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Selvaggio a chi?

Due documentari, uno fotocopia dell’altro, ma molto interessanti. Mi riferisco a “Selvagghi a chi?” (il titolo dell’articolo), in lingua originale Meet the Natives e di produzione britannica. L’altro è “Esplorazioni al contrario”, di produzione francese. La serie britannica ha 3 puntate, mentre quella francese ne ha 2. L’idea di questi due documentari, divisi a puntate e quindi serie, è originale. Anziché essere noi occidentali ad andare in luoghi sperduti e selvaggi, sono loro a venire da noi. È un modo davvero geniale di guardarci attraverso l’esterno, offrendo un nuovo punto di vista. Lo stile dei due documentari è quello tipicamente britannico: divertente, a tratti frivolo, ma con ricchi spunti di riflessione e insegnamenti. Se non ci fosse quel lato divertente, sicuramente non sarebbe la stessa cosa e lo spettatore si annoierebbe. Ma questo è lo stile britannico. Ed è uno stile che fa risultare tutto onesto e spiazzante allo stesso tempo. La serie britannica ha cinque protagonisti provenienti dalle Vanuatu, precisamente dal villaggio di Tanna: Albi, Posen, Joel, Yapa e Jimmy Joseph. Quest’ultimo è il narratore. La serie francese vede, invece, due protagonisti della Papua Nuova Guinea: Polobi e Mundeya. Le provenienze non sono casuali, perché sono correlate ai paesi in cui i protagonisti fanno visita. Le due serie differiscono per le trame, che vi lascio scoprire con la visione per apprezzare meglio i contenuti.

È sempre interessante fare il parallelismo con l’Italia. Da noi, Ulisse è ormai diventato così “chic” da far mancare i contenuti rispetto ad anni fa. Ma il peggio del trash è forse Geo, che quotidianamente trasmette servizi di luoghi sperduti e isolati per farci vedere come, lì, sia tutto naturale, felice e spensierato. Una visione decisamente idealizzata per fare un eufemismo. Per inciso, ai tempi della Colò, Geo era davvero istruttivo. I due documentari francese e britannico ribaltano le situazioni e ci mostrano come siamo. Il loro punto di vista è efficace, perché riesce ad essere distaccato attraverso quel carattere ingenuo e disincantato, ma anche critico e preoccupato. Vi riporto alcuni spunti che i sette “avventurieri” ci propongono. Non rivelo chi ha detto cosa. Bisogna vedere le due serie! Quello che mi preme ora è evidenziare come, pur non avendo la nostra conoscenza, riescono a individuare benissimo i meccanismi della società cosiddetta occidentale.

Sistema fiscale – Da loro, non esistono persone particolarmente ricche, ma nemmeno povere. È la riforma fiscale, che crea disparità tra poveri che diventano sempre più poveri e super ricchi che diventano sempre più ricchi. Già in questo articolo ho fatto notare come solo gli scandinavi abbiano una riforma fiscale efficace. Spesso, si parla di flat tax. Ma flat tax per chi? Per i super ricchi, ovviamente. Le aliquote attuali provocano disparità sociale. Poi arriva il Salvini di turno che propone la flat tax, ignorando che una società egualitaria si deve basare sulla limitazione del profitto eccessivo. Non è sbagliato guadagnare. È sbagliato guadagnare troppo! E intanto c’è chi dorme per strada, sotto lo sguardo degli altri che se ne fregano, come se tutto fosse addirittura “giusto”. Ovviamente, loro non hanno idea di cosa sia una flat tax, però notano che c’è questa disparità tra poveri e ricchi. Una disparità così scioccante ai loro occhi tanto quanto per noi è crudelmente normale.

Lavoro – Incredibile ma vero, i “nativi” hanno compreso quanto sia sbagliata la nostra visione del lavoro. Loro ci dicono che non andiamo a visitare i vecchi perché temiamo di perdere il lavoro. Però andiamo a lavorare e guadagniamo i soldi per pagare gli ospizi per i vecchi. In un modo o nell’altro, si pensa solo al lavoro. Ed è un circolo vizioso, un “cane che si morde la coda”. Anche io ho sempre sostenuto che dobbiamo cambiare il concetto di lavoro. Loro lo hanno capito subito, dimostrando di avere più spirito critico di noi perché non hanno i nostri condizionamenti.

Felicità – Girando per le strade che pullulano di traffico e gente che cammina, loro ci fanno notare che non sorridiamo mai. Loro sorridono e noi non accenniamo minimamente a ricambiare. Camminiamo dritti e ignoriamo tutti gli altri. Oppure al mattino ce la facciamo ad augurare un “buon giorno”, ma al ritorno a casa non spicciamo una parola. E loro si chiedono, giustamente, che senso abbia vivere così. Abbiamo i comfort e la tecnologia, ma non abbiamo migliorato la qualità della vita e non siamo felici.

Non me ne vogliate per avere usato i termini “loro” e “noi”. Non ho usato questi termini per vederli come estranei, anzi. I termini sono stati usati per focalizzare di più il parallelismo e mettere sotto critica (positiva o meno che sia) il nostro modo di essere.

Contrariamente ai servizi sui luoghi imbucati di Geo, l’intento dei produttori britannici e francesi non è quello di spingerci a vivere nella foresta senza tecnologia e senza nulla. Non avrebbe senso e sarebbe assurdo. Lo scopo è farci riflettere su alcuni valori a cui non prestiamo attenzione o che abbiamo dimenticato. Riflettere sull’insensatezza di alcuni comportamenti, che trovano forse l’esempio emblematico nel non sapere nemmeno perché ci uccidiamo e facciamo la guerra. Loro dicono che smettono appena muore qualcuno, mentre noi continuiamo in mezzo ai morti. Ecco perché “selvaggio a chi?” Loro non hanno la tecnologia e la medicina con cui noi abbiamo aumentato l’aspettativa di vita. Ma quello che abbiamo non serve se non siamo felici, se soffriamo la sedentarietà e il cattivo stile di vita. Non serve se ci facciamo la guerra, se ci sono senzatetto che dormono per strada nell’indifferenza. Mi sa tanto che i veri selvaggi, alla fine, siamo noi.

Come gli inglesi dominano ancora mezzo mondo

La carne è cancerogena? Quanta ne possiamo mangiare?

La carne è un argomento gettonato in tempi recenti. È anche uno dei tanti esempi su come, quando si vengono a creare dei problemi, spesso si cerca un capro espiatorio. In questo articolo, non parlerò dell’aspetto etico, perché ne ho già discusso qui. Invece, mi voglio soffermare su due aspetti per cui la carne viene messa in cattiva luce:

1) l’ambiente;
2) la salute.

Il problema è la sovrappopolazione

Chi osteggia il consumo di carne fornisce i dati sulle emissioni e sulle risorse idriche e agricole necessarie per alimentare gli animali. Alcuni, addirittura, propongono gli insetti come alternativa perché sono più economici e più abbondanti. Ecco, questo è il punto. Non si dice il vero problema, spiegato anche nell’articolo sul cambiamento climatico che ho linkato poco sopra: la sovrappopolazione. La domanda giusta non è come possiamo sfamare 10 mld di persone, bensì come evitare di crescere troppo come popolazione! I motivi per cui non si dice questa cosa sono svariati ma, per tutti, è il classico atteggiamento di chi vuole il massimo profitto possibile e del resto chi se ne frega. Ognuno ha il suo. Il papa vuole più fedeli (o pecoroni?). I politici di grossi paesi come gli Stati Uniti o alcuni in via di sviluppo vogliono più persone per aumentare il PIL globale (ma non cambiando la ricchezza del singolo, anzi, tante volte abbassandolo e creando più disparità sociale). E via dicendo. Se la Terra subisce la sovrappopolazione, qualunque soluzione risolve solo parzialmente il problema. Si può dire la stessa cosa anche dell’ecotassa e dell’ecobonus: le emissioni calano, ma il traffico da impazzire resta e la qualità della vita è sempre scadente!

Un rischio sopravvalutato

L’altro argomento è sulla salute. La tesi si basa sul ritenere la carne come alimento cancerogeno. Già il fatto che si dica che la carne è cancerogena denota l’ignoranza. La carne non è una sostanza. È un alimento, appunto, e un alimento NON può essere cancerogeno. Al più è una sostanza contenuta nella carne che potrebbe essere cancerogena, ma non la carne di per sé. Infatti, le ricerche che mettono in guardia sulla carne si riferiscono alle carni lavorate, non a tutta la carne o alla carne rossa! Ripetiamo la solita cantilena perché so che la si dimentica sempre: la carne rossa non fa male e non è cancerogena, ed è sempre l’eccesso a fare male. L’allarme riguarda le carni lavorate perché sono troppo salate o contengono i nitriti, questi ultimi che, sì, sono cancerogeni e vanno banditi dalla propria alimentazione (o almeno assunti sporadicamente se ciò è impossibile). Ma, come si usa dire, non si può fare dell’erba tutto un fascio. Non c’è motivo di ritenere una buona bistecca come causa di un tumore. Non è mai stato stabilito un rapporto di causa-effetto tra la carne rossa (o la carne in toto, quella senza nitriti) e i tumori. Tuttavia, anche per le carni lavorate bisogna interpretare correttamente i dati. Gli studi riguardano il tumore al colon-retto e quello allo stomaco. Ebbene, l’incidenza di questi tumori è molto bassa. È vero che sono tra i tumori più diffusi, ma la probabilità globale di contrarli è, appunto, bassa. Gli studi dicono che, per ogni 50 g di carne lavorata al giorno, la probabilità di cancro al colon-retto aumenta del 18%. Benissimo, se la probabilità di avere un tumore al colon-retto è del 5% (lo dicono gli studi), mangiando 50 g di carne lavorata al giorno il rischio aumenta fino al 6% (arrotondiamo pure). Non mi pare un aumento che fa differenza. Non sarà contento, su 100 soggetti, quell’1 in più, ma è così. È il classico modo di fregare la gente usando le percentuali relative. Se dico che la probabilità aumenta del 18%, scateno più paura rispetto al dire che la probabilità aumenta dal 5% al 6%! È molto più comune il tumore al seno. E l’alcol, nello sviluppo del tumore al seno, arriva a un rischio ben maggiore di quello che si avrebbe con la carne lavorata. Se una donna beve 20 g di alcol al giorno, su 100 casi di tumore al seno passo, da 12 casi, a 15 casi. Per 20 g di alcol al giorno, cioè 200 ml di vino. Ed è una probabilità ben maggiore dei 50 g di carne lavorata! Eppure non mi pare che, sull’alcol, si lancino allarmismi così imperanti. Certo è che, se uno mangia 150 g di pancetta con nitriti al giorno, è probabile che mangi troppo e sia in sovrappeso. E allora gli fa male. Ma non tanto per la pancetta con nitriti, bensì per il sovrappeso! In pratica, i nitriti dovrebbero essere banditi più per etica della qualità che per un concreto allarme cancro. In ogni caso, con 150 g di pancetta superiamo le dosi di nitriti tollerabili dall’organismo (e anche i nitrati, se cotti, diventano cancerogeni). L’assurdo è puntare il dito contro la carne, quando poi ci sono anche tanti vegetariani che bevono troppo e, per loro, la probabilità di avere un tumore è molto maggiore di una dieta con carne. Ovviamente, la birra piace anche a me e non sono affatto un proibizionista. Si tratta di coerenza. Sicuramente, è bene prestare attenzione alle fonti di approvvigionamento, evitando magari la carne di vitello per le condizioni pessime in cui verte l’animale. Ma qui stiamo spostando il discorso in un altro senso e non vado oltre.

I fattori di rischio per il tumore sempre quelli sono, alla fine: fumo, eccesso di alcol, sovrappeso e sedentarietà (il colesterolo non lo è!). Che poi, le sostanze cancerogene con cui entriamo in contatto quotidianamente sono tantissime: le radiazioni solari, il fumo passivo, lo smog. Però, anche se è vero, non ho mai visto articoli del tipo “il sole è cancerogeno“. Persino l’acqua, o dicesi anche DHMO, è importante per la proliferazione dei tumori! Chi mangia troppi salumi o carne conservata è spesso in sovrappeso. Io che assumo molte calorie con lo sport assumo poco di questi alimenti. Quindi, il problema è l’eccesso.

Carne ed etica

Anziché sbandierare presunti mali della carne, dovremmo assicurarci di avere fonti sicure di approvvigionamento (vedi l’articolo che ho linkato sulla qualità). Spiego bene cosa intendo. La colpa non è della carne in sé, che anzi è una fonte di proteine eccezionale. Il problema sta nell’uso smodato di farmaci e antibiotici o nelle condizioni dell’animale. Se la carne proviene da allevamenti “all’americana”, dove le mucche vengono stipate a migliaia in un piccolo spazio, non va bene. Così come non va bene che un pollo sia imbottito di ormoni e schifezze. Per fortuna, almeno in Italia, sempre più allevatori puntano sulla qualità di carne. Esselunga, con la linea della Naturama, è un esempio fruibile nella grande distribuzione. Poi possiamo pure parlare dei prosciutti di alta qualità spagnoli. È vero che il maiale spagnolo verrà macellato, ma quasi lo si può invidiare per la vita da pascià che conduce. Allevatori onesti esistono (per fortuna) e bisogna orientarsi verso di loro. Quello che intendo è che non è la carne, in quanto tale, a fare male. Inoltre, occorre anche saper variare. Se la richiesta è sempre il petto di pollo, non ne veniamo più fuori. Non mangiate sempre quel tipo di fesa o petto di pollo, cioè sempre quello stesso tipo di taglio, magari perché è magro. Il mercato non può reggere, senza creare qualche abuso, una richiesta così monotona.

Francamente, non mi fido molto dei cosiddetti produttori locali che, con la scusa dei metodi tradizionali, vendono carne di scarsa qualità. Su questo, in parte comprendo il punto di vista dei vegetariani e dei vegani. Prima dovremmo mangiare il pesce che contiene gli omega-3 (sapendo che ne siamo spesso carenti). Poi, per variare, possiamo mangiare la carne, assicurandosi che la fonte sia davvero sicura. Anche se si vuole sostenere una causa, è scorretto demonizzare. Per me, bisogna preferire il pesce, limitando automaticamente la carne, senza imporre nulla a qualcuno.

Quanta carne possiamo mangiare?

Si dirà: sì, d’accordo, ma cosa vuol dire eccesso? Beh, in un’alimentazione equilibrata, soprattutto se si è sportivi (e lo sport è necessario per uno stile di vita corretto), è importante assumere proteine ad alto valore biologico. Le fonti da cui ricavare le proteine sono parecchie, ma innegabilmente la carne è una delle principali. Di base, chi segue un corretto stile di vita, fa sport ed è in normopeso, non sta sbagliando nulla qualunque sia la quantità di carne che mangia. Sta già automaticamente limitando ogni eccesso. La IARC fornisce dei limiti solo per la carne rossa: non più di 500 g a settimana. I 500 g, appunto, si riferiscono alla sola carne rossa. Non ci sono restrizioni per gli altri tipi di carne. Se noi mangiamo 150 g di carne rossa per 3 volte a settimana, siamo a posto. Ma, come per il pesce e gli omega-3, trovo che sia sbagliato ragionare in termini di frequenza settimanale. È fuorviante. Uno può anche mangiarsi 35 g di mortadella ogni giorno per il panino, non assumendo altra carne rossa, e non sbaglia nulla. Si obietterà per il sale, ma tant’è, ognuno sceglie da solo come gestirsi per evitare gli eccessi. Ovviamente, anche mangiare troppo spesso carne grigliata o bruciacchiata, che sia rossa o meno, non fa tanto bene, ma fin qui lo sapevamo già. Alla fine si scopre che la necessità di assumere gli omega-3 dal pesce, poiché è un nutriente di cui si è facilmente carenti, limita già ogni eccesso di carne. La carne non fa male di per sé ma, poiché abbiamo bisogno degli omega-3, il problema non si pone a prescindere. Mangiamo il pesce, quello grasso che contiene gli omega-3, e per il resto va benissimo la carne. Come detto in precedenza, la carne dovrebbe essere un’alternativa al pesce, ma non perché la carne fa male, cosa scientificamente falsa. Ripeto, la carne non va bandita del tutto. Il concetto è che la priorità devono essere gli omega-3 dal pesce! Anche le uova meritano importanza e non bisogna farsi fregare dall’abbaglio del colesterolo (su cui ho messo il link in precedenza). Pertanto, capite che, tra uova, latticini per il calcio e pesce grasso con gli omega-3, la carne si limita spontaneamente senza demonizzare nulla. Si deve privilegiare qualcosa e assumere i nutrienti che ci servono. Fidatevi, avrete naturalmente una dieta con poca carne ma, appunto, senza demonizzarla. Un discorso più approfondito sulla carne l’ho fatto in questo articolo.

Il discorso del pesce grasso è interessante, perché assumere le fonti animali non vuol dire campare solo di carne. Perché lo voglio sottolineare? Perché alcuni paesi del nord Europa, come la Svezia e la Germania, pur dipendendo molto dagli animali, consumano meno carne degli italiani. Gli italiani dovrebbero mangiarne meno perché decantiamo la dieta mediterranea, ma i numeri non mentono: è da noi che si mangia più carne degli svedesi e dei tedeschi! Dovrebbe essere il contrario, stando a sentire la propaganda di casa nostra e considerando il clima dei paesi del nord. Si mangia più carne degli italiani in Austria, ma non in Germania, in Francia, nei Paesi Bassi e addirittura nel Regno Unito. Si mangia più carne degli italiani anche in Danimarca, ma non nel resto dei paesi scandinavi, in particolare la Norvegia (che mangia molto pesce!). Come spiegato nell’articolo sulle proteine nella dieta, sul piatto degli italiani è onnipresente la bistecca o l’accoppiata salumi più formaggio. Decantiamo anche le proprietà del pesce, ma poi non lo mangiamo, soprattutto quello grasso che contiene gli omega-3. Dieta mediterranea un accidenti!

Consumo apparente e consumo reale

Giusto per precisarlo, mi sto riferendo al consumo netto. Lo devo precisare perché, spesso, si trovano dati di consumo apparente. Qual è la differenza? Il consumo apparente è quello che considera anche gli scarti della lavorazione della carcassa. Quindi, se io mangio 50 g di mortadella con il panino, diventeranno 100 g di consumo apparente. Il consumo apparente è reale eccome, nel senso che gli “scarti” finiscono da qualche parte. Serve a renderci consapevoli di quello che consumiamo, cosa non banale in questi tempi di surriscaldamento globale. Probabilmente, è anche così che nascono i limiti più estremisti per il consumo di carne rossa che, a seconda del grado di estremismo, vanno da 1 volta a settimana a 1 volta al mese. Se uno lo fa per una personale preferenza e non ha carenze, va benissimo. Per gli altri, rischia di essere una inutile forma di castrazione alimentare, poiché non comporta dei benefici significativi. Sia chiaro, il consumo apparente non è un dato fasullo, ma non rappresenta il dato di consumo netto. Può dare la consapevolezza dello “spreco” tra l’inizio della filiera e il prodotto finale che arriva sul piatto. Tutto dipende da come uno presenta la storia, se con tono onesto o per fini ideologici di parte. Per il pesce, di solito, c’è meno pregiudizio, anzi, non si mangia abbastanza pesce grasso. Il consumo apparente di carne è, mediamente, di 90 kg all’anno per gli italiani (il dato è pro capite). Il consumo netto (o reale) è la metà circa, ovvero 123 g di carne al giorno. E, per riprendere il discorso fatto nel capitolo precedente, non mi pare che ci sia un’epidemia di tumore al colon-retto.

La confusione tra il consumo apparente e quello reale riguarda anche il pesce. Il consumo reale di pesce non è di 28 kg, dato che, nell’esperienza comune, è difficile trovare persone che mangiano 536 g di pesce ogni settimana. Il consumo reale è di 268 g a settimana.

La sesta grande estinzione (cambiamento climatico)

Gli effetti del surriscaldamento globale si avvertono sempre di più e viviamo sempre di più in una cappa di smog. E ciò nonostante, è ancora nulla rispetto a quello che ci attende. Lo so, detto così, sembra che stia descrivendo l’apocalisse. Ma l’apocalisse, se preferite usare questo termine, non avviene in un giorno preciso come tante volte hanno annunciato le sette o per il 21 dicembre 2012. L’espressione corretta è grande estinzione. E una grande estinzione si verifica nel corso di pochi milioni di anni. Dico “pochi” perché lo sono secondo la scala geologica, mentre sulla scala della vita umana 2 o 3 milioni di anni sono un’enormità! In passato, ci sono state 5 grandi estinzioni di massa, soprannominate “big five”. Quella più famosa ha fatto estinguere i dinosauri, mentre quella più terribile è stata tra il Permiano e il Triassico (limite Perm-Trias, circa 250 mln di anni fa). Ovviamente, accanto ai big five, ci sono state tante altre estinzioni minori, ma sempre drammatiche in termini di ragionamento umano.

La caratteristica di una nuova grande estinzione, la sesta, è dovuta a due fattori:

1) è colpa nostra;
2) il tasso di estinzione è più elevato di quello che farebbe la natura da sola (alcuni sostengono che il tasso sia di 100 volte superiore).

Circa 56 mln di anni fa, la Terra subì un aumento pazzesco delle temperature globali. C’erano palme e coccodrilli alle latitudini della Groenlandia! Ma si tratta di un avvenimento che si è sviluppato in migliaia di anni. Un arco di tempo brevissimo per la geologia, ma lunghissimo rispetto a quello che stiamo provocando oggigiorno.

Che l’aumento odierno delle temperature sia colpa nostra, non c’è alcun dubbio, in barba ai negazionisti. Ne ho già discusso nell’articolo sul surriscaldamento globale. Sulle stime, invece, i dati hanno chiaramente un margine di errore e ognuno offre delle interpretazioni. Non tutti forniscono le stesse cifre. Quello che non cambia è il concetto, o meglio, la realtà. Il 41 per cento di tutte le specie di anfibi e il 26 per cento di quelle di mammiferi sono state incluse nella lista delle specie in pericolo di estinzione dall’International Union for Conservation of Nature (IUCN). Secondo Gerardo Ceballos della Universidad Nacional Autonoma de Mexico a Città del Messico e Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo della Stanford University, il 30% delle specie di vertebrati ha visto declinare il suo areale e la dimensione della popolazione (l’areale indica la zona in cui vive una specie, intendendo non solo lo spazio geografico ma anche le caratteristiche). Per quanto riguarda l’aumento di temperatura media del pianeta, 2 °C è il limite considerato quello del non ritorno, ma un cambio della tendenza non si è mai visto. Tutte le riunioni sulle sorti del clima sono terminate con fumate nere e, anzi, c’è chi è uscito da quegli esigui accordi stabiliti. Alcuni studiosi dicono che, nel 2100, l’aumento di temperatura sarà addirittura di 4 °C, se non addirittura 8 °C negli scenari più catastrofici. Dipende da come uno ha fatto i calcoli e qual è il margine di errore stimato, ma anche la gravità che vuole trasmettere. Nulla di strano, è già accaduto un rialzo di questo tipo ma, come detto, stavolta sta avvenendo a una velocità terrificante che non dà scampo. In realtà, in Italia molte zone hanno già subito un aumento medio di almeno 2 °C rispetto alle medie climatiche teoriche. Dove abito io, è sistematicamente così da anni. L’inverno è sempre troppo caldo per quello che dovrebbe essere. I giorni di vero gelo sono pochi (e drammatici) e si ritorna sempre al caldo. 15 °C a febbraio possono sembrare piacevoli, ma non è affatto così se si guarda oltre. Si possono dare tanti tipi di dati e si possono effettuare diversi tipi di studi, ma il fatto non cambia: molte specie si sono estinte a causa dell’uomo e tante altre stanno declinando. Ma basterebbe anche la realtà quotidiana per accorgersene. Stanno sparendo sempre di più gli insetti impollinatori e altri che fanno funzionare l’ecosistema (il primo che mi viene in mente è lo scarabeo stercorario). Sì, anche se non ci piacciono, gli insetti sono a rischio estinzione come gli orsi polari, i pinguini, gli squali, il tonno e gli elefanti. Proliferano le mosche e le zanzare, loro sì ma, come diceva Einstein, senza le api noi umani siamo morti! Io che abito in un piccolo paese a “rischio giallo” (cioè ancora si può salvare qualcosa, rispetto a città perdute per sempre nel cemento come Peschiera del Garda), penso di non ricordare più l’ultima volta in cui ho visto un’ape. Ed è un piccolo paesino, non di certo una grande metropoli come Milano.

Purtroppo, anche se i tempi di questa estinzione sono estremamente brevi, non ce ne accorgiamo. Potremmo dare la colpa alla cecità delle persone e dei governi e non sarebbe sbagliato. Ma, a questo, bisogna anche dire che saranno le future generazioni a patire di più. È un ragionamento tipico ed egoistico. “Tanto, quando succederà, non sarò più vivo, quindi che me ne frega?” Non si guarda più in là del presente e si cerca il massimo profitto. È il ragionamento di gente come Trump, Salvini e di tutti coloro che continuano a togliere spazio alla natura per guadagnare con il dio del cemento. Inoltre, gli occidentali se ne accorgono poco perché sono i paesi più poveri a vivere le conseguenze più drammatiche. I ghiacciai dell’Hindu Kush, direttamente o indirettamente, fanno sopravvivere circa 1.5 mld di persone. Ma i ghiacciai si stanno ritirando pesantemente, quindi quest’area popolata da 1/5 della popolazione mondiale soffrirà.

Surriscaldamento globale e immigrazione

Un aspetto del surriscaldamento globale poco noto è che scatena dei meccanismi di immigrazione (o migrazione). Leggete questo articolo e scoprirete di cosa parlo. Qui preferisco parlare di altro, altrimenti sposterei l’attenzione sul “problema immigrazione” togliendolo al resto dell’articolo.

Ci sono soluzioni? La sovrappopolazione ci frega!

Intanto, dobbiamo iniziare ad ammettere che siamo in troppi. Pensiamo a come poter sfamare 10 mld di persone nel 2050, ma non si dice quasi mai che il problema è esattamente che saremo in 10 mld. Al contrario, i nostri TG continuano a lanciare l’allarme del calo di nascite (e poi c’è chi, come Salvini, ragiona da islamico per combattere l’Islam, ovvero incitando a fare figli come pani usciti dal forno). Difficilmente potrà cambiare qualcosa se non si raggiunge questa consapevolezza. Non è vietato fare figli, ci mancherebbe altro. Ma bisogna fare figli se si ha una concreta capacità economica e morale per poter dare ai figli i mezzi, in particolare quelli etici, necessari alla vita. L’obiettivo dovrebbe essere almeno mantenere invariata la popolazione. Già qui mi sa che abbiamo fallito, visto che le propagande vanno in verso opposto al mio pensiero. Proprio per questo motivo, ecco che periodicamente sbuca fuori un articolo che ci spiega come il cibo del futuro saranno gli insetti (ma non si dovevano estinguere pure loro?) o che dobbiamo seguire un’alimentazione vegetale. Mah, anche se esistono popoli che si nutrono di insetti, dubito che l’umanità intera accetterebbe di mangiare insetti. Io preferirei morire di fame, piuttosto! Per quanto riguarda l’alimentazione vegetale, siamo alle solite. Queste ideologie non mi hanno mai convinto, perché l’interesse non è realmente quello di salvare il pianeta. L’interesse di queste ideologie è convertire le persone a passare dalla loro parte, usando qualunque scusa possibile, bugie comprese. Diffidate di questi attivisti militanti, perché a loro, dell’ambiente, non frega nulla allo stesso modo dei politici che guadagnano con il cemento. Se per convertire devono dire che salveranno il pianeta, anche se non è vero, lo dicono. Non si fa altro che spostare il problema. Si continuerebbe a deforestare, si eliminerebbero le specie di quell’habitat e il problema, anzi, peggiora! O magari riduciamo l’impatto ambientale del 30%, ma la popolazione aumenta del 50% e siamo punto e a capo (si possono dare altre percentuali, ma il concetto resta invariato). Insomma, la vera soluzione è smetterla con la rincorsa al cemento, puntando sulla riqualificazione di aree su cui si è già costruito (vedi l’abbattimento del vecchio Delle Alpi, stadio della Juventus, per costruirci un altro stadio anziché andare in cerca di terreni ex novo). E, naturalmente, non possiamo continuare a crescere spropositatamente come numero di abitanti. Quando spiego che i paesi scandinavi sono tra i più felici al mondo, una delle critiche che piovono che è facile essere felici in Norvegia se loro sono appena 5 mln. Ecco, te lo sei detto da solo… vedi che, se vuoi, arrivi a capire che la sovrappopolazione è un problema! Un altro dato di quanto la crescita della popolazione impatti sull’ambiente: ogni figlio occidentale (*) viene mediamente a “costare” all’incirca 58 tonnellate di CO2 all’anno (all’anno!). Un volo intercontinentale (che non si fa di certo tutti i giorni) “costa” circa 1.5 tonnellate pro capite (all’incirca 300 g pro capite per ogni km percorso). C’è poco da fare, i numeri non mentono, ma mica si può dire, soprattutto nei paesi molto religiosi o dove serve aumentare il PIL, di fare meno figli! Non sto affatto dicendo che è vietato fare figli, tutt’altro, ma è facile accorgersi che troppa gente, in occidente o nei paesi poveri, fa figli come se fossero pani sfornati. Ogni eventuale soluzione deve necessariamente passare attraverso il fattore popolazione. E, più la popolazione cresce, più le soluzioni diventano sempre più complicate e complesse.

* E certo, finché i bambini africani muoiono di fame, è comodo continuare a vivere nell’agio e pensare di consumare all’infinito.

Curiosa la contraddizione di alcuni programmi televisivi come Geo. Si allarmano per i cambiamenti climatici e dicono che il pianeta è sovrappopolato, ma poi si preoccupano se non facciamo più figli.

Uno degli slogan del movimento #Fridays for Future è che non dobbiamo cambiare il clima, ma il sistema. E sono d’accordo. Il cambiamento climatico è ormai irreversibile. Quindi, dobbiamo essere pronti, portando avanti linee politiche che considerino questo problema. Charles Darwin ha correttamente dimostrato, nella sua teoria dell’evoluzione, che sopravvive chi si adatta meglio (chi si adatta meglio, non il più forte!). E noi umani dobbiamo adattarci ai cambiamenti climatici, cessando gli egoismi e i sovranismi. È interessante notare una cosa di Greta Thunberg. Lei ha iniziato la protesta davanti al parlamento svedese, ma gli svedesi (e gli scandinavi in generale) sono stati tra i primi a capire il problema ambientale e ad intervenire. Iniziamo ad adattarci senza più fare figli come pani, ma offrendo una miglior educazione ai figli che possiamo mantenere (vedi sui bisogni di un figlio).

Il lassismo della politica italiana

Ecco uno dei tipici esempi di politica che infinocchia la gente. Dopo l’attivismo di Greta Thunberg e degli scioperi del clima, il governo italiano di Conte ha realizzato il decreto clima (detto anche green new deal). Si vuole spacciare questa manovra come qualcosa di grandioso, addirittura paragonandola al new deal di Roosevelt per combattere la depressione americana di inizio ‘900. La cifra di 450 mln appare grande, ma in realtà sono solo briciole. Se uno fa due conti, parliamo di 8 euro a testa per ogni cittadino. Questa è la spesa che ognuno di noi mette per il decreto clima del governo di Conte. Il canone RAI, annualmente, ci costa molto di più! 8 euro a testa per affrontare i cambiamenti climatici sono una cifra irrisoria. I nostri politici ci dicono che è solo un inizio, ma ciò significa che il messaggio non è stato recepito. Non bisogna agire entro 20 o 30 anni, perché a quel punto sarà troppo tardi. La Germania e i paesi scandinavi l’hanno capito (gli scandinavi prima dei tedeschi) e finanziano cifre molto più importanti. I nostri politici giustificano la spesa tedesca per il clima dicendo che i tedeschi producono di più. La giustificazione non regge. Per quanto la Germania sia più avanti nella produzione, stiamo mettendo a confronto 8 euro per cittadino italiano contro 600 euro per ogni cittadino tedesco (50 mld in tutto). È un divario fin troppo enorme per giustificarlo con un mero fatto di produzione! La Germania ha capito che l’ora di intervenire è adesso, come ci dice bene Greta Thunberg. La verità è che gli italiani vogliono ancora credere di essere nel boom economico, cioè che il miglior modo di produrre e creare posti di lavoro è l’economia del cemento. Per conseguenza, le misure per il clima in Italia sono irrisorie, perché è ancora irrisoria la mentalità ecologica degli italiani! Per la verità, anche la cifra messa in campo dalla Germania è insufficiente. Il problema è ben più grosso e i paesi scandinavi hanno agito in anticipo di 20 anni. Se l’Italia offre una briciola, la Germania ne offre 10. Le misure tedesche partono dal 2023 e arriveranno alla spesa di 100 mld nel 2030 per raggiungere l’obiettivo nel 2059. A parte la considerazione di essere in ritardo, vuol dire che, per il 2059, ogni tedesco dovrà spendere appena 30 euro all’anno per il clima (*). Pertanto gli attivisti continuano a protestare perché, con l’imbroglio del “entro il”, nel 2059 saremo già spacciati.

* Se la cifra vi sembra elevata, provate a calcolare quanto spendete per l’albergo in vacanza, per il ristorante, per la messa in piega, per il macchinone e via dicendo.

Nulla cambia, ma forse tutto peggiora

Di recente, trovo positivo che molti giovani, rispetto agli adulti e ai politici, si siano resi conto del problema e scioperino (è importante distinguere che, per loro, non è una manifestazione). Ciò dimostra che le nuove generazioni non sono totalmente da buttare. Se parliamo di ambiente, sono gli adulti, cioè i nostri padri e i nostri nonni, ad averci lasciato nei guai per il mero profitto. Sfortunatamente, temo che sarà sempre troppo tardi. I politici “non hanno fatto i compiti” e non hanno intenzione di farli per molto a lungo. E gli scioperi, per conseguenza, rischiano di finire come un’azione passeggera o dimenticata. Il discorso della Thunberg al COP24 avrebbe dovuto far nascondere dalla vergogna coloro che, da anni, parlano e non vogliono mai risolvere per poter mantenere i rispettivi interessi. Invece, è inquietante che la realtà spiattellata in faccia abbia addirittura provocato insulti, come purtroppo non sorprende nell’era del “cattivismo”. E no, la Thunberg (che è una ragazza e NON una bambina) non ha ragione perché ha l’Asperger. Posto che molte soluzioni alternative spostano o rimandano il problema, ha ragione per un motivo molto semplice ma che non si vuole ammettere: gli “adulti” non si comportano da maturi! Il discorso della Thunberg non è nuovo, a dire il vero. Con una retorica comprensibilmente degli anni ’90, l’aveva già fatto Severn Suzuki nel 1992, che all’epoca aveva 12 anni e fu nota come la bambina che “zittì il mondo per 6 minuti”. Quando si dice perseverare negli errori. Ora la Thunberg è diventata l’ambientalista simbolo e i politici si fanno belli con lei. Nel frattempo, però, hanno già nel cassetto i nuovi accordi per guadagnare con il cemento. Lo dice lei stessa:

Tanta gente importante si congratula con me, ma non so di che cosa si congratuli. Milioni di studenti sono andati in sciopero per il clima, e nulla è cambiato.

È per questo che lei continua ad essere arrabbiata, anzi lo è di più, avendone tutto il diritto. I politici sfruttano le sue lotte per accalappiare voti e, mentre dicono che bisogna intervenire per il clima, assegnano i Mondiali al Qatar, che per rinfrescare lo stadio spreca vagonate di energia. Un Mondiale nel deserto, un bosco che sparisce per un campo da coltivare (non diamo la colpa solo agli allevamenti!), cantieri su cantieri perché la gente deve lavorare ecc. E stiamo sempre continuando a fare quello che ci sta distruggendo. Tra l’altro, la Thunberg ha un suo modo di viaggiare, di cui ho discusso qui. Riallacciandoci al suo modo di viaggiare, in questo articolo diciamo che non è alimentare un palco con 120 ciclisti che risolveremo il problema. Sa di grottesco e ricorda l’immagine degli schiavi che dovevano remare le barche (*). Ma forse, più che non essere cambiato nulla, è tutto peggiorato. La popolazione è aumentata e i boschi spariscono a mano a mano per cedere ai centri commerciali, ai pascoli e ai campi di agricoltura (non è solo colpa degli allevamenti!). Un terreno prima coltivato diventa argilla secca dopo qualche anno. Si costruiscono sempre più strade e parcheggi, aumentando il traffico, lo smog e l’inquinamento. In riassunto, giusto per ripeterlo: siamo in troppi e cementifichiamo troppo!

* Quello che mi rende perplesso è che anche gli ambientalisti della vecchia scuola sminuiscono i giovani del #Fridays for Future. In quanto giovani, è normale che siano ancora immaturi e inesperti, poiché nessuno nasce imparato. Se oggi sono immaturi e inesperti, avendo le giuste opportunità, impareranno pian piano. Gli ambientalisti della vecchia scuola sembra che siano frustrati perché avrebbero voluto per sé certi riconoscimenti, ma così dimostrano di non avere un vero interesse per l’ambiente (e allora capisco perché hanno fallito!). Anche se abbiamo tutti quanti le stesse idee, francamente mi dissocio dal vecchio ambientalismo, che è solo l’altra faccia di chi cerca un profitto. Non è neanche questione di “rispetto” (cit. Salvini). Parlare di rispetto, nel caso specifico, vuol dire che è un momento passeggero prima di diventare adulti e pensare ad altro. Non è questione di rispetto, ma di dare a questi giovani gli strumenti e gli insegnamenti per maturare l’esperienza e governare meglio di chi lo fa oggi. Il geologo Tozzi l’ha capito perfettamente e, non a caso, nel suo programma Sapiens invita solo i ragazzi del liceo come ospiti. Non bisogna spegnere le iniziative dei giovani perché sono immaturi, bensì fare come Tozzi, cioè permettere che imparino e trovino gli strumenti per farlo. Se lo facciamo, diventeranno adulti competenti. Altrimenti, allo stesso modo dei predecessori, si rassegneranno e finiranno nelle fila dei nullatenenti o dei delusi sopravviventi (vedi sul perché siamo allo sbando).

Sia chiaro, anche il mio ragionamento è di stampo umano. A rimetterci è sempre l’uomo. Anche se si estingueranno molte specie, non sarà il pianeta a morire e non sarà la vita a sparire dal pianeta. Non è bastato nemmeno l’asteroide di Chicxhulub a distruggere la vita sulla Terra. Mi vengono in mente i tardigradi, animali piccolissimi (circa 1 mm) e capaci di sopravvivere dallo zero assoluto fino ai 150 °C o addirittura nel vuoto dello spazio. Il loro aspetto è simile a quello di un ippopotamo e sembrano buffi, ma sono uno straordinario esempio di come la vita, una volta che si è stabilita, è molto resistente. La vita avrà sempre futuro ancora per molto tempo. Sarà l’uomo a non esserci più, a meno che non decida di cambiare rotta in extremis. Ormai, anche i paesi occidentali risentono del surriscaldamento globale. Negli USA, è vero che ci sono ondate di gelo tremende che bloccano il traffico aereo, ma poi ritorna sempre preponderante il caldo. È la differenza tra meteo e clima, cioè tra scala locale e scala a lungo termine. Incendi, tempeste, alluvioni e altri eventi estremi (*) stanno colpendo anche nei paesi occidentali, provocando morti. Non saranno il miliardo e mezzo che dipende dall’Hindu Kush, ma anche da noi, di questo passo, serviranno a poco i climatizzatori in estate. Da noi in Europa, è stato appositamente coniato il termine “Medicane”, cioè un neologismo tra Mediterraneo e hurricane per sottolineare che questo evento climatico sta diventando comune anche nel Mare Nostrum. Non sono solo io a farla “tragica” parlando di sesta estinzione. Ne parlano anche molte riviste scientifiche (mi viene in mente un articolo di Le Scienze).

* Da chiarire cosa si intende per evento estremo. Un evento estremo è tale se non è tipico di un luogo, ma può essere normale in un altro. La domanda è: se gli eventi estremi diventano normali, come sempre più sta accadendo, ha senso parlare di eventi estremi?

Resilienza, il sapersi adattare

Come ho spiegato anche nell’articolo sul surriscaldamento globale, a mio parere dovremo adattarci. Gli scienziati amano usare il termine resilienza. E condivido. Ma dobbiamo adattarci con azioni concrete, non con cure palliative. Ha poco senso parlare di spazzolini di bambù o di fare docce brevi per non sprecare l’acqua (*), laddove il grosso è dato dalla sovrappopolazione e dal cemento. Il punto è che il trend è un dato di fatto ed è ciò che si sta davvero realizzando. Se è vero che il peggio lo vivranno i nostri figli e i nostri nipoti, è anche vero che già la qualità delle nostre vite è scaduta. Purtroppo, quello che ancora a molti non piace è dire dove sta veramente il problema. Le ideologie veg non potrebbero convertire la gente a fare un’alimentazione vegetale. I politici non potrebbero fare le campagne per il family day e regalare al papa altri fedeli. E, ovviamente, la mafia del cemento non potrebbe continuare ad arricchirsi. Sì, poi c’è Focus che ci fa vedere una manciata di teneri cuccioli di elefanti salvati dai bracconieri, ma nel frattempo il malvagio di turno si prende 1000 volte di più.

* L’argomentazione ha poco senso. È vero che non bisogna sprecare l’acqua, ma il problema non si risolve facendo docce brevi. Tutto quello che usiamo e indossiamo impiega molta più acqua di quella con cui ci facciamo la doccia. Quest’acqua viene chiamata “acqua virtuale”, ma è ben più reale di quella del rubinetto o delle docce.

Infine, voglio spendere due parole sul riciclo. Le cose non sono più come 20 anni fa. Riciclare è sempre meno economico. Questo anche perché, nello specifico gli italiani, sono tutti bravissimi a fare la raccolta differenziata (non è vero, ma ammettiamo che sia così), ma sprecando o gettando via troppo. Nei paesi del nord, dove si ha più consapevolezza, sono efficienti nel riciclare tanto quanto etici nel modo di consumare. È inutile essere i migliori nella raccolta differenziata, se poi abbiamo un cattivo uso delle cose. È per questo che i roghi ai rifiuti sono diventati un problema, la nuova frontiera (per così dire) della mafia. Sono le società di riciclaggio stesse ad appiccare gli incendi. Non guadagnano più come prima. Allora cosa fanno? Riciclano solo una parte dei rifiuti. Il resto viene dato alle fiamme in qualche cantiere abbandonato. L’altro fattore è la la popolazione crescente. Più c’è gente e più aumenta l’energia consumata, quindi anche gli sprechi. Riciclare diventa più costoso e alimenta la mafia con gli incendi ai rifiuti. Ma il problema non è riciclare, bensì l’aumento eccessivo della popolazione. E questo problema non si risolve tornando agli inceneritori come vogliono fare alcuni politici stile Salvini.

Un esempio molto chiaro di adattamento è l’emergenza del Coronavirus. Non solo, il lockdown che è stato predisposto dimostra benissimo come si possa agire subito per il clima, non “entro il”. Quindi, ha ragione Greta. Bisogna fare subito, senza aspettare né tergiversare!

Gli anti-Greta contro l’uguaglianza sociale

Gli anti-Greta contestano che la Cina è il paese che inquina di più. Contestano che è facile dire agli occidentali di cambiare e adottare politiche ambientali, laddove i paesi poveri dipendono ancora dal carbone. Pertanto, sentenziano che Greta non deve fare la morale e che dovrebbe dirlo a paesi come India e Cina. Qui viene fuori la totale mancanza di volere un cambiamento da parte di alcuni. Innanzitutto, va precisato che la Cina è il paese che inquina di più ma, pro capite, i primi sono gli occidentali, specialmente gli americani che, rispetto agli europei, inquinano fino a due volte di più. Inoltre, Greta e gli ambientalisti come lei sostengono l’uguaglianza sociale in questo senso. I paesi poveri non hanno gli stessi tempi e gli stessi mezzi dei paesi più ricchi. Hanno bisogno di più tempo. I cinesi e gli indiani sono perfettamente consapevoli del paradosso per cui, crescendo come gli occidentali, provocheranno danni ambientali. E, contrariamente al credo comune, stanno lavorando alle soluzioni per il futuro. La differenza è che molti paesi occidentali possono già, ma non vogliono. Indiani e cinesi vorrebbero, ma non possono ancora. Uno dei motti dei sovranisti è “aiutiamoli in casa loro”. È uno slogan che è sempre rimasto tale per giustificare l’odio e il razzismo (la forma attuale del vecchio “arbeit macht frei”). A sorpresa, si scopre che i cinesi, con l’Africa, stanno facendo quello che teoricamente avrebbe potuto fare l’occidente. Rispetto al colonialismo europeo, i cinesi offrono un legame win-win (vantaggioso da entrambe le parti) e depredano o prendono tanto quanto danno. Si tratta di una strada che più volte gli occidentali hanno voluto perdere. Io non mi stupirei se, tra 20 o 30 anni, l’India e la Cina agiranno prima di molti paesi occidentali! Il fatto che la Cina abbia accettato meglio le perdite economiche del COVID-19, rispetto a molti paesi occidentali ancora meramente attaccati al portafoglio, è già un segnale. Oppure penso alle restrizioni sulle auto, con la promozione dello scooter elettrico come mezzo di trasporto, anche quando le temperature sono rigide. Siamo sicuri che i cinesi siano così indietro nell’ambiente?

I vegetariani salveranno il mondo? Un’opinione imparziale
Moon Day, che cosa davvero ci lascia esistenzialmente?

Perché aspirare al modello scandinavo

Nell’articolo sui paesi in cui si vive meglio, ho fatto notare che, se è vero che l’Italia, arretra, i veri paesi del benessere non sono nemmeno quelli che alcuni si aspetterebbero. Mi riferisco ai classici paesi come Germania, Stati Uniti, Regno Unito e Francia (certo, questi paesi restano mediamente più avanti dell’Italia, ma è un altro discorso). Invece, ho fatto notare che sono i paesi scandinavi, compresa la “remota” Islanda (*), a essere costantemente fra i primi posti. E ora vorrei spiegare perché loro sono così avanti. Innanzitutto, quello che vi sto per dire, anche se non è un quadro completo ed esaustivo, non è frutto del mero sentito dire. Sono stato diverse volte nei paesi scandinavi, tranne l’Islanda, e ho avuto modo di toccare la loro realtà. Certo, andarci da turista non è come viverci, ma non può essere una critica valida. Non può esserlo perché la differenza è troppo netta per non accorgersene! Mettere insieme un “modello scandinavo” è un po’ difficile, visto che stiamo parlando di 5 paesi. Ci sono differenze locali e legislative, ma il concetto di fondo è comune. Per questa ragione, l’espressione “modello scandinavo” ha senso (oltre alle vicende di storia che hanno sempre accomunato questi paesi).

* Tecnicamente, i paesi che si identificano come propriamente scandinavi sono solo Svezia, Norvegia e Danimarca. Questo perché hanno sempre avuto forti legami storici, culturali e linguistici (praticamente, svedese, norvegese e danese possono essere considerati, esagerando, dei “dialetti”). Secondo altre definizioni, si accomunano anche la Finlandia e l’Islanda, perché in effetti il regno vichingo ha avuto molta influenza in queste regioni. La lingua islandese, anche se a tratti simile, è diversa e ancora di più lo è quella finlandese (la Finlandia ha avuto il dominio russo ed è amica dell’Estonia).

Corruzione e criminalità
Sì, esistono anche lì e non è mai tutto perfetto al 100%. Quello che influisce sull’andamento del paese è la percentuale di questi problemi. È facile notare che gli scandali politici sono molto rari in Scandinavia. Emblematico l’esempio dell’Islanda con le banche. Gli islandesi hanno deciso di dare pene certe ai responsabili e di non far ripagare quel debito ai cittadini. Direte che è facile per un paese di circa 300 mila abitanti. Beh, in un momento difficile di sovrappopolazione, di spreco e mancanza di risorse, essere in pochi è un pregio! La criminalità è bassa nei paesi scandinavi, a tal punto che la condanna a Breivik è parsa ridicola all’italiano medio. Ma questo tipo di condanna è possibile all’interno di una società con bassa criminalità! Provate a sentire un buon numero di norvegesi e vi accorgerete che, per quanto siano rimasti sconvolti, non nutrono la rabbia e l’odio di molti italiani. A contribuire nel non coltivare questi sentimenti negativi, c’è la certezza della pena, cosa che a noi, purtroppo, manca (basti pensare all’immunità politica e all’oscena riabilitazione di Berlusconi).

Reddito di cittadinanza (?)
Il grande vanto di Di Maio, che invece è una bufala. Nei paesi scandinavi, a seconda della traduzione, si preferisce parlare di “reddito di sussistenza”. In Finlandia, hanno addirittura provato a sperimentare il reddito di benessere universale, anche se l’esperimento è fallito (fallito solo in termini di lavoro, poiché i beneficiari non se ne sono affatto stati sul divano, bensì hanno sfruttato il tempo libero per essere felici e curare la salute: il momento del reddito di benessere universale arriverà!). Dove sta il plus del sistema scandinavo? Sta nello scopo. Il (finto) reddito di cittadinanza del M5S è una propaganda politica che serve per far vedere di aver combattuto la disoccupazione, quando in realtà la precarietà è addirittura peggiorata. Per gli scandinavi, sebbene ci sia sempre la clausola del lavoro, l’obbiettivo è rendere le persone autonome e indipendenti. Il loro intento non è rendere schiavi i cittadini per evitare che stiano sul divano, ma che abbiano le risorse per cavarsela da soli. Un cittadino che se la cava da solo, per conseguenza, non grava sullo Stato. Ovvio che, anche lì, c’è sempre chi vuole stare sul divano. Lo sanno benissimo, ma sanno altrettanto che chi sta sul divano fa meno danni rispetto a uno che lavora male!

Distribuzione equa della ricchezza (divertirsi senza essere apparenti)
Le tasse, in altre parole. È vero, gli scandinavi pagano molte tasse, ma quel che rimane è sempre tanto. Ed è per questo che non si lamentano. La busta paga, al netto delle tasse, è sempre sostanziosa. E quello che finisce in tasse viene usato per il loro welfare, quindi con il beneficio per tutti. C’è meno disparità sociale e, di questo, gli scandinavi hanno la garanzia. È anche vero che gli scandinavi hanno l’ottima dote di essere persone semplici rispetto agli italiani che, mediamente, sono molto più apparenti. Mi viene in mente un mio amico, che ha le mani bucate ogni volta in cui può spendere qualcosa. E come lui, ci sono tantissimi altri italiani che si comportano così. Questa è tutta gente che non arriverebbe a fine mese anche guadagnando 1 milione di euro all’anno! Nessuno dice che non bisogna divertirsi, ma ci si può divertire senza avere le mani bucate. Ci si può benissimo divertire senza avere l’ambizione di dire “me lo posso permettere” o per mantenere uno status quo di cui dare sfoggio. Sul sistema fiscale, ho già scritto perché la flat tax è una bastonata per i poveri in questo articolo.

Alcolismo e fumo
Anche in questo caso, come per la criminalità, è impossibile non vedere mai gente ubriaca che vomita per strada. Ma c’è un regolamento preciso e viene fatto rispettare. L’alcol è monopolio di Stato e viene venduto a caro prezzo. Gli alcolici non possono essere venduti normalmente nei supermercati, tranne alcune bevande a bassa gradazione. L’obiettivo non è quello di sradicare completamente l’alcolismo, ma di minimizzarlo. E se anche qualcuno ha questo problema, il costo elevato degli alcolici giustifica il rientro delle spese per eventuali cure mediche (o comunque sono soldi che vengono rimessi in circolo per la comunità). Il problema dell’alcol, nei paesi scandinavi, è stato minimizzato perché il problema viene trattato con serietà, dando magari la sensazione che sia più grave di quel che sembra. Non ci si nasconde come da noi e non si fa finta di non vedere il problema. La stessa cosa vale per il tabacco. La percentuale di fumatori è bassa perché la gente viene educata con valori di civiltà. Già da anni, in Svezia è sempre stato vietato fumare non solo all’interno dei locali, ma anche negli spazi appena fuori (in Italia, all’esterno di bar e ristoranti si può fumare!). Dal 2019, sarà vietato fumare anche nei parchi giochi e nelle banchine delle stazioni. In pratica, sarà permesso fumare solo in casa propria o negli spazi in cui c’è l’area fumatori. Tutto questo è frutto di una ridotta percentuale di fumatori in Svezia, che è di almeno la metà rispetto agli italiani. In Italia, la legge ha cercato di accomodare i fumatori, dando un po’ il contentino a chi non fuma. In Svezia, hanno capito che è inutile vietare il fumo negli edifici, se poi si fuma all’esterno facendo arrivare ad altri il fumo passivo. Notate come gli scandinavi non fanno discriminazione. Ognuno ha sempre la possibilità di bere e fumare, ma si trasmettono la consapevolezza e la responsabilità dei comportamenti fin da bambini. Non esistono tabù e non si cerca di mettere la polvere sotto il tappeto come da noi, salvo in seguito “sospenderci” quando avviene la tragedia.

Auto e attività fisica
Il grande paradosso della Norvegia: ha tanto petrolio, ma quasi non lo usa. Sì, è così. Non è che il petrolio non viene usato, bensì viene usato con criterio e per il necessario. Gli scandinavi, in generale, sono poco abituati ad usare l’automobile. Stoccolma è la capitale della Svezia, ma le zone con traffico intenso sono poche. La gente preferisce spostarsi a piedi, in bicicletta o con mezzi pubblici. La stessa cosa vale per la Norvegia che, come detto, ha parecchio petrolio. Eppure, nonostante la disponibilità di petrolio, è comune vedere i norvegesi che camminano in inverno con il sole che è già calato alle 3 e mezza del pomeriggio. Persino a temperature fortemente sotto lo zero, gli scandinavi sono abituati a camminare e a fare attività fisica. Infatti, mediamente sono più magri degli italiani! Ciò dovrebbe far cadere il pregiudizio per cui il loro clima rende depressi. E dovrebbe far riflettere tutti coloro che, appena la temperatura scende sotto i 10 gradi, non uscirebbero mai a correre. Oppure lo fanno, ma conciandosi come degli eschimesi (!). Da noi, si “deve” usare la macchina anche solo per andare in edicola a 500 m di distanza…

Decentramento
È pur vero che il minor utilizzo delle auto è correlato allo scarso decentramento della popolazione scandinava. Loro preferiscono avere poche città, ma dove tutto quello che serve è presente lì. Meno città vuol dire meno collegamenti e meno collegamenti vuol dire sprecare meno denaro per i collegamenti. E quindi, si tende a usare meno l’auto per spostarsi. I collegamenti che ci sono funzionano benissimo con il treno o il bus, mentre l’auto viene usata se è strettamente necessario. Qualcuno può sempre contestare che è facile avere poche città se gli abitanti sono pochi. In realtà, anche in Danimarca funziona così. La Danimarca è piccola, ma con una densità di popolazione elevata. Eppure le città restano poche e poco decentrate. Si cerca di minimizzare ogni spreco possibile. Da noi, creiamo sempre una nuova strada per guadagnare 5′ di traffico, traffico che puntualmente però peggiora. Abbiamo troppe cittadine da collegare, anche quelle sul cucuzzolo sperduto, e anche per questo si usa troppo la macchina. Il risultato è che, da noi, l’inquinamento è gravissimo e lo smog è persistente tutto l’anno. I nostri politici fanno le domeniche con il blocco del traffico, ma non vogliono dire la cosa più importante: il nostro paese è troppo decentrato e c’è una folle rincorsa al cemento. Il pregio degli scandinavi è che hanno una concreta e solida etica ambientale. Non disprezzano affatto il progresso e la tecnologia (anzi, ne sono maestri). Hanno capito che i cliché degli alternativi non funzionano o, spesso, sono addirittura deleteri.

Avrete notato che non ho parlato di una leggenda tipica sugli scandinavi: il tasso di suicidi. Spesso, quando parlo dei pregi degli scandinavi, mi replicano che loro il tasso di suicidi è elevato. Ebbene, chissà perché chi lo afferma non fornisce mai i numeri e parla a caso sperando che uno se la beva. Il tasso di suicidi in Norvegia e in Islanda ha lo stesso ordine di grandezza dell’Italia. È leggermente più alto in Svezia, Danimarca e Finlandia ma, appunto, leggermente. Questi dati non contraddicono affatto il maggior grado di felicità degli scandinavi messa in evidenza dalle varie classifiche sul benessere. Anzi, si può dire che sono “coerenti”. Chi sta male riconosce il suo stato si uccide, ma gli altri sono felici! Lo so, detto così può sembrare brutale, ma è ciò che, di fatto, avviene. In Italia, c’è molta più infelicità, ma il suicidio ha un impatto (leggermente!) inferiore per via della religione e delle inibizioni. Il tasso di suicidi è molto più alto e drammatico in Giappone e in Corea del sud, guarda caso due paesi in cui il valore della persona si basa su quanto ci si sacrifica a lavoro (andatelo a dire a Di Maio…). Se è vero che il tasso di suicidi è più alto nei paesi scandinavi, l’errore è quello di chi non ha la capacità di comprendere gli ordini di grandezza (tant’è che gli italiani sono, sostanzialmente, degli analfabeti funzionali).

E no, a chi mi contesta che dovrei andare in Svezia o in Norvegia, replico che sto parlando di esempi da cui imparare. Stimare gli scandinavi non vuol dire che bisogna prendere una loro cittadinanza e naturalizzarsi. Fuggire, a meno che non sia davvero conveniente in tutti i sensi, non è la soluzione. Preferisco descrivere un modo per progredire e migliorare noi, anche se so che, nella maggior parte dei casi, parlo a vuoto. Ma se uno non inizia a tracciare la rotta, proponendo delle soluzioni, è una lotta persa in partenza e non ci sarà mai fine al peggio per l’Italia.

L’industria del futuro è dell’India e della Cina

Tante persone occidentali temono i cinesi e gli indiani. Il terrore, però, fonda le sue radici nell’incapacità dell’occidente di cambiare il suo sistema. È del tutto legittimo che gli altri paesi vogliano crescere. L’industria cinese e quella indiana, ognuno nei suoi campi ma con alla base un’informatica avanzata, stanno crescendo a passi da gigante. È la fine dell’occidente? No perché, come già insegna Darwin, sopravvive chi si adatta. E le soluzioni per adattarsi sono innumerevoli. La strada dell’occidente dovrà essere proprio il modello scandinavo, accettando serenamente che i cinesi e gli indiani domineranno nell’industria (anche e soprattutto per un fatto di numeri). I paesi occidentali che non ne sono convinti e non vogliono cambiare è giusto che si estinguano!

Il Coronavirus ci dice che dobbiamo seguire una vita semplice
Selvaggio a chi?

Possiamo imparare dagli Hunza, ma non le bufale!

Quella sugli Hunza è una bufala molto vecchia. Girava su siti come disinformazione.it, ma ancora oggi è “gettonata” e viene proposta da famosi motori di ricerca. Penso che però sia interessante per capire alcune cose sullo stile di vita.

Gli Hunza, tante etnie in una valle

Partiamo dal principio: chi sono gli Hunza? Gli Hunza abitano nell’omonima valle in Pakistan. Fin dalla fine dell’ottocento, gli Hunza sono descritti come un popolo longevo. A mano a mano, la loro storia è stata sempre più romanzata, fino ad arrivare alle bufale degli alternativi, secondo cui gli Hunza vivono fino a 130-140 anni. La prima cosa che salta all’occhio è che queste bufale sono diffuse dagli alternativi che sono contro la società moderna. La popolazione degli Hunza, in generale, viene descritta come una tribù mistica che vive lontana dalla tecnologia e dal comfort dell’occidente, che non conosce le malattie e nemmeno la medicina, nutrendosi di acqua pura (alcalina?) e prodotti vegetali. Ebbene, quasi nulla di tutto questo è vero. Innanzitutto, il popolo degli Hunza, per la maggior parte, appartiene a una corrente islamica liberale, i cosiddetti ismaeliti. Liberali perché si possono vedere molte donne in giro con abiti decisamente più “emancipati” rispetto ad altri tipi di islam. Già se si va in alcune zone confinanti, l’estremismo islamico è dominante e vige un profondo odio verso gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, gli Hunza non sono affatto una tribù mistica come vogliono descrivere gli alternativi, ma vivono nelle città, esattamente come facciamo noi in occidente. La città principale della valle è Karimabad e ha circa 10 mila abitanti. Non sarà una metropoli come New York, ma molte valli in Italia, al confronto, sono disabitate. Esistono diverse etnie nella valle dell’Hunza, che parlano altrettante lingue. Quindi, per comodità e metonimia, continuerò a chiamarle tutte Hunza, ma sappiate che è tecnicamente sbagliato. Non esiste una “popolazione Hunza”. Esistono diverse etnie che abitano la valle, con diverse lingue, ma una “popolazione Hunza” non esiste.

Nonostante quella degli Hunza sia una bufala, c’è un dato vero: l’aspettativa di vita degli Hunza è sorprendentemente alta. Ma alta di quanto? Alla fine, è un’aspettativa di vita del tutto paragonabile a quella che c’è da noi. Infatti, gli Hunza non sono nemmeno citati nelle zone blu internazionali, cioè le aree locali con un’aspettativa di vita più alta della media mondiale. Più interessante scoprire perché esiste questa aspettativa di vita. E non è merito di pratiche come il digiuno o l’alimentazione a base di vegetali, bensì proprio delle innovazioni che gli alternativi disprezzano. La valle dell’Hunza ha ricevuto finanziamenti per l’agricoltura e l’economia. Anche l’alfabetizzazione è alta (alcune fonti, tra cui Wikipedia, riportano il 90%). È una valle rigogliosa e verde, ma per niente povera e isolata. È una valle molto frequentata dai turisti e attraversata dalle strade, come quella di Karakorum che permette di assistere a panorami mozzafiato. Certo, magari non andranno in giro con macchine e smartphone, ma dire che vivono come delle specie di eremiti è una falsità bella e grossa. Grazie ai finanziamenti attuati dall’Aga Khan (il loro equivalente di governatore), gli Hunza hanno guadagnato un certo benessere. E quando c’è più benessere, si sa, si tende di più ad essere gioviali come lo sono gli Hunza. La popolazione degli Hunza è stata documentata da Levison Wood, il famoso esploratore britannico che ama fare viaggi lunghi a pedi attraverso luoghi impervi o pericolosi (nello specifico, gli Hunza vengono citati nella serie “Sentieri himalayani”). E fa vedere proprio quanto ho appena detto, cioè che gli Hunza hanno raggiungo un sufficiente livello di benessere per raggiungere l’aspettativa di vita che abbiamo noi. Non è che non conoscono le malattie e la medicina. Semplicemente, la loro vita non ha le piaghe di altre zone cosiddette povere. E non le hanno perché hanno guadagnato maggior benessere. Secondo me, se parlassimo a qualche Hunza delle bufale sul loro conto, si metterebbe a ridere! Gli Hunza sono tutt’altro che santoni o mistici illuminati.

Ma ci insegnano qualcosa?

Cosa possiamo davvero imparare dagli Hunza? Che la tecnologia è fondamentale per essere longevi. Che poi, nella nostra società, la tecnologia sia stata deviata, è un altro conto. L’ho spiegato anche in questo articolo: non è la tecnologia ad essere negativa, ma il modo in cui l’uomo la usa. Oltre alla tecnologia, ovviamente, è molto importante mantenersi attivi. Modernamente, possiamo parlare di sport. Molti abitanti della valle continuano tranquillamente a scalare le montagne a 80 anni. Tutto questo è ben diverso dal quadro decritto dagli alternativi. Gli alternativi citano spesso gli Hunza per vendere la loro ideologia, di solito quella vegetariana o vegana o contro i vaccini, contro la medicina ecc. Lasciate perdere tutto questo e concentratevi su un corretto stile di vita. Dagli Hunza, sì, possiamo imparare questo. In sostanza, l’errore è credere che i popoli primitivi muoiano di fame e di malattie, che abbiano un’elevata mortalità infantile. Diamo per scontato che solo il nostro modello di società sia il migliore in assoluto. Non vuol dire che gli Hunza non se la passano mai male e non è tutto oro quel che luccica, visto che, come detto, gli Hunza non appartengono alle zone blu. Ma se loro non se la passano male è perché, evidentemente, non sono affatto così “primitivi” o isolati. E, naturalmente, il turismo ha il suo bel ritorno economico per valorizzare la valle e fornire più benessere agli abitanti locali. Siamo noi ad essere troppo arroganti e imporre il nostro stile di vita come il sommo possibile. A dimostrazione di ciò, anche nel Medioevo si poteva benissimo vivere a lungo come oggi in occidente. Erano persone che, rispetto al resto della popolazione, potevano godere di più benessere. Ed è una situazione, con i dovuti accorgimenti e le dovute differenze, paragonabile agli abitanti della valle dell’Hunza. Sì, anche sul Medioevo, e in generale sulle epoche passate, ci sono errate convinzioni.

Riassunto delle mie parole: no alle bufale, ma impariamo ad uscire dall’orticello!

Attenzione alla credunoleria!
Giornalisti e ricerche da budinocerebrati

L’illusione del naturale
La pericolosità della medicina alternativa
Selvaggio a chi?

La tecnologia rende stupidi?

La prima volta in cui mi sono soffermato con spirito critico sull’utilità della tecnologia risale ai tempi dell’università. Dovevamo andare in escursione e stavamo raggiungendo il luogo d’incontro prefissato. Un nostro compagno usava il navigatore ma, incredibilmente, sbagliò strada! Errare è umano, si può dire, ma quello che destò scalpore anche ad altri fu che c’era il cartello stradale con la direzione giusta! Lui però insisteva “ma il navigatore diceva così!”

Poi, qualche giorno fa, è uscito l’ennesimo articolo sull’ANSA che parla della dipendenza dalla tecnologia. Nulla di nuovo sotto il sole. I ragazzi sono dovunque sui social e usano continuamente le app. Sembra che smanettino come il miglior hacker ma poi, dal vivo, non sanno chiedere informazioni o hanno problemi con la cassiera del supermercato. Il tema è molto ricorrente e anche serie come X-Files e Doctor Who segnalano il problema. La gente non sa più comunicare, è sempre china sul cellulare o sta troppo ai videogame. Devo dire che, essendo figlio dell’internet degli anni ’90, pur condividendo la preoccupazione sulla tecnologia, non si è individuato il nocciolo della questione:

la colpa non è tanto della tecnologia, ma di un generale impoverimento d’animo.

In sostanza, c’è tecnologia e tecnologia. Un conto è adoperare internet per informarsi, un altro diffondere bufale per creare panico, diffidenza, odio e risentimento. Ma sono elementi che esistono già e che sono sempre esistiti (vedi l’articolo sul Medioevo). L’errore è stato quello di assecondare questo carattere umano con la tecnologia sbagliata, quando invece si doveva indirizzare la gente verso un uso più utile di essa. Si possono fare parecchi esempi oltre a quello che mi è accaduto all’università. Ad esempio, si va a correre con il cardiofrequenzimetro e lo smartphone, salvo poi non essere capaci di gestire il ritmo ascoltando il proprio corpo. Si usa la mappa di Google per trovare una via, ma così non impariamo a guardarci intorno e, paradossalmente, non impariamo mai la strada. C’è sempre meno voglia di faticare e studiare e poi è ovvio che siamo allo sbando. Usiamo le app per gestire la dieta, ma poi non sappiamo valutare gli alimenti attraverso lo studio. Ovviamente, chi usa questi mezzi dirà che sono utili, che ci semplificano la vita ma, a conti fatti, rimangono handicappati. Ma non è finita qui. Ormai esistono decine di social network, ma nessuno sa fare un discorso, tanto che Twitter permette un numero limitato di caratteri (beh, certo, anche la sintesi è un dono, ma è diverso dall’assecondare un difetto!). E poi, invece, non si sa più scrivere una mail. Ecco, la mail è un esempio molto utile per capire quello che voglio dire. La mail è tecnologia. Il cartaceo è bellissimo, ma è indubbiamente vero che la mail è spesso più comoda. Ma quante persone scrivono ancora mail? Tutti sui social network a postare stati e link, ma le mail sono state ormai abbandonate. Eppure la mail ha segnato una importante rivoluzione tecnologica, permettendo una comunicazione più facile ed economica. Quindi, non si deve puntare il dito contro la tecnologia, bensì bisogna recuperare la capacità di comunicare, che sia tramite una mail o di persona. In alcuni casi, la tecnologia ci aiuta a farlo, mentre in altri no. I cellulari sono utili, ma se stiamo tutto il tempo chini ad aspettare qualche notifica qualcosa non va. La tecnologia non è mai intrinsecamente positiva o negativa. Siamo noi che possiamo decidere come usarla e, purtroppo, è vero che la stiamo usando male o con superficialità negli ultimi anni. Sono concetti che ho espresso anche in altri articoli, come sulla TV o sui robot. Evidentemente, il problema è più ampio e affonda nel come l’umanità si evolve (nel bene e nel male). Se l’umanità si evolve (o forse dovremmo dire devolve?) impoverendosi d’animo, il circolo vizioso proseguirà e saremo sempre più dipendenti da certi strumenti che solo in teoria ci facilitano la vita. Nel senso che ce la facilitano, sì, ma annientano anche la capacità di comunicare, di problem solving, di avere spirito critico. Ricordatevi sempre l’esempio della mail. La tecnologia, se usata bene, è positiva e ci migliora come esseri umani. La scelta è sempre nostra!

Rime of the Ancient Mariner (Iron Maiden)

Canzone: Rime of the Ancient Mariner
Artista: Iron Maiden
Album: Powerslave (1984)

Un esempio di come sia sbagliato associare il metal alla figura dello sbandato. Anzi, è un perfetto esempio di come il metal ci possa allargare gli orizzonti letterari. La canzone, infatti, deriva dall’omonimo componimento letterario di Samuel Taylor Coleridge. Praticamente, si tratta di un riassunto dell’opera dello scrittore originario del Devon. Quello che colpisce è che, nonostante sia un riassunto, è come se i versi fossero davvero scritti da Coleridge anziché dagli Iron Maiden. La cultura e la sportività di degli Iron Maiden sono ormai due loro qualità riconosciute e, in questa canzone, la prima si riconosce bene. Il fine morale di Rime of the Ancient Mariner può sembrare banale, dato che si basa sul principio di rispettare ogni creatura vivente, che sia un albatros o un serpente. Tuttavia, al giorno d’oggi non credo che sia così scontato trasmettere questo insegnamento. Basta guardare come la gente riduce le panchine anche se, tre centimetri, c’è un cestino. In sede live, Bruce Dickinson ha scherzato su questa mancanza di rispetto. “Questo è ciò che non dovete fare se un uccello vi scagazza in testa!” è la frase pronunciata durante alcuni live. Il riferimento è al fatto che, nell’opera di Coleridge, il marinaio uccide l’albatros “senza motivo”. E l’albatros si vendica! Insomma, anche in chiave ironica, è una canzone bellissima, dotata di una poeticità che gli amanti dell’inglese potranno apprezzare sicuramente. Ovviamente, l’invito è quello di leggersi l’opera integrale! Alcune espressioni, come quando i membri dell’equipaggio “cadono uno per volta”, mettono i brividi. O quando viene descritta la scena in cui stanno morendo di sete, eppure l’acqua di mare li circonda dovunque. L’acqua è lì, ma non si può bere. Le due scene sono descritte con gli stessi versi di Coleridge. Poesia pura, appunto. E tremenda, tremenda vendetta della natura quando non viene rispettata. Infine c’è il finale, che è una chiara invettiva contro l’ipocrisia della religione (per inciso, Coleridge era cristiano, ma detestava gli ipocriti!).

Testo

Hear the rime of the ancient mariner
See his eye as he stops one of three
Mesmerises one of the wedding guests
Stay here and listen to the nightmares of the sea.

And the music plays on, as the bride passes by
Caught by his spell and the mariner tells his tale

Driven south to the land of the snow and ice
To a place where nobody’s been
Through the snow fog flies on the albatross
Hailed in god’s name, hoping good luck it brings

And the ship sails on, back to the north
Through the fog and ice and the albatross follows on

The mariner kills the bird of good omen
His shipmates cry against what he’s done
But when the fog clears, they justify him
And make themselves a part of the crime

Sailing on and on and north across the sea
Sailing on and on and north ‘til all is calm

The albatross begins with it’s vengeance
A terrible curse a thirst has begun
His shipmates blame bad luck on the mariner
About his neck, the dead bird is hung

And the curse goes on and on at sea
And the curse goes on and on for them and me

“Day after day, day after day,
we stuck nor breath nor motion
As idle as a painted ship upon a painted ocean
Water, water everywhere and
all the boards did shrink
Water, water everywhere nor any drop to drink”

There calls the mariner
There comes a ship over the line
But how can she sail with no wind in her sails and no tide

See… onward she comes
Onward she nears out of the sun
See, she has no crew
She has no life, wait but here’s two

Death and she life in death,
They throw their dice for the crew
She wins the mariner and he belongs to her now
Then… crew one by one
They drop down dead, two hundred men
She… she, life in death.
She lets him live, her chosen one

“One after one by the star dogged moon,
Too quick for groan or sigh
Each turned his facce with a ghastly pang
And cursed me with his eye
Four times fifty living men
(And I heard nor sigh nor groan)
With heavy thump, a lifeless lump,
They dropped down one by one”

The curse it lives on in their eyes
The mariner wished he’d die
Along with the sea creatures
But they lived on, so did he

And by the light of the moon
He prays for their beauty not doom
With heart he blesses them
God’s creatures all of them too

Then the spell starts to break
The albatross falls from his neck
Sinks down like lead into the sea
Then down in falls comes the rain

Hear the groans of the long dead seamen
See them stir and they start to rise
Bodies lifted by good spirits
None of them speak and they’re lifelesss in their eyes

And revenge is still sought, penance starts again
Cast into a trance and the nightmare carries on

Now the curse is finally lifted
And the mariner sights his home
Spirits go fromhe long dead bodies
Form their own light and the mariner’s left alone

And then a boat came sailing towards him
It was a joy he could not believe
The pilot’s boat, his son and the hermit,
Penance of life will fall onto him

And the ship sinks like lead into the sea
And the hermit shrieves the mariner of his sins

The mariner’s bound to tell of his story
To tell this tale wherever he goes
To teach god’s word by his own example
That we must love all things thaat God made

And the wedding guest’s a sad and wiser man
And the tale goes on and on and on

Wild Frank e i piccoli, grandi problemi quotidiani

Ogni tanto, la televisione offre qualcosa di buono anche in questa epoca di fake news di governo. Mi ha molto colpito il programma Wild Frank, che vede come protagonista lo spagnolo Frank Cuesta. Cosa mi ha colpito di Cuesta? Sembrerà banale, ma tutto si riassume in un concetto: la semplicità. È proprio questo che fa riflettere sui problemi che la gente vive quotidianamente. Si può pensare che vita quotidiana e documentario naturalistico non c’entrino, ma non è così. Frank Cuesta non è straordinario perché va in cerca del mamba nero, lo tiene in mano e lo bacia (!). Questa è effettivamente roba da suonati. E lui stesso ammette di essere suonato per far capire che, nella vita, comunque non bisogna prendersi troppo sul serio o prendere troppo seriamente un problema. Notate la differenza tra Cuesta e altri naturalisti che ci hanno lasciato le penne. Questi ultimi, anche involontariamente, hanno agito come se l’uomo fosse capace di dominare la natura. Cuesta, invece, spesso si rende ridicolo e, cercando di mimare i gesti degli animali, vuole convincere un gruppo di rinoceronti che è troppo cretino per attaccarlo! È comico a vederlo, ma è questo che lo fa uscire dai guai. Non ha la pretesa di dominare la natura, bensì la rispetta umilmente. Pensate che non c’entri con quello che accade comunemente? Non direi. Episodi come il crollo del ponte di Genova o le alluvioni di questi ultimi anni (dovute al surriscaldamento globale) sono il risultato di un uomo che vuole dominare sulla natura, arricchendosi e consumando il suolo oltre misura, anziché adattarsi e rispettarla. Ed è questo che rende straordinario quello che fa Cuesta. Frank ci fa apprezzare la semplicità del vivere, anziché rimuginare su quello che non va bene delle nostre giornate. Andiamo a lavoro ogni giorno e siamo costretti a stare a contatto con colleghi e superiori incapaci o violenti. Bene, allora cambia lavoro, no? E già qui la gente inizia a dire che no, non è così semplice, che non si può capire la situazione ecc. Oppure prendiamo un brutto voto a scuola e ci disperiamo perché, cresciuti in un ambiente di competitività, ci sentiamo dei falliti. Non è così che deve funzionare la scuola. La scuola serve per imparare a vivere, non a prendere il bel voto per far felice la propria o l’altrui autostima. Oppure dovremmo pensare meno all’avere sempre maniacalmente in ordine la casa. Non c’è tempo per pensare troppo a pulire la casa se hai una vita piena di oggetti d’amore. Insomma, dovremmo imparare a dare la giusta priorità alle cose, coltivando i sentimenti semplici e profondi. Ed è importante avere degli ideali, perché molti problemi di violenza e degrado a cui stiamo assistendo deriva anche dalla mancanza di ideali veri e solidi. Difendere l’ambiente vuol dire che si ha a cuore qualcosa di importante che influisce nella nostra vita, sia direttamente che indirettamente. Cuesta ci trasmette questo valore. E ci riesce bene perché non la butta sul serioso, ma con una personalità simpatica e divertente (facendo cose da suonato, appunto). Difendere l’ambiente, come ho già spiegato altre volte, non è l’utopia di chi si batte per l’albero ignoto dell’Amazzonia. Vuol dire agire, nella vita di tutti i giorni, per il bene proprio e della comunità. Nessun politico che promuove le “grandi opere” ha ideali per il benessere dell’uomo.

Ma penso anche alla salute e ai problemi della vecchiaia. Ti stanno a dire che c’è altro, che il lavoro toglie tempo, che c’è anche la famiglia. Così si accetta di avere quei 3-4 kg di troppo, specialmente superati i 30 anni. Non solo, quei 3-4 kg diventano addirittura un vanto. A mano a mano, quei 3-4 kg diventano 10 kg e arrivano i primi problemi di salute. Però niente, per lo sport non c’era tempo, non c’è e non ci sarà (vedi “Difficoltà nella programmazione sportiva?“). Tanto, quando si è vecchi, è normale essere moribondi! Ma anche chi fa sport, spesso, si pone troppi problemi laddove tutto è molto più soft. Fa freddino, siamo sui 10 °C. E vedi i runner che escono con calzamaglia, pantaloncini sopra la calzamaglia, passamontagna (ho approfondito meglio su come correre in inverno). E invece vedi Frank sempre in giro con i pantaloncini e il cappellino anche con il freddo! Per molti, se arriviamo a 0 °C, non se ne parla proprio di uscire, anche se ciò può voler dire saltare giorni e giorni di allenamento. Viceversa per l’estate. Insomma, in inverno no perché fa freddo, l’estate no perché fa caldo, l’autunno no perché piove e nemmeno la primavera perché c’è il polline. E allora, quando si va a correre? Mai, ovviamente. O, al massimo, solo per il jogging dopo le abbuffate festive.

Ho detto dello sport ed è un tipo di argomento. Si può parlare di un argomento completamente diverso. Che dire, ad esempio, dell’immigrazione? Sono più che d’accordo che il terrorismo islamico sia un problema serio, che dev’essere duramente combattuto. Quando però sento gente come Salvini che attribuisce i problemi di sicurezza ai “negozietti etnici”, rimango perplesso. Purtroppo, al giorno d’oggi c’è ancora tanta gente che discrimina per il colore della pelle (ma poi dice di no, ovviamente). Vedi anche l’articolo sul razzismo. Gente che non comprende che, fra 200 anni, saremo così mischiati che il concetto odierno di “razza” sarà scomparso. L’uomo si è sempre evoluto così, emigrando e mischiandosi. L’homo sapiens proveniva dell’Africa, poi è giunto in Europa e si adatto al clima freddo (diventando bianco). E si è mischiato con il Neanderthal. Il nostro è un pianeta grande e bellissimo, ma è anche piccolo rispetto a tutto l’universo. Siamo noi che troviamo e ci inventiamo problemi o guerre per sentirci importanti o potenti. Il punto è che questo è il modo sbagliato per darci valore. Il discorso è allargabile ad altre forme di discriminazione. Nella nostra italica società bigotta, ancora in tanti credono che l’uomo abbia il suo lavoro e la donna il suo in casa. Poi guardi guardi Wild Frank e vedi delle donne guerrigliere che combattono contro i bracconieri, uscendo dai pregiudizi e dalle differenze di genere sessuale. E, incredibile ma vero, Frank, con la sua simpatia, riesce addirittura a farle sorridere! Far sorridere gente che non è di certo abituata a farlo per motivi intuibili. Sì, un sorriso sincero strappato in questo modo è un successo ben maggiore di tutte quelle boiate su PIL a zero virgola, spread ecc dei vari politicanti da quattro soldi (di destra o di sinistra che siano).

E quando vedo Cuesta che mangia noodles bolliti alla buona da un pentolino sotto il cielo buio e stellato dell’Africa, mi sovvengono in mente tutti quelli che aspettano mezz’ora solo per entrare in un ristorante. O a quelli che, per farsi la birra al sabato sera (e a me la birra piace, sia chiaro!), a malapena riescono a muoversi in mezzo alla massa o a parlare con il vicino per via del baccano. Tutto ciò è tipico di persone povere d’animo, senza veri oggetti d’amore, che hanno bisogno di passare il tempo in attesa della fine dei loro giorni. Basta molto meno di quello che pensiamo per vivere davvero da leggenda. Per Frank è un pentolino di noodles peggio del cibo da mensa a lavoro, mentre è distratto da uno scorpione con cui si diverte a giocare. Io provo le sue stesse emozioni quando vedo dei fossili di foraminieferi nelle vicine rocce dei monti lombardi che i più non sanno nemmeno cosa siano. Non c’è stato bisogno di andare in Africa a provare queste emozioni. Sono emozioni che trovo qui vicino, ma le trovo allo stesso modo di Cuesta. Siamo ormai così assuefatti dai social network e dall’apparenza che ci siamo dimenticati come essere veri e semplici. Dovunque si vada, vogliamo a tutti i costi apparire e pubblichiamo selfie per metterci in mostra. Fatevi un giro sulla Gazzetta dello Sport e vedrete come le Leotta, i Cristiano Ronaldo o le Giorgia Rossi di turno non possono fare a meno di apparire anche quando dicono di no. E Frank Cuesta che fa, invece? Lui se ne sta in pantaloncini corti, cappellino e ciabatte rosa! Non serve altro, ma solo l’amore per ciò che si fa.

Sì, lo so. Ci sarà sempre qualcuno che mi dirà: e allora perché non te ne vai pure tu in Africa con Cuesta? Basta vedere gli insulti che ha ricevuto Silvia Romano nell’episodio del suo rapimento e, purtroppo, non rimango sorpreso di una simile aggressività. Ecco, è proprio questo tipo di soggetti che è incapace di migliorare la propria vita. L’ho appena detto. Non si tratta di andare in Africa o in Thailandia a fare i suonati come Frank Cuesta, bensì di dare importanza a ciò che davvero conta nella vita. L’universo è troppo vasto per preoccuparsi di alcune sciocchezze che, al confronto, appaiono come un misero brufolo. Dovremmo imparare ad andare oltre, anziché vedere sempre problemi e impedimenti. E se anche i problemi non ci sono, siamo abituati a inventarceli! Ci inventiamo i problemi e ci inventiamo i nemici. È esattamente lo stesso discorso che ho fatto su Chris McCandless. Non serve allontanarsi dalla civiltà per trovare la via della felicità. Siamo noi che, quotidianamente, anche andando a lavoro, dobbiamo saper riscoprire quei valori di semplicità e capacità di amare che migliorano noi e chi ci sta accanto.

Wild Frank e i diritti degli animali

Un’altra cosa che mi piace di Wild Frank è che insegna il rispetto per gli animali, ma senza salire in cattedra come molti vegetariani e vegani violenti. E, soprattutto, con atteggiamenti veri e coerenti. Ne ho discusso meglio qui.

Moon Day, che cosa davvero ci lascia esistenzialmente?
Selvaggio a chi?

nzCapacità di recupero, non solo per l’allenamento

Più volte, ho sottolineato l’importanza delle capacità di recupero per ridurre la probabilità di infortunio. Se uscite a fare cicloturismo o jogging al fine settimana, può capitare di beccarsi un infortunio appena si tira un po’ di più. Il perché è intuibile: mancano l’abitudine, l’adattamento e la frequenza al gesto sportivo. Detto in modo semplice, la capacità di recupero è:

il tempo che il nostro organismo impiega per riparare i microtraumi fisiologici dello sport.

Una gara tirata al massimo, ad esempio, si recupera in giorni che sono equivalenti alla metà dei km (ad esempio, 5 giorni per una 10 km). È tutto perfettamente normale e non c’è da temere nulla, anzi, esattamente il contrario. Avere capacità di recupero, infatti, significa che il nostro organismo sa reagire meglio e sa smaltire meglio i radicali liberi.

I perché del recupero

Le cause della necessarietà del recupero sono svariate. Riassumendo:

– rigenerazione del glicogeno;
– ricostituzione muscolare;
– dipendenza dai carboidrati.

Mi spiego. Quando facciamo sport, consumiamo una buona parte di glicogeno, che rappresenta le riserve disponibili di carboidrati. A mano a mano che ci alleniamo, il glicogeno viene speso. E lo dobbiamo reintegrare dopo l’allenamento. La stessa cosa vale per la ricostituzione muscolare. Negli sforzi duraturi e intensi (quindi, non si parla di palestra), abbiamo un catabolismo muscolare che dev’essere compensato attraverso l’assunzione di proteine. Altrimenti demoliremo i muscoli, quando invece il nostro obbiettivo dovrebbe essere il contrario. La dipendenza dei carboidrati è da interpretare bene. I carboidrati non provocano dipendenza nel senso comune degli alternativi (vedi “Carne e carboidrati? Sì, grazie!“). In questo caso, si sta parlando di un organismo che sfrutta troppo i carboidrati per funzionare con efficacia. Vedi la dieta mediterranea, che propone un’assunzione troppo alta di carboidrati nella dieta. Per chi si allena per la salute, un quantitativo ragionevole di carboidrati nella dieta è del 50% circa. Affinché l’organismo impari a diventare più efficiente, ci vuole ovviamente un po’ di tempo, ma a patto di assumere una quantità equilibrata di carboidrati.

Notate bene:

il recupero non ha nulla a che vedere con lo smaltimento dell’acido lattico!

È incredibile, ancora tante persone, sportive o dedite al fitness, sono convinte che i dolori del giorno dopo (DOMS) siano dovuti all’acido lattico accumulato. Quei dolori sono dovuti ai microtraumi fisiologici o a un organismo ancora non adattato, non all’acido lattico! In genere, uno sportivo ben allenato avverte i DOMS il giorno dopo una gara. Ma l’acido lattico non c’entra un bel niente, perché si smaltisce entro poche ore!

Cosa peggiora il recupero

Abbiamo descritto i motivi per cui è necessario recuperare, ma trovo che sia molto utile discutere sugli elementi che peggiorano le capacità di recupero. Eccoli:

– troppi allenamenti intensi;
sovrappeso;
– età (over 50);
– inesperienza (chi si allena con continuità da meno di 2 anni)
– grossi volumi di allenamento.

In un programma sportivo, non tutti gli allenamenti possono essere al massimale. Il motto “no pain, no gain” è un modo molto stupido di ragionare. Non si deve terminare ogni allenamento “stanchi come si voleva”. Imparate ad eseguire anche il fondo lento, lisci e tranquilli. Se vi sembra di non esservi allenati bene, sbagliate di grosso! L’inesperienza è dovuta al fatto che i principianti non hanno ancora costruito la “carrozzeria”. La parola chiave è sempre quella: gradualità! Per quanto riguarda il sovrappeso, mi sembra scontato. I chili in più sono zavorra in eccesso, che gravano sulle articolazioni e fanno scadere la prestazione. Aggiungerei anche il fattore psicologico. Alcuni sentono di rendere solo se sono completamente riposati, ma sbagliano. Senza esagerare, bisogna accettare di allenarsi anche un po’ stanchi (ad esempio con il fondo lento). Terminate più sciolti e tranquilli, ma allenatevi lo stesso. L’importante è non sovraccaricare!

Come agire?

Primissima e importantissima cosa:

allenarsi di più NON vuol dire stancarsi di più!

Tenetelo a mente perché, spesso, chi si allena 5-6 volte a settimana fa questo errore. Può sembrare scontato, ma occorre avere equilibrio in ciò che si fa. In realtà non è così scontato, soprattutto per chi si fa prendere troppo e vuole correre sempre di più. In chiave salutistica, quello che bisogna capire è che non ha senso coltivare un agonismo estremo. Per uno sportivo salutista, la prestazione dev’essere almeno sufficiente, senza mai esagerare (vedi su corsa ed età fisica). Se siete principianti, dovrete partire da 3 allenamenti e stabilizzarvi per un certo periodo (variabile da persona a persona, ma diciamo intorno ai 6 mesi dal superamento del moribondo). Dopodiché, potrete inserire altre sedute, migliorando il recupero e la resistenza. Parola d’ordine: non abbiate fretta!

I grossi volumi, ad esempio oltre i 60-70 km a settimana di corsa, possono provocare dei traumatismi. È vero che, se uno va più piano, può teoricamente gestire un chilometraggio elevato, ma sarebbe meglio non rischiare. Inoltre, non bisogna solo correre tanto, ma anche curare la qualità, cosa che permette di cambiare concretamente i parametri fisiologici e ottenere un metabolismo migliore. Ecco che allora, a mio parere, un programma sportivo che trae un giusto compromesso, senza troppe velleità di agonismo, può basarsi su 3-4 sedute di un solo sport (sia per il ciclismo che per la corsa). Avremo una buona base di fondo lento che ci dà la resistenza aerobica e, allo stesso tempo, se ad esempio seguiamo l’allenamento con il fondo progressivo, avremo anche un buon livello di fondo medio e soglia anaerobica. La stessa cosa vale per il ciclismo con il relativo programma salutistico. Se volete o potete allenarvi di più, senza scopi di specializzazione (che richiederebbe giocoforza più sedute e volume), esiste il multisport. Occorre capire che allenarsi di più non è uno stancarsi di più. Il lento deve restare un lento, non corsa lenta svelta o, peggio, un medio. Aumentare le sedute con l’obiettivo di diventare “stanchi come si voleva” è la strada giusta per farsi male. Questa avvertenza vale sia per il multisport sia per chi ne pratica solo uno.

Dobbiamo sempre tenere a mente che noi non siamo professionisti. Loro si allenano molto e recuperano perché possono riposare e dormire molto. Noi abbiamo una vita quotidiana, sperabilmente ricca e con tanti oggetti d’amore. Abbiamo il lavoro e altri impegni, la famiglia. Questo non vuol dire che non possiamo correre per 70 km a settimana, bensì che, se uno si allena così tanto e poi fatica per salire le scale fino al successivo allenamento, sta sbagliando. Sì, è vero, frattanto che arriva il successivo allenamento, forse ha già recuperato (a meno di non essersi infortunato, evento tutt’altro che improbabile). Ma è quello che sta “in mezzo” che fa la differenza ed è il motivo per cui è importante fare sport. Alcuni sperano di diventare più forti allenandosi tanto, ma non direi che sia davvero così. Forti in che senso? Se devi vivere il tempo tra un allenamento e l’altro come uno zombie, non direi proprio che sei diventato più forte! Occorre essere veloci e mantenere un buon metabolismo, ma saper anche tirare un po’ il freno. Farò un progressivo con tratto in soglia di qualche secondo più lento e il giorno dopo, anziché essere distrutto, sarò pronto per andare a fare una gita con zaino in spalla (che praticamente vale come un lungo ma, cosa da non sottovalutare, senza il traumatismo della corsa). Ecco, questo vuol dire essere veramente forti, cioè quando lo sport ti permette di vivere con più intensità anche tutti gli altri oggetti d’amore.

Fare sport è un affare… perché rifiutarlo?
Lo sport come stile di vita globale

Jihad (Slayer)

Canzone: Jihad
Artista: Slayer
Album: Christ Illusion (2006)

Questa è la tipica canzone che fa degli Slayer una band di successo. Nonostante siano politicamente scorretti e provocatori, riescono anche a far riflettere su quello che viviamo nella nostra società. Qui si parla di terrorismo islamico e viene descritto il punto di vista di un estremista islamico. Non si può dire che sia un testo di eccezionale poesia. C’è molta rabbia nelle atmosfere e nelle melodie, com’è nello stile del thrash metal dei vecchi tempi. Ma è proprio questa durezza che ci fa riflettere e vedere un problema attuale sotto un diverso punto di vista. Hanneman e Araya (gli autori del testo) non emettono giudizi. Non dicono se sia giusto o sbagliato, ma fanno il tentativo di immedesimarsi in coloro che, invocando Dio e la religione, compiono stragi e attentati. Io aggiungo che è interessante far notare come non sia direttamente menzionato l’Islam, cosa che rende il punto di vista del testo applicabile a quello che erano i cristiani stessi durante le guerre sante del medioevo. C’è anche un documentario di Rai Storia, presentato dal professor Barbero, che mette in evidenza questa analogia, arrivando a dire che islamici e cristiani si odiavano (e odiano?) proprio perché sono simili. Gli Slayer sono stati criticati per questa canzone (a dire il vero, gli Slayer vengono criticati per almeno una decina di canzoni). Qui sta il loro successo. Non c’è nessun incitamento al terrorismo islamico, ma hanno capito che il buonismo o il politicamente corretto non ci porta a riflettere sui problemi. Tant’è vero che King asserisce che “noi siamo gli Slayer e dobbiamo essere diversi”.

Testo

I have witnessed your death
I’ve see it many times
Your tortured screams
Your decrypted little mind
A father’s son
With pathetic eyes that bleed
Twins in the end
Begin and let the brothers fall

I will see you burned alive
Screaming for your God
I will watch you die again for him

God won’t touch what I’ve done
He cries upon my feet
A privilege pain
Beneath buried are your dead
On splintered bones I walk
Sifting through the blood
Besieged in fear
Await the coming of the God

I will watch you die again for him

Blood is raining downward
The stain reflects the sun
Conquer divide within
Terrorize the mind
I have seen the end it’s yours
Rosary in hand
Your selfish flesh it melts
Spilling from the sky

I will see you burn alive
Screaming for your God
I will watch you die

This is God’s War
God’s War
This is God’s War
God’s War

War of holy principles
I’m seeking God’s help in your destruction
Slit the throat of heaven man
And let his blood dilute the water
Bury your dead

Fuck your God erase his name
A lady weeps insanewith sorrow
I’ll take his tower from the world
You’re fuckin’ raped upon your deathbed

This is God’s War
God’s War
This is God’s War
God’s War
Fucking Holy War

Be optimistic, happy and calm
Show no fear or anxiety
Smile at the face of God
And your reward will be eternity
Holy warriors
Your patience will be justified
Everything is for him
You must not comfort the animal before you kill it
Strike as champions at the heart of the nonbelievers
Strike above the neck and at all extremities
For it’s a point of no return for almighty God
God will give victory to his faithful servant
When you reach ground zero you will have killed the enemy
The great Satan