto a quanto fatto da altri. Si potrà disquisire sui gusti musicali (a me non piace il rap, come detto) ma, se bandiamo lui, dobbiamo bandire tantissimi film e tantissime serie dalla televisione. Ovviamente, rispetto a una canzone che deve dire la cruda realtà, George Jefferson, per quanto faccia uscite cattive, nel finale di ogni puntata fa sempre la cosa giusta e si redime. A parte questa precisazione, trovo molto più misogino tutti quei cinepanettoni dove c’è l’arrapato di turno sulla bella donna!