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Come scegliere un terapeuta bravo

Una psicoterapia è spesso necessaria per chi soffre di disturbi in ambito psichiatrico, come ad esempio schizofrenia o borderline o disturbi alimentari e così via. Certo, non è impossible farcela da soli, tuttavia il “fai da te” funziona solo se si è persone predisposte alla razionalità e alla voglia di cambiare, opportunatamente affiancati da persone equilibrate e “toste” o se si riesce a seguire con impegno testi validi come quelli di Albert Ellis. Nel caso in cui l’audidatta non ricada in queste condizioni, si deve decidere di proseguire una psicoterapia, che comunque può velocizzare i miglioramenti. Resta quindi da stabilire a chi affidarsi, senza sbagliare il terapeuta peggiorando la situazione come, purtroppo, accade a tante persone. Vediamo come fare. Preciso che esistono diverse figure terapeutiche, ma ne evidenzio due “classiche”, ovvero quella dello psicologo e quella dello psichiatra. Tutte le altre figure comunque rispettano le indicazioni per lo psicologo e per lo psichiatra.

Lo psicologo

Lo psicologo deve prima di tutto essere equilibrato. Non ha pregio dire che capita anche agli psicologi di stare male, che è normale a chiunque. Un malato di disturbi mentali si rimette a uno psicologo che si presuppone abbia la capacità di migliorare lo status del malato. Vi affidereste a un chirurgo che fa male il suo lavoro, che maneggia male la sua apparecchiatura e uccide i pazienti anziché curarli? Direi proprio di no. Girate dunque al largo da “specialisti” che non sono equilibrati. Un conto è quando capitano i lutti, ma un conto è vivere quell’attimo di lutto come capita a tutti e superarlo con capacità, un altro è non essere proprio equilibrati. Molti psicologi fanno poi l’errore di considerare normale i difetti della maggioranza della popolazione, non considerando che proprio questi difetti della maggioranza sono spesso i motivi dei disturbi di una persona. Frasi come “è normale essere gelosi in coppia”, “è normale essere in sovrappeso a una certa età”, “tutti sono ansiosi o stressati”, “tutti hanno problemi coniugali” ecc devono destare sospetto verso il terapeuta. L’obiettivo è il raggiungimento dell’equilibrio il più possibile e coerentemente e, ovviamente, a seconda della gravità del disturbo, visto che purtroppo non sempre la totale guarigione è possibile. Ma il fatto che non sempre la totale guarigione sia possibile non dev’essere un alibi per non fare tutto il possibile verso la strada dell’equilibrio. Non si deve dare per scontato che sia impossibile guarire! L’approcio di un bravo psicologo dev’essere razionale, come nei manuali di Albert Ellis. Albert Ellis, infatti, trasla il metodo scientifico nella vita quotidiana. Il metodo scientifico non è prerogativa solo agli studi scientifici di accademia. È un metodo, appunto, dunque applicabile in tutte le situazioni della vita. Per chi desidera, di Ellis consiglio il testo “L’autoterapia razionale-emotiva”, testo in molti aspetti ripetitivo ma adatto allo scopo per far applicare i concetti.

Lo psichiatra

Lo psichiatra segue le stesse indicazioni fatte per lo psicologo. A differenza dello psicologo, però, lo psichiatra è abilitato alla prescrizione di psicofarmaci. Dunque, un bravo psichiatra non deve essere afflitto dal delirio di onnipotenza. In sostanza, non deve dispensare farmaci come caramelle, ma solo se realmente necessari e se con una efficacia concreta (vedi “Guida sulla corretta assunzione di psicofarmaci“). Lo psichiatra deve ammettere la possibilità di un risultato minimo, senza attribuire al farmaco proprietà eccessive e non verificabili. E non deve banalizzare o minimizzare gli effetti collaterali. Di solito, gli psicofarmaci non curano la malattia, ma hanno degli effetti sull’organismo che spesso sono variabili e dipendono dalla volontà di ognuno. Occorre dunque rivolgersi a uno psichiatra che sia consapevole di tutto questo.

Albert Ellis

Sia chiaro, non è facile trovare un terapeuta competente. E quando si sta male, la ricerca e il timore di affidarsi a qualcuno che non sia capace di aiutarci può provocare angoscia, sfiducia. Ma bisogna anche fare lo sforzo di cercare e farsi magari consigliare da altri, da gente che frequenta l’ambiente. Non bisogna arrendersi. Magari troveremo tanti incompetenti, però poi sarà la volta buona! Basta non fare l’errore di non cessare il rapporto con un terapeuta incompetente pur di proseguire una terapia a tutti i costi. Come avvertite che c’è qualcosa che non va, anche se inizialmente può sembrare di poco conto, cambiate. Questa operazione può risultare difficile e controversa se il disturbo di cui si soffre rende diffidenti e paranoici per base. In tal caso, si dovrebbe avere la modestia di chiedere a persone esterne, anche conoscenti ma di cui ci possiamo fidare sul serio, un consiglio, ricercando il parere di almeno 2 o 3 persone che si propongano con distacco e serietà per fare il nostro bene.

No alla musica per studiare e allenarsi!

Va sempre più di moda associare la musica alle attività giornaliere, in particolare lo sport e lo studio. Abbinare la palestra o la corsa alla musica in cuffia è così comune che poi finisco per risultare io quello strano. E sinceramente, non riesco nemmeno a studiare con su anche le band metal e rock che più mi piacciono. Insomma, o ascolto musica o studio o faccio sport, per ottenere il massimo dell’impegno in quella determinata attività. Purtroppo il multitasking è uno dei difetti della nostra società. È comunissimo non solo che qualcuno studi con la musica per “rilassarsi”, ma è altrettanto comune vedere gente che cammina guardando lo smartphone piuttosto che la strada. E questo provocando incidenti seri, che troppo superficialmente vengono additati come “cose che capitano”. Chi si allena in strada con il walkman è un incosciente e bisogna assolutamente evitare di farlo! Ma per questo argomento ho dedicato l’articolo “Come allenarsi in strada“. Il multitasking dev’essere di altro genere, cioè rivolto alle attività di gestione come ad esempio le pulizie. In questo caso, lo scopo è funzionale e ci fa risparmiare tempo per poterci dedicare a ciò che amiamo. Capite che, però, stiamo parlando di una cosa diversa!

Il fatto curioso è che tanti di quelli che studiano o fanno sport con su la playlist non sanno granché di musica. Io sono un appassionato e ho partecipato a tanti concerti nella mia vita. Ma se devo studiare o fare sport, la musica è “bandita”!

Ma poi, cos’è davvero il multitasking? Quello che alcuni credono sia il multitasking non è altro che il passaggio da un compito all’altro. Quindi, se state ascoltando musica mentre studiate, o vi state concentrando sulla musica e trascurate lo studio o viceversa. Al massimo la musica fa da “sottofondo”, ma non state ascoltando musica e studiando contemporaneamente! Quello che è interessante è scoprire perché c’è questo bisogno di “staccare” da un compito. Finché si tratta delle attività di gestione, può starci ed è sinonimo di saper ottimizzare il tempo. Ma se uno dice che gli piace fare sport, ma ha bisogno di mettere su la playlist, c’è qualcosa che non va!

Quando hai bisogno di “distrarti”

Sostanzialmente, il principale motivo per cui la gente mette su la musica per fare qualcosa è che:

non vive pienamente ciò che fa!

Attenzione, non sto dicendo che con la musica non si rende, ma che con la musica non si rende al meglio. È la comprensione della dicitura “al meglio” che fa la differenza. Certo, capisco che oggigiorno ormai sia comunissimo rimanere attaccati al cellulare mentre parliamo con qualcuno, quindi perché prendersela con la musica mentre si fa jogging o si sfogliano le pagine del libro da studiare? Il fatto è che concentrarsi pienamente in quello che si fa vuol dire entrare in totale sintonia. Con la musica, succede che invece si vive come in un mondo alternativo. E in questo caso non è positivo perché, siamo sinceri, chi si perde via ad ascoltare davvero la musica non starebbe a fare altro, bensì presterebbe attenzione a ogni nota. Cosa che chi mette su la musica mentre “studia” o fa jogging non fa! D’altronde, quando la mia mente è tutta concentrata a sentire il mio corpo mentre corro, a fare attenzione al ritmo e al percorso, non ho assolutamente motivo di ascoltare la musica. Oppure sono così coinvolto in quei calcoli e in quelle dimostrazioni che, se la musica è accesa, neanche la sento. E quest’ultima cosa è proprio ciò che hanno finito per ammettere diverse persone fermamente convinte che la musica “aiuta”. La musica come sottofondo? Sì, ma allora, se poi ammetti che tanto praticamente non l’ascolti… non fai prima a spegnerla definitivamente? Tutto questo l’ho sperimentato in prima persona. C’è stato un periodo delle scuole superiori dove avevo bisogno di mettermi le cuffie per fare sport. Era una cosa che non avevo mai fatto prima di allora. E infine ho capito perché, anche se a posteriori non è che ci volesse un genio a capirlo: mi annoiavo, e fare sport in quella fase della mia vita mi pesava terribilmente e dovevo in qualche modo arrivare alla fine. Ecco, è esattamente ciò che fa il classico jogger con il walkman. Si annoia, per lui fare quella corsettina di mezz’ora pesa troppo, è un supplizio così enorme da necessitare di un anestetico. Non sarebbe meglio imparare a fortificarsi e vivere con più coinvolgimento quello che si fa? Stessa cosa vale per lo studio. Come fate ad ascoltare musica quando siete concentratissimi? Mi vengono in mente tutte quelle persone che infatti non sopportano lo studio, e quindi magari sono degli analfabeti matematici. E allora mettono su la musica, nella speranza di “darsi la carica” o di riuscire a reggere lo studio, non assimilando in realtà quasi nulla. Non sarebbe meglio comprendere che chi è ignorante vivrà male? Non si deve studiare per il voto o per superare l’esame, ma per la vita. Chi è stupido non combina granché! Non si studia per imparare a memoria le nozioni e prendersi il voto. Si studia per vivere meglio, imparando anche dalle bocciature.

Quello che ho detto finora non vuol dire che se mettete su la musica verrete bocciati all’esame. Vuol dire che non state dando il massimo. Questo vale anche quando si è i più scarsi, perché nella vita non conta vincere per forza ma impegnarsi secondo le nostre potenzialità vere. L’atteggiamento del dare tutto manca proprio a chi ha “bisogno” della musica per fare qualcosa. Io dò il massimo anche quando faccio un fondo lento, quindi quando parlo di dare il massimo lo faccio in senso ampio. Il fondo lento fa parte del programma di allenamento e va eseguito come si deve. Pertanto sono così concentrato che usare le cuffie lo trovo scomodissimo, altro che “carica”! E non è un fatto soggettivo, ma quello che accade a chiunque sta pienamente vivendo quello che fa. Questo smentisce chi contesta affermando che alla maratona di New York hanno bandito le cuffie perché dopanti. Al massimo “esalta” chi è psicologicamente scarso, per gli altri invece la prestazione peggiora!

Non c’è veramente ragione per ficcarsi le cuffie nelle orecchie. Quando io corro, non ho bisogno di essere distratto dalle note musicali. Preferisco ascoltare musica in sede separata e dandole la giusta importanza! Ho imparato a conoscere me stesso, a capire il ritmo delle mie gambe. Il cronometro serve solo come verifica, per correggere quando vado troppo piano o troppo veloce. Ci sono invece tantissime persone che non riescono a capirci nulla e hanno sempre bisogno di app! Ecco, imparate a conoscere voi stessi, il vostro corpo e ciò che amate. Perché, se non imparate a farlo, dovrete sempre in qualche modo estraniarvi e userete la musica. Userete la musica per un’attività che non è del tutto gradita o non è vissuta del tutto al massimo. E questo è un peccato, un grande peccato, perché ci toglie molte opportunità di vita.

Gli studi

Sono sicuro che non avrò comunque convinto i più “irriducibili” della musica per fare sport o studiare. Termino quindi facendo presente che esistono diversi studi che evidenziano la dannosità del multitasking e alcuni addirittura rilevano un deficit nel quoziente intellettivo. Professori e ricercatori come Eyal Ophir, Earl Miller e Clifford Nass arrivano tutti alla conclusione che fare più attività le fa fare tutte male o addirittura comporta dei deficit cognitivi. Se penso alla classica casalinga che fa mille cose insieme, personalmente ho sempre l’immaginario di una persona distratta, un po’ fusa, che tante volte dimentica le cose. Bene, questo vale anche per chi studia o fa sport con la musica. Se impariamo a concentrarci solo su una cosa per volta, riusciamo automaticamente a farla meglio, in modo più veloce ed efficiente. Certo, se uno è psicologicamente debole… allora il discorso è un altro e spero che cambiate approccio. Ecco un articolo del sito che spiega perché il multitasking (quello non delle attività di gestione) è impossibile: “Ricerche spurie e articolisti gossippari“.

Purtroppo, in una società dove studiare e fare sport vengono visti come una costrizione o una sgradevole medicina da prendere, ci sono anche studi che parlano dell’effetto dopante della musica. Sull’Ansa, è stato citato uno studio della University of Southern Queensland in Australia. Già il titolo è da clickbait: “LA SCIENZA LO CONFERMA, LA MUSICA MIGLIORA LE PRESTAZIONI IN PALESTRA”. Intanto, la scienza non conferma un bel niente, dato che la maggior parte degli studi seri dice esattamente il contrario. Inoltre, si sottolinea come le prestazioni migliorino in palestra. E non è un dettaglio irrilevante. Infatti, proseguendo si dice:

“Ha migliorato in modo significativo la sensazione positiva che le persone provavano mentre praticavano sport e ha anche reso meno arduo il completamento delle attività fisiche”.

È evidente che, alla base, ci sono persone con un approccio negativo verso l’attività fisica, come d’altronde accade spesso in palestra. Non a caso, le migliori palestre non hanno la musica o i giornali da leggere mentre si fa il tapis roulant o la cyclette! Se io mi annoio profondamente a fare sport e non vedo l’ora che lo strazio finisca, ascoltare musica rende tutto più sopportabile. Funge da anestetico. Vale per lo sport, ma anche per lo studio. Io ho bisogno della massima concentrazione per fare una cosa e non ammetto distrazioni. La musica è un’arte meravigliosa e non merita di fare da “sottofondo” di un’attività poco gradita.

Vacanzieri polli e apparenti e i perché del viaggiare

Tante volte, mi capita di sentire gente che spende addirittura 2000-9000 euro per andare in luoghi esotici come il Sud America e l’Oriente. I più poveri, ovviamente, si accontentano di Sharm el Sheikh o delle Maldive. Altri, non hanno ancora i soldi e, complice le difficoltà quotidiane, sognano romanticamente di andare, un giorno, qui o lì. C’è gente che ha visitato mezza Asia o tutto il Sud America e non sa neanche quello che c’è a 40 km da casa sua. Che senso ha? Inutile dire che nessuno di loro abbia realmente capito il senso del viaggiare, che non è status quo con cui cercare di apparire e poter dire che ce lo si può permettere. Vediamo quindi di entrare nell’argomento e di comprenderlo con reale spirito critico.

Il vacanziere da spennare

Sinceramente, non capisco come si possa spendere 2000 euro di viaggio e poi mangiare quotidianamente male o dire che non si riesce a fare sport perché non si hanno soldi per un paio di scarpe da corsa. Io ritengo che viaggiare sia una grossa opportunità per conoscere il mondo, ma ci devono essere un concreto interesse e una seria organizzazione. Non ha alcun senso prenotare una settimana alle Maldive e poi rimanere spiaggiati su una pezza di 2 metri per 2 che posso tranquillamente trovare anche vicino a casa mia sull’Oglio. Anzi, in realtà l’Oglio è decisamente meglio, ve l’assicuro. È più tranquillo e non c’è bisogno di noleggiare un ombrellone per rifugiarsi dall’afa. Il punto è che il bistrattatissimo Oglio non ha lo stesso appeal delle Maldive. Se racconto di aver fatto una gita sull’Oglio o su un isolotto temporaneo sul Ticino a Pavia con le piante carnivore, chi penderebbe dalle mie labbra? Ticino e Oglio contro le Maldive, New York, safari in Kenya o nella neve ricreata a Dubai? Non scherziamo, sei un poveraccio se il tuo ideale è l’Oglio o il Ticino! Attenzione, però, anche chi va a spiaggiarsi a Rimini con quel libro letto per tutto l’anno fa esattamente la stessa cosa dei safaristi. Che sia Rimini o l’esotica spiaggia delle Maldive, il modello comportamentale del turista o vacanziere pollo è sempre lo uguale. Mah, sarà, ma quando vedo tutta quella gente ammassata in spiaggia mi vengono in mente gli animali (polli e maiali) tenuti stipati nelle batterie di allevamento intensivo. Con la differenza che questa gente è doppiamente fessa perché paga pure! Ma non dicono che c’è crisi? O che non arrivano a fine mese? E non parliamo del rituale dell’abbronzatura. Parola d’ordine: diventare neri il più possibile (e magari sono gli stessi che poi fanno razzismo). Si sa che ormai “prendere il sole” non fa affatto bene, ma per una qualche masochistica ragione si crede che abbronzarsi debba essere un must delle vacanze. E allora perché questa gente non fa nulla per essere abbronzata tutto l’anno?

Perché viaggiate?

Insomma, un viaggio deve avere un valido quid, che può essere un evento particolare, a cui si vuole abbinare il classico turismo, o perché qualcosa di quel luogo ci attrae. Ho notato che, per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, tanti viaggiatori non sono altro che compulsivi. A loro, non interessa il posto che visitano, ma poter tornare a casa e dire “sono stato qui, sono stato lì”. In quanti tornano in un posto che li ha davvero affascinati per scoprire nuove sfumature e nuovi dettagli di ciò che piace? È vero, il mondo è ampio e c’è tanto da scoprire, ma mai nessuno riuscirà a scoprire fino in fondo tutto il pianeta nell’arco della sua vita. Non è che quello che attrae è in realtà l’idea della novità? E una volta svanita la novità, si deve cercare altro per poter replicare le stesse sensazioni. Come una droga, per chi è annoiato dalla vita quotidiana. Chi pensa che il paragone sia eccessivo, rifletta su se stesso, anziché risentirsi. Ad altri, piace l’ebbrezza di prenotare, di prepararsi, salvo lamentarsi degli imprevisti (traffico, voli in ritardo o cancellati) e di quanto il viaggio sia stato faticoso e stressante. Non me ne vogliate, ma sto dicendo tutto questo con un’esperienza di viaggio di tanti anni che mi ha portato un po’ dovunque in Italia e in Europa, arrivando anche in Canada e negli Stati Uniti ma, quando qualcuno mi chiede il perché dei miei viaggi, so fornire spiegazioni coerenti e dettagliate. Ad esempio, sono un appassionato di cultura scandinava e vichinga. Mi sono anche cimentato a imparare un po’ il norvegese e lo svedese. So che i vichinghi erano una civiltà progredita, che veniva vista male per una cosa che, ad oggi, riteniamo comune: lavarsi ogni giorno. So cos’è lo smörgåsbord (una specie di buffet con pietanze tipiche) e so quanto sia diverso il clima tra Bergen (che riceve il calore della corrente del Golfo) e Oslo (che non riceve il calore della corrente del Golfo). I miei viaggi in Danimarca, Norvegia e Svezia sono stati quindi ispirati da una passione per questi paesi. Ora, in quanti di coloro che vanno a farsi la settimana alle Maldive sanno che si tratta di un paese estremista islamico, dove non esiste il reato di violenza sessuale e che chi non abbraccia la fede islamica non può avere la cittadinanza? Certo, se si è polli con il portafoglio da svuotare e si vive in villaggio turistico, si chiude volentieri un occhio, ma fuori dal villaggio turistico è tutto un altro mondo. Con i problemi di terrorismo degli ultimi anni, poi, sono sempre maggiori le limitazioni, i disagi e le rotture rispetto al divertimento. Posso capire che per chi ama davvero il viaggio, conoscere nuovi posti e fare esperienza interagendo con altre culture. Per questo tipo di persone, il gioco vale indubbiamente la candela. Ma che senso ha per chi viaggia così, tanto per passare il tempo o per uno svago illusorio in una vita da sopravvivente?

Vacanze oppure oggetti d’amore?

Sarò in controtendenza, ma credo che, se uno è felice della sua vita, non ha bisogno di fare un viaggio per forza. E non ha senso dover per forza allontanarsi facendo le vacanze altrove. Andare via nel periodo di ferie da lavoro ha senso se c’è un ragionevole motivo che, nel resto dell’anno, non c’è e impedisce di coltivare un proprio oggetto d’amore (vedi l’articolo “Turismo sportivo e turismo gastronomico“). Potrei dire che, spesso, ho fatto turismo in città italiane come appendice di un concerto musicale (da appassionato di musica) e ho avuto l’occasione di rimanere legato a determinate città come Roma e Firenze. Una volta, sono tornato a Parigi, sfruttando le offerte a basso costo (notare che, senza l’offerta, avrei desistito, riconoscendo i limiti della mia economia), perché mi interessava esplicitamente il Museo di Storia Naturale, in quanto all’epoca studente di geologia. Amo la scienza, quindi il viaggio a Parigi era ben giustificato. Oppure ho visitato il Lake District (nord dell’Inghilterra, quasi al confine con la Scozia) perché volevo fare delle escursioni su quelle colline che hanno ispirato i poeti romantici dell’ottocento che tanto amo letterariamente.lake discrict Ho camminato tutto il giorno, arrivando così stremato da mangiarmi senza problemi due pizze più vino in tarda serata. Chi lo farebbe? No, meglio parcheggiarsi in albergo sollazzandosi al bordo piscina e uscire ben vestiti e super profumati per due passi a vedere le vetrine che sono appositamente piazzate per far spendere chi non spenderebbe affatto se non fosse preso dall’estasi del viaggio. Oh, e poi, visto che sostanzialmente un posto non interessa, la noia viene compensata dagli spostamenti tra un luogo e l’altro: spostamenti anche di diverse ore per poi fermarsi praticamente nulla una volta giunti a meta, scattando la foto di rito con una macchina fotografica di cui, naturalmente, si conosce solo il 10% delle funzioni. Sarà ma, tra coloro che viaggiano, ne vedo ben pochi prendere una scelta ben motivata.

Viaggio e personalità

Ho identificato diversi tipi di soggetti che viaggiano. L’insoddisfatto e infelice della vita quotidiana che ha bisogno di essere sempre in movimento per “staccare” dalla realtà di tutti i giorni. E dopo ogni viaggio, attende con ansia il successivo, vivendo da depresso il periodo intermedio. Il maniacale che dà più importanza alle prenotazioni, agli orari e alle valigie piuttosto che a divertirsi e a vedere. Il lussuoso che vuole far vedere che “lui può” andando a fare safari in Africa o in Giappone. Il debole che viene trascinato dai condizionamenti e vuole apparire ciò che non è, di rango superiore, o costretto dal partner. Il superficiale che dice di voler conoscere un posto, però poi non assapora la vita di questo stesso posto, non ne approfondisce i dettagli e visita solo i siti più famosi e gettonati (ad esempio il Louvre a Parigi, ignorando magari i piccoli negozi di libri nei pressi del quartiere latino). Potrei elencarne altri, ma mi fermo qui perché sono sicuro di aver già tirato una mazzata a parecchia gente. Voi a quale categoria appartenete? Se vi sentite colpiti da questo articolo, non prendetevela. Potreste scoprire che è meglio risparmiare i soldi per mete e vacanze. Oppure il vostro approccio nei confronti dei viaggi muterà radicalmente e ve li godrete con maggior energia e spirito.

I viaggi di Greta Thunberg

Mi ha colpito molto la visione dei viaggi di Greta Thunberg. Io continuo a pensare che viva tutto ancora con troppo estremismo. Ad esempio, non condivido il suo viaggiare solamente in treno per non dipendere dall’oro nero. Alla fine, indirettamente, anche i treni dipendono dagli idrocarburi. I motivi del viaggiare in treno potrebbero essere i paesaggi fuori dal finestrino. Ma anche dall’aereo ci sono visioni spettacolari dall’alto. Le Alpi viste dall’aereo, ve l’assicuro, sono qualcosa di incredibile!

Insomma, non è sbagliato prendere l’aereo in senso assoluto, ma il modo in cui lo fai. Ed ecco dove mi trovo perfettamente d’accordo con la Thunberg. Se esiste un posto naturalistico intatto o quasi intatto, come ad esempio le Svalbard, non ci andare in aereo. Prova ad andarci con le tue gambe (o in slitta, in canoa ecc), ma non in aereo, così da minimizzare l’intervento umano. I posti belli e selvaggi sono ormai così rari che dovrebbero essere lasciati lì dove sono. Ve lo dico da amante dei viaggi. Sono stato per le interminabili colline del nord dell’Inghilterra e ho fatto tante gite in montagna, ma non andrei mai alle Svalbard. Perché dovrei? Per poter tornare a casa e dire di aver visto degli orsi? No, lasciamo gli orsi lì dove sono. Ci sono altri posti in cui andare normalmente.

La prova che ha ragione Greta? L’eruzione dello Stromboli del 3 luglio 2019. Lo Stromboli è noto da tempo per essere uno dei vulcani esplosivi più attivi al mondo. Eppure, il turismo non guarda in faccia a questi rischi. Il 3 luglio del 2019, lo Stromboli erutta più forte del solito e i turisti si buttano in mare. Qualcuno muore durante l’escursionismo. Scusate, sarò insensibile, ma non riesco a dispiacermi per chi muore per pollaggine…

Chris McCandless e i suoi emulatori sbandati

L’approccio ai disturbi alimentari e all’autolesionismo

Inizialmente, pensavo di scrivere articoli separatamente per trattare i vari disturbi alimentari (DCA) e fenomeni come l’autolesionismo. Alla fine, è una scelta che ho deciso di non compiere. Perché? Perché credo che gli articoli che spiegano cosa sono l’anoressia o la bulimia, così come il bing eating disorder e l’autolesionismo, ormai si sprechino e sarebbe del tutto inutile utilizzare questo tipo di approccio. Per alcuni, sembra incomprensibile e senza senso arrivare ad affamarsi per perdere peso, senza fermarsi nemmeno quando si è oggettivamente sottopeso. Sembra inconcepibile che si arrivi a ingurgitare chili di cibo in pochi minuti e poi magari a vomitare tutto rovinandosi i denti. E sembra del tutto stupido arrivare a tagliarsi il braccio come forma di dipendenza (tagliarsi rilascia le endorfine, come nel sesso). Il punto è che, per quanto questi fenomeni sembrino assurdi, tutto scatta dalla mente, dal vissuto di una persona e dai traumi che hanno influito nella psiche. Stiamo infatti parlando di persone che soffrono, chi per un motivo e chi per un altro. Quando ci fu la strage della Columbia High School nel 1999, Marilyn Manson fu accusato di aver istigato i due ragazzi autori della strage. Gli fu chiesto che cosa avrebbe detto a quei ragazzi e Manson, evidentemente più intelligente di quello che in molti credono, rispose che non avrebbe detto nulla, ma che li avrebbe ascoltati. Ecco, è proprio questo che chi sta male vuole dire, in modo sbagliato ma a modo suo sincero. Perché una adolescente arriva ad ambire di essere come una top model in pelle e ossa? Perché magari ha subito una delusione amorosa, perché vuole ribellarsi ai genitori. Perché uno arriva a ingozzarsi di cibo? Perché si sente solo, perché i compagni di scuola lo prendono in giro. Perché uno arriva a tagliarsi? Perché non riesce a gestire in modo corretto quello che prova, perché non è consapevole di se stesso. Insomma, eccetera, eccetera ed eccetera. Un discorso del genere può essere fatto, ovviamente, anche per chi è fa abuso di alcol o è tossicodipendente.

Anoressia e religione

Ci tenevo a fare un chiarimento sull’anoressia. Oggigiorno spesso si collega l’anoressia al modello delle riviste di moda e all’ideale di bellezza magro. A prescindere dal fatto che la vera bellezza è essere magri e forti (cioè seguendo un buon stile di vita!), al limite questi fattori aggravano un problema già presente alla radice. Ed è poi anche vero che il “valore” dell’anoressia è cambiato nel corso dei secoli. Secoli fa, l’anoressia era collegata alla religione. Cosa credete che facessero personaggi come Caterina da Siena e Francesco d’Assisi digiunando? Santi per i credenti, ma a tutti gli effetti il loro atteggiamento era tipico dell’anoressia! Cambiava il “modello” da seguire… che all’epoca era la religione! L’anoressia è una malattia che è sempre esistita. Ciò che è cambiato è il modello sociale.

Il ruolo dei genitori

Se pensate di volere un figlio, leggete questo articolo e non fate gli errori che fanno in tanti altri. Essere genitori non è uno scherzo e un figlio non è un giocattolo. Essere genitori vuol dire avere una laurea, in pratica: la laurea del saper vivere e comprendere il mondo. Se non si sa educare bene un figlio, questi sarà un handicappato bisognoso nella vita, debole. E magari svilupperà seri problemi e disturbi. Cosa fare, quando i disturbi e i problemi sono già in atto? Chiaro che sarebbe stato meglio prevenire con una buona educazione ma, quando ormai la frittata è fatta, non ci resta che farci un bel bagno di modestia e cambiare. Abbiamo sbagliato, punto e stop. Forse non verremo ascoltati e, probabilmente, la controparte non avrà voglia di risollevarsi, ma sarebbe anche sbagliato rivelarsi superficiali e con leggerezza. Chi ha determinati disturbi sta comunicando qualcosa, un bisogno. È ovvio che abbia bisogno di un supporto terapeutico e che le sue manifestazioni siano sbagliate, ma sta cercando di dire qualcosa di importante o che lui ritiene tale. E tutto questo non va sottovalutato, non va preso sotto gamba o ignorato. Sta cercando di attirare l’attenzione? Beh, cerchiamo di capire perché sta cercando di attirare l’attenzione. Non capitemi male, capire perché sta cercando di attirare l’attenzione non vuol dire assecondare chi sta male, ma mettersi nei suoi panni per poter agire nel modo corretto. Poi potremo anche usare parole dure (del tipo, a un’anoressica potrei dire “e tu, uccidendoti, pensi di risolvere qualcosa? ma non vedi che stai solamente perdendo la tua dignità?”), ma lo faremo in modo costruttivo. È da mettere in conto la difesa per risentimento. D’altronde è questo che differenzia uno spacciato da una persona che vuole reagire e cambiare. Chi vuole reagire e cambiare magari si arrabbia, però poi una voce nella sua testa scatta e dice “no, non deve andare così”. Il nodo cruciale sta nel metterci bontà nella critica, per quanto dura e micidiale. Ma il problema è a monte: si ascolta così poco che tagliarsi o dipendere dalla bilancia è visto come un banale capriccio o qualcosa di perverso e basta, tanto noi abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare per essere dei buoni genitori e la colpa è dei media o di quei cantanti metal con quei testi violenti.

Il ruolo degli altri: quando perseverare e quando mollare

Chi ha un amico o un partner che soffre di un disturbo come i DCA o l’autolesionismo non è esente dalle considerazioni fatte sul ruolo dei genitori, con una sostanziale differenza. Ovvero, se un genitore può insistere fino alla fine sulla guarigione del figlio (sarebbe “naturale”, sono pur sempre i genitori), l’amico o il partner non può di certo rovinarsi l’esistenza per i disturbi dell’altro. Resta da verificare una cosa: se l’altra persona è spacciata o no. Possiamo concedere del tempo (ad esempio sei mesi) per vedere se fa dei progressi. Se sì, possiamo fare la scelta di restare, altrimenti… beh, sarà duro da dire, ma nessuno merita di rovinarsi l’esistenza in questo modo. Può sembrare egoistico, ma è come quando cerchi di salvare una persona che sta affogando e questa ti tira giù sotto l’acqua. Cosa facciamo? Ci facciamo ammazzare? Il bene verso gli altri non deve mai superare il bene verso noi stessi, altrimenti è masochistico. Se il male altrui ci porta alla rovina, è meglio andare via. Purtroppo succede. Ascolto, consigli e critiche costruttive, critiche dure ma buone sì ma, se tutto questo non funziona, si dice basta. Sono convinto che, quando si vuole bene a qualcuno, non si può abbandonarlo con leggerezza e senza prima aver fatto un tentativo, ma spesso le cose non vanno come vogliamo e siamo costretti a compiere la dolorosa scelta, che però ci salva da un annegamento comune.

Specifico che, nel caso in cui non siano coinvolti i genitori o i parenti a maggior contatto, non è sbagliato pazientare. Sono convinto che, quando si vuole bene a un amico o si ama un partner, si deve dare l’occasione di reagire dall’altra parte. Questo vuol dire essere persone buone. Non siamo robot e non siamo razionalità estrema. Quello che è sbagliato fare è dare chance a oltranza. Date del tempo ma, se l’altra persona non mostra di voler davvero cambiare, allora sì che bisogna essere “spietati” e mollare la presa. Non bisogna essere fieramente cinici e dimostrare di essere l’esempio perfetto di equilibrio. Anzi, chi ostenta questo carattere è, quasi sempre, il primo a essere squilibrato, magari senza darlo a vedere perché nasconde bene quella parte. Se però proseguite per anni e vi affossate, vi fate trascinare e sommergere, è il caso di prendere una via diversa.

Forse, alcuni che non hanno mai approfondito queste tematiche penseranno qualcosa del tipo “ma che diamine sta dicendo?”, eppure, se magari hanno dei cari che soffrono, con il mio articolo possono iniziare a capire qualcosa e donare un sostegno concreto. Altri che invece vivono questi problemi possono dire che è crudele abbandonare chi sta male, ma sfortunatamente va così. Sicuramente, ci vuole una gran dose di empatia e pazienza per sostenere chi soffre e ci vuole una gran voglia di cambiare e vivere per uscire da questi malesseri. Non lo nego. Però bisogna anche saper essere realistici e valutare cosa conviene fare a seconda delle situazioni. Certo, potrei stare qui a discutere per pagine e pagine su altro ancora, ma credo che il resto spetti a ognuno e che il mio articolo sia solo uno spunto di partenza.

Il ruolo della società

Ho detto che, in alcuni casi, per non soccombere bisogna saper mollare. Ma non interpretate male il discorso, perché tutti quanti dovremmo riflettere su qualcosa. Il punto è che:

il vero e proprio problema non è un disturbo, bensì il contesto sociale e l’ambiente.

Mi spiego. Se anche c’è una predisposizione genetica, l’ambiente favorisce questa predisposizione. Ognuno di noi è geneticamente predisposto a qualcosa, ma non tutti quelli che sono predisposti al cancro si ammalano di cancro! Insomma, è vero che è il singolo individuo a scegliere di farsi del male, ma non si può mascherare che ciò che ci circonda ha un contributo. Viene sottovalutato tutto il contesto di disagio e disadattamento che parte, spesso, dall’infanzia. Molti medici e psichiatri, quando hanno a che fare con chi soffre di DCA, problemi vari o dipendenze, si concentrano sul “sintomo”, ma non su quello che sta alla base. Per dolo o per miopia, in effetti è più semplice fare così. È più semplice perché, altrimenti, la società sarebbe costretta a farsi un bel bagno di autocritica. Dovrebbe rivedere i suoi modelli e i suoi condizionamenti. E, no, le riviste di moda non possono essere il reale cattivo di turno. Le riviste di moda sono solo un capro espiatorio che toglie le responsabilità agli adulti o ai genitori. È più facile prendere un anoressico o imbottirlo di farmaci, così si può restare nella cecità.

Purtroppo, la tendenza va sempre in verso miope. I media parlano spesso dei giovani che abusano di alcol, consumano droghe e sono dipendenti dai social network. Nascondono pilatescamente che questi comportamenti sono ereditati dagli adulti (non necessariamente dai genitori… dall’ambiente, diremmo). Una volta si insultava il forestiero al bar con la cricca, ora lo si fa sui social network. Una volta si entrava in osteria alla sera e si usciva al mattino sbronzi marci, e ora lo si fa in discoteca. Una volta si stuprava in paese, e ora lo si fa alle feste. Non vedo la differenza ma, anzi, il tentativo di dare sempre la colpa ad altro o a qualcun altro (come gli immigrati). Il cattivo esempio parte dagli adulti, poi i giovani assorbono e replicano gli atteggiamenti. Vale anche per i DCA. Se viviamo in una società dove, pur essendo sempre più in sovrappeso, discriminiamo il grasso, è facile che una persona fragile caschi nei meccanismi dannosi. Attenzione al termine “discriminazione”, perché sappiamo tutti che il sovrappeso è un fattore di rischio. Quello che si sviluppa è una visione meramente estetica che porta alcune persone a un calo di autostima e, per conseguenza, alle ossessioni. Non è una cosa che si sviluppa nella testa di qualcuno perché è nato così, ma da situazioni che esistono già.

La malattia di essere giudici della società

La vera autostima non dipende dall’esterno

Avere autostima è un caposaldo per essere persone forti nel mondo. Incredibilmente, però, questo caposaldo è assimilato nel modo sbagliato da molti, ovvero dipende dall’esterno. Proviamo a domandarci quante volte ci sentiamo falliti o scarsi per le seguenti situazioni:

– per non aver superato un esame;
– per non aver vinto una partita;
– per non essere accettati dal partner o dai genitori;
– per non riuscire a perdere peso;
– per non aver ottenuto una promozione;
– per una relazione fallita;
– ecc.

Per “non”, per aver fallito. E pensiamo a quante volte ci siamo sentiti appagati per l’esatto contrario degli scenari descritti. No. Non è questa l’autostima vera. Questo è solo un surrogato dell’autostima e, tolto il surrogato, non ci resta nulla. La vera autostima è quella che proviene da dentro di noi. Questo tipo di autostima dipende non dal risultato ottenuto, ma dall’impegno che ci abbiamo messo. Ovvero, strano a dirsi, non conta il raggiungimento dell’obiettivo, ma quanto “cuore” ci mettiamo. Rivediamo gli scenari descritti in precedenza e diamo una risoluzione cambiando il punto di vista.

1) Non sono riuscito a superare un esame? Pazienza, si vede che devo metterci più impegno e studiare meglio. Se non ho passato, avrò avuto delle lacune e posso porvi rimedio al prossimo appello.
2) Capita di perdere. Se ho perso, è stato perché l’avversario ha mostrato di essere più forte di me. Ne ho tratto una lezione. Mi allenerò di più e proverò a migliorarmi, altrimenti sono già felice di giocare dando il massimo e di amare quello che faccio.
3) I genitori che non mi accettano sono genitori con cui non si andrà d’accordo. Meglio proseguire sulla propria strada e staccarsi rendendosi autonomi. Il partner non ci apprezza? È meglio essere single piuttosto che danneggiarsi nel tentativo di farsi approvare da chi non ha intenzione di farlo.
4) Si dimagrisce per la salute. La nostra felicità non dipende dal numero sulla bilancia, ma da quello che stiamo facendo per amore di noi stessi. Se non riesco a dimagrire, magari non faccio sufficiente attività fisica o sbaglio qualcosa nella dieta.
5) Se non ho ricevuto una promozione, vuol dire che un altro è stato più capace di me. È stato raccomandato? Vuol dire che, prima o poi, provocherà dei casini. Se lui ha scalato di grado, ha meno tempo da dedicare a se stesso e rimane più stressato, io no e quindi ci ho guadagnato.
6) Se una relazione è fallita, vuol dire che qualcosa è andato storto. Anziché deprimermi, colgo l’opportunità di capire cosa non va di me e nella persona con cui sono stato. Ne trarrò insegnamento e non ripeterò gli stessi errori, scegliendo una persona più compatibile a me se capiterà un’altra storia.

Il concetto chiave nella rivalutazione degli scenari proposti è nell’avere la coscienza a posto. Certo, possiamo migliorare e correggere gli errori ma, se in quella circostanza abbiamo tirato fuori il meglio di noi stessi, non abbiamo nulla su cui recriminare e disperarci. Alcuni vivono la situazione con particolare nevrosi, ad esempio tirando fino ad alba con litri di caffè per arrivare pronti all’esame. Altri sviluppano disturbi veri e propri, come la dipendenza affettiva nel caso di chi cerca “disperatamente” di farsi accettare dal partner o l’anoressia per chi cerca di perdere peso, per non dire di chi si suicida dopo la fine di una relazione. Sono tutti casi di persone che non sanno vivere con equilibrio e che non possiedono una vera autostima. A loro dico: cambiate!

Ci tengo a dirvi un’altra cosa, poi: chi vale non ha bisogno di dimostrarlo.

Il manipolatore affettivo

Diverso tempo fa, avevo parlato della dipendenza affettiva. Ma se esiste una vittima, è perché esiste anche un carnefice. I carnefici sono i manipolatori affettivi, che appunto soggiogano il dipendente affettivo nelle loro grinfie. Chi cade nel tranello del manipolatore affettivo non è uno stupido, ma una persona che ha dei bisogni, delle carenze affettive, che ama tanto e vorrebbe essere amato altrettanto ma non riesce a vivere tutto questo in modo sano. Il manipolatore affettivo “caccia” questo tipo di personalità e tende il suo tranello, senza che il novello dipendente affettivo possa accorgersene, come un insetto che finisce, senza immaginarlo, nella tela del ragno. Le caratteristiche del manipolatore affettivo sono svariate. A volte è un soggetto che soffre di narcisismo. Ha un’alta idea di sé, esagera le proprie capacità e si considera superiore, incapace di responsabilizzarsi sui propri errori che vengono scaricati sugli altri senza una discussione costruttiva. Altre volte è un sociopatico, irresponsabile, aggressivo e disonesto. E pure i sociopatici, a loro volta, non sono tutti uguali. Esistono sociopatici che sanno provare affetto ed empatia, ma in modo manipolatorio, fasullo, poi ci sono sociopatici che violano la legge e hanno precedenti. Tante volte, sociopatia e narcisismo vanno a braccetto e anche questo può rappresentare un classico manipolatore affettivo. Tante altre volte, il manipolatore affettivo è anche uno che soffre di disturbo evitante di personalità. Insomma, come si può evincere, la gamma è vasta. Possono benissimo essere persone normalissime e gentili nella vita sociale, trasformandosi in perversi con il partner. Precisato questo, possiamo dire che il manipolatore affettivo abbia determinate caratteristiche comuni. Il manipolatore affettivo:

– è un bugiardo o tende a non dire in modo chiaro le cose, o ancora le dice in modo distorto;
– non considera il punto di vista dell’altra persona e vuole sempre avere ragione;
– conosce i punti deboli dell’altra persona e li usa per sfiancarla attraverso la denigrazione, la critica e la colpevolizzazione;
– mostra lusinghe e falsa tenerezza per poi andare a colpire nel momento di fragilità;
– è incapace di riconoscere di far soffrire l’altra persona;
– utilizza minacce e ricatti per infondere la paura dell’abbandono e l’insicurezza nell’altra persona;
– ha la tendenza a maltrattare l’altra persona, alternando fasi di dolcezza;
– vuole soddisfare il proprio ego.

Sia chiaro, il manipolatore affettivo non è un mostro. È una persona che ha subito dei traumi, come un abuso sessuale o una grave esperienza di morte. Attenzione: non sempre, poi, il manipolatore affettivo è realmente consapevole del meccanismo che mette in atto. Il manipolatore affettivo, tuttavia, è sicuramente un soggetto pericoloso, che fa dell’inganno la sua arte. Le vittime dei manipolatori affettivi arrivano anche a pensare al suicidio o a tentarlo, a non riconoscere più il proprio io. Staccarsi sembra impossibile, perché il manipolatore affettivo riesce a trasmettere la convinzione che la sua vittima non vale nulla senza di lui. Lo status diventa come una tossicodipendenza a tutti gli effetti. Chi cade in balia di un manipolatore affettivo deve innanzitutto ritrovare la propria autonomia e la propria autostima per essere libero, perché sono questi i punti su cui il manipolatore affettivo batte a suo vantaggio. Il processo che porta all’autonomia e all’autostima è complicato e arduo. Ci vuole molto impegno e occorre capire, per prima cosa, che il nostro valore non dipende da altro se non dalla nostra capacità di amare che non si manifesta di certo in una relazione dove ci si fa umiliare, dove si sceglie (brutto da dire, ma è così) di farsi umiliare perché non si è forti per affrontare il mondo e le emozioni.

Commedie per aspiranti stalker e violenza sulle donne

Il diritto di suicidarsi e l’eutanasia

Quanto sto per dire è in controtendenza rispetto al comune buon senso. Ebbene, per me, ciascuno ha ampiamente il diritto di suicidarsi. Ci indottrinano che bisogna sorridere alla vita e la vita ti sorriderà, che la vita è un bene prezioso da tutelare. Purtroppo, la realtà è diversa e capita che la vita sia infelice. Per questo motivo, chi ritiene che non ci sia altra via per sfuggirne deve essere libero di suicidarsi. Ovviamente, il mio non è un invito alle persone che soffrono a suicidarsi e non lo dico solo perché l’istigazione al suicidio è un reato. La mia non è una condanna morale. Non è morale perché una morale assoluta non esiste e ciascuno ha il diritto di perseguirla (*). Di contro, va ammesso che quasi sempre la soluzione c’è, ma è ritenuta non praticabile quando non inesistente. Ciò significa che il suicidio denota comunque il fallimento esistenziale di chi l’attua. Insomma, il concetto è che ne possiamo parlare, poi spetta a ciascuno decidere cosa fare.

Il suicidio come scelta sbagliata, ma libera

Il mio pensiero è che uccidersi rimane una scelta strettamente personale. Non voglio dire che “la vita è bella” e frasi simili che denotano una gran superficialità. Piuttosto, occorre far vedere, con i fatti e con gli esempi, che la vita non è solo nera, ma che ha migliaia di sfumature belle per cui vale la pena andare avanti. Se poi uno vuole continuare a essere convinto di uccidersi, starà a lui, dato che costringere qualcuno a vivere è un puro atto di violenza (**). Credo che vedere qualcuno che si vuole uccidere non sia solo omissione di soccorso, quindi un reato, bensì disumano. Siamo uomini per questo. Ma ciò non vuol dire che dobbiamo negare la libertà di una scelta a questa persona. Altrimenti, diventa un TSO, ovvero un “regime” fortemente sbagliato.

* Il diritto a perseguire la propria morale non vale per chi segue una morale che danneggia oggettivamente il prossimo. Se mi suicidio, i miei cari possono essere tristi, ma suicidarmi è una mia personale scelta e i miei cari devono capire che per me la situazione è insostenibile. La morale di un pedofilo (sì, anche il pedofilo può reclamare la sua morale!) è da censurare perché non può fare a meno di abusare di chi ancora non ha raggiunto l’età del consenso.

** La violenza è l’uso della forza in modo eticamente non accettabile al fine di piegare un soggetto alla propria volontà. Dove la forza non è solo fisica, ma anche psicologica, diretta, indiretta!

Preciso che il diritto al suicidio vale se l’aspirante suicida non intralcia l’ordine pubblico. Il caso tipico è quello di chi vuole buttarsi sotto un treno, provocando un disturbo da stress post-traumatico all’eventuale conducente. Queste cose non si fanno e, se uno si salva, non dovrebbe stupirsi se il conducente gli fa causa (d’altronde soffre anche lui per un gesto, in un caso di questo tipo, egoista e incosciente). Se siamo tu ed io e proviamo a discutere, allora va bene. Ti spiegherò perché non farlo, poi scegli tu.

Eutanasia e biotestamento

Recentemente (dicembre 2017), è stata finalmente approvata la legge del biotestamento. Purtroppo la legge nasconde sempre delle falle ed è stata approvata pur con parecchi no. Quindi, la strada verso una legge veramente giusta sul biotestamento è ancora lunga, lunghissima, poiché di fatto, come con l’aborto, è più facile incappare negli obiettori di coscienza che fanno di tutto per allungare i tempi e la sofferenza del malato. Vorrei che però fosse chiaro che stiamo parlando di una condizione diversa. Il suicidio è un fallimento esistenziale. Nessuno che è felice si suicida! Quando però si è in condizioni di malati terminali, ecco che l’eutanasia, la “dolce morte”, dev’essere garantita dallo Stato. Chi è depresso e vede la vita nera e negativa non ha diritto di chiedere ad altri di fare un’azione del genere. Ma chi soffre perché è affetto da una malattia “irreversibile” deve avere diritto all’eutanasia, altrimenti è solo sadismo. Possiamo discutere sul concetto di “irreversibilità” ma, una volta stabilite le regole, il diritto all’eutanasia deve esistere. Purtroppo siamo in un paese credente, di comodo o meno, e si parla di misericordia, di bontà cristiana. Assurdità! A me pare che sia solo sadismo, un atto di ulteriore violenza verso chi già soffre parecchio. La differenza tra il suicida depresso e il malato terminale sta nel fatto che il depresso non deve pretendere che un altro abbia il coraggio che lui non ha, mentre nel caso del malato terminale è dovere dello Stato garantire una “dolce morte”.

L’intolleranza di papa Bergoglio

Il nuovo papa (sempre volutamente minuscolo), alias Jorge Bergoglio, dietro alla sua faccia da buono dimostra di essere un intollerante. Ecco la sua sparata di fine 2014:

“Da molte parti – ha osservato il Pontefice – la qualità della vita è legata prevalentemente alle possibilità economiche, al ‘benessere’, alla bellezza e al godimento della vita fisica, dimenticando altre dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza […] in realtà, alla luce della fede e della retta ragione, la vita umana è sempre sacra e sempre di qualità”.

Osceno. Dire che la vita umana è sempre di qualità è un’evidente affermazione di chi ha sempre vissuto in panciolle senza vedere come stanno, ad esempio, coloro che soffrono di malattie neurodegenerative o gravi malformazioni. Facile starsene lì ricoperti d’oro, trovando sempre cibo e ricchezza, a sparare idiozie e giudizi senza guardarsi in casa propria. Sono il primo a dire che la vita è da apprezzare, ma cerchiamo di non essere ottusi e vediamo anche le cose brutte che purtroppo capitano. E fra le cose brutte, c’è chi ha perso la sua dignità e la sua autosufficienza. Vi consiglio il film “Amour” di Michael Henke per capire cosa voglio dire. E che il papa stia zitto per non fare figuracce, una buona volta.

Nessuno può valutare quanto un’altra persona soffra, o avanzare pretese sulla vita di quella persona: che si tratti di condannarla a morte o impedirle di suicidarsi. L’idea che il suicidio sia una violenza è estremamente riduttiva e semplicistica. In primo luogo, la morte può essere preferibile ad alcune situazioni, nelle quali l’individuo pur essendo vivo non si sente libero, non sente di appartenere alla realtà che ha attorno e quindi si riduce a “soprav-vivere”. Spesso le persone che si suicidano sono quelle che più cercano la vitalità: non è infatti detto che nella morte ci sia l’inferno, o il male. Se qualcuno si sente pronto o necessitato o semplicemente desideroso di intraprendere una via simile, sta a lui. La morte può significare l’ingresso in una nuova realtà, o semplicemente il compimento della vita. Bisogna avere un’idea molto limitata della vita, della morte, della libertà e anche di Dio per negare il diritto al suicidio. Ma sono convinta che qualora uno decidesse di uccidersi per l’impulso della rabbia o di un’apice di frustrazione, allora bisognerebbe invitarlo a calmarsi e riflettere, darsi un po’ di tempo prima di saltare a una decisione tanto grande. Il suicidio non deve scaturire da una crisi repentina ma dovrebbe piuttosto essere ponderato con consapevolezza e calma, dovrebbe essere l’esito di una lunga riflessione.

k.

Premesso che il suicidio rimane pur sempre una violenza contro se stessi, ineccepibile.

I bisogni di un figlio e come educarlo

Ho letto un articolo di Andrea Tibaldi (cibo360.it) che ritengo molto valido sulla trattazione del cibo alla scuola elementare. Condivido qui sul sito la parte finale dell’articolo perché ci aiuta a capire come possiamo prevenire che i bambini, una volta cresciuti (dall’età adolescenziale in poi, diciamo), sviluppino una serie di problemi che possono rivelarsi anche molto gravi. L’educazione, in sostanza, non dev’essere solo trasmessa, ma anche rafforzata nel momento in cui il bambino si ritrova nell’ambiente sociale esterno alla sua famiglia (leggasi: la scuola, le compagnie). Purtroppo, molti genitori finiscono per limitare l’educazione dei propri figli solo ai primi anni di vita, salvo poi parcheggiarli dai nonni o a scuola senza che venga insegnato come avere autonomia e stabilità emotiva. Questo “vademecum” non dice ovviamente tutto su come educare un figlio, ma è un buon punto di partenza a cui sono sicuro pochissimi arrivano. Buona lettura.

[…]
Cosa sapere

A contatto con i coetanei, con nuove conoscenze intellettuali ed interpersonali, il bambino sperimenta nuovi gusti, giochi, abilità. Gli adulti, specialmente i genitori, sono i modelli di riferimento, gli “specchi” rispetto ai quali il fanciullo scopre differenze e somiglianze che lo riguardano.

Durante questa fase si organizzano i processi di identificazione e differenziazione su cui si basa la costruzione dell’immagine di sé e in cui si attendono e verificano le proprie modalità di attaccamento ed emancipazione dalle figure significative, è la fase in cui possiamo notare le prime espressioni del carattere.

Si comincia a delineare un senso di sé strutturato e stabile.

Lo sviluppo cognitivo da ora e fino all’adolescenza è caratterizzato proprio dalle forme che assume il senso di sé del bambino e questo va sempre correlato con il senso degli altri che il bambino ha.

La fanciullezza rappresenta comunque un periodo di grande vulnerabilità in quanto i genitori hanno la possibilità di ridefinire completamente le emozioni del bambino, anticipandogliele e/o facendogliele provare a comando, tanto che il bambino finisce poi con l’avere un senso di sé ricavabile esclusivamente dagli altri – come accade in particolare proprio ai bambini che presentano disturbi della alimentazione.

Questa confusione tra i propri stati interni (scambiati infatti spesso per fame dai bambini obesi o per inappetenza da quelli sottopeso o anoressici) e i desideri o le aspettative degli altri può addirittura finire con il coinvolgere l’identità di ruolo, che tende a stabilizzarsi proprio intorno ai 5-6 anni.

Cosa fare

Bisogna assicurarsi della condizione dei vissuti tra genitori e figli, evitare di incorrere nella situazione ad alto rischio per il quale a genitori che giudicano i figli come “perfetti ed educati” corrispondono i figli con una percezione di sé di infelicità ed isolamento. È a questa età che, per tali motivi, possono comparire i primi disturbi della alimentazione e le incessanti attenzioni delle madri alla dieta.

Il bambino va aiutato a decifrare con chiarezza cosa va bene e cosa no, cosa è accettato/accettabile e cosa no, ad esprimere – fornendogliene un modello appropriato – le sue emozioni e senza che tema per questo la critica, gli va insegnato che sbagliando si impara e che non è obbligatorio essere perfetti.

Così il bambino acquisterà una maggiore stabilità emotiva e la capacità di cogliere il punto di vista altrui aumentando le sue abilità relazionali oltre alla sua autonomia.

Il genitore dello stesso sesso viene sempre più assunto a modello e sarà bene che ne sia consapevole e regoli di conseguenza il suo comportamento verso il figlio, mentre il genitore di sesso opposto da figura protettiva che era diventa sempre più il banco di prova della propria accettabilità sessuale prima del debutto adolescenziale.

Cosa non fare

Una particolare attenzione va fatta a non chiedere al bambino di provare una emozione piuttosto che un’altra (“stai tranquillo”, “non essere nervoso” ecc.) ma aiutarlo a decifrare da solo quello che prova.

Così è opportuno evitare di dedicare una eccessiva attenzione ai risultati delle sue prestazioni e soprattutto alle apparenze ed alle sue caratteristiche esteriori: con la sua modalità concreta di pensare il bambino comincerà altrimenti a credere di valere qualcosa solo se esprime una forma fisica adeguata o se ha prestazioni eccezionali e per questo sarà così in ansia da commettere più facilmente errori, anche alimentari.

Se il bambino impara a preoccuparsi troppo di essere ben accettato dall’esterno, non riuscirà a dedicare adeguata attenzione ai propri stati interni, ai suoi gusti, alle sue emozioni e di conseguenza gli risulterà particolarmente difficile raggiungere gli adeguati livelli di autonomia e di tutte quelle abilità di confronto e impegno con gli altri che possono dare quella sicurezza di sé utile al suo corretto sviluppo psicofisico.

Al genitore di sesso opposto la raccomandazione di essere qualitativamente presente per evitare che nel figlio si sviluppi una personalità da abbandonato, i cui tratti sono spesso presenti nei soggetti in sovrappeso.

La sculacciata

Davvero è desolante come molti genitori siano contro la violenza sui bambini ma tentino di inventarsene di ogni tipo per giustificare che la sculacciata è giusta, anche se “non sempre, quando ci vuole”. Per questo motivo, riporto due trafiletti da corriere.it basati su due studi diversi ma con medesime conclusioni. Il primo trafiletto è del 16 settembre 2009, il secondo del 24 ottobre 2013.

Sculacciare i bambini piccoli li rende più aggressivi quando cresceranno e ritarda il loro sviluppo mentale. Lo indica una studio condotto da un gruppo di ricercatori della Duke University, della University of Missouri-Columbia, la University of South Carolina, della Columbia University, della Harvard University e della University of North Carolina. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista «Child Development».

LO STUDIO – Lo studio ha coinvolto bambini di età compresa tra i 5 e i 16 anni. Dai risultati è emerso che i bambini che hanno ricevuto sculacciate come punizione hanno avuto un rischio triplicato di mostrare comportamenti anti-sociali rispetto ai bambini non castigati fisicamente. Non solo i bambini sculacciati hanno ottenuto risultati meno positivi ai test di misurazione delle loro capacità cognitive.[…]

 

[…]EFFETTI DEVASTANTI – Alcuni studiosi della Columbia university di New York hanno analizzato 1.900 bambini nati in 20 diverse città degli Stati Uniti tra il 1998 e il 2000, prendendo in esame l’eventualità che i piccoli fossero stati sculacciati a 3 e 5 anni, e nel caso quanto spesso. Lo studio, pubblicato sulla rivista Pediatrics, parla chiaro, dati alla mano: il 57% delle mamme e il 40% dei papà presi in esame ha sculacciato i propri figli a tre anni di età: quando i bambini hanno raggiunto i 5 anni la percentuale è scesa al 52% per le mamme e al 33% dei papà. I bambini sculacciati a 5 anni hanno successivamente evidenziato – in particolare negli anni della scuola elementare – comportamenti più aggressivi della norma, un vocabolario ridotto e capacità verbali inferiori alla media. Gli effetti più negativi sono stati individuati nei piccoli che erano stati sculacciati in media due volte a settimana dalle madri.[…]

Quindi? Quindi è esattamente quello che vado propagandando da sempre. Non si tratta solo di essere più aggressivi della norma, ma anche di avere ridotte capacità verbali e cognitive. In pratica, le sculacciate fanno diventare stupidi. Ciò è comprensibile perché un bambino, per diventare adulto autonomo, felice e capace di amare, che sa comprendere il mondo per prevenire i problemi che può, dev’essere educato attraverso il dialogo. Se un genitore deve arrivare anche solo a sculacciare suo figlio, la colpa non è del figlio che sbaglia ma del genitore che è incapace di far valere il suo punto di vista con raziocinio. D’altronde, considerando le scarse facoltà logico-razionali della maggior parte delle persone, nemmeno mi stupisco dei risultati delle due ricerche. Non sculacciate i vostri figli, ma dialogate con loro e spiegate come e perché hanno sbagliato. Non c’è alcuna argomentazione logico-razionale per cui si debba ricorrere alla sculacciata. Ma basta semplicemente il buon senso per capirlo, non serve essere Stephen Hawking o Richard Dawkins. Se non siete capaci di dialogare razionalmente, forse avreste dovuto pensarci meglio prima di fare un figlio. Da notare come chi sostiene che sculacciare sia un modo per educare non abbia studi a suo favore dove i bambini sculacciati sono meno aggressivi e più intelligenti della media, mentre ne esistono tanti che dicono il contrario.

Alla resa dei conti, il termine “sculacciata” non è altro se non un metodo alternativo per identificare una punizione corporale, minore delle classiche botte da Telefono Azzurro ma pur sempre un atto di violenza perpetuato da chi non sa gestire un discorso razionalmente. Insomma, chi sculaccia è senza dubbio un fallito come genitore. Chi ama (e i figli vanno fatti per amarli) è calmo e paziente, conosce e dialoga, non si fa deviare dallo stress e dal nervosismo. Non credete che i bambini non vi capiscano perché hanno 3 anni. I bambini capiscono più di quello che si crede e hanno un potenziale di apprendimento maggiore di quello degli adulti (provate a imparare una lingua a 4 anni e poi a 30 anni, a 30 anni avete più difficoltà!).

Se dovete usare la sculacciata o la violenza in genere per imporvi, siete solo dei poveracci che non sanno esporre le proprie idee in modo razionale e con le parole di cui madre natura ci ha dotati. Siete solo uno spreco di umanità, dei falliti esistenziali che se la prendono con i più deboli.

Le cattive compagnie

Molti genitori si interrogano, preoccupati, su come evitare che il proprio figlio incappi in amicizie sbagliate. È incredibile, spesso ci si preoccupa come allontanare il figlio da cattive ingerenze, ma si fa poco per essere vicini al figlio. Tanti genitori credono che crescere un figlio voglia solo dire fornire tetto, cibo, istruzione. Altri hanno una visione limitata che separa il ruolo di genitore da quello di amico. Sono tutti errori! 60 anni fa, la maggior preoccupazione era dedicata alla sopravvivenza e quindi si tendeva a trascurare l’aspetto emotivo di un figlio. Oggigiorno, questo approcio è del tutto fallimentare, perché il tempo libero viene interpretato in modo sbagliato. Pertanto è necessario che il genitore sappia ANCHE essere un amico. Solo così riuscirà a guadagnare la leadership e l’autostima del figlio. Solo così riuscirà ad essere un eroe per lui (o lei, si intende, chiaro!). Se sapete fare questo, vostro figlio avrà molta meno probabilità di finire in giri sbagliati e vi rispetterà automaticamente, fidandosi di voi. È però ovvio che, per fare questo, il genitore in primis dev’essere equilibrato! E se anche non lo fosse, almeno deve mostrare impegno nel migliorare. Non a caso, nell’articolo “La società dei falliti“, spiego che lo spacciato non è il drogato che cerca di risalire la china, ma chi non ha alcuna predisposizione a cambiare e migliorare! Questo aspetto è importante, perché poi è ovvio che succedano cose come quelle che ho scritto in “So ragazzi… dementi!” Imparate non solo a fare i genitori, ma anche a essere amici dei vostri figli. Coinvolgetevi, anziché limitarvi al solito “com’è andata a scuola?”. Imparate a sapere quale band musicale gli piace, quale film lo appassiona, quale sport vuole davvero praticare anziché quello che voi vorreste che praticasse. Solo così potrete tenere vostro figlio alla larga da quei tanti ragazzi che oggigiorno “infestano” (a causa di una cattiva educazione) la nostra società. Certo, il rischio c’è sempre, il sociopatico di turno che ammazza vostro figlio può sempre capitare. Ma un genitore che non trasmette dei buoni insegnamenti a suo figlio è un pessimo genitore, ancor prima che arrivino le cattive compagnie. Non è solo dalla classica famiglia violenta e disfunzionale che possono esserci problemi emotivi o comportamentali nei figli. Spesso questo tipo di problematiche avviene in famiglie del tutto normali, che però hanno trascurato tutto ciò che riguarda il saper vivere. Tantissimi genitori credono di aver fatto tutto al meglio e non sanno spiegare i perché di un comportamento del figlio. Poi, però, la lacuna si trova sempre. Non siate così arroganti!

La malattia di essere giudici della società
La vera autostima non dipende dall’esterno

Genitori-figli e sindrome di Stoccolma

PREMESSA: leggete la nota in fondo all’articolo.

La sindrome di Stoccolma è una condizione psicologica che si ha quando un soggetto (vittima) subisce un sequestro o un abuso ma origina sentimenti positivi, quasi di affetto, per il sequestratore o l’abusatore, identificandosi con lui. Cosa c’entra la sindrome di Stoccolma con il rapporto tra genitori e figli? Mi è venuta in mente la sindrome di Stoccolma pensando a un’amica che avevo tempo fa. La conobbi a inizio 2010. Era una personalità interessante, dai pensieri profondi e molto intelligente. Tuttavia, aveva dei problemi. Era in contrasto con i genitori e, in misura minore, con la sorella reputata (a ragione) snob. Fui per lei una specie di guida ed effettivamente alcune cose migliorarono. Le insegnai ad affrontare i problemi “di petto” e a reagire alle situazioni difficili. Dopo un po’, però, iniziò a cambiare. Iniziammo a parlare sempre meno e, una volta, non ricordo se in chat o di persona, mi disse che era carina e doveva sfruttare questa sua qualità. Inoltre cambiò modo di vestirsi, imitando per certi versi la sorella e abbandonando i suoi consueti abiti semplici (e la semplicità è una vera qualità da apprezzare). Non era più lei, non la riconoscevo e ammetto di aver certamente avuto anche la mia parte nella fine dell’amicizia. Senza approfondire troppo la vicenda, la domanda che ora ci interessa è: cosa l’era successo? L’era successo quello che succede a molte persone che hanno contrasti adolescenziali con i genitori. Superata la fase della ribellione, il figlio cresce e cerca di recuperare il rapporto con i genitori, di compiacerli nel tentativo di essere finalmente accettato. Cambia la strategia: non urlo più per essere ascoltato, ma faccio quello che vuoi perché tu mi consideri. Le dinamiche coinvolte nella mente delle persone in gioco sono simili a quelle nella sindrome di Stoccolma. Nella sindrome di Stoccolma, sequestrato e sequestratore capiscono di avere lo stesso obiettivo: uscirne vivi. Solo che la polizia non lo permette perché insiste nel voler far arrendere il sequestratore! Strano ma vero, è questo che avviene. Allo stesso modo, figlio e genitori capiscono di avere lo stesso obiettivo: essere ascoltati. Purtroppo così il figlio non riesce ad essere davvero libero. Per essere accettato, dovrà fare ciò che aggrada ai genitori, rimanendo di fatto ancora in gabbia… solo che vengono tolte le catene perché ritenuto ormai innocuo. La prova evidente di questo sta in un carattere che comunque non esprime una particolare energia vitale. Si dice che così va bene perché si è guadagnata la serenità, ma non si percepisce una piena e convinta felicità. Insomma la vita è tutto sommato mediocre. Meglio di prima indubbiamente, ma nemmeno il top. Nella maggior parte dei casi, una situazione migliore viene ritenuta impossibile proprio perché si pensa a quando si stava peggio e non a quello che si può ancora avere. Quando confuto brutalmente ogni vana argomentazione del mio interlocutore, finisce 99 volte su 100 con un “sei solo fortunato” che mi fa capire che quella persona è spacciata. Qual è la soluzione giusta per essere liberi? La soluzione giusta è darsi da fare, impegnarsi, per costruirsi la propria vita dimenticando i propri genitori, senza però odiarli né provare rancore per loro. La fase di ribellione testimonia la differenza incompatibile di valori tra i genitori e il figlio. Se il figlio asseconda i genitori, vuol dire che non sta seguendo la sua strada, ma quella voluta dai genitori. Allora il figlio non è realmente (o ancora) maturo e adulto. Da notare come, a volte, capiti che quelli che prima erano gli amici fidati passino dalla parte dei “cattivi” se tentano di far presente la situazione, in uno scambio di ruoli (prima erano i genitori a fare la parte dei “cattivi”!) molto subdolo.

Nota bene

Il mio discorso si basa su genitori non equilibrati incapaci di educare correttamente un figlio e che quindi sono la causa principale dei problemi del figlio. Lungi da me dal generalizzare il discorso a tutti i genitori. Se un genitore sa educare bene il figlio insegnandogli a comprendere e amare il mondo, i valori giusti e coerenti con la società moderna, è decisamente improbabile (ma non impossibile, e bisognerebbe indagare) che ci siano contrasti nel rapporto genitore-figlio.

Disturbo evitante di personalità

Il disturbo evitante di personalità (in inglese, abbreviato in AvPD, ovvero Avoidant Personality Disorder) è un quadro clinico appartenente ai disturbi di personalità dove, sostanzialmente, il soggetto che ne soffre evita determinate situazioni e/o persone ritenute, senza alcun oggettivo motivo, come minacciose e/o disagevoli. Sta proprio nella dicitura “senza alcun oggettivo motivo” il passaggio alla patologia. Se, ad esempio, so che un quartiere di città è malfamato e ci sono elevate probabilità di essere derubato o aggredito, non posso dire di soffrire del disturbo evitante di personalità se evito di recarmi in quel quartiere. Il manuale dei disturbi psichiatrici, il DSM, nella sua quarta revisione (IV), propone questi criteri per diagnosticare il disturbo evitante di personalità. È necessario che siano presenti quattro o più dei seguenti caratteri:

– evita attività professionali che implicano significativi contatti personali, a causa di timori di critiche, disapprovazioni o rifiuti;
– è riluttante a coinvolgersi con la gente a meno di avere la certezza di essere accettati;
– mostra ritegno all’interno di relazioni intime a causa del timore di essere deriso o ridicolizzato;
– è preoccupato di essere criticato o rifiutato in situazioni sociali;
– è inibito nelle nuove situazioni interpersonali a causa di sensazioni di inadeguatezza;
– vede se stesso come socialmente incapace, non attraente a livello personale o inferiore agli altri;
– è insolitamente riluttante a intraprendere rischi personali o di impegnarsi in qualsiasi nuova attività perché può provare imbarazzo.

È interessante notare come l’evitante può anche sfociare in eccessi di rabbia o litigi. Ciò è dovuto alla sua condizione “intrappolata” nello sminuirsi o nel cercare sempre un compromesso con gli altri, venendo però meno alla propria libertà e al proprio modo di essere.

Disturbo evitante secondo i Peanuts

Cause e meccanismi

Le cause del disturbo sono variegate, un mix di fattori soprattutto ambientali ma anche genetici e biologici. Le esperienze di vita che riguardano gli evitanti vanno dalla presenza di genitori ultra-protettivi all’assenza stessa di figure genitoriali amorevoli. Il filo comune è che il soggetto evitante si è visto mancare nel bisogno di riuscire ad affrontare il mondo, senza l’opportunità di trovare una sua autostima interiore per poter gestire il suo rapporto con l’esterno (scuola, amicizie, conoscenti, insegnanti ecc). Così, l’evitante manifesta il suo disturbo in correlazione ad altre manifestazioni patologiche come attacchi di panico e di ansia, disturbi ossessivo-compulsivi, bipolarismo, depressione, fobie, dipendenza affettiva (con la dipendenza affettiva, può sembrare strano perché si tratta pur sempre di evitanti, l’evitante spera di appagare i suoi bisogni attraverso un partner che, in realtà, non è nelle possibilità di appagare tali bisogni; non avviene sempre, ovviamente).

L’evitante non ha consapevolezza delle sue reali facoltà, le sminuisce. Altre volte, diventa diffidente e può sviluppare un vero e proprio disturbo delirante come sintomo della sua insicurezza e mancanza di autostima. Ingigantisce le problematiche, è marcatamente pessimista e non riesce a mettere sulla bilancia i lati positivi e negativi di un contesto perché magari vorrebbe solo avere lati positivi. Molto spesso, vi è un allontanamento emozionale quando si creano i presupposti di creare una relazione intima, reagendo, non di rado, in modo aggressivo e ingiurioso (forma di violenza, ricordiamo), come se ciò “esorcizzasse” la presunta minaccia. Oppure l’evitante scappa via, si dilegua (sì, come fa Lucy con Raj nella sitcom The Big Bang Theory fuggendo dalla finestra del bagno) quando si sente, immotivatamente (vedi il discorso sull’oggettività), sotto pressione o accusato.

Trattamento

È difficile curare questo disturbo, per via della correlazione con altri disturbi. Si tratta di un quadro clinico molto complesso, dove la terapia può prevedere una comunanza tra cura farmacologica, psicoterapia cognitivo-comportamentale e sedute psicologiche di base, oltre a una specifica terapia per eventuali dipendenze. L’obiettivo è quello di insegnare al soggetto ad avere abilità sociali e ad aumentare i suoi rapporti sociali. Fondamentale, in una terapia volta alla risoluzione del disturbo evitante, mantenere fiducia con il terapeuta, cosa tutt’altro che banale poiché, se l’evitante mostra sfiducia e diffidamento nei confronti del terapeuta, abbandona la terapia proprio in quanto evitante. Occorre dunque rivolgersi a un evitante con particolare attenzione, se si vuole riuscire ad abbattere le sue false credenze sia verso se stesso sia verso il prossimo e le situazioni sociali.