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Una pandemia non si supera tappandosi in casa (Coronavirus)

Precisazione: molte cose di questo articolo risulteranno sgradite. E in effetti è così. Però, alla fine dell’articolo, ho voluto lasciare sempre un messaggio di positività per non essere frainteso. Mi ero proposto di non scrivere un articolo sulla pandemia COVID-19 (o Coronavirus). Pensavo che non sarebbe stato necessario, lasciando fare agli esperti e preferendo concentrarmi su altri aspetti di opportunità. Purtroppo, per come la situazione si è evoluta, l’Italia ha commesso delle grandissime cavolate:

non sono gli altri paesi che devono seguire l’Italia, ma è l’Italia che non ci ha capito niente!

Se più o meno tutti i paesi del nord Europa stanno andando nella stessa direzione, con restrizioni non troppo pesanti, non è il caso di pensare che siamo noi a sbagliare? O almeno, poniamoci il dubbio che possiamo aver sbagliato noi. Sento ripetere spesso “anche gli altri paesi”. No, non è vero. È vero che gli altri paesi si sono mossi, ma praticamente tutti i nordici hanno preso misure molto più lasche dell’Italia. E stanno facendo meglio. Noi abbiamo bloccato l’intero paese in casa (non l’ha fatto nemmeno la Cina, perché l’Hubei è una regione) per un periodo di tempo masochistico. E stiamo facendo peggio, come la Spagna che ci imita. Siamo arrivati per primi in occidente, ma siamo già indietro. Storia già vista (vedi quando facevamo i salti con la spesa pubblica, ma gli altri programmavano e ci bruciavano dopo). Potrà sembrarvi spiacevole, ma le restrizioni carcerarie dei nostri politici e governatori non risolveranno granché o posticiperanno l’inevitabile. Purtroppo, la crisi economica e sociale sarà proporzionale alle restrizioni. Io già l’ho notato nel mio comune, dove molti si sono tappati in casa a bere vino e fumare sigarette. L’ho saputo perché ho continuato a correre. Non ci ho rinunciato né mai lo farò perché lo trovo privo di fondamento scientifico, a meno di non infortunarmi (batte ferro, ormai è da anni che proseguo senza neanche un crampo!). Mi sono arrangiato con un giro diverso e vicino a casa, claustrofobico, nel deserto di orari improbabili “per evitare il contagio”. Nella mia regione, la corsa in solitaria non è stata bandita. Ma veniamo al dunque. Qual è la verità che i nostri capi non hanno capito? Che:

volenti o nolenti, il virus dovrà essere lasciato libero di circolare.

E che:

le restrizioni dovranno essere atte a non saturare il sistema sanitario e a limitare il più possibile i danni (non solo i decessi).

Alcuni hanno criticato Boris Johnson perché voleva mandare gli inglesi al macello per ottenere l’immunità di gregge. Dario Bressanini, però, ha pubblicato un articolo molto interessante dove menziona il programma per la gestione della pandemia nel Regno Unito. Sorpresa: non si parla affatto di immunità di gregge! Quella dell’immunità di gregge nel Regno Unito è una bufala diffusa dai nostri media per sostenere la soluzione carceraria che abbiamo adottato. Basta fare una ricerca in rete e si troveranno gli articoli che spiegano che cosa ha davvero detto Johnson, e sono cose completamente diverse. Il programma britannico è molto dettagliato e NON elimina affatto le restrizioni, anche molto drastiche (*), ma non si parla di immunità di gregge. È un programma pragmatico e di buon senso al contempo. Inoltre, considera il morale delle persone e la chiarezza del rischio. I nostri capi non hanno minimamente pensato al morale dei cittadini. Anziani disabili lasciati abbandonati, alcolismo dilagante, gente che di continuo va alla tabaccheria, abuso di farmaci per combattere lo stress e l’ansia, persone che hanno difficoltà a procurarsi da mangiare a livello logistico: ecco i risultati della quarantena italiana. Siamo tutti d’accordo che la salute viene prima di tutto. Ma a che prezzo in termini di distruzione sociale e depressione?

* Gli inglesi non hanno mai escluso il lockdown. Semplicemente, hanno cercato di capire quando era il momento giusto per attuarlo. La stessa cosa è stata fatta dagli altri paesi del nord. I nostri politici, invece, sostengono che gli altri hanno sottovalutato e poi copiato dall’Italia. Ecco un perfetto esempio di fake news da regime. Tutti i paesi hanno il lockdown come jolly, ma la sanno usare bene. La Germania, che a detta dei nostri capi doveva imparare da noi, è più veloce negli interventi e isola meglio i casi. Siamo noi che abbiamo copiato dalla Cina. E pure male, visto che lì si usa il codice QR per fare gli spostamenti e nessuno può imbrogliare viaggiando di notte.

Lo scenario pandemico dei britannici prevede al massimo una letalità globale del 2.5% (*). Come d’altronde fu anche per l’H1N1 (spagnola), a cui però si sommò la debilitazione psicofisica della guerra. Non vuol dire che morirà il 2.5% della popolazione ma che, sul totale di chi verrà contagiato, al massimo (al massimo!) il 2.5% morirà. Già sul Coronavirus alcuni stanno rivedendo la letalità sullo 0.7-1.4%, con uno 0.2% per chi non ha patologie pregresse. Non è una normale influenza, ma nemmeno l’ebola, anzi. Ecco dove ha sbagliato il nostro governo (opposizione e maggioranza, intendo). Ce l’hanno spacciata come una letalità dell’ebola, insinuando, attraverso distorsioni e propaganda mediatica, che contagiato è uguale a morto. Qualcuno dei nostrani dirà che sto facendo disinformazione (fake news) e pretenderà di censurarmi, ma il testo del programma britannico è online e lo possono vedere tutti. Non sto inventando nulla. Se ne avete voglia, leggetelo. È lungo, ma anche interessante e affronta la pandemia con un approccio ben migliore di come fanno nei nostri mezzi di informazione.

* Ricordiamo che letalità e mortalità non sono sinonimi. La letalità si riferisce ai decessi sul totale dei contagiati. La mortalità indica i decessi sul totale della popolazione, che può riferirsi a un virus, ad altre malattie, ad incidenti stradali e via dicendo.

Ma non è finita qui. Una pandemia dura molti mesi. La Cina ha liberato la regione dell’Hubei (una regione, non un paese) dopo due mesi, ma la pandemia non è finita. Sta proseguendo, in maniera più ridotta e controllata, ma sta proseguendo. Così come non è finita in Sud Corea, dove le misure erano all’opposto della Cina. Già questo dovrebbe far riflettere. Risponderete che noi non siamo la Sud Corea (e nemmeno la Cina, direi), ma una persona che sa capire arriverà alla conclusione che, prima o dopo, il virus dovrà circolare liberamente. Capire il rischio è fondamentale per accettare questa realtà. Sia ben chiaro, NESSUNO dice che non bisogna fare nulla, nemmeno gli inglesi. È esattamente l’opposto! Bisogna agire ma, come diceva anche Conte ai primordi dell’emergenza, con misure né leggere né esagerate. Purtroppo, molti governatori e sindaci, presi dal panico e dagli umori della giornata, hanno premuto per misure carcerarie. E cosa cambierà? Poco o nulla. Il problema sarà solo rimandato e dovremo tutti prenderci il virus. O almeno toccherà al 60%, ma non tutti insieme. Sì, proprio come dice la Merkel. E come dice il programma britannico. Siamo sicuri che sono gli altri a sbagliare e non noi? I politici italiani dovrebbero raccontare la verità, anziché cavalcare sull’onda dell’emozione dei cittadini (non tutti, per fortuna). Non è sbagliato aver paura, ma sicuramente lo è alimentarla. Non è convincendo le persone che “tutto andrà bene” o “state a casa” che… tutto andrà bene. “Stay home” lo dicono anche gli inglesi, ma dicono anche di farsi coraggio e accettare quello che una pandemia, per definizione, porta con sé: la morte (vedi quanto scritto nell’ultima parte dell’articolo). Noi ci stiamo bruciando i prossimi 50 anni perché non l’accettiamo e pretendiamo di salvare il 110% delle persone. Gli altri paesi ne usciranno con meno danni, prendendo scelte che, emotivamente o istintivamente, gli italiani non approvano. Ma loro avranno un futuro molto meno difficile di noi. Fra l’altro, sono scelte che gli italiani dicono di non approvare, ma poi i medici si trovano comunque costretti a prendere queste scelte. Solo che lo insabbiamo perché ci piace credere che il mondo sia fatto di fate e unicorni (è uno dei motivi per cui siamo dei somari).

Sarò ancora più chiaro per chi non avesse capito l’errore del nostro governo:

l’Italia sta affrontando la pandemia come se fosse un’epidemia!

No, le strategie non sono equivalenti e non è un errore veniale. Innanzitutto, da queste emergenze è impossibile uscirne completamente indenni. L’Italia (forse, e dico forse per via dalla cronica malasanità che non scompare all’improvviso) ha salvato qualche persona in più con misure sproporzionate, ma ne ha condannate moltissime altre alla crisi economica. L’ebola in alcune zone del Congo è un’epidemia (fenomeno localizzato, NON mondiale con focolai qua e là). Meglio poveri che morti, direte. Io non sarei così superficiale. La povertà porta alla disistima e alla depressione mentale, da cui poi il suicidio. L’unica soluzione per salvare chi è disoccupato è il reddito di benessere universale, che ora, a quanto pare, non è più così folle (e Grillo l’ha già promosso). Alla faccia di chi pensava che fosse solo un modo per tenere la gente a casa senza fare nulla. Ma è un cane che cerca di mordersi la coda: se il paese rimane bloccato per troppo tempo, c’è ben poco da ripartire anche per le attività essenziali che poi dovranno condividere le tasse per aiutare i più bisognosi.

Altra cosa non detta o mascherata dai politici dietro ai giri di parole. Ai dati del 26 marzo, solo il 2.1% dei morti con positività al Coronavirus (che non vuol dire essere morti PER Coronavirus!) non aveva patologie pregresse. Al netto dei contagiati non identificati, come spiego anche nell’altro articolo sul Coronavirus nella parte sullo stile di vita, una persona in buona salute, anche anziana, ha probabilità decisamente basse di rimetterci le penne. In pratica, abbiamo giocato con il futuro della futura generazione (scuole chiuse) e del paese (economia allo sbando) per salvare molte persone già compromesse perché non si sono preoccupate dello stile di vita. Sarebbe stato ragionevole prendere delle misure più tollerabili e mettere al sicuro le fasce più deboli. Invece abbiamo preferito farla pagare a tutti. Per cosa, poi? Alla resa dei conti, per salvare la faccia alla disastrata sanità italiana e far credere che sia un’eccellenza, cosa che però non è. I giovani, i lavoratori e i bisognosi (centri sociali, persone con problemi vari) devono pagare per far uscire pulito qualche politico, a iniziare proprio dalla Lombardia. Una cosa ben evidente è che l’autonomia delle regioni non funziona. D’altro canto, è anche colpa dei cittadini che votano quei partiti. Finché non avremo sviluppato una mentalità verde, cambierà ben poco in positivo.

Errori, errori, ancora errori

Lo preciso a scanso di equivoci. Quanto sto dicendo sulla gestione della pandemia non è frutto della mia personale opinione o filosofia. Lo dice il programma britannico per la gestione della pandemia, ma anche l’epidemiologo tedesco Martin Eichner. Certo che dobbiamo prendere delle restrizioni (e lo dicono “anche gli altri paesi”), ma valutarle attentamente, fare chiarezza. Non si può agire di pancia o presi dal panico. Io cittadino posso andare nel panico, non tu governatore, che invece devi rassicurare il popolo anziché trattarlo come uno scemo da rinchiudere in casa e basta. Alla fine, il 31 marzo è stato chiarito che, per attività motoria, si intendono sia il jogging sia una camminata con il figlio (genitore singolo più figlio). Gallera è sbottato, De Luca anche peggio. Sono proprio Gallera e De Luca che non ci hanno capito, detto francamente, una fava! Non appena allenteremo, e prima o poi lo dovremo fare per forza, il virus proseguirà. A meno che, pur di contrastare il virus, non ci vogliamo (o vogliano) tenere tappati in quarantena totale per 6-7 mesi o più. E a cosa servirebbe? A morire di fame, ancor prima che per il virus. Possiamo sicuramente ammettere che i dati, sul momento, sono sempre incerti, che è impossibile fare previsioni precise. Però siamo lì: in un modo o nell’altro, il virus dovrà essere lasciato libero. Quello che potremo fare è:

1) proteggere il più possibile le categorie più a rischio;
2) mettere un distanziamento sufficiente per mantenere almeno una decente qualità della vita;
3) chiudere quello che è opportuno, se proprio è necessario, senza bloccare l’intero paese.

Gli ultimi due punti sono fondamentali, perché una pandemia prevede una risoluzione di parecchi mesi. C’è un motivo se molti governi prevedono un’emergenza molto lunga. Il ragionamento del “chiudi tutto per poco tempo e ne veniamo fuori prima” non ha scientificamente senso. Il virus non conosce i decreti: passa lo stesso, perché è più furbo dell’uomo (*). Cercare di arrestare del tutto il contagio è come voler svuotare una nave allagata con un cucchiaio bucato. Il problema è che il nostro governo ha recepito i punti di cui sopra con la quarantena totale. Non dobbiamo nemmeno azzardarci a mettere il becco sul davanzale, altrimenti arriva De Luca con il drone che ti cazzia! Insomma, abbiamo reagito con il lanciafiamme (cit.) per schiacciare un brufolo. D’accordo, una pandemia non è un brufolo, ma serve a spiegare il concetto. Per carità, non si sta dicendo che dovete andare a leccare le maniglie dello Spallanzani. Ma impariamo a trovare un equilibrio: è questo che c’è tra la prima azione e quella del blocco totale che manda il paese al fallimento totale. Purtroppo, l’errore di Conte è stato quello di partire con buon senso e ragione, cedendo in seguito a un popolo che va facilmente nel panico. Ha provato a far mantenere la calma, ma poi ha ceduto alle pressioni di chi voleva imporre misure, come si dice oggigiorno, draconiane. Forse non aveva scelta contro milioni di irrazionali. Ho sempre detto che siamo un popolo allo sbando e la pandemia del Coronavirus lo conferma. Conte ha sbagliato, perché avrebbe dovuto chiarire fin da subito che, purtroppo, una pandemia prevede molte vittime, per le quali non possiamo fare nulla. I nostri politici si sono gonfiati il petto, hanno elogiato una presunta eccellenza, alcuni ne hanno approfittato come al solito per attaccare “Roma ladrona”. La verità può essere dolorosa, ma è meglio che nascondere la polvere sotto il tappeto. Mi sembra di sentire la politica d’altri tempi: mentre c’era gente che moriva abbandonata o di fame, qualcuno decantava la forza e la virilità dell’Italia. Non vi dico com’è finita.

* Se un virus è pandemico, vuol dire che per logica deve, in realtà, uccidere il meno possibile. Infatti, il virus del Coronavirus è parente di quello della SARS di inizio anni 2000 con una letalità molto più bassa (SARS-CoV e basta per la SARS e SARS-CoV-2 per il Coronavirus). Può sembrare un controsenso perché siamo abituati a vedere i virus come dannosi, ma l’uccisione è un po’ come se fosse un effetto collaterale. L’ebola non è mai diventato una pandemia (in Congo rimane un’emergenza da anni) proprio perché ha una letalità così alta da uccidere prima di diffondersi. Da noi è passato un messaggio travisato per cui contagiato è uguale a morto. E i media, anziché fare chiarezza, hanno rinforzato questa errata percezione. Ad esempio con frasi “anche i giovani muoiono”. Cosa vera, ma statisticamente rischio di più correndo tutti i giorni per un anno in strada. Eppure io sono ancora vivo (si gratta). I media hanno preso il singolo caso e ne hanno dato enfasi. Tutto dipende da come si dicono le cose. La chiarezza del rischio è fondamentale per la fiducia e per affrontare meglio la pandemia. Gli inglesi e i tedeschi l’hanno capito. Boris Johnson (che politicamente non mi piace come non mi piacciono gli inglesi, quindi non ho motivo di dargli ragione) non ha sbagliato a dire di prepararsi alla morte di molti cari. È quello che accade giocoforza in una pandemia. Essere psicologicamente pronti a questo ti fa resistere meglio. Noi italiani siamo deboli psicologicamente e vorremmo rimanere protetti nella campana di vetro. Non sono cose da affrontare a cuore leggero, ma è così e va accettato. Gli equilibri sono in continuo movimento e si riaggiustano sempre. Dobbiamo adattarci (resilienza).

Anche la nostrana Ilaria Capua sta seguendo una via controcorrente rispetto al governo. Lei, che è stata pioniera sulla conoscenza dei virus ed è stata addirittura accusata di traffico illegale di virus, poi prosciolta. Anche oggi, fa quello che qualunque scienziato è tenuto a fare: dire la verità, con distacco, anche se è doloroso. Riflettete sul perché molti scienziati stanno, chi più e chi meno, contestando la gestione italica della pandemia. Purtroppo, agli italiani non piace la verità quando è dura, quindi la Capua non è una presenza fissa nei programmi televisivi dedicati al Coronavirus. Siamo stati i primi a parlare di resilienza, ma gli altri paesi stanno già facendo e noi no. C’è differenza tra la resilienza e il masochismo! Sembra che gli italiani abbiano messo il cervello in quarantena. Il contagio non si fermerà. Andrà avanti, più lento, ma andrà avanti. Grazie alla raccomandazione dello “stay home” e proseguendo quanto più possibile la vita, potremo rallentarlo, ma non fermarlo. Il contagio si fermerà solo quando lo deciderà il virus o avremo raggiunto l’immunità di gregge. Psicologicamente, rallentare il contagio vuol dire che i dati dei morti saranno una decina al giorno e non centinaia ma, sul lungo periodo, i numeri saranno quelli (un po’ meno perché il sistema sanitario non collasserà e si potranno aiutare più persone). Non avrete lo shock di leggere 500 morti ogni giorno, ma semplicemente i morti verranno diluiti su tanti mesi.

Convivere con il virus

Alla fine, Conte ce l’ha fatta a dire che dobbiamo convivere con il virus (fase 2) prima di uscire dall’emergenza (fase 3). Già meglio, anche se non ha detto la parte spiacevole che i paesi del nord sanno fin dal principio (che molti cari moriranno). Purtroppo in pochi hanno notato che le sue parole sono un’ammissione di errore, anche se non intenzionale. Se dovremo convivere con il virus, vuol dire che mettere tutti in carcere non è servito a nulla, se non a provocare una crisi che sarà di minor entità per i paesi del nord. Certo, vi diranno che la quarantena carceraria ha salvato delle vite umane e che è stato fatto il giusto. Ma quanto è stato giusto al confronto dei fallimenti, della depressione (psicologica e non) e della crisi? Si risponderà sempre dicendo “anche gli altri paesi”. Peccato che gli altri paesi, anche con un tasso di letalità non minimale (vedi l’Olanda), continuino a fare meglio dell’Italia. La differenza è che non mandano in crisi l’economia e il futuro del paese. Abbiamo speso ingenti forze, economiche e non, per arrivare alla stessa conclusione già capita da altri paesi: convivere con il virus e aspettare che la pandemia cessi. Per inciso, gli svedesi condividono le misure più libere del loro governo. Tra l’accettare la pandemia e l’allarmismo che provocherebbe paranoia ed ossessione come in Italia, hanno preferito, ovviamente nei limiti della situazione, continuare a vivere. Anche questo l’ho sempre detto: il modello scandinavo è anni luce avanti.

Cerco di spiegarla meglio. Noi siamo un po’ come lo studente diligente che passa l’intera giornata a studiare e prende la sufficienza. Ne tesseremo le lodi per la dedizione ma, se avesse imparato ad essere più efficiente, avrebbe preso la sufficienza dedicando poche ore di studio, facendo tante altre cose nel resto del tempo.

Il compito del governo e delle istituzioni, anziché illudere che tappandosi in casa “andrà tutto bene”, dovrebbe essere quello di:

rincuorare le persone e insegnare a gestire emotivamente la morte.

Ciò non riporterà in vita gli estinti, ma almeno sarà onesto e porterà nuove prospettive sulla vita, abbandonando i trionfalismi e le retoriche degli hashtag.

Quanto durerà? Cosa faremo dopo? Quali sono le soluzioni?

Un articolo interessante, con dati e studi, è stato pubblicato da Dario Bressanini il 2 aprile 2020. Approfondisce bene molti dei dubbi e delle critiche che ho fatto io. Esistono diverse strategie per affrontare una pandemia. Si va dal non fare nulla, con tanti morti (circa centinaia di migliaia), ma con un’uscita più breve, alla soppressione. Queste sono le strategie nei due estremi, si intende. La soppressione minimizza i morti, ma rende il decorso molto lungo e dispendioso dal punto di vista sociale ed economico. Il nostro governo sta tentennando. Non ci sta spiegando che cosa accadrà nel futuro prossimo e cosa faremo. Troppi italiani, ad oggi in cui scrivo, sono convinti che ci faremo questa quarantena e tutto sarà a posto, la pandemia sparirà. Non è così. Ne avremo a lungo, molto a lungo. Cosa faremo nel frattempo? Ci tapperemo tutti quanti in casa, nella speranza di non contagiarci mai e aspettare la fine? Moriremo prima di fame. Chi faremo uscire per prima? Le simulazioni postate da Dario Bressanini (non le ha fatte lui, ma le ha riprese) prevedono una durata della pandemia fino a novembre 2021, con diversi picchi (*). Guarda un po’, sono i tempi già considerati da altri governi, compreso il tanto vituperato Trump. Queste chiarezze non sono (ancora) state fatte dai nostri politici. Conte parla di convivere con il virus, ma è tutto fumoso. Stiamo vivendo sul qui e ora, nell’emergenziale, ma non stiamo facendo granché per il futuro. Gli italiani sono convinti di uscire dalla quarantena e dare festa. Spiace dirlo, ma non sarà così. Forse i nostri politici (sia di destra che di sinistra) hanno paura di svelare questa verità, ma allora, lasciatemelo dire, sono inadatti a governare. Capite perché #iorestoacasa ha poco senso? È semplicistico e fuorviante. “Stay home” è una importante raccomandazione, ma noi ne abbiamo fatto un po’ come una grattata nelle parti basse per scongiurare qualcosa di negativo. Vale anche per il discorso tamponi. Fare tamponi a tutta la popolazione può dare una sensazione di sicurezza, ma è fittizia (da ipocondriaco, direi). Bisogna ragionare in tattica di lunga durata (a meno di non volere un discorso breve con centinaia di migliaia di morti). Eseguire tamponi a tutti è uno spreco ingente di denaro e tempo, con il rischio di non avere risorse nei successivi periodi. Eppure ci sono regioni che fanno dei tamponi un mantra, nella pia illusione di far sentire la gente al sicuro dal Coronavirus. La parola “test” dell’OMS (“test, test, test”) è stata tradotta male. La parola medica per intendere specificatamente il tampone è “swab”.

* I mezzi di informazione parlano del rischio contagio di ritorno. L’espressione è sbagliata, perché fa pensare che la pandemia è passata ed è una ricaduta. Nulla di più falso. La pandemia, vaccino permettendo, ci terrà compagnia per molto a lungo. Sperabilmente, i successivi picchi saranno di minor entità e saranno psicologicamente meno shockanti, ma ci saranno in un periodo di tempo lungo. Per altro, il vaccino non arriva subito, ma richiede tanto tempo. Non solo per trovarlo, ma anche per produrlo. E potrebbero volerci anni. Non è come dicono i soliti media gossippari.

La soluzione più corretta dovrebbe essere (tranne per chi ha i mezzi ingenti per la soppressione, e noi non li abbiamo) una via di mezzo, come nei paesi del nord e con modalità soggettive da parte dei governi. Le restrizioni più drastiche possono essere adottate localmente e per periodi limitati. Proseguire un periodo troppo lungo in casa, come abbiamo fatto in Italia, apporta benefici minimi o addirittura nulli, ritarda l’inevitabile e brucia le risorse necessarie per resistere a lungo. La soluzione più veloce per uscirne è proprio quella più dolorosa come perdite umane, mentre una clausura prolungata provoca perdite di altro genere (suicidio e depressione mentale, sedentarietà imposta). Saremo pure stati i primi ad affrontare l’emergenza in occidente, ma siamo già quelli più indietro insieme alla Spagna. Le risposte ai dubbi sono imbarazzanti. Tutto è limitato allo sciorinare i dati e a dire come sta andando il trend tirando quasi a indovinare. Le risposte non possono essere ricondotte solo e sempre a “dovete restare a casa e basta”. Si vive alla giornata, senza un programma serio ed efficace, in un clima perennemente emergenziale. La soppressione è stata inizialmente tentata a Wuhan, allargando poi all’intera regione dell’Hubei: nessuno esce di casa, zero contatti, il governo ti porta il cibo. Ma non ha funzionato. Il virus si è diffuso lo stesso in tutto il mondo e la Cina ha sempre dei focolai. Perché il virus è pandemico, quindi destinato sempre a scappare. Si può adottare localmente la soppressione, ma non a scala globale. La Germania ha imposto divieti tollerabili per la qualità della vita, ma ha saputo controllare meglio il territorio (tracciamento) e isolare meglio i casi. Non è fortuna, come beceramente ho sentito dire da alcuni. È l’abilità di individuare i focolai attraverso lo studio dei casi e del territorio, senza imporre gli arresti domiciliari ai cittadini. Noi non abbiamo fatto nulla del genere. Ci siamo impuntati su decreti sempre più grotteschi e a rincorrere la gente in giro facendo la multa.

La retorica di #iorestoacasa

Voglio essere “insensibile” fino fondo (io lo chiamo realismo… crudo, ma pur sempre realismo). I medici vengono ritratti come gli eroi del paese. Girano molte vignette di loro che cullano l’Italia. Eroi? Come eroi erano anche i soldati mandati sul fronte nelle due guerre mondiali. I giornali scrivevano di loro con entusiasmo e trionfalismo. E invece, i soldati morivano nel freddo e nella miseria. Chi riusciva a tornare a casa soffriva di disturbo da stress post-traumatico. Ma era vietato dirlo. E come dire #iorestoacasa a chi una casa non ce l’ha, beccandosi magari anche la sanzione? Come spiegare che siamo protetti nel focolare casa-famiglia a chi subisce violenze domestiche? A chi è LGBT ed costretto a convivere con familiari intolleranti alle loro inclinazioni sessuali? #iorestoacasa andatelo a dire a coloro che vivono (si fa per dire) nei centri di accoglienza o per rimpatrio, dove l’assembramento e l’indigenza sono la norma quotidiana. Andatelo a dire ai braccianti che vi portano la verdura al supermercato, dato che l’emergenza è sanitaria e non alimentare. Andatelo a dire a quelli che vi portano la spesa sul pianerottolo o la pizza a domicilio. Per loro, #iorestoacasa non esiste. #iorestoacasa, ma qualcuno no perché si deve sacrificare per le nostre comodità.

Ecco che allora, poiché è vietato dire i retroscena della pandemia per indirizzare il popolino verso una propaganda sdolcinata come per esorcizzare la gravità della situazione (sì, è grave), non manca come al solito l’untore manzoniano: il runner o il passeggiatore. A loro viene data la colpa di diffondere il virus, evidentemente emettendo due goccioline di sudore a 3 km di distanza mentre sgambettano solitari nel deserto del quartiere o della campagna. Intanto ci dimentichiamo di tutti quelli che da #iorestoacasa sono esclusi, cosa che ci porterebbe a riflettere meno di pancia sui decreti giornalieri. La verità è che non è del tutto scorretto dire che i responsabili della pandemia siamo proprio noi umani, con il sovraffollamento e l’abuso delle risorse, la globalizzazione esasperata. Ed è colpa degli italiani stessi, che hanno votato determinati partiti (sia di destra che di sinistra), se abbiamo strutture sanitarie scadenti e insufficienti. Inutile arrampicarsi sugli specchi per dimostrare che “anche gli altri paesi”: gli scandinavi e la Germania, che hanno dato più valore alla qualità della vita, se la stanno cavando meglio (ho detto meglio, non che stanno alla grande!). Troppo facile dare la colpa al runner e ripetere come un disco rotto #iorestoacasa. L’emergenza è gestita malissimo. Alcuni motivi, al di là della solita caciara politica, sono:

– tamponi in ritardo o che vengono persi;
– mancanza di tracciamento e quindi isolamento dei casi.

Così, quando i contagi risalgono o esplodono perché non si testa bene, non si traccia e non isola, si darà la colpa a chi è in giro o non indossa la mascherina. Chi pensa che l’app Immuni servirà a qualcosa è un ottimista.

Il gioco delle percezioni (chi si deve isolare seriamente)

È interessante notare come, a seconda dello scopo, si possono usare i dati per raccontare la storia in un modo oppure nell’altro. La letalità del SARS-CoV-2 nei soggetti di 10-39 anni è dello 0.2%. Ciò significa che, su 100 mila ammalati, ne vedrò morire 200. Se voglio trasmettere terrore, dirò che “anche i giovani muoiono”. Ma allora vale anche l’opposto. Se la letalità del virus è del 15% per gli over 80 (compreso chi ha patologie pregresse), vuol dire che l’85% guarisce! Ecco perché ho sempre detto quant’è importante saper maneggiare i numeri nella vita quotidiana. Si vede che siamo in un periodo dove la paura vende di più. Ciò non nega la gravità di una pandemia, ma bisogna stare molto attenti a come qualcosa ci viene raccontato. Conoscere i numeri e saper riflettere su di essi con distacco (che non vuole dire menefreghismo) sono fondamentali per non farsi imbrogliare dalla risonanza emotiva e mediatica.

La differenza di letalità tra le fasce di età dice una cosa importante:

sono le categorie a rischio che si devono isolare!

Gli altri devono fare attenzione e non mettersi in situazioni di alto rischio, ma non tapparsi in casa. Che poi, non tutti gli anziani sono a rischio allo stesso modo. Un 80enne sportivo ha un rischio ben inferiore rispetto a uno che ha fumato per tutta la vita. Semmai, il fatto è che sono pochissimi gli 80enni sportivi, purtroppo a causa di una scarsa etica verso lo sport. È stato fatto di mettere in isolamento i soggetti più a rischio? No, anzi, i contagiati sono stati spostati nelle RSA, provocando una strage che sembra quasi un atto di eugenetica.

Ipocrisia e accettazione della morte

Dal punto di vista etico, capisco che accettare la morte sia difficile. Non ho mai detto il contrario. Ma in passato è sempre stato così. L’anomalia sono stati questi 70 anni (in occidente) di benessere. Ci sono state delle crisi, dei governi altalenanti, ma di fatto siamo stati generalmente bene. La morte fa parte del ciclo della vita, che alcuni non accettano. Siamo troppo dipendenti dalla mentalità cristiana che prevede di mantenere in vita chiunque, a tutti i costi, anche se staccare la spina sarebbe una liberazione. È come se, per molti, la morte fosse improvvisamente arrivata solo adesso, quando in realtà è sempre esistita. La differenza è che, ora, ne parliamo, mentre prima la pagina dei necrologi era quasi del tutto ignorata. È una tragedia, ma non trovo che sia giusto far pagare alle future generazioni una drammatica crisi economica per l’ostinazione di dover sempre salvare tutti. Non si può, è un gesto di egoismo puro. Io ho imparato ad accettare la morte. Il che non significa fregarsene di chi muore, ma trattarla come un evento che, prima o poi, per vari motivi, toccherà a tutti ed è naturale. È davvero incredibile la reazione di molti italiani, che sembra abbiano appena scoperto che possiamo morire e non siamo affatto immortali. Una dimostrazione di com’è facile giocare con le percezioni risale ai casi di polmonite anomala nel mese di gennaio. A nessun medico è nato il sospetto di qualcosa di ben più grave. Gli ospedali erano sovraffollati, ma nessuno ci ha badato. Era proprio il Coronavirus, arrivato in Italia da ben prima del paziente 1 (Mattia) a Codogno. Il virus ha girato allegramente e libero per un mese abbondante. Senza essere notato. Nessuno si è accorto di nulla e nessuno si è tappato in casa per la paura dell’apocalisse. Ora ci piace vedere i medici come gli eroi, ma intanto si sono lasciati sfuggire il virus per un mesetto buono, forse un mese e mezzo. Solo una persona ha sospettato che Mattia potesse avere il Coronavirus, violando i protocolli e rischiando di perdere il lavoro. Nel frattempo, chissà quante persone avrà (il virus) contagiato. Se anche non ci fosse stato il famoso esodo di sabato 7 marzo dal nord al sud, il virus si sarebbe mostrato lo stesso al sud, perché statisticamente e probabilmente c’era già. Ma se il virus è passato così inosservato a gennaio e buona parte di febbraio, com’è possibile che ci contagerà e ucciderà tutti? Chi lo pensa e vuole evitare in modo assoluto il contagio è irrazionale. Magari si è ammalato senza accorgersi già a gennaio, scambiandolo per una brutta influenza. Ogni anno muoiono circa 600 mila persone, di cui 1/3 per malattie cardiovascolari, 24 mila per disturbi psichici e comportamentali e 45 mila per inquinamento (cause dirette o indirette). Solo in Italia. Non ce ne accorgiamo perché non ce ne parlano. I morti da Coronavirus ci fanno paura perché ce ne parlano quotidianamente.

Ricevo spesso accuse perché ho continuato a correre e non faccio il solidale con i flashmob (già finiti perché la gente si dà al vino) o il tricolore sul balcone (ormai esposto senza più crederci). Non metto nessun hashtag su “iorestoacasa”. Vorrei però chiedere, a chi mi critica, dov’era la sua solidarietà per gli almeno 250 mila siriani morti in guerra, più sfollati e mutilati. Al contrario, molti di coloro che ora pretendono la solidarietà insultavano i migranti e votavano Lega. Lo trovo decisamente ipocrita. Non è benaltrismo. È coerenza contro ipocrisia. Io ho sempre sostenuto che, sebbene non possiamo ricevere un’immigrazione senza limiti, dobbiamo impegnarci a raggiungere l’uguaglianza sociale fra i paesi, cosa che i sovranisti non hanno mai voluto fare. E proprio loro, adesso, mi vengono a contestare perché non ho smesso di correre? Loro dov’erano quando erano altri a soffrire? No, mi spiace, lezioni di morale da questa gente non l’accetto. Mi auguro che gli scienziati facciano sentire sempre di più la loro voce e fermare questa farsa. Per farsa, non intendo ovviamente la pandemia, ma quello che i nostri politici e governatori stanno combinando. Il Viminale, con i chiarimenti del 31 marzo, sembra aver capito che la situazione sta degenerando nell’ossessione di fermare il contagio a tutti i costi, cosa impossibile. Ci ha messo una pezza specificando che alcune attività sono concesse. Gallera e De Luca si sono rivoltati, ma tanti esperti (esperti, non io che sono un blogger) stanno dicendo che sono i primi due a sbagliare. Sarà spiacevole da dire, ma ci è toccata la pandemia. Non l’annulleremo rimanendo in quarantena tutto il tempo, senza uscire di casa. Se dovessimo fare così ogni volta, di fatto dovremmo tapparci in casa per tutta la vita. E, lo dicono sempre gli scienziati, i cambiamenti climatici ci obbligheranno ad affrontare tante altre emergenze. Sembrerà assurdo per un paese già di base ipocondriaco come il nostro (vedi anche molti runner che si conciano da eschimesi a 10 gradi), ma la miglior strategia per sconfiggere una pandemia è, nei limiti delle eventuali restrizioni che dovranno certamente esserci, uscire di casa. Prima lo facciamo e meglio sarà, sotto ogni aspetto, anche se l’istinto alla sopravvivenza ci può portare a pensare di tapparci in casa. Prima o poi dovremo uscire e fare i conti il virus. Lo possiamo rimandare bloccando il paese per due mesi, ma dovrà succedere.

Comunque, non vorrei essere sembrato troppo pessimista. Ho detto la verità, anche se vi sembrerà scomoda e brutta. Ma c’è anche l’aspetto positivo. Troppi anni di benessere ci hanno fatto perdere il senso delle cose, di ciò che davvero conta nella vita. Ora che abbiamo visto che la morte c’è ed esiste, traiamone insegnamento. Mettiamo via quella sigaretta e beviamo un po’ meno alcolici. Curiamo la salute e facciamo sport. Accontentiamoci di meno soldi, ma di avere più tempo libero. Godiamoci la natura e andiamo di più a piedi o in bicicletta. Saranno questi i valori che, come detto nell’articolo linkato all’inizio, dovremo coltivare. E non dev’essere una recita per farsi belli in televisione, con discorsi fumosi che non saranno mai realizzati. Dovremo capirlo per davvero, altrimenti al prossimo giro potrebbe andarci peggio.