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I vegetariani salveranno il mondo? Un’opinione imparziale

La lotta tra vegetariani e onnivori (o carnivori) è di lunga data e spesso feroce. In questo articolo, voglio spiegare alcune ragioni, che in parte vanno a favore dei vegetariani e in parte degli onnivori, mantenendo un pensiero razionale e scientifico il più possibile. Non tratterò le ragioni etiche, perché sfocerei nella religione e, quando si tratta di religione, diventa una sfera strettamente privata. Mi soffermerò, invece, sul discorso ambientale, mentre per quello salutistico rimando a quest’altro articolo (che è sulle proteine, ma spiega quello che serve).

Per quanto riguarda l’ambiente, è inevitabile parlare di alimentazione, poiché la carenza di risorse è un problema principe. L’equilibrio del pianeta, se così possiamo dire, è mantenuto da una parte della popolazione che muore di fame mentre l’altra parte spreca il cibo. A questo punto, i vegetariani si sono detti che, rinunciando alla carne, di fatto salveremo il pianeta. Ma è davvero così? Diciamo “ni”, cioè sì ma non del tutto e rischia di diventare fuorviante. Gli esperti e i ricercatori sono concordi: in termini di spesa energetica, la carne è perdente rispetto a una dieta vegetariana, e lo è nettamente. Facendo un calcolo per l’acqua, scopriamo che:

1 kg di carne di pollo utilizza 4000 l di acqua, 1 kg di carne di maiale 6 mila e 1 kg di carne di bovino ne consuma 15 mila.

Per confronto, 1 kg di mais consuma 1200 litri di acqua e 1 kg di grano 1800 litri. Il riso sta a 2500 litri per kg. Da notare come la carne di pecora abbia un impatto elevato, con 10 mila litri di acqua per chilo.

Attenti a semplificare!

I dati sono inequivocabili e ne troverete altri a conferma. Riflettete quando vi verrà da buttare un avanzo di carne. Risparmiare l’acqua della doccia è poca cosa rispetto a una porzione di ragù che nessuno vuole più mangiare! Il problema è che questa è una visione solo parziale dell’insieme. Innanzitutto, una persona non mangia 1 kg di carne al giorno, mentre dovrebbe mangiare molta verdura. Se mangio 80 g di carne di maiale, ho un impatto di 480 l di acqua, ben minore della lettura di 6 mila litri al kg. 250 g di pomodoro mi faranno impattare solo per 50 l di acqua, ma bisogna considerare l’eventuale spreco domestico e dei supermercati. Allo stesso modo, potremmo dire che l’erba mangiata dalla mucca contiene già l’acqua e, se un allevatore è abile, gliela farà mangiare puntando sulla qualità della produzione. Questi paragoni servono a dire che non esistono soltanto il bianco e il nero.

Inoltre, è facile notare che le risorse sono tanto maggiori quanto è l’aumento della popolazione. Se fossimo 500 mln di abitanti sul pianeta, ognuno potrebbe andare in giro tranquillamente con l’Hummer bruciando barili di benzina (ho esagerato, ma serve a spiegare il concetto… non comprerei mai una Hummer!). Se diventiamo vegetariani e la popolazione continua a crescere troppo, siamo punto e a capo. Le pandemie fanno il possibile per riequilibrare un po’ ma, in seguito, l’aumento della popolazione supera le perdite dovute alla pandemia. E di certo non possiamo augurare all’umanità di avere sempre pandemie: vorrebbe dire non avere mai i mezzi per progredire come civiltà! Ci dobbiamo dare un freno come popolazione, per cui:

ogni soluzione per il pianeta dev’essere considerata al netto del numero degli abitanti.

Non sarà bello da dire per il papa (in minuscolo, sì) o per i politici che si lamentano sempre del calo delle nascite, ma è meglio fare meno figli e avere una qualità della vita migliore. Il che non vuol dire non fare figli in modo assoluto, bensì farli in modo responsabile. Vegetariani, vegani, crudisti e altri estremismi non risolveranno nulla se la popolazione cresce insostenibilmente. Questo concetto dev’essere chiaro a tutti per evitare di adottare soluzioni che sono soltanto sintomatiche o, peggio, una terapia del dolore che prolunga di poco la vita di qualcuno.

Il buon senso e l’equilibrio prevalgono

Io ho adottato una soluzione in positivo (nel parlo meglio nell’ultimo capitolo dell’articolo). Anziché demonizzare la carne, dovremmo valorizzare il pesce, poiché siamo cronicamente carenti di omega-3 (no, quelli dei vegetali non sono la stessa cosa). Ho dato una linea indicativa, ponendo 80-100 g di pesce grasso in media al giorno (salmone, sgombro, aringa, sardine). Tuttavia, non bisogna pensare che, ingozzandosi di pesce, siamo con la coscienza a posto. L’ecologia marina è stata trascurata, spesso dai vegetariani stessi. Non ce lo dicono, ma la pesca è sempre meno produttiva. Finché il pesce arriva sul banco, ci illudiamo che sia tutto come prima. Ed è la cecità tipica degli umani. Quindi, eliminando da una parte, rischiamo di avere degli eccessi altrove. Vale anche per il discorso emissioni. Gli allevamenti sono responsabili del 15% dei gas serra. È una percentuale non minimale ma, se non consideriamo tutti gli altri fattori (combustibili fossili in primis), non risolviamo granché. Si potrebbero fare diversi esempi per spiegare il messaggio. Ad esempio, se ogni abitante della Terra vivesse come un bengalese benestante, avremmo bisogno di uno spazio equivalente all’incirca dell’Asia (*). Se lo stile di vita è quello dell’americano medio, avremmo bisogno di ben 4 pianeti! Ridursi a moribondi per salvare l’altra metà del pianeta è fuorviante, per non dire controproducente. Ha molto più senso agire politicamente per portare la gente a uno stile di vita equilibrato. Dispiace dirlo per chi ci crede, ma una dieta vegetariana sposta di poco gli equilibri. Una dieta vegana li sposta di più, ma con ripercussioni nella qualità della vita difficilmente gestibili a livello di massa e attività sportiva. L’eccesso, invece, sposta gli equilibri in modo drastico a sfavore del clima.

* Attenzione, il Bangladesh non è il paese più vegetariano al mondo come erroneamente riportato da alcuni. Il consumo di carne è basso perché è un alimento costoso. Al basso consumo di carne, infatti, si associa una preferenza per il pesce che è più disponibile. Il Bangladesh consuma molti prodotti vegetali, ma questo non ne fa per niente un paese vegetariano.

In sostanza, quello che occorre fare è ragionare sull’impatto del nostro stile di vita. Non si può dire, in base all’estremismo di ognuno, di limitare la carne a 500 g a settimana o 2-3 volte al mese. È sempre fuorviante. Non si può convincere le persone ponendo un divieto assoluto o usando termini offensivi come “mangiacadaveri”. Non si farà altro che alimentare il risentimento per difesa dall’altra parte. Mangiamo troppa carne? Molti sicuramente sì (*). Risolveremo i problemi eliminandola dalla dieta? No, perché il pianeta è sovrappopolato e continuiamo sempre a chiedere risorse in eccesso. Oltre al fatto che molte zone libere, come ad esempio nel Sahel, sono adatte esclusivamente per la pastorizia.

* Gli italiani hanno mediamente un consumo reale di 110 g di carne al giorno. Nella media, però, sono compresi coloro che non mangiano la carne, pertanto il consumo di chi la mangia è maggiore. Non si può dire se sia giusto o sbagliato in assoluto ma, se ci insegnano a mangiare un po’ di tutto, così facendo rischiamo di lasciar fuori molte fonti proteiche.

Da sportivo assiduo, ho adottato un approccio intermedio, basato sul buon senso e l’equilibrio. Infatti, molti vegetariani sono sedentari o fanno un’attività fisica blanda. Pertanto, mangiando cereali e legumi insieme non avranno problemi con il fabbisogno proteico, che è basso per questo tipo di stile di vita. Il fatto è che la vera strategia anti-invecchiamento è proprio lo sport. Le difficoltà di gestire una dieta vegetariana da sportivo vero non sono trascurabili. Idealmente è fattibile ma, all’atto pratico, la vita rischia di essere complicata o monotona. Se ci riuscite, bene, ma vedrete che, per molti, è uno scadimento della qualità della vita. Fare il bene dell’ambiente non vuol dire essere masochisti! Diffidate dei vegetariani (e ancora di più dei vegani) che vogliono dimostrare, a tutti i costi, che la loro dieta è vincente ma non sono sportivi assidui. Dall’altro lato, non è necessario ingurgitare chili di fesa per mantenere i muscoli. Io continuo a mangiare la carne e il pesce ma, con i cereali e legumi spesso presenti sulla mia tavola, assumo più proteine di molti palestrati. In sintesi:

quali sono le nostre vere necessità?

Se mangiamo troppo e siamo in sovrappeso, è chiaro che stiamo sempre sbagliando, a prescindere dalla carne (sì, ci sono molti vegetariani in sovrappeso!). Come detto, dire di mangiare 500 g di carne a settimana o solo 2-3 volte al mese non è la risposta giusta o è fuorviante. La risposta giusta è personale. Esiste però quella sbagliata, nel momento in cui addentiamo una bistecca pensando che non ci sia un impatto ambientale importante. Ciò che ci inganna è che la bistecca ci arriva sul piatto già fatta, cottura a parte, e ne abbiamo una percezione snaturata rispetto al punto di partenza. Ma ciò vale per tutto, visto che anche il grano per la pasta è solo poco meno impattante della carne di pollo (*). È qui il nocciolo: lo spreco e il disinteresse per le risorse. Fatichiamo a immaginare l’acqua e il mangime per alimentare il bestiame, ma anche la deforestazione e l’uccisione della biodiversità per i campi di agricoltura.

* Potrebbe venirvi in mente di optare per la carne di pollo e bandire quella di bovino e di maiale. Ma voglio sempre fare il guastafeste. La carne di pollo avrà pure un impatto minore nel consumo di acqua, ma le condizioni di allevamento sono spesso indigenti, per non dire dell’abuso di farmaci. Come spiego anche nell’articolo sulla qualità, la carne di pollo, in realtà, se ben allevata, è una carne di lusso.

Mi viene in mente l’esempio del formichiere, che non depreda mai avidamente tutto il nido di termiti. Il formichiere sa che può mangiare fino a un certo punto (e mica gli è impedito di mangiare). Se va oltre e devasta tutto, morirà di fame! Gli umani occidentali sono ancora troppo abituati a considerare la natura come qualcosa da dominare e sfruttare fino all’esaurimento. Al contrario, dovremmo comportarci come gli aborigeni, per cui noi umani siamo solo ospiti della Terra. Se non risolveremo granché diventando vegetariani o vegani (poiché, come detto, la sovrappopolazione è il parametro su cui valutare ogni soluzione), sicuramente imparare a riflettere su quello che consumiamo ci farà fare un passo in avanti sugli scenari del futuro. Ragionate sui pro e i contro. Mettete al netto benefici e costi. Poi, prenderete la soluzione che ritenete più adatta, ma mettendo al vaglio tutti i dati che avete, senza pregiudizi. È questo che fa uno scienziato. Risolvere i problemi ambientali limitando il discorso all’alimentazione sfocia nell’errore della monocausa. Ad esempio, che dire dei riscaldamenti, che rappresentano una fonte principale delle polveri sottili? Per non dire dell’inquinamento luminoso, di cui l’Italia soffre particolarmente. L’inquinamento luminoso provoca un’alterazione dei comportamenti degli animali, che finiscono per sparire dal territorio.

E il pesce?

Spesso, viene data poca importanza alla pesca, ma anch’esso ha un impatto ambientale. Il problema della pesca è che le risorse vengono sovrasfruttate o non si rispettano i cicli di vita. Alcuni tipi di pesca sono molto dannosi per l’ambiente, come quella a strascico. Tuttavia, una pesca fatta in modo sostenibile è generalmente meno impattante rispetto alla carne bovina o di agnello. Una dieta pescetariana intelligente (pesce grasso e molluschi), anche con un mix di acquacoltura soprattutto estensiva, può addirittura essere migliore per l’ambiente rispetto a una vegetariana o vegana! Però ritorniamo al solito discorso. Se la popolazione cresce in proporzione maggiore della pesca sostenibile, non ne veniamo fuori.

Ragionare in positivo

Demonizzare porta facilmente agli estremismi. E gli estremismi non sono mai positivi. Ho descritto il ragionamento in positivo anche in altri articoli, come ad esempio sui grassi saturi. Non è puntando il dito contro la carne che si convincerà un “carnivoro” a rivedere il suo stile alimentare. Così facendo, si creerà risentimento e nascerà, come infatti accade spesso, un conflitto: vegani e vegetariani contro onnivori/carnivori. Essere vegetariani può essere una scelta, ma partendo da un ragionamento al positivo. Cosa vuol dire? Che occorre valorizzare un alimento anziché demonizzarne un altro. Pertanto, dovremmo optare per la verdura e i legumi perché non assumiamo abbastanza fibre. 1 g di proteine dai legumi per 1 g di proteine dai cereali fornisce uno spettro amminoacidico completo. Poi possiamo aggiungere del formaggio perché siamo carenti di calcio nella dieta. Possiamo valorizzare il pesce grasso, anziché generalmente tutto il pesce rischiando di depredare il mare, perché non assumiamo quasi mai gli EPA e i DHA (più efficienti rispetti agli omega-3 vegetali). Se uno riuscirà a formare una dieta equilibrata in questo modo, potrà mantenere una dieta vegetariana senza che venga imposta. Eventualmente, potrà mangiare il pesce puntando sulla pesca sostenibile e preferendo il pesce grasso. Se vorrà mangiare anche la carne, il consumo sarà spontaneamente limitato, ma senza alcun obbligo di doverci rinunciare.

Il Coronavirus ci dice che dobbiamo seguire una vita semplice e sportiva

Domenica 8 marzo 2020 scatta la zona rossa in Lombardia e altre zone limitrofe per l’emergenza Coronavirus. In seguito, l’intero paese è stato bloccato per lungo tempo. Il mio articolo, tuttavia, vuole parlare in modo più ampio, sfruttando l’emergenza del Coronavirus (*) per dire cose che penso già da tempo. Non voglio snocciolare dati e riportare le misure previste, perché non è questo lo scopo. Anche se non era inizialmente nelle mie intenzioni, alla fine sono stato costretto a scrivere lo stesso un articolo sulla pandemia in sé. Lo trovate qui, ma vi avverto che potrebbe non piacervi (non del tutto, il finale lancia un messaggio di positività). Questo articolo verte in chiave prettamente positiva, mentre quello per le polemiche, vedi l’ipocrisia di #iorestoacasa, è l’altro che ho linkato.

Ma torniamo a noi. Innanzitutto, la prima cosa che si nota è che:

le epidemie sono la normale conseguenza della sovrappopolazione.

* Messo in maiuscolo perché quello dell’inverno 2019-2020 è diventato “il” coronavirus per eccellenza. In realtà, la SARS di qualche anno fa era sempre un coronavirus, così come ne esistono altri ancora. Il nome completo del Coronavirus è Coronavirus Disease 2019 (COVID-19, appunto).

Dovrebbero seriamente riflettere i sostenitori delle megalopoli, dove le pandemie e le epidemie si diffonderebbero come niente. Sul pianeta, stiamo crescendo sempre di più e, nelle passate epoche storiche, una malattia (peste, vaiolo, ebola ecc) è spesso intervenuta a limitare la sovrappopolazione. Alla faccia dei politici, dei media e del Papa che si lamentano della bassa natalità! Notate la contraddizione di alcuni programmi televisivi, come Geo: avvertono sui cambiamenti climatici, ma si preoccupano che non facciamo figli. Non a caso, il contagio del COVID-19 è partito dalla Cina, dove le città sono dei formicai, e si è diffuso facilmente nella società globalizzata. Questa è la cosa che non piacerà a molta gente, e che i politici stessi tendono a non dire:

l’emergenza del COVID-19 o altre malattie simili diventerà la normalità.

Chi non crede che non sarà la normalità ricordi la pandemia dell’A/H1N1 del 2009 (detta suina perché, si sa, piace dare soprannomi razziali). Perché ce ne siamo accorti meno del Coronavirus? Perché l’Italia fu meno colpita di altre zone del mondo, soprattutto il Nord America. Nel novecento, ricordiamo la spagnola (H1N1), l’asiatica (H2N2), Hong Kong (H3N2). Ciclicamente, si ripete una pandemia. Se una volta non ci tocca (vedi l’A/H1N1), la prossima volta forse sì. La SARS di inizio anni 2000 fu, invece, un’epidemia.

Cosa fare? Non di certo andare nel panico e assaltare i supermercati per la paura dell’apocalisse! La parola che, per fortuna, inizia a circolare è resilienza. I cambiamenti climatici (comprese le migrazioni che ne derivano) ce lo stanno dicendo da un pezzo. Il Coronavirus ce lo dice ulteriormente, essendosi diffuso non perché è pericolosissimo, bensì perché è geneticamente adatto a scardinare i nostri punti deboli: i luoghi di aggregazione. È un virus che punta sui grandi numeri, non sul tasso di letalità (*), mandando in tilt il sistema sanitario. Poco cambia se c’è o non c’è un vaccino. Una singola emergenza è sempre destinata a scemare, ma ne potrebbero arrivare altre che richiederanno un contenimento, più o meno drastico in base al caso. È questa la realtà che ci attende, ma è proprio per questo che il panico non ha senso. Sicuramente, il Coronavirus ci dice che intervenire per il clima si può fare subito. I politici l’hanno sempre tirata per le lunghe, hanno sempre detto che agiranno “entro il”, senza mai arrivare a nulla di fatto. Ma sono bastate poche settimane di lockdown per dimostrare che ha ragione Greta: si può e si deve agire subito!

* Letalità non è sinonimo di mortalità. La letalità è la percentuale di decessi tra tutti i contagiati. La mortalità sono i decessi totali (per virus, per altre malattie ecc) sul totale della popolazione.

In sostanza, dobbiamo cambiare il nostro modello di società. Politici e cittadini hanno tergiversato o girato la faccia dall’altra parte a ogni segnale, per decenni. Vengono fatte politiche ambientali risibili, preferendo sempre mantenere gli interessi economici. Anche durante l’emergenza Coronavirus molta gente era principalmente interessata al portafoglio (vedi Forza Italia e centrodestra in generale), curandosi in modo appena sufficiente della salute. Un po’ come quando, prima della rivoluzione francese, in tempi di carestia, i poveri dovevano dare al ricco l’unica pagnotta che avevano. Lo smog e l’inquinamento fanno all’incirca 45 mila morti all’anno in Italia e ce ne siamo infischiati. Quindi, se in futuro vogliamo evitare scene di panico come di recente, i finanziamenti alla salute e alla sanità devono essere la priorità. Non intendo solo gli ospedali e il personale medico, ma anche attività come le ciclopedonali e i parchi spaziosi. Perché? Perché, ad esempio, una persona sana e sportiva ha meno probabilità di ammalarsi e un sistema immunitario più forte. E poi perché lo spazio è fondamentale per ridurre le probabilità di contagio. Non lo dico solo per il Coronavirus (che tanto passerà o tornerà più leggero), ma in generale. Sono praticamente le stesse regole che dovremmo seguire per l’influenza.

Il difficile è convincere chi ha sempre ricavato profitto a cambiare mestiere. I politici dovranno essere eletti in questo senso, non più di pancia o per risonanza sentimentale (vedi Salvini e Trump). Non è un caso se, tra le perdite economiche, le maggiori sono tra le costruzioni, proprio come già dicevo sul non aver bisogno di altre strade. I ristoranti perdono, ma in modo minore, segno che, forse, ci siamo viziati un po’ troppo. Nessun male ad andare al ristorante, ma spesso ci andiamo per far vedere di potercelo permettere. Se mangiassimo alla mensa di lavoro, mangeremmo probabilmente meglio! Per non dire dello sballo in discoteca, su cui non dico nulla per non sparare una cartuccia troppo facile. Insomma, il Coronavirus non ci dice che moriremo tutti, ma che:

dobbiamo imparare a condurre una vita più semplice.

Per fortuna, qualcuno che va controcorrente condivide il mio pensiero. Si parla di approfittarne per rendere la scuola più interattiva, ad esempio. Sono nuove prospettive, nuove opportunità per migliorare. Penso alla Finlandia, che negli anni ’70 ha vissuto una grave crisi di analfabetismo. Seguendo la filosofia del “nessuno deve rimanere indietro” (rispetto a chi, nell’emergenza Coronavirus, ha promosso spregevoli ideologie proprio sull’esatto contrario), il paese scandinavo ha svoltato e, ora, ha scuole da primato. Tutto sta nel voler cambiare.

Personalmente, il Coronavirus non mi ha quasi per niente cambiato la vita. Non sono mai stato un amante della discoteca e mi piace bere una birra in tranquillità, non stretto fra centinaia di tamarri cerebrolesi. Amo correre in solitaria e non gareggio mai, perché voglio concentrarmi e sentirmi un tutt’uno con quello che faccio, senza distrazioni. Mi piace respirare la natura e lo spazio aperto, non lo smog delle grandi città o il chiuso di una palestra. Se ci sono 30 gradi o zero, non mi importa: mi adatto. Alla cucina del ristorante di lusso, preferisco una pasta ai fagioli. Potrà sembrare strano, ma il Coronavirus è un’opportunità per poter finalmente coltivare dei valori che abbiamo trascurato.

L’importanza dello stile di vita

Forse non ci avete badato granché. Non ho parlato di sport per deformazione professionale (a parte che non lo faccio di professione). Del Coronavirus, si è detto che colpisce perlopiù le persone già compromesse o vecchie. Ma cosa vuol dire persone già compromesse? I media non dicono che non sono soltanto quelli che si ammalano di tumore all’improvviso o che soffrono di patologie genetiche, ma anche quelli che hanno contratto patologie dopo decenni di cattivo stile di vita. E i vecchi? I media non dicono che, dopo i 90 anni, la letalità del virus torna a calare rispetto alla fascia di 60-80 anni. Il perché è intuibile: se uno campa così a lungo, è geneticamente fortunato o, più probabilmente, ha saputo mantenere un corretto stile di vita. Volete difendervi meglio dai malanni? Fate sport! Il Coronavirus non ha fatto altro se non mettere alla luce (o mascherare, a seconda del punto di vista) il cattivo stile di vita degli italiani, spiattellando brutalmente quant’è il loro costo economico. Osservando le persone gravi in altri paesi come la Corea del Sud, c’è una differenza troppo netta per usare la scusa dell’età. Siamo più vecchi, sì, ma con un cattivo stile di vita. Stento a credere che le persone con immunodepressione congenita o gravi patologie genetiche siano così tante (in sostanza, le persone che NON hanno colpa). Ciò dimostra quello che dico già da tempo: non essere malati non è equivalente ad essere sani! Se non fosse così, perché i giornali riportano quasi sempre i personaggi famosi che sono rimasti infetti anziché quelli deceduti?

C’è un’altra prova che dimostra l’importanza dello sport per la prevenzione: la minor letalità del Coronavirus sulle donne rispetto agli uomini. È sorprendente come gli esperti si siano dati battaglia per parlare della pandemia ed esporre teorie, ma siano tutti (tra quelli che ho sentito) caduti dal pero su questa differenza, forse volontariamente o per comodo. La spiegazione è molto semplice e si vede nel quotidiano. Le donne sono mediamente più in salute e più magre, bevono e fumano meno. Infatti, è così che si spiega anche l’aspettativa di vita maggiore delle donne a livello generale. I nostri politici sono andati in direzione opposta, disincentivando ancora di più l’attività sportiva per la salute. Anzi, individui come De Luca e Zaia, grazie alla complicità dei media rimasti orfani dell’argomento migranti, hanno addirittura mosso la caccia alle streghe contro il runner solitario che vuole prendersi cura di sé. Sono convinto che, se fossimo una popolazione più in salute e sportiva, avremmo avuto meno morti per il Coronavirus. Invece, i media e i politici hanno voluto cavalcare l’onda della paura e della paranoia anziché fare una vera educazione allo stile di vita. Non solo non l’hanno fatto, ma hanno addirittura dipinto chi fa sport come un odierno untore manzoniano. I nostri politici e governatori continuano a non capire cosa è importante per stare in salute, che lo sport è fondamentale per combattere meglio i malanni e non qualcosa contro cui accanirsi.

Nessuno è immune, ovvio. E, giustamente, un nuovo virus di cui non si ha nemmeno il vaccino dev’essere contenuto per scongiurare numeri elevati. È una cosa da prendere con massima serietà. Ma non dimentichiamo che fumo, obesità, abuso di alcol sono tutti fattori di rischio, a prescindere dal Coronavirus. Il Coronavirus, con la sua letalità un po’ più alta della solita influenza (un virus che sopravvive e si adatta all’uomo deve uccidere il meno possibile, non come l’ebola), ha fatto cadere tutto il castello di carte degli italiani che, per mezz’ora di camminata ma con 10 kg di sovrappeso, hanno sbandierato di essere in forma o “sentirsi bene”. I dati dalla Cina (circa 44 mila casi nell’esame) dicono che la letalità del Coronavirus è dello 0.2% nella fascia di età dai 10 ai 39 anni. Per gli over 80, la letalità è del 15%. Le malattie pregresse, cioè praticamente quelle legate al cattivo stile di vita, aumentano la letalità in qualunque fascia di età. Non prendetevela per questi dati. Riflettete, invece, sull’importanza dello stile di vita per fare prevenzione!

Questi sono i dati della letalità del virus per fasce di età:

Età Tasso di letalità
80+ anni 14.8%
70-79 anni 8%
60-69 anni 3.6%
50-59 anni 1.3%
40-49 anni 0.4%
30-39 anni 0.2%
20-29 anni 0.2%
10-19 anni 0.2%
0-9 anni 0%

La tabella può essere letta in tanti modi. Ci dice che un 65enne entra nella vecchiaia, ma non lo è così tanto. Se si mantiene in forma ed è sportivo, avrà una letalità paragonabile a quella di un 45enne. A 70 anni, se avete fumato o siete in sovrappeso, siete sull’orlo di finire molto male (ammesso di esserci arrivati). Se siete arrivati a 80 anni con questi problemi, di fatto siete spacciati. Tuttavia, se a 80 siete rimasti sportivi, avrete un’efficienza fisica paragonabile a un 60enne sedentario. È proprio quello che ho scritto già, ad esempio, su corsa ed età fisica. Anche l’anoressia è un fattore di rischio. Infatti, una spiegazione dei morti giovani per H1N1 può essere la debilitazione psicofisica dovuta alla guerra (malnutrizione e conseguente indebolimento del sistema immunitario).

Purtroppo, i nostri politici, sia di destra che di sinistra, hanno perso un’occasione per spiegare l’importanza dello stile di vita. Mentre in altri paesi si spiega l’importanza dello sport ancora di più in quarantena, da noi chi corre, seppur in solitaria e con le distanze, viene additato come untore finisce sotto la condanna dell’Inquisizione.

Il monito… seguiamo il modello scandinavo!

Purtroppo, temo che alcuni parlino di opportunità in modo artificiale o recitato. “È grave” ho sentito spesso. Io credo che non si sia capito che è grave quello che ci aspetta se non cambiamo per davvero. So che risulterò politicamente scorretto, perché ci sono sempre delle vite coinvolte, ma il Coronavirus è un virus poco contagioso e poco letale. Eppure, ci ha già mandati in ginocchio per bene. Cosa succederebbe con un virus un po’ più contagioso e un po’ più letale? Allora sì che avremmo un bollettino da guerra in Siria anziché poche migliaia di vittime (grazie alle misure del decreto di Conte). Già, perché alcuni hanno paragonato i morti del Coronavirus alla guerra in Siria, dove invece i morti sono almeno 250 mila, più sfollati e mutilati. Non è bello per chi ha perso un caro, ma è un insulto verso i siriani o chi ha fatto le guerre mondiali nel novecento. Invece, il Coronavirus può essere un’occasione proprio per comprendere un po’ il dolore dei paesi poveri o in guerra e aiutarli a risalire (aiutare non è dare la ciotola di riso o l’accoglienza senza limiti, ma sono discorsi già spiegati nell’articolo sull’immigrazione).

Tante persone non hanno capito che la difficoltà non è il momento dell’emergenza, bensì il dopo (o il prima, a seconda del punto di vista). E non mi riferisco solo a riparare i danni subiti dai lavoratori. Se la società non cambia e non la smettiamo di anteporre il profitto alla salute e alla sanità, le emergenze saranno sempre più gravi e incontenibili. I flashmob a cantare sul balcone o ad applaudire non servono a niente se, passata la tempesta, vogliamo ricostruire la società esattamente com’era prima. Perché è che abbiamo sbagliato. Applaudiamo i medici e gli infermieri che fanno gli eroi, ma siamo noi che, votando male o annebbiati dalla ricchezza e dal consumismo, li abbiamo costretti a farlo con un modello di società che stava già andando al collasso. Se vogliamo ricostruire tutto uguale a prima, crolleremo ancora e non ne usciremo mai! Far parte della filiera alimentare o Decathlon è molto più importante di produrre profumi. Non me ne vogliamo i profumieri, perché è solo un esempio fra i tanti che si possono fare per spiegare il concetto. Molti non saprebbero cosa fare o dovrebbero cambiare mestiere. Ma lo so benissimo. Ecco perché propongo il reddito di benessere universale, un tipo di sistema che, evidentemente, calza a pennello con i nuovi sviluppi del futuro. Ci si dovrà accontentare di avere meno soldi, vero. Ma preferisco avere meno soldi e vivere! Compriamo un paio di scarpe da corsa (per resistere meglio al clima e alle malattie e per ritardare la vecchiaia) e meno vestiti firmati o auto di lusso. Usiamo i social network per comunicare davvero, non per creare gruppi di odio o sprecare il tempo quando non c’è nulla da fare.

Dobbiamo imparare a capire cosa è utile e cosa no. Evidentemente, continuare a costruire strade non è utile. Anzi, semmai è dannoso! Più importante sfruttare le tecnologie per la scuola, il lavoro e la ricerca scientifica. Ci servono medici e ricercatori, non i Berlusconi o i Salvini. Tutto questo si esprime con il voto. Impariamo a chiedere una società meno indirizzata all’arricchirsi e più attenta alla qualità della vita. Il problema sta sempre lì: nel voler cambiare ed essere disposti a fare un altro mestiere, magari con una busta paga più leggera. Ma è una realtà che va accettata, altrimenti non avremo scampo. La Finlandia degli anni ’70 (come in generale tutti gli scandinavi) ha saputo svoltare. Erano obbligati, perché avevano capito di non poter competere con le altre forze mondiali. Hanno fatto un grandissimo investimento sull’istruzione, che è stato meravigliosamente ripagato. Ora tocca a noi. Non farlo significa affossarci definitivamente per tanto tempo.