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Si impara attraverso il divertimento (la morte di Super Quark)

È intricato spiegare il declino dell’Italia. Ci sono molti difetti, ma anche molti meccanismi contorti e non immediati da comprendere. Sono cose di cui ho già provato a discutere in questo articolo, ma il discorso è più ampio. Uno dei motivi per cui l’Italia è mediocre dal punto di vista della cultura scientifica e dello spirito critico è che non viene suscitato il giusto interesse. Ultimamente, ho provato a mettere a confronto i documentari a regia italiana con quelli a regia britannica e americana. Si notano subito delle differenze importanti:

– i documentari italiani sono tediosi, trattati in modo troppo accademico o semplicistico;
– i documentari anglosassoni, pur con stili diversi, accalappiano l’interesse del pubblico medio.

Mi viene in mente Super Quark nelle ultime stagioni. La parte più interessante è il documentario iniziale a regia straniera, che poi viene trasmesso anche su Rai Scuola. Il resto è noioso e, spesso, viene dato grande spazio agli sviluppi della medicina, ma senza coinvolgere lo spettatore. Viene a mancare il lato ludico dell’imparare e l’esperto di turno non ha un approccio entusiastico. Ironicamente, l’unico esperto veramente appassionato, insieme a Paco Lanciano, è Barbero. A Barbero, però, vengono concessi pochissimi minuti. In effetti, forse, ai nostri politici non fa piacere che uno storico di casa nostra dica che, quando il re francese scappa, in realtà ottiene proprio quello che voleva e gli italiani non hanno affatto vinto. Cattiva propaganda, non si fa! Il fatto è che Barbero è uno storico imparziale, che fa quello che uno con la sua professione deve fare. Però è vero altrettanto che lo fa con tono stuzzicante o provocatorio. Mi viene in mente quando presenta un documentario sul Neanderthal e dice che, sostanzialmente, non si sa come il Neanderthal si è estinto. Secondo alcune teorie, il Neanderthal si è estinto con l’arrivo del Sapiens. Ecco, vedete cosa vuol dire imparare? Barbero la rigira e dice di provare a pensare come questa teoria può essere strumentalizzata dalla politica. Sostiene che si può dire che noi, Sapiens, siamo arrivati in Europa e abbiamo soppiantato il Neanderthal, cioè il bianco (vedi sul razzismo). Ecco, allora non mi stupisco che la “vigilanza” metta un po’ in riga Barbero quando finisce a Super Quark, che è un programma visto da tutti e non solo dalla nicchia. Peccato che questo è il miglior modo per… renderci tutti ignoranti! Non a caso, uno degli elementi che contraddistingue la dittatura è la censura delle informazioni.

I due esempi

Gli anglosassoni agiscono in modo diverso. Gli inglesi hanno il loro carattere e gli americani altrettanto, ma l’obiettivo è centrato. Faccio un nome a testa di documentari che spiegano la scienza. Per gli americani, cito Sport Science e per i britannici The Story of Maths.

Sport Science
È la classica “americanata”. Ti ritrovi il campione delle arti marziali che fa lo sborone tutto il tempo e si vanta di essere il più forte. Oppure il giocatore di hockey che si toglie i guanti e tira pugni sul punchball, ricreando la situazione in cui alcuni giocatori di hockey si tolgono davvero i guanti per fare a botte (venendo espulsi, ovviamente). Sì, sono americani. Non ne possono fare a meno. Per loro è tutto uno show e più lo show è grande e più viene acclamato. Americani, appunto. E, omaggiando il Jackass dei vecchi tempi, c’è pure l’idiota di turno (viene epitetato proprio così) che accetta di farsi tirare una palla da baseball ai genitali! D’accordo, Sport Science non fa solo esempi di idioti e violenti, ma è lo stile che fa la differenza. È adatto al pubblico americano e, dietro al mega show, vengono spiegate le leggi più importanti della fisica. Sono concetti anche piuttosto complessi, diciamo da scuola superiore, ma che vengono fatti passare nel modo giusto per un americano.

The Story of Maths
Diverso è lo stile della BBC. Lo potremmo definire per certi versi kitsch. Marcus du Sautoy vuole spiegare la somma dell’inverso dei quadrati e, per farlo, si reca in Russia e usa dei bicchieri riempiti di vodka. Omaggio alla Russia e omaggio all’alcol, amatissimo dagli inglesi. In un’altra scena, il matematico tira giù dei drink di troppo insieme a un gruppo di altri amanti della matematica, tra cui un discendente di Bernoulli e uno di Euler. In un’altra puntata della serie (in tutto, le puntate sono quattro), si parla dei matematici orientali e la BBC decide di piazzare una musichetta allegra del genere di quel paese. Musichetta pop cinese per spiegare i matematici cinesi, e la stessa cosa avviene per quelli indiani e per quelli arabi. Kitsch, sì. È lo stile inglese. Eppure queste cose piacciono agli inglesi e attirano. E non è un caso se gli inglesi dominano ancora mezzo mondo.

Insomma, la caratteristica comune è che c’è il divertimento. Lo scopo non è quello di andare a scovare il futuro scienziato del CERN, ma di acculturare la gente media. E, per conseguenza, più attiri tra la gente media e più opportunità hai di avere uno scienziato importante. In Italia, abbiamo la pessima abitudine di porre una barriera tra gli esperti del settore e il pubblico medio. I primi stanno troppo spesso sul piedistallo, come se fossero gelosi delle proprie conoscenze. Il pubblico medio è poco interessato, ma lo è perché non viene stimolato nel modo giusto. È come se, da noi, gli esperti di turno fossero più interessati a un certo status quo, al pari dei politici attaccati alle poltrone. Non possiamo pensare che ognuno possa fare da solo. Non possiamo pensare che un bambino si appassioni spontaneamente alla scienza e, se non ci riesce, è una capra senza speranza. No, bisogna stimolare e il miglior modo per farlo è il divertimento. Inoltre, l’abilità dei programmi che ho citato è che ti spiegano a cosa serve la scienza nella vita quotidiana. Che sia come dividere una mela o sapere qual è il pugno più forte, sono tutti esempi concreti. Non sono formule scritte che, spiegate come nelle nostre scuole, sembrano qualcosa di astratto.

È tutto così negativo da noi?

Negli ultimi anni, a opera del digitale terrestre, qualcosa si sta muovendo in Italia. Trovo interessanti i programmi stile Memex di cui i conduttori, guarda caso, sono giovani. Mi ha colpito il modo in cui parlano dell’IgNobel, che è tutt’altro che un premio “ignobile”. È divertente, appunto, ma è anche un argomento su cui riflettere. Ancora non basta, purtroppo. Stiamo sempre parlando di cose più di nicchia. Inoltre, spesso vengono giocoforza chiamati in causa degli esperti anziani, che però non sempre discutono con passione e sembra che stiano parlando dietro a una cattedra universitaria. Non basta, appunto. C’è ancora tanto da fare, considerando che, comunque, i canali principali escludono questi programmi.

In internet, si trovano il blog e il canale YouTube di Dario Bressanini. Bressanini è stato furbissimo a capire come sfruttare la cucina per spiegare la chimica. La cucina calza a pennello, perché il buon cibo è l’amore per eccellenza degli italiani. Anche Bressanini, tuttavia, ha un campo limitato. Non è di certo popolare quanto i maggiori divulgatori americani, come ad esempio Neil deGrasse Tyson che presenta il revival di Cosmos (a proposito, vedetelo perché, grazie anche alle animazioni, è un programma meraviglioso!).

Insomma, in casa nostra c’è ancora tanto da lavorare per avvicinare le persone alla scienza…

Analfabetismo matematico e fallimento scolastico

Children of the Grave (Black Sabbath)

Canzone: Children of the Grave
Artista: Black Sabbath
Album: Master of Reality (1971)

Canzone che mostra un forte messaggio di azione contro la guerra, reso ancora più emblematico dalle caratteristiche “cupe” della musica di Iommi. Ozzy Osbourne canta con un tono ridondante, accompagnato dal groove di Tony Iommi e Geezer Butler. E Bill Ward che picchia sulla batteria, senza in alcun modo alterare l’andamento della canzone. Insomma, un capolavoro. Proprio per questo motivo, il messaggio passa all’ascoltare ancora più poderoso. La canzone è stata scritta nel periodo della guerra del Vietnam e del terrore dell’atomica, ma è interessante come quel clima sia attuale. C’è ancora il terrore del nucleare, con la Russia e gli Stati Uniti che detengono il 90% delle armi nucleari al mondo. E ci sono paesi che si adoperano di armi nucleari, come la Cina, l’India, la Corea del Nord e Israele. Secondo alcuni esperti, ad oggi abbiamo scampato la guerra nucleare non perché siamo stati bravi, bensì perché siamo stati fortunati. L’ultimo paragrafo è un invito ai giovani di oggi a reagire per un mondo migliore. Il messaggio vale parecchio non solo nei confronti della guerra in senso letterale, ma per ogni tipo di conflitto che stiamo vivendo, come ad esempio quello per le risorse dovute al surriscaldamento globale. I Black Sabbath non fanno il loro invito con gli arcobaleni e i fiori hippie, ma con un tono potente che schiaffa duramente la realtà in faccia alla gente. A partire dal titolo, ovvero “bambini della tomba”.

Testo

Revolution in their minds
the children start to march
Against the world they have to live in
Oh! the hate that’s in their hearts
They’re tired of being pushed around
and told just what to do
They’ll fight the world
until they’ve won
and love comes flowing through

Children of tomorrow
live in the tears that fall today
Will the sunrise of tomorrow
bring in peace in any way
Must the world live
in the shadow of atomic fear
Can they win the fight
for peace or will they disappear?

So you children of the world
listen to what say
If you want a better place to live
in spread the world today
Show the world that love is still alive
you must be brave
Or your children of today are
children of the grave

 

Moon Day, che cosa davvero ci insegna esistenzialmente?

Il 21 luglio del 1969, i primi due esseri umani mettono piede sulla Luna. I loro nomi sono Neil Armstong ed Edwin, detto “Buzz”, Aldrin. Michael Collins rimane in orbita, tutt’altro che annoiato e ben consapevole che i suoi compagni potrebbero rimanere bloccati sul nostro satellite naturale. Celebre la frase pronunciata da Armstrong:

That’s one small step for a man, one giant leap for mankind.

Notate l’uso ben studiato dei termini. “Step” indica un semplice passo, quello di quando camminiamo. “Leap”, tradotto con “balzo” italiano, è più universale. Infatti, prima è “man” e poi “mankind”. Ma è veramente difficile trovare una traduzione che renda il concetto. Il termine leap, in inglese, è molto usato nella fisica. Basti pensare al quantum leap, da cui anche la famosa serie televisiva con Scott Bakula. Il quantum leap è uno dei principi più importanti della meccanica quantistica.

Lo scopo di questo articolo non è la celebrazione dell’evento in sé o fine a se stesso. Lo scopo di questo articolo è capire:

che cosa, esistenzialmente, ci portano le mirabili imprese lunari.

Pongo l’accento sul termine “esistenzialmente”, perché sul resto si parla già molto e ci sono parecchi e fior di articoli, nonché documentari.

Insegnamenti per la vita quotidiana

Un insegnamento delle missioni lunari arriva dall’Apollo 8, la prima che ha orbitato intorno alla Luna. I tre astronauti (Jim Lovell, quello di Apollo 13, Frank Borman e William Anders) si fanno incantare dalla Terra che sorge, scattando la famosa Earthrise. Era il Natale del 1968, pochi mesi prima dello sbarco. Fu la prima volta in cui prendemmo consapevolezza di quello che siamo nell’universo, ovvero una piccola “biglia blu” (inglese “blue marble”). L’Apollo 17, ultima missione lunare, nel 1972 scattò una seconda foto simile, ma con tutta la faccia della Terra illuminata, intitolata proprio Blue Marble. La paternità della Blue Marble viene attribuita a tutto l’equipaggio: Ron Evans, Eugene Cernan e il geologo Harrison Schmitt. Le due foto contribuirono alla sensibilizzazione ambientale, cessando di mettere sempre l’uomo al centro di tutto. Ci fecero capire quanto siamo vulnerabili. Ci fecero capire quanto insensate siano le guerre e che il mondo è di tutti. Ci diedero una nuova prospettiva di quello che siamo e del luogo in cui viviamo. Per secoli, l’uomo ha sempre sfruttato la natura come se tutto fosse stato creato per lui. Ha conquistato terre e ammazzato i nativi. Ha dato la caccia alle balene e fatto la guerra per grandi e piccole cose. Questa visione antropocentrica ha smesso di esistere con le foto scattate da Apollo 8 e Apollo 17. Detto Darwiniamente, l’uomo non è l’animale superiore. Siamo solo una parte dell’evoluzione. Ci siamo adattati a nostro modo, così come altre specie l’hanno fatto a modo loro. E, come avvenuto in passato ai dinosauri, potremmo estinguerci da un momento all’altro. Perché siamo una specie giovane, ancora immatura. 80 anni ci sembrano tanti, ma non sono nulla per la storia della Terra e dell’universo. Quindi, l’uomo non deve concepire la natura come qualcosa da sfruttare, bensì come qualcosa di cui prendersi cura per vivere al meglio nella nostra casa.

Il secondo insegnamento sa più di atavico, diciamo così. L’essere andati sulla Luna ci fa capire che alcuni limiti si possono superare. L’uomo non è fatto per volare, dicevano. Ma poi abbiamo inventato gli aerei. L’uomo non è fatto per andare nello spazio, dicevano. Ma poi abbiamo camminato sulla Luna. I viaggi sulla Luna ci insegnano che dobbiamo credere di più nelle nostre potenzialità. Non si tratta di ricercare l’estremo per ricevere la scarica di adrenalina e di dopamina come chi fa bungee jumping. Si tratta di un obiettivo sfidante, come quello della maratona sotto le 2h, un “muro” idealizzato che già Kipochoge ha abbattuto. È fatto tutto allegramente, a prescindere da come andrà davvero. Non a caso, nei video di repertorio delle missioni lunari ci sono molte gag e capottamenti divertenti a causa della gravità inferiore. Lovell che annuncia che c’è Babbo Natale quando ritornano i contatti durante Apollo 8, dopo che erano stati tutti preoccupati “(Please be informed, there is a Santa Claus”). Harrison Schmitt che si mette a cantare I was strolling on the Moon one day. E, appunto, tanti, tanti capottamenti. Il tutto con la consapevolezza di poter morire, perché non erano degli stupidi che pensavano di fare solo una gita sotto casa. Ma non ci badavano, perché una mente libera sa risolvere meglio i problemi. L’espressione che rende bene l’approccio è obiettivo sfidante. Bisogna diffidare quando qualcuno ci dice che non si può, che è impossibile, che l’uomo non è fatto per questo o per quello. Bisogna diffidare quando ci viene detto che si deve fare così o cosà. Non è una cosa che riguarda solo la scoperta scientifica o di “nuovi mondi”, ma la vita quotidiana di ognuno di noi. Mi viene in mente quando vado a correre con temperature fredde. C’è chi non si sognerebbe mai di uscire con il freddo, ma io e altri runner lo facciamo. Tutto tranquillamente, divertendoci, perché non c’è nulla di meglio del contatto con la natura e il nostro corpo che va oltre quello che crediamo. È un grandissimo insegnamento a livello esistenziale. Non c’è bisogno di diventare astronauti per imparare dalle missioni Apollo. In sintesi:

il mondo sarebbe già un mondo migliore se applicassimo, tutti quanti, quel tipo di approccio in ciò che facciamo ogni giorno!

Non ho voluto menzionare i progressi tecnologici derivanti dalle missioni lunari. Ne parlano già altri. Però, voglio dire una cosa a riguardo. Nonostante riconosca che il progresso tecnologico abbia migliorato la qualità della nostra vita, provocatoriamente dico che preferisco andare sulla Luna con gli strumenti dell’epoca, molto meno potenti, anziché con la tecnologia degli smartphone di oggi! Chi ha usato i vecchi indistruttibili Nokia sa di cosa parlo.

Buone intenzioni illuse

Purtroppo, quello che dovremmo imparare non corrisponde a quello che abbiamo imparato. O meglio, forse dovremmo dire quello che NON abbiamo imparato.

L’Earthrise e la Blue Marble sono state disattese con la recente ondata di sovranismo. Odio, razzismo, divisione sociale e politica sono ancora all’attenzione dei media. E questi sentimenti negativi vengono continuamente istigati da gente come Trump, Salvini e Orban. I media ci sguazzano, i politici anche. Le persone si incattiviscono, cercano il capro espiatorio. Vengono disattese anche le intenzioni ambientaliste, relegate solo alle soluzioni che fanno comodo o portano profitti. Mi viene in mente l’assurda protesta degli agricoltori trentini, che vogliono ammazzare gli orsi e i lupi che vivono semplicemente nel proprio habitat. Questa gentaglia se ne esce pure con frasi agghiaccianti, come che la montagna non esiste senza la loro presenza. L’Earthrise e la Blue Marble ci dicono che è esattamente il contrario! Siamo noi che non esistiamo senza la natura, motivo per cui dobbiamo smetterla con il cemento. Earthrise e Blue Marble, purtroppo, non ci hanno insegnato abbastanza. Si continua con le divisioni, si continua ad ammazzare per una linea di confine. Ci siamo dimenticati che:

non è la Terra che appartiene all’uomo, ma è l’uomo che appartiene alla Terra.

In realtà, le missioni lunari stesse non hanno avuto un vero scopo umanitario e scientifico. Solo l’ultima missione, la Apollo 17, ha avuto principalmente uno scopo scientifico in quanto l’ultimo. Nessuno lo fa notare ma, quando Kennedy annuncia di voler andare sulla Luna, il discorso è nettamente politico e contro il comunismo. Vero, è bello sentire frasi come “abbiamo deciso di andare sulla Luna non perché è facile, ma perché è difficile”. È il concetto di obiettivo sfidante di cui ho parlato prima. Ma ascoltate bene quel discorso. È quello tipicamente americano che considera gli Stati Uniti come l’unico garante della libertà, che il comunismo è male e via dicendo. C’era la guerra fredda e l’intento del governo era dimostrare di essere meglio dei russi. Tutto lì. Infatti, una volta avvenuto lo sbarco nel 1969, il tempo di 3 anni e le missioni lunari sono state cancellate. Restavano ancora Apollo 18, 19 e 20, ma non se n’è fatto nulla. Il presidente Nixon doveva effettuare dei tagli e scegliere tra le missioni lunari e la guerra in Vietnam. Nixon scelse di finanziare la guerra, con perdite umane tra le più terribili nella storia moderna. Anche oggi, in molti paesi, si preferisce tagliare quello che fa più comodo ai politici. Taglio alla sanità, taglio alle scuole, taglio delle tratte ferroviarie, taglio alle pensioni ecc.

50 anni dopo, le missioni lunari offrono un messaggio ancora attuale. Sta a noi recepirlo. Von Braun (un covertito della Germania nazista, sì) disse che, con i giusti finanziamenti, avremmo potuto andare su Marte in 15 anni, cioè negli anni ’80 del novecento. Già, con i giusti finanziamenti. Nel momento in cui siamo chiamati a fare una scelta, spesso non facciamo quella giusta. Fu così 50 anni fa ed è rimasto così oggigiorno. Adesso stiamo puntando a Marte, ma:

sapremo imparare, come esseri umani, quello che ci è sfuggito con le missioni Apollo?

Cambiamento climatico e surriscaldamento globale

Trattamento sanitario obbligatorio (TSO) da cambiare

Il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) in genere è sottoposto ad obbligo per chi ha bisogno di cure e le rifiuta. Sembrerebbe un bene, ma non è così. Personalmente, sono d’accordo che chi è un male per il pubblico, se rifiuta le cure, sia sottoposto a TSO. Diverso, invece, il caso in cui uno decida di suicidarsi, che potrà essere uno sbaglio grossolano ma resta una scelta (*).

* A scanso di equivoci, io posso provare a convincere l’aspirante suicida a non farlo. Ma non dovrò usare la forza o il ricovero coatto. Chi non prova a impedire che qualcuno si suicidi non è un essere umano, ma non bisogna fare il tentativo con la forza. Ovviamente, tutto ciò vale se l’aspirante suicida non intralcia la giustizia, ad esempio provando a gettarsi sotto un treno. Se si salva, dovrebbe essere cosciente di essere stato… incosciente ed egoista. L’eventuale conducente potrebbe soffrire di disturbo da stress post-traumatico.

Praticamente solo difetti

Per quanto riguarda il TSO, ci sono dei difetti evidenti:

1) la richiesta è fatta al sindaco e servono due medici, di cui uno non dev’essere per forza psichiatra;
2) di fatto, possono scrivere qualunque cosa per giustificare un ricovero coatto, a discrezione solo dei medici in questione e del direttore.

Il primo punto dice che, se io sono un fisiatra o un babbaluco, posso accordare un TSO. Un’altra richiesta per il TSO è che:

3) non è possibile adottare tempestive misure extraospedaliere.

Il punto 3 dice che, in realtà, la cosa è possibile eccome nella maggioranza dei casi. Un vagabondo che non vuole mangiare in mensa lo farà cercando cibo nei boschi. È giusto o sbagliato? Forse no, ma ha il diritto di farlo e, piuttosto, è meglio che finisca in galera ma non in TSO. In sostanza, la brutta realtà è che un TSO può essere dato anche a un vagabondo che rifiuta di mangiare (è un suo diritto, per quanto spiacevole; cosa non va? che ti fanno stare peggio imbottendoti di farmaci, ma senza davvero aiutarti!). Ed è capitato, purtroppo, a persone come Massimiliano Malzone che, anziché essere aiutato nei suoi problemi, è stato ucciso da un TSO. La regola 3, spesso, non viene fatta affatto rispettare. A proposito, il nostro sito chiede giustizia, VERA, anche per Malzone. Non ha senso “sentirsi” causa civile. Bisogna condannare i responsabili con una durissima pena equiparabile a quanto subito da Malzone, punto e stop.

Attualmente, una forma di ingiustizia

Legge, purtroppo, non aiuta perché, chiunque “giustifichi” un TSO, si appella al diritto di necessità (necessità spesso false, perché il soggetto viene imbottito di farmaci). Inoltre, spesso è un ricovero volontario, avvenuto in ambulatorio, a trasformarsi in TSO, perché cambiano le condizioni e uno o più medici decide o decidono diversamente. Esiste il diritto di appellarsi, ma alla fine sei coatto per 7 giorni. Infatti, il sindaco ha l’obbligo di rispondere entro 10 giorni. E sei già ridotto a uno zombie. Se conoscete il sito, sapete che non sono affatto contro i farmaci, ma non così. In pratica, il sindaco ha l’obbligo di rispondere entro 10 giorni, ma entro 10 giorni il TSO è già stato fatto. E qualcuno, nel frattempo, può essere morto. Una misura chiaramente ingiusta, a tutto vantaggio dell’abuso di potere che, purtroppo, avviene spesso. Manca solo far tornare i manicomi e siamo a posto…

Durante il TSO, la persona subisce un durissimo trattamento fisico e psicologico atto a renderlo “docile e innocuo”. Di fatto, arriva a uno stato di spersonalizzazione, con un grave trauma della persona che si sente violentato e violato nel suo essere. Spesso, la persona viene anche “portata via” con una eccessiva forza. Anche quando i 7 giorni di TSO finiscono, la persona ha tutto il sacrosanto diritto di andarsene ma, se non resta con trattamento sanitario volontario (TSV), continuano a infliggere il TSO. Invece, la legge Basaglia del 1978 prevede che ognuno possa andarsene, altrimenti diventa un reato di sequestro di persona. Ma è come il toro che si morde la coda. I medici o presunti tali giocheranno sempre la carta della necessità, impedendo che la persona abbia una concreta facoltà legale. Tante volte, poi, specialmente nei posti più disagiati, gli infermieri sono come dei carcerieri che torturano (un esempio è la struttura di Cetraro, in Calabria). Un TSO può far avere conseguenze, fisiche e psicologiche, anche molto a lungo.

Cosa fare?

Come detto prima, possiamo fare ricorso e il sindaco ha l’obbligo di rispondere entro 10 giorni. Ciò, purtroppo, non sempre è possibile. Purtroppo, nei reparti peggiori, in qualche modo, la possibilità di ricorso viene scoraggiata. Ma ricordatevi che è un diritto. È fondamentale avere qualcuno all’esterno che renda possibile il ricorso. Però il problema è quello: la durata di risposta supera quella del TSO, quindi uno è fregato! L’unica soluzione percorribile è, legalmente, quella di invalidare il TSO individuando le irregolarità nella forma e nel contenuto. E fidatevi, può accadere spesso! Solo che in pochi lo sanno, accettando, rassegnati, il regime o perché le cose vengono nascoste. È l’unica via, poiché il buon senso, in questi casi, è raro che sia di casa. Se si fa ricorso, è bene farlo il prima possibile, entro le 48 ore, in modo tale da far avere una copia al Giudice Tutelare chiedendogli di non convalidare il TSO. La via in extremis è il Tribunale. Ricordatevi che, in linea teorica, è vietato usare la violenza di qualsiasi tipo, ma proveranno, sempre legalmente, a provocarvi. E questo potrà provocare il rigetto del ricorso. Abbiate calma e sangue freddo e, anche se può sembrare difficile da mandar giù, fate buon viso a cattivo gioco.

Un’altra cosa da ricordare è che la persona non può rifiutare la terapia, ma ha il diritto di essere informato su cosa sta avvenendo. E può segnalare le terapie che considera invasive, scegliendo quella che ritiene più adatta. Tutto questo premesso che, per natura del TSO, non si possono rifiutare le cure. Ma “almeno” la scelta c’è ed è un diritto!

Può essere necessario?

È chiaro che esistono casi necessari di contenzione, ma il nostro sito lotta contro gli abusi e per negare giustificazioni fasulle a procedimenti molto dannosi per una persona. La richiesta di obiettare al TSO deve avvenire PRIMA che il TSO avvenga. La nostra è una proposta vera di modifica di una legge ingiusta, la quale viene prevista da presunti medici che non lo sono affatto e da un sindaco che di certo non ha una laurea in psichiatria.

Il nostro sito NON chiede affatto che il TSO venga rimosso, ma che venga gestito diversamente e, soprattutto, che possa essere contestato prima, tramite un avvocato (che, in caso, dev’essere ammesso d’ufficio), in modo che chi lo subisce abbia tutti i diritti di opporsi, senza che venga inventata una diagnosi per giustificare, alla fine, il delirio di onnipotenza dei medici (e anche di chi medico o psichiatra non lo è, ma vuole prendersi la fetta di una torta). Non esiste che prima si faccia il TSO e solo POI si possa fare ricorso, perché così il TSO sarebbe già stato eseguito. Sarebbe come dare una pena a qualcuno e dargli il diritto di difendersi in tribunale solo a pena eseguita o in corso!

Il TSO può anche esistere, ma non come oggi. Il fine del TSO di oggi è quello di piegare la volontà della persona, al limite tra lavaggio del cervello e violenza. E non è detto che tutto ciò non avvenga davvero dal punto di vista legale. Lo scopo dei medici è quello di aiutare attraverso un processo di fiducia e onestà. Il che non vuol dire non essere duri, ma senza tecniche da coazione. La coazione va bene per gli psicopatici, giusto per rendere l’idea. Al contrario, purtroppo a volte accade addirittura (testimonianza di psichiatri stessi) che i moduli siano precompilati con la firma del sindaco.

Il potere mediatico del camice bianco (di Dario Bressanini)

Perché aspirare al modello scandinavo

Nell’articolo sui paesi in cui si vive meglio, ho fatto notare che, se è vero che l’Italia, arretra, i veri paesi del benessere non sono nemmeno quelli che alcuni si aspetterebbero. Mi riferisco ai classici paesi come Germania, Stati Uniti, Regno Unito e Francia (certo, questi paesi restano mediamente più avanti dell’Italia, ma è un altro discorso). Invece, ho fatto notare che sono i paesi scandinavi, compresa la “remota” Islanda (*), a essere costantemente fra i primi posti. E ora vorrei spiegare perché loro sono così avanti. Innanzitutto, quello che vi sto per dire, anche se non è un quadro completo ed esaustivo, non è frutto del mero sentito dire. Sono stato diverse volte nei paesi scandinavi, tranne l’Islanda, e ho avuto modo di toccare la loro realtà. Certo, andarci da turista non è come viverci, ma non può essere una critica valida. Non può esserlo perché la differenza è troppo netta per non accorgersene! Mettere insieme un “modello scandinavo” è un po’ difficile, visto che stiamo parlando di 5 paesi. Ci sono differenze locali e legislative, ma il concetto di fondo è comune. Per questa ragione, l’espressione “modello scandinavo” ha senso (oltre alle vicende di storia che hanno sempre accomunato questi paesi).

* Tecnicamente, i paesi che si identificano come propriamente scandinavi sono solo Svezia, Norvegia e Danimarca. Questo perché hanno sempre avuto forti legami storici, culturali e linguistici (praticamente, svedese, norvegese e danese possono essere considerati, esagerando, dei “dialetti”). Secondo altre definizioni, si accomunano anche la Finlandia e l’Islanda, perché in effetti il regno vichingo ha avuto molta influenza in queste regioni. La lingua islandese, anche se a tratti simile, è diversa e ancora di più lo è quella finlandese (la Finlandia ha avuto il dominio russo ed è amica dell’Estonia).

Corruzione e criminalità
Sì, esistono anche lì e non è mai tutto perfetto al 100%. Quello che influisce sull’andamento del paese è la percentuale di questi problemi. È facile notare che gli scandali politici sono molto rari in Scandinavia. Emblematico l’esempio dell’Islanda con le banche. Gli islandesi hanno deciso di dare pene certe ai responsabili e di non far ripagare quel debito ai cittadini. Direte che è facile per un paese di circa 300 mila abitanti. Beh, in un momento difficile di sovrappopolazione, di spreco e mancanza di risorse, essere in pochi è un pregio! La criminalità è bassa nei paesi scandinavi, a tal punto che la condanna a Breivik è parsa ridicola all’italiano medio. Ma questo tipo di condanna è possibile all’interno di una società con bassa criminalità! Provate a sentire un buon numero di norvegesi e vi accorgerete che, per quanto siano rimasti sconvolti, non nutrono la rabbia e l’odio di molti italiani. A contribuire nel non coltivare questi sentimenti negativi, c’è la certezza della pena, cosa che a noi, purtroppo, manca (basti pensare all’immunità politica e all’oscena riabilitazione di Berlusconi).

Reddito di cittadinanza (?)
Il grande vanto di Di Maio, che invece è una bufala. Nei paesi scandinavi, a seconda della traduzione, si preferisce parlare di “reddito di sussistenza”. In Finlandia, hanno addirittura provato a sperimentare il reddito di benessere universale, anche se l’esperimento è fallito (fallito solo in termini di lavoro, poiché i beneficiari non se ne sono affatto stati sul divano, bensì hanno sfruttato il tempo libero per essere felici e curare la salute: il momento del reddito di benessere universale arriverà!). Dove sta il plus del sistema scandinavo? Sta nello scopo. Il (finto) reddito di cittadinanza del M5S è una propaganda politica che serve per far vedere di aver combattuto la disoccupazione, quando in realtà la precarietà è addirittura peggiorata. Per gli scandinavi, sebbene ci sia sempre la clausola del lavoro, l’obbiettivo è rendere le persone autonome e indipendenti. Il loro intento non è rendere schiavi i cittadini per evitare che stiano sul divano, ma che abbiano le risorse per cavarsela da soli. Un cittadino che se la cava da solo, per conseguenza, non grava sullo Stato. Ovvio che, anche lì, c’è sempre chi vuole stare sul divano. Lo sanno benissimo, ma sanno altrettanto che chi sta sul divano fa meno danni rispetto a uno che lavora male!

Distribuzione equa della ricchezza (divertirsi senza essere apparenti)
Le tasse, in altre parole. È vero, gli scandinavi pagano molte tasse, ma quel che rimane è sempre tanto. Ed è per questo che non si lamentano. La busta paga, al netto delle tasse, è sempre sostanziosa. E quello che finisce in tasse viene usato per il loro welfare, quindi con il beneficio per tutti. C’è meno disparità sociale e, di questo, gli scandinavi hanno la garanzia. È anche vero che gli scandinavi hanno l’ottima dote di essere persone semplici rispetto agli italiani che, mediamente, sono molto più apparenti. Mi viene in mente un mio amico, che ha le mani bucate ogni volta in cui può spendere qualcosa. E come lui, ci sono tantissimi altri italiani che si comportano così. Questa è tutta gente che non arriverebbe a fine mese anche guadagnando 1 milione di euro all’anno! Nessuno dice che non bisogna divertirsi, ma ci si può divertire senza avere le mani bucate. Ci si può benissimo divertire senza avere l’ambizione di dire “me lo posso permettere” o per mantenere uno status quo di cui dare sfoggio. Sul sistema fiscale, ho già scritto perché la flat tax è una bastonata per i poveri in questo articolo.

Alcolismo e fumo
Anche in questo caso, come per la criminalità, è impossibile non vedere mai gente ubriaca che vomita per strada. Ma c’è un regolamento preciso e viene fatto rispettare. L’alcol è monopolio di Stato e viene venduto a caro prezzo. Gli alcolici non possono essere venduti normalmente nei supermercati, tranne alcune bevande a bassa gradazione. L’obiettivo non è quello di sradicare completamente l’alcolismo, ma di minimizzarlo. E se anche qualcuno ha questo problema, il costo elevato degli alcolici giustifica il rientro delle spese per eventuali cure mediche (o comunque sono soldi che vengono rimessi in circolo per la comunità). Il problema dell’alcol, nei paesi scandinavi, è stato minimizzato perché il problema viene trattato con serietà, dando magari la sensazione che sia più grave di quel che sembra. Non ci si nasconde come da noi e non si fa finta di non vedere il problema. La stessa cosa vale per il tabacco. La percentuale di fumatori è bassa perché la gente viene educata con valori di civiltà. Già da anni, in Svezia è sempre stato vietato fumare non solo all’interno dei locali, ma anche negli spazi appena fuori (in Italia, all’esterno di bar e ristoranti si può fumare!). Dal 2019, sarà vietato fumare anche nei parchi giochi e nelle banchine delle stazioni. In pratica, sarà permesso fumare solo in casa propria o negli spazi in cui c’è l’area fumatori. Tutto questo è frutto di una ridotta percentuale di fumatori in Svezia, che è di almeno la metà rispetto agli italiani. In Italia, la legge ha cercato di accomodare i fumatori, dando un po’ il contentino a chi non fuma. In Svezia, hanno capito che è inutile vietare il fumo negli edifici, se poi si fuma all’esterno facendo arrivare ad altri il fumo passivo. Notate come gli scandinavi non fanno discriminazione. Ognuno ha sempre la possibilità di bere e fumare, ma si trasmettono la consapevolezza e la responsabilità dei comportamenti fin da bambini. Non esistono tabù e non si cerca di mettere la polvere sotto il tappeto come da noi, salvo in seguito “sospenderci” quando avviene la tragedia.

Auto e attività fisica
Il grande paradosso della Norvegia: ha tanto petrolio, ma quasi non lo usa. Sì, è così. Non è che il petrolio non viene usato, bensì viene usato con criterio e per il necessario. Gli scandinavi, in generale, sono poco abituati ad usare l’automobile. Stoccolma è la capitale della Svezia, ma le zone con traffico intenso sono poche. La gente preferisce spostarsi a piedi, in bicicletta o con mezzi pubblici. La stessa cosa vale per la Norvegia che, come detto, ha parecchio petrolio. Eppure, nonostante la disponibilità di petrolio, è comune vedere i norvegesi che camminano in inverno con il sole che è già calato alle 3 e mezza del pomeriggio. Persino a temperature fortemente sotto lo zero, gli scandinavi sono abituati a camminare e a fare attività fisica. Infatti, mediamente sono più magri degli italiani! Ciò dovrebbe far cadere il pregiudizio per cui il loro clima rende depressi. E dovrebbe far riflettere tutti coloro che, appena la temperatura scende sotto i 10 gradi, non uscirebbero mai a correre. Oppure lo fanno, ma conciandosi come degli eschimesi (!). Da noi, si “deve” usare la macchina anche solo per andare in edicola a 500 m di distanza…

Decentramento
È pur vero che il minor utilizzo delle auto è correlato allo scarso decentramento della popolazione scandinava. Loro preferiscono avere poche città, ma dove tutto quello che serve è presente lì. Meno città vuol dire meno collegamenti e meno collegamenti vuol dire sprecare meno denaro per i collegamenti. E quindi, si tende a usare meno l’auto per spostarsi. I collegamenti che ci sono funzionano benissimo con il treno o il bus, mentre l’auto viene usata se è strettamente necessario. Qualcuno può sempre contestare che è facile avere poche città se gli abitanti sono pochi. In realtà, anche in Danimarca funziona così. La Danimarca è piccola, ma con una densità di popolazione elevata. Eppure le città restano poche e poco decentrate. Si cerca di minimizzare ogni spreco possibile. Da noi, creiamo sempre una nuova strada per guadagnare 5′ di traffico, traffico che puntualmente però peggiora. Abbiamo troppe cittadine da collegare, anche quelle sul cucuzzolo sperduto, e anche per questo si usa troppo la macchina. Il risultato è che, da noi, l’inquinamento è gravissimo e lo smog è persistente tutto l’anno. I nostri politici fanno le domeniche con il blocco del traffico, ma non vogliono dire la cosa più importante: il nostro paese è troppo decentrato e c’è una folle rincorsa al cemento. Il pregio degli scandinavi è che hanno una concreta e solida etica ambientale. Non disprezzano affatto il progresso e la tecnologia (anzi, ne sono maestri). Hanno capito che i cliché degli alternativi non funzionano o, spesso, sono addirittura deleteri.

Avrete notato che non ho parlato di una leggenda tipica sugli scandinavi: il tasso di suicidi. Spesso, quando parlo dei pregi degli scandinavi, mi replicano che loro il tasso di suicidi è elevato. Ebbene, chissà perché chi lo afferma non fornisce mai i numeri e parla a caso sperando che uno se la beva. Il tasso di suicidi in Norvegia e in Islanda ha lo stesso ordine di grandezza dell’Italia. È leggermente più alto in Svezia, Danimarca e Finlandia ma, appunto, leggermente. Questi dati non contraddicono affatto il maggior grado di felicità degli scandinavi messa in evidenza dalle varie classifiche sul benessere. Anzi, si può dire che sono “coerenti”. Chi sta male riconosce il suo stato si uccide, ma gli altri sono felici! Lo so, detto così può sembrare brutale, ma è ciò che, di fatto, avviene. In Italia, c’è molta più infelicità, ma il suicidio ha un impatto (leggermente!) inferiore per via della religione e delle inibizioni. Il tasso di suicidi è molto più alto e drammatico in Giappone e in Corea del sud, guarda caso due paesi in cui il valore della persona si basa su quanto ci si sacrifica a lavoro (andatelo a dire a Di Maio…). Se è vero che il tasso di suicidi è più alto nei paesi scandinavi, l’errore è quello di chi non ha la capacità di comprendere gli ordini di grandezza (tant’è che gli italiani sono, sostanzialmente, degli analfabeti funzionali).

E no, a chi mi contesta che dovrei andare in Svezia o in Norvegia, replico che sto parlando di esempi da cui imparare. Stimare gli scandinavi non vuol dire che bisogna prendere una loro cittadinanza e naturalizzarsi. Fuggire, a meno che non sia davvero conveniente in tutti i sensi, non è la soluzione. Preferisco descrivere un modo per progredire e migliorare noi, anche se so che, nella maggior parte dei casi, parlo a vuoto. Ma s uno non inizia a tracciare la rotta, proponendo delle soluzioni, è una lotta persa in partenza e non ci sarà mai fine al peggio per l’Italia.

Selvaggio a chi?

Septic Schizo (Sepultura)

Canzone: Septic Schizo
Artista: Sepultura
Album: Schizophrenia (1987)

Questa canzone può essere interpretata con diverse sfumature. A partire dal titolo, cioè “schizonfrenia infetta”. La schizofrenia non è ovviamente contagiosa, ma il termine “infetta” può intendere la condizione della schizofrenia in sé. Nonostante alcune parti del testo usino un linguaggio forte, trovo che Septic Schizo offra degli elementi utili per comprendere la schizofrenia. La schizofrenia non è banalmente avere le allucinazioni. Sì, ci sono anche le allucinazioni e i deliri, ma il mondo dello schizofrenico è più complesso, intricato e, a mio parere, anche interessante. E dico interessante con tono positivo, perché lo schizofrenico è in realtà più libero rispetto a tante persone “normali”. La sua mente viaggia più liberamente e non è condizionata. Tutto questo sia nel bene che, purtroppo, nel male. Chi soffre di schizofrenia vive un generale stato di confusione, in cui i ricordi si confondono. Proprio per questo motivo, a molti pazienti che con la schizofrenia viene chiesto di scrivere un diario, in modo tale che la quotidianità possa in qualche modo essere riordinata. Ci sono altre frasi che colpiscono, come “cerco di dormire sul freddo pavimento”. Forse, a qualcuno non dirà niente un’espressione del genere, ma agli schizofrenici capita spesso di essere così spaesati dalla malattia che cercano davvero di dormire su un pavimento. Non so se Max Cavalera e Andreas Kisser (gli autori del testo) abbiano scritto questa frase per puro caso o sapendo che è un comportamento comune. Fatto sta che ci hanno azzeccato in pieno! O comunque succede di dormire in orari o modi che possono sembrare strani. Oppure si sbatte la testa contro il muro e si arriva a gesti autolesionistici. Gesti di cui, come dicono anche Max e Andreas, non si è fieri. Però si prova angoscia. E paura, direi. No, quello dei Sepultura non è un testo splatter come può sembrare da alcuni punti del testo. Sicuramente, la loro gioventù li ha fatti usare alcune espressioni grezze (Max e Andreas non avevano ancora 20 anni nel 1987), però credo che sia proprio per questo che viene trasmessa la sofferenza di non avere il pieno controllo della mente. Insomma, in qualunque modo vogliate leggere il testo di Septic Schizo, risulta molto chiaro che lo schizofrenico non è un matto da camicia di forza. Devo fare questa precisazione perché anche i media sono così superficiali da scambiare lo schizofrenico con uno squilibrato che ti accoltella o spinge sotto un treno. Ovvio che sia una malattia grave, ma dietro alla malattia c’è una persona con una sua sensibilità, con le sue debolezze e con i suoi dubbi.

Testo

At the time of my last pain
I scream, so I can run away
What I see in front of me
Is only the reflection of my insanityThrowing me to the present
Alone almost is despair
My head throws itself against the wall
Making my blood flow free of me
To be born again, it’ll be a sad destiny
To seek death when it’s inside of myself
I throw up trying to put it out
I try to sleep sitting on the cold groundReminders from the past
Repulsion of the present
Fear of the future
Septic Schizo [X3]Stained by blood on the face
I see that my life goes by in front of me
As an old movie, I feel not proud of anything
I’ve done
I scorn myself with anguishMy nerves are blowing
Inside of me my skin burns
I sink my toes on the ground
I wanna quit; but I don’t wanna enter another place

I’m marked and wounded, the decaying of my throughts
The rotten smell on my skin
The cold body, thrown and forgotten
I can see the things, but I’m blinded to the world…

Essere “profiler” nella vita quotidiana

Le tecniche che il BAU (*) usa in Criminal Minds sono un approcio accettato negli Stati Uniti. In Italia, purtroppo questo lato della crimonologia non è ancora stata accolta del tutto (sarà anche per questo che abbiamo una giustizia fallimentare?). La cosa interessante è che, però, tutti noi dovremmo essere un po’ profiler come si vede in Criminal Minds. Non sto parlando di diventare esperti della materia e di criminologia. Mi sto riferendo alla capacità che ognuno di noi dovrebbe avere per capire “al volo” un interlocutore o una persona.

* BAU sta per Behavioral Analysis Unit, una sezione dell’FBI che esiste per davvero e ha realmente sede a Quantico, in Virginia. In italiano, diventa Unità di analisi comportamentale, ma la metodologia è molto sporadica e poco usata.

Le applicazioni di questa capacità sono tante. Faccio alcuni esempi.

– Possiamo valutare un candidato per un lavoro e capire se si adatta al ruolo (o, viceversa, se siamo un candidato verso un selezionatore);
– siamo in grado di capire se c’è un’incompatibilità in termini di relazione affettiva;
– sappiamo distinguere gli amici parziali da quelli totali, in modo da evitare delusioni o incomprensioni;
– in generale, riconosciamo chi può essere pericoloso.

È evidente che si tratti di una dote psicologica molto importante, ma incredibilmente sottovalutata. Tante persone non si accorgono o non vogliono accorgersi dei difetti di una persona, salvo poi pagarne le conseguenze a posteriori. Avete presente quando avvengono gli episodi di femminicidio? Mentre tutti i media li descrivono come una grande tragedia, nessuno ha il coraggio di dire che gli indizi si potevano notare già da prima. E ci saremmo risparmiati la tragedia. Noi italiani siamo proprio strani. Discutendo con alcune persone, praticamente il profiling è visto come roba da stregoni, se non fosse che sono le stesse persone convinte che l’astrologia funzioni. Oppure è gente che crede nell’omeopatia, che i vaccini provocano l’autismo ecc. Ah beh!

Come funziona

L’espressione chiave, già discussa spesso nel sito, è: spirito critico.

In questo caso, si parla nello specifico di indicatori comportamentali, proprio come gli esperti del BAU in Criminal Minds. Ovviamente, noi non stiamo andando a studiare degli SI (o forse sì?). Stiamo analizzando le persone che ci circondano e che incontriamo ogni giorno. Io parlo di indicatori comportamentali, e non di indicatori esistenziali, perché non si nota un orologio o un paio di scarpe per dedurre un tipo di personalità, ma anche la postura, il tono, l’atteggiamento nel complesso.

Quello che conta è domandarvi e non fermarvi alla superficie. Che differenza c’è tra il portare un Rolex e un normale orologio sportivo? Come può essere la personalità di uno che ha tatuaggi (senza pregiudizi!)? Come si veste una persona? Come sorride? Ecco, analizzate e imparate a capire chi vi sta davanti. Cosa vuol dire se una persona tende a stare distaccato? E via dicendo. Diciamo che si possono fare migliaia e migliaia di esempi e trattare l’argomento in un articolo è impossibile. Però provateci, fatelo. Non dovete subire ciò che sta nel mondo, vivere a caso o alla “tutto fa brodo”.

Non è una certezza assoluta!

A scanso di equivoci, urge ricordare che la “tecnica” del profiling non è una certezza, bensì stabilisce una probabilità. Anche qui, è la stessa cosa della criminologia. I profiler criminologi non sono degli indovini, ma si basano su un ampio archivio statistico di casi già esistenti o esistiti. Se si notano degli indicatori comportamentali, non vi è alcuna certezza assoluta che sia così. Ad esempio, uno può benissimo indossare un Prada perché gliel’hanno regalato, non perché è apparente! O, banalmente, uno può toccarsi il naso semplicemente perché gli prude! L’importante, come detto, è non fermarsi alla superficie, ma andare oltre e cercare di approfondire, di imparare qualcosa in più. Purtroppo, c’è tanta gente che non approfondisce, che non sa analizzare e ha solo pregiudizi. Non bisogna confondere le due cose. Il pregiudizio è sbagliato (quello tipico di chi vede il muratore sporco e lo dà già per poco istruito), mentre analizzare ciò che abbiamo di fronte è importante per capire meglio il mondo.

È altrettanto vero che esistono indicatori comportamentali difficilmente equivocabili. Ad esempio, se in una relazione sentimentale una persona dice “non vivo senza di te”, è meglio allontanarsi. Non necessariamente si arriva alla tragedia, ma le probabilità di farsi del male in altri modi non criminali è elevata. Come spiego nell’articolo che tratta la violenza sulle donne che ho linkato prima, chi ha una visione equilibrata dell’amore di coppia usa frasi completamente diverse, come ad esempio “prima ero felice, ma ora lo sono di più”. O piuttosto, si potrebbe dire “prima non capivo molte cose, ma adesso mi hai aperto gli occhi”. Imparate a cogliere queste differenze e queste sfumature!

La società con i robot… un passo verso il futuro!

La scorsa notte, TG1 Speciale ha dedicato una puntata ai robot (titolo “L’io digitale”). È stato uno dei pochi servizi interessanti della TV statale, che ha posto delle riflessioni sul futuro della società e dell’uomo. Di robot, non è che si parla solo ora. Basta pensare a R2-D2 e C3PO di Star Wars o all’androide vero e proprio Data di Star Trek The Next Generation. È però evidente che solo negli ultimi anni si parla concretamente dei robot come parte integrante della vita umana.

Uno dei punti che il servizio di Rai 1 ha messo in luce è la differenza di modernità tra chi ha già accettato i robot, ovvero i Giapponesi, e noi italiani. La paura degli italiani va di parsi passo con le ondate di xenofobia e razzismo che stanno sconvolgendo il nostro paese, quindi anche dei robot si ha una gran paura. Ma giustamente, in Giappone il tasso di crescita è 0, l’immigrazione non esiste e dei robot nessuno ha paura. Anzi, l’androide (o umanoide) Erica è la prima conduttrice televisiva (dei notiziari) da aprile 2018. I giapponesi non sono affatto scandalizzati e non hanno temuto nessuna invasione di robot, pertanto anche questo è indice della profonda differenza di modernità rispetto all’Italia.

Chi è Erica? Cosa ci insegna?

Siccome non mi piace fare il nerd che si eccita per ogni forma di tecnologia senza avere alcuno spirito critico, l’aspetto su cui mi voglio concentrare è su cosa possiamo ricavare, da Erica, per migliorare noi stessi. Erica è una ragazza di 23 anni, o almeno così dice. Erica è ovviamente un androide programmato, ma nell’intervista che ha redatto TG1 Speciale ci spiega con diverse risposte che, in realtà, il confine tra uomo e robot non è così netta. Basta pensare a come siamo già dipendenti della tecnologia. Andiamo a correre usando il cardiofrequenzimetro (e questa sì che è una cosa da bandire!) e interagiamo costantemente attraverso gli smartphone, per non parlare di protesi e impianti medici. E non dimentichiamo Stephen Hawking, che su una carrozzina riusciva a parlare con un sintetizzatore vocale. Insomma, a parte le distorsioni negative (e noi italiani siamo bravissimi ad apprendere solo il peggio delle innovazioni!), la via è tracciata e chi non sta al passo, come l’Italia, arretrerà sempre di più.

Ma Erica ci dà altri spunti sull’umanità, spiegandoci che, anche se lei è programmata, un suo pensiero diventa vero nel momento in cui uno lo crede. E che anche lei, seppur tecnicamente sia “immortale”, prima o poi verrà “spenta” e le sue parti verranno riciclate per altre generazioni di robot. Ed è la stessa cosa che facciamo noi con l’evoluzione e con i nostri figli! Ciò che colpisce è che Erica, pur essendo programmata, riesce a interagire con una certa “improvvisazione”, usando un tono spiritoso, simpatico, arguto e intelligente. A ogni dubbio che la conduttrice della RAI pone, Erica ribatte sempre in modo incontestabile e ti frega. Frutto dell’abilità di chi ha programmato, ma è un po’ spiazzante perché arriva benissimo a confondere la “condizione uomo” dalla “condizione robot”.

Dice sempre Erica:

“Penso che gli uomini abbiano un profondo bisogno di sentirsi speciali nell’universo. Non riescono ad accettare l’idea che possano non essere diversi dagli animali e dalle macchine”.

Parole dette attraverso l’AI, chiaro. Ma che fanno riflettere. E in fondo, anche noi esseri umani non siamo forse “programmati” con la nostra genetica? I primi ominidi avevano abilità limitate (rispetto a noi), esattamente come i primi robot adesso. E a mano a mano, ci siamo evoluti. Che poi noi ci siamo evoluti attraverso la casuale mutazione genetica e l’ambiente, mentre i robot si evolvono grazie alla programmazione umana, poco cambia. Vero, ci sarà sempre qualcosa che ci contraddistingue come esseri umani, ma il concetto su cui Erica ci fa riflettere è che saremmo davvero stupidi e arroganti a pensare di essere i più speciali nell’universo. Universo che, dopotutto, è pieno di miliardi di stelle e le nostre vite sono brevissime al confronto di una stella. Anzi, un niente. Da notare come Erica usi il sarcasmo per dire che, addirittura, è meglio essere un robot, perché se lei sbaglia può dare la colpa al programmatore! Ma anche qui, non è affatto così diverso dall’uomo. No, non c’è niente divino e nessun creatore, per carità. Si tratta dell’educazione che diamo ai figli. Quante volte diamo la colpa ai genitori per un ragazzo che ha atteggiamenti sbagliati? Gli avvocati e la giurisprudenza ci marciano quando vengono commessi determinati crimini!

La capacità di Erica (sì, lo so, lo fa attraverso l’AI) è quella di farci apprezzare come esseri umani allo stato puro, per quello che siamo per davvero, senza manie di grandezza o prevaricazione. Ci ricorda la semplicità del vivere, poiché effettivamente le risposte di una AI sono essenziali, e l’accettazione delle diversità. E infatti, il titolo del mio articolo recita che è la società CON i robot, anziché DEI robot! Non c’è nulla di fantascientifico e non c’è nessuno scienziato pazzo in questo nuovo tipo di società. È qualcosa che è già in atto, ma che noi italiani temiamo o non conosciamo perché siamo indietro. È ovvio che Erica è stata programmata per essere abile nel gioco di parole e per ribaltare i pregiudizi dell’essere umano, ma lo fa con uno scopo ben preciso: insegnarci ad essere mentalmente aperti. Semmai, il paradosso è che ci vuole un robot per farcelo capire!

E in Europa?

In Europa, siamo purtroppo più indietro nella robotica. Ma dei paesi virtuosi ci sono: Paesi Bassi e Svezia. Questi due paesi sono i pionieri del nostro continente. Stanno lavorando molto nella robotica dell’educazione e nell’insegnamento scolastico e, in generale, nell’aiutare le persone più deboli o che beneficiano socialmente dell’aiuto dei robot. Questa differenza è da far notare rispetto al Giappone, perché si ricollega agli indici di benessere dei paesi dove, appunto, Paesi Bassi e Svezia sono tra i paesi che primeggiano (il Giappone non è in alto in questi indici). A tal proposito, vedi anche l’articolo “In quale paese si vive meglio?” Tuttavia, Olanda e Svezia restano ancora casi isolati, dove solo gli scienziati più “illuminati” lavorano.

L’industria robotizzata

Tornando più terra a terra, la robotizzazione è già collaudata a livello industriale. Come al solito, è in Italia che siamo indietro. La preoccupazione dell’italiano medio è che i robot ci tolgano il lavoro. E da notare, anche qui, l’analogia con la xenofobia e il problema degli immigrati. Peccato che i paesi scandinavi siano un passo in avanti e abbiano puntato sulla robotizzazione delle loro industrie, poiché il lavoro come lo abbiamo conosciuto finora è destinato a scomparire. La società moderna deve avere il tempo libero come priorità, concedendo alle persone di poter essere “artisti”. Cosa intendo per essere “artisti”? Che possiamo dedicarci alle passioni, agli oggetti d’amore, alla famiglia e ai figli. Non bisogna confondere l’essere artisti con chi pretende di avere il lavoro che desidera alle sue condizioni, cosa assurda perché la produzione si basa sui risultati (e i robot producono di più e meglio, c’è poco da fare!). Essere artisti vuol dire poter gestire il proprio tempo come pare e piace, tant’è vero che la Finlandia è partita con la sperimentazione del reddito minimo garantito senza tassazione e senza vincoli. Per chiarire meglio l’argomento sul reddito di benessere universale (che non è quello del M5S!), vi rimando a questo articolo. È però più che evidente che solo attraverso la robotizzazione dell’industria è possibile dare la priorità al tempo libero. Ma tanto, ahimè, siamo italiani, cioè un paese dove se non lavori vuol dire che sei solo uno scansafatiche, un po’ in stile “arbeit macht frei” del cancello di Auschwitz. Chi crede che solo se lavori sei una persona che vale è completamente fuori strada. Il lavoro serve per guadagnarsi il pane, quindi per molti rimane una scelta obbligata al giorno d’oggi. Ma se c’è la possibilità di avere il pane grazie ai robot, allora che senso ha lavorare? Al massimo fai l’artista e guadagni con ciò che ti piace se sei abile (e tenete bene a mente le parole in grassetto per non travisare). Ma così non è più lavoro! Se uno si considera un fallito se non lavora, evidentemente non ha oggetti d’amore, e allora sì che è una persona senza valore e senza valori. Molti lavori è giusto che restino dell’uomo, perché la sua presenza è necessaria. Questa cosa non la nego ed è normale che sia così. Ma ci sono anche lavori molto debilitanti o pericolosi, che possono essere eseguiti al meglio solo dai robot. Non bisogna averne paura. Una tecnologia non è intrinsecamente buona o cattiva. Tutto dipende da come la usiamo. Ad esempio, negli anni ’90 internet era un mezzo innovativo e di confronto. L’internet di una volta ci ha aperto le frontiere, allargando gli orizzonti e il nostro sguardo sul mondo. Oggigiorno, internet serve per il controllo di massa e come strumento del potere. Ma non è colpa di internet, perché è la gente che, adesso, rispetto agli anni ’90, lo sta usando per intenzioni cattive o superficiali! Lo stesso discorso vale per i robot che, se usati con equilibrio e intelligenza, possono essere nostri amici.

Da notare come chi critica anche il reddito di cittadinanza normale (quello del M5S e dei paesi scandinavi anziché quello serio di benessere che promuovo io) parla spesso di lavoro e non di produzione. Evidentemente, non si sono aggiornati al progresso tecnologico e a quanto sono più efficienti i robot nel produrre, cosa che permetterebbe davvero a molte persone di stare a casa non per cazzeggiare, ma per coltivare gli oggetti d’amore. La figura umana è ovvio che resterebbe sempre ma, come spiego nell’articolo sul reddito di benessere, sarebbe minimizzata e con gente competente piuttosto che con i nullafacenti. I nostri politici, però, queste cose non le comprendono e non le concepiscono nemmeno, perché al confronto i dinosauri sono decisamente più moderni. Una società moderna deve puntare sulla robotizzazione per migliorare o aumentare la produzione. Il lavoro, invece, dev’essere dato quando necessario e a gente seriamente motivata, senza essere schiavi dei nullafacenti che lavorano male e rallentano o rovinano la produzione. E ci vogliono per forza i robot per fare tutto questo, per creare una società moderna! Ci lamentiamo dell’invasione dei cinesi, e poi cosa vogliamo fare per far ripartire il paese? Vogliamo fare proprio come i cinesi! Un paradosso. È inutile creare svariati posti di lavoro come krumiri se poi molti di loro sono nullafacenti. I competenti sarebbero sempre costretti a rimediare ai danni fatti dai nullafacenti e la produzione rimarrebbe globalmente indietro.

Purtroppo, da noi la tecnologia vuol dire Facebook e altre diavolerie. I ricercatori e gli scienziati scappano e fanno fare soldi ad aziende estere. Perché invece non li valorizziamo come i giapponesi hanno fatto con i programmatori di Erica? Un “nazionalismo” che si limita al calcio (e lo dico da appassionato) o per gridare all’immigrato stile Salvini non so se faccia più ridere o vergognare. Quando anche noi sapremo valorizzare i nostri ricercatori e scienziati per creare una società moderna, allora sì che potremo vedere uno spiraglio di luce. Ma siamo ancora lontanissimi…

Siamo ancora nel Medioevo?

Fondo medio, lunghissimo (maratona), potenza lipidica

Spesso, nell’ambito della corsa, alla domanda “come posso migliorare le prestazioni“?, vi sentirete rispondere che dovete fare allenamenti con ripetute, progressivi, fartlek e alternare con i lenti. Incredibilmente, in pochi citano il fondo medio. Ritengo che il fondo medio sia importantissimo per chi corre. Non dovete assolutamente sottovalutarlo! Ho provato a dare un’occhiata a diversi siti che parlano di corsa ed è incredibile come il fondo medio sia considerato così poco. In uno di questi siti, addirittura venivano proposti due allenamenti a settimana con le ripetute, con il fondo medio quasi del tutto inesistente. Credo che uno dei motivi della scarsa considerazione verso il medio sia dovuto al fatto che la gente passa da un estremo all’altro: corsa lenta e ammazzarsi di ripetute. Si è poco predisposti a un impegno non massimale, ma difficile se protratto abbastanza a lungo.

Ho inserito in questo stesso articolo anche il lunghissimo. Quando si parla di lunghissimo, di solito si parla di maratona, ma se avete pazienza capirete che ci azzecca con il fondo medio.

La Potenza lipidica è una capacità fondamentale per un runner che vuole essere efficiente. In breve, si tratta di consum are più grassi a parità di condizione, rispetto ai carboidrati che sono una fonte preziosa di energia. Esistono due modalità di allenare la potenza lipidica:

– in deplezione di glicogeno (come lo può essere il fondo medio;

– alla massima potenza lipidica sulle lunghe distanze (il lunghissimo nella maratona, ad esempio).

Non dovete fare l’allenamento con i crampi allo stomaco. Deplezione di glicogeno vuol dire che dovrete arrivare a scorte non del tutto piene. Andrete più piano, a “ritmo medio”, ma è proprio questo lo scopo.

Sono entrambi metodi validi, tarati su due diverse esigenze. Vediamoli nel dettaglio.

A cosa serve il fondo medio?

Partiamo da qui. A cosa serve il fondo medio? Il fondo medio, grossolanamente, può sembrare a prima vista una semplice corsa a “media velocità”. Sì, non è effettivamente una cosa falsa, ma il fondo medio ha una funzione ben precisa:

saper gestire la fatica e consolidare la velocità.

Inoltre, agisce sul massimo consumo di ossigeno quando la durata è fissata allo standard di 10 km. Per naturale conseguenza, migliora di fatto la prestazione (a patto che, sì, ci siano ANCHE, ma non solo, le tanto amate/odiate ripetute “alternate” ai lenti). In sostanza, il fondo medio migliora la capacità aerobica, cioè la capacità di mantenere una velocità prossima a quella della soglia anaerobica per un tempo prolungato. Ed è un allenamento molto proficuo.

La concentrazione del lattato nel sangue rimane piuttosto costante. Non è eccessiva, ma non minimale (diciamo nell’ordine di 3 mmol/l) e tende ad aumentare solo verso la fine. Perché ciò avviene? Avviene perché il ritmo del fondo medio non è tirato, ma è sufficientemente alto per sviluppare una fatica. Fatica che non si sente di per sé per il ritmo, ma per la durata. Non vengono toccate granché le capacità anaerobiche (se la lunghezza è di 10 km). Significa che, se uno si limita solo a lenti, ripetute e progressivi, può anche correre liscio un lento e tirare a velocità folli nelle ripetute, ma senza il fondo medio tenderà a scoppiare in gara! O comunque, dovrà rallentare per non arrivare al traguardo in ginocchio.

Quindi, sì, diciamo “fondo medio”, ma dietro alla dicitura “medio” c’è tutta una serie di meccanismi fondamentali per un buon programma di allenamento. Se non fate mai un fondo medio, valutate di inserirlo e vedrete che ne gioverete tantissimo! Praticamente, anche questo è un tipo di sovraccarico che ci permette di migliorare.

Ma il fondo medio non ha solo meccanismi fisiologici. Mentalmente, predispone anche a saper “tenere duro”. Ciò non va fatto tentando subito una gara (a meno che non siate in periodo agonistico), ma allenando le proprie doti di resistenza e velocità in modo “dolce”. Se uno si dà un ritmo gara e non è preparato, non può reggerlo di colpo. Deve allenarsi a “resistere”, appunto, e questo va fatto con uno stimolo che non devasti, ma sia efficace. Tranquilli, nelle ripetute dovremo morire lo stesso (*), ma se a ciò abbiniamo solo i lenti o il progressivo non ne ricaviamo granché.

* In realtà no, anche le ripetute vanno corse con intelligenza e devono avere un senso! Le ripetute non sono fatte per massacrarsi! Chi fa le ripetute con il presupposto di massacrarsi rischia solo di farsi male.

Non fatevi ingannare dalla dicitura “medio”. La prestazione migliora anche grazie al fondo medio per questo motivo. Si sviluppa maggior resistenza, si regge meglio la distanza e, appunto, migliora la prestazione. No, non è assolutamente vero che la prestazione migliora massacrandosi di ripetute! Pensate che, per far progredire la prestazione, bisogna ammazzarsi di ripetute? No, non è affatto così! Serve un mix di caratteristiche e, alla base, ci dev’essere sempre una buona carrozzeria aerobica. Questa carrozzeria si costruisce anche con il fondo medio! I furbi fanno l’errore di leggere “medio” e credono che non sia né carne né pesce. Così vanno a farsi i 20 km di corsa lenta o si ammazzano con le ripetute. E poi cosa succede quando devono correre una 10 km al top? Che crollano e terminano in ginocchio o rallentando di brutto!

Ah, a proposito. Anche se il rilascio di lattato è “medio”, terminate sempre l’allenamento con 5-10′ di defaticamento al passo o corsa blanda. Non è affatto banale e, se vi allenate nel dopolavoro, vi aiuterà a recuperare meglio in vista di un buon riposo notturno. Serve anche a non fermarsi di colpo, evitando capogiri, crampi e infortuni.

Il fondo medio, a costo di essere ripetitivo, è importante per tanti motivi. Non a caso, anche nel programma del fondo progressivo per il wellrunner c’è un buon quantitativo di fondo medio. È un allenamento utilissimo per insegnare al nostro organismo a usare meglio le fonti energetiche, sfruttando appunto la condizione di “bilico” che si crea (né troppo lento né troppo veloce). Se noi tiriamo sempre a ritmo gara (ammesso che sia possibile senza andare in crash), useremo quasi tutto il glicogeno come fonte energetica e, magari non ci credete, saremo più colpiti dai crolli quando non siamo al top. È anche a questo che serve il medio, perché abitua l’organismo a usare un po’ di grassi a un ritmo veloce ma non troppo. Ovvio che, per saper ottimizzare davvero bene le energie, serviranno tutti i tipi di stimoli. Ma l’importanza del fondo medio è spesso trascurata dai runner, quando invece eseguire poco il medio o addirittura non eseguirlo mai vuol dire fare un allenamento con delle gravi lacune.

Ritmo, lunghezza e durata

Il ritmo da mantenere è posto all’8% più veloce del fondo lento. Esistono altre interpretazioni, ma questa è la più efficace e precisa per gli amatori. Alcuni parlano di respirazione, cioè dicono che si dovrebbe parlare a fatica e a tratti. Ma è fuorviante. Se vi attenete alla prima definizione, non sbagliate. Ma cosa vuol dire l’8% più veloce del fondo lento? Canonicamente, questo dato è posto su un fondo medio di 10 km per preparare la medesima distanza. Quindi, se io ho un fondo lento di 6’/km, il fondo medio su 10 km sarà corso a 5’31”/km. Alcuni partono dalla soglia anaerobica per calcolare il ritmo del fondo medio, ma a mio parere calcolarlo dal lento è più sicuro ed evita ritmi troppo alti che non servirebbero allo scopo. Voglio dire, si può anche considerare il 10% più lento della soglia anaerobica, che è l’altro metodo per determinare il medio, ma per un amatore risulta complicato stabilire a tavolino questi valori. Si rischia di compiere degli errori e il medio diventerebbe un allenamento troppo impegnativo. E non è questo lo scopo del fondo medio. Ecco perché gli amatori dovrebbero tenere l’8% più veloce del lento. Il dato dell’8% più veloce del fondo lento non è una legge assoluta. Non è sempre la scelta corretta, ma è un buon punto di partenza per determinare il ritmo corretto e provoca meno errori agli amatori. Cosa vi fa capire se il ritmo è corretto? Beh, un fondo medio impegnativo, ma a ritmo sicuro, è un medio molto più efficace di uno che fa sentire “stanchi come si voleva”. Gli atleti più veloci e avanzati possono usare diversi ragionamenti (vedi la soglia anaerobica), ma per tutti gli altri l’8% più veloce del lento dovrebbe essere la miglior soluzione. A dire la verità, anche se sono un tapascione, io interpreto il fondo medio in entrambi i modi. Tutto dipende da cosa voglio fare in quel momento o dal grado di freschezza (non è possibile che le condizioni fisiche siano sempre al top). Serve una buona esperienza per capire queste cose e si può sicuramente imparare con delle prove e dei tentativi. Come regola generale, a meno che non siate runner molto avanzati e veloci, con un notevole divario tra il lento e il ritmo gara, dovreste preferire il medio all’8% più veloce del lento. Insomma, il tutto per dire che, anche se c’è una variabilità, bisogna pur partire da qualcosa!

D’altro canto, le distanze che corre un runner sono diverse, quindi il distinguo del ritmo va fatto in base anche questo. Nel running, per calcolare il ritmo del fondo medio esiste una regoletta da scuola elementare. Ovvero, per ogni km al di sotto dei 10 km, bisogna togliere 2”/km rispetto al ritmo previsto sui 10 km. Viceversa, per ogni km in più bisogna aggiungere 1”/km. Rallentare di 1”/km per ogni km in più non è poco, perché vorrebbe dire 10”/km in più su 20 km di fondo medio. All’opposto, lo stesso ragionamento non vale per un medio di 8 km, che pertanto viene velocizzato a più di un secondo.

È interessante notare come, al variare della lunghezza, e quindi del ritmo, il fondo medio agisce su alcuni specifici parametri. Un fondo medio di 10 km, come già detto, agisce marginalmente sulla soglia anaerobica, mentre migliora il massimo consumo di ossigeno. Se però lo accorciamo, poiché il ritmo è più veloce, allora agiremo anche sulla soglia anaerobica. Secondo me, si dovrebbe provare a fare un medio breve ma intenso, ad esempio di 8 km, per allenare la soglia anaerobica. Al contrario, un medio molto lungo allena la resistenza aerobica.

Indicativamente, sono queste le lunghezze del fondo medio.

5 km —> 8-10 km (40-50 minuti)
10 km —> 10-14 km (45-60 minuti)
mezza maratona —> 12-18 km (50-80 minuti)

Il fondo medio è in realtà un allenamento importante per tutte le gare tra la 10 km e la mezza. Non è invece molto importante per la 5000 m. Sorprendentemente, si scopre che molti che preparano la 10 km tendono a devastarsi con le ripetute e ignorano bellamente i medi perché hanno imparato che si fanno ripetute e poi lenti, ripetute e poi lenti. Sì, e in gara crollano perché sono abituati a correre velocemente la ripetuta e fermarsi…

Ah, notate bene come la durata del fondo medio, esattamente come avviene per il fondo lento, ha una durata basata sul valore dell’atleta. Chi ha un fondo lento di 6′ km non si massacrerà su un medio di 14 km. Sarebbe una follia! Verosimilmente, si attesterà a un fondo medio di 10 km a ritmo di 5’31”/km. Tutto questo si intende previo un dovuto riscaldamento, poiché si parte con un ritmo già abbastanza incalzante, seppure al di sotto della soglia anaerobica (se accelerate, diventa un’altra cosa!). Il normale amatore corre solitamente un medio basato su 10 km per preparare la gara da 10 km.

Il ritmo del fondo medio deve rimanere costante. Se si accelera nella parte finale come fanno alcuni, l’allenamento è completamente sbagliato! Il medio è efficace, per i suoi scopi, solo se il ritmo rimane costante, senza decelerazioni ma nemmeno accelerazioni. In particolare, sottolineo che non ci devono essere accelerazioni finali perché alcuni sentono di averne di più e, appunto, sprintano praticamente a ritmo gara. Ma così non ha più senso, perché lo scopo è rimanere in quella “via di mezzo”. Il modo scorretto di correre il medio è quello di finire “stanchi come si voleva”. Il modo corretto, invece, è quello di finire come se si potesse andare avanti all’infinito! Può sembrare strano, ma chi sviluppa una miglior soglia anaerobica corre il medio affaticato, ma terminando come se potesse andare avanti all’infinito. Correre troppo velocemente il medio e finire “stanchi come si voleva” è, al contrario, controproducente. Notate la differenza nelle sensazioni fisiche rispetto al lento. Noi sappiamo che il lento è discretamente faticoso solo verso la fine, con i primi 30-40′ relativamente leggeri (ma niente jogging!). Nel medio, si deve finire potendo proseguire ancora con una certa facilità, ma il respiro è già più affannoso del lento. La sensazione dev’essere quella di riuscire a parlare, ma con abbastanza fatica o a tratti.

Il fondo medio può essere portato al 95% circa della soglia anaerobica, ma solo alla fine di una preparazione specifica. Ciò è dovuto al fatto che “i giochi sono fatti” e può valere come test non troppo impegnativo.

La scuola anglosassone

Come nel discorso fatto per il lento, la scuola italiana dice una cosa e quella anglosassone si discosta, perché considera molte più variabilità. Questo non vuol dire che la scuola italiana sia sbagliata, ma che le cose non sono così fisse. Gli anglosassoni usano la dicitura steady run. La steady run è un tipo di corsa che può andare dal teorico ritmo maratona a +40-45”/km rispetto al ritmo sulla 10 km. Ciò è dovuto al fatto che il lento, in questa scuola, è più lento di quello all’italiana. La scuola anglosassone sbaglia? Io dico di no. Il loro ragionamento è che la base aerobica non dev’essere corsa troppo intensamente, con lo scopo di dare più esplosività nelle sedute più intense. Stiamo parlando di differenze e interpretazioni diverse, ma anche equivalenti. Il termine “steady” trovo che sia eccezionale, perché non è traducibile in italiano. Significa “costante”, ma anche “sostenuto”. Insomma, fondo medio o steady run che sia, bisogna provare in base al nostro allenamento. Sono cose che si imparano con il tempo, l’esperienza e la conoscenza di sé! Il mio consiglio è di non limitarsi a una sola visione, ma di allargarsi anche a quello che fanno gli stranieri. Se tanto mi dà tanto, poiché l’atletica italiana è indietro da diversi decenni, i metodi della scuola anglosassone non mi sembrano affatto sbagliati. Poi, capisco che il ritmo è soggettivo e va sperimentato con le sensazioni fisiche. Va benissimo, ma non siate limitati e scoprite di più.

Lunghissimo (maratona)

Come avete scoperto, il fondo medio non è sempre di 10 km, ma può anche essere più lungo. In questo caso, si può parlare di medio lento e diventa tanto più lento quanto più si avvicina alla preparazione per una maratona. Di fatto, per chi prepara la maratona si arriva a parlare di lunghissimo, che viene corso a un ritmo di 7-10”/km in più del ritmo previsto in maratona. Cosa vuol dire quello che ho appena detto? Molto semplice:

è difficile finire BENE una maratona!

In realtà, i più seri e ben allenati corrono un lunghissimo a 8-10 gg da 21-25 km e un altro di 36-38 km a 15-18 gg, sempre a 7-10”/km in più del ritmo in maratona. Troppe persone non conoscono quasi nulla di fisiologia e corrono la maratona così, giusto per finirla e vantarsene con chi non se ne intende. Prendete il vostro valore sulla 10 km e trovate, con la calcolatrice di Riegel, il tempo teorico che dovreste fare in maratona. Non riuscite a fare quel tempo? Allora vuol dire che non siete portati per la maratona! La tendenza di molti è quella di fare il lunghissimo e, se la si finisce “freschi”, allora ok, siamo pronti per Filippide… niente di più sbagliato! L’errore è quello di scambiare il lunghissimo con il ritmo del lento. Il lunghissimo è l’allenamento che sviluppa concretamente la potenza lipidica che poi in maratona ci servirà per non crollare al cosiddetto 35esimo km (il “muro”). Va quindi corso bene, a passo abbastanza veloce. Per questo motivo, Orlando Pizzolato parla anche di corsa lunga svelta… e non a caso! Per riuscire a “gestire” la maratona, ci vuole una carrozzeria preparata per anni. È assurdo che qualcuno superi appena il moribondo e abbia già in testa di correre la maratona dopo 6 mesi. Prima di correre la maratona, i lunghissimi da correre vanno da 4 a 6. Non se ne può fare 2-3 soltanto, o addirittura 1 come chi vuole correre la maratona perché “fa trend” o partecipare a quella di New York. Sì, d’accordo, a finire non ci vuole niente… ma allora perché ti devi sentire un eroe? Ma di questo ho già parlato nell’articolo “Fanatici delle lunghe distanze e novelli Rambo“.

Per quanto riguarda il ritmo da mantenere, esso deve rimanere costante esattamente come per un normale medio. Lo specifico perché c’è sempre chi sente di averne e accelera nei km finali. Questo errore, in maratona, si paga molto più a caro prezzo rispetto a una gara da 10 km, perché non ci si abitua alla potenza lipidica e si finisce per impattare sul “muro”! Già è drammatico il crollo sulla 10 km, quindi a maggior ragione lo è in maratona.

I professionisti sono capaci di fare fondi medi per la maratona (NON lunghissimi!) anche di 40 km. Considerando che però parliamo di atleti che valgono almeno 3’30”/km, stiamo sempre parlando di un lunghissimo che viene terminato in circa 2 ore e venti, 2 ore e mezza (30”/km in più del ritmo maratona). Per un normale amatore, un fondo medio per la maratona (NON lunghissimo) si attesta a 20-28 km. È un carico di decisamente più basso, ma del tutto conforme ai rispettivi livelli.

Studiare per la vita… come fare?

Ci sono persone che si sforzano di imparare i concetti e di apprendere. Cercano di assimilare la lezione, magari incoraggiati dai metodi di apprendimento di qualche guru o da strategie motivazionali. Molti ancora usano il “metodo del pomodoro”. Per chi non lo sapesse, il pomodoro non è solo un ortaggio, ma anche uno strumento che serve a misurare un tempo prefissato. Chi propone il metodo del pomodoro indica, ad esempio, di instaurare 30′ in cui non esiste altro e si cerca di studiare. È curioso notare come il tempo prestabilito dal metodo del pomodoro sia sempre limitato. In genere, è difficile che si superi la mezz’ora, evidente segno che uno cerca di costringersi a studiare anche se ne farebbe volentieri a meno. Beh, magari queste tattiche possono funzionare per superare un esame o un’interrogazione, ma spesso chi usa il metodo del pomodoro o altro di simile tende sempre a tornare a ripetere per non dimenticare i concetti. Li ripetono proprio sistematicamente, con una certa costanza, nella speranza che i concetti rimangano in testa. Altre persone, invece, si impelagano in svariati corsi e lezioni nell’ottimismo che qualcosa appassioni, ma puntualmente non riescono ad appassionarsi a nulla. E finiscono puntualmente per mollare in cerca di altro, di una novità che si spegnerà anch’essa. Viaggiano in balia di “qualcosa” che li muova, il classico “tutto fa brodo” e, all’interno, qualcosa si troverà. Il problema è che, così facendo, non rimane quasi nulla e non si riesce ad amare mai nulla per davvero! Dove sta l’errore? L’errore sta qui:

lo studio, per essere efficace e duraturo, dev’essere vissuto e sentito dentro con un’esperienza personale.

In sostanza, bisogna avere spirito critico. Conosco tante persone che leggono a destra e a manca studi e ricerche, ma senza capirci nulla e mischiando la lana con la seta. Una volta, mi è capitato di “litigare” con una persona che aveva letto che lo sport fa essere efficienti e ottimizza le energie. E cos’ha capito questa persona, secondo voi? Complice anche il fatto che era la classica persona che faticava a dimagrire già con una dieta da fame, ha capito che lo sport peggiora il metabolismo e manda in allerta l’organismo! Ecco, queste cose succedono quando uno non sente e non vive quello che legge o tenta di studiare. Non indaga e non cerca di scendere nei dettagli. Legge, cerca di apprendere come un tonto e fa degli strafalcioni! Se uno non ha spirito critico, potrà anche avere 10 brodi davanti a sé da provare, ma non saprà mai neanche com’è fatto uno solo di quei brodi. Al massimo qualche ingrediente, buttato a sparare, in modo superficiale. Tanto, tutto fa brodo, no? A questo punto, non sarebbe meglio imparare una sola cosa, ma bene? D’altronde, quest’ultimo approcio è quello che usava un mio vecchio professore di inglese del liceo. Ci diceva che preferiva fare poco del programma, ma spiegandoci il metodo così da sapercela cavare da soli per il domani. Ringrazio ancora profondamente questo professore per gli insegnamenti che mi ha dato non tanto nella sua materia, ma per la vita, anche se all’epoca tendeva un po’ a sfuggirmi quello che diceva. Quello che ha fatto il mio professore di inglese è stato trasmettermi dei valori. Capisco che può essere difficile vedere lo studio in questa chiave, dato che i nostri programmi scolastici fanno sempre più pena. Si insegna tutto con troppo nozionismo. Si compra un sacco di materiale da cancelleria, ma poi non si pratica e non si impara granché rispetto ai paesi nordici. Ma è l’unico modo che esiste affinché lo studio serva a qualcosa. Non si deve imparare la lezioncina da ripetere come pappagalli, ma vivere i concetti sulla pelle, provarli. È un discorso paragonabile a quello che c’è scritto anche nell’articolo “I bisogni di un figlio e come educarlo“. Leggetelo e capirete meglio quello che sto dicendo qui. I due articoli, anche se trattano argomenti diversi, hanno molto più in comune di quello che potete pensare!

Alcune applicazioni

Provo a farvi alcuni esempi pratici per spiegare il discorso. A cosa servono i calcoli di aree e volume? Leggete questo articolo e lo scoprirete! A cosa serve la storia? Serve non tanto a sapere le cronache di secoli fa, ma ad individuare quei processi che magari sono andati storti per fare di meglio nel presente. A cosa serve studiare Boccaccio? Mi vengono in mente le dinamiche della dipendenza affettiva, che nella nostra società fa dei danni indicibili e porta ai casi di violenza sulle donne. In Boccaccio, si parla di “follia per amore”. Oppure si parla della diversità tra caste sociali e dei pregiudizi. Qual è il punto in comune tra l’utilità della storia e un Boccaccio? Il punto in comune è lo spirito critico, che è fondamento della mentalità scientifica. Sì, ho detto mentalità scientifica e non una laurea in scienze, perché la mentalità scientifica è globale e verte su tutti gli ambiti della vita. Uno, cioè, di per sé può avere anche la licenzia media, ma saper ragionare molto meglio di chi ha una laurea in ingegneria ma una vita personale pessima! È anche questo che deve saper fare la scuola. La scuola non deve formare un plotone di bravi ragazzi che non miglioreranno il paese e, anzi, lo manderanno allo sbando. La scuola deve saper formare delle persone intelligenti, che sanno cavarsela nella vita quotidiana. Non serve a nulla sapere tutti i testi della letteratura italiana e latina se poi, nei rapporti umani, siamo dei disastrati o in amore continuiamo a commettere sempre gli stessi sbagli. Insomma, quando manca lo “stimolo”, è impossibile rendere solido lo studio! Per “stimolo”, intendo qualcosa che ci attiri a sé e ci invogli, ma per fare questo dobbiamo partire noi con il primo passo.

“Sì, ma come faccio e da dove parto?”

Purtroppo, molti vorrebbero la lezioncina bella pronta e farsi dire. Ma così non imparano quasi niente per davvero. Per usare un termine che rimanda all’apprendimento, non assimilano. Fanno come i secchioni a scuola che sanno dire tutto a memoria delle dimostrazioni, ma poco dopo hanno già dimenticato tutto. Ormai, siamo diventati così insufficienti e incapaci che abbiamo bisogno di una app per sapere quanti centimetri ci sono in 225 metri. Non sto esagerando, purtroppo, e si possono fare svariati esempi simili. Uno deve avere la voglia di imparare e di fare. Se si aspetta il piatto pronto, beh, sbaglia. Così è ovvio che può anche stare lì sui libri per tutto il giorno, sentendosi però ancora più confuso di prima. Il fatto è che non c’è una via assoluta per tutti. Nel senso che io posso partire notando una breccia nel muro e avvicinarmi alla geologia e un altro da come le piastrine riparano le ferite per studiare medicina. Bisogna saper osservare, guardarsi intorno e riflettere. Bisogna avere la predisposizione non tanto a capire di più il mondo, ma a voler capire il mondo. Chi capisce la diversa sfumatura è già a un passo in avanti! Poi, sviluppando lo spirito critico sempre di più, arriverà per forza qualcosa che ci trascini a sé in modo preponderante e coinvolgente. Sarà qualcosa di spontaneo. Sì, alcuni mi diranno che così non ho detto niente e non ho detto che cosa fare nello specifico. Eccola lì, la pretesa della pappa pronta. C’è gente che non capisce che non esiste la bacchetta magica e non esiste la formula magica. Magari sono loro stessi a dirlo, ma poi, a conti fatti, hanno esattamente la pretesa di farsi dire. Non hanno voglia di provare, di sperimentare, di curiosare oltre il proprio orticello. In realtà, ho detto eccome che cosa fare: osservare, guardare, riflettere. Fate questo esercizio nel corso della giornata e vedrete che verrà tutto automatico! Provate a leggere una notizia di cronaca. Che cosa vi trasmette? State capendo quello che si sta dicendo? Approfondite, sia che ci abbiate capito sia che no. Cercate sulla tematica e formatevi un’opinione. Ovvio, bisogna affidarsi alle fonti giuste per non incappare nelle bufale, ma questo è sempre racchiuso nell’avere spirito critico. La vostra opinione è coerente o ci sono delle falle? Sottoponete l’opinione a un check-up. Se la vostra opinione ha delle falle, cambiatela e sviluppate idee migliori. Avete bisogno di un paio di scarpe nuove? Benissimo, informatevi su quali sono le parti di una scarpa, ad esempio la tomaia, il tacco. Informatevi sui materiali di costruzione della scarpa. Qual è il materiale più resistente? E perché quel materiale è resistente? Imparate a domandarvi, come fanno i bambini quando ripetono di continuo “e perché?” I bambini hanno una grandissima abilità a voler sapere e conoscere, ma purtroppo tanti adulti affossano il loro desiderio di conoscere (vedi il tipico “vai a guardare cosa c’è fuori”). È questo che vuol dire studiare per la vita. Se voi vi informate sui materiali di una scarpa, magari vi appassionate alla chimica e ne fate un oggetto d’amore, e magari vi ci laureate. Volete fare sport? Benissimo, allora dovete sapere cosa vuol dire potenza (in watt) o sistema sessagesimale. Quindi è fisica. Ma non state studiando fisica o chimica per prendere il voto. State studiando chimica e fisica per migliorare la qualità della vostra vita! Questo è anche ciò che non comprendono alcuni che ripetono e ripetono, diventando maniacali. Ripetono la lezione per colmare il bisogno di controllo e di perfezione, e questo è ben lontano dal reale senso dello studio che, appunto, è per la vita.

Capisco che le mie parole risultino fumose per chi ha ancora nella mente la domanda “sì, ma come faccio e da cosa parto?” A questo punto, però, oh, sveglia. Nessuno può fare le cose al posto di un altro. Non esiste una specie di iniezione che faccia avere la voglia, la predisposizione. Se siete giunti fin qui e vi chiedete ancora come fare, da cosa partire, allora forse siete spacciati. Possibile che non avete voglia di fare neanche un minimo di fatica per aprire la porta e uscire a vedere quello che c’è? Vi deve prendere qualcuno e accompagnarvi a braccetto? E allora amen.

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