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Una pandemia non si supera tappandosi in casa (Coronavirus)

Precisazione: molte cose di questo articolo risulteranno sgradite. E in effetti è così. Però, alla fine dell’articolo, ho voluto lasciare sempre un messaggio di positività per non essere frainteso. Mi ero proposto di non scrivere un articolo sulla pandemia COVID-19 (o Coronavirus). Pensavo che non sarebbe stato necessario, lasciando fare agli esperti e preferendo concentrarmi su altri aspetti di opportunità. Purtroppo, per come la situazione si è evoluta, l’Italia ha commesso delle grandissime cavolate:

non sono gli altri paesi che devono seguire l’Italia, ma è l’Italia che non ci ha capito niente!

Se più o meno tutti i paesi del nord Europa stanno andando nella stessa direzione, con restrizioni non troppo pesanti, non è il caso di pensare che siamo noi a sbagliare? O almeno, poniamoci il dubbio che possiamo aver sbagliato noi. Sento ripetere spesso “anche gli altri paesi”. No, non è vero. È vero che gli altri paesi si sono mossi, ma praticamente tutti i nordici hanno preso misure molto più lasche dell’Italia. E stanno facendo meglio. Noi abbiamo bloccato l’intero paese in casa (non l’ha fatto nemmeno la Cina, perché l’Hubei è una regione) per un periodo di tempo masochistico. E stiamo facendo peggio, come la Spagna che ci imita. Siamo arrivati per primi in occidente, ma siamo già indietro. Storia già vista (vedi quando facevamo i salti con la spesa pubblica, ma gli altri programmavano e ci bruciavano dopo). Potrà sembrarvi spiacevole, ma le restrizioni carcerarie dei nostri politici e governatori non risolveranno granché o posticiperanno l’inevitabile. Purtroppo, la crisi economica e sociale sarà proporzionale alle restrizioni. Io già l’ho notato nel mio comune, dove molti si sono tappati in casa a bere vino e fumare sigarette. L’ho saputo perché ho continuato a correre. Non ci ho rinunciato né mai lo farò perché lo trovo privo di fondamento scientifico, a meno di non infortunarmi (batte ferro, ormai è da anni che proseguo senza neanche un crampo!). Mi sono arrangiato con un giro diverso e vicino a casa, claustrofobico, nel deserto di orari improbabili “per evitare il contagio”. Nella mia regione, la corsa in solitaria non è stata bandita. Ma veniamo al dunque. Qual è la verità che i nostri capi non hanno capito? Che:

volenti o nolenti, il virus dovrà essere lasciato libero di circolare.

E che:

le restrizioni dovranno essere atte a non saturare il sistema sanitario e a limitare il più possibile i danni (non solo i decessi).

Alcuni hanno criticato Boris Johnson perché voleva mandare gli inglesi al macello per ottenere l’immunità di gregge. Dario Bressanini, però, ha pubblicato un articolo molto interessante dove menziona il programma per la gestione della pandemia nel Regno Unito. Sorpresa: non si parla affatto di immunità di gregge! Quella dell’immunità di gregge nel Regno Unito è una bufala diffusa dai nostri media per sostenere la soluzione carceraria che abbiamo adottato. Basta fare una ricerca in rete e si troveranno gli articoli che spiegano che cosa ha davvero detto Johnson, e sono cose completamente diverse. Il programma britannico è molto dettagliato e NON elimina affatto le restrizioni, anche molto drastiche (*), ma non si parla di immunità di gregge. È un programma pragmatico e di buon senso al contempo. Inoltre, considera il morale delle persone e la chiarezza del rischio. I nostri capi non hanno minimamente pensato al morale dei cittadini. Anziani disabili lasciati abbandonati, alcolismo dilagante, gente che di continuo va alla tabaccheria, abuso di farmaci per combattere lo stress e l’ansia, persone che hanno difficoltà a procurarsi da mangiare a livello logistico: ecco i risultati della quarantena italiana. Siamo tutti d’accordo che la salute viene prima di tutto. Ma a che prezzo in termini di distruzione sociale e depressione?

* Gli inglesi non hanno mai escluso il lockdown. Semplicemente, hanno cercato di capire quando era il momento giusto per attuarlo. La stessa cosa è stata fatta dagli altri paesi del nord. I nostri politici, invece, sostengono che gli altri hanno sottovalutato e poi copiato dall’Italia. Ecco un perfetto esempio di fake news da regime. Tutti i paesi hanno il lockdown come jolly, ma la sanno usare bene. La Germania, che a detta dei nostri capi doveva imparare da noi, è più veloce negli interventi e isola meglio i casi. Siamo noi che abbiamo copiato dalla Cina. E pure male, visto che lì si usa il codice QR per fare gli spostamenti e nessuno può imbrogliare viaggiando di notte.

Lo scenario pandemico dei britannici prevede al massimo una letalità globale del 2.5%. Come d’altronde fu anche per l’H1N1 (spagnola), a cui però si sommò la debilitazione psicofisica della guerra. Non vuol dire che morirà il 2.5% della popolazione ma che, sul totale di chi verrà contagiato, al massimo (al massimo!) il 2.5% morirà. Già sul Coronavirus alcuni stanno rivedendo la letalità sullo 0.7-1.4%, con uno 0.2% per chi non ha patologie pregresse. Non è una normale influenza, ma nemmeno l’ebola, anzi. Ecco dove ha sbagliato il nostro governo (opposizione e maggioranza, intendo). Ce l’hanno spacciata come una letalità dell’ebola, insinuando, attraverso distorsioni e propaganda mediatica, che contagiato è uguale a morto. Qualcuno dei nostrani dirà che sto facendo disinformazione (fake news) e pretenderà di censurarmi, ma il testo del programma britannico è online e lo possono vedere tutti. Non sto inventando nulla. Se ne avete voglia, leggetelo. È lungo, ma anche interessante e affronta la pandemia con un approccio ben migliore di come fanno nei nostri mezzi di informazione.

Ma non è finita qui. Una pandemia dura molti mesi. La Cina ha liberato la regione dell’Hubei (una regione, non un paese) dopo due mesi, ma la pandemia non è finita. Sta proseguendo, in maniera più ridotta e controllata, ma sta proseguendo. Così come non è finita in Sud Corea, dove le misure erano all’opposto della Cina. Già questo dovrebbe far riflettere. Risponderete che noi non siamo la Sud Corea (e nemmeno la Cina, direi), ma una persona che sa capire arriverà alla conclusione che, prima o dopo, il virus dovrà circolare liberamente. Capire il rischio è fondamentale per accettare questa realtà. Sia ben chiaro, NESSUNO dice che non bisogna fare nulla, nemmeno gli inglesi. È esattamente l’opposto! Bisogna agire ma, come diceva anche Conte ai primordi dell’emergenza, con misure né leggere né esagerate. Purtroppo, molti governatori e sindaci, presi dal panico e dagli umori della giornata, hanno premuto per misure carcerarie. E cosa cambierà? Poco o nulla. Il problema sarà solo rimandato e dovremo tutti prenderci il virus. O almeno toccherà al 60%, ma non tutti insieme. Sì, proprio come dice la Merkel. E come dice il programma britannico. Siamo sicuri che sono gli altri a sbagliare e non noi? I politici italiani dovrebbero raccontare la verità, anziché cavalcare sull’onda dell’emozione dei cittadini (non tutti, per fortuna). Non è sbagliato aver paura, ma sicuramente lo è alimentarla. Non è convincendo le persone che “tutto andrà bene” o “state a casa” che… tutto andrà bene. “Stay home” lo dicono anche gli inglesi, ma dicono anche di farsi coraggio e accettare quello che una pandemia, per definizione, porta con sé: la morte (vedi quanto scritto nell’ultima parte dell’articolo). Noi ci stiamo bruciando i prossimi 50 anni perché non l’accettiamo e pretendiamo di salvare il 110% delle persone. Gli altri paesi ne usciranno con meno danni, prendendo scelte che, emotivamente o istintivamente, gli italiani non approvano. Ma loro avranno un futuro molto meno difficile di noi.

Sarò ancora più chiaro per chi non avesse capito l’errore del nostro governo:

l’Italia sta affrontando la pandemia come se fosse un’epidemia!

No, le strategie non sono equivalenti e non è un errore veniale. Innanzitutto, da queste emergenze è impossibile uscirne completamente indenni. L’Italia (forse, e dico forse per via dalla cronica malasanità che non scompare all’improvviso) ha salvato qualche persona in più con misure sproporzionate, ma ne ha condannate moltissime altre alla crisi economica. L’ebola in alcune zone del Congo è un’epidemia (fenomeno localizzato, NON mondiale con focolai qua e là). Meglio poveri che morti, direte. Io non sarei così superficiale. La povertà porta alla disistima e alla depressione mentale, da cui poi il suicidio. L’unica soluzione per salvare chi è disoccupato è il reddito di benessere universale, che ora, a quanto pare, non è più così folle (e Grillo l’ha già promosso). Alla faccia di chi pensava che fosse solo un modo per tenere la gente a casa senza fare nulla. Ma è un cane che cerca di mordersi la coda: se il paese rimane bloccato per troppo tempo, c’è ben poco da ripartire anche per le attività essenziali che poi dovranno condividere le tasse per aiutare i più bisognosi.

Altra cosa non detta o mascherata dai politici dietro ai giri di parole. Ai dati del 26 marzo, solo il 2.1% dei morti con positività al Coronavirus (che non vuol dire essere morti PER Coronavirus!) non aveva patologie pregresse. Al netto dei contagiati non identificati, come spiego anche nell’altro articolo sul Coronavirus nella parte sullo stile di vita, una persona in buona salute, anche anziana, ha probabilità decisamente basse di rimetterci le penne. In pratica, abbiamo giocato con il futuro della futura generazione (scuole chiuse) e del paese (economia allo sbando) per salvare molte persone già compromesse perché non si sono preoccupate dello stile di vita. Sarebbe stato ragionevole prendere delle misure più tollerabili e mettere al sicuro le fasce più deboli. Invece abbiamo preferito farla pagare a tutti. Per cosa, poi? Alla resa dei conti, per salvare la faccia alla disastrata sanità italiana e far credere che sia un’eccellenza, cosa che però non è. I giovani, i lavoratori e i bisognosi (centri sociali, persone con problemi vari) devono pagare per far uscire pulito qualche politico, a iniziare proprio dalla Lombardia. Una cosa ben evidente è che l’autonomia delle regioni non funziona. D’altro canto, è anche colpa dei cittadini che votano quei partiti. Finché non avremo sviluppato una mentalità verde, cambierà ben poco in positivo.

Errori, errori, ancora errori

Lo preciso a scanso di equivoci. Quanto sto dicendo sulla gestione della pandemia non è frutto della mia personale opinione o filosofia. Lo dice il programma britannico per la gestione della pandemia, ma anche l’epidemiologo tedesco Martin Eichner. Certo che dobbiamo prendere delle restrizioni (e lo dicono “anche gli altri paesi”), ma valutarle attentamente, fare chiarezza. Non si può agire di pancia o presi dal panico. Io cittadino posso andare nel panico, non tu governatore, che invece devi rassicurare il popolo anziché trattarlo come uno scemo da rinchiudere in casa e basta. Alla fine, il 31 marzo è stato chiarito che, per attività motoria, si intendono sia il jogging sia una camminata con il figlio (genitore singolo più figlio). Gallera è sbottato, De Luca anche peggio. Sono proprio Gallera e De Luca che non ci hanno capito, detto francamente, una fava! Non appena allenteremo, e prima o poi lo dovremo fare per forza, il virus proseguirà. A meno che, pur di contrastare il virus, non ci vogliamo (o vogliano) tenere tappati in quarantena totale per 6-7 mesi o più. E a cosa servirebbe? A morire di fame, ancor prima che per il virus. Possiamo sicuramente ammettere che i dati, sul momento, sono sempre incerti, che è impossibile fare previsioni precise. Però siamo lì: in un modo o nell’altro, il virus dovrà essere lasciato libero. Quello che potremo fare è:

1) proteggere il più possibile le categorie più a rischio;
2) mettere un distanziamento sufficiente per mantenere almeno una decente qualità della vita;
3) chiudere quello che è opportuno, se proprio è necessario, senza bloccare l’intero paese.

Gli ultimi due punti sono fondamentali, perché una pandemia prevede una risoluzione di parecchi mesi. C’è un motivo se molti governi prevedono un’emergenza molto lunga. Il ragionamento del “chiudi tutto per poco tempo e ne veniamo fuori prima” non ha scientificamente senso. Il virus non conosce i decreti: passa lo stesso, perché è più furbo dell’uomo (*). Cercare di arrestare del tutto il contagio è come voler svuotare una nave allagata con un cucchiaio bucato. Il problema è che il nostro governo ha recepito i punti di cui sopra con la quarantena totale. Non dobbiamo nemmeno azzardarci a mettere il becco sul davanzale, altrimenti arriva De Luca con il drone che ti cazzia! Insomma, abbiamo reagito con il lanciafiamme (cit.) per schiacciare un brufolo. D’accordo, una pandemia non è un brufolo, ma serve a spiegare il concetto. Per carità, non si sta dicendo che dovete andare a leccare le maniglie dello Spallanzani. Ma impariamo a trovare un equilibrio: è questo che c’è tra la prima azione e quella del blocco totale che manda il paese al fallimento totale. Purtroppo, l’errore di Conte è stato quello di partire con buon senso e ragione, cedendo in seguito a un popolo che va facilmente nel panico. Ha provato a far mantenere la calma, ma poi ha ceduto alle pressioni di chi voleva imporre misure, come si dice oggigiorno, draconiane. Forse non aveva scelta contro milioni di irrazionali. Ho sempre detto che siamo un popolo allo sbando e la pandemia del Coronavirus lo conferma. Conte ha sbagliato, perché avrebbe dovuto chiarire fin da subito che, purtroppo, una pandemia prevede molte vittime, per le quali non possiamo fare nulla. I nostri politici si sono gonfiati il petto, hanno elogiato una presunta eccellenza, alcuni ne hanno approfittato come al solito per attaccare “Roma ladrona”. La verità può essere dolorosa, ma è meglio che nascondere la polvere sotto il tappeto. Mi sembra di sentire la politica d’altri tempi: mentre c’era gente che moriva abbandonata o di fame, qualcuno decantava la forza e la virilità dell’Italia. Non vi dico com’è finita.

* Se un virus è pandemico, vuol dire che per logica deve, in realtà, uccidere il meno possibile. Infatti, il virus del Coronavirus è parente di quello della SARS di inizio anni 2000 con una letalità molto più bassa (SARS-CoV e basta per la SARS e SARS-CoV-2 per il Coronavirus). Può sembrare un controsenso perché siamo abituati a vedere i virus come dannosi, ma l’uccisione è un po’ come se fosse un effetto collaterale. L’ebola non è mai diventato una pandemia (in Congo rimane un’emergenza da anni) proprio perché ha una letalità così alta da uccidere prima di diffondersi. Da noi è passato un messaggio travisato per cui contagiato è uguale a morto. E i media, anziché fare chiarezza, hanno rinforzato questa errata percezione. Ad esempio con frasi “anche i giovani muoiono”. Cosa vera, ma statisticamente rischio di più correndo tutti i giorni per un anno in strada. Eppure io sono ancora vivo (si gratta). I media hanno preso il singolo caso e ne hanno dato enfasi. Tutto dipende da come si dicono le cose. La chiarezza del rischio è fondamentale per la fiducia e per affrontare meglio la pandemia. Gli inglesi e i tedeschi l’hanno capito. Boris Johnson (che politicamente non mi piace come non mi piacciono gli inglesi, quindi non ho motivo di dargli ragione) non ha sbagliato a dire di prepararsi alla morte di molti cari. È quello che accade giocoforza in una pandemia. Essere psicologicamente pronti a questo ti fa resistere meglio. Noi italiani siamo deboli psicologicamente e vorremmo rimanere protetti nella campana di vetro. Non sono cose da affrontare a cuore leggero, ma è così e va accettato. Gli equilibri sono in continuo movimento e si riaggiustano sempre. Dobbiamo adattarci (resilienza).

Anche la nostrana Ilaria Capua sta seguendo una via controcorrente rispetto al governo. Lei, che è stata pioniera sulla conoscenza dei virus ed è stata addirittura accusata di traffico illegale di virus, poi prosciolta. Anche oggi, fa quello che qualunque scienziato è tenuto a fare: dire la verità, con distacco, anche se è doloroso. Riflettete sul perché molti scienziati stanno, chi più e chi meno, contestando la gestione italica della pandemia. Purtroppo, agli italiani non piace la verità quando è dura, quindi la Capua non è una presenza fissa nei programmi televisivi dedicati al Coronavirus. Siamo stati i primi a parlare di resilienza, ma gli altri paesi stanno già facendo e noi no. C’è differenza tra la resilienza e il masochismo! Sembra che gli italiani abbiano messo il cervello in quarantena. Il contagio non si fermerà. Andrà avanti, più lento, ma andrà avanti. Grazie alla raccomandazione dello “stay home” e proseguendo quanto più possibile la vita, potremo rallentarlo, ma non fermarlo. Il contagio si fermerà solo quando lo deciderà il virus o avremo raggiunto l’immunità di gregge. Psicologicamente, rallentare il contagio vuol dire che i dati dei morti saranno una decina al giorno e non centinaia ma, sul lungo periodo, i numeri saranno quelli (un po’ meno perché il sistema sanitario non collasserà e si potranno aiutare più persone). Non avrete lo shock di leggere 500 morti ogni giorno, ma semplicemente i morti verranno diluiti su tanti mesi.

Convivere con il virus

Alla fine, Conte ce l’ha fatta a dire che dobbiamo convivere con il virus (fase 2) prima di uscire dall’emergenza (fase 3). Già meglio, anche se non ha detto la parte spiacevole che i paesi del nord sanno fin dal principio (che molti cari moriranno). Purtroppo in pochi hanno notato che le sue parole sono un’ammissione di errore, anche se non intenzionale. Se dovremo convivere con il virus, vuol dire che mettere tutti in carcere non è servito a nulla, se non a provocare una crisi che sarà di minor entità per i paesi del nord. Certo, vi diranno che la quarantena carceraria ha salvato delle vite umane e che è stato fatto il giusto. Ma quanto è stato giusto al confronto dei fallimenti, della depressione (psicologica e non) e della crisi? Si risponderà sempre dicendo “anche gli altri paesi”. Peccato che gli altri paesi, anche con un tasso di mortalità non minimale (vedi l’Olanda), continuino a fare meglio dell’Italia. La differenza è che non mandano in crisi l’economia e il futuro del paese. Abbiamo speso ingenti forze, economiche e non, per arrivare alla stessa conclusione già capita da altri paesi: convivere con il virus e aspettare che la pandemia cessi. Per inciso, gli svedesi condividono le misure più libere del loro governo. Tra l’accettare la pandemia e l’allarmismo che provocherebbe paranoia ed ossessione come in Italia, hanno preferito, ovviamente nei limiti della situazione, continuare a vivere. Anche questo l’ho sempre detto: il modello scandinavo è anni luce avanti.

Cerco di spiegarla meglio. Noi siamo un po’ come lo studente diligente che passa l’intera giornata a studiare e prende la sufficienza. Ne tesseremo le lodi per la dedizione ma, se avesse imparato ad essere più efficiente, avrebbe preso la sufficienza dedicando poche ore di studio, facendo tante altre cose nel resto del tempo.

Il compito del governo e delle istituzioni, anziché illudere che tappandosi in casa “andrà tutto bene”, dovrebbe essere quello di:

rincuorare le persone e insegnare a gestire emotivamente la morte.

Ciò non riporterà in vita gli estinti, ma almeno sarà onesto e porterà nuove prospettive sulla vita, abbandonando i trionfalismi e le retoriche degli hashtag.

Quanto durerà? Cosa faremo dopo? Quali sono le soluzioni?

Un articolo interessante, con dati e studi, è stato pubblicato da Dario Bressanini il 2 aprile 2020. Approfondisce bene molti dei dubbi e delle critiche che ho fatto io. Esistono diverse strategie per affrontare una pandemia. Si va dal non fare nulla, con tanti morti (circa centinaia di migliaia), ma con un’uscita più breve, alla soppressione. Queste sono le strategie nei due estremi, si intende. La soppressione minimizza i morti, ma rende il decorso molto lungo e dispendioso dal punto di vista sociale ed economico. Il nostro governo sta tentennando. Non ci sta spiegando che cosa accadrà nel futuro prossimo e cosa faremo. Troppi italiani, ad oggi in cui scrivo, sono convinti che ci faremo questa quarantena e tutto sarà a posto, la pandemia sparirà. Non è così. Ne avremo a lungo, molto a lungo. Cosa faremo nel frattempo? Ci tapperemo tutti quanti in casa, nella speranza di non contagiarci mai e aspettare la fine? Moriremo prima di fame. Chi faremo uscire per prima? Le simulazioni postate da Dario Bressanini (non le ha fatte lui, ma le ha riprese) prevedono una durata della pandemia fino a novembre 2021, con diversi picchi (*). Guarda un po’, sono i tempi già considerati da altri governi, compreso il tanto vituperato Trump. Queste chiarezze non sono (ancora) state fatte dai nostri politici. Conte parla di convivere con il virus, ma è tutto fumoso. Stiamo vivendo sul qui e ora, nell’emergenziale, ma non stiamo facendo granché per il futuro. Gli italiani sono convinti di uscire dalla quarantena e dare festa. Spiace dirlo, ma non sarà così. Forse i nostri politici (sia di destra che di sinistra) hanno paura di svelare questa verità, ma allora, lasciatemelo dire, sono inadatti a governare. Capite perché #iorestoacasa ha poco senso? È semplicistico e fuorviante. “Stay home” è una importante raccomandazione, ma noi ne abbiamo fatto un po’ come una grattata nelle parti basse per scongiurare qualcosa di negativo. Vale anche per il discorso tamponi. Fare tamponi a tutta la popolazione può dare una sensazione di sicurezza, ma è fittizia (da ipocondriaco, direi). Bisogna ragionare in tattica di lunga durata (a meno di non volere un discorso breve con centinaia di migliaia di morti). Eseguire tamponi a tutti è uno spreco ingente di denaro e tempo, con il rischio di non avere risorse nei successivi periodi. Eppure ci sono regioni che fanno dei tamponi un mantra, nella pia illusione di far sentire la gente al sicuro dal Coronavirus. La parola “test” dell’OMS (“test, test, test”) è stata tradotta male. La parola medica per intendere specificatamente il tampone è “swab”.

* I mezzi di informazione parlano del rischio contagio di ritorno. L’espressione è sbagliata, perché fa pensare che la pandemia è passata ed è una ricaduta. Nulla di più falso. La pandemia, vaccino permettendo, ci terrà compagnia per molto a lungo. Sperabilmente, i successivi picchi saranno di minor entità e saranno psicologicamente meno shockanti, ma ci saranno in un periodo di tempo lungo. Per altro, il vaccino non arriva subito, ma richiede tanto tempo. Non solo per trovarlo, ma anche per produrlo. E potrebbero volerci anni. Non è come dicono i soliti media gossippari.

La soluzione più corretta dovrebbe essere (tranne per chi ha i mezzi ingenti per la soppressione, e noi non li abbiamo) una via di mezzo, come nei paesi del nord e con modalità soggettive da parte dei governi. Le restrizioni più drastiche possono essere adottate localmente e per periodi limitati. Proseguire un periodo troppo lungo in casa, come abbiamo fatto in Italia, apporta benefici minimi o addirittura nulli, ritarda l’inevitabile e brucia le risorse necessarie per resistere a lungo. La soluzione più veloce per uscirne è proprio quella più dolorosa come perdite umane, mentre una clausura prolungata provoca perdite di altro genere (suicidio e depressione mentale, sedentarietà imposta). Saremo pure stati i primi ad affrontare l’emergenza in occidente, ma siamo già quelli più indietro insieme alla Spagna. Le risposte ai dubbi sono imbarazzanti. Tutto è limitato allo sciorinare i dati e a dire come sta andando il trend tirando quasi a indovinare. Le risposte non possono essere ricondotte solo e sempre a “dovete restare a casa e basta”. Si vive alla giornata, senza un programma serio ed efficace, in un clima perennemente emergenziale. La soppressione è stata inizialmente tentata a Wuhan, allargando poi all’intera regione dell’Hubei: nessuno esce di casa, zero contatti, il governo ti porta il cibo. Ma non ha funzionato. Il virus si è diffuso lo stesso in tutto il mondo e la Cina ha sempre dei focolai. Perché il virus è pandemico, quindi destinato sempre a scappare. Si può adottare localmente la soppressione, ma non a scala globale. La Germania ha imposto divieti tollerabili per la qualità della vita, ma ha saputo controllare meglio il territorio (tracciamento) e isolare meglio i casi. Non è fortuna, come beceramente ho sentito dire da alcuni. È l’abilità di individuare i focolai attraverso lo studio dei casi e del territorio, senza imporre gli arresti domiciliari ai cittadini. Noi non abbiamo fatto nulla del genere. Ci siamo impuntati su decreti sempre più grotteschi e a rincorrere la gente in giro facendo la multa.

La retorica di #iorestoacasa

Voglio essere “insensibile” fino fondo (io lo chiamo realismo… crudo, ma pur sempre realismo). I medici vengono ritratti come gli eroi del paese. Girano molte vignette di loro che cullano l’Italia. Eroi? Come eroi erano anche i soldati mandati sul fronte nelle due guerre mondiali. I giornali scrivevano di loro con entusiasmo e trionfalismo. E invece, i soldati morivano nel freddo e nella miseria. Chi riusciva a tornare a casa soffriva di disturbo da stress post-traumatico. Ma era vietato dirlo. E come dire #iorestoacasa a chi una casa non ce l’ha, beccandosi magari anche la sanzione? Come spiegare che siamo protetti nel focolare casa-famiglia a chi subisce violenze domestiche? A chi è LGBT ed costretto a convivere con familiari intolleranti alle loro inclinazioni sessuali? #iorestoacasa andatelo a dire a coloro che vivono (si fa per dire) nei centri di accoglienza o per rimpatrio, dove l’assembramento e l’indigenza sono la norma quotidiana. Andatelo a dire ai braccianti che vi portano la verdura al supermercato, dato che l’emergenza è sanitaria e non alimentare. Andatelo a dire a quelli che vi portano la spesa sul pianerottolo o la pizza a domicilio. Per loro, #iorestoacasa non esiste. #iorestoacasa, ma qualcuno no perché si deve sacrificare per le nostre comodità.

Ecco che allora, poiché è vietato dire i retroscena della pandemia per indirizzare il popolino verso una propaganda sdolcinata come per esorcizzare la gravità della situazione (sì, è grave), non manca come al solito l’untore manzoniano: il runner o il passeggiatore. A loro viene data la colpa di diffondere il virus, evidentemente emettendo due goccioline di sudore a 3 km di distanza mentre sgambettano solitari nel deserto del quartiere o della campagna. Intanto ci dimentichiamo di tutti quelli che da #iorestoacasa sono esclusi, cosa che ci porterebbe a riflettere meno di pancia sui decreti giornalieri. La verità è che non è del tutto scorretto dire che i responsabili della pandemia siamo proprio noi umani, con il sovraffollamento e l’abuso delle risorse, la globalizzazione esasperata. Ed è colpa degli italiani stessi, che hanno votato determinati partiti (sia di destra che di sinistra), se abbiamo strutture sanitarie scadenti e insufficienti. Inutile arrampicarsi sugli specchi per dimostrare che “anche gli altri paesi”: gli scandinavi e la Germania, che hanno dato più valore alla qualità della vita, se la stanno cavando meglio (ho detto meglio, non che stanno alla grande!). Troppo facile dare la colpa al runner e ripetere come un disco rotto #iorestoacasa. L’emergenza è gestita malissimo. Alcuni motivi, al di là della solita caciara politica, sono:

– tamponi in ritardo o che vengono persi;
– mancanza di tracciamento e quindi isolamento dei casi.

Così, quando i contagi risalgono o esplodono perché non si testa bene, non si traccia e non isola, si darà la colpa a chi è in giro o non indossa la mascherina. Chi pensa che l’app Immuni servirà a qualcosa è un ottimista.

Il gioco delle percezioni

È interessante notare come, a seconda dello scopo, si possono usare i dati per raccontare la storia in un modo oppure nell’altro. La letalità del SARS-CoV-2 nei soggetti di 10-39 anni è dello 0.2%. Ciò significa che, su 100 mila ammalati, ne vedrò morire 200. Se voglio trasmettere terrore, dirò che “anche i giovani muoiono”. Ma allora vale anche l’opposto. Se la letalità del virus è del 15% per gli over 80 (compreso chi ha patologie pregresse), vuol dire che l’85% guarisce! Ecco perché ho sempre detto quant’è importante saper maneggiare i numeri nella vita quotidiana. Si vede che siamo in un periodo dove la paura vende di più. Ciò non nega la gravità di una pandemia, ma bisogna stare molto attenti a come qualcosa ci viene raccontato. Conoscere i numeri e saper riflettere su di essi con distacco (che non vuole dire menefreghismo) sono fondamentali per non farsi imbrogliare dalla risonanza emotiva e mediatica.

Ipocrisia e accettazione della morte

Dal punto di vista etico, capisco che accettare la morte sia difficile. Non ho mai detto il contrario. Ma in passato è sempre stato così. L’anomalia sono stati questi 70 anni (in occidente) di benessere. Ci sono state delle crisi, dei governi altalenanti, ma di fatto siamo stati generalmente bene. La morte fa parte del ciclo della vita, che alcuni non accettano. Siamo troppo dipendenti dalla mentalità cristiana che prevede di mantenere in vita chiunque, a tutti i costi, anche se staccare la spina sarebbe una liberazione. È come se, per molti, la morte fosse improvvisamente arrivata solo adesso, quando in realtà è sempre esistita. La differenza è che, ora, ne parliamo, mentre prima la pagina dei necrologi era quasi del tutto ignorata. È una tragedia, ma non trovo che sia giusto far pagare alle future generazioni una drammatica crisi economica per l’ostinazione di dover sempre salvare tutti. Non si può, è un gesto di egoismo puro. Io ho imparato ad accettare la morte. Il che non significa fregarsene di chi muore, ma trattarla come un evento che, prima o poi, per vari motivi, toccherà a tutti ed è naturale. È davvero incredibile la reazione di molti italiani, che sembra abbiano appena scoperto che possiamo morire e non siamo affatto immortali. Una dimostrazione di com’è facile giocare con le percezioni risale ai casi di polmonite anomala nel mese di gennaio. A nessun medico è nato il sospetto di qualcosa di ben più grave. Gli ospedali erano sovraffollati, ma nessuno ci ha badato. Era proprio il Coronavirus, arrivato in Italia da ben prima del paziente 1 (Mattia) a Codogno. Il virus ha girato allegramente e libero per un mese abbondante. Senza essere notato. Nessuno si è accorto di nulla e nessuno si è tappato in casa per la paura dell’apocalisse. Ora ci piace vedere i medici come gli eroi, ma intanto si sono lasciati sfuggire il virus per un mesetto buono, forse un mese e mezzo. Solo una persona ha sospettato che Mattia potesse avere il Coronavirus, violando i protocolli e rischiando di perdere il lavoro. Nel frattempo, chissà quante persone avrà (il virus) contagiato. Se anche non ci fosse stato il famoso esodo di sabato 7 marzo dal nord al sud, il virus si sarebbe mostrato lo stesso al sud, perché statisticamente e probabilmente c’era già. Ma se il virus è passato così inosservato a gennaio e buona parte di febbraio, com’è possibile che ci contagerà e ucciderà tutti? Chi lo pensa e vuole evitare in modo assoluto il contagio è irrazionale. Magari si è ammalato senza accorgersi già a gennaio, scambiandolo per una brutta influenza. Ogni anno muoiono circa 600 mila persone, di cui 1/3 per malattie cardiovascolari, 24 mila per disturbi psichici e comportamentali e 45 mila per inquinamento (cause dirette o indirette). Solo in Italia. Non ce ne accorgiamo perché non ce ne parlano. I morti da Coronavirus ci fanno paura perché ce ne parlano quotidianamente.

Ricevo spesso accuse perché ho continuato a correre e non faccio il solidale con i flashmob (già finiti perché la gente si dà al vino) o il tricolore sul balcone (ormai esposto senza più crederci). Non metto nessun hashtag su “iorestoacasa”. Vorrei però chiedere, a chi mi critica, dov’era la sua solidarietà per gli almeno 250 mila siriani morti in guerra, più sfollati e mutilati. Al contrario, molti di coloro che ora pretendono la solidarietà insultavano i migranti e votavano Lega. Lo trovo decisamente ipocrita. Non è benaltrismo. È coerenza contro ipocrisia. Io ho sempre sostenuto che, sebbene non possiamo ricevere un’immigrazione senza limiti, dobbiamo impegnarci a raggiungere l’uguaglianza sociale fra i paesi, cosa che i sovranisti non hanno mai voluto fare. E proprio loro, adesso, mi vengono a contestare perché non ho smesso di correre? Loro dov’erano quando erano altri a soffrire? No, mi spiace, lezioni di morale da questa gente non l’accetto. Mi auguro che gli scienziati facciano sentire sempre di più la loro voce e fermare questa farsa. Per farsa, non intendo ovviamente la pandemia, ma quello che i nostri politici e governatori stanno combinando. Il Viminale, con i chiarimenti del 31 marzo, sembra aver capito che la situazione sta degenerando nell’ossessione di fermare il contagio a tutti i costi, cosa impossibile. Ci ha messo una pezza specificando che alcune attività sono concesse. Gallera e De Luca si sono rivoltati, ma tanti esperti (esperti, non io che sono un blogger) stanno dicendo che sono i primi due a sbagliare. Sarà spiacevole da dire, ma ci è toccata la pandemia. Non l’annulleremo rimanendo in quarantena tutto il tempo, senza uscire di casa. Se dovessimo fare così ogni volta, di fatto dovremmo tapparci in casa per tutta la vita. E, lo dicono sempre gli scienziati, i cambiamenti climatici ci obbligheranno ad affrontare tante altre emergenze. Sembrerà assurdo per un paese già di base ipocondriaco come il nostro (vedi anche molti runner che si conciano da eschimesi a 10 gradi), ma la miglior strategia per sconfiggere una pandemia è, nei limiti delle eventuali restrizioni che dovranno certamente esserci, uscire di casa. Prima lo facciamo e meglio sarà, sotto ogni aspetto, anche se l’istinto alla sopravvivenza ci può portare a pensare di tapparci in casa. Prima o poi dovremo uscire e fare i conti il virus. Lo possiamo rimandare bloccando il paese per due mesi, ma dovrà succedere.

Comunque, non vorrei essere sembrato troppo pessimista. Ho detto la verità, anche se vi sembrerà scomoda e brutta. Ma c’è anche l’aspetto positivo. Troppi anni di benessere ci hanno fatto perdere il senso delle cose, di ciò che davvero conta nella vita. Ora che abbiamo visto che la morte c’è ed esiste, traiamone insegnamento. Mettiamo via quella sigaretta e beviamo un po’ meno alcolici. Curiamo la salute e facciamo sport. Accontentiamoci di meno soldi, ma di avere più tempo libero. Godiamoci la natura e andiamo di più a piedi o in bicicletta. Saranno questi i valori che, come detto nell’articolo linkato all’inizio, dovremo coltivare. E non dev’essere una recita per farsi belli in televisione, con discorsi fumosi che non saranno mai realizzati. Dovremo capirlo per davvero, altrimenti al prossimo giro potrebbe andarci peggio.

I vegetariani salveranno il mondo? Un’opinione imparziale

La lotta tra vegetariani e onnivori (o carnivori) è di lunga data e spesso feroce. In questo articolo, voglio spiegare alcune ragioni, che in parte vanno a favore dei vegetariani e in parte degli onnivori, mantenendo un pensiero razionale e scientifico il più possibile. Non tratterò le ragioni etiche, perché sfocerei nella religione e, quando si tratta di religione, diventa una sfera strettamente privata. Mi soffermerò, invece, sul discorso ambientale, mentre per quello salutistico rimando a quest’altro articolo (che è sulle proteine, ma spiega quello che serve).

Per quanto riguarda l’ambiente, è inevitabile parlare di alimentazione, poiché la carenza di risorse è un problema principe. L’equilibrio del pianeta, se così possiamo dire, è mantenuto da una parte della popolazione che muore di fame mentre l’altra parte spreca il cibo. A questo punto, i vegetariani si sono detti che, rinunciando alla carne, di fatto salveremo il pianeta. Ma è davvero così? Diciamo “ni”, cioè sì ma non del tutto e rischia di diventare fuorviante. Gli esperti e i ricercatori sono concordi: in termini di spesa energetica, la carne è perdente rispetto a una dieta vegetariana, e lo è nettamente. Facendo un calcolo per l’acqua, scopriamo che:

1 kg di carne di pollo utilizza 4000 l di acqua, 1 kg di carne di maiale 6 mila e 1 kg di carne di bovino ne consuma 15 mila.

Per confronto, 1 kg di mais consuma 1200 litri di acqua e 1 kg di grano 1800 litri. Il riso sta a 2500 litri per kg. Da notare come la carne di pecora abbia un impatto elevato, con 10 mila litri di acqua per chilo.

Attenti a semplificare!

I dati sono inequivocabili e ne troverete altri a conferma. Riflettete quando vi verrà da buttare un avanzo di carne. Risparmiare l’acqua della doccia è poca cosa rispetto a una porzione di ragù che nessuno vuole più mangiare! Il problema è che questa è una visione solo parziale dell’insieme. Innanzitutto, una persona non mangia 1 kg di carne al giorno, mentre dovrebbe mangiare molta verdura. Se mangio 80 g di carne di maiale, ho un impatto di 480 l di acqua, ben minore della lettura di 6 mila litri al kg. 250 g di pomodoro mi faranno impattare solo per 50 l di acqua, ma bisogna considerare l’eventuale spreco domestico e dei supermercati. Allo stesso modo, potremmo dire che l’erba mangiata dalla mucca contiene già l’acqua e, se un allevatore è abile, gliela farà mangiare puntando sulla qualità della produzione. Questi paragoni servono a dire che non esistono soltanto il bianco e il nero.

Inoltre, è facile notare che le risorse sono tanto maggiori quanto è l’aumento della popolazione. Se fossimo 500 mln di abitanti sul pianeta, ognuno potrebbe andare in giro tranquillamente con l’Hummer bruciando barili di benzina (ho esagerato, ma serve a spiegare il concetto… non comprerei mai una Hummer!). Se diventiamo vegetariani e la popolazione continua a crescere troppo, siamo punto e a capo. Le pandemie fanno il possibile per riequilibrare un po’ ma, in seguito, l’aumento della popolazione supera le perdite dovute alla pandemia. E di certo non possiamo augurare all’umanità di avere sempre pandemie: vorrebbe dire non avere mai i mezzi per progredire come civiltà! Ci dobbiamo dare un freno come popolazione, per cui:

ogni soluzione per il pianeta dev’essere considerata al netto del numero degli abitanti.

Non sarà bello da dire per il papa (in minuscolo, sì) o per i politici che si lamentano sempre del calo delle nascite, ma è meglio fare meno figli e avere una qualità della vita migliore. Il che non vuol dire non fare figli in modo assoluto, bensì farli in modo responsabile. Vegetariani, vegani, crudisti e altri estremismi non risolveranno nulla se la popolazione cresce insostenibilmente. Questo concetto dev’essere chiaro a tutti per evitare di adottare soluzioni che sono soltanto sintomatiche o, peggio, una terapia del dolore che prolunga di poco la vita di qualcuno.

Il buon senso e l’equilibrio prevalgono

Io ho adottato una soluzione in positivo. Anziché demonizzare la carne, dovremmo valorizzare il pesce, poiché siamo cronicamente carenti di omega-3 (no, quelli dei vegetali non sono la stessa cosa). Ho dato una linea indicativa, ponendo 80-100 g di pesce grasso in media al giorno (salmone, sgombro, aringa, sardine). Tuttavia, non bisogna pensare che, ingozzandosi di pesce, siamo con la coscienza a posto. L’ecologia marina è stata trascurata, spesso dai vegetariani stessi. Non ce lo dicono, ma la pesca è sempre meno produttiva. Finché il pesce arriva sul banco, ci illudiamo che sia tutto come prima. Ed è la cecità tipica degli umani. Quindi, eliminando da una parte, rischiamo di avere degli eccessi altrove. Vale anche per il discorso emissioni. Gli allevamenti sono responsabili del 15% dei gas serra. È una percentuale non minimale ma, se non consideriamo tutti gli altri fattori (combustibili fossili in primis), non risolviamo granché. Si potrebbero fare diversi esempi per spiegare il messaggio. Ad esempio, se ogni abitante della Terra vivesse come un bengalese benestante, avremmo bisogno di uno spazio equivalente all’incirca dell’Asia (*). Se lo stile di vita è quello dell’americano medio, avremmo bisogno di ben 4 pianeti! Ridursi a moribondi per salvare l’altra metà del pianeta è fuorviante, per non dire controproducente. Ha molto più senso agire politicamente per portare la gente a uno stile di vita equilibrato.

* Attenzione, il Bangladesh non è il paese più vegetariano al mondo come erroneamente riportato da alcuni. Il consumo di carne è basso perché è un alimento costoso. Al basso consumo di carne, infatti, si associa una preferenza per il pesce che è più disponibile. Il Bangladesh consuma molti prodotti vegetali, ma questo non ne fa per niente un paese vegetariano.

In sostanza, quello che occorre fare è ragionare sull’impatto del nostro stile di vita. Non si può dire, in base all’estremismo di ognuno, di limitare la carne a 500 g a settimana o 2-3 volte al mese. È sempre fuorviante. Il geologo Mario Tozzi credo che abbia, tra i vegetariani, un approccio ragionevole. Anche se promuove la dieta vegetariana, sulla carne non mette un divieto assoluto nel suo programma Sapiens, bensì un punto interrogativo. Non si può convincere le persone ponendo un divieto assoluto o usando termini offensivi come “mangiacadaveri”. Non si farà altro che alimentare il risentimento per difesa dall’altra parte. Mangiamo troppa carne? Molti sicuramente sì (*). Risolveremo i problemi eliminandola dalla dieta? No, perché il pianeta è sovrappopolato e continuiamo sempre a chiedere risorse in eccesso. Oltre al fatto che molte zone libere, come ad esempio nel Sahel, sono adatte esclusivamente per la pastorizia.

* Gli italiani hanno mediamente un consumo reale di 110 g di carne al giorno. Nella media, però, sono compresi coloro che non mangiano la carne, pertanto il consumo di chi la mangia è maggiore. Non si può dire se sia giusto o sbagliato in assoluto ma, se ci insegnano a mangiare un po’ di tutto, così facendo rischiamo di lasciar fuori molte fonti proteiche.

Da sportivo assiduo, ho adottato un approccio intermedio, basato sul buon senso e l’equilibrio. Infatti, molti vegetariani sono sedentari o fanno un’attività fisica blanda. Pertanto, mangiando cereali e legumi insieme non avranno problemi con il fabbisogno proteico, che è basso per questo tipo di stile di vita. Il fatto è che la vera strategia anti-invecchiamento è proprio lo sport. Le difficoltà di gestire una dieta vegetariana da sportivo vero non sono trascurabili. Idealmente è fattibile ma, all’atto pratico, la vita rischia di essere complicata o monotona. Se ci riuscite, bene, ma vedrete che, per molti, è uno scadimento della qualità della vita. Fare il bene dell’ambiente non vuol dire essere masochisti! Diffidate dei vegetariani (e ancora di più dei vegani) che vogliono dimostrare, a tutti i costi, che la loro dieta è vincente ma non sono sportivi assidui. Dall’altro lato, non è necessario ingurgitare chili di fesa per mantenere i muscoli. Io continuo a mangiare la carne e il pesce ma, con i cereali e legumi spesso presenti sulla mia tavola, assumo più proteine di molti palestrati. In sintesi:

quali sono le nostre vere necessità?

Se mangiamo troppo e siamo in sovrappeso, è chiaro che stiamo sempre sbagliando, a prescindere dalla carne (sì, ci sono molti vegetariani in sovrappeso!). Come detto, dire di mangiare 500 g di carne a settimana o solo 2-3 volte al mese non è la risposta giusta o è fuorviante. La risposta giusta è personale. Esiste però quella sbagliata, nel momento in cui addentiamo una bistecca pensando che non ci sia un impatto ambientale importante. Ciò che ci inganna è che la bistecca ci arriva sul piatto già fatta, cottura a parte, e ne abbiamo una percezione snaturata rispetto al punto di partenza. Ma ciò vale per tutto, visto che anche il grano per la pasta è solo poco meno impattante della carne di pollo (*). È qui il nocciolo: lo spreco e il disinteresse per le risorse. Fatichiamo a immaginare l’acqua e il mangime per alimentare il bestiame, ma anche la deforestazione e l’uccisione della biodiversità per i campi di agricoltura.

* Potrebbe venirvi in mente di optare per la carne di pollo e bandire quella di bovino e di maiale. Ma voglio sempre fare il guastafeste. La carne di pollo avrà pure un impatto minore nel consumo di acqua, ma le condizioni di allevamento sono spesso indigenti, per non dire dell’abuso di farmaci. Come spiego anche nell’articolo sulla qualità, la carne di pollo, in realtà, se ben allevata, è una carne di lusso.

Mi viene in mente l’esempio del formichiere, che non depreda mai avidamente tutto il nido di termiti. Il formichiere sa che può mangiare fino a un certo punto (e mica gli è impedito di mangiare). Se va oltre e devasta tutto, morirà di fame! Gli umani occidentali sono ancora troppo abituati a considerare la natura come qualcosa da dominare e sfruttare fino all’esaurimento. Al contrario, dovremmo comportarci come gli aborigeni, per cui noi umani siamo solo ospiti della Terra. Se non risolveremo granché diventando vegetariani o vegani (poiché, come detto, la sovrappopolazione è il parametro su cui valutare ogni soluzione), sicuramente imparare a riflettere su quello che consumiamo ci farà fare un passo in avanti sugli scenari del futuro. Ragionate sui pro e i contro. Mettete al netto benefici e costi. Poi, prenderete la soluzione che ritenete più adatta, ma mettendo al vaglio tutti i dati che avete, senza pregiudizi. È questo che fa uno scienziato. Risolvere i problemi ambientali limitando il discorso all’alimentazione sfocia nell’errore della monocausa. Ad esempio, che dire dei riscaldamenti, che rappresentano una fonte principale delle polveri sottili? Ma ciò non significa che non dobbiamo porci degli interrogativi, nascondendo la polvere sotto il tappeto per fingere che non ci sia.

E il pesce?

Spesso, viene data poca importanza alla pesca, ma anch’esso ha un impatto ambientale. Il problema della pesca è che le risorse vengono sovrasfruttate o non si rispettano i cicli di vita. Alcuni tipi di pesca sono molto dannosi per l’ambiente, come quella a strascico. Tuttavia, una pesca fatta in modo sostenibile è generalmente meno impattante rispetto alla carne bovina o di agnello. Una dieta pescetariana intelligente (pesce grasso e molluschi), anche con un mix di acquacoltura soprattutto estensiva, può addirittura essere migliore per l’ambiente rispetto a una vegetariana o vegana! Però ritorniamo al solito discorso. Se la popolazione cresce in proporzione maggiore della pesca sostenibile, non ne veniamo fuori.

Il Coronavirus ci dice che dobbiamo seguire una vita semplice e sportiva

Domenica 8 marzo 2020 scatta la zona rossa in Lombardia e altre zone limitrofe per l’emergenza Coronavirus. In seguito, l’intero paese è stato bloccato per lungo tempo. Il mio articolo, tuttavia, vuole parlare in modo più ampio, sfruttando l’emergenza del Coronavirus (*) per dire cose che penso già da tempo. Non voglio snocciolare dati e riportare le misure previste, perché non è questo lo scopo. Anche se non era inizialmente nelle mie intenzioni, alla fine sono stato costretto a scrivere lo stesso un articolo sulla pandemia in sé. Lo trovate qui, ma vi avverto che potrebbe non piacervi (non del tutto, il finale lancia un messaggio di positività). Questo articolo verte in chiave prettamente positiva, mentre quello per le polemiche, vedi l’ipocrisia di #iorestoacasa, è l’altro che ho linkato.

Ma torniamo a noi. Innanzitutto, la prima cosa che si nota è che:

le epidemie sono la normale conseguenza della sovrappopolazione.

* Messo in maiuscolo perché quello dell’inverno 2019-2020 è diventato “il” coronavirus per eccellenza. In realtà, la SARS di qualche anno fa era sempre un coronavirus, così come ne esistono altri ancora. Il nome completo del Coronavirus è Coronavirus Disease 2019 (COVID-19, appunto).

Dovrebbero seriamente riflettere i sostenitori delle megalopoli, dove le pandemie e le epidemie si diffonderebbero come niente. Sul pianeta, stiamo crescendo sempre di più e, nelle passate epoche storiche, una malattia (peste, vaiolo, ebola ecc) è spesso intervenuta a limitare la sovrappopolazione. Alla faccia dei politici, dei media e del Papa che si lamentano della bassa natalità! Notate la contraddizione di alcuni programmi televisivi, come Geo: avvertono sui cambiamenti climatici, ma si preoccupano che non facciamo figli. Non a caso, il contagio del COVID-19 è partito dalla Cina, dove le città sono dei formicai, e si è diffuso facilmente nella società globalizzata. Questa è la cosa che non piacerà a molta gente, e che i politici stessi tendono a non dire:

l’emergenza del COVID-19 o altre malattie simili diventerà la normalità.

Chi non crede che non sarà la normalità ricordi la pandemia dell’A/H1N1 del 2009 (detta suina perché, si sa, piace dare soprannomi razziali). Perché ce ne siamo accorti meno del Coronavirus? Perché l’Italia fu meno colpita di altre zone del mondo, soprattutto il Nord America. Nel novecento, ricordiamo la spagnola (H1N1), l’asiatica (H2N2), Hong Kong (H3N2). Ciclicamente, si ripete una pandemia. Se una volta non ci tocca (vedi l’A/H1N1), la prossima volta forse sì. La SARS di inizio anni 2000 fu, invece, un’epidemia.

Cosa fare? Non di certo andare nel panico e assaltare i supermercati per la paura dell’apocalisse! La parola che, per fortuna, inizia a circolare è resilienza. I cambiamenti climatici (comprese le migrazioni che ne derivano) ce lo stanno dicendo da un pezzo. Il Coronavirus Disease ce lo dice ulteriormente, essendosi diffuso non perché è pericolosissimo, bensì perché è geneticamente adatto a scardinare i nostri punti deboli: i luoghi di aggregazione. È un virus che punta sui grandi numeri, non sul tasso di letalità, mandando in tilt il sistema sanitario. Poco cambia se c’è o non c’è un vaccino. Una singola emergenza è sempre destinata a scemare, ma ne potrebbero arrivare altre che richiederanno un contenimento, più o meno drastico in base al caso. È questa la realtà che ci attende, ma è proprio per questo che il panico non ha senso.

In sostanza, dobbiamo cambiare il nostro modello di società. Politici e cittadini hanno tergiversato o girato la faccia dall’altra parte a ogni segnale, per decenni. Vengono fatte politiche ambientali risibili, preferendo sempre mantenere gli interessi economici. Anche durante l’emergenza Coronavirus molta gente era principalmente interessata al portafoglio (vedi Forza Italia e centrodestra in generale), curandosi in modo appena sufficiente della salute. Un po’ come quando, prima della rivoluzione francese, in tempi di carestia, i poveri dovevano dare al ricco l’unica pagnotta che avevano. Lo smog e l’inquinamento fanno all’incirca 45 mila morti all’anno in Italia e ce ne siamo infischiati. Quindi, se in futuro vogliamo evitare scene di panico come di recente, i finanziamenti alla salute e alla sanità devono essere la priorità. Non intendo solo gli ospedali e il personale medico, ma anche attività come le ciclopedonali e i parchi spaziosi. Perché? Perché, ad esempio, una persona sana e sportiva ha meno probabilità di ammalarsi e un sistema immunitario più forte. E poi perché lo spazio è fondamentale per ridurre le probabilità di contagio. Non lo dico solo per il Coronavirus (che tanto passerà o tornerà più leggero), ma in generale. Sono praticamente le stesse regole che dovremmo seguire per l’influenza.

Il difficile è convincere chi ha sempre ricavato profitto a cambiare mestiere. I politici dovranno essere eletti in questo senso, non più di pancia o per risonanza sentimentale (vedi Salvini e Trump). Non è un caso se, tra le perdite economiche, le maggiori sono tra le costruzioni, proprio come già dicevo sul non aver bisogno di altre strade. I ristoranti perdono, ma in modo minore, segno che, forse, ci siamo viziati un po’ troppo. Nessun male ad andare al ristorante, ma spesso ci andiamo per far vedere di potercelo permettere. Se mangiassimo alla mensa di lavoro, mangeremmo probabilmente meglio! Per non dire dello sballo in discoteca, su cui non dico nulla per non sparare una cartuccia troppo facile. Insomma, il Coronavirus non ci dice che moriremo tutti, ma che:

dobbiamo imparare a condurre una vita più semplice.

Per fortuna, qualcuno che va controcorrente condivide il mio pensiero. Si parla di approfittarne per rendere la scuola più interattiva, ad esempio. Sono nuove prospettive, nuove opportunità per migliorare. Penso alla Finlandia, che negli anni ’70 ha vissuto una grave crisi di analfabetismo. Seguendo la filosofia del “nessuno deve rimanere indietro” (rispetto a chi, nell’emergenza Coronavirus, ha promosso spregevoli ideologie proprio sull’esatto contrario), il paese scandinavo ha svoltato e, ora, ha scuole da primato. Tutto sta nel voler cambiare.

Personalmente, il Coronavirus non mi ha quasi per niente cambiato la vita. Non sono mai stato un amante della discoteca e mi piace bere una birra in tranquillità, non stretto fra centinaia di tamarri cerebrolesi. Amo correre in solitaria e non gareggio mai, perché voglio concentrarmi e sentirmi un tutt’uno con quello che faccio, senza distrazioni. Mi piace respirare la natura e lo spazio aperto, non lo smog delle grandi città o il chiuso di una palestra. Se ci sono 30 gradi o zero, non mi importa: mi adatto. Alla cucina del ristorante di lusso, preferisco una pasta ai fagioli. Potrà sembrare strano, ma il Coronavirus è un’opportunità per poter finalmente coltivare dei valori che abbiamo trascurato.

L’importanza dello stile di vita

Forse non ci avete badato granché. Non ho parlato di sport per deformazione professionale (a parte che non lo faccio di professione). Del Coronavirus, si è detto che colpisce perlopiù le persone già compromesse o vecchie. Ma cosa vuol dire persone già compromesse? I media non dicono che non sono soltanto quelli che si ammalano di tumore all’improvviso o che soffrono di patologie genetiche, ma anche quelli che hanno contratto patologie dopo decenni di cattivo stile di vita. E i vecchi? I media non dicono che, dopo i 90 anni, la letalità del virus torna a calare rispetto alla fascia di 60-80 anni. Il perché è intuibile: se uno campa così a lungo, è geneticamente fortunato o, più probabilmente, ha saputo mantenere un corretto stile di vita. Volete difendervi meglio dai malanni? Fate sport! Il Coronavirus non ha fatto altro se non mettere alla luce (o mascherare, a seconda del punto di vista) il cattivo stile di vita degli italiani, spiattellando brutalmente quant’è il loro costo economico. Osservando le persone gravi in altri paesi come la Corea del Sud, c’è una differenza troppo netta per usare la scusa dell’età. Siamo più vecchi, sì, ma con un cattivo stile di vita. Stento a credere che le persone con immunodepressione congenita o gravi patologie genetiche siano così tante (in sostanza, le persone che NON hanno colpa). Ciò dimostra quello che dico già da tempo: non essere malati non è equivalente ad essere sani! Se non fosse così, perché i giornali riportano quasi sempre i personaggi famosi che sono rimasti infetti anziché quelli deceduti?

C’è un’altra prova che dimostra l’importanza dello sport per la prevenzione: la minor letalità del Coronavirus sulle donne rispetto agli uomini. È sorprendente come gli esperti si siano dati battaglia per parlare della pandemia ed esporre teorie, ma siano tutti (tra quelli che ho sentito) caduti dal pero su questa differenza, forse volontariamente o per comodo. La spiegazione è molto semplice e si vede nel quotidiano. Le donne sono mediamente più in salute e più magre, bevono e fumano meno. Infatti, è così che si spiega anche l’aspettativa di vita maggiore delle donne a livello generale. I nostri politici sono andati in direzione opposta, disincentivando ancora di più l’attività sportiva per la salute. Anzi, individui come De Luca e Zaia, grazie alla complicità dei media rimasti orfani dell’argomento migranti, hanno addirittura mosso la caccia alle streghe contro il runner solitario che vuole prendersi cura di sé. Sono convinto che, se fossimo una popolazione più in salute e sportiva, avremmo avuto meno morti per il Coronavirus. Invece, i media e i politici hanno voluto cavalcare l’onda della paura e della paranoia anziché fare una vera educazione allo stile di vita. Non solo non l’hanno fatto, ma hanno addirittura dipinto chi fa sport come un odierno untore manzoniano. I nostri politici e governatori continuano a non capire cosa è importante per stare in salute, che lo sport è fondamentale per combattere meglio i malanni e non qualcosa contro cui accanirsi.

Nessuno è immune, ovvio. E, giustamente, un nuovo virus di cui non si ha nemmeno il vaccino dev’essere contenuto per scongiurare numeri elevati. È una cosa da prendere con massima serietà. Ma non dimentichiamo che fumo, obesità, abuso di alcol sono tutti fattori di rischio, a prescindere dal Coronavirus. Il Coronavirus, con la sua letalità un po’ più alta della solita influenza (un virus che sopravvive e si adatta all’uomo deve uccidere il meno possibile, non come l’ebola), ha fatto cadere tutto il castello di carte degli italiani che, per mezz’ora di camminata ma con 10 kg di sovrappeso, hanno sbandierato di essere in forma o “sentirsi bene”. I dati dalla Cina (circa 44 mila casi nell’esame) dicono che la letalità del Coronavirus è dello 0.2% nella fascia di età dai 10 ai 39 anni. Per gli over 80, la letalità è del 15%. Le malattie pregresse, cioè praticamente quelle legate al cattivo stile di vita, aumentano la letalità in qualunque fascia di età. Non prendetevela per questi dati. Riflettete, invece, sull’importanza dello stile di vita per fare prevenzione!

Questi sono i dati della letalità del virus per fasce di età:

Età Tasso di mortalità
80+ anni 14.8%
70-79 anni 8%
60-69 anni 3.6%
50-59 anni 1.3%
40-49 anni 0.4%
30-39 anni 0.2%
20-29 anni 0.2%
10-19 anni 0.2%
0-9 anni 0%

La tabella può essere letta in tanti modi. Ci dice che un 65enne entra nella vecchiaia, ma non lo è così tanto. Se si mantiene in forma ed è sportivo, avrà una letalità paragonabile a quella di un 45enne. A 70 anni, se avete fumato o siete in sovrappeso, siete sull’orlo di finire molto male (ammesso di esserci arrivati). Se siete arrivati a 80 anni con questi problemi, di fatto siete spacciati. Tuttavia, se a 80 siete rimasti sportivi, avrete un’efficienza fisica paragonabile a un 60enne sedentario. È proprio quello che ho scritto già, ad esempio, su corsa ed età fisica. Anche l’anoressia è un fattore di rischio. Infatti, una spiegazione dei morti giovani per H1N1 può essere la debilitazione psicofisica dovuta alla guerra (malnutrizione e conseguente indebolimento del sistema immunitario).

Purtroppo, i nostri politici, sia di destra che di sinistra, hanno perso un’occasione per spiegare l’importanza dello stile di vita. Mentre in altri paesi si spiega l’importanza dello sport ancora di più in quarantena, da noi chi corre, seppur in solitaria e con le distanze, viene additato come untore finisce sotto la condanna dell’Inquisizione.

Il monito… seguiamo il modello scandinavo!

Purtroppo, temo che alcuni parlino di opportunità in modo artificiale o recitato. “È grave” ho sentito spesso. Io credo che non si sia capito che è grave quello che ci aspetta se non cambiamo per davvero. So che risulterò politicamente scorretto, perché ci sono sempre delle vite coinvolte, ma il Coronavirus è un virus poco contagioso e poco letale. Eppure, ci ha già mandati in ginocchio per bene. Cosa succederebbe con un virus un po’ più contagioso e un po’ più letale? Allora sì che avremmo un bollettino da guerra in Siria anziché poche migliaia di vittime (grazie alle misure del decreto di Conte). Già, perché alcuni hanno paragonato i morti del Coronavirus alla guerra in Siria, dove invece i morti sono almeno 250 mila, più sfollati e mutilati. Non è bello per chi ha perso un caro, ma è un insulto verso i siriani o chi ha fatto le guerre mondiali nel novecento. Invece, il Coronavirus può essere un’occasione proprio per comprendere un po’ il dolore dei paesi poveri o in guerra e aiutarli a risalire (aiutare non è dare la ciotola di riso o l’accoglienza senza limiti, ma sono discorsi già spiegati nell’articolo sull’immigrazione).

Tante persone non hanno capito che la difficoltà non è il momento dell’emergenza, bensì il dopo (o il prima, a seconda del punto di vista). E non mi riferisco solo a riparare i danni subiti dai lavoratori. Se la società non cambia e non la smettiamo di anteporre il profitto alla salute e alla sanità, le emergenze saranno sempre più gravi e incontenibili. I flashmob a cantare sul balcone o ad applaudire non servono a niente se, passata la tempesta, vogliamo ricostruire la società esattamente com’era prima. Perché è che abbiamo sbagliato. Applaudiamo i medici e gli infermieri che fanno gli eroi, ma siamo noi che, votando male o annebbiati dalla ricchezza e dal consumismo, li abbiamo costretti a farlo con un modello di società che stava già andando al collasso. Se vogliamo ricostruire tutto uguale a prima, crolleremo ancora e non ne usciremo mai! Far parte della filiera alimentare o Decathlon è molto più importante di produrre profumi. Non me ne vogliamo i profumieri, perché è solo un esempio fra i tanti che si possono fare per spiegare il concetto. Molti non saprebbero cosa fare o dovrebbero cambiare mestiere. Ma lo so benissimo. Ecco perché propongo il reddito di benessere universale, un tipo di sistema che, evidentemente, calza a pennello con i nuovi sviluppi del futuro. Ci si dovrà accontentare di avere meno soldi, vero. Ma preferisco avere meno soldi e vivere! Compriamo un paio di scarpe da corsa (per resistere meglio al clima e alle malattie e per ritardare la vecchiaia) e meno vestiti firmati o auto di lusso. Usiamo i social network per comunicare davvero, non per creare gruppi di odio o sprecare il tempo quando non c’è nulla da fare.

Dobbiamo imparare a capire cosa è utile e cosa no. Evidentemente, continuare a costruire strade non è utile. Anzi, semmai è dannoso! Più importante sfruttare le tecnologie per la scuola, il lavoro e la ricerca scientifica. Ci servono medici e ricercatori, non i Berlusconi o i Salvini. Tutto questo si esprime con il voto. Impariamo a chiedere una società meno indirizzata all’arricchirsi e più attenta alla qualità della vita. Il problema sta sempre lì: nel voler cambiare ed essere disposti a fare un altro mestiere, magari con una busta paga più leggera. Ma è una realtà che va accettata, altrimenti non avremo scampo. La Finlandia degli anni ’70 (come in generale tutti gli scandinavi) ha saputo svoltare. Erano obbligati, perché avevano capito di non poter competere con le altre forze mondiali. Hanno fatto un grandissimo investimento sull’istruzione, che è stato meravigliosamente ripagato. Ora tocca a noi. Non farlo significa affossarci definitivamente per tanto tempo.

Gli insulti a Liliana Segre e la tattica dell’elettore spaventato

La notizia su Liliana Segre che riceve 200 insulti al giorno mi ha colpito particolarmente. In pochi si sono accorti sul come la Lega ha avuto successo, vedi le elezioni in Umbria di ottobre 2019. Io l’avevo già intuito osservando quello che succede nel mio comune. E, per questo motivo, sono contento che ne abbia parlato Report. Non sono un appassionato di Report, ma devo ammettere che stavolta ci ha azzeccato e confermato, portando le prove, quello che avevo già intuito da tempo.

Insomma, cos’è accaduto? Che cosa significano gli insulti che riceve la Segre? In realtà, come spiega bene anche Report, sono insulti fasulli. Non possono veramente esserci 200 persone diverse, ogni giorno, che insultano una persona. Non dico che sia impossibile in modo assoluto, ma ne dubito fermamente (è improbabile, diciamo). Sono poche decine di persone, che usano diversi account (i cosiddetti “account anomali” menzionati da Report) e fanno credere di essere molti più di quelli che sono. Ora, giustamente farete notare che è una cosa stupida e bambinesca far credere di essere in 200 quando si è solo una manciata. È quello che ha ribattuto anche la Meloni quando Report le ha fatto notare gli “account anomali” a lei associati, sostenendo che non se ne fa nulla, che le interessa la gente vera. È proprio questo il punto. Se la tattica si basasse esclusivamente sullo sponsorizzare i contenuti alle persone “predisposte”, non funzionerebbe. Lo scopo è quello di far credere che loro sono tantissimi, che sono dovunque, che non ci puoi fare nulla. In sostanza, stattene a casa, tanto abbiamo vinto… chiuditi in casa e rinuncia a votare, che tanto siamo in troppi per sconfiggerci! È avvenuta la stessa cosa nel mio comune, con volantini diffusi (non si sa quanto legalmente) nelle cassette della posta di ogni abitante e adesivi appiccicati ai lampioni e sui cartelli stradali. È stata fatta campagna di attivismo che, di fatto, non ha permesso di avere un’opposizione.

Si ricorda il detto:

i cattivi trionfano dove i buoni non intervengono.

Si è usata la definizione di macchina della paura, ma questa macchina viene alimentata in entrambi i sensi. Non si punta solo le persone che sono contrarie all’aborto o hanno paura dei neri o dell’Islam, ma anche chi è contro le discriminazioni. È per questo motivo che non bisogna sminuire i 5-6 hacker che si spacciano per 200. Si va a colpire una condizione molto umana. La condizione è la seguente:

ognuno di noi ha bisogno di adeguarsi e appartenere a un gruppo.

È naturale e normale, psicologico, basato su quello che è l’essere umano. Fa parte dell’umanità. Quindi, se io faccio credere che tutto il popolo è fascista, spingerò gli altri ad adeguarsi a questo tipo di mentalità. Ognuno di noi cerca di appartenere a un gruppo, di sentirsi partecipe e coinvolto a qualcosa.

Sono convinto che, per quanto l’ultradestra sia un serio problema di questi ultimi tempi, ci sia anche un forte residuo anti-fascista, che però è stato demoralizzato da queste tattiche elettorali. Affinché i buoni non intervengano, bisogna creare le condizioni adatte per non portarli ad intervenire. Ma è tutto studiato dai vari collaboratori, esperti del settore, informatici, tecnici ecc. Salvini, alla fine, è solo l’immagine umana di un’ideologia, né più né meno rispetto a Hitler. E, come avvenuto anche per il nazismo, non credete che il consenso si ottenga parlando solo di immigrati (ebrei nel caso del nazismo) per tutto il tempo. Se io sono un cattolico che finora non ha mai votato Lega, ad esempio, la Lega mi sponsorizzerà, sul mio social network preferito, un contenuto specifico per me e mi porterà a votare per la Lega. Non importa se i contenuti sono bufale (come quello degli africani che spaccano un’auto dei carabinieri) o semi-informazioni. Condiviso o twittato da centinaia di “account anomali”, diventa verità! Intendiamoci, la colpa è anche dell’opposizione stessa. Mentre Lega e FDI organizzavano e pianificavano queste mosse, tutti gli altri hanno dormito. Ovvio che poi Salvini e la Meloni invochino alle elezioni (*). Partono già in vantaggio, essendosi preparati in anticipo, sfruttando l’assenza altrui! D’altro canto, tutto questo fa sempre parte della tattica. Il compito di un governo è… governare. Quindi, l’estrema destra crea continuamente zizzania e fa continuamente la voce violenta, in modo tale che il governo si concentri a ribattere contro il rivale e, appunto, non governi (sia che si governi male o bene, si intende). La vera opposizione è fatta da chi ha in mano la cultura e la può diffondere in modo efficace. Infatti, se notate, negli ultimi tempi si è sviluppata una grande differenza tra i programmi politici di Mediaset e le trasmissioni della RAI. Mediaset (vedi Stasera Italia) fa spesso vedere che gli immigrati sono criminali o parla dei rom che si sposano a 13 anni. La RAI, per contro, mette in luce gli aspetti profondi dell’immigrazione o dell’integrazione. Forse con un po’ di buonismo tipico della vecchia sinistra (che non mi piace), ma sicuramente con mente aperta e onesta. Mediaset trasmette Stasera Italia dove si urla contro qualcuno o un diverso, la RAI invece Kilimangiaro che offre i racconti di chi lavora sulle navi ong o i film a tema come Bangla (**). Anche la Gazzetta dello Sport, poiché il razzismo si sfoga spesso nello sport, sta facendo un acculturamento positivo contro il razzismo.

* Chiariamo una cosa. Lega e FDI sono perfettamente uniti. La cosa curiosa è che tanta gente vota FDI credendo che sia meglio. La Meloni, in fondo, è una donna. La fregatura sta qui! Lega e FDI usano gli stessi contenuti e le medesime strategie. In pratica, FDI è solo la faccia “femminista” della Lega. Se uno va a vedere quello che dice la Meloni nei suoi comizi, si accorge che dice cose molto più violente e razziste di Salvini. Nel mio comune, è stata fatta una cosa simile. Il centrodestra si è messo nella lista civica, fingendo un’opposizione che non c’è. Quindi, uno vota l’altro partito pensando che sia meglio. Se votate FDI pensando che sia meglio, siete dei fessi.

** Bangla è un film molto interessante, che coglie perfettamente le dinamiche della società italiana. I vecchi razzisti non hanno colpa… sono vecchi, ma non hanno colpa, intendendo proprio che hanno la colpa di non essersi aggiornati. Ed è vero, il razzismo è solo una parte della loro mentalità, che è retrograda a 360 gradi. Viene descritta la famiglia romana e italianissima, volgarotta ma aperta e simpatica. Paradossalmente, è più chiusa la tradizionalista famiglia del protagonista. Tra i coetanei di Phaim (il protagonista), ci sono le amicizie e le inimicizie, ma svincolate dalla questione razziale. Le amiche della protagonista (Asia) non sono cattive con Phaim perché sono razziste, ma perché sono le tipiche invidiose e gelose.

Il caso Cambridge Analytics

La cosa interessante è che non sono tattiche nuove. Gli hacker di 20 anni fa già lo facevano. E sono gli stressi trucchi usati da Trump per la sua macchina elettorale. Non a caso, i nemici di Trump e della Lega sono di tipologia simile o identici (i giornalisti per entrambi, l’Europa per la Lega e la Cina per Trump, Facebook quando si accorge di qualche account anomalo e lo banna). Anche in Svezia è stata fatta la stessa cosa: sponsorizzare determinati contenuti ad alcuni, in modo mirato e specifico, e infondere la paura ai buoni per farli stare a casa. Solo che gli svedesi sono ben più intelligenti degli italiani e non ci sono cascati. E, negli Stati Uniti, male che vada nessuno può governare per più di due mandati. Anche la Brexit si è basata su queste strategie di manipolazione, che va a colpire la psicologia delle persone, ad esempio prospettando, e dando quasi per certa, l’entrata nell’UE della Turchia per diffondere la fobia. Così come gli informatici e gli esperti del digitale sono andati a colpire i tasti delle persone per sostenere Trump o far perdere la fiducia nella Clinton (che comunque, di suo, non è stata sufficientemente forte). La paura funziona sia per gli uni che per gli altri: chi ha paura dei violenti e sta a casa per la paura di rappresaglie, chi degli immigrati. Sono strategie usate un po’ dovunque dalle destre sovraniste e, finora, solo gli scandinavi ne sono rimasti immuni. I dati vengono inventati di sana pianta o proposti secondo la sfumatura voluta per un tipo di personalità del cittadino. Una volta riconosciute queste strategie di manipolazione, che fra l’altro usano anche i supermercati, possiamo agire in modo indipendente, usando la nostra testa, senza cascare nei tranelli o nelle distorsioni. Ci vuole una buona dose di spirito critico, certo, ma ho sempre detto che questa è una dote da coltivare, necessaria per la qualità della vita.

L’errore è sottovalutare

Ho detto che 200 persone che insultano Liliana Segre non sono reali, ma molti di meno. Non vorrei che si capisse male cosa intendo. Sottovalutare è pericoloso, perché porta al negazionismo e al ripetersi di vecchi eventi storici (vedi sul perché è importante la memoria). Occorre capire l’importanza che ha una minoranza. Mi spiego. Anche in Svezia ci sono estremisti di destra, ma sono 1 su 10. Questo 1 su 10 viene bloccato. Fa molta risonanza quando accade un episodio in Svezia, ma questo proprio perché è una rarità. In Italia abbiamo 2 cittadini su 10. Sempre minoranza, vero. Peccato che 2 su 10 siano una minoranza che diventa decisamente problematica, soprattutto se si sottovaluta e non si fa nulla per scoraggiare. L’errore è vedere questo tipo di minoranza come di poco conto, perché è così che la minoranza inizia, gradualmente, a diventare maggioranza tramite il passaparola e le bufale (complice la carenza scolastica nello spiegare la storia). In Svezia quell’1 su 10 viene bandito, mentre in Italia (e spesso anche in Germania) quei 2 vengono visti come normali. Poiché non abbiamo mai veramente debellato il nazifascismo, l’atteggiamento ignavo degli italiani e dei tedeschi è molto pericoloso. Ed è la realtà, purtroppo. Non sono io ad essere tragico, perché lo dimostrano i numeri. Quei 2 su 10, in Italia, adesso sono diventati 3. Sempre minoranza, direte… ma intanto sono aumentati.

Le statistiche confermano la brutta situazione. Secondo il 19.8% degli italiani, Mussolini è stato un grande leader che ha solo fatto qualche sbaglio. La percentuale dei negazionisti dell’Olocausto era del 2.7% nel 2004, mentre al 2020 è del 15.6%. Per quasi il 40% delle persone, gli atti di anti-semi tismo sono scherzi o bravate. Ecco cosa succede quando non si interviene fin da subito, trascurando i programmi scolastici, i valori di vita e lasciando campo libere alla politica violenta.

Se l’italiano non è razzista…. faccelo diventare!

L’azione dei cittadini è quella fondamentale. Occorre capire che vale sempre la pena votare, che è tutto un inganno. Come dice bene qualcuno, basta spegnere i social network e si vede un’Italia ben diversa da quella che descrivono Salvini e la Meloni. Internet è un mondo in cui si possono creare alcune distorsioni e gli estremisti accalappiano quel tipo di persone. Questi metodi funzionano, ma solo negli ambienti paesani, che di certo non rappresentano la totalità dei cittadini. È difficile sviluppare il razzismo se i ragazzi a scuola vivono serenamente accanto a cinesi, africani, asiatici ecc. Sono tutte persone amiche tra di loro o che, verissimo, si odiano, ma a prescindere dalla religione e dalla diversità. Guardate Bangla, di cui ho parlato prima, e capirete cosa intendo. Tuttavia, se enfatizzo la propaganda su internet e la racconto in un certo modo, farò vedere una specie di realtà alternativa e, puntando opportunamente sui giovani più predisposti, farò scattare i contrasti anche a scuola. È la stessa cosa successa con il fascismo del novecento: prima eravamo amici e giocavamo insieme, adesso non più e ti sputo in faccia! Ma non bisogna farsi ingannare. Tanto per chiarirci, guardate le elezioni in Umbria. Siete sicuri che sia stato davvero un mega successo della Lega? Non direi. È vero che l’affluenza è stata più alta rispetto al 2015, ma di poco, e complessivamente siamo ben al di sotto del 70%. Ciò significa che continua a mancare una parte dell’elettorato. La Lega non vince perché ha veramente il consenso di tutto il popolo, ma perché spaventa chi si dissocia da quelle ideologie, portandolo ad essere rassegnato e sfiduciato. Ora, l’errore è credere che chi resta a casa sia solamente un ignavo, ma non è propriamente così. Vero, spesso gli italiani sono ignoranti, non hanno voglia di fare e via dicendo (siamo dei mediocri, e fin qui lo sappiamo già). Però, se continuiamo ad accusare e dare la colpa, sbagliamo. Sono le percezioni a fare la differenza ed è per questo motivo che ho tirato in ballo quanto successo a Liliana Segre per spiegare i meccanismi. Avere la percezione di essere da soli a combattere contro così tanti cattivi, psicologicamente, ti predispone a mollare e a non votare: ecco qui l’inganno, la fregatura! Ripeto, non sono trucchi nuovi. Sono ben conosciuti nell’ambiente informatico o del marketing. Quando si è polemizzato sul caso Siri e i fondi russi, si è scoperchiato proprio questo vaso di Pandora. Vero, Siri non è nessuno di importante e Salvini quasi finge di non sapere chi sia, minimizzando. Ma, d’altronde, anche la “macchina del nazismo” funzionava così, con mille ingranaggi insignificanti da soli, ma importanti insieme. Alla fine è mero profitto personale. Sappiamo che la politica dell’emozione non sa e non vuole risolvere i problemi. Si sfrutta solamente la miseria dei cittadini!

Ah, dimenticavo di dire una cosa. Come detto, i trucchi che ho menzionato non sono nuovi, ma non vorrei che si credesse che sono sempre usati per fini malvagi. Sono gli stessi trucchi adottati anche dagli inglesi. Avete presente la loro quasi ossessiva propaganda sul fair play o la rivoluzione non violenta degli ombrelli a Hong Kong? La propaganda è stata una parte importante nella storia dell’umanità, fin dai tempi più antichi. Tutto dipende da come la propaganda viene usata. C’è chi la usa per fare il male e chi per far progredire la società.

Come gli inglesi dominano ancora mezzo mondo

Imparare ad uscire dall’orticello ti insegna molte cose. Alcuni di questi insegnamenti arrivano dalla mia esperienza con gli inglesi. Ho iniziato a domandarmi perché l’inglese è la lingua internazionale e quella usata, quasi sempre, negli ambienti di scienza. La domanda non venga tacciata come una domanda senza senso, perché a uno sguardo più profondo ti fa capire molte cose tutt’altro che scontate. Ti fa capire che gli inglesi, pur non avendo più alcuna colonia, continuano dominare mezzo mondo. Capire il perché di questo dominio, a sua volta, non ha solo uno scopo didattico, bensì ci fa riflettere molto sui fatti più recenti e sul perché l’Italia è sempre così indietro, perché i cervelli continuano a scappare lasciando la nostra penisola sempre più povera di risorse. È qui che vuole parare l’articolo, poiché non l’ho affatto concepito come un elogio a Sua Maestà.

La grande macchina del consenso

In realtà, non è una strategia nuova. È una strategia usata fin dall’antichità, da Alessandro Magno a Napolone Bonaparte. E, a modo tutto suo, direi anche da Gengis Khan (*). A sorpresa, tuttavia, si scopre che, nella storia più moderna, si è usata la via della violenza, dell’oppressione e della censura. Basti pensare alle ditratture del novecento, ma anche alle censure di oggi con la falsa scusa delle fake news.

* Gengis Khan voleva mantenere sobri i suoi soldati per farli rendere al meglio. Tuttavia, sapeva che non poteva impedire del tutto l’alcol e concedeva di ubriacarsi al massimo 3 volte al mese. Noto per essere molto spietato con i nemici, in realtà Gengis Khan sapeva anche come conquistare la fedeltà di qualcuno.

Ebbene, gli inglesi dominano grazie a una potente e perfetta macchina del consenso. Hanno abbandonato le armi e hanno iniziato a costruire la fiducia dei popoli attraverso metodi più sofisticati. Alcuni esempi? Facciamoli pure.

Calcio
La Premier League, per gli inglesi, è il vero campionato del mondo. I presidenti dei club sono opportunamente americani e asiatici, in modo tale da rivedere il prodotto a quei paesi. Se devo vendere in Indonesia o in India, i locali si fideranno di più se il club è gestito da un asiatico! Da ciò deriva l’enorme ricchezza del calcio inglese, che permette anche all’ultima in classifica di essere tifata molto. Tutti contenti e tutti soddisfatti, cioè viva la Regina! Vedi anche “Il calcio di una volta che non c’è più“. Molti inglesi campano con il benefit e vivono nelle case popolari ma, finché hanno il calcio e la birra, non si lamentano. Il calcio non va sottovalutato come mezzo di consenso. Infatti, arriva anche negli angoli più poveri dell’Africa. Poiché la gente locale non può permettersi un abbonamento a Sky a testa, le partite del calcio inglese vengono trasmesse nei bar, dove tutti si possono riunire. L’Inghilterra, così, prende molti giocatori dai paesi africani del Commonwealth.

Cultura e scienza
Se vuoi guadagnare il consenso dei paesi più poveri, senza che si rivoltino, devi dare loro ciò di cui hanno bisogno: l’istruzione. È facile che un iraniano o un indiano ricopra ruoli importanti nella scienza, nella medicina e nell’imprenditoria (il fisico Jim Al-Khalili è uno dei miei preferiti). Un “impero” funziona se viene data l’opportunità a tutti di imparare e di realizzarsi. In questo modo, le menti migliori lavorano per gli inglesi, italiani compresi. Gli inglesi sanno bene che, in Italia, scienziati e ricercatori vengono disprezzati, quindi forniscono loro delle opportunità praticamente irrinunciabili. Gli scienziati e i ricercatori sono contenti perché vengono finalmente apprezzati e l’Inghilterra si arricchisce di scienza e cultura.

Televisione ed educazione
I mass media sono fondamentali per stimolare le persone a studiare e formare lo spirito critico. Mi viene in mente Doctor Who. Di questa serie, trovo che siano geniali le stagioni con il Trediscesimo. La sua rigenerazione è una donna. I compagni sono, rispettivamente, un tipico medio borghese inglese, una pakistana e un nero che soffre di disprassia. E tutti quanti sono guidati da una donna. Geniale: un melting pot incredibile che fa sentire tutti diversi e uguali allo stesso tempo! La strategia è usata anche nei documentari, vedi The Story of Maths presentato da Marcus du Sautoy che spiega la matematica orientale (The Code è una serie e una puntata è dedicata alla matematica dell’Oriente). Notate dove sta veramente l’ingegno. Il documentario non va in India e in Cina con aria di superiorità ma, anzi, mette in evidenza la genialità di queste culture, condendo il tutto con dei jingle di musica cinese e indiana a ritmo pop. E che dire di Meet the Natives? Fra l’altro, di questa abilità nel divulgare ho parlato anche nell’articolo sull’imparare divertendosi.

Ambiente
Il Regno Unito è l’unica nazione che ha dichiarato l’emergenza ambientale, facendone al contempo una buona propaganda mediatica. Perché questa scelta e questo clamore? Molto semplice. Sono i paesi più poveri o in via di sviluppo a soffrire di più i cambiamenti climatici. Così, mentre il resto dell’occidente è miope o perso negli egoismi, gli inglesi si sono ingraziati l’India, i paesi del sud-est asiatico e dell’Africa che soffrono a causa del cambiamento climatico. Fa tutto parte della tattica del consenso di massa. Urge ricordare che molti dei paesi più poveri o in via di sviluppo fanno anche parte del Commonwealth, più o meno l’equivalente britannico dell’UE. Pertanto, si sviluppano degli interessi reciproci fra le parti. L’India, il maggior paese del Commonwealth e paese in via di sviluppo, da solo comprende più del 15% della popolazione mondiale! Quando anche gli altri paesi occidentali si saranno finalmente mossi per il clima e avranno compreso i fenomeni migratori, gli inglesi continueranno a dire (e ad essere) 50 anni avanti.

Notate come il modello cosmopolita inglese sia simile a quello degli antichi romani. Intendo nel bene e nel male. Ad esempio, gli antichi romani non erano razzisti verso i neri e gli stranieri perché, proprio come gli inglesi, la loro civiltà era fatta dagli stranieri. Tuttavia, esisteva la segregazione sociale, ben visibile nei posti delle arene come il Colosseo (ai poveri veniva impedito di mischiarsi con i ricchi).

Quello che possiamo imparare dagli inglesi

Le strategie degli inglesi hanno chiaramente uno scopo opportunistico, a differenza degli scandinavi che ragionano con veri ideali del benessere. È sempre stato nel loro carattere, fin da quando usavano le armi e la guerra. Ciò nonostante, anche se c’è questo fine opportunistico, a mio parere abbiamo tanto da imparare dagli inglesi. Gli italiani si chiedono sempre perché i più bravi scappano e stanno a lamentarsi. Bene, impara dagli inglesi come si apprezza quello che si ha. Ci lamentiamo che non ci sono pari opportunità. Bene, e allora perché non iniziamo a fare una vera educazione, senza continuare a censurare ciò che reputiamo scandaloso? Non puoi creare una società egualitaria se metti il parental control addirittura su NCIS! Da cosa dovrebbero imparare i nostri bambini? Da Nonno Felice? O dai soliti noiosissimi documentari dove il medico di turno sale in cattedra e se le canta da solo? Come si può combattere il razzismo se, nelle nostre serie e nei nostri film, lo straniero è sempre descritto come un vucumprà? Ed è per tutto questo che andiamo allo sbando. Andiamo allo sbando perché viviamo in un ambiente sbandato, facendo ben poco per cambiare le cose. Inutile andare fieri della pizza e della pasta, se poi ci mancano le abilità sociali e verso le materie tecniche. Un’altra prova del successo delle strategie inglesi sta nel fatto che molti italiani, senza nemmeno essere andati lì, hanno il “grande sogno inglese”. Non hanno capito dove sta il trucco e, intanto, lo scopo è stato raggiunto. E ricordate quanto detto sul benefit? Se sono tutti mediamente “poveri” (messo tra virgolette perché non muoiono di fame come nel terzo mondo), non ci si ruba a vicenda. Da noi, la Lega dice che il reddito di cittadinanza alimenta il lavoro in nero, ma è una bufala (*). È esattamente il contrario, cioè più si vedono opportunità di arricchirsi e più si ruba! In Italia, uno dei motivi per cui anche il più miserabile cerca di rubare è proprio il vedere un Berlusconi che ostenta il potere e la ricchezza. Gli inglesi fanno il contrario, facendo vedere che non conviene essere ricchi per scoraggiare l’illegalità.

* In realtà, io sostengo il reddito di benessere universale, ma è tutto spiegato nell’articolo linkato in precedenza, quando ho parlato del calcio.

Onestamente, non ho davvero nulla da dire male sugli inglesi. Altri italiani vedrebbero il male assoluto in quello che fanno, ma io credo che sia utile capire le loro azioni svincolandole dall’opportunismo che sta alla radice. Come si dice, ognuno ha pregi e difetti. Ecco che, allora, possiamo aprirci a una nuova e interessante visione del mondo e dell’umanità. Infatti, la motivazione “di Stato”, chiamiamola così, nulla dice individualmente. I singoli agiscono per i valori a cui sono stati educati e, se permettete, è meglio essere educati con Doctor Who e i documentari della BBC anziché a pane, reality show e catechismo. In sintesi: la matrice opportunistica non sta nei singoli cittadini, ma nella politica. Se poi questa politica serve lo stesso a creare una società migliore, a me va benissimo, visto che non devo essere amico dei politici.

Insomma, se è vero che gli inglesi lo fanno per opportunismo, impariamo anche a farci un esame di coscienza. Troppo facile vedere quello che c’è fuori e fare come la volpe con l’uva. Se loro sono più avanti di noi, forse dovremmo capire perché riescono ad esserlo. È questo che frega noi italiani. Vediamo chi è meglio e ci comportiamo come la volpe con l’uva, perché tanto continuiamo ad avere la pizza, la pasta e 4 stelle sulla maglia della nazionale. Sì, noi abbiamo le 4 stelle, però poi gli inglesi ci “fregano” i cervelli. Lo metto tra virgolette, perché in realtà non si può parlare di vero e proprio furto. Sono loro che creano le opportunità favorevoli per far emigrare il meglio dell’Italia!

Ovviamente, le medesime tattiche di propaganda degli inglesi possono essere usate anche in chiave malvagia. Vedi quello che ho scritto qui sull’ultradestra.

La crisi di Hong Kong

Hong Kong non è più una colonia inglese dal 1997. Solo ufficialmente, però. Perché credete che i cinesi (e non) di Hong Kong si sono ribellati così tenacemente? Perché, all’atto pratico, sono sempre in qualche modo rimasti britannici. Il sistema politico è sempre rimasto tipicamente britannico. Gli inglesi si sono mischiati con i locali, continuando a trasmettere i valori occidentali (cioè britannici). Come la Cina, a mano a mano, ha voluto imporre il suo predominio, la rivolta è scattata. Più la Cina vuole ribadire il suo potere su Hong Kong, più i ribelli sventoleranno la Union Jack di sua maestà: un autogol della Cina continentale! Qual è il succo? Che inglesi sono andati via, ma adesso è Hong Kong che rivuole gli inglesi per non essere schiavo della Cina! Volontariamente o no (qui ognuno potrà dire la sua), gli inglesi sono riusciti ad andare via da Hong Kong, per poi farsi acclamare per un ritorno. Geniale (a prescindere dal fatto che, nella pratica, non sono mai davvero andati via).

Hong Kong non è l’unico esempio di come gli inglesi continuano a essere ancora desiderati da molti. Le Falkland sono un altro territorio britannico, che l’Argentina rivendica (con il nome di Las Malvinas). Peccato che, quando si fanno i referendum, i cittadini delle Falkland vogliono sempre restare con gli inglesi! Vale anche per gli indiani. Nonostante gli indiani abbiano combattuto per liberarsi dal colonialismo britannico, essi riconoscono che gli inglesi hanno anche portato molta tecnologia. Effettivamente, dicono la verità, cioè nulla a che vedere con le panzane diffuse dai fascisti. E, secondo alcuni indiani (non tutti), gli inglesi dovrebbero addirittura supervisionare nelle ingerenze fra i tre paesi dell’ex India britannica. Per molti indiani, la partizione dell’India ha provocato o peggiorato il razzismo religioso tra hindù e islamici. La situazione dell’ex India britannica va ben oltre, ma è ben chiara l’influenza britannica, nel bene e nel male.

Brexit

Ovviamente, non potevo non menzionare la Brexit nell’ampio discorso degli inglesi. Ma si tratta di un argomento a parte, che ho spiegato in questo articolo.

La flat tax è una bastonata per i poveri

Spesso, i politici parlano di voler fare la flat tax. Di solito, è un’idea proposta dalla destra o da parte da chi (anche di sinistra) tende a promuovere le industrie e i cantieri.

Quello che però in pochi sanno è che già ora abbiamo una forma di flat tax. Fino al 1974, l’aliquota sopra i 600 mila euro era del 74%. Attualmente, l’aliquota è del 23% sui redditi fino ai 15 mila euro, mentre per quelli superiori ai 75 mila è del 43%. Il fatto è che, per proporre una flat tax ancora più “piatta”, ci sono due soluzioni:

1) tagliare le spese da un’altra parte per poter dare una flat tax “per tutti”;
2) alzare le aliquote dei redditi più alti, senza tagliare le spese altrove.

Secondo voi, i politici nostrani quale delle due soluzioni vogliono adottare? La prima, ovviamente, perché i redditi più ricchi non possono essere toccati. Loro fanno gli investimenti, producono, assumono, fanno crescere il paese (io, veramente, direi che lo cementificano sempre di più!). Ciò significa creare una sistema fiscale sempre più simile a quello americano, dove la sanità richiede assicurazioni e molte malattie, anche gravissime, non hanno cure esentate. Oppure si deve spendere tantissimo per mandare i figli all’università, indebitando le famiglie che, magari, sono costrette a sacrificare gli studi di altri figli. Non è possibile creare una flat tax “per tutti” in questo modo. Come stabilisce la fisica, “nulla si crea e niente si distrugge”. Quindi, se non si vogliono toccare i redditi più alti perché devono creare profitto (ma profitto per chi, visto che a me non viene in tasca realmente nulla?), si dovranno tagliare le spese dei servizi. Sanità, trasporti, pensioni e via dicendo saranno in crisi, come se già non bastasse l’attuale clima di sopravvivenza. I politici che propongono questa flat tax dicono che non toccheranno le pensioni ma, gira e rigira, qualcosa dovranno toccare. E, se anche non saranno le pensioni, sarà la sanità o la scuola. Si creerà più disparità sociale, perché solo i più agiati riusciranno a beneficiare dei servizi. Le critiche verso la flat tax derivano da qui. Se nulla si crea e niente si distrugge, e se non si vogliono colpire i più ricchi o i plutomani, si dovranno penalizzare i più poveri o i deboli.

La flat tax di cui parlano i nostri politici è radicalmente opposta al vecchio modello di Keynes. Keynes proponeva l’intervento statale per garantire che le persone tornassero all’occupazione. Questo sistema, naturalmente con le sue evoluzioni nei tempi moderni, è stato mantenuto nei paesi scandinavi, dove i redditi più alti pagano una maggior aliquota. Anche i redditi “medi” hanno un’aliquota un po’ più alta rispetto all’Italia, ma ciò serve per finanziare proprio gli interventi statali per le fasce più deboli. Gli scandinavi sono ben lieti di questo sistema fiscale, perché permette di diminuire la disparità sociale. Mediamente, sono tutti più o meno sullo stesso livello. Chi rimane ai margini ha l’occasione di tornare produttivo o di essere aiutato, con il beneficio di tutto il paese. E i servizi, grazie alle tasse che la gente è felice di pagare, sono migliori. Attenzione, ho espresso anche il concetto di essere aiutato (i malati che non possono lavorare, ad esempio). Sì, perché non si tratta solo di produzione o lavoro. Un cittadino sano e in salute è un vantaggio per tutto il collettivo, banalmente perché richiede un minor dispendio economico. Sembra un paradosso, perché per renderlo in salute o accettabile ci vuole una spesa pubblica. Eppure è così, fidatevi. È il principio della solidarietà sociale. Siamo noi italiani che vogliamo sempre tutto pronto e servito, senza faticare, e non lo capiamo. È un discorso che, inevitabilmente, si riallaccia anche al reddito di benessere universale, su cui ho scritto ampiamente un articolo a sé. Ai politici nostrani che promuovono la flat tax non frega nulla di chi ha bisogno. Infatti, le loro frasi tipiche sono “choc per far ripartire l’economia”. La flat tax non è solamente un modello economico sbagliato, ma anche un’ingiustizia sociale.

A partire dagli anni ’80, il modello di Keynes è stato contestato da Laffer, uno dei primi autori della flat tax. Gli unici paesi ad aver mantenuto il modello keynesiano sono quelli scandinavi che, guarda caso, sono tra i più felici al mondo. La teoria di Laffer è considerata spazzatura dagli economisti più esperti, ma ancora si continua a voler proporre la flat tax.

La flat tax, anche se piace il nome per fare propaganda, è una vera bastonata per i poveri!

C’è un solo vero motivo per cui chi guadagna tanto non è disposto a pagare più tasse: l’egoismo sociale. Non è sbagliato arricchirsi. È sbagliato arricchirsi troppo, specialmente se ciò comporta la sofferenza dei più bisognosi. Il modello corretto si basa sull’alta tassazione per i redditi più alti, che finanziano maggiori servizi e la possibilità, per i più deboli e bisognosi, di entrare a produrre nella società o di essere aiutati. Ciò che funziona è l’opposto della flat tax!

Non è un caso se, negli Stati Uniti, la sanità è vincolata da un’assicurazione. Essendo il paese della flat tax per definizione, si deve far tornare i conti da qualche altra parte. Gli americani hanno deciso che questi introiti devono provenire dalle spese sanitarie, che in alcuni casi mandano le famiglie al collasso finanziario. Oppure si spendono mutui per le università, provocando debiti per tutta la vita. È vero che le università e i medici negli USA offrono il meglio (contrariamente all’Italia) ma, con una tassazione più giusta, farebbero meglio e in modo più equo.

I soldi finti dei minibot

Nel 2019, il governo ha proposto i minibot per applicare la flat tax. I minibot non sono altro che i titoli di stato in formato “mini” (a piccolo taglio). Quindi, lo Stato si indebita nei confronti dei cittadini. C’è solo un problema. È un po’ come creare soldi che non ci sono, perché lo Stato si indebita per applicare la flat tax. Ma non funziona e, verosimilmente, questi soldi non verranno mai restituiti ai cittadini. Il cittadino darà i soldi al governo e, quest’ultimo, si indebiterà, senza tuttavia restituire i soldi perché non può restituire quello che non ha. Chi ci perde è sempre il cittadino. Insomma, ancora una volta siamo nel “nulla si crea e niente si distrugge”. La flat tax, in qualche modo, manda sempre in perdita qualcuno, esclusi i più ricchi e i plutomani (che tanto hanno soldi a valanga). Il nocciolo non è se qualcuno potrà perderci, ma chi nello specifico ci perderà. È un metodo completamente sbagliato di usare i titoli di stato, perché ciò che esce o entra deve rientrare e viceversa. Il governo può decidere di essere in obbligo verso il cittadino per coprire alcuni debiti. Il fatto è che, in questo caso, stiamo parlando di un’obbligazione del governo a fondo perduto da parte del cittadino. E lo è perché la flat tax non permette un ritorno nelle casse dello Stato. È come il cane che cerca di mordersi la coda. Applicare la flat tax vuol dire creare un debito. Il debito viene pagato inizialmente dai cittadini. Ma, poiché la flat tax ha bisogno di autofinanziarsi (il riccone non paga le tasse), il debito non viene mai risaldato! E questo non lo dico io, ma gli esperti che hanno capito cosa non va nella flat tax. Gli economisti non contestano la flat tax per andare contro il governo, ma perché sanno che la flat tax è una rovina. Tutto questo a prescindere dal fatto che, già ora, il sistema fiscale è una mezza flat tax.

Non abbiamo bisogno di altre strade!

Il trasporto gommato è uno dei capisaldi dell’Italia. L’apertura dell’autostrada del sole, durante il “boom italiano”, fu accolto come l’avvento del messia. Tutto stava cambiando, la gente viaggiava e raggiungeva più facilmente luoghi lontani.

Il problema è che il troppo stroppia sempre. La gente inizia a viaggiare troppo in macchina, dimenticando, se non l’aereo, il treno. Per conseguenza, aumenta anche il traffico. I nostri politici, finora, a questa “esigenza” (tra virgolette!) hanno reagito costruendo più strade. Peccato che, costruendo più strade, il traffico sia aumentato di più. È un circolo vizioso, che provoca non solo stress e perdite di tempo per le persone, ma soprattutto dei gravi danni ambientali. Si consuma più suolo, c’è più inquinamento e viviamo peggio. Pensiamo di migliorare, ma non è così.

Il meccanismo con cui si verifica l’aumento di traffico è ben noto (si parla anche di paradosso di Braess). Eppure, mi sono accorto che la stragrande maggioranza dei cittadini continua a credere che il traffico si risolva costruendo più strade. Ecco perché ho scritto questo articolo.

Se tu costruisci una strada, è chiaro che l’intento sia usarla. Più strade, però, implicano anche più incroci e svincoli, detti punti critici. Ognuno, quindi, per un motivo o per un altro, vorrà prendere un incrocio o uno svincolo, creando però ingorgo. Non ci sarebbe alcun problema se le auto in circolazione fossero poche. Peccato che le nuove strade vengano costruite proprio perché ci sono tante macchine da smaltire. Per questo motivo, si parla appunto di paradosso. Tutti vogliono arrivare prima, tutti vogliono prendere una scorciatoia e la situazione non migliora affatto ma, anzi, il contrario. Considerando anche chi non può avere la patente, come i minorenni, ogni italiano possiede quasi un’auto a testa. Spesso ce ne sono due in una famiglia. Sono veramente tantissime auto. E creando più strade non smaltisci il traffico, bensì incentivi di più ad usare l’auto, aggravando una situazione che già lo era prima.

Quella dell’auto, in Italia, è ormai diventata una follia. La si usa sempre, anche per andare sotto casa a prendere il pane o in banca. Eppure, come spiega bene anche il geologo Tozzi nel suo programma Sapiens (bellissimo, rivolto ai giovani ma dovrebbero imparare anche gli adulti!), esistono alternative ben più efficienti e meno costose. Posso capire che i treni siano inefficienti in Italia, ma allora è per questo che ci dobbiamo battere. Prendere l’auto, di fatto, è un atteggiamento da pigri o ignavi. Se i treni funzionano male, anziché eliminare i presunti “rami secchi”, bisogna lottare affinché siano migliorati. Invece no, si eliminano i “rami secchi”, prendiamo tutti l’auto e il treno è solo la TAV per farsi belli e ricchi. Non fatevi fregare dai politici che favoriscono lo “sblocca cantieri”, inneggiando alla costruzione della TAV o di nuove strade. E sono politici sia di destra che di sinistra. Quindi, entrambe le fazioni, teoricamente opposte, si ritrovano “alleate” quando c’è da fare profitto con il cemento e il consumo di suolo. L’esempio di come le soluzioni ci siano eccome è anche qui a Bergamo. Per andare in città, si può andare in macchina o in treno (o in bus, ma voglio semplificare il discorso). Da me sono circa 10 km. Ebbene, se prendo la macchina, ora che arrivo in centro posso impiegare anche più di mezz’ora. Nelle ore di punta, non ci provo assolutamente. In treno ci metto 10′ circa. I treni italiani non saranno all’avanguardia, ma risparmio almeno 2/3 di tempo! Però tutti ci vogliono andare in auto, perché siamo abituati così e non vogliamo guardare a cos’altro c’è. Non usciamo dall’orticello e ci sta bene ciò che si è sempre fatto finora, anche se fa scadere la qualità della vita. Un altro esempio è l’autostrada BreBeMi (Brescia, Bergamo e Milano). All’epoca sono andati tutti fieri della quarta corsia, ma il traffico è peggiorato rispetto a prima! La quarta corsia è stata un’opera di totale fiasco, che però ha arricchito i mafiosi dell’edilizia (politici e non, si intende).

Il discorso fatto per le strade vale anche per i parcheggi. In un vecchio articolo sulla Gazzetta, c’erano i soliti che sentivano il “problema parcheggio” e chiedevano di fare più parcheggi. Ovviamente. Per fortuna, c’erano anche persone coscienti di dove sta il vero problema.

Più parcheggi fai e più non trovi parcheggio!

A meno che le auto non siano poche. Ma i parcheggi sono fatti proprio perché ci sono più auto che cercano parcheggio! Il paradosso di Braess.

Insomma, noi italiani dobbiamo cambiare abitudini. Come detto, se i treni funzionano male, la soluzione non è usare l’auto, ma battersi per migliorare i regionali anziché finanziare la TAV. Vale anche per i camionisti. Come dice sempre Tozzi in Sapiens, per andare da Genova a Palermo, è più efficiente ed economica la nave. Poi si faranno i tragitti locali su strada, ma il viaggio lungo si può fare in nave. Le soluzioni ci sono. Bisogna imparare a sfruttarle, senza restare pigri. Non a caso, la Pianura Padana è una delle zone in Europa con il più alto tasso di inquinamento. E, non a caso, è una zona con alta concentrazione di traffico. Ovviamente, l’inaudito inquinamento della Padania non deriva solo dalle dalle auto, ma avere più auto è una diretta conseguenza della situazione.

Meno strade e meno parcheggi, più salute!

Il blocco delle auto viene usato come strumento di emergenza quando le polveri sottili sforano dai limiti. È risaputo che il blocco delle auto, in questo specifico problema, fa ben poco rispetto all’uso del riscaldamento. Tuttavia, non bisogna sminuire il blocco delle auto. Anzi, sarebbe da incentivare il più possibile come fanno molte città dei paesi nordici (vedi Amsterdam, Stoccolma). I benefici stanno in termini di qualità della vita e salute. Togliere un parcheggio non vuol dire penalizzare i cittadini ma, al contrario, che si possono mettere più ciclopedonali. Così la gente può spostarsi in bicicletta o correre! Dobbiamo insistere per avere trasporti pubblici migliori e più capillari, così da non aver più bisogno dell’auto per andare a lavoro. I pedoni, i runner e i ciclisti non sarebbero costretti a respirare il fumo dalle marmitte. Anche gli investimenti si ridurrebbero, perché 500-600 morti per investimento all’anno sono un numero troppo alto. Sono circa 2 morti al giorno, che non mi sembrano affatto spiccioli rispetto ad altri tipi di reati come l’omicidio (i reati per omicidio sono la metà di quelli per investimento). Per non dire dell’inquinamento acustico dovuto ai clacson, alle ruote che scorrono e ai motori. Senza l’inquinamento acustico delle auto, riporteremmo un silenzio verso cui abbiamo perso la sensibilità in questa società frenetica. È la testa delle persone che deve cambiare. È assurdo prendere l’auto per comprare il pane o le sigarette nella via accanto. Spesso, anche se c’è il parcheggio lì appresso, la gente piazza beatamente l’auto in mezzo alla strada perché non vuole fare lo sforzo di camminare solo 2 metri in più. Sono tutte cose insostenibili dal punto di vista ambientale e della salute. È inutile lamentarsi dell’obesità e della sedentarietà se non ci si batte per cambiare l’ambiente in cui viviamo. Se le strade fossero più a misura dello sportivo, di sicuro ci sarebbe meno gente sedentaria! Ma dobbiamo iniziare a chiederlo ai politici, perché starsene con le mani in mano ci farà ammalare sempre di più dove altri fanno soldi.

Dovremmo agire concretamente. È meglio uscire a fare del sano sport. Così non usiamo la macchina e, stando fuori, riduciamo anche il riscaldamento in inverno, imparando ad essere resilienti. In un solo colpo, grazie a uno stile di vita attivo, abbiamo ridotto il problema delle polveri sottili. E meno auto vuol dire anche meno traffico e meno investimenti.

La sesta grande estinzione (cambiamento climatico)

Gli effetti del surriscaldamento globale si avvertono sempre di più e viviamo sempre di più in una cappa di smog. E ciò nonostante, è ancora nulla rispetto a quello che ci attende. Lo so, detto così, sembra che stia descrivendo l’apocalisse. Ma l’apocalisse, se preferite usare questo termine, non avviene in un giorno preciso come tante volte hanno annunciato le sette o per il 21 dicembre 2012. L’espressione corretta è grande estinzione. E una grande estinzione si verifica nel corso di pochi milioni di anni. Dico “pochi” perché lo sono secondo la scala geologica, mentre sulla scala della vita umana 2 o 3 milioni di anni sono un’enormità! In passato, ci sono state 5 grandi estinzioni di massa, soprannominate “big five”. Quella più famosa ha fatto estinguere i dinosauri, mentre quella più terribile è stata tra il Permiano e il Triassico (limite Perm-Trias, circa 250 mln di anni fa). Ovviamente, accanto ai big five, ci sono state tante altre estinzioni minori, ma sempre drammatiche in termini di ragionamento umano.

La caratteristica di una nuova grande estinzione, la sesta, è dovuta a due fattori:

1) è colpa nostra;
2) il tasso di estinzione è più elevato di quello che farebbe la natura da sola (alcuni sostengono che il tasso sia di 100 volte superiore).

Circa 56 mln di anni fa, la Terra subì un aumento pazzesco delle temperature globali. C’erano palme e coccodrilli alle latitudini della Groenlandia! Ma si tratta di un avvenimento che si è sviluppato in migliaia di anni. Un arco di tempo brevissimo per la geologia, ma lunghissimo rispetto a quello che stiamo provocando oggigiorno.

Che l’aumento odierno delle temperature sia colpa nostra, non c’è alcun dubbio, in barba ai negazionisti. Ne ho già discusso nell’articolo sul surriscaldamento globale. Sulle stime, invece, i dati hanno chiaramente un margine di errore e ognuno offre delle interpretazioni. Non tutti forniscono le stesse cifre. Quello che non cambia è il concetto, o meglio, la realtà. Il 41 per cento di tutte le specie di anfibi e il 26 per cento di quelle di mammiferi sono state incluse nella lista delle specie in pericolo di estinzione dall’International Union for Conservation of Nature (IUCN). Secondo Gerardo Ceballos della Universidad Nacional Autonoma de Mexico a Città del Messico e Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo della Stanford University, il 30% delle specie di vertebrati ha visto declinare il suo areale e la dimensione della popolazione (l’areale indica la zona in cui vive una specie, intendendo non solo lo spazio geografico ma anche le caratteristiche). Per quanto riguarda l’aumento di temperatura media del pianeta, 2 °C è il limite considerato quello del non ritorno, ma un cambio della tendenza non si è mai visto. Tutte le riunioni sulle sorti del clima sono terminate con fumate nere e, anzi, c’è chi è uscito da quegli esigui accordi stabiliti. Alcuni studiosi dicono che, nel 2100, l’aumento di temperatura sarà addirittura di 4 °C, se non addirittura 8 °C negli scenari più catastrofici. Dipende da come uno ha fatto i calcoli e qual è il margine di errore stimato, ma anche la gravità che vuole trasmettere. Nulla di strano, è già accaduto un rialzo di questo tipo ma, come detto, stavolta sta avvenendo a una velocità terrificante che non dà scampo. In realtà, in Italia molte zone hanno già subito un aumento medio di almeno 2 °C rispetto alle medie climatiche teoriche. Dove abito io, è sistematicamente così da anni. L’inverno è sempre troppo caldo per quello che dovrebbe essere. I giorni di vero gelo sono pochi (e drammatici) e si ritorna sempre al caldo. 15 °C a febbraio possono sembrare piacevoli, ma non è affatto così se si guarda oltre. Si possono dare tanti tipi di dati e si possono effettuare diversi tipi di studi, ma il fatto non cambia: molte specie si sono estinte a causa dell’uomo e tante altre stanno declinando. Ma basterebbe anche la realtà quotidiana per accorgersene. Stanno sparendo sempre di più gli insetti impollinatori e altri che fanno funzionare l’ecosistema (il primo che mi viene in mente è lo scarabeo stercorario). Sì, anche se non ci piacciono, gli insetti sono a rischio estinzione come gli orsi polari, i pinguini, gli squali, il tonno e gli elefanti. Proliferano le mosche e le zanzare, loro sì ma, come diceva Einstein, senza le api noi umani siamo morti! Io che abito in un piccolo paese a “rischio giallo” (cioè ancora si può salvare qualcosa, rispetto a città perdute per sempre nel cemento come Peschiera del Garda), penso di non ricordare più l’ultima volta in cui ho visto un’ape. Ed è un piccolo paesino, non di certo una grande metropoli come Milano.

Purtroppo, anche se i tempi di questa estinzione sono estremamente brevi, non ce ne accorgiamo. Potremmo dare la colpa alla cecità delle persone e dei governi e non sarebbe sbagliato. Ma, a questo, bisogna anche dire che saranno le future generazioni a patire di più. È un ragionamento tipico ed egoistico. “Tanto, quando succederà, non sarò più vivo, quindi che me ne frega?” Non si guarda più in là del presente e si cerca il massimo profitto. È il ragionamento di gente come Trump, Salvini e di tutti coloro che continuano a togliere spazio alla natura per guadagnare con il dio del cemento. Inoltre, gli occidentali se ne accorgono poco perché sono i paesi più poveri a vivere le conseguenze più drammatiche. I ghiacciai dell’Hindu Kush, direttamente o indirettamente, fanno sopravvivere circa 1.5 mld di persone. Ma i ghiacciai si stanno ritirando pesantemente, quindi quest’area popolata da 1/5 della popolazione mondiale soffrirà.

Surriscaldamento globale e immigrazione

Un aspetto del surriscaldamento globale poco noto è che scatena dei meccanismi di immigrazione (o migrazione). Leggete questo articolo e scoprirete di cosa parlo. Qui preferisco parlare di altro, altrimenti sposterei l’attenzione sul “problema immigrazione” togliendolo al resto dell’articolo.

Ci sono soluzioni? La sovrappopolazione ci frega!

Intanto, dobbiamo iniziare ad ammettere che siamo in troppi. Pensiamo a come poter sfamare 10 mld di persone nel 2050, ma non si dice quasi mai che il problema è esattamente che saremo in 10 mld. Al contrario, i nostri TG continuano a lanciare l’allarme del calo di nascite (e poi c’è chi, come Salvini, ragiona da islamico per combattere l’Islam, ovvero incitando a fare figli come pani usciti dal forno). Difficilmente potrà cambiare qualcosa se non si raggiunge questa consapevolezza. Non è vietato fare figli, ci mancherebbe altro. Ma bisogna fare figli se si ha una concreta capacità economica e morale per poter dare ai figli i mezzi, in particolare quelli etici, necessari alla vita. L’obiettivo dovrebbe essere almeno mantenere invariata la popolazione. Già qui mi sa che abbiamo fallito, visto che le propagande vanno in verso opposto al mio pensiero. Proprio per questo motivo, ecco che periodicamente sbuca fuori un articolo che ci spiega come il cibo del futuro saranno gli insetti (ma non si dovevano estinguere pure loro?) o che dobbiamo seguire un’alimentazione vegetale. Mah, anche se esistono popoli che si nutrono di insetti, dubito che l’umanità intera accetterebbe di mangiare insetti. Io preferirei morire di fame, piuttosto! Per quanto riguarda l’alimentazione vegetale, siamo alle solite. Queste ideologie non mi hanno mai convinto, perché l’interesse non è realmente quello di salvare il pianeta. L’interesse di queste ideologie è convertire le persone a passare dalla loro parte, usando qualunque scusa possibile, bugie comprese. Diffidate di questi attivisti militanti, perché a loro, dell’ambiente, non frega nulla allo stesso modo dei politici che guadagnano con il cemento. Se per convertire devono dire che salveranno il pianeta, anche se non è vero, lo dicono. Non si fa altro che spostare il problema. Si continuerebbe a deforestare, si eliminerebbero le specie di quell’habitat e il problema, anzi, peggiora! O magari riduciamo l’impatto ambientale del 30%, ma la popolazione aumenta del 50% e siamo punto e a capo (si possono dare altre percentuali, ma il concetto resta invariato). Insomma, la vera soluzione è smetterla con la rincorsa al cemento, puntando sulla riqualificazione di aree su cui si è già costruito (vedi l’abbattimento del vecchio Delle Alpi, stadio della Juventus, per costruirci un altro stadio anziché andare in cerca di terreni ex novo). E, naturalmente, non possiamo continuare a crescere spropositatamente come numero di abitanti. Quando spiego che i paesi scandinavi sono tra i più felici al mondo, una delle critiche che piovono che è facile essere felici in Norvegia se loro sono appena 5 mln. Ecco, te lo sei detto da solo… vedi che, se vuoi, arrivi a capire che la sovrappopolazione è un problema! Un altro dato di quanto la crescita della popolazione impatti sull’ambiente: ogni figlio occidentale (*) viene mediamente a “costare” all’incirca 58 tonnellate di CO2 all’anno (all’anno!). Un volo intercontinentale (che non si fa di certo tutti i giorni) “costa” circa 1.5 tonnellate pro capite (all’incirca 300 g pro capite per ogni km percorso). C’è poco da fare, i numeri non mentono, ma mica si può dire, soprattutto nei paesi molto religiosi o dove serve aumentare il PIL, di fare meno figli! Non sto affatto dicendo che è vietato fare figli, tutt’altro, ma è facile accorgersi che troppa gente, in occidente o nei paesi poveri, fa figli come se fossero pani sfornati. Ogni eventuale soluzione deve necessariamente passare attraverso il fattore popolazione. E, più la popolazione cresce, più le soluzioni diventano sempre più complicate e complesse.

* E certo, finché i bambini africani muoiono di fame, è comodo continuare a vivere nell’agio e pensare di consumare all’infinito.

Curiosa la contraddizione di alcuni programmi televisivi come Geo. Si allarmano per i cambiamenti climatici e dicono che il pianeta è sovrappopolato, ma poi si preoccupano se non facciamo più figli.

Uno degli slogan del movimento #Fridays for Future è che non dobbiamo cambiare il clima, ma il sistema. E sono d’accordo. Il cambiamento climatico è ormai irreversibile. Quindi, dobbiamo essere pronti, portando avanti linee politiche che considerino questo problema. Charles Darwin ha correttamente dimostrato, nella sua teoria dell’evoluzione, che sopravvive chi si adatta meglio (chi si adatta meglio, non il più forte!). E noi umani dobbiamo adattarci ai cambiamenti climatici, cessando gli egoismi e i sovranismi. È interessante notare una cosa di Greta Thunberg. Lei ha iniziato la protesta davanti al parlamento svedese, ma gli svedesi (e gli scandinavi in generale) sono stati tra i primi a capire il problema ambientale e ad intervenire. Iniziamo ad adattarci senza più fare figli come pani, ma offrendo una miglior educazione ai figli che possiamo mantenere (vedi sui bisogni di un figlio).

Il lassismo della politica italiana

Ecco uno dei tipici esempi di politica che infinocchia la gente. Dopo l’attivismo di Greta Thunberg e degli scioperi del clima, il governo italiano di Conte ha realizzato il decreto clima (detto anche green new deal). Si vuole spacciare questa manovra come qualcosa di grandioso, addirittura paragonandola al new deal di Roosevelt per combattere la depressione americana di inizio ‘900. La cifra di 450 mln appare grande, ma in realtà sono solo briciole. Se uno fa due conti, parliamo di 8 euro a testa per ogni cittadino. Questa è la spesa che ognuno di noi mette per il decreto clima del governo di Conte. Il canone RAI, annualmente, ci costa molto di più! 8 euro a testa per affrontare i cambiamenti climatici sono una cifra irrisoria. I nostri politici ci dicono che è solo un inizio, ma ciò significa che il messaggio non è stato recepito. Non bisogna agire entro 20 o 30 anni, perché a quel punto sarà troppo tardi. La Germania e i paesi scandinavi l’hanno capito (gli scandinavi prima dei tedeschi) e finanziano cifre molto più importanti. I nostri politici giustificano la spesa tedesca per il clima dicendo che i tedeschi producono di più. La giustificazione non regge. Per quanto la Germania sia più avanti nella produzione, stiamo mettendo a confronto 8 euro per cittadino italiano contro 600 euro per ogni cittadino tedesco (50 mld in tutto). È un divario fin troppo enorme per giustificarlo con un mero fatto di produzione! La Germania ha capito che l’ora di intervenire è adesso, come ci dice bene Greta Thunberg. La verità è che gli italiani vogliono ancora credere di essere nel boom economico, cioè che il miglior modo di produrre e creare posti di lavoro è l’economia del cemento. Per conseguenza, le misure per il clima in Italia sono irrisorie, perché è ancora irrisoria la mentalità ecologica degli italiani! Per la verità, anche la cifra messa in campo dalla Germania è insufficiente. Il problema è ben più grosso e i paesi scandinavi hanno agito in anticipo di 20 anni. Se l’Italia offre una briciola, la Germania ne offre 10. Le misure tedesche partono dal 2023 e arriveranno alla spesa di 100 mld nel 2030 per raggiungere l’obiettivo nel 2059. A parte la considerazione di essere in ritardo, vuol dire che, per il 2059, ogni tedesco dovrà spendere appena 30 euro all’anno per il clima (*). Pertanto gli attivisti continuano a protestare perché, con l’imbroglio del “entro il”, nel 2059 saremo già spacciati.

* Se la cifra vi sembra elevata, provate a calcolare quanto spendete per l’albergo in vacanza, per il ristorante, per la messa in piega, per il macchinone e via dicendo.

Nulla cambia, ma forse tutto peggiora

Di recente, trovo positivo che molti giovani, rispetto agli adulti e ai politici, si siano resi conto del problema e scioperino (è importante distinguere che, per loro, non è una manifestazione). Ciò dimostra che le nuove generazioni non sono totalmente da buttare. Se parliamo di ambiente, sono gli adulti, cioè i nostri padri e i nostri nonni, ad averci lasciato nei guai per il mero profitto. Sfortunatamente, temo che sarà sempre troppo tardi. I politici “non hanno fatto i compiti” e non hanno intenzione di farli per molto a lungo. E gli scioperi, per conseguenza, rischiano di finire come un’azione passeggera o dimenticata. Il discorso della Thunberg al COP24 avrebbe dovuto far nascondere dalla vergogna coloro che, da anni, parlano e non vogliono mai risolvere per poter mantenere i rispettivi interessi. Invece, è inquietante che la realtà spiattellata in faccia abbia addirittura provocato insulti, come purtroppo non sorprende nell’era del “cattivismo”. E no, la Thunberg (che è una ragazza e NON una bambina) non ha ragione perché ha l’Asperger. Posto che molte soluzioni alternative spostano o rimandano il problema, ha ragione per un motivo molto semplice ma che non si vuole ammettere: gli “adulti” non si comportano da maturi! Il discorso della Thunberg non è nuovo, a dire il vero. Con una retorica comprensibilmente degli anni ’90, l’aveva già fatto Severn Suzuki nel 1992, che all’epoca aveva 12 anni e fu nota come la bambina che “zittì il mondo per 6 minuti”. Quando si dice perseverare negli errori. Ora la Thunberg è diventata l’ambientalista simbolo e i politici si fanno belli con lei. Nel frattempo, però, hanno già nel cassetto i nuovi accordi per guadagnare con il cemento. Lo dice lei stessa:

Tanta gente importante si congratula con me, ma non so di che cosa si congratuli. Milioni di studenti sono andati in sciopero per il clima, e nulla è cambiato.

È per questo che lei continua ad essere arrabbiata, anzi lo è di più, avendone tutto il diritto. I politici sfruttano le sue lotte per accalappiare voti e, mentre dicono che bisogna intervenire per il clima, assegnano i Mondiali al Qatar, che per rinfrescare lo stadio spreca vagonate di energia. Un Mondiale nel deserto, un bosco che sparisce per un campo da coltivare (non diamo la colpa solo agli allevamenti!), cantieri su cantieri perché la gente deve lavorare ecc. E stiamo sempre continuando a fare quello che ci sta distruggendo. Tra l’altro, la Thunberg ha un suo modo di viaggiare, di cui ho discusso qui. Riallacciandoci al suo modo di viaggiare, in questo articolo diciamo che non è alimentare un palco con 120 ciclisti che risolveremo il problema. Sa di grottesco e ricorda l’immagine degli schiavi che dovevano remare le barche (*). Ma forse, più che non essere cambiato nulla, è tutto peggiorato. La popolazione è aumentata e i boschi spariscono a mano a mano per cedere ai centri commerciali, ai pascoli e ai campi di agricoltura (non è solo colpa degli allevamenti!). Un terreno prima coltivato diventa argilla secca dopo qualche anno. Si costruiscono sempre più strade e parcheggi, aumentando il traffico, lo smog e l’inquinamento. In riassunto, giusto per ripeterlo: siamo in troppi e cementifichiamo troppo!

* Quello che mi rende perplesso è che anche gli ambientalisti della vecchia scuola sminuiscono i giovani del #Fridays for Future. In quanto giovani, è normale che siano ancora immaturi e inesperti, poiché nessuno nasce imparato. Se oggi sono immaturi e inesperti, avendo le giuste opportunità, impareranno pian piano. Gli ambientalisti della vecchia scuola sembra che siano frustrati perché avrebbero voluto per sé certi riconoscimenti, ma così dimostrano di non avere un vero interesse per l’ambiente (e allora capisco perché hanno fallito!). Anche se abbiamo tutti quanti le stesse idee, francamente mi dissocio dal vecchio ambientalismo, che è solo l’altra faccia di chi cerca un profitto. Non è neanche questione di “rispetto” (cit. Salvini). Parlare di rispetto, nel caso specifico, vuol dire che è un momento passeggero prima di diventare adulti e pensare ad altro. Non è questione di rispetto, ma di dare a questi giovani gli strumenti e gli insegnamenti per maturare l’esperienza e governare meglio di chi lo fa oggi. Il geologo Tozzi l’ha capito perfettamente e, non a caso, nel suo programma Sapiens invita solo i ragazzi del liceo come ospiti. Non bisogna spegnere le iniziative dei giovani perché sono immaturi, bensì fare come Tozzi, cioè permettere che imparino e trovino gli strumenti per farlo. Se lo facciamo, diventeranno adulti competenti. Altrimenti, allo stesso modo dei predecessori, si rassegneranno e finiranno nelle fila dei nullatenenti o dei delusi sopravviventi (vedi sul perché siamo allo sbando).

Sia chiaro, anche il mio ragionamento è di stampo umano. A rimetterci è sempre l’uomo. Anche se si estingueranno molte specie, non sarà il pianeta a morire e non sarà la vita a sparire dal pianeta. Non è bastato nemmeno l’asteroide di Chicxhulub a distruggere la vita sulla Terra. Mi vengono in mente i tardigradi, animali piccolissimi (circa 1 mm) e capaci di sopravvivere dallo zero assoluto fino ai 150 °C o addirittura nel vuoto dello spazio. Il loro aspetto è simile a quello di un ippopotamo e sembrano buffi, ma sono uno straordinario esempio di come la vita, una volta che si è stabilita, è molto resistente. La vita avrà sempre futuro ancora per molto tempo. Sarà l’uomo a non esserci più, a meno che non decida di cambiare rotta in extremis. Ormai, anche i paesi occidentali risentono del surriscaldamento globale. Negli USA, è vero che ci sono ondate di gelo tremende che bloccano il traffico aereo, ma poi ritorna sempre preponderante il caldo. È la differenza tra meteo e clima, cioè tra scala locale e scala a lungo termine. Incendi, tempeste, alluvioni e altri eventi estremi (*) stanno colpendo anche nei paesi occidentali, provocando morti. Non saranno il miliardo e mezzo che dipende dall’Hindu Kush, ma anche da noi, di questo passo, serviranno a poco i climatizzatori in estate. Da noi in Europa, è stato appositamente coniato il termine “Medicane”, cioè un neologismo tra Mediterraneo e hurricane per sottolineare che questo evento climatico sta diventando comune anche nel Mare Nostrum. Non sono solo io a farla “tragica” parlando di sesta estinzione. Ne parlano anche molte riviste scientifiche (mi viene in mente un articolo di Le Scienze).

* Da chiarire cosa si intende per evento estremo. Un evento estremo è tale se non è tipico di un luogo, ma può essere normale in un altro. La domanda è: se gli eventi estremi diventano normali, come sempre più sta accadendo, ha senso parlare di eventi estremi?

Resilienza, il sapersi adattare

Come ho spiegato anche nell’articolo sul surriscaldamento globale, a mio parere dovremo adattarci. Gli scienziati amano usare il termine resilienza. E condivido. Ma dobbiamo adattarci con azioni concrete, non con cure palliative. Ha poco senso parlare di spazzolini di bambù o di fare docce brevi per non sprecare l’acqua (*), laddove il grosso è dato dalla sovrappopolazione e dal cemento. Il punto è che il trend è un dato di fatto ed è ciò che si sta davvero realizzando. Se è vero che il peggio lo vivranno i nostri figli e i nostri nipoti, è anche vero che già la qualità delle nostre vite è scaduta. Purtroppo, quello che ancora a molti non piace è dire dove sta veramente il problema. Le ideologie veg non potrebbero convertire la gente a fare un’alimentazione vegetale. I politici non potrebbero fare le campagne per il family day e regalare al papa altri fedeli. E, ovviamente, la mafia del cemento non potrebbe continuare ad arricchirsi. Sì, poi c’è Focus che ci fa vedere una manciata di teneri cuccioli di elefanti salvati dai bracconieri, ma nel frattempo il malvagio di turno si prende 1000 volte di più.

* L’argomentazione ha poco senso. È vero che non bisogna sprecare l’acqua, ma il problema non si risolve facendo docce brevi. Tutto quello che usiamo e indossiamo impiega molta più acqua di quella con cui ci facciamo la doccia. Quest’acqua viene chiamata “acqua virtuale”, ma è ben più reale di quella del rubinetto o delle docce.

Uno degli slogan del movimento #FridaysForFuture è che non dobbiamo cambiare il clima, ma il sistema. E sono d’accordo. Il cambiamento climatico è ormai irreversibile. Quindi, dobbiamo essere pronti, portando avanti linee politiche che considerino il surriscaldamento globale. Charles Darwin ha correttamente dimostrato, nella sua teoria dell’evoluzione, che sopravvive chi si adatta meglio (e non il più forte!). Noi umani dobbiamo adattarci ai cambiamenti climatici, cessando gli egoismi e i sovranismi.

Infine, voglio spendere due parole sul riciclo. Le cose non sono più come 20 anni fa. Riciclare è sempre meno economico. Questo anche perché, nello specifico gli italiani, sono tutti bravissimi a fare la raccolta differenziata (non è vero, ma ammettiamo che sia così), ma sprecando o gettando via troppo. Nei paesi del nord, dove si ha più consapevolezza, sono efficienti nel riciclare tanto quanto etici nel modo di consumare. È inutile essere i migliori nella raccolta differenziata, se poi abbiamo un cattivo uso delle cose. È per questo che i roghi ai rifiuti sono diventati un problema, la nuova frontiera (per così dire) della mafia. Sono le società di riciclaggio stesse ad appiccare gli incendi. Non guadagnano più come prima. Allora cosa fanno? Riciclano solo una parte dei rifiuti. Il resto viene dato alle fiamme in qualche cantiere abbandonato. L’altro fattore è la la popolazione crescente. Più c’è gente e più aumenta l’energia consumata, quindi anche gli sprechi. Riciclare diventa più costoso e alimenta la mafia con gli incendi ai rifiuti. Ma il problema non è riciclare, bensì l’aumento eccessivo della popolazione. E questo problema non si risolve tornando agli inceneritori come vogliono fare alcuni politici stile Salvini.

Un esempio molto chiaro di adattamento è l’emergenza del Coronavirus.

Gli anti-Greta contro l’uguaglianza sociale

Gli anti-Greta contestano che la Cina è il paese che inquina di più. Contestano che è facile dire agli occidentali di cambiare e adottare politiche ambientali, laddove i paesi poveri dipendono ancora dal carbone. Pertanto, sentenziano che Greta non deve fare la morale e che dovrebbe dirlo a paesi come India e Cina. Qui viene fuori la totale mancanza di volere un cambiamento da parte di alcuni. Innanzitutto, va precisato che la Cina è il paese che inquina di più ma, pro capite, i primi sono gli occidentali, specialmente gli americani che, rispetto agli europei, inquinano fino a due volte di più. Inoltre, Greta e gli ambientalisti come lei sostengono l’uguaglianza sociale in questo senso. I paesi poveri non hanno gli stessi tempi e gli stessi mezzi dei paesi più ricchi. Hanno bisogno di più tempo. I cinesi e gli indiani sono perfettamente consapevoli del paradosso per cui, crescendo come gli occidentali, provocheranno danni ambientali. E, contrariamente al credo comune, stanno lavorando alle soluzioni per il futuro. La differenza è che molti paesi occidentali possono già, ma non vogliono. Indiani e cinesi vorrebbero, ma non possono ancora. Uno dei motti dei sovranisti è “aiutiamoli in casa loro”. È uno slogan che è sempre rimasto tale per giustificare l’odio e il razzismo (la forma attuale del vecchio “arbeit macht frei”). A sorpresa, si scopre che i cinesi, con l’Africa, stanno facendo quello che teoricamente avrebbe potuto fare l’occidente. Rispetto al colonialismo europeo, i cinesi offrono un legame win-win (vantaggioso da entrambe le parti) e depredano o prendono tanto quanto danno. Si tratta di una strada che più volte gli occidentali hanno voluto perdere. Io non mi stupirei se, tra 20 o 30 anni, l’India e la Cina agiranno prima di molti paesi occidentali! Il fatto che la Cina abbia accettato meglio le perdite economiche del COVID-19, rispetto a molti paesi occidentali ancora meramente attaccati al portafoglio, è già un segnale. Oppure penso alle restrizioni sulle auto, con la promozione dello scooter elettrico come mezzo di trasporto, anche quando le temperature sono rigide. Siamo sicuri che i cinesi siano così indietro nell’ambiente?

I vegetariani salveranno il mondo? Un’opinione imparziale
Moon Day, che cosa davvero ci lascia esistenzialmente?

Possiamo imparare dagli Hunza, ma non le bufale!

Quella sugli Hunza è una bufala molto vecchia. Girava su siti come disinformazione.it, ma ancora oggi è “gettonata” e viene proposta da famosi motori di ricerca. Penso che però sia interessante per capire alcune cose sullo stile di vita.

Gli Hunza, tante etnie in una valle

Partiamo dal principio: chi sono gli Hunza? Gli Hunza abitano nell’omonima valle in Pakistan. Fin dalla fine dell’ottocento, gli Hunza sono descritti come un popolo longevo. A mano a mano, la loro storia è stata sempre più romanzata, fino ad arrivare alle bufale degli alternativi, secondo cui gli Hunza vivono fino a 130-140 anni. La prima cosa che salta all’occhio è che queste bufale sono diffuse dagli alternativi che sono contro la società moderna. La popolazione degli Hunza, in generale, viene descritta come una tribù mistica che vive lontana dalla tecnologia e dal comfort dell’occidente, che non conosce le malattie e nemmeno la medicina, nutrendosi di acqua pura (alcalina?) e prodotti vegetali. Ebbene, quasi nulla di tutto questo è vero. Innanzitutto, il popolo degli Hunza, per la maggior parte, appartiene a una corrente islamica liberale, i cosiddetti ismaeliti. Liberali perché si possono vedere molte donne in giro con abiti decisamente più “emancipati” rispetto ad altri tipi di islam. Già se si va in alcune zone confinanti, l’estremismo islamico è dominante e vige un profondo odio verso gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, gli Hunza non sono affatto una tribù mistica come vogliono descrivere gli alternativi, ma vivono nelle città, esattamente come facciamo noi in occidente. La città principale della valle è Karimabad e ha circa 10 mila abitanti. Non sarà una metropoli come New York, ma molte valli in Italia, al confronto, sono disabitate. Esistono diverse etnie nella valle dell’Hunza, che parlano altrettante lingue. Quindi, per comodità e metonimia, continuerò a chiamarle tutte Hunza, ma sappiate che è tecnicamente sbagliato. Non esiste una “popolazione Hunza”. Esistono diverse etnie che abitano la valle, con diverse lingue, ma una “popolazione Hunza” non esiste.

Nonostante quella degli Hunza sia una bufala, c’è un dato vero: l’aspettativa di vita degli Hunza è sorprendentemente alta. Ma alta di quanto? Alla fine, è un’aspettativa di vita del tutto paragonabile a quella che c’è da noi. Infatti, gli Hunza non sono nemmeno citati nelle zone blu internazionali, cioè le aree locali con un’aspettativa di vita più alta della media mondiale. Più interessante scoprire perché esiste questa aspettativa di vita. E non è merito di pratiche come il digiuno o l’alimentazione a base di vegetali, bensì proprio delle innovazioni che gli alternativi disprezzano. La valle dell’Hunza ha ricevuto finanziamenti per l’agricoltura e l’economia. Anche l’alfabetizzazione è alta (alcune fonti, tra cui Wikipedia, riportano il 90%). È una valle rigogliosa e verde, ma per niente povera e isolata. È una valle molto frequentata dai turisti e attraversata dalle strade, come quella di Karakorum che permette di assistere a panorami mozzafiato. Certo, magari non andranno in giro con macchine e smartphone, ma dire che vivono come delle specie di eremiti è una falsità bella e grossa. Grazie ai finanziamenti attuati dall’Aga Khan (il loro equivalente di governatore), gli Hunza hanno guadagnato un certo benessere. E quando c’è più benessere, si sa, si tende di più ad essere gioviali come lo sono gli Hunza. La popolazione degli Hunza è stata documentata da Levison Wood, il famoso esploratore britannico che ama fare viaggi lunghi a pedi attraverso luoghi impervi o pericolosi (nello specifico, gli Hunza vengono citati nella serie “Sentieri himalayani”). E fa vedere proprio quanto ho appena detto, cioè che gli Hunza hanno raggiungo un sufficiente livello di benessere per raggiungere l’aspettativa di vita che abbiamo noi. Non è che non conoscono le malattie e la medicina. Semplicemente, la loro vita non ha le piaghe di altre zone cosiddette povere. E non le hanno perché hanno guadagnato maggior benessere. Secondo me, se parlassimo a qualche Hunza delle bufale sul loro conto, si metterebbe a ridere! Gli Hunza sono tutt’altro che santoni o mistici illuminati.

Ma ci insegnano qualcosa?

Cosa possiamo davvero imparare dagli Hunza? Che la tecnologia è fondamentale per essere longevi. Che poi, nella nostra società, la tecnologia sia stata deviata, è un altro conto. L’ho spiegato anche in questo articolo: non è la tecnologia ad essere negativa, ma il modo in cui l’uomo la usa. Oltre alla tecnologia, ovviamente, è molto importante mantenersi attivi. Modernamente, possiamo parlare di sport. Molti abitanti della valle continuano tranquillamente a scalare le montagne a 80 anni. Tutto questo è ben diverso dal quadro decritto dagli alternativi. Gli alternativi citano spesso gli Hunza per vendere la loro ideologia, di solito quella vegetariana o vegana o contro i vaccini, contro la medicina ecc. Lasciate perdere tutto questo e concentratevi su un corretto stile di vita. Dagli Hunza, sì, possiamo imparare questo. In sostanza, l’errore è credere che i popoli primitivi muoiano di fame e di malattie, che abbiano un’elevata mortalità infantile. Diamo per scontato che solo il nostro modello di società sia il migliore in assoluto. Non vuol dire che gli Hunza non se la passano mai male e non è tutto oro quel che luccica, visto che, come detto, gli Hunza non appartengono alle zone blu. Ma se loro non se la passano male è perché, evidentemente, non sono affatto così “primitivi” o isolati. E, naturalmente, il turismo ha il suo bel ritorno economico per valorizzare la valle e fornire più benessere agli abitanti locali. Siamo noi ad essere troppo arroganti e imporre il nostro stile di vita come il sommo possibile. A dimostrazione di ciò, anche nel Medioevo si poteva benissimo vivere a lungo come oggi in occidente. Erano persone che, rispetto al resto della popolazione, potevano godere di più benessere. Ed è una situazione, con i dovuti accorgimenti e le dovute differenze, paragonabile agli abitanti della valle dell’Hunza. Sì, anche sul Medioevo, e in generale sulle epoche passate, ci sono errate convinzioni.

Riassunto delle mie parole: no alle bufale, ma impariamo ad uscire dall’orticello!

Attenzione alla credunoleria!
Giornalisti e ricerche da budinocerebrati

L’illusione del naturale
La pericolosità della medicina alternativa
Selvaggio a chi?

La tecnologia rende stupidi?

La prima volta in cui mi sono soffermato con spirito critico sull’utilità della tecnologia risale ai tempi dell’università. Dovevamo andare in escursione e stavamo raggiungendo il luogo d’incontro prefissato. Un nostro compagno usava il navigatore ma, incredibilmente, sbagliò strada! Errare è umano, si può dire, ma quello che destò scalpore anche ad altri fu che c’era il cartello stradale con la direzione giusta! Lui però insisteva “ma il navigatore diceva così!”

Poi, qualche giorno fa, è uscito l’ennesimo articolo sull’ANSA che parla della dipendenza dalla tecnologia. Nulla di nuovo sotto il sole. I ragazzi sono dovunque sui social e usano continuamente le app. Sembra che smanettino come il miglior hacker ma poi, dal vivo, non sanno chiedere informazioni o hanno problemi con la cassiera del supermercato. Il tema è molto ricorrente e anche serie come X-Files e Doctor Who segnalano il problema. La gente non sa più comunicare, è sempre china sul cellulare o sta troppo ai videogame. Devo dire che, essendo figlio dell’internet degli anni ’90, pur condividendo la preoccupazione sulla tecnologia, non si è individuato il nocciolo della questione:

la colpa non è tanto della tecnologia, ma di un generale impoverimento d’animo.

In sostanza, c’è tecnologia e tecnologia. Un conto è adoperare internet per informarsi, un altro diffondere bufale per creare panico, diffidenza, odio e risentimento. Ma sono elementi che esistono già e che sono sempre esistiti (vedi l’articolo sul Medioevo). L’errore è stato quello di assecondare questo carattere umano con la tecnologia sbagliata, quando invece si doveva indirizzare la gente verso un uso più utile di essa. Si possono fare parecchi esempi oltre a quello che mi è accaduto all’università. Ad esempio, si va a correre con il cardiofrequenzimetro e lo smartphone, salvo poi non essere capaci di gestire il ritmo ascoltando il proprio corpo. Si usa la mappa di Google per trovare una via, ma così non impariamo a guardarci intorno e, paradossalmente, non impariamo mai la strada. C’è sempre meno voglia di faticare e studiare e poi è ovvio che siamo allo sbando. Usiamo le app per gestire la dieta, ma poi non sappiamo valutare gli alimenti attraverso lo studio. Ovviamente, chi usa questi mezzi dirà che sono utili, che ci semplificano la vita ma, a conti fatti, rimangono handicappati. Ma non è finita qui. Ormai esistono decine di social network, ma nessuno sa fare un discorso, tanto che Twitter permette un numero limitato di caratteri (beh, certo, anche la sintesi è un dono, ma è diverso dall’assecondare un difetto!). E poi, invece, non si sa più scrivere una mail. Ecco, la mail è un esempio molto utile per capire quello che voglio dire. La mail è tecnologia. Il cartaceo è bellissimo, ma è indubbiamente vero che la mail è spesso più comoda. Ma quante persone scrivono ancora mail? Tutti sui social network a postare stati e link, ma le mail sono state ormai abbandonate. Eppure la mail ha segnato una importante rivoluzione tecnologica, permettendo una comunicazione più facile ed economica. Quindi, non si deve puntare il dito contro la tecnologia, bensì bisogna recuperare la capacità di comunicare, che sia tramite una mail o di persona. In alcuni casi, la tecnologia ci aiuta a farlo, mentre in altri no. I cellulari sono utili, ma se stiamo tutto il tempo chini ad aspettare qualche notifica qualcosa non va. La tecnologia non è mai intrinsecamente positiva o negativa. Siamo noi che possiamo decidere come usarla e, purtroppo, è vero che la stiamo usando male o con superficialità negli ultimi anni. Sono concetti che ho espresso anche in altri articoli, come sulla TV o sui robot. Evidentemente, il problema è più ampio e affonda nel come l’umanità si evolve (nel bene e nel male). Se l’umanità si evolve (o forse dovremmo dire devolve?) impoverendosi d’animo, il circolo vizioso proseguirà e saremo sempre più dipendenti da certi strumenti che solo in teoria ci facilitano la vita. Nel senso che ce la facilitano, sì, ma annientano anche la capacità di comunicare, di problem solving, di avere spirito critico. Ricordatevi sempre l’esempio della mail. La tecnologia, se usata bene, è positiva e ci migliora come esseri umani. La scelta è sempre nostra!