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Guida sulla corretta assunzione di psicofarmaci

Dare indicazioni dettagliate sugli psicofarmaci è piuttosto complicato. Le tipologie di farmaci usati sono veramente tante. I farmaci sono tutti molto diversi. Gli stabilizzatori d’umore sono una cosa totalmente a sé rispetto agli ansiolitici, così come sono tutt’altra cosa gli antipsicotici e via dicendo. Ma la mia non è una tesi di medicina. Il mio intento di questo articolo è molto più modestamente quello di spiegare poche semplici regole su come gli psicofarmaci dovrebbero essere assunti. Purtroppo è anche molto comune che sia i pazienti sia i terapeuti non tengano ben presente queste direttive, quindi ritengo che sia utile che diate una lettura se dovete avere a che fare con terapie a base di psicofarmaci. È doveroso precisare che, comunque, non è detto che una patologia psichiatrica necessiti di una vera e propria terapia farmacologica. Il disturbo schizoide di personalità, ad esempio, può necessitare di un’assunzione farmacologia al bisogno, ma non come terapia farmacologica specifica.

Sono 3 i punti cardine da tenere a mente:

1) effetti collaterali;
2) rapporto tra vantaggi e svantaggi;
3) sviluppo della dipendenza.

Effetti collaterali – Gli effetti collaterali più citati sono l’eccesso di sonnolenza e l’aumento di peso. Spesso in realtà avviene che l’aumento di peso non è dovuto a un’interazione di causa-effetto dovuto al farmaco, bensì alla sonnolenza che il farmaco causa. Cioè, il farmaco di per sé non fa aumentare di peso, ma il farmaco provoca sonnolenza e, dormendo, si rimane meno attivi nel corso della giornata. E rimanendo meno attivi nella giornata, si aumenta di peso. Qualunque farmaco ha un qualche effetto sedativo. Chi dice di no dice una bugia, ma chiaramente ci sono farmaci che causano meno sonnolenza e farmaci che ne causano di più (a parità di dosaggio, si intende). Non esistono però soltanto questi effetti collaterali. Qualunque farmaco ha degli effetti epatici da monitorare attentamente. Esistono categorie di soggetti verso cui si deve prestare particolare attenzione, come chi soffre di diabete, di ulcera, di problemi cardiovascolari. Il Lorazepam (Tavor), ad esempio, può provocare ipotensione arteriosa e disturbi gastrointestinali. Ma non solo, può accentuare la depressione e smascherare tendenze suicide, motivo per cui non è il farmaco primario per questi disturbi. Diciamo che esistono farmaci che provocano davvero un aumento di peso o la sonnolenza, diminuendo il metabolismo basale, ma spesso si verificano altri effetti collaterali. Alcuni farmaci, come Depakin e Abilify, provocano la diarrea. L’Abilify provoca comportamenti “strani”, come l’incapacità di restare seduti o di evacuare, pancia molto gonfia. Non ci si può limitare alla mera preoccupazione per il peso, che può avvenire ma non è l’unico grave effetto collaterale. Ovviamente, se lo psichiatra è afflitto dal delirio di onnipotenza, minimizzerà tutto. Ed è molto comune. In riassunto, non pensate solo all’aumento di peso come effetto collaterale. Ci sono farmaci che portano davvero a comportarsi in modo “strano”, fanno perdere i capelli o venire la diarrea.

Vantaggi e svantaggi – Questo punto è in relazione con il primo. È pertanto ovvio che, se il problema di cui si soffre è lieve, si possa fare a meno di assumere farmaci. Spesso si ha il braccio lungo nell’uso dei farmaci per dei semplici stati ansiosi o periodi di cali di umore, o per lievi disturbi di sonno. Non ha senso assumere farmaci in questi casi. In questi casi, si deve invece fortificare la propria mente e risolvere il problema con un po’ di buona volontà e raziocinio, elementi che per chi soffre di veri e propri disturbi possono non bastare se, appunto, non si assumono farmaci. Anche qui, però, è un campo molto sensibile e soggettivo. Ad esempio uno schizofrenico può benissimo decidere di non prendere farmaci perché vivere nel proprio “mondo” è molto meglio piuttosto che vivere con tremori e dormendo per 18 ore al giorno (vedi la clorpromazina, con cui vengono trattati anche il disturbo bipolare o alcune forme di dipendenza da sostanze stupefacenti). È un esempio estremo, certo, ma neanche così impossibile! D’altronde uno dei più grandi matematici al mondo soffriva di schizofrenia (John Nash, su cui è basato il famoso film A Beautiful Mind).

Sviluppo della dipendenza – Lo sviluppo della dipendenza è molto più comune di quello che si crede, perché, se lo specialista non educa il paziente risolvendo i suoi eventuali dubbi, il rischio è che il paziente prenda la pillolina come panacea dei mali ogni volta in cui ha momenti di crisi. Il rischio di sviluppare dipendenza da psicofarmaci, o addirittura overdose, è nettamente maggiore in chi già soffre o ha sofferto di dipendenze. Vale per alcol e droga, ma anche gioco d’azzardo, sesso. Non a caso, molti farmaci prescritti dal Ser.D (servizio per le dipendenze) sono rigorosamente somministrati in ambulatorio. La dipendenza da farmaci è molto pericolosa e, purtroppo, sottovalutata. Una volta cessato il farmaco, anche gradualmente, si rischia di andare in astinenza, con sintomi paragonabili a quelli da astinenza da alcol o droghe. E allora uno cosa fa? Riprende i farmaci, perché gli danno sicurezza. Proprio come con l’alcol o la droga. Ma allora, per favore, che non si parli di guarigione. Prendere i farmaci a vita non può mai essere una guarigione. Se il caso è da psichiatria da manuale, come gli schizofrenici, va bene. I casi più gravi, giocoforza, necessiteranno di un qualche farmaco. Altrimenti si rischia di rimanere “incastrati” se si finisce nelle mani di persone incompetenti, trasformando problemi curabili senza farmaci in calvari.

Le mie indicazioni non vogliono di certo sostituire il ruolo di un medico, ci mancherebbe altro. I 3 punti descritti danno però un’idea di come riuscire a proseguire una buona terapia farmacologica. È importante che chi soffre di disturbi psichiatrici sia consapevole dei pro e dei contro, di quello che può aspettarsi, della reale efficacia della terapia e di come affrontare i controlli, i dosaggi, i problemi di qualunque genere.

Come si struttura la terapia farmacologica

Il ruolo degli psicofarmaci è stato di recente rivalutato. Vedi quello che è stato riportato sul Lancet Psychatry da Horowitz e Taylor e, in precedenza, da alcuni ricercatori giapponesi nel 2010. Un trattamento, a sorpresa, si scopre che dura poche settimane, non per anni o in eterno. Poi si deve abbassare la dose. Spesso, invece, si bombarda il soggetto per tutta la vita e lo si rende dipendente. La novità è che la riduzione dev’essere molto, molto graduale e si protrae in un periodo che va da mesi ad anni. Perché si tratta di una novità? Perché il vero e proprio ciclo dura poche settimane, mentre il resto del periodo serve per cessare. E questo periodo va da mesi ad anni, appunto. Altrimenti si sviluppano gravi sintomi di astinenza. E alcuni sintomi di astinenza, come insonnia e attacchi d’ansia, possono durare da mesi ad anni. Notate come si voglia quasi paragonare gli psicofarmaci alle droghe, e sono dei ricercatori a farlo trasparire. In parte è davvero così.

Sì, avete capito bene. Insonnia e attacchi d’ansia non sono ricadute, ma i sintomi di astinenza di una scorretta cessazione del farmaco. Molti psichiatri vedono l’aggravarsi dell’ansia e concludono frettolosamente che è una ricaduta, aumentando il dosaggio. Può darsi che lo sia, ma non lo si può dire negando a prescindere l’astinenza. Infatti, frattanto che il farmaco viene cessato (in mesi o anni!), si deve puntare su una psicoterapia cognitivo-comportamentale. I recenti studi non negano l’importanza degli psicofarmaci, ma cambiano l’approccio con cui devono essere somministrati. Questi studi, va detto, non riguardano tutta la categoria degli psicofarmaci, ma solo quelli della categoria delle benzodiazepine e degli SSRI in generale. Tuttavia, questi psicofarmaci abbracciano una vasta applicazione in diversi tipi di disturbi. Ripeto affinché fosse chiaro. Il trattamento vero e proprio dura poche settimane, non mesi e non anni! Il periodo da mesi ad anni deve servire a cessare il farmaco, non a rendervi dipendenti! Assicuratevi che il vostro terapeuta abbia ben chiaro questo metodo e non vi bombardi o cessi di colpo in poche settimane. Il metodo comune è quello di iniziare a dare un farmaco, aumentare la dose e andare a regime per un periodo più o meno lungo. Dopodiché, si attua la cessazione con una riduzione della dose che dura alcune settimane. Gli studi, però, mostrano che questo metodo è errato. È errato perché sviluppa facilmente la dipendenza e si hanno i sintomi di astinenza. Il periodo “a regime”, in realtà, è quello che ha come scopo esattamente la cessazione! O almeno, ciò vale per i farmaci antidepressivi e ansiolitici, che in ogni caso vengono prescritti per vari tipi di disturbi. È interessante notare come anche l’alcolismo, negli ultimi tempi, venga curato con la graduale riduzione anziché con l’immediata astensione (alcuni usano la dicitura “soft therapy”). Sempre che sia possibile farlo, naturalmente, cosa non scontata.

L’errore non è prendere il farmaco, bensì darlo per un periodo di cura troppo lungo, cosa che provoca dipendenza. Un periodo che però, probabilmente, è anche più breve della psicoterapia, quindi ricadute e astinenza si possono confondere tra di loro. Ecco perché il reale beneficio degli psicofarmaci è sotto il dubbio. Spesso, i miglioramenti concreti si hanno più con la psicoterapia che con gli psicofarmaci. Per contro, una scorretta, superficiale oppure ottimistica terapia farmacologica peggiora i sintomi!

Non me ne vogliate sul delirio di onnipotenza dei medici. Non è frutto delle mie paranoie. Ci sono scienziati veri come Dario Bressanini che condividono il mio pensiero. D’accordo, da qui al dire che un disturbo bipolare non dev’essere curato ne passa. Ma state in guardia dagli psichiatri (e medici in generale) che somministrano farmaci con troppa facilità!

Sport e psicofarmaci

Concludo con un’altra cosa. So che sarete scettici, ma lo sport è una parte fondamentale della terapia. Lo scetticismo non è colpa vostra, ma dei medici stessi che sono sedentari e non danno il giusto valore allo sport. Ho discusso meglio di questo in un altro articolo.

Per quanto riguarda l’assunzione degli psicofarmaci, uno psichiatra che sminuisce l’importanza dello sport nei disturbi mentali è un pessimo psichiatra. Esistono degli studi (come quello nell’articolo linkato) dove i pazienti soffrono di disturbi anche piuttosto gravi, come la schizofrenia. Lo sport non sarà la panacea di tutti i mali, ma gli psichiatri dicono la stessa cosa anche dei loro farmaci. E allora perché non fare sport per ridurre le dosi di farmaci? In più, lo sport non dà gli effetti collaterali di un Lorazepam o Abilify, che non sono di certo paragonabili a una tachipirina.

Il fatto è che esistono disturbi di diversa entità. Così come esistono disturbi in cui i farmaci possono fare qualcosa, ma non si può avere la certezza. Non se ne può avere perché, probabilmente, è la psicoterapia ad aver portato i miglioramenti. Infine, solo nei casi più gravi sono necessari gli psicofarmaci. Non consideratevi nel migliore dei casi perché detestate i farmaci, ma è anche vero che, se fate sport, i farmaci possono addirittura azzerarsi.

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Analfabetismo matematico e fallimento scolastico

Qualche tempo fa, scrissi un commento su un sito parlando di corsa. Il mio commento sembrava chiaro ai miei occhi, ma il commento di un’altra persona diceva che non si capiva nulla di quello che avevo scritto. Ho un po’ aggrottato la fronte, cercando di capire come mai il mio commento gli paresse così complesso. Poi ho capito:

la maggior parte della popolazione italica è afflitta da un’epidemia di analfabetismo matematico!

Cosa intendo per analfabetismo matematico? Intendo l’incapacità di utilizzare le nozioni base della matematica per risolvere problemi quotidiani. Io ho una conoscenza veramente basilare della matematica. Ho studiato a scuola e all’università quanto basta per sapere cosa sono derivate e integrali. Non raggiungo i livelli di abilità di chi è iscritto al Mensa (associazione di cervelloni con un QI di almeno 148). Ecco, benissimo, per cavarsela con i problemi quotidiani basta una conoscenza decisamente inferiore a quella che possiedo io. Così come si può dire che non è necessario essere poeti o drammaturghi per saper parlare bene l’italiano. Eppure tantissima gente non ci arriva, e parliamo di conoscenze da scuola elementare. I patiti delle materie umanistiche mi ribattono che esiste già il latino ad offrire le stesse capacità di logica e spirito critico, lasciando intendere che, sì, tanto comunque la matematica delle elementari non serve a nulla. Quindi per loro i problemi della vita quotidiana si risolvono sapendo il latino, una lingua morta e che il resto del mondo ignora (vedi “Arte, dipendenti dagli applausi e fanatici culturali“), o recitando a memoria la Divina Commedia! Ah beh…

Purtroppo mi rendo conto che le materie scientifiche sono insegnate molto male a scuola, in modo fin troppo nozionistico. Non si trasmette il senso di queste materie traslandone l’utilità nella vita pratica e quotidiana. Ma ciò non deve affatto giustificare l’ignoranza, anzi, proprio per questo bisogna dare più importanza alle materie scientifiche affinché il popolo non sia stupido. Invece no, come al solito in Italia si fa il contrario. Non solo c’è una grave carenza nelle materie scientifiche, una grave carenza che poi porta nella società un branco di incapaci. No, come se non bastasse, a ogni mandato politico la carenza è sempre più grave. Il programma televisivo “Cosmos – Odissea nello spazio” con Neil deGrasse Tyson spiega la fisica del liceo, formule a parte, molto meglio e con passione! Nelle nostre scuole si insegna tutto con troppo nozionismo e gli studenti non riescono a cogliere il senso. Purtroppo alle istituzioni e ai genitori non interessa formare persone con spirito critico, ma un plotone di bravi ragazzi che svolgono il compitino. Beh, ho delle cattive notizie. Ormai, il degrado scolastico è a tal punto che le nuove generazioni non sanno più fare neanche il compitino!

Un test elementare

Ora vi propongo quattro problemi semplicissimi di vita quotidiana e di esperienza scolastica per capire che la matematica, nella vita quotidiana, non è un optional, ma ci permette di vivere meglio. Se riuscite a risolvere al massimo solo due di questi tre problemi, siete appena sufficienti. Potete fare di meglio, approfondite di più. Se non riuscite a risolvere nessuno dei seguenti problemi, beh, allora correte ai ripari! Non è necessario conoscere l’analisi matematica da università per risolvere questi tre problemi. Bastano nozioni di base, da scuola elementare, quindi, se non riuscite a risolverli, non inventate alibi: rimediate alla carenza e basta. In appendice all’articolo, trovate le risoluzioni (e non guardatele prima, mi raccomando!).

1) Il vostro tempo su una 10 km correndo è di 45′. Qual è la vostra media in km/h? E qual è il vostro tempo al km, espresso in minuti e secondi?

2) Ho 1 probabilità su 10 mila di essere aggredito su una strada andando a lavoro. Se percorro la strada per 270 giorni all’anno considerando un andata e ritorno, quante probabilità ho di essere aggredito dopo 2 anni di lavoro?

3) Una ricetta è per 2 persone e prevede 140 g di pasta, 200 g di salsa di pomodoro, 300 g di melanzane e 20 g di olio. Improvvisamente, vi ritrovate 3 ospiti in più per cena e dovete riadattare la ricetta per 5 persone in tutto. A quanto corrispondono le nuove porzioni? E se la padella per 2 porzioni ha diametro di 26 cm, volendo fare per 5 porzioni, mantenendo invariata l’altezza della padella, di quanto dev’essere il diametro della nuova padella per farci stare le porzioni per 5?

4) Due rette parallele non si incontrano mai. Vero o falso?

Si potevano fare esempi un po’ differenti, ma in una salsa o in un’altra è questa la matematica che ci capita ogni giorno, mica la risoluzione dell’equazione di Schrödinger! Per chi ha le nozioni elementari sono problemi banalissimi e che si risolvono in brevissimo tempo. Per altri, affetti da analfabetismo matematico, sono un rompicapo impossibile. E allora è ovvio che vi farete fregare dalle slot machine o parlerete di sfortuna perché non avevate alcuna idea dei rischi di un’attività (ad esempio paracadutismo). Oppure ancora sprecherete i vostri soldi perché non vi renderete conto dei veri centri di costo nella vostra vita, accusando magari il caro benzina quando invece ogni sabato spendete molto di più per mangiare al ristorante. Pensate a tutti questi esempi di come vivete male ignorando o, peggio, disprezzando la matematica. E altro, altro, altro ancora che vi lascerà sempre come degli handicappati perché non sapete maneggiare con calcoli e numeri.

Paese allo sbando

Il fatto è che, nei casi più gravi di analfabetismo matematico, si hanno dei veri e propri drammi economici. Ad esempio, sprecare tonnellate di materiale perché non si sa calcolare l’esatta quantità da utilizzare causa il fallimento di un’azienda, con perdita dei posti di lavoro, e in alcuni casi è il popolo a dover magari ripianare il buco provocato. Basta pensare ad Alitalia, costantemente in rosso non solo per i paradisi fiscali dei suoi dirigenti, ma anche perché, evidentemente, c’è qualcuno che non ha delle basilari conoscenze della matematica. O a Trenitalia, che ogni volta aumenta poi il prezzo dei biglietti dei treni quando invece, se si padroneggiasse di più la matematica, si capirebbe dove conviene di più investire, quali sono le tratte più redditizie e quali conviene eliminare ecc. Di solito vanno a tentativi, a caso, sperando di aver azzeccato qualcosa e cercando di rimediare se non va secondo i piani. Quindi, l’analfabetismo matematico non provoca solo difficoltà quotidiane, ma anche lo sbando di un paese, come l’Italia, che è sempre più arretrato proprio perché molti sembrano quasi vantarsi beatamente di ignorare la matematica. Per approfondire sul discorso, vedi l’articolo “I somari nazionali, perché siamo allo sbando“.

Ah, ci tengo a precisare una cosa. Siamo un paese allo sbando. Abbiamo dei giovani tonti e ignoranti. Ma impariamo anche a fare un po’ di autocritica. I nostri giovani sono tonti perché, spesso, mancano gli stimoli. Insomma, non stiamo sempre a dare la colpa ai giovani. I giovani hanno dei genitori e degli insegnanti a scuola. Siamo sicuri che genitori, adulti e insegnanti operino sempre nel modo giusto e sia sempre colpa del giovane se è tonto? Onestamente, sono convinto che, tante volte, i giovani siano tonti perché è il fallimento della scuola stessa! Troppo spesso, gli adulti o gli insegnanti si pongono sul piedistallo o vogliono conservare la poltrona, non coltivando la capacità di mettersi sugli stessi livelli. E mettersi sugli stessi livelli è fondamentale per ottenere l’attenzione di un giovane. Come ho descritto nell’articolo appena linkato sull’imparare divertendosi, sapersi mettere sullo stesso livello è uno dei motivi che fa progredire gli altri paesi mentre l’Italia è ferma o cresce dello zero virgola.

Scienza per la vita quotidiana

C’è una serie molto bella, The Code, che spiega perché la matematica è importante. Nonostante il titolo possa far pensare ai libri di Dan Brown, si tratta di una serie illuminante dal punto di vista divulgativo. La serie è presentata da Marcus du Sautoy (che è un inglese, non un francese!). Si fanno parecchi esempi riscontrabili in natura e tutti i giorni sul come, anche nell’insospettabile, ci sia sempre la matematica. Marcus ci parla di api e di rocce. Ci spiega come i numeri immaginari vengono usati nelle torri di controllo degli aeroporti. Ci spiega principi della fisica come la conservazione dell’energia. Ci spiega come la natura tenda a restare nello stato di maggior efficienza con un gioco di bolle di sapone. Ci dice in che modo una figura geometrica in apparenza semplice, ovvero il triangolo, viene usata per creare le montagne nelle simulazioni virtuali. Vi consiglio di vedere questa serie, perché merita. A meno che non siate tra coloro che disprezzano la scienza a prescindere, ma in tal caso vi perdete delle opportunità. Purtroppo, a scuola capita raramente di spiegare le materie scientifiche come du Sautoy. Se si vedesse la scienza come fa lui, vedremmo il mondo con molta più fantasia e con molti più colori. La matematica non è risolvere meramente un’equazione, bensì capire cosa significa quell’equazione. Non si può spiegare a uno studente come risolvere un’equazione se non viene detto a cosa gli serve nella vita quotidiana. Poi certo, la natura si basa su leggi fisiche, ma non è perfetta. Non esisterebbe l’evoluzione se non fosse così, cioè se non ci fossero degli “errori”. Ma si dovrebbe spiegare agli studenti che la bellezza della matematica è vederla nella natura. Un’equazione è solo un’equazione finché devo risolverla su un quaderno. Ma se un’equazione mi fa vedere perché le api scelgono l’esagono per i loro nidi, ecco che cambia la nostra visione del mondo. La matematica diventa una meraviglia, perché è la natura ad esserlo. Inizierete a domandarvi se sia più sorprendente la natura o la matematica ma, di fatto, stiamo parlando della stessa cosa. La matematica è il linguaggio che adoperiamo noi uomini per descrivere il mondo. Non è un cumulo di nozioni e formule e basta. Un vero insegnante di scienze deve trasmettere questo valore, altrimenti è ovvio che avremo dei ragazzi che odiano la matematica.

Soluzioni

1) 45′ sono 0.75 ore (45/60 = 0.75), quindi la media in km/h è 13.3 km/h. In minuti al km, sono 4.5 minuti al km, cioè 4’30”/km (0.5*60 = 30).

3) Si tratta di una probabilità composta. La probabilità di 9999 su 10 mila (la probabilità in cui non vengo aggredito) va elevato alla 1080 (270*2 di andata e ritorno, e quindi ancora per 2 anni). Ciò che in apparenza sembra una strada sicura, in 2 anni mi porta a rischiare più 1 volta su 10 di essere aggredito! Da notare che occorre usare la percentuale di 99.99% perché devo valutare, dopo ogni volta, quante probabilità ho di scamparla! Se usassi la probabilità di 1 su 10 mila, andrei a calcolare una cosa diversa, cioè quante probabilità ho di essere aggredito più volte dopo che già sono stato aggredito!

3) 5 persone sono 2.5 volte rispetto a 2 persone. Quindi, le grammature, moltiplicate per 2.5, diventano 350 g di pasta, 500 g di salsa di pomodoro, 750 g di melanzane e 50 g di olio. Per quanto riguarda il diametro della padella, possiamo associare la sua forma a un cilindro. Conoscendo la formula del volume (V) del cilindro, aumentando di 2.5 volte V abbiamo che il diametro della padella dev’essere di 41 cm.

4) La risposta è: falso! La domanda da porsi è: quale geometria stiamo considerando? Nella geometria non euclidea, due rette parallele si possono incontrare eccome! Ad esempio, posso considerare due rette parallele incurvate, un po’ come avviene per le latitudini che si incontrano ai poli. La geometria non euclidea è quella su cui si basa la fisica moderna, compresa la relatività di Einstein. Tra l’altro, in matematica si usa uno stratagemma per far incontrare le rette parallele: farle incontrare all’infinito! A cosa serve la domanda che ho posto? Qualcuno la può trovare banale o che non c’entra nulla con l’articolo. La domanda, in realtà, serve a saper guardare ad ampio raggio e a non dare risposte frettolose (in pratica, ad evitare i pregiudizi). Se avete risposto subito che è vero… mi spiace, dovete coltivare di più il vostro spirito critico!

Studiare per la vita… come fare?
Una scuola senza valori

Fare sport è un affare… perché rifiutarlo?

Nel sito, descrivo spesso i vantaggi dello sport, sia a livello di salute, con i parametri fisiologici che cambiano radicalmente, sia a livello di alimentazione. Purtroppo, ancora in pochi comprendono che lo sport è una condizione necessaria per lo stile di vita corretto. Alcuni contestano questo fatto facendo notare che c’è anche “altro”. Questo “altro” che però non è mai ben chiarito da parte di chi contesta, e l’impressione che ho è che non si sia attivato quel senso di consapevolezza che verso killer come il fumo e l’alcolismo invece c’è. La sedentarietà è il grande killer del terzo millennio. Siamo bombardati di articoli da Novella 2000 o Focus dove si racconta in termini drammatici il male che fa rimanere sempre seduti sul divano o alla scrivania. L’errore di questi articoli è però, strano ma vero, proprio quello di assecondare lo svogliato e pigro, spingendolo a usare una serie di palliativi come parcheggiare lontano, fare le scale al posto dell’ascensore, alzarsi ogni tot dalla scrivania a lavoro. Si dovrebbe invece spiegare che, se non si fa sport, comunque a lungo andare si è spacciati. Per rispondere a chi mi dice che c’è anche “altro”, sono d’accordo con questo fatto. Probabilmente, avviene un’incomprensione logica, confondendo (come già avviene spesso) una condizione necessaria con una condizione sufficiente. Fare sport, chiaramente, non è condizione sufficiente per avere uno stile di vita corretto. Se uno continua ad abbuffarsi e assume più calorie di quelle che necessita, il sovrappeso prima o poi gliela farà pagare. Così come è inutile fare sport e mangiare bene se non si ha una mente equilibrata, affossati da ansia, stress e nevrosi. Non a caso, ho scritto un articolo che parla delle personalità critiche comuni tra gli sportivi non equilibrati (“Dimmi come fai (o non fai) sport e ti dirò chi sei…“).

Il concetto di “altro” riguarda la capacità di trovarsi tanti oggetti d’amore. Il problema è che la gente media non ha realmente tanti oggetti d’amore. Quindi, sono d’accordo che ci dev’essere anche “altro”, ma ci dev’essere davvero! È normale e giusto che sia così. Dall’altro lato, però, non bisogna parlare di “altro” come scusa per non fare sport.

Allungare la vita in salute

L’errore di chi non comprende la necessarietà dello sport ai fini dello stile di vita corretto è che vedono lo sport come qualcosa a sé, a compartimento stagno da tutto il resto. Diciamo che, se uno non ha eccessi, non fuma e non beve e segue una dieta frugale quando vede che il metabolismo cala dopo i 30 anni, si può arrivare a 60 anni in modo molto soft e senza particolari disturbi o patologie. Ma ecco che, proprio arrivati a 60 anni, noto tantissime persone che iniziano a cedere. Per quanto abbiano seguito una buona vita salutistica, la vecchiaia le coglie senza pietà. Non sono soggetti sovrappeso, sia chiaro. Magari parliamo della classica donna in menopausa che segue una dieta da 1200-1400 kcal, un po’ anche attiva e che fa delle passeggiate rilassanti con il marito. Eppure iniziano i problemi alle articolazioni, alla schiena e altro. Per molti è una condizione normalissima dovuta all’età. Errore! Errore perché la medesima condizione non si ha per uno sportivo! Il motivo per cui si tende a reputare normale l’avere problemi a 60 anni è dovuto al fatto che, per quanto la situazione sia migliorata negli ultimi 20 anni, è difficile trovare una persona che fa ancora sport a 60 anni. Cioè, statisticamente chi va in bici o corre a 60 anni è ancora una specie di mosca bianca. È qui l’errore! Non si dovrebbe guardare la media della popolazione, ma quella parte della popolazione che ha quel “plus”. Se si guarda quest’ultima parte, ci si accorge che gli acciacchi vengono ritardati, e verosimilmente la qualità della vita rimane alta fino ai 70 anni. Non c’è nessun trucco magico e non si parla di genetica, ma di persone normalissime che seguono uno stile di vita corretto. Perché, come dico sempre, non sono loro a essere dei fenomeni, ma sono gli altri a essere dei debosciati! E non ha pregio paragonarsi con chi è paralizzato in carrozzina, perché sono convinto che molte di queste persone, se potessero, si alzerebbero e andrebbero a correre. È decisamente poco rispettoso paragonarsi a soggetti che sono costretti a non poter fare sport per giustificare la propria pigrizia. È poco rispettoso nei confronti di chi sta davvero male, è davvero malato e non se l’è andata a cercare!

Insomma, se l’offerta è quella di essere ancora attivo a 80 anni come un 60enne sedentario, e il “prezzo” fosse la fatica profusa nel fare sport, sinceramente trovo che sia da stupidi rifiutare questa offerta. È interessante notare che chi mi contesta lo sport come condizione necessaria allo stile di vita corretto sia ancora giovane, under 40. E quando, appunto, arriva ai 60 anni, o trova vigliaccamente degli alibi e reputa tutto nella norma o si pente di aver trascurato lo sport, cercando come può di correre ai ripari. Chi pensa che sia troppo faticoso o impossibile fare sport per la salute legga l’articolo linkato sulla difficoltà nella programmazione sportiva, dove spiego che sbaglia a pensarla così!

Più energie da spendere!

Un’altra cosa che la gente fatica a capire (o forse non vuole capire?) è che l’attività sportiva ci educa ad essere efficienti anche in tutte le fatidiche “altre” cose della vita, dalle passioni agli oggetti d’amore, dal lavoro alle azioni reputate più banali come pulire la casa. Lo sportivo riesce a fare le stesse attività con una frequenza cardiaca più bassa (inferiore a 60 bpm). Spreca cioè meno energia per la medesima attività, rispetto a un sedentario che ha l’organismo di una cicala (discorso spiegato in “Calcolo del fabbisogno calorico (e per la massa muscolare)“). Il cuore si risparmia di più, ma l’organismo è più efficiente perché l’attività sportiva lo ha abituato a mantenere intensità più alte. Riflettete su questa cosa.

Va bene, alcuni continueranno a dire che nella vita non c’è solo lo sport, che c’è sempre questo “altro”. È però indubbio che lo sport ci fortifica fisicamente, e per conseguenza anche nella psiche. Uno può anche non fare sport, ma con lo sport abbiamo più energia per amare più cose nella vita. Tutto questo diventa sempre più importante man mano che l’età avanza, dove chi non fa sport, poiché il fisico non dà sempre meno supporto, rinuncerà gradualmente a molte cose che prima piacevano o si amavano. Ovvio che nessuno può fermare l’invecchiamento, ma lo si può ritardare. E ritardare la vecchiaia vuol dire avere più anni di vita per amare. Se è vero che solo in pochi sono portati per la maratona (correndola al meglio, si intende), sicuramente l’uomo come specie è fatto per essere molto attivo. Perché dovremmo sprecare questa incredibile opportunità?

Gli esempi

Gli esempi che potrei fare per dimostrare quanti vantaggi ci sono nella vita quotidiana, grazie allo sport, sono molti. Per alcuni, caricare e scaricare la spesa è paragonabile alla palestra per un culturista, mentre per me è una sciocchezza. Per molti, cucinare è un inferno, mentre io riesco a farlo velocemente perché ho più “birra in corpo”. E poi ancora, uno sportivo che lavora in fabbrica esegue il suo lavoro nella metà del tempo rispetto a un soggetto sedentario che tornerà a casa con la schiena a pezzi. Per non dire del fare le pulizie. Io ci metto 10′ per passare il pavimento di due camere grandi, mentre per altri significa già spaccarsi la schiena. E ci sono le passioni e gli oggetti d’amore, ovviamente. Se sono abituato a fare sport, camminare per tutto il giorno per visitare una città o un museo è facilissimo e poco impegnativo dal punto di vista fisico. Un sedentario impiega 3 giorni per visitare una città, mentre lo sportivo impiega appena 1 giorno e nei restanti 2 giorni può visitare e vedere un sacco di altre cose! O banalmente, il caldo in estate e il freddo in inverno vengono gestiti meglio, perché il corpo ha imparato a fortificarsi. Nessun malanno da cambio di stagione, jet lag né niente. Certo, magari questi esempi non avranno senso per un giovane, ma peccato che invecchiando rischia di essere troppo tardi per rimediare. Ah no, dimenticavo che, ormai, anche i 20enni hanno tutti quegli acciacchi tipicamente dei vecchi…

Tutti questi esempi spiegano che non è così faticoso fare sport. I benefici sono notevoli e abbracciano così tanti ambiti della vita quotidiana da far sembrare la fatica sportiva quasi una sciocchezza. Qualcuno non ci crederà ancora, e allora dico: provate e vedrete!

Insomma, se volete cambiare la vita e ottenere il massimo, fatevi del bene e fate sport! Perché l’investimento sarà globale, in tutto ciò che riguarda la vita quotidiana. Oggigiorno, i mezzi a disposizione sono davvero tantissimi e ci sono tantissimi sport che, se praticati bene e ad intensità allenanti, ci donano benessere e ritardano la vecchiaia. Per la maggioranza, la corsa è lo sport principe e più versatile, ma esistono anche il ciclismo, lo sci di fondo (per chi abita in montagna e in inverno), il nuoto di fondo, addirittura il trekking. Di fatto, con questo “menù” a disposizione, bisogna proprio essere pigri e svogliati per non fare sport. Non fermatevi a una vita soft, ma imparate ad affrontare le situazioni e trovate le soluzioni per migliorare. Certo, nessuno dice che è sbagliato mantenere una dieta sana e non essere sovrappeso ma, se pensate di essere equilibrati, non limitatevi a vivere in modo soft, perché chi vive in modo soft è sempre in una situazione instabile, borderline, dove alla prima difficoltà si crolla inesorabilmente.

I fenomeni al contrario… e quei tristi salutisti!
Inizia a correre

La dieta dello sportivo sulle orme dei nostri antenati
Quanto allenarsi per la salute?

Imparare ad essere ultimi

Anche questo maggio 2017 è un maggio atipico. Mi aspetta un fondo lento di 12 km. In nottata, ho dormito poco e male. Fuori fa freddo, non sembra per niente primavera. Piove e non mi va di uscire. Poi però vinco la “sindrome da moribondo” e decido di uscire e, come per ripagarmi per essere uscito, sento il ritmo incredibilmente facile. Probabilmente è anche merito delle ripetute di queste ultime settimane. Certo, per molti un lento di poco inferiore a 6’/km è un ritmo decisamente da tapascione, un “bottom” che corrisponde al riscaldamento di un atleta di caratura mondiale, ma a me non importa e sono gratificato dai miglioramenti. Il fisico tiene, ha imparato ad avere più resistenza e il fiato si è molto più allenato. È inutile negarlo, correre mi ha permesso di avere una maggior spiritualità nei confronti della vita. Perché, quando corri, devi correre e basta. Non hai una bicicletta che ti tiene su e non hai l’acquaticità che, con la tecnica, ti permette di sottoallenarti facendoti credere il contrario. No! Quando corri, corri e basta. E anche quando non ti va, o corri o molli. Ed è proprio per questo che è ancora più bello quando riesci a correre anche quando ti inventi 1000 mila problemi e malanni per non uscire a fare la sgambata.

Tutti partiamo ultimi. Io sono partito ultimo, in veramente tantissime cose dove ho dovuto anche fare il doppio della fatica rispetto ad altri. Ed è partito ultimo anche il più grande campione. L’importante è che non ce ne dimentichiamo, apprezzando quello che viviamo e avendo la voglia di andare sempre avanti.

Quando si scende dalla giostra

Fra gli insegnamenti più importanti che la corsa mi ha riservato, c’è quello di capire il valore di non buttarsi giù quando si arriva ultimi, perché è proprio da qui che si risale la china. D’altronde, anche i più grandi campioni, per arrivare ai loro livelli hanno dovuto imparare e quindi sono per definizione partiti ultimi. Chiamatela pure una rivisitazione del famoso detto decoubertiano “l’importante è partecipare”, ma il senso è in realtà ben diverso. Chi si bea dei suoi successi e delle vittorie non ha capito nulla dalla vita, perché troverà sempre chi è più forte di lui e gli farà mangiare la polvere. Oppure, si limiterà a primeggiare solo con chi è più debole, avendo quella sicumera di sentirsi forte. D’altronde, la mia risposta standard a chi impara le arti marziali per darle al criminale da quattro soldi è che, se voglio fargli capire chi comanda, gli sparo. Poi, chissà perché, partono svariate elucubrazioni dicendo che si parla di chi cerca di derubarti, che è “ovvio” che chi ti vuole davvero ammazzare non si ferma chiacchierare… insomma, alla fine il senso è che si china comunque la testa davanti a chi è più forte e il bullo viene ricacciato a zero!

Rimango sempre un runner mediocre, che corre come una scamorza e tapascione quasi fiero di esserlo. E questo pur consapevole di essere messo meglio rispetto alla maggioranza dei miei coetanei (ancora 30enni!) che al massimo corricchia 30′ con il walkman. Ma a me non importa, per me è normale, per me conta che sto amando ciò che sto facendo. Guardo con ammirazione campioni come Bekele o Kipchoge e sono felice di dare il massimo quando esco per quei 10 km striminziti. So che il mio corpo funziona bene, che posso fare un fondo lento e il giorno dopo sono già pronto per una serie di ripetute. Ecco, questo mi rende felice e realmente consapevole delle mie capacità. Perché non dimentico mai i miei primi tentativi di correre, quando arrivare a fare 45′ senza smettere a passo da jogging a 10 km/h era un successone. Non dimentico quando ho dovuto ripartire da capo dopo alcuni mesi di fermo e gli infortuni che ho patito per riprendere la forma fisica. So che posso fare di meglio e mi impegnerò a lanciare sempre il guanto della sfida, ma sono già felice così. La fatica mi ripaga con dei mediocri risultati in termini assoluti, ma che per me diventano ogni giorno una specie di record. E quando mi riguardo indietro, mi dico che sono qui perché sono partito ultimo. Chi dimentica di essere stato ultimo almeno una volta nella vita, poi si ritroverà spiazzato quando dovrà scendere dal trono. E questo accade a tutti, prima o dopo. Nessuno n’è immune. Il calciatore che in quei 15 anni guadagna milioni si ritira e nessuno lo ricorda più se non negli annali, ma poi i decenni passano e tutti se ne dimenticano. Chi ha un quoziente intellettivo di 170 viene superato da chi ha 180 e, se contrae una malattia neurodegenerativa, il quoziente intellettivo va a farsi friggere e non serve più a niente. Chi corre la 10 km in 34′ si becca un infortunio tosto e non riesce più a tornare ai suoi vecchi livelli. E così via! Non sto gufando, se è questo che state pensando. Mi basta vedere quanto è crollato José Mourinho quando i suoi metodi per così dire poco diplomatici hanno iniziato a non funzionare più e ha dovuto farsi un bel bagno di umiltà per rimettersi in carreggiata. Il senso è che, se eccellete in qualcosa, dovreste essere già grati perché avete l’opportunità di coltivarla, a prescindere dal successo. Io d’altronde “ringrazio” ogni volta in cui finisco un allenamento senza infortunarmi, rispetto a chi deve a tutti i costi raggiungere certe prestazioni e poi si scassa. Non mi risparmio mai, e non mi si vedrà mai correre con il walkman. Semplicemente, non ho dimenticato cosa vuol dire essere ultimi.

I samurai del calcio giapponese

Uno dei tanti esempi che trovo significativi per spiegare questo insegnamento è il Giappone ai Mondiali in Russia del 2018. Avanti 2-0, si fanno prendere sul 2-2 dal Belgio. All’ultimo minuto, anziché fare melina per arrivare ai supplementari, cercano il terzo gol. Non lo trovano, ma trovano la beffa ed escono agli ottavi. Dopo un attimo comprensibile di abbattimento, i giocatori nipponici vanno verso la curva dei loro tifosi e fanno un inchino. Alla fine, lasciano gli spogliatoi anche più puliti di prima, con un biglietto che dice “grazie”.

Il Giappone ha tanti difetti, ma la loro Nazionale di calcio, in questo caso, ha dimostrato cosa vuol dire mantenere la propria dignità e accettare la sconfitta. Tutto questo mentre la Germania (vedi anche “La motivazione dell’amore“), all’opposto, è uscita ai gironi tra l’arroganza e le polemiche. I giapponesi non solo non hanno distrutto nulla come fanno molti italiani, ma hanno ripulito lo spogliatoio come un gesto del tutto normale. Quello che hanno fatto i giapponesi dopo la sconfitta agli ottavi contro il Belgio non è solo un esempio di sportività, ma di vita, che vale in tutto ciò che facciamo. Il vero vincente è chi sa prima di tutto perdere e sa che è sempre partito ultimo prima diventare un “campione”. Ricordatevelo sempre. Anche se raggiungete grandi traguardi, prima di arrivarci eravate ultimi e questo non va mai dimenticato per poter vivere davvero bene la vittoria.

La società dei falliti

Tempi impossibili, sopravvalutati e bari nella corsa

“I giornalisti di una volta non ci sono più” è la frase del secolo. Purtroppo, con rammarico, nella maggior parte dei casi il giornalismo di oggi è davvero di una scarsezza e pochezza da far rabbrividire. L’argomento dell’articolo parte da qui, anche se non è immediato arrivarci. Il campo dello sport e dell’alimentazione è sicuramente uno dei più tartassati dall’ignoranza, da gente che non sarebbe utile nemmeno a zappare. L’ultimo episodio di “bufala” a cui sono andato incontro proviene da un articolo sulla Gazzetta dello Sport, dove l’ex velina Marina Graziani, in un’intervista, ha affermato di aver corso una maratona in 4h45′, una mezza in meno di 2 ore e che il suo personal best sulla 10 km è di 46′. A un non esperto questi tre dati non diranno nulla. A un non esperto, appunto! Uno che fa la 10 km in 46′, di sesso femminile, in teoria vale 1h40′ in mezza. Quindi o non ci si è allenati bene per le distanze maggiori (plausibile) o qualcosa non va in quei 46′.

Il mistero dei “tempi impossibili”

Sono andato a controllare i risultati della terza frazione della staffetta alla Milano Marathon del 2016 (dove si dice di aver fatto il record) ed ecco che allora il mistero dell’incongruenza è stato svelato. La frazione non era di 10 km, ma di 9.2 km! Non ci si può togliere 800 m e dire che quello è il proprio record sulla 10 km. A questo punto posso togliermi anche io quanti km voglio e dire che valgo 36′, 40′ sulla 10 km in base a come mi fa comodo! Questo denota superficialità. Manca la conoscenza vera, la capacità di approfondire ed entrare nel dettaglio delle cose, fattori che determinano un vero oggetto d’amore. Un amatore da 5’/km percorre a passo medio un 800 m in 4′, che non sono di certo bruscoletti. Chiedete pure a Kipchoge o a Bekele se riesce a migliorare di 4′ il suo record sulla maratona… penso che loro saranno ben più simpatici (perché amano davvero quello che fanno e ne hanno conoscenza), rispetto alla difensiva della signora Graziani quando ho fatto notare l’incongruenza dei 46′ (46’38”, per la precisione), e sorrideranno amichevolmente. Che poi, anche senza “togliersi” quegli 800 m il tempo sarebbe salutisticamente buono lo stesso. Ma, si sa, nel mondo di oggi, dove si appare e c’è una competitività malata e violenta, è “utile” sopravvalutarsi e far credere di essere più di quello che si è. Ma è proprio questo che fa perdere la dignità alla propria fatica. Preferisco dire di aver corso in 60′, arrivando al traguardo moribondo e gioioso lo stesso, piuttosto che barare, togliermi 4-5′, e offendermi pure accampando alibi, fingendo che quegli 800 m siano poca cosa. Ma sì, certo, forse se prima di una gara si mangiasse normale e con qualche grasso in più, senza bombarsi di riso e pollo sperando di andare più forte (vedi l’articolo “Alimentazione prima e dopo l’allenamento“), il cervello funzionerebbe meglio per capire quei 4′ non possono essere tolti così a random.

Ovviamente, visto che mi piace dire la verità ed essere onesto, dalla discussione sulla Gazzetta dello Sport sono stato bannato e chi ha scritto l’articolo (si firma gmancini), pur avendo fatto notare l’errata informazione, non ha provveduto. Certo, è meglio continuare a mentire. Quella sezione già è così ridicola, sui livelli di Donna Moderna, che non se la fila quasi nessuno. Un commento costruttivo dovrebbe quindi essere apprezzato e si dovrebbe correggere gli errori per non perdere faccia e credibilità. Macché…

Per altro, qui stiamo parlando di 46′, un tempo mediocre e comune a moltissimi runner amatori ben allenati. Neanche si stesse barando per vincere l’oro alle Olimpiadi!

La personalità del sopravvalutato

Chi bara nello sport è disprezzato nell’ambiente, proprio perché uno fatica e deve dare dignità alla sua fatica, che faccia una 10 km in 60′ piuttosto che in 37′. Ed esistono diversi casi di furbastri ben più gravi dell’ignoranza della Graziani, cioè casi di dolo veri e propri dove c’è il concreto tentativo di imbrogliare attraverso piani architettati. Errore!

L’errore sta nel credere che questi casi di oggettivo dolo siano dei casi isolati, quando in realtà non sono altro se non esplosioni estreme di personalità già non equilibrate.

Cioè, cosa costa dire che si vale 51-52 minuti sulla 10 km piuttosto che 46′? E perché non dire “mi sono allenato con tanta fatica, ce l’ho messa tutta, e sono soddisfatto per aver fatto quasi 2h in mezza”? Forse dire “ho corso la mezza sotto le 2h” fa più scena, visto che anche 1h01′ è tecnicamente sotto le 2 ore! È proprio questo il punto. Occorre essere consapevoli delle proprie capacità e dei propri limiti. Ed è giusto sfidare se stessi, ma bisogna anche avere l’onestà, la modestia e la dignità di non mostrarsi superiori a quello che si è. Tant’è vero che io stimo di più chi mi dice di aver corso la 10 km in 60′, ma per fare quei 60′ ce l’ha messa tutta e, al traguardo, si accascia come un morto. Non stimo invece chi fa ad esempio 40′ e lo fa passare come un grande risultato (cosa che non è rispetto ai migliori al mondo o ai campionati nazionali). Non è un inno ai tapascioni, perché le parole chiavi sono: fatica E dignità.

Qualcuno può credere che, alla base di chi si sopravvaluta, ci sia solo una personalità apparente. Sicuramente c’è l’apparenza, ma nella pratica c’è una combinazione di più personalità critiche. Nel caso della Graziani, abbiamo una personalità superficiale, frutto dei condizionamenti e della vetrina di Facebook e dello showbusiness. Per un soggetto del genere, 800 m in più o in meno non fanno differenza. 800 m in meno diventeranno il record sulla 10 km, mentre 800 m in più diventeranno giustamente un lento in preparazione a una mezza. Allo stesso modo, un violento farà una 10 km in 48′ e sbandiererà di aver fatto “poco più” di 45′, vantandosi di questa prestazione con tutti quelli che sono più deboli di lui. Oppure, uno svogliato correrà in meno tempo quella gara perché la distanza è stata calcolata al ribasso, senza che se ne sia accorto (e succede!) ma, siccome non ha “voglia” di approfondire il perché ha corso così più velocemente rispetto agli allenamenti, dopo 20 anni continuerà a dire di aver fatto un “tempo impossibile” in quella gara. Diffidate sempre di chi si sopravvaluta!

La popolarità della corsa

Da ultimo voglio dire una cosa. Ho scritto questo articolo per la corsa, ma in linea teorica vale anche per gli altri sport. Ho scelto però di dedicarlo alla corsa perché, innegabilmente, negli ultimi anni la corsa è diventata uno sport gettonato, praticabile da chiunque. Sicuramente, è positivo che si dia importanza a uno sport così versatile e “facile” come la corsa (un corso in palestra costa mensilmente di più!). D’altro canto, però, quanto più qualcosa diventa di massa, tanto più ci si affaccia con i lati negativi. Siccome è difficile vedere sezioni enciclopediche sul ciclismo o sul nuoto nei siti e nelle riviste di salute e sport, la corsa è purtroppo più sensibile ai fenomeni negativi legati alla moda, di competitività malata e violenta, di superficialità e apparenza.

Dimmi come fai (o non fai) sport e ti dirò chi sei…
Maratona di New York per apparenti e modaioli

Il fondo progressivo come allenamento per il wellrunner

Il fondo progressivo è un allenamento importantissimo, molto diversificato e stimolante, per chi corre per la salute (wellrunner) e vuole mantenere o perseguire dei benefici che vanno oltre il mero livello di jogger che passeggia con il walkman. Il programma che vado a descrivere è rivolto a chi corre per la salute, senza troppe velleità di agonismo, oppure anche a un runner avanzato nei periodi di mantenimento. Rispetto al jogger, il wellrunner sa che bisogna mettere in moto dei meccanismi fisiologici, altrimenti i benefici saranno minimi. La misura avviene proprio con la prestazione, ma in questo tipo di programma la prestazione non sarà esasperata. Per un amatore, che corre per la salute e per divertirsi, non ha infatti senso allenarsi come i professionisti, cosa che comporta dei rischi (stress mentale, sovrallenamento, infortuni). D’altro canto, non è un programma di scarico (come quello che può essere dopo un ciclo molto intenso) perché, nonostante non si tiri troppo, l’impegno non è minimale.

In realtà, si scopre che molti programmi tipici sono meno allenanti del mio. Questo non perché il mio programma sia difficile, dato che non lo è per niente ed è una sciocchezza rispetto a quello di un professionista. Molti programmi di amatori sono meno allenanti perché sono disordinati e non hanno una logica. Magari fanno delle ripetute, ma poi passeggiano per 20 km e dimenticano gli altri stimoli (in particolare il fondo medio). E quindi vedi runner di 30 anni che faticano a correre la 10 km in 48′. Vero, ti corrono la mezza, si fanno anche delle ripetute. Ma fanno tutto a modalità zuccone e a casaccio! O con logiche incomprensibili, per finire “stanchi come si voleva”, per macinare quanti più km possibili ecc. Al contrario, incredibilmente, si scopre che molti runner amatori migliorano le prestazioni proprio con il progressivo. Andando fino in fondo con la lettura, potrete intuire perché. È incredibile come ci siano tanti articoli su come correre la maratona, su come correre sempre più km (magari infortunandosi), mentre in pochi parlano di un allenamento salutistico efficace. Se siete interessati a correre per la salute, questo è l’articolo adatto a voi!

Il fondo progressivo è funzionale per chi ha giornate molto impegnate. Se rientrate dopo una stancante giornata di lavoro, potrete partire un po’ stanchi, ma ingranerete nella seconda parte e tornerete a casa con un allenamento soddisfacente (sia psicologicamente che come intensità). Vale anche per chi si allena al mattino a digiuno. Poiché i muscoli sono refrattari appena svegli (*), nel primo tratto di lento vi sembrerà di essere rigidi e goffi di gambe, per poi magicamente risvegliarvi. Essendoci tanti tipi di progressivi rispetto a quello che descrivo in questo articolo, idealmente potrete allenarvi così anche per 5-6 volte a settimana per la salute. Ci sono persone che fanno allenamenti di qualità belli tosti al mattino a digiuno o alla sera di rientro dal lavoro, ma non è scontato avere la predisposizione mentale giusta per farli.

* Come spiegato nell’articolo linkato, se al mattino a digiuno si va un po’ più piano non è perché il digiuno notturno ha depauperato le energie (a patto di aver cenato bene!), bensì perché l’organismo non è ancora attivo.

Su cosa si basa?

Il progressivo per il wellrunner è un allenamento di qualità basato sui tre parametri fondamentali, cioè massimo consumo di ossigeno, resistenza aerobica e soglia anaerobica. Sto parlando del fondo progressivo a tre frazioni. Questo tipo di fondo progressivo viene strutturato così:

5/10 a ritmo di fondo lento, 3/10 a ritmo di fondo medio e 2/10 al massimale.

Struttureremo la seduta su un’ora, quindi avremo 30′ a fondo lento, 20′ a fondo medio e 10′ a ritmo gara. Si terminerà con il defaticamento. Al termine di ogni tratto, non ci si ferma, ma si cambia ritmo senza fermarsi. Qualcuno darà altri tipi di progressivo a 3 frazioni, ma io vi propongo un allenamento per l’amatore standard. Notate come il tratto di medio non è per niente breve, ma è questo lo scopo. Pertanto, il tratto di corsa lenta dev’essere davvero di corsa lenta, non nella variante corsa lenta svelta o moderata.

Per chiarimenti più approfonditi sulla soglia anaerobica, ho scritto appositamente l’articolo “Soglia anaerobica e miglioramento della prestazione“, ma per il runner salutista va bene il concetto di “correre al massimo”. Esistono altri tipi di fondo progressivo, ma in chiave salutistica preferisco descrivere quello a tre frazioni perché è il più stimolante ed efficace. Per quanto riguarda il fondo medio, poiché è un allenamento molto importante, ma purtroppo sottovalutato o mal compreso da tanti, vi rimando all’articolo “Fondo medio, lunghissimo (maratona) e potenza lipidica“. Infine, dall’articolo sul test dei 7′, urge ricordare che il massimo consumo di ossigeno NON va confuso con la soglia anaerobica.

Nell’ultimo capitolo dell’articolo, spiego come impostare un allenamento standard per la salute o di mantenimento. Ma ci dobbiamo arrivare gradualmente per non commettere degli errori, quindi abbiate pazienza.

I ritmi da mantenere

Quali sono i ritmi da mantenere? In genere quello sui 10 km. Non prendete il vostro personal best fatto una volta nella vita, ma il ritmo che riuscite a tenere con una certa ripetibilità. Sarà questo il ritmo da mantenere per il tratto finale.

Il ritmo del fondo lento è flessibile. Ognuno ha il suo, motivo per cui vi rimando alla lettura dell’articolo in questione. L’unica cosa da fare è verificare qual è il ritmo che permette di non scoppiare e correre bene tutti i tratti. Il ritmo del fondo medio dovrebbe stare all’8% più veloce del lento oppure a +25-30”/km rispetto al valore su 10 km. Quindi, chi corre 10 km in 50′ ed esegue il lento a 6’/km avrà un fondo medio di 5’31”/km. Leggete bene l’articolo sul fondo medio che vi ho linkato per non sbagliare a capire le cose (infatti, se faccio il lento a +70-80”/km vuol dire che l’8% più veloce del lento è corsa lenta svelta, non medio!).

È fondamentale non diminuire mai la velocità!

Certo, ognuno dovrà imparare a fare degli adattamenti o delle piccole modifiche in corso d’opera. È normale e vale per chiunque. Ma non si sta parlando di sballare tutto! L’adattamento può essere fatto in base al clima (vedi il caldo che toglie molti secondi) o allo stato di forma attuale, ma più o meno i ritmi saranno lì. Con l’esperienza, si imparerà benissimo a valutare il margine e la taratura da porre. Ma, ripeto, non si sta parlando di correre a ritmi sballati!

Il tratto finale dev’essere corso al meglio possibile, ma è bene chiarire che il ritmo tirato non deve farvi arrivare in ginocchio. È una cosa che si capisce sul campo. Quando uno si allena bene, termina non eccessivamente stanco anche quando ha corso a intensità molto elevate. E sono tutte cose che si imparano mettendo km nelle gambe. Mi raccomando, non partite subito con un ritmo troppo forte nei 30′ di fondo lento. Altrimenti scoppiate o dovete rallentare nei tratti veloci, vanificando l’allenamento. Datevi un margine di errore di 5-10”/km, rimanendo sempre nello stesso range fisiologico.

Il progressivo per la salute

La durata ideale del fondo progressivo ai fini salutistici è di un’ora. Al di sotto, non si ottiene granché, mentre per sedute superiori aumenta la predisposizione all’infortunio. I tratti, come detto in precedenza, sono: 30′ a fondo lento, 20′ a fondo medio e 10′ a ritmo gara.

Si può partire con 5′ buoni di cammino e sfruttare i primi 5-10′ come riscaldamento, andando più piano. Infatti, il primo tratto è corsa lenta vera, non corsa lenta svelta. Per un tipico runner salutista, andare più piano nei primi minuti non cambia il range fisiologico. Il tratto di lento è importante per evitare gli infortuni e non bruciare subito le energie. Un progressivo corso correttamente è corso rispettando i ritmi previsti. Chi parte parte con i 5-10′ di riscaldamento, poi si attesta già quasi sul ritmo del fondo medio e corre solo 3 minuti con il mega fiatone all’arrivo o scoppia, ha sbagliato tutto! Non partite a razzo. Se partite troppo veloci e poi dovete rallentare, non riuscendo a correre al ritmo corretto l’ultimo tratto, non solo avete vanificato l’allenamento, ma peggiorate anche il recupero in vista del successivo allenamento. Il fatto di partire piano e terminare in soglia deriva dal fatto che si smaltisce il glicogeno delle fibre lente, così da sfruttare le fibre veloci. Ecco perché non si deve partire con ritmi troppo forti! L’aumento della fatica deve essere sensibile per ogni cambio di velocità nei rispettivi tratti. E il finale dev’essere tirato, bisogna finire con un bel fiatone. Mi raccomando, non scattate cercando di andare subito forte, perché conta non scoppiare e non rallentare per l’ultimo tratto soprattutto. Se non ci riuscite, l’allenamento perde tutto il senso! La seduta del progressivo termina sempre con 5-10′ di defaticamento, siccome abbiamo corso la parte finale a velocità sostenuta e abbiamo stressato parecchio l’organismo. Esso va fatto al passo o con corsa molto blanda. Anche nell’articolo sulla soglia anaerobica chiarisco perché il defaticamento non è un optional, ma va obbligatoriamente fatto. Bisogna assolutamente evitare di arrestarsi di colpo! Lo scopo è prevenire diversi problemi, tutti derivanti dal brusco arresto, come capogiri, crampi, infortuni.

Se non riuscite a correre il tratto finale in soglia, correte un po’ più piano il tratto di lento, ad esempio provate con 10”/km in più di quello che avevate calcolato. Adopererete meglio le fibre lente all’inizio e, appunto, riuscirete a correre bene il tratto in soglia. Imparerete ad aggiustare i ritmi con l’esperienza.

Prevenire gli infortuni

Un altro aspetto per comprendere quanto sia importante il fondo progressivo è dovuto al fatto che ci tiene lontani dagli infortuni perché non si dà il 100%, tuttavia mantenendo allenati i tre parametri fondamentali. In questo articolo, ho spiegato che non è vero che la corsa è sconsigliata. Però è anche vero che, se si esagera in qualità o con i km, aumenta la probabilità di fare crack. L’avvertenza vale anche per chi è abituato a lavorare sulla prestazione, per cui è sempre necessario prendersi dei periodi di mantenimento. Se non sappiamo staccare, l’organismo e la mente si ribelleranno, con gravi conseguenze. È vero che il jogging non serve salutisticamente a nulla, ma nemmeno bisogna esagerare! Non sottovalutate la statistica sugli infortuni nella corsa che ho riportato nell’articolo sugli infortuni. No, la corsa non è sconsigliata, questo no, ma sarebbe veramente da sciocchi non accorgersi dei rischi o fingere che non esistano. Ogni cosa che facciamo nella vita ha dei rischi, maggiori o minori che siano. Ciò vale anche per la corsa. Comprendere questi rischi e sapere come prevenirli, appunto con un atteggiamento equilibrato e senza sovraccaricare, ci farà vivere con gioia uno sport così bello come a corsa!

Il fondo progressivo viene sottovalutato nel discorso degli infortuni e degli acciacchi fisici che, spesso, colpiscono coloro che esagerano. Con i 30′ iniziali, avviene un rilascio di endorfine, ci si “scalda”, passano dei precedenti fastidi e aumenta gradualmente la soglia di fatica. Tutto questo, per chi vuole correre per la salute (o anche solo mantenersi se si è runner avanzati), è fondamentale. Pretendere di non infortunarci mai è ottimistico e non ha senso. Tuttavia, se c’è l’opportunità di abbassare la probabilità, è di buon senso e intelligenza adottare le precauzioni!

Imparare a fare il fondo progressivo

Per riuscire a maneggiare bene il progressivo, potete partire facendo solo lenti quando siete ancora a livello di principiante. Imparate a reggere bene l’ora di corsa e a superare facilmente, in modo liscio, il test dei 10 km in almeno un’ora. Partite con i primi 10′ più blandi e mantenete un ritmo fino alla fine di un’ora complessiva senza mai fermarvi e senza cali di ritmo. Poi, pian piano, prendete dimestichezza con il fondo medio.

Il fondo medio dev’essere eseguito in questo modo:

15-20′ di riscaldamento + 30-40′ a +25-30”/km rispetto al valore su 10 km (oppure l’8% più veloce del lento).

Se questo allenamento viene eseguito con metà della distanza al ritmo del fondo lento e l’altra metà a quello del medio, senza fermarsi, è un vero e proprio progressivo (vedi sugli stimoli per la prestazione). Il respiro non dev’essere affannato da subito, ma dopo circa 20′ (intendo a ritmo di medio) si deve sentire la fatica a parlare. Non è un ritmo massimale, o da gara, ma si deve percepire un bello sforzo non minimale. Terminate sempre con un defaticamento di 5-10 minuti al passo o di corsa blanda. Non affrettate i passi, motivo per cui è bene partire con un ritmo di sicurezza per evitare i crolli. Vedetelo esattamente come una specie di nuovo programma propedeutico simile a quello per chi inizia a correre (vedi “Inizia a correre“). Il fondo medio così descritto non è quello vero e proprio, che è più impegnativo, ma vi abitua a correre in modo sostenuto per un tempo non minimale.

Una volta che avrete preso dimestichezza con il medio, iniziate a imparare il progressivo vero e proprio. Partirete con un solo fondo medio e due lenti. Poi provate con un lento, un medio e un progressivo. Separate la distanza e cercate di mantenere i ritmi che avete imparato a maneggiare. Come sempre, quello che conta è rispettare i ritmi. Chi non riesce a rispettare i ritmi sbaglia! Se tendete ad andare troppo forte, imparate a controllarvi. Se invece non riuscite a rispettare i ritmi previsti perché andate troppo piano, specialmente nella frazione più veloce, optate per un periodo di allenamenti con ripetute (*). Un margine di 5-10”/km tra quando siete in forma e quando lo siete di meno ci può stare. Stessa cosa quando si tira un po’ di più il freno e quando si osa di più. Anzi, sarebbe strano proprio l’essere ogni volta al top. Ma se correte il lento o il tratto in soglia quasi come il medio, allora no, non va bene! Ripeto, NON dovete impuntarvi di andare il più forte possibile e terminare magari distrutti e scoppiati come tantissimi runner tendono a fare. Lo scopo è rispettare il ritmo previsto! Prima di dire che il progressivo è impossibile, verificate gli errori che avete commesso. Fate un ciclo di ripetute ed esercitatevi a correre più veloci. Imparate a fare un medio di almeno 40′ (riscaldamento escluso). Se vi mancano queste caratteristiche, siete ancora ai livelli di jogger ed è necessario progredire. Ho detto che il progressivo serve come allenamento per la salute o come mantenimento per i runner evoluti, ma questo vuol dire che i tre parametri ci devono già essere!

* A mio parere, una volta che si ha dimestichezza con la velocità, la prestazione migliora spontaneamente con il progressivo o con un mix di progressivo e medio. Ciò funziona per chi non ha troppe velleità agonistiche, bensì corre per la salute con relativa importanza alla prestazione. Va tutto benissimo se ci atteniamo all’articolo sull’età fisica nella corsa.

Allenamento standard per il runner amatore

Quando sarete arrivati a maneggiare bene il fondo progressivo, potete riuscire ad avere un buon programma salutistico o di mantenimento.

Chi corre 3 volte dovrebbe dimenticarsi il lento e puntare solo sul progressivo a tre frazioni. Il lento dovrebbe essere eseguito solo sporadicamente. Il progressivo e il medio sono gli allenamenti principe. Ogni tanto, potete inserire un fartlek. Nella scelta dei giorni, non bisogna fare come gli sportivi del weekend, cioè correre il sabato e la domenica di fila più un solo giorno infrasettimanale. Fate uno sforzo in più e trovate due giorni infrasettimanali! Altrimenti, avrete quasi tutto il carico concentrato nel fine settimana e vi infortunate. Se inserite delle ripetute, il programma si trasforma nella tipica preparazione specifica a 3 sedute: ripetute, fondo medio, lungo lento. Potete provare, se lo gradite, per migliorare la prestazione.

Chi corre 4 volte inserirà un lento nel secondo dei due giorni consecutivi. Sarebbe meglio alternare con un progressivo e un medio per non caricare sempre troppo, curando di più la resistenza con un secondo lento tra le due qualità.

Il mio è un programma per semplici amatori. Non sono allenamenti distruttivi, ma richiedono un certo impegno anche in chiave di prestazione. Il consiglio è se, possibile, praticare il multisport, limitandosi a correre per 3 o 4 volte al massimo. Così, sarete anche meno predisposti alla noia. E ve lo dico da amante della corsa che può uscire 5-6 volte a settimana. Secondo me, il pregio del multisport è che permette di raggiungere i massimi benefici salutistici (50 km o più di corsa a settimana) diminuendo la probabilità di infortunio per il sovraccarico di un solo sport. Come per ogni sport, anche per la corsa otteniamo delle buone soddisfazioni con 3-4 sedute. Con 4, ci possiamo ottimizzare bene. Correndo di più, otteniamo dei miglioramenti sempre minori, ma con un aumento della probabilità di infortunio (*). I miglioramenti con il progressivo non sono nulli, ma solo più lenti e graduali, in quanto non sono la priorità assoluta per un wellrunner.

* Non è del tutto vero. Dipende anche da come uno si allena. Se fa 3 sedute a settimana con ripetute molto distruttive, probabilmente si infortunerà di più rispetto a chi ne fa 6 con lenti e progressivi.

Essere equilibrati

Perché insisto sul non tirare troppo al limite? Perché va bene finché uno continua a migliorare. Quando invecchia e la prestazione cala, l’eccessivo tirare diventa una fonte di stress. Lo stimolo, così, non è più allenante, ma affaticante! Se arrivate al 90% del vostro potenziale, va benissimo (*). Dopodiché, si può solo provare a limare qualcosa. Il programma del progressivo ha sempre una manciata di allenamenti con cui variare e divertirsi.

* Discorso da chiarire. Il volume è determinante per la prestazione e apporta già grandi miglioramenti nei principianti. Ciò che cambia è che non tutti vogliono o possono spingersi ai propri limiti. Se il potenziale di uno è di 40′, potrà decidere di fermarsi a 44-45′ e, magari, fare qualcos’altro.

Magari siete abituati agli ambienti in stile “bro della palestra” dove non sei un duro se non ti alleni tutti i giorni. Ma, ormai, anche tra i professionisti si cerca di curare meglio la qualità anziché ammazzarsi di km (vedi il record in maratona di Kipchoge). Non bisogna mai diventare drogati di km! Non ne faccio un discorso del tipo “fa male allenare lo stesso distretto muscolare tutti i giorni”, cosa che è pure falsissima, una leggenda metropolitana ampiamente sbugiardata (meglio più frequenza, a intensità un po’ più basse). Ne faccio un discorso di traumatismi e varietà. Inoltre, correndo troppo si rischia di avere un fisico estremizzato e il tipico metabolismo da canarini, con pochi muscoli (cosa che può far ingrassare repentinamente quando si riduce il volume). So che può sembrare una ramanzina, ma è facile diventare nevrotici o farsi prendere troppo.

Il programma da me proposto ha i seguenti scopi:

– non fa tirare troppo al limite e riduce la probabilità di infortunio;
– massimizza il poco tempo a disposizione (un’ora per seduta);
– garantisce la giusta qualità per essere allenati (senza la qualità, rammentatelo sempre, l’organismo non ha stimoli metabolici e l’apparato cardiovascolare non si allena bene).

Il vantaggio è di correre i minuti alle intensità maggiori partendo con il ritmo del lento, in modo da carburare nella seconda metà. In sostanza,

con il fondo progressivo, si mantiene tutto allenato (o ci si mantiene) con uno sforzo non eccessivo!

Questo vuol dire essere efficienti e fare sport per la salute. Potete fare il progressivo dopo la giornata a lavoro, nel classico orario delle 18:00-18:30. Anche per chi fa sport per la salute è importante capire che saper correre in soglia anaerobica, ovvero con quella sensazione di “fiatone”, significa mantenere il metabolismo più alto. Ci sono persone che fanno jogging anche tutti i giorni ma, poiché il loro ritmo è sempre basso e le sedute non hanno una durata sufficiente, hanno il metabolismo impigrito e alcuni di loro faticano addirittura a mantenere il peso. Sono le stesse persone che poi, non avendo voglia di andare alle cause o fingendo di non vederle, decantano patologie che, secondo loro, le porta ad avere un metabolismo peggiore rispetto ad altri. Come sempre, quello che conta è avere la giusta misura ed evitare di strafare, ma se non reggete un po’ di quel fiatone tosto, beh, non ci siamo. Il mio è un allenamento salutistico, con sedute ottimali di un’ora. Però c’è tutto quello che serve: fondo lento, variazioni di ritmo, soglia anaerobica e, volendo, anche delle ripetute ogni tanto. I progressi ci potranno essere, ma sono graduali da poter permettere di non stufarsi troppo presto per aver bruciato le tappe. Poi certo, si dovrà sempre imparare a variare, ma c’è meno rischio di farsi coinvolgere fuori misura.

Notate come anche il lento abbia una seduta standard di un’ora. Lo scopo del programma è mantenersi allenati con uno sforzo non eccessivo, ma efficace, con eventuali progressi visibili nel lungo periodo e minimizzando il rischio di infortunarsi. Dobbiamo arrivare non a correre tanti km o la maratona, ma con una buona frequenza. Allenarsi per la salute non richiede chissà quale preparazione da professionisti. Non serve essere drogati di km e non serve fare le maratone. Basta fare delle sedute di un’ora e non temere di correre quei 10′ finali con il fiatone. Anche il superimpegnato può trovarsi quell’oretta e allenarsi come si deve. Tutto sta nel ritagliarsi quel minimo di tempo, senza trovare scuse o alibi. Potete finire la giornata lavorativa e, anziché crollare subito sul divano, vi fate un bel progressivo, poi cenate e trascorrete la serata con i vostri cari. La differenza, rispetto al crollare subito sul divano, è che avrete più tempo ed energia per tutto, non meno!

Sacrificheresti te stesso o uccideresti il partner?

Se fossimo costretti dalle circostanze, chi decideremmo di uccidere tra noi stessi e il partner? L’esperimento è stato mostrato in una puntata della serie televisiva Criminal Intent, ma in diverse varianti viene posto da molti scienziati che, ovviamente, non lo realizzano in modo crudelmente reale come nel film ma solo per finzione. Il test è utile per due motivi:

1) evidenzia che molti scienziati sono più innamorati della propria filosofia che delle oggettive evidenze;
2) serve a capire i perché di una scelta.

I due motivi sono correlati. Dal primo punto infatti ci accorgiamo che lo sperimentatore parte spesso da una sua idea e, se trova un riscontro numerico nelle sue prove, assolutizza i risultati uscendosene con frasi del tipo “in base al test, x si comporterà per forza così” oppure “x, date queste condizioni, opterà sempre per la scelta A”. Ed è un errore madornale, da dilettanti, che purtroppo commette anche chi ha cattedre importanti. Le prove possono anche convalidare al 90% dei casi l’idea dello sperimentatore. Il 90% è una percentuale piuttosto elevata, ma il compito di uno scienziato serio è spiegare il restante 10%. Torniamo all’esperimento proposto in Criminal Intent per capire meglio cosa intendo. L’aspirante Mengele esegue 10 prove, dove si fa scegliere a una delle due parti di una coppia se uccidere se stesso o il partner. Lo scopo del novello Mengele è quello di dimostrare che l’altruismo non esiste e che, se costretti, tra la propria vita e quella di un altro, si sceglie sempre la propria. Ebbene, in 9 dei 10 casi si sceglie di sacrificare il partner per salvare se stessi. Nell’altro caso si spiega l’anomalia con un fattore di età, visto che la coppia è anziana e, quindi, il nostro sadico scienziato giustifica la scelta con il fatto che la vita di un vecchio non conta tutto sommato nulla e tanto vale sacrificarsi per salvare il partner. Premesso che l’obiezione è legittima sull’irrisorio numero di prove, cosa per altro tipica di moltissime ricerche con cui quotidianamente ci bombardano (la fatidica frase “lo dice la scienza” e, il giorno dopo, la scienza sembra dire l’esatto contrario!), il test è utile per capire le motivazioni di una scelta. Possiamo ad esempio valutare il fatto che molte coppie stanno insieme per caso, che il partner è solamente qualcuno con cui passare il tempo per non sentirci soli. Il test non fa altro che evidenziare questo aspetto nel modo più crudele ed estremo che ci sia: la scelta sulla vita o la morte! Ammettiamo però il seguente scenario:

1) amo profondamente il mio partner;
2) amare il partner significa desiderare il suo bene e che stia bene.

Ne consegue che scelgo di sacrificare me stesso. In apparenza contravverrei all’attesa dello sperimentatore e opterei per una scelta assurda, ma in realtà sarei coerente. Test del genere, con sfumature diverse, vengono proposti spesso. Famoso è anche il “Quesito del ramo deviato” di Philippa Foot. Su un binario, sono legate cinque persone. Esse saranno investite da un treno in arrivo. Voi però avete la possibilità di salvare queste cinque persone deviando il treno con una leva. Azionando la leva, però, uccidete una sola persona. Cosa decidete? Secondo diversi, la maggior parte delle persone ha deciso di sacrificare una sola persona per salvarne cinque per sostenere che è giusto sacrificare un singolo individuo per salvare il collettivo. Ma questo non è necessariamente il comportamento assoluto che si può avere e chi agisce diversamente non necessariamente è un folle o uno psicopatico. Infatti ci sono diverse possibilità.

) Le cinque persone sono dei terroristi, l’altra è un bambino. Ammazzo i terroristi.
B) Fra le cinque persone, c’è la persona che amo (mio figlio, il partner). Ammazzo una persona per salvare, tra le cinque, la persona che amo.
C) La persona singola è quella che amo. Ammazzo quindi cinque persone per salvare quella che amo.
D) Decido di sacrificare le cinque persone perché c’è sovrappopolazione nel mondo.

Scommetto che molti di voi stanno pensando che la D) è ridicola, eppure potrei benissimo scegliere davvero di uccidere cinque persone per questo motivo, e per me sarebbe una scelta del tutto coerente e giusta. Mi si chiede di scegliere e io giustamente lo faccio seguendo la mia etica! In sostanza, il test della Foot è il tipico esempio di esperimento spurio, cioè fasullo, di nullo spessore scientifico anche perché il quesito è decisamente vago per avere un valore scientifico. A dimostrazione di quanto detto, in rete c’è un video dove un bambino risolve il test della Foot spostando l’individuo singolo insieme agli altri e facendo investire tutti quanti! Il bambino non è un futuro psicopatico, ma fa capire bene come l’esperimento sia pilotato. Non essendo ancora condizionato dalle norme sociali, il bambino non concepisce perché, davanti a tutta questa gente che non conosce affatto, debba porsi delle seghe mentali e decide di far morire tutti quanti piuttosto che vedere che non succede nulla. Non è né giusto né sbagliato, ma è solo il suo metro di giudizio, cioè quello di un bambino che ama l’azione e non è patosensibile: gli omini raffigurati, infatti, non rappresentano nessun suo caro, sono del tutto neutrali! E come l’esperimento della Foot, esistono un sacco di altri esempi di esperimenti spuri basati su meccanismi identici o simili (vedere anche, con fini diversi, i cani di Pavlov, esperimento altrettanto spurio perché il condizionamento si ha con il cane tenuto in cattività!). Però è utile a capire il comportamento umano, come ragiona il nostro cervello e quanto siamo capaci di essere coerenti. Non sviate dal test dicendo che è un esempio esagerato, che non si può chiedere di fare certe scelte. Nella vita, saper scegliere e avere un giudizio (purché costruttivo) è importante. Consideratelo un esame per allenare lo spirito critico e per saper analizzare un problema senza dare NULLA per scontato e senza affrettare le conclusioni.

“Siamo tutti diversi”, l’alibi del perdente

Che siamo circa 7 mld di teste e caratteri diversi al mondo è una verità innegabile. Ognuno di noi ha la sua genetica (che eredità dai genitori), le sue abitudini, i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi gusti, il suo ambiente, i suoi insegnanti. Purtroppo il “siamo tutti diversi” diventa troppo spesso un alibi per chi non vuole migliorare nella vita. Il “siamo tutti diversi” è la frase ripetuta sistematicamente a ogni critica, senza riuscire a capire che, quando una critica è fatta in modo costruttivo, come minimo una persona ci riflette e poi valuta, razionalmente, se è il caso di accogliere la critica e cambiare. Una critica è dunque costruttiva quando evidenzia un comportamento o una scelta che, nel breve o nel lungo termine, porta problemi o predispone altamente ai problemi. Non è infatti una critica costruttiva lamentarsi di avere la scrivania in disordine o di pulire troppo poco la camera. Se uno ritrova tutti gli oggetti nel disordine della scrivania, che per lui è solo un differente ordine, nessun problema. Così come nessun problema se la camera è decente e non lercia per poterci vivere. Incredibilmente, è tipico di molti concentrarsi a criticare le venialità e sfuggire via con il più classico “siamo diversi” su difetti che sono tutt’altro che veniali! Non so, probabilmente è più facile pensare di pulire a lucido il pavimento piuttosto che concentrarsi sul migliorare se stessi e nell’approfondire ciò che viviamo. Non si deve dare importanza ai pregiudizi e alle critiche dettate per il puro gusto di dire qualcosa contro, ma è altrettanto da stupidi svignarsela con un “siamo tutti diversi” quando la critica evidenzia oggettivamente un problema. Per quello che ho notato nella mia esperienza, in particolare c’è una forte repulsione alla logica e al raziocinio. Mi sento spesso ripetere che una mentalità scientifica è un “mondo a metà” (è esattamente il contrario e lo spiego in questo articolo). Ridicolo. Si ha repulsione e si irride qualcosa che non si sa padroneggiare, come la volpe con l’uva. Peccato che poi sia proprio questo a scatenare una serie di problemi nella vita.

– Il matrimonio fallisce perché non si è scelto un partner compatibile;
– Si è vittime di fregature perché si è convinti che l’astrologia ha anche solo un po’ di verità;
– Si calcola male gli interessi di un mutuo perché si ha la repulsione per i numeri;
– Si è convinti che il veganesimo sia una dieta che salva dal tumore perché non si sa la differenza tra correlazione ed effetto-causa;
– Ecc.

L’assurdità di questo modo di fare sta nel trasformare i più comuni e maggiori vizi e difetti in qualcosa di normale, per alcuni è addirittura “fisiologico”! E se faccio notare tutto questo, ovviamente, la scusa è che “siamo tutti diversi”. Altri invece si difendono per risentimento, attaccano con i “ma tu chi sei per giudicare?” Non capiscono che è da persone intelligenti giudicare tanto quanto accettare di essere giudicati. Perché, se uno sa di agire bene, è coerente con la sua etica, è razionale, non c’è giudizio che possa ferire. Tutti, nella vita, giudichiamo, ma spesso non ce ne accorgiamo. Viviamo nel giudizio quotidiano e perenne, quindi essere insofferenti al giudizio significa di fatto essere incapaci di vivere e migliorarsi. Che poi si debba giudicare nel modo giusto, è ovvio, ma un giudizio dettato in modo sbagliato, magari per fare i bastian contrari, non è motivo per rinnegare il giudizio a priori. A questo punto, con la scusa del “siamo tutti diversi” si può difendere chiunque, anche un criminale. Arriva un pedofilo e dice:

“Chi sei tu per giudicarmi? Siamo tutti diversi!”

Offendetevi pure per il paragone. È facile sbottare quando qualcosa riguarda altri e poi nascondersi come struzzi quando qualcosa riguarda noi! La pedofilia è un reato, ma il pedofilo si può sempre difendere prendendo in causa il “siamo tutti diversi” sostenendo che è la società ad aver stabilito cosa è reato e cosa no, che è tutto relativo, che la società ha stabilito cos’è un comportamento deviato visto che gli antichi egizi praticavano l’incesto e che, appunto, “ognuno è diverso e non va giudicato”. Con la scusa del “siamo tutti diversi”, si può difendere qualunque posizione orrenda, criminale o che danneggia la qualità della vita. Si può difendere un fumatore, un sedentario, un drogato… chiunque! E allora la società diventa un’anarchia totale, un continuo vivere a caso e in balia degli eventi, senza mai assumersi la responsabilità di un’azione. Troppo facile difendersi dietro al “siamo tutti diversi” per non migliorare: è l’alibi del perdente!

Eroi o masochisti?
Sacrificheresti te stesso o uccideresti il partner?

Turismo sportivo e turismo gastronomico

Viaggiare per conoscere una nuova città perché si è amanti della cultura o per andare al mare o in montagna perché si ama la natura sono motivi validi per viaggiare. Bisogna però essere veramente amanti in questi ambiti. Chi va a visitare il Louvre giusto perché c’è la Gioconda e “ci vanno tutti” non è di certo un amante della cultura. E lasciamo poi perdere coloro che vanno alle Maldive perché dire Maldive “fa figo” o per rosolarsi su un fazzoletto di spiaggia a Rimini a fare quel cruciverba o Sudoku che basta per tutto l’anno. Ci sono però altri due motivi molto validi per fare turismo, ognuno con dei vantaggi e delle utilità di non poco conto.

Turismo sportivo

Negli ultimi anni, sta prendendo molto questo tipo di turismo, che fa girare l’economia locale offrendo molti posti di lavoro e fa conoscere le bellezze delle località che si attrezzano allo scopo. Il turismo sportivo serve sostanzialmente a chi, in ferie o nel fine settimana, si reca in un luogo più adatto per la pratica sportiva. Infatti, se si abita in città, nei giorni infrasettimanali di lavoro si dovrà correre al parco, ma al sabato e alla domenica si potrà andare in campagna con la famiglia e praticare meglio il proprio sport. Oppure, quando si è in estate, si sfrutterà quel mese di agosto di ferie per andare ad allenarsi al fresco della montagna, dove si potrà fare ciclismo su salite impegnative e serie o anche per correre con più fresco nelle zone di valle. Da notare che il turismo sportivo non cancella affatto i “bonus” della classica vacanza. In base allo sport che si pratica, alle proprie preferenze e al proprio stile di vita, si deciderà la meta più adatta per il turismo. Ad esempio, Nizza e la Costa Azzurra sono mete ideali per correre nei mesi più freddi, l’isola d’Elba nelle stagioni “di mezzo” va bene per qualunque tipo di sport, la montagna in inverno per sciare e in estate per correre o fare ciclismo con più fresco. Inoltre, il turismo sportivo ben si adatta anche agli amanti della natura. Infatti, chi ama la montagna potrà godersela bene con una giornata di trekking o di mountain bike, mentre chi ama il mare potrà praticare pesca subacquea. Il concetto principale è rendere attiva la vacanza, senza che essa sia dedicata all’appisolamento. Chi sfrutta le vacanze per appisolarsi è uno stanco della vita, che nel resto dell’anno sopporta o sopravvive le situazioni e non fa nulla per avere di meglio: uno zombie!

Un consiglio:

il turismo va fatto DOPO l’evento sportivo!

Può sembrare un consiglio banale, ma non lo è. Soprattutto nel caso in cui la gara sia la maratona, è assolutamente impensabile passare il giorno prima della gara camminando per ore o chilometri in giro per una città o in generale un luogo. Arrivate sul posto, ambientatevi un attimo, fate la gara e POI approfittatene per beneficiare dei tipici comfort del turismo.

Turismo gastronomico

Andrew Zimmern e Tony Bourdain sono indubbiamente tra i pioneri del turismo gastronomico. Ognuno ha poi sviluppato dei programmi televisivi molto famosi. Zimmern ha condotto Bizarre Foods (la traduzione italiana in “Orrori da gustare” è di cattivo gusto, il programma è ben diverso!), mentre di Bourdain voglio ricordare No Reservation. La caratteristica di questi programmi è di far conoscere, un po’ in forma di diario di viaggio, le abitudini gastronomiche dei paesi del mondo. Entrambi camminano e faticano molto durante i loro viaggi, con lo scopo di entrare in contatto con i locali. E il cibo, si sa, è uno dei modi più efficaci per farlo. Gli italiani purtroppo hanno spesso il brutto vizio di andare all’estero e aspettarsi gli spaghetti della mamma, salvo poi disgustarsi e dare per scontato che tutto ciò che non è nostrano fa schifo. Si tratta di un becero e infame pregiudizio tipico di persone ottuse. A questo punto, viene da domandarsi perché vanno all’estero. Analogamente al turismo sportivo che offre anche modo di immergersi nella natura per chi l’ama, il turismo gastronomico è anche un bel “bonus” per chi ama viaggiare da amante della cultura. Io condivido il pensiero di Zimmern secondo il quale nulla unisce più del cibo. Non so se non esista altro che unisca allo stesso modo. Credo di sì, ma indubbiamente il cibo è un metodo più che efficace per unire i popoli. Anche per il turismo gastronomico, però, si tratta di trasformare la vacanza in qualcosa di attivo, senza rimanere chiusi per gran parte della giornata in albergo. Si esce, si esplorano le bancarelle e i supermercati locali. Insomma, c’è uno sforzo fisico che occupa l’intera giornata, cosa non di poco conto perché permette anche di smaltire il cibo consumato. Non importa se si va in Cina piuttosto che tra i viottoli di San Gimignano. Quello che conta è… esplorare, conoscere, approfondire e gioire di ciò che fa parte del mondo, vedendo il mondo tutto colorato e non solo esteticamente piacevole e sereno.

Naturalmente, si possono abbinare insieme il turismo sportivo e il turismo gastronomico: a mio parere, questo è il top.

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Insufficienti e ultima spiaggia

L’amore di coppia è l’idolo della nostra società per definizione. Film romantici e del genere “born romantic” spopolano, facendoci di fatto credere che una vita pienamente realizzata sia solamente con un partner. D’altronde fin da piccoli siamo condizionati con il mito del principe azzurro e della principessa. Particolarmente sensibili sono le donne, che fin da bambine sono indirizzate al ruolo di madre e moglie attraverso il gioco con le bambole. Tutto questo non fa altro che mietere un sacco di vittime in modo molto subdolo, forse più di quello che fanno, poiché si tratta di mente umana ed emotività, i comuni tumori. Il grande pericolo che provoca questo tipo di condizionamento è l’incapacità di essere indipendenti. Cosa si intende con questo? Siamo abituati a concepire l’insufficienza pensando ai classici “bamboccioni”, quindi sotto un aspetto materiale. Qui parliamo di un diverso tipo di “bamboccioni”, ovvero di coloro che hanno bisogno di una relazione sentimentale per andare avanti, per sentirsi pienamente appagati. Spesso ho sentito dire da questi soggetti che prima erano felici comunque, ma poi si scoprono frasi da rabbrividire come:

– “se perdessi il partner, non me lo perdonerei mai”;
– “senza di te, non vivo”;
– “sei tutta la mia vita, sei tutto ciò che desidero”.

Grandissime frasi ad effetto, ma un pericolosissimo boomerang esistenziale. Vuol dire che in realtà prima non si era affatto felici e ci si sta solo raccontando una bugia. Questo meccanismo diventa tanto più grave quanto più ci si avvicina a una fase di età più tarda e, anche qui, sono sempre le donne ad essere più sensibili. Perché un uomo single è visto semplicemente come uno scapolo, mentre una donna single è vista come una zitella. Ecco che allora, pur di non rimanere soli, si opta per la strategia dell’ultima spiaggia. Una volta, una ragazza sarda, studente universitaria, si trasferì in Inghilterra con il partner per allontanarsi da casa. Siccome nessuno di loro due aveva un oggetto d’amore vero e proprio, e dunque non sapevano realmente essere indipendenti dal punto di vista esistenziale, lei asserì che, siccome si sentiva sola e non aveva amici, voleva dei figli. No comment. Un altro episodio mi è capitato di recente, dove un’atea si è fidanzata con un religioso, non pensando a tutte le divergenze etiche. E se si hanno figli, come li si educa? Li si battezza? L’aborto è un crimine o no? Dio esiste o no? La frase “Io credo in Dio ma ognuno ha la sua individualità” che mi è stata riportata è del tutto priva di senso, letteralmente allucinante. Non vuol dire nulla, è solo una frase di nullo spessore razionale che ha il goffo tentativo di fare come gli struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia e sperano di non essere scoperti. Tutto questo avviene proprio perché si è incapaci di essere indipendenti, di reclamare la propria autonomia. Lei, con gli anni che passano inesorabilmente e quindi deve darsi da fare alla svelta, rinuncia ai suoi ideali o scende pilatescamente a compromessi per far funzionare la relazione. E dall’altra parte? Uno religioso che crede nel matrimonio, l’altra che bestemmia. Immaginare i figli in un contesto del genere causerebbe solo confusione. Ok, si decide di non avere figli per eliminare alla radice il problema? Va bene, ma rimane sempre il fatto che ognuno rinuncia a una parte importante di se stesso “pur di” avere un partner accanto. Si rinuncia alla propria libertà, a se stessi, a quello in cui crediamo, riadattando a uso e comodo la propria etica. A questo punto trattasi di un’etica piuttosto di cartapesta, che non vale nulla, o si ha un’etica solo in base alla persona con cui si vuole stare. So che a molti posso sembrare drastico nella descrizione degli scenari, ma chissà perché chi mi contesta è giusto alle prime fasi della relazione (che può anche essere di mesi o nel primo anno) e ancora si spera che magari l’altra persona cambi. Salvo rimanere delusi quando ciò non avviene. Il tutto causando pesanti drammi esistenziali.

Sarò sincero, questa insufficienza che ho appena descritto sembra, a quanto pare, un vero e proprio virus epidemico. È triste pensare che la gente, anziché imparare a camminare sulle proprie gambe non solo materialmente, basi la felicità “somma” esclusivamente sulla presenza di un partner. Ho visto tanta gente cadere in depressione, sfociare nell’autolesionismo, drogarsi e quanto di peggio a causa di questo micidiale virus. Eppure la “cura” è lì, così ovvia, ma così altrettanto snobbata. Si potrebbe avere il massimo della qualità della vita da soli piuttosto che farsi limitare nella propria individualità e nella propria libertà con un partner non del tutto compatibile, con punti di vista fortemente distanti. Il compromesso non è la soluzione e in amore non ci dovrebbe essere compromesso, non ci dovrebbe essere riadattamento. L’amore vero, sano, equilibrato, è quello che permette a ciascuno di esprimere pienamente se stessi e la propria libertà. O, nei casi estremi, diventa una patologia. Si dovrebbe prendere esempio da Robert Marchand. Con oltre 70 anni da vedovo e senza figli, a 105 anni ha realizzato un record dell’ora nel ciclismo nella sua categoria di età. Evidentemente, Marchand, dopo la perdita della moglie, non ha trovato un’altra donna a lui compatibile (o semplicemente era devoto alla moglie, ma il concetto non cambierebbe). Consapevole di ciò, è stato lo stesso capace di trascorrere una vita al 100%, da leggenda. Leggenda non tanto per i suoi record, ma per la sua globale capacità di amare la vita, cosa che non possiedono gli insufficienti descritti perché, quando non hanno il partner o lo perdono, crollano come crolla un edificio senza basi solide al primo soffio di vento forte.

Quasi sempre, non riesco a convincere l’interlocutore delle mie argomentazioni a riguardo di quanto trattato in questo articolo. E secondo me è un peccato, un vero peccato che ci fa perdere molto dalla vita. Ma non importa. Sarà sbagliato quel vecchio arrogante di orphaeusest, ma domani andrò ad allenarmi come al solito senza passeggiare con il walkman, integrandomi perfettamente con il clima e l’ambiente a me circostante, dando il massimo di me stesso anche se i tempi sono mediocri. Mi butterò nella sperimentazione di nuove ricette, perché amo il cibo e non temo di ingrassare al primo sgarro, facendo sport per mantenermi in salute. Guarderò una delle mie serie televisive come Law & Order o Doctor Who non solo per il piacere di vederle, ma per avere spunti per comprendere il mondo, andando ad approfondire le tematiche proposte. Parlerò di calcio con un mio amico che ho da più di dieci anni o leggerò qualche articolo scientifico e saprò di aver raggiunto un grande successo: la mia libertà. E in questa libertà, l’amore di coppia sarà una possibilità solo nel caso in cui troverò una donna a me realmente compatibile, senza farmi andare bene quella che più trovo simpatica, disposta e piacente a differenza di chi si muove il più in fretta possibile perché dietro la nuca ha una scadenza come quella del latte. Per questi ultimi, c’è solo una cosa da dire: amen.

Quando la prigione in coppia è una scelta