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Come gli inglesi dominano ancora mezzo mondo

Imparare ad uscire dall’orticello ti insegna molte cose. Alcuni di questi insegnamenti arrivano dalla mia esperienza con gli inglesi. Ho iniziato a domandarmi perché l’inglese è la lingua internazionale e quella usata, quasi sempre, negli ambienti di scienza. La domanda non venga tacciata come una domanda senza senso, perché a uno sguardo più profondo ti fa capire molte cose tutt’altro che scontate. Ti fa capire che gli inglesi, pur non avendo più alcuna colonia, continuano dominare mezzo mondo. Capire il perché di questo dominio, a sua volta, non ha solo uno scopo didattico, bensì ci fa riflettere molto sui fatti più recenti e sul perché l’Italia è sempre così indietro, perché i cervelli continuano a scappare lasciando la nostra penisola sempre più povera di risorse. È qui che vuole parare l’articolo, poiché non l’ho affatto concepito come un elogio a Sua Maestà.

La grande macchina del consenso

In realtà, non è una strategia nuova. È una strategia usata fin dall’antichità, da Alessandro Magno a Napolone Bonaparte. E, a modo tutto suo, direi anche da Gengis Khan (*). A sorpresa, tuttavia, si scopre che, nella storia più moderna, si è usata la via della violenza, dell’oppressione e della censura. Basti pensare alle ditratture del novecento, ma anche alle censure di oggi con la falsa scusa delle fake news.

* Gengis Khan voleva mantenere sobri i suoi soldati per farli rendere al meglio. Tuttavia, sapeva che non poteva impedire del tutto l’alcol e concedeva di ubriacarsi al massimo 3 volte al mese. Noto per essere molto spietato con i nemici, in realtà Gengis Khan sapeva anche come conquistare la fedeltà di qualcuno.

Ebbene, gli inglesi dominano grazie a una potente e perfetta macchina del consenso. Hanno abbandonato le armi e hanno iniziato a costruire la fiducia dei popoli attraverso metodi più sofisticati. Alcuni esempi? Facciamoli pure.

Calcio
La Premier League, per gli inglesi, è il vero campionato del mondo. I presidenti dei club sono opportunamente americani e asiatici, in modo tale da rivedere il prodotto a quei paesi. Se devo vendere in Indonesia o in India, i locali si fideranno di più se il club è gestito da un asiatico! Da ciò deriva l’enorme ricchezza del calcio inglese, che permette anche all’ultima in classifica di essere tifata molto. Tutti contenti e tutti soddisfatti, cioè viva la Regina! Vedi anche “Il calcio di una volta che non c’è più“. Molti inglesi campano con il benefit e vivono nelle case popolari ma, finché hanno il calcio e la birra, non si lamentano. Il calcio non va sottovalutato come mezzo di consenso. Infatti, arriva anche negli angoli più poveri dell’Africa. Poiché la gente locale non può permettersi un abbonamento a Sky a testa, le partite del calcio inglese vengono trasmesse nei bar, dove tutti si possono riunire. L’Inghilterra, così, prende molti giocatori dai paesi africani del Commonwealth.

Cultura e scienza
Se vuoi guadagnare il consenso dei paesi più poveri, senza che si rivoltino, devi dare loro ciò di cui hanno bisogno: l’istruzione. È facile che un iraniano o un indiano ricopra ruoli importanti nella scienza, nella medicina e nell’imprenditoria (il fisico Jim Al-Khalili è uno dei miei preferiti). Un “impero” funziona se viene data l’opportunità a tutti di imparare e di realizzarsi. In questo modo, le menti migliori lavorano per gli inglesi, italiani compresi. Gli inglesi sanno bene che, in Italia, scienziati e ricercatori vengono disprezzati, quindi forniscono loro delle opportunità praticamente irrinunciabili. Gli scienziati e i ricercatori sono contenti perché vengono finalmente apprezzati e l’Inghilterra si arricchisce di scienza e cultura.

Televisione ed educazione
I mass media sono fondamentali per stimolare le persone a studiare e formare lo spirito critico. Mi viene in mente Doctor Who. Di questa serie, trovo che siano geniali le stagioni con il Trediscesimo. La sua rigenerazione è una donna. I compagni sono, rispettivamente, un tipico medio borghese inglese, una pakistana e un nero che soffre di disprassia. E tutti quanti sono guidati da una donna. Geniale: un melting pot incredibile che fa sentire tutti diversi e uguali allo stesso tempo! La strategia è usata anche nei documentari, vedi The Story of Maths presentato da Marcus du Sautoy che spiega la matematica orientale (The Code è una serie e una puntata è dedicata alla matematica dell’Oriente). Notate dove sta veramente l’ingegno. Il documentario non va in India e in Cina con aria di superiorità ma, anzi, mette in evidenza la genialità di queste culture, condendo il tutto con dei jingle di musica cinese e indiana a ritmo pop. E che dire di Meet the Natives? Fra l’altro, di questa abilità nel divulgare ho parlato anche nell’articolo sull’imparare divertendosi.

Ambiente
Il Regno Unito è l’unica nazione che ha dichiarato l’emergenza ambientale, facendone al contempo una buona propaganda mediatica. Perché questa scelta e questo clamore? Molto semplice. Sono i paesi più poveri o in via di sviluppo a soffrire di più i cambiamenti climatici. Così, mentre il resto dell’occidente è miope o perso negli egoismi, gli inglesi si sono ingraziati l’India, i paesi del sud-est asiatico e dell’Africa che soffrono a causa del cambiamento climatico. Fa tutto parte della tattica del consenso di massa. Urge ricordare che molti dei paesi più poveri o in via di sviluppo fanno anche parte del Commonwealth, più o meno l’equivalente britannico dell’UE. Pertanto, si sviluppano degli interessi reciproci fra le parti. L’India, il maggior paese del Commonwealth e paese in via di sviluppo, da solo comprende più del 15% della popolazione mondiale! Quando anche gli altri paesi occidentali si saranno finalmente mossi per il clima e avranno compreso i fenomeni migratori, gli inglesi continueranno a dire (e ad essere) 50 anni avanti.

Quello che possiamo imparare dagli inglesi

Le strategie degli inglesi hanno chiaramente uno scopo opportunistico, a differenza degli scandinavi che ragionano con veri ideali del benessere. È sempre stato nel loro carattere, fin da quando usavano le armi e la guerra. Ciò nonostante, anche se c’è questo fine opportunistico, a mio parere abbiamo tanto da imparare dagli inglesi. Gli italiani si chiedono sempre perché i più bravi scappano e stanno a lamentarsi. Bene, impara dagli inglesi come si apprezza quello che si ha. Ci lamentiamo che non ci sono pari opportunità. Bene, e allora perché non iniziamo a fare una vera educazione, senza continuare a censurare ciò che reputiamo scandaloso? Non puoi creare una società egualitaria se metti il parental control addirittura su NCIS! Da cosa dovrebbero imparare i nostri bambini? Da Nonno Felice? O dai soliti noiosissimi documentari dove il medico di turno sale in cattedra e se le canta da solo? Come si può combattere il razzismo se, nelle nostre serie e nei nostri film, lo straniero è sempre descritto come un vucumprà? Ed è per tutto questo che andiamo allo sbando. Andiamo allo sbando perché viviamo in un ambiente sbandato, facendo ben poco per cambiare le cose. Inutile andare fieri della pizza e della pasta, se poi ci mancano le abilità sociali e verso le materie tecniche. Un’altra prova del successo delle strategie inglesi sta nel fatto che molti italiani, senza nemmeno essere andati lì, hanno il “grande sogno inglese”. Non hanno capito dove sta il trucco e, intanto, lo scopo è stato raggiunto. E ricordate quanto detto sul benefit? Se sono tutti mediamente “poveri” (messo tra virgolette perché non muoiono di fame come nel terzo mondo), non ci si ruba a vicenda. Da noi, la Lega dice che il reddito di cittadinanza alimenta il lavoro in nero, ma è una bufala (*). È esattamente il contrario, cioè più si vedono opportunità di arricchirsi e più si ruba! In Italia, uno dei motivi per cui anche il più miserabile cerca di rubare è proprio il vedere un Berlusconi che ostenta il potere e la ricchezza. Gli inglesi fanno il contrario, facendo vedere che non conviene essere ricchi per scoraggiare l’illegalità.

* In realtà, io sostengo il reddito di benessere universale, ma è tutto spiegato nell’articolo linkato in precedenza, quando ho parlato del calcio.

Onestamente, non ho davvero nulla da dire male sugli inglesi. Altri italiani vedrebbero il male assoluto in quello che fanno, ma io credo che sia utile capire le loro azioni svincolandole dall’opportunismo che sta alla radice. Come si dice, ognuno ha pregi e difetti. Ecco che, allora, possiamo aprirci a una nuova e interessante visione del mondo e dell’umanità. Infatti, la motivazione “di Stato”, chiamiamola così, nulla dice individualmente. I singoli agiscono per i valori a cui sono stati educati e, se permettete, è meglio essere educati con Doctor Who e i documentari della BBC anziché a pane, reality show e catechismo. In sintesi: la matrice opportunistica non sta nei singoli cittadini, ma nella politica. Se poi questa politica serve lo stesso a creare una società migliore, a me va benissimo, visto che non devo essere amico dei politici.

Insomma, se è vero che gli inglesi lo fanno per opportunismo, impariamo anche a farci un esame di coscienza. Troppo facile vedere quello che c’è fuori e fare come la volpe con l’uva. Se loro sono più avanti di noi, forse dovremmo capire perché riescono ad esserlo. È questo che frega noi italiani. Vediamo chi è meglio e ci comportiamo come la volpe con l’uva, perché tanto continuiamo ad avere la pizza, la pasta e 4 stelle sulla maglia della nazionale. Sì, noi abbiamo le 4 stelle, però poi gli inglesi ci “fregano” i cervelli. Lo metto tra virgolette, perché in realtà non si può parlare di vero e proprio furto. Sono loro che creano le opportunità favorevoli per far emigrare il meglio dell’Italia!

La crisi di Hong Kong

Hong Kong non è più una colonia inglese dal 1997. Solo ufficialmente, però. Perché credete che i cinesi (e non) di Hong Kong si sono ribellati così tenacemente? Perché, all’atto pratico, sono sempre in qualche modo rimasti britannici. Il sistema politico è sempre rimasto tipicamente britannico. Gli inglesi si sono mischiati con i locali, continuando a trasmettere i valori occidentali (cioè britannici). Come la Cina, a mano a mano, ha voluto imporre il suo predominio, la rivolta è scattata. Più la Cina vuole ribadire il suo potere su Hong Kong, più i ribelli sventoleranno la Union Jack di sua maestà: un autogol della Cina continentale! Qual è il succo? Che inglesi sono andati via, ma adesso è Hong Kong che rivuole gli inglesi per non essere schiavo della Cina! Volontariamente o no (qui ognuno potrà dire la sua), gli inglesi sono riusciti ad andare via da Hong Kong, per poi farsi acclamare per un ritorno. Geniale (a prescindere dal fatto che, nella pratica, non sono mai davvero andati via).

Hong Kong non è l’unico esempio di come gli inglesi continuano a essere ancora desiderati da molti. Le Falkland sono un altro territorio britannico, che l’Argentina rivendica (con il nome di Las Malvinas). Peccato che, quando si fanno i referendum, i cittadini delle Falkland vogliono sempre restare con gli inglesi! Vale anche per gli indiani. Nonostante gli indiani abbiano combattuto per liberarsi dal colonialismo britannico, essi riconoscono che gli inglesi hanno anche portato molta tecnologia. Effettivamente, dicono la verità, cioè nulla a che vedere con le panzane diffuse dai fascisti. E, secondo alcuni indiani (non tutti), gli inglesi dovrebbero addirittura supervisionare nelle ingerenze fra i tre paesi dell’ex India britannica. Per molti indiani, la partizione dell’India ha provocato o peggiorato il razzismo religioso tra hindù e islamici. La situazione dell’ex India britannica va ben oltre, ma è ben chiara l’influenza britannica, nel bene e nel male.

La flat tax è una bastonata per i poveri

Spesso, i politici parlano di voler fare la flat tax. Di solito, è un’idea proposta dalla destra o da parte da chi (anche di sinistra) tende a promuovere le industrie e i cantieri.

Quello che però in pochi sanno è che già ora abbiamo una forma di flat tax. Fino al 1974, l’aliquota sopra i 600 mila euro era del 74%. Attualmente, l’aliquota è del 23% sui redditi fino ai 15 mila euro, mentre per quelli superiori ai 75 mila è del 43%. Il fatto è che, per proporre una flat tax ancora più “piatta”, ci sono due soluzioni:

1) tagliare le spese da un’altra parte per poter dare una flat tax “per tutti”;
2) alzare le aliquote dei redditi più alti, senza tagliare le spese altrove.

Secondo voi, i politici nostrani quale delle due soluzioni vogliono adottare? La prima, ovviamente, perché i redditi più ricchi non possono essere toccati. Loro fanno gli investimenti, producono, assumono, fanno crescere il paese (io, veramente, direi che lo cementificano sempre di più!). Ciò significa creare una sistema fiscale sempre più simile a quello americano, dove la sanità richiede assicurazioni e molte malattie, anche gravissime, non hanno cure esentate. Oppure si deve spendere tantissimo per mandare i figli all’università, indebitando le famiglie che, magari, sono costrette a sacrificare gli studi di altri figli. Non è possibile creare una flat tax “per tutti” in questo modo. Come stabilisce la fisica, “nulla si crea e niente si distrugge”. Quindi, se non si vogliono toccare i redditi più alti perché devono creare profitto (ma profitto per chi, visto che a me non viene in tasca realmente nulla?), si dovranno tagliare le spese dei servizi. Sanità, trasporti, pensioni e via dicendo saranno in crisi, come se già non bastasse l’attuale clima di sopravvivenza. I politici che propongono questa flat tax dicono che non toccheranno le pensioni ma, gira e rigira, qualcosa dovranno toccare. E, se anche non saranno le pensioni, sarà la sanità o la scuola. Si creerà più disparità sociale, perché solo i più agiati riusciranno a beneficiare dei servizi. Le critiche verso la flat tax derivano da qui. Se nulla si crea e niente si distrugge, e se non si vogliono colpire i più ricchi o i plutomani, si dovranno penalizzare i più poveri o i deboli.

La flat tax di cui parlano i nostri politici è radicalmente opposta al vecchio modello di Keynes. Keynes proponeva l’intervento statale per garantire che le persone tornassero all’occupazione. Questo sistema, naturalmente con le sue evoluzioni nei tempi moderni, è stato mantenuto nei paesi scandinavi, dove i redditi più alti pagano una maggior aliquota. Anche i redditi “medi” hanno un’aliquota un po’ più alta rispetto all’Italia, ma ciò serve per finanziare proprio gli interventi statali per le fasce più deboli. Gli scandinavi sono ben lieti di questo sistema fiscale, perché permette di diminuire la disparità sociale. Mediamente, sono tutti più o meno sullo stesso livello. Chi rimane ai margini ha l’occasione di tornare produttivo o di essere aiutato, con il beneficio di tutto il paese. E i servizi, grazie alle tasse che la gente è felice di pagare, sono migliori. Attenzione, ho espresso anche il concetto di essere aiutato (i malati che non possono lavorare, ad esempio). Sì, perché non si tratta solo di produzione o lavoro. Un cittadino sano e in salute è un vantaggio per tutto il collettivo, banalmente perché richiede un minor dispendio economico. Sembra un paradosso, perché per renderlo in salute o accettabile ci vuole una spesa pubblica. Eppure è così, fidatevi. È il principio della solidarietà sociale. Siamo noi italiani che vogliamo sempre tutto pronto e servito, senza faticare, e non lo capiamo. È un discorso che, inevitabilmente, si riallaccia anche al reddito di benessere universale, su cui ho scritto ampiamente un articolo a sé. Ai politici nostrani che promuovono la flat tax non frega nulla di chi ha bisogno. Infatti, le loro frasi tipiche sono “choc per far ripartire l’economia”. La flat tax non è solamente un modello economico sbagliato, ma anche un’ingiustizia sociale.

A partire dagli anni ’80, il modello di Keynes è stato contestato da Laffer, uno dei primi autori della flat tax. Gli unici paesi ad aver mantenuto il modello keynesiano sono quelli scandinavi che, guarda caso, sono tra i più felici al mondo. La teoria di Laffer è considerata spazzatura dagli economisti più esperti, ma ancora si continua a voler proporre la flat tax.

La flat tax, anche se piace il nome per fare propaganda, è una vera bastonata per i poveri!

C’è un solo vero motivo per cui chi guadagna tanto non è disposto a pagare più tasse: l’egoismo sociale. Non è sbagliato arricchirsi. È sbagliato arricchirsi troppo, specialmente se ciò comporta la sofferenza dei più bisognosi. Il modello corretto si basa sull’alta tassazione per i redditi più alti, che finanziano maggiori servizi e la possibilità, per i più deboli e bisognosi, di entrare a produrre nella società o di essere aiutati. Ciò che funziona è l’opposto della flat tax!

Non è un caso se, negli Stati Uniti, la sanità è vincolata da un’assicurazione. Essendo il paese della flat tax per definizione, si deve far tornare i conti da qualche altra parte. Gli americani hanno deciso che questi introiti devono provenire dalle spese sanitarie, che in alcuni casi mandano le famiglie al collasso finanziario. Oppure si spendono mutui per le università, provocando debiti per tutta la vita. È vero che le università e i medici negli USA offrono il meglio (contrariamente all’Italia) ma, con una tassazione più giusta, farebbero meglio e in modo più equo.

I soldi finti dei minibot

Nel 2019, il governo ha proposto i minibot per applicare la flat tax. I minibot non sono altro che i titoli di stato in formato “mini” (a piccolo taglio). Quindi, lo Stato si indebita nei confronti dei cittadini. C’è solo un problema. È un po’ come creare soldi che non ci sono, perché lo Stato si indebita per applicare la flat tax. Ma non funziona e, verosimilmente, questi soldi non verranno mai restituiti ai cittadini. Il cittadino darà i soldi al governo e, quest’ultimo, si indebiterà, senza tuttavia restituire i soldi perché non può restituire quello che non ha. Chi ci perde è sempre il cittadino. Insomma, ancora una volta siamo nel “nulla si crea e niente si distrugge”. La flat tax, in qualche modo, manda sempre in perdita qualcuno, esclusi i più ricchi e i plutomani (che tanto hanno soldi a valanga). Il nocciolo non è se qualcuno potrà perderci, ma chi nello specifico ci perderà. È un metodo completamente sbagliato di usare i titoli di stato, perché ciò che esce o entra deve rientrare e viceversa. Il governo può decidere di essere in obbligo verso il cittadino per coprire alcuni debiti. Il fatto è che, in questo caso, stiamo parlando di un’obbligazione del governo a fondo perduto da parte del cittadino. E lo è perché la flat tax non permette un ritorno nelle casse dello Stato. È come il cane che cerca di mordersi la coda. Applicare la flat tax vuol dire creare un debito. Il debito viene pagato inizialmente dai cittadini. Ma, poiché la flat tax ha bisogno di autofinanziarsi (il riccone non paga le tasse), il debito non viene mai risaldato! E questo non lo dico io, ma gli esperti che hanno capito cosa non va nella flat tax. Gli economisti non contestano la flat tax per andare contro il governo, ma perché sanno che la flat tax è una rovina. Tutto questo a prescindere dal fatto che, già ora, il sistema fiscale è una mezza flat tax.

Non abbiamo bisogno di altre strade!

Il trasporto gommato è uno dei capisaldi dell’Italia. L’apertura dell’autostrada del sole, durante il “boom italiano”, fu accolto come l’avvento del messia. Tutto stava cambiando, la gente viaggiava e raggiungeva più facilmente luoghi lontani.

Il problema è che il troppo stroppia sempre. La gente inizia a viaggiare troppo in macchina, dimenticando, se non l’aereo, il treno. Per conseguenza, aumenta anche il traffico. I nostri politici, finora, a questa “esigenza” (tra virgolette!) hanno reagito costruendo più strade. Peccato che, costruendo più strade, il traffico sia aumentato di più. È un circolo vizioso, che provoca non solo stress e perdite di tempo per le persone, ma soprattutto dei gravi danni ambientali. Si consuma più suolo, c’è più inquinamento e viviamo peggio. Pensiamo di migliorare, ma non è così.

Il meccanismo con cui si verifica l’aumento di traffico è ben noto (si parla anche di paradosso di Braess). Eppure, mi sono accorto che la stragrande maggioranza dei cittadini continua a credere che il traffico si risolva costruendo più strade. Ecco perché ho scritto questo articolo.

Se tu costruisci una strada, è chiaro che l’intento sia usarla. Più strade, però, implicano anche più incroci e svincoli, detti punti critici. Ognuno, quindi, per un motivo o per un altro, vorrà prendere un incrocio o uno svincolo, creando però ingorgo. Non ci sarebbe alcun problema se le auto in circolazione fossero poche. Peccato che le nuove strade vengano costruite proprio perché ci sono tante macchine da smaltire. Per questo motivo, si parla appunto di paradosso. Tutti vogliono arrivare prima, tutti vogliono prendere una scorciatoia e la situazione non migliora affatto ma, anzi, il contrario. Considerando anche chi non può avere la patente, come i minorenni, ogni italiano possiede quasi un’auto a testa. Spesso ce ne sono due in una famiglia. Sono veramente tantissime auto. E creando più strade non smaltisci il traffico, bensì incentivi di più ad usare l’auto, aggravando una situazione che già lo era prima.

Quella dell’auto, in Italia, è ormai diventata una follia. La si usa sempre, anche per andare sotto casa a prendere il pane o in banca. Eppure, come spiega bene anche il geologo Tozzi nel suo programma Sapiens (bellissimo, rivolto ai giovani ma dovrebbero imparare anche gli adulti!), esistono alternative ben più efficienti e meno costose. Posso capire che i treni siano inefficienti in Italia, ma allora è per questo che ci dobbiamo battere. Prendere l’auto, di fatto, è un atteggiamento da pigri o ignavi. Se i treni funzionano male, anziché eliminare i presunti “rami secchi”, bisogna lottare affinché siano migliorati. Invece no, si eliminano i “rami secchi”, prendiamo tutti l’auto e il treno è solo la TAV per farsi belli e ricchi. Non fatevi fregare dai politici che favoriscono lo “sblocca cantieri”, inneggiando alla costruzione della TAV o di nuove strade. E sono politici sia di destra che di sinistra. Quindi, entrambe le fazioni, teoricamente opposte, si ritrovano “alleate” quando c’è da fare profitto con il cemento e il consumo di suolo. L’esempio di come le soluzioni ci siano eccome è anche qui a Bergamo. Per andare in città, si può andare in macchina o in treno (o in bus, ma voglio semplificare il discorso). Da me sono circa 10 km. Ebbene, se prendo la macchina, ora che arrivo in centro posso impiegare anche più di mezz’ora. Nelle ore di punta, non ci provo assolutamente. In treno ci metto 10′ circa. I treni italiani non saranno all’avanguardia, ma risparmio almeno 2/3 di tempo! Però tutti ci vogliono andare in auto, perché siamo abituati così e non vogliamo guardare a cos’altro c’è. Non usciamo dall’orticello e ci sta bene ciò che si è sempre fatto finora, anche se fa scadere la qualità della vita. Un altro esempio è l’autostrada BreBeMi (Brescia, Bergamo e Milano). All’epoca sono andati tutti fieri della quarta corsia, ma il traffico è peggiorato rispetto a prima! La quarta corsia è stata un’opera di totale fiasco, che però ha arricchito i mafiosi dell’edilizia (politici e non, si intende).

Il discorso fatto per le strade vale anche per i parcheggi. In un vecchio articolo sulla Gazzetta, c’erano i soliti che sentivano il “problema parcheggio” e chiedevano di fare più parcheggi. Ovviamente. Per fortuna, c’erano anche persone coscienti di dove sta il vero problema.

Più parcheggi fai e più non trovi parcheggio!

A meno che le auto non siano poche. Ma i parcheggi sono fatti proprio perché ci sono più auto che cercano parcheggio! Il paradosso di Braess.

Insomma, noi italiani dobbiamo cambiare abitudini. Come detto, se i treni funzionano male, la soluzione non è usare l’auto, ma battersi per migliorare i regionali anziché finanziare la TAV. Vale anche per i camionisti. Come dice sempre Tozzi in Sapiens, per andare da Genova a Palermo, è più efficiente ed economica la nave. Poi si faranno i tragitti locali su strada, ma il viaggio lungo si può fare in nave. Le soluzioni ci sono. Bisogna imparare a sfruttarle, senza restare pigri. Non a caso, la Pianura Padana è una delle zone in Europa con il più alto tasso di inquinamento. E, non a caso, è una zona con alta concentrazione di traffico. Ovviamente, l’inaudito inquinamento della Padania non deriva solo dalle dalle auto, ma avere più auto è una diretta conseguenza della situazione.

La sesta grande estinzione (cambiamento climatico)

Gli effetti del surriscaldamento globale si avvertono sempre di più e viviamo sempre di più in una cappa di smog. E ciò nonostante, è ancora nulla rispetto a quello che ci attende. Lo so, detto così, sembra che stia descrivendo l’apocalisse. Ma l’apocalisse, se preferite usare questo termine, non avviene in un giorno preciso come tante volte hanno annunciato le sette o per il 21 dicembre 2012. L’espressione corretta è grande estinzione. E una grande estinzione si verifica nel corso di pochi milioni di anni. Dico “pochi” perché lo sono secondo la scala geologica, mentre sulla scala della vita umana 2 o 3 milioni di anni sono un’enormità! In passato, ci sono state 5 grandi estinzioni di massa, soprannominate “big five”. Quella più famosa ha fatto estinguere i dinosauri, mentre quella più terribile è stata tra il Permiano e il Triassico (limite Perm-Trias, circa 250 mln di anni fa). Ovviamente, accanto ai big five, ci sono state tante altre estinzioni minori, ma sempre drammatiche in termini di ragionamento umano.

La caratteristica di una nuova grande estinzione, la sesta, è dovuta a due fattori:

1) è colpa nostra;
2) il tasso di estinzione è più elevato di quello che farebbe la natura da sola (alcuni sostengono che il tasso sia di 100 volte superiore).

Circa 56 mln di anni fa, la Terra subì un aumento pazzesco delle temperature globali. C’erano palme e coccodrilli alle latitudini della Groenlandia! Ma si tratta di un avvenimento che si è sviluppato in migliaia di anni. Un arco di tempo brevissimo per la geologia, ma lunghissimo rispetto a quello che stiamo provocando oggigiorno.

Che l’aumento odierno delle temperature sia colpa nostra, non c’è alcun dubbio, in barba ai negazionisti. Ne ho già discusso nell’articolo sul surriscaldamento globale. Sulle stime, invece, i dati hanno chiaramente un margine di errore e ognuno offre delle interpretazioni. Non tutti forniscono le stesse cifre. Quello che non cambia è il concetto, o meglio, la realtà. Il 41 per cento di tutte le specie di anfibi e il 26 per cento di quelle di mammiferi sono state incluse nella lista delle specie in pericolo di estinzione dall’International Union for Conservation of Nature (IUCN). Secondo Gerardo Ceballos della Universidad Nacional Autonoma de Mexico a Città del Messico e Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo della Stanford University, il 30% delle specie di vertebrati ha visto declinare il suo areale e la dimensione della popolazione (l’areale indica la zona in cui vive una specie, intendendo non solo lo spazio geografico ma anche le caratteristiche). Per quanto riguarda l’aumento di temperatura media del pianeta, 2 °C è il limite considerato quello del non ritorno, ma un cambio della tendenza non si è mai visto. Tutte le riunioni sulle sorti del clima sono terminate con fumate nere e, anzi, c’è chi è uscito da quegli esigui accordi stabiliti. Alcuni studiosi dicono che, nel 2100, l’aumento di temperatura sarà addirittura di 4 °C, se non addirittura 8 °C negli scenari più catastrofici. Dipende da come uno ha fatto i calcoli e qual è il margine di errore stimato, ma anche la gravità che vuole trasmettere. Nulla di strano, è già accaduto un rialzo di questo tipo ma, come detto, stavolta sta avvenendo a una velocità terrificante che non dà scampo. In realtà, in Italia molte zone hanno già subito un aumento medio di almeno 2 °C rispetto alle medie climatiche teoriche. Dove abito io, è sistematicamente così da anni. L’inverno è sempre troppo caldo per quello che dovrebbe essere. I giorni di vero gelo sono pochi (e drammatici) e si ritorna sempre al caldo. 15 °C a febbraio possono sembrare piacevoli, ma non è affatto così se si guarda oltre. Si possono dare tanti tipi di dati e si possono effettuare diversi tipi di studi, ma il fatto non cambia: molte specie si sono estinte a causa dell’uomo e tante altre stanno declinando. Ma basterebbe anche la realtà quotidiana per accorgersene. Stanno sparendo sempre di più gli insetti impollinatori e altri che fanno funzionare l’ecosistema (il primo che mi viene in mente è lo scarabeo stercorario). Sì, anche se non ci piacciono, gli insetti sono a rischio estinzione come gli orsi polari, i pinguini, gli squali, il tonno e gli elefanti. Proliferano le mosche e le zanzare, loro sì ma, come diceva Einstein, senza le api noi umani siamo morti! Io che abito in un piccolo paese a “rischio giallo” (cioè ancora si può salvare qualcosa, rispetto a città perdute per sempre nel cemento come Peschiera del Garda), penso di non ricordare più l’ultima volta in cui ho visto un’ape. Ed è un piccolo paesino, non di certo una grande metropoli come Milano.

Purtroppo, anche se i tempi di questa estinzione sono estremamente brevi, non ce ne accorgiamo. Potremmo dare la colpa alla cecità delle persone e dei governi e non sarebbe sbagliato. Ma, a questo, bisogna anche dire che saranno le future generazioni a patire di più. È un ragionamento tipico ed egoistico. “Tanto, quando succederà, non sarò più vivo, quindi che me ne frega?” Non si guarda più in là del presente e si cerca il massimo profitto. È il ragionamento di gente come Trump, Salvini e di tutti coloro che continuano a togliere spazio alla natura per guadagnare con il dio del cemento. Inoltre, gli occidentali se ne accorgono poco perché sono i paesi più poveri a vivere le conseguenze più drammatiche. I ghiacciai dell’Hindu Kush, direttamente o indirettamente, fanno sopravvivere circa 1.5 mld di persone. Ma i ghiacciai si stanno ritirando pesantemente, quindi quest’area popolata da 1/5 della popolazione mondiale soffrirà.

Surriscaldamento globale e immigrazione

Un aspetto del surriscaldamento globale poco noto è che scatena dei meccanismi di immigrazione (o migrazione). Leggete questo articolo e scoprirete di cosa parlo. Qui preferisco parlare di altro, altrimenti sposterei l’attenzione sul “problema immigrazione” togliendolo al resto dell’articolo.

Ci sono soluzioni? La sovrappopolazione ci frega!

Intanto, dobbiamo iniziare ad ammettere che siamo in troppi. Pensiamo a come poter sfamare 10 mld di persone nel 2050, ma non si dice quasi mai che il problema è esattamente che saremo in 10 mld. Al contrario, i nostri TG continuano a lanciare l’allarme del calo di nascite (e poi c’è chi, come Salvini, ragiona da islamico per combattere l’Islam, ovvero incitando a fare figli come pani usciti dal forno). Difficilmente potrà cambiare qualcosa se non si raggiunge questa consapevolezza. Non è vietato fare figli, ci mancherebbe altro. Ma bisogna fare figli se si ha una concreta capacità economica e morale per poter dare ai figli i mezzi, in particolare quelli etici, necessari alla vita. L’obiettivo dovrebbe essere almeno mantenere invariata la popolazione. Già qui mi sa che abbiamo fallito, visto che le propagande vanno in verso opposto al mio pensiero. Proprio per questo motivo, ecco che periodicamente sbuca fuori un articolo che ci spiega come il cibo del futuro saranno gli insetti (ma non si dovevano estinguere pure loro?) o che dobbiamo seguire un’alimentazione vegetale. Mah, anche se esistono popoli che si nutrono di insetti, dubito che l’umanità intera accetterebbe di mangiare insetti. Io preferirei morire di fame, piuttosto! Per quanto riguarda l’alimentazione vegetale, siamo alle solite. Queste ideologie non mi hanno mai convinto, perché l’interesse non è realmente quello di salvare il pianeta. L’interesse di queste ideologie è convertire le persone a passare dalla loro parte, usando qualunque scusa possibile, bugie comprese. Diffidate di questi attivisti militanti, perché a loro, dell’ambiente, non frega nulla allo stesso modo dei politici che guadagnano con il cemento. Se per convertire devono dire che salveranno il pianeta, anche se non è vero, lo dicono. Non si fa altro che spostare il problema. Si continuerebbe a deforestare, si eliminerebbero le specie di quell’habitat e il problema, anzi, peggiora! O magari riduciamo l’impatto ambientale del 30%, ma la popolazione aumenta del 50% e siamo punto e a capo (si possono dare altre percentuali, ma il concetto resta invariato). Insomma, la vera soluzione è smetterla con la rincorsa al cemento, puntando sulla riqualificazione di aree su cui si è già costruito (vedi l’abbattimento del vecchio Delle Alpi, stadio della Juventus, per costruirci un altro stadio anziché andare in cerca di terreni ex novo). E, naturalmente, non possiamo continuare a crescere spropositatamente come numero di abitanti. Quando spiego che i paesi scandinavi sono tra i più felici al mondo, una delle critiche che piovono che è facile essere felici in Norvegia se loro sono appena 5 mln. Ecco, te lo sei detto da solo… vedi che, se vuoi, arrivi a capire che la sovrappopolazione è un problema! Un altro dato di quanto la crescita della popolazione impatti sull’ambiente: ogni figlio occidentale (*) viene mediamente a “costare” all’incirca 58 tonnellate di CO2 all’anno (all’anno!). Un volo intercontinentale (che non si fa di certo tutti i giorni) “costa” circa 1.5 tonnellate pro capite (all’incirca 300 g pro capite per ogni km percorso). C’è poco da fare, i numeri non mentono, ma mica si può dire, soprattutto nei paesi molto religiosi o dove serve aumentare il PIL, di fare meno figli! Non sto affatto dicendo che è vietato fare figli, tutt’altro, ma è facile accorgersi che troppa gente, in occidente o nei paesi poveri, fa figli come se fossero pani sfornati. Ogni eventuale soluzione deve necessariamente passare attraverso il fattore popolazione. E, più la popolazione cresce, più le soluzioni diventano sempre più complicate e complesse.

* E certo, finché i bambini africani muoiono di fame, è comodo continuare a vivere nell’agio e pensare di consumare all’infinito.

Uno degli slogan del movimento #Fridays for Future è che non dobbiamo cambiare il clima, ma il sistema. E sono d’accordo. Il cambiamento climatico è ormai irreversibile. Quindi, dobbiamo essere pronti, portando avanti linee politiche che considerino questo problema. Charles Darwin ha correttamente dimostrato, nella sua teoria dell’evoluzione, che sopravvive chi si adatta meglio (chi si adatta meglio, non il più forte!). E noi umani dobbiamo adattarci ai cambiamenti climatici, cessando gli egoismi e i sovranismi. È interessante notare una cosa di Greta Thunberg. Lei ha iniziato la protesta davanti al parlamento svedese, ma gli svedesi (e gli scandinavi in generale) sono stati tra i primi a capire il problema ambientale e ad intervenire.

Il lassismo della politica italiana

Ecco uno dei tipici esempi di politica che infinocchia la gente. Dopo l’attivismo di Greta Thunberg e degli scioperi del clima, il governo italiano di Conte ha realizzato il decreto clima (detto anche green new deal). Si vuole spacciare questa manovra come qualcosa di grandioso, addirittura paragonandola al new deal di Roosevelt per combattere la depressione americana di inizio ‘900. La cifra di 450 mln appare grande, ma in realtà sono solo briciole. Se uno fa due conti, parliamo di 8 euro a testa per ogni cittadino. Questa è la spesa che ognuno di noi mette per il decreto clima del governo di Conte. Il canone RAI, annualmente, ci costa molto di più! 8 euro a testa per affrontare i cambiamenti climatici sono una cifra irrisoria. I nostri politici ci dicono che è solo un inizio, ma ciò significa che il messaggio non è stato recepito. Non bisogna agire entro 20 o 30 anni, perché a quel punto sarà troppo tardi. La Germania e i paesi scandinavi l’hanno capito (gli scandinavi prima dei tedeschi) e finanziano cifre molto più importanti. I nostri politici giustificano la spesa tedesca per il clima dicendo che i tedeschi producono di più. La giustificazione non regge. Per quanto la Germania sia più avanti nella produzione, stiamo mettendo a confronto 8 euro per cittadino italiano contro 600 euro per ogni cittadino tedesco (50 mld in tutto). È un divario fin troppo enorme per giustificarlo con un mero fatto di produzione! La Germania ha capito che l’ora di intervenire è adesso, come ci dice bene Greta Thunberg. La verità è che gli italiani vogliono ancora credere di essere nel boom economico, cioè che il miglior modo di produrre e creare posti di lavoro è l’economia del cemento. Per conseguenza, le misure per il clima in Italia sono irrisorie, perché è ancora irrisoria la mentalità ecologica degli italiani!

Nulla cambia, ma forse tutto peggiora

Di recente, trovo positivo che molti giovani, rispetto agli adulti e ai politici, si siano resi conto del problema e scioperino (è importante distinguere che, per loro, non è una manifestazione). Ciò dimostra che le nuove generazioni non sono totalmente da buttare. Se parliamo di ambiente, sono gli adulti, cioè i nostri padri e i nostri nonni, ad averci lasciato nei guai per il mero profitto. Sfortunatamente, temo che sarà sempre troppo tardi. I politici “non hanno fatto i compiti” e non hanno intenzione di farli per molto a lungo. E gli scioperi, per conseguenza, rischiano di finire come un’azione passeggera o dimenticata. Il discorso della Thunberg al COP24 avrebbe dovuto far nascondere dalla vergogna coloro che, da anni, parlano e non vogliono mai risolvere per poter mantenere i rispettivi interessi. Invece, è inquietante che la realtà spiattellata in faccia abbia addirittura provocato insulti, come purtroppo non sorprende nell’era del “cattivismo”. E no, la Thunberg (che è una ragazza e NON una bambina) non ha ragione perché ha l’Asperger. Posto che molte soluzioni alternative spostano o rimandano il problema, ha ragione per un motivo molto semplice ma che non si vuole ammettere: gli “adulti” non si comportano da maturi! Il discorso della Thunberg non è nuovo, a dire il vero. Con una retorica comprensibilmente degli anni ’90, l’aveva già fatto Severn Suzuki nel 1992, che all’epoca aveva 12 anni e fu nota come la bambina che “zittì il mondo per 6 minuti”. Quando si dice perseverare negli errori. Ora la Thunberg è diventata l’ambientalista simbolo e i politici si fanno belli con lei. Nel frattempo, però, hanno già nel cassetto i nuovi accordi per guadagnare con il cemento. Lo dice lei stessa:

Tanta gente importante si congratula con me, ma non so di che cosa si congratuli. Milioni di studenti sono andati in sciopero per il clima, e nulla è cambiato.

È per questo che lei continua ad essere arrabbiata, anzi lo è di più, avendone tutto il diritto. I politici sfruttano le sue lotte per accalappiare voti e, mentre dicono che bisogna intervenire per il clima, assegnano i Mondiali al Qatar, che per rinfrescare lo stadio spreca vagonate di energia. Un Mondiale nel deserto, un bosco che sparisce per un campo da coltivare, cantieri su cantieri perché la gente deve lavorare ecc. E stiamo sempre continuando a fare quello che ci sta distruggendo. Tra l’altro, la Thunberg ha un suo modo di viaggiare, di cui ho discusso qui. Riallacciandoci al suo modo di viaggiare, in questo articolo diciamo che non è alimentare un palco con 120 ciclisti che risolveremo il problema. Sa di grottesco e ricorda l’immagine degli schiavi che dovevano remare le barche (*). Ma forse, più che non essere cambiato nulla, è tutto peggiorato. La popolazione è aumentata e i boschi spariscono a mano a mano per cedere ai centri commerciali, ai pascoli e ai campi di agricoltura (non è solo colpa degli allevamenti!). Un terreno prima coltivato diventa argilla secca dopo qualche anno. Si costruiscono sempre più strade e parcheggi, aumentando il traffico, lo smog e l’inquinamento. In riassunto, giusto per ripeterlo: siamo in troppi e cementifichiamo troppo!

* Quello che mi rende perplesso è che anche gli ambientalisti della vecchia scuola sminuiscono i giovani del #Fridays for Future. In quanto giovani, è normale che siano ancora immaturi e inesperti, ma nessuno nasce imparato. Se oggi sono immaturi e inesperti, impareranno pian piano. Gli ambientalisti della vecchia scuola sembra che siano frustrati perché avrebbero voluto loro certi riconoscimenti, ma così dimostrano di non avere un vero interesse per l’ambiente (e allora capisco perché hanno fallito!). Anche se abbiamo tutti quanti le stesse idee, francamente mi dissocio dal vecchio ambientalismo, che è solo l’altra faccia di chi cerca un profitto. Non è neanche questione di “rispetto” (cit. Salvini). Parlare di rispetto, nel caso specifico, vuol dire che è un momento passeggero prima di diventare adulti e pensare ad altro. Non è questione di rispetto, ma di dare a questi giovani gli strumenti e gli insegnamenti per maturare l’esperienza e governare meglio di chi lo fa oggi. Il geologo Tozzi l’ha capito perfettamente e, non a caso, nel suo programma Sapiens invita solo i ragazzi del liceo come ospiti.

Sia chiaro, anche il mio ragionamento è di stampo umano. A rimetterci è sempre l’uomo. Anche se si estingueranno molte specie, non sarà il pianeta a morire e non sarà la vita a sparire dal pianeta. Non è bastato nemmeno l’asteroide di Chicxhulub a distruggere la vita sulla Terra. Mi vengono in mente i tardigradi, animali piccolissimi (circa 1 mm) e capaci di sopravvivere dallo zero assoluto fino ai 150 °C o addirittura nel vuoto dello spazio. Il loro aspetto è simile a quello di un ippopotamo e sembrano buffi, ma sono uno straordinario esempio di come la vita, una volta che si è stabilita, è molto resistente. La vita avrà sempre futuro ancora per molto tempo. Sarà l’uomo a non esserci più, a meno che non decida di cambiare rotta in extremis. Ormai, anche i paesi occidentali risentono del surriscaldamento globale. Negli USA, è vero che ci sono ondate di gelo tremende che bloccano il traffico aereo, ma poi ritorna sempre preponderante il caldo. È la differenza tra meteo e clima, cioè tra scala locale e scala a lungo termine. Incendi, tempeste, alluvioni e altri eventi estremi (*) stanno colpendo anche nei paesi occidentali, provocando morti. Non saranno il miliardo e mezzo che dipende dall’Hindu Kush, ma anche da noi, di questo passo, serviranno a poco i climatizzatori in estate. Da noi in Europa, è stato appositamente coniato il termine “Medicane”, cioè un neologismo tra Mediterraneo e hurricane per sottolineare che questo evento climatico sta diventando comune anche nel Mare Nostrum. Non sono solo io a farla “tragica” parlando di sesta estinzione. Ne parlano anche molte riviste scientifiche (mi viene in mente un articolo di Le Scienze).

* Da chiarire cosa si intende per evento estremo. Un evento estremo è tale se non è tipico di un luogo, ma può essere normale in un altro. La domanda è: se gli eventi estremi diventano normali, come sempre più sta accadendo, ha senso parlare di eventi estremi?

Resilienza, il sapersi adattare

Come ho spiegato anche nell’articolo sul surriscaldamento globale, a mio parere dovremo adattarci. Gli scienziati amano usare il termine resilienza. E condivido. Ma dobbiamo adattarci con azioni concrete, non con cure palliative. Ha poco senso parlare di spazzolini di bambù o di fare docce brevi per non sprecare l’acqua (*), laddove il grosso è dato dalla sovrappopolazione e dal cemento. Il punto è che il trend è un dato di fatto ed è ciò che si sta davvero realizzando. Se è vero che il peggio lo vivranno i nostri figli e i nostri nipoti, è anche vero che già la qualità delle nostre vite è scaduta. Purtroppo, quello che ancora a molti non piace è dire dove sta veramente il problema. Le ideologie veg non potrebbero convertire la gente a fare un’alimentazione vegetale. I politici non potrebbero fare le campagne per il family day e regalare al papa altri fedeli. E, ovviamente, la mafia del cemento non potrebbe continuare ad arricchirsi. Sì, poi c’è Focus che ci fa vedere una manciata di teneri cuccioli di elefanti salvati dai bracconieri, ma nel frattempo il malvagio di turno si prende 1000 volte di più.

* L’argomentazione ha poco senso. È vero che non bisogna sprecare l’acqua, ma il problema non si risolve facendo docce brevi. Tutto quello che usiamo e indossiamo impiega molta più acqua di quella con cui ci facciamo la doccia. Quest’acqua viene chiamata “acqua virtuale”, ma è ben più reale di quella del rubinetto o delle docce.

Uno degli slogan del movimento #FridaysForFuture è che non dobbiamo cambiare il clima, ma il sistema. E sono d’accordo. Il cambiamento climatico è ormai irreversibile. Quindi, dobbiamo essere pronti, portando avanti linee politiche che considerino il surriscaldamento globale. Charles Darwin ha correttamente dimostrato, nella sua teoria dell’evoluzione, che sopravvive chi si adatta meglio (e non il più forte!). Noi umani dobbiamo adattarci ai cambiamenti climatici, cessando gli egoismi e i sovranismi.

Infine, voglio spendere due parole sul riciclo. Le cose non sono più come 20 anni fa. Riciclare è sempre meno economico. È per questo che i roghi ai rifiuti sono diventati un problema, la nuova frontiera (per così dire) della mafia. Sono le società di riciclaggio stesse ad appiccare gli incendi. Non guadagnano più come prima. Allora cosa fanno? Riciclano solo una parte dei rifiuti. Il resto viene dato alle fiamme in qualche cantiere abbandonato. Tutto ciò nasce dalla crescente popolazione. Più c’è gente e più aumenta l’energia consumata, quindi anche gli sprechi. Riciclare diventa più costoso e alimenta la mafia con gli incendi ai rifiuti. Ma il problema non è riciclare, bensì l’aumento eccessivo della popolazione. E questo problema non si risolve tornando agli inceneritori come vogliono fare alcuni politici stile Salvini.

Moon Day, che cosa davvero ci lascia esistenzialmente?

Possiamo imparare dagli Hunza, ma non le bufale!

Quella sugli Hunza è una bufala molto vecchia. Girava su siti come disinformazione.it, ma ancora oggi è “gettonata” e viene proposta da famosi motori di ricerca. Penso che però sia interessante per capire alcune cose sullo stile di vita.

Gli Hunza, tante etnie in una valle

Partiamo dal principio: chi sono gli Hunza? Gli Hunza abitano nell’omonima valle in Pakistan. Fin dalla fine dell’ottocento, gli Hunza sono descritti come un popolo longevo. A mano a mano, la loro storia è stata sempre più romanzata, fino ad arrivare alle bufale degli alternativi, secondo cui gli Hunza vivono fino a 130-140 anni. La prima cosa che salta all’occhio è che queste bufale sono diffuse dagli alternativi che sono contro la società moderna. La popolazione degli Hunza, in generale, viene descritta come una tribù mistica che vive lontana dalla tecnologia e dal comfort dell’occidente, che non conosce le malattie e nemmeno la medicina, nutrendosi di acqua pura (alcalina?) e prodotti vegetali. Ebbene, quasi nulla di tutto questo è vero. Innanzitutto, il popolo degli Hunza, per la maggior parte, appartiene a una corrente islamica liberale, i cosiddetti ismaeliti. Liberali perché si possono vedere molte donne in giro con abiti decisamente più “emancipati” rispetto ad altri tipi di islam. Già se si va in alcune zone confinanti, l’estremismo islamico è dominante e vige un profondo odio verso gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, gli Hunza non sono affatto una tribù mistica come vogliono descrivere gli alternativi, ma vivono nelle città, esattamente come facciamo noi in occidente. La città principale della valle è Karimabad e ha circa 10 mila abitanti. Non sarà una metropoli come New York, ma molte valli in Italia, al confronto, sono disabitate. Esistono diverse etnie nella valle dell’Hunza, che parlano altrettante lingue. Quindi, per comodità e metonimia, continuerò a chiamarle tutte Hunza, ma sappiate che è tecnicamente sbagliato. Non esiste una “popolazione Hunza”. Esistono diverse etnie che abitano la valle, con diverse lingue, ma una “popolazione Hunza” non esiste.

Nonostante quella degli Hunza sia una bufala, c’è un dato vero: l’aspettativa di vita degli Hunza è sorprendentemente alta. Ma alta di quanto? Alla fine, è un’aspettativa di vita del tutto paragonabile a quella che c’è da noi. Infatti, gli Hunza non sono nemmeno citati nelle zone blu internazionali, cioè le aree locali con un’aspettativa di vita più alta della media mondiale. Più interessante scoprire perché esiste questa aspettativa di vita. E non è merito di pratiche come il digiuno o l’alimentazione a base di vegetali, bensì proprio delle innovazioni che gli alternativi disprezzano. La valle dell’Hunza ha ricevuto finanziamenti per l’agricoltura e l’economia. Anche l’alfabetizzazione è alta (alcune fonti, tra cui Wikipedia, riportano il 90%). È una valle rigogliosa e verde, ma per niente povera e isolata. È una valle molto frequentata dai turisti e attraversata dalle strade, come quella di Karakorum che permette di assistere a panorami mozzafiato. Certo, magari non andranno in giro con macchine e smartphone, ma dire che vivono come delle specie di eremiti è una falsità bella e grossa. Grazie ai finanziamenti attuati dall’Aga Khan (il loro equivalente di governatore), gli Hunza hanno guadagnato un certo benessere. E quando c’è più benessere, si sa, si tende di più ad essere gioviali come lo sono gli Hunza. La popolazione degli Hunza è stata documentata da Levison Wood, il famoso esploratore britannico che ama fare viaggi lunghi a pedi attraverso luoghi impervi o pericolosi (nello specifico, gli Hunza vengono citati nella serie “Sentieri himalayani”). E fa vedere proprio quanto ho appena detto, cioè che gli Hunza hanno raggiungo un sufficiente livello di benessere per raggiungere l’aspettativa di vita che abbiamo noi. Non è che non conoscono le malattie e la medicina. Semplicemente, la loro vita non ha le piaghe di altre zone cosiddette povere. E non le hanno perché hanno guadagnato maggior benessere. Secondo me, se parlassimo a qualche Hunza delle bufale sul loro conto, si metterebbe a ridere! Gli Hunza sono tutt’altro che santoni o mistici illuminati.

Ma ci insegnano qualcosa?

Cosa possiamo davvero imparare dagli Hunza? Che la tecnologia è fondamentale per essere longevi. Che poi, nella nostra società, la tecnologia sia stata deviata, è un altro conto. L’ho spiegato anche in questo articolo: non è la tecnologia ad essere negativa, ma il modo in cui l’uomo la usa. Oltre alla tecnologia, ovviamente, è molto importante mantenersi attivi. Modernamente, possiamo parlare di sport. Molti abitanti della valle continuano tranquillamente a scalare le montagne a 80 anni. Tutto questo è ben diverso dal quadro decritto dagli alternativi. Gli alternativi citano spesso gli Hunza per vendere la loro ideologia, di solito quella vegetariana o vegana o contro i vaccini, contro la medicina ecc. Lasciate perdere tutto questo e concentratevi su un corretto stile di vita. Dagli Hunza, sì, possiamo imparare questo. In sostanza, l’errore è credere che i popoli primitivi muoiano di fame e di malattie, che abbiano un’elevata mortalità infantile. Diamo per scontato che solo il nostro modello di società sia il migliore in assoluto. Non vuol dire che gli Hunza non se la passano mai male e non è tutto oro quel che luccica, visto che, come detto, gli Hunza non appartengono alle zone blu. Ma se loro non se la passano male è perché, evidentemente, non sono affatto così “primitivi” o isolati. E, naturalmente, il turismo ha il suo bel ritorno economico per valorizzare la valle e fornire più benessere agli abitanti locali. Siamo noi ad essere troppo arroganti e imporre il nostro stile di vita come il sommo possibile. A dimostrazione di ciò, anche nel Medioevo si poteva benissimo vivere a lungo come oggi in occidente. Erano persone che, rispetto al resto della popolazione, potevano godere di più benessere. Ed è una situazione, con i dovuti accorgimenti e le dovute differenze, paragonabile agli abitanti della valle dell’Hunza. Sì, anche sul Medioevo, e in generale sulle epoche passate, ci sono errate convinzioni.

Riassunto delle mie parole: no alle bufale, ma impariamo ad uscire dall’orticello!

Attenzione alla credunoleria!
Giornalisti e ricerche da budinocerebrati

L’illusione del naturale
La pericolosità della medicina alternativa
Selvaggio a chi?

La tecnologia rende stupidi?

La prima volta in cui mi sono soffermato con spirito critico sull’utilità della tecnologia risale ai tempi dell’università. Dovevamo andare in escursione e stavamo raggiungendo il luogo d’incontro prefissato. Un nostro compagno usava il navigatore ma, incredibilmente, sbagliò strada! Errare è umano, si può dire, ma quello che destò scalpore anche ad altri fu che c’era il cartello stradale con la direzione giusta! Lui però insisteva “ma il navigatore diceva così!”

Poi, qualche giorno fa, è uscito l’ennesimo articolo sull’ANSA che parla della dipendenza dalla tecnologia. Nulla di nuovo sotto il sole. I ragazzi sono dovunque sui social e usano continuamente le app. Sembra che smanettino come il miglior hacker ma poi, dal vivo, non sanno chiedere informazioni o hanno problemi con la cassiera del supermercato. Il tema è molto ricorrente e anche serie come X-Files e Doctor Who segnalano il problema. La gente non sa più comunicare, è sempre china sul cellulare o sta troppo ai videogame. Devo dire che, essendo figlio dell’internet degli anni ’90, pur condividendo la preoccupazione sulla tecnologia, non si è individuato il nocciolo della questione:

la colpa non è tanto della tecnologia, ma di un generale impoverimento d’animo.

In sostanza, c’è tecnologia e tecnologia. Un conto è adoperare internet per informarsi, un altro diffondere bufale per creare panico, diffidenza, odio e risentimento. Ma sono elementi che esistono già e che sono sempre esistiti (vedi l’articolo sul Medioevo). L’errore è stato quello di assecondare questo carattere umano con la tecnologia sbagliata, quando invece si doveva indirizzare la gente verso un uso più utile di essa. Si possono fare parecchi esempi oltre a quello che mi è accaduto all’università. Ad esempio, si va a correre con il cardiofrequenzimetro e lo smartphone, salvo poi non essere capaci di gestire il ritmo ascoltando il proprio corpo. Si usa la mappa di Google per trovare una via, ma così non impariamo a guardarci intorno e, paradossalmente, non impariamo mai la strada. C’è sempre meno voglia di faticare e studiare e poi è ovvio che siamo allo sbando. Usiamo le app per gestire la dieta, ma poi non sappiamo valutare gli alimenti attraverso lo studio. Ovviamente, chi usa questi mezzi dirà che sono utili, che ci semplificano la vita ma, a conti fatti, rimangono handicappati. Ma non è finita qui. Ormai esistono decine di social network, ma nessuno sa fare un discorso, tanto che Twitter permette un numero limitato di caratteri (beh, certo, anche la sintesi è un dono, ma è diverso dall’assecondare un difetto!). E poi, invece, non si sa più scrivere una mail. Ecco, la mail è un esempio molto utile per capire quello che voglio dire. La mail è tecnologia. Il cartaceo è bellissimo, ma è indubbiamente vero che la mail è spesso più comoda. Ma quante persone scrivono ancora mail? Tutti sui social network a postare stati e link, ma le mail sono state ormai abbandonate. Eppure la mail ha segnato una importante rivoluzione tecnologica, permettendo una comunicazione più facile ed economica. Quindi, non si deve puntare il dito contro la tecnologia, bensì bisogna recuperare la capacità di comunicare, che sia tramite una mail o di persona. In alcuni casi, la tecnologia ci aiuta a farlo, mentre in altri no. I cellulari sono utili, ma se stiamo tutto il tempo chini ad aspettare qualche notifica qualcosa non va. La tecnologia non è mai intrinsecamente positiva o negativa. Siamo noi che possiamo decidere come usarla e, purtroppo, è vero che la stiamo usando male o con superficialità negli ultimi anni. Sono concetti che ho espresso anche in altri articoli, come sulla TV o sui robot. Evidentemente, il problema è più ampio e affonda nel come l’umanità si evolve (nel bene e nel male). Se l’umanità si evolve (o forse dovremmo dire devolve?) impoverendosi d’animo, il circolo vizioso proseguirà e saremo sempre più dipendenti da certi strumenti che solo in teoria ci facilitano la vita. Nel senso che ce la facilitano, sì, ma annientano anche la capacità di comunicare, di problem solving, di avere spirito critico. Ricordatevi sempre l’esempio della mail. La tecnologia, se usata bene, è positiva e ci migliora come esseri umani. La scelta è sempre nostra!

La politica dell’emozione… cioè, tutto fumo e niente arrosto!

Essere mossi dall’emozione non è di per sé negativo. Tutto dipende da cosa quell’emozione ci suscita e ci porta a compiere. Se in un periodo storico abbiamo bisogno di un’emozione, è perché quello effettivamente ci serve. Pensiamo al “I have a dream” di Martin Luther King. King ripete questa espressione per ben otto volte nel suo discorso. Discorso che, in realtà, non offre un’analisi impeccabile del problema razzismo. È un’emozione, appunto. Ma è un’emozione che ha permesso di agire concretamente non solo per i diritti dei neri in America, ma anche contro la guerra. Non voglio affatto sminuire King, perché il discorso emotivo ha raggiunto il suo scopo. Ed era uno scopo positivo.

Anche in Italia abbiamo la politica dell’emozione. Purtroppo, spesso l’emozione è negativa o porta a reazioni negative. Quello che ho notato è che non siamo vittime di ciò solo da parte della destra radicale, ma da parte di tutti i partiti. Sì, anche quelli che dicono di voler fare rivoluzione. Ecco quello che hanno provocato i partiti politici al governo negli ultimi anni.

Lega violenta
Scagliarsi contro gli immigrati non è una gran genialata. Però funziona sempre, anche nei paesi più avanti come la Svezia (vedi quello che è avvenuto alle elezioni del 2018). Quando un paese è in crisi e non si hanno valide soluzioni, è facile prendersela con gli immigrati. Non nego che la forma dell’immigrazione debba essere rivista, ma il vecchio trucco di prendersela con gli stranieri scatena un odio e un risentimento in assenza di ideali politici moderni. Se voi guardate in concreto, la Lega non sa attuare nessuna politica di cambiamento positivo. Parli di stupri? L’unica cosa che Salvini sa dire è che gli stupratori vanno castrati. Si parla di baby gang? L’unica cosa che Salvini sa dire è che bisogna togliere la patria potestà. A questo punto, tagliamo pure la mano a chi ruba, no? Ah già, dimenticavo che Salvini odia gli islamici. La Lega concentra l’emozione (negativa) sull’immigrazione, che comunque è un problema vero, così da non ammettere che su tutto il resto non sa fare nulla o governa male.

La (finta) rivoluzione del M5S
Il partito è giovane e credo che ci sia una buona parte di teste che sanno pensare con modernità. Ma gente come Di Maio si mette in bocca la parola “cambiamento” e, con quel sorriso, ci prende beatamente per i fondelli. L’emozione è quella di combattere la casta e riempirci di promesse di cambiamento. Poi però scopri che il reddito di cittadinanza è una farsa e non sta cambiando granché. “Più tutto cambia e più tutto rimane uguale” dicevano gli americani dopo la Guerra Civile. Però la gente si concentra sulla guerra contro la casta e crede che il paese andrà meglio. Ma alla fine, il ruolo del M5S è stato sotto le aspettative. Avete notato che il sorrisetto di Di Maio è identico a quello di Renzi che poi ci fregava i soldi a mani basse? Capisco che sia impossibile pretendere un cambiamento in breve. E alcuni aspetti sono da apprezzare, come la lotta contro i vitalizi e il senso di educazione anziché di punizione. Ma la bufala sul reddito di cittadinanza è inaccettabile, un insulto all’intelligenza dei cittadini.

Il PD dei ladri
Il risultato del Vaffanculo Day? Altra gente che ci deruba. Il PD ci indottrina che l’Italia si è indebitata a causa dei Berlusconi che hanno governato prima. Ci coltivano (sì, uso appositamente questo verbo) con lo spirito europeo. E se non facciamo come dicono, ci spaventano con la minaccia di levarci anche quella misera ciotola di cibo. Incredibile ma vero, gran parte degli italiani ha paura dello spread che sale e delle ripercussioni da parte della UE se non ci soggioghiamo alla Germania o ad altri potenti. Il sentimento europeo, sì. Tutti dobbiamo sentirci europei, uniti e solidali. Così nel frattempo restiamo sempre gli zimbelli e personaggi come Renzi si arricchiscono, mentre noi dobbiamo accettare al più di sopravvivere.

Insomma, che sia la destra o la sinistra, questi sono esempi di come i politici ci fregano con le emozioni. Sicuramente, i media non aiutano, poiché le notizie sui giornali o siti come l’ANSA riportano ciò che si vuole far credere. Ad esempio, adesso che siamo con la Lega al governo, si parla molto di razzismo e immigrazione, ma poco o nulla sulla mancanza di modernità della Lega riguardo al lavoro o al modello della famiglia. Forse perché questo vorrebbe dire parlare male anche dell’opposizione? E la trovata del fare più figli per combattere l’invasione degli immigrati, andando in barba ai problemi ambientali causati dalla sovrappopolazione? Forse perché questo vorrebbe dire accusare anche i buonisti, magari del PD, che sbavano come decerebrati sulle orazioni del papa? I media sono parte attiva dell’emotività! Ci fanno tutti quanti il lavaggio del cervello e ci fregano. La colpa è però anche dei cittadini, che continuano a credere alle parole dell’imbonitore di turno. Se torniamo più indietro, possiamo anche citare Berlusconi e i comunisti che rappresentavano il male assoluto. Il male assoluto per le aspirazioni di potere e immagine del nano, ovviamente. Ma è così che Berlusconi riusciva ad accalappiare il voto di chi voleva essere come lui. Tanti comunissimi individui che sognavano di diventare dei piccoli Berlusconi. Non ci riuscivano? Colpa dei comunisti!

La politica dell’emozione (o forse della violenza?):

– distrae l’attenzione dai problemi seri;
– trova soluzioni semplicistiche senza risolvere i problemi.

Il M5S si è accanito sulle pensioni d’oro dei politici, ma ha dimenticato di dire che il problema nasce dalla popolazione. Una popolazione che ha il tipico vizio italiano di volersi arricchire sempre di più, fenomeno negativo a cui non si sottraggono anche i più poveri della classe. Salvini parla di ruspe qui e lì e attribuisce quasi sempre la colpa agli immigrati, ma la sicurezza si ottiene educando la popolazione alla civiltà e al rispetto (i genitori e la scuola sono elementi fondamentali). Tutti questi meccanismi di risonanza distraggono da come la società è degradata. Oppure non si discute a dovere del grave problema ambientale che i politici non vogliono prendere sul serio. Anzi, mentre gli studenti scioperano per sensibilizzare sul clima, sia la destra che la sinistra premono per cementificare sempre di più. Il discorso della politica dell’emozione vale anche per altri paesi. Trump non ha la più pallida idea di come si governa bene un paese, che sia nel verso conservatore (quale è) o liberale. È stato votato in un clima politico di crisi e rabbia sociale. E allora cosa fa? Dichiara la guerra alla Cina, ai media e, ovviamente, si accanisce sugli immigrati.

Non fatevi fregare dagli imbonitori. Guardate che cosa concretamente ha fatto o fa un partito politico. Se fa poco rispetto a quello che promette, votate un altro partito! Certo, ci può stare che qualcuno si opponga al cambiamento e quindi non sia del tutto colpa del partito scelto. Vedi il caso di Fico (comunque appartenente al M5S) contro le pensioni d’oro, che ha ricevuto l’opposizione di chi con la pensione d’oro faceva il pascià. Ma se un Di Maio promette una cosa e quello che fa è una bufala, vi state facendo prendere per i fondelli. Se un Salvini promette sicurezza e sa quasi solamente accanirsi sugli immigrati, vi state facendo prendere per i fondelli. Se il PD e le vecchie caste vi spaventano sullo spread che sale, vi state facendo prendere per i fondelli.

Ma l’Italia è razzista? Il vero problema è la mentalità vecchia!
Siamo ancora nel Medioevo?

Come cacciare Salvini e i bambini a cui si negano le risposte

Salvini non perde mai occasione di dimostrare di avere un quoziente intellettivo inferiore a quella di un bambino di 4 anni. Qualcuno dice che alcune sue idee sono condivisibili (e lo dice pure il sottoscritto), ma che imparerà. Ecco, il punto è proprio il “imparerà”. Io mi domando come si può permettere a gente come Salvini di governare se lui è il primo da educare.

L’ennesimo episodio in cui Salvini dimostra di essere un cretino è quello su un esercizio scolastico, in cui un bambino ha domandato come cacciare Salvini. Apriti cielo, il nostro bambinone con la barba colta dice che vuole “andare fino in fondo”. Non ci sta più, si sente attaccato, sta sulla difensiva. L’ha presa con l’orgoglio ferito. Vuole trovare il responsabile, vuole punire, vuole sapere chi sono gli insegnanti o i genitori che hanno commesso il gravissimo crimine di voler chiedere come si caccia Salvini.

Non so se a Salvini abbia dato alla testa il ruolo governante o se il suo scarso quoziente intellettivo si palesi con l’averlo messo al governo. Fatto sta che lui è il classico esempio di governante che accusa e “vuole andare fino in fondo” anziché domandarsi dove lui sbaglia. A scanso di equivoci, purtroppo sono sempre costretto a precisare che ho criticato ferocemente anche il PD per lo stesso motivo. Mi ci sono accanito per altri discorsi, ma sempre per il fatto che non si sa mai fare autocritica. Quindi, quelli che credono ciecamente nella destra e bollano chi li contesta come creduloni o buonisti stiano calmi: il difetto della destra è uguale a quello della sinistra. È mai possibile che la colpa sia sempre degli altri? Possibile che politici come Salvini o quelli del PD non si interroghino mai sul perché ci sia gente che non li vuole? Sul quaderno del bambino, le domande poste riguardavano diverse tematiche, fra cui:

– come risolvere la desertificazione;
– come guarire molte malattie;
– come smettere la guerra.

Ho mantenuto la dicitura nel quaderno per dare idea del linguaggio solo in apparenza ingenuo di un bambino (meglio dire “come CURARE molte malattie”). Sono problematiche del tutto legittime, che dimostrano sensibilità verso il futuro del pianeta e della società. Ma ai nostri politici non frega nulla, perché quello che è passato è che, fra i quesiti, c’era anche quello su come cacciare Salvini. Ma Salvini è capace di fare un po’ di autocritica o deve fare sempre la vittima (vedi il suo tag #colpadisalvini) anche quando un immigrato viene ucciso per motivi razziali? E ora dico di Salvini ma, come ho già precisato, in passato era il PD e in futuro sarà un altro. Come possiamo creare una generazione positiva e migliorare il paese se, ai disagi e ai dubbi dei nostri bambini, reagiamo sulla difensiva perché ciò che ci interessa è “andare fino in fondo”? I bambini vanno ascoltati. Se esprimono il disagio nei confronti di personaggi come Salvini, non è il caso di chiedere perché Salvini non piace? Questa è una delle ragioni per cui ci ritroviamo un popolo di bravi ragazzi (che non è la stessa cosa del ragazzo bravo!) o sopravviventi. Non si domanda mai ai figli sul loro stato d’animo. Non si spiega mai i perché. I figli devono fare quello che gli adulti comandano seguendo il modello del genitore padrone, quando invece ai figli dev’essere data l’opportunità di comprendere il mondo. Evidentemente, però, a gente come Salvini, al PD, al papa (volutamente in minuscolo) serve che le future generazioni siano formate da tanti bravi ragazzi che, come dei soldati in guerra, eseguono ciò per cui sono stati condizionati. “Non ci voglio credere” lamenta Salvini. Io vorrei non credere che continuiamo ad avere un popolo di tonti, governato da politici opportunisti che sfruttano la stupidità del popolo per farsi votare e guadagnare. Anni fa, fu Renzi a sfruttare questa stupidità per farsi votare e dare l’illusione di esserci liberati del “nano malefico” (una speranza del tutto vana). Dopo Renzi, è arrivato Salvini, che in coppia con Di Maio descrive l’apice della stupidità italica. Di Maio bacia il presunto sangue di San Gennaro e Salvini con il rosario come la nonnina super credente… ma dove vogliamo andare con politici così?

La preoccupazione è che questo andazzo politico si aggravi sempre di più. Vedi sulla finta lotta alle fake news, che in realtà è solo un pretesto da parte del governo di diffondere le proprie fake news. E vedi i molteplici tentativi della Lega di eliminare la legge Mancino che condanna i crimini a sfondo razziale. Perché oggi c’è Salvini che vuole dare carta libera a Forza Nuova di ammazzare gli immigrati senza essere puniti, ma nel frattempo la rubrica di alimentazione di Super Quark è peggio dei vecchi siti del tipo disinformazione.it. E del domani, come si dice, non v’è certezza… nel senso che non si sa cosa ancora di peggio accadrà!

La politica dell’emozione… cioè, tutto fumo e niente arrosto!

Aiuto, ci sono gli untori! Questione vaccini, glutine ecc…

Gli untori erano coloro che, nel ‘500 e nel ‘600, si credeva che diffondessero la peste attraverso unguenti venefici. Il fenomeno è descritto bene da Manzoni ne “I promessi sposi”, che prende in giro i cacciatori untori nella loro stupidità e nelle loro credunolerie.

La cosa interessante da notare è che, a distanza di secoli, il concetto di untore è ancora attuale. Chi sono gli untori di oggi? Oh, ne abbiamo. Anzi, per certi versi è più grave oggi, perché all’epoca gli untori causavano “solo” la peste. È vero, all’epoca venivano messo in ballo il demonio, ma oggigiorno gli untori sono dovunque. Dove stanno gli untori di oggi?

– Non mangiare carboidrati che fanno ingrassare e alzano la glicemia;
– non mangiare i grassi saturi, che ti fanno venire il cancro;
– non mangiare la pasta, che ti provocano la celiachia.

Questi sono gli untori di oggi. E per rimanerne immuni, anche i supermercati si sono adeguati decantando claim come “no glutine” o “vegan” (claim che, a volte, sono addirittura falsi visto che in un cioccolato fondente, teoricamente sempre vegano, a volte dicono che possono esserci sostanze animali o di derivati animali!).

Il caso dell’autismo

Il caso più clamoroso di untori è quello legato ai vaccini. Non esiste nessuna, ma proprio nessuna, prova che i vaccini causano l’autismo. Eppure, tra gli alternativi questa teoria è gettonatissima. A tal punto che esiste ancora una frangia della popolazione che li vuole eliminare, senza rendersi conto che un mondo senza vaccini è praticamente un mondo senza vaccini.

L’autismo è un disturbo psichiatrico, di cui soffrono da 5 a 50 persone su 10 mila. È un’incidenza abbastanza alta. Anche nel peggior studio di riferimento, è una malattia purtroppo comune. La gravità non è la stessa per tutti ed è doveroso precisare che esistono diversi gradi di autistico, pertanto l’autismo dev’essere trattato in modo personalizzato in base al tipo di caso.

I bambini autistici provano una svariata tipologia di sentimenti ed emozioni: rabbia, paura, ansia, gioia, diffidenza. In tutto questo, non c’è di per sé nulla di male, perché sono emozioni e sentimenti comuni in qualunque bambino. Quello che avviene nell’autistico è amplificare il vissuto.

Tutto questo c’entra con i vaccini? Ovviamente no! I vaccini sono una bufala molto cattiva che hanno messo in giro gli alternativi. Non hanno voluto ascoltare le ragioni dei loro figli e hanno messo in giro queste voci, a cui poi altri hanno beceramente creduto. In pratica, il trattamento dell’autismo si basa sulla capacità di ascolto del bambino. Si basa su un processo terapeutico che lo porti ad essere più consapevole del mondo e di se stesso. Per fare questo, ci vuole un processo terapeutico.

Cosa fanno gli untori di oggi, invece? Danno la colpa ai vaccini!

L’importanza della mentalità scientifica

Non credete mai agli accusatori di untori di oggigiorno. Mangiatevi pure il vostro piatto di pasta. La pasta non vi farà alcun male, perché ci che fa male è l’eccesso. Gli sportivi hanno bisogno di mangiare la pasta. Lo sport è necessario ai fini di uno stile di vita corretto, quindi demonizzare i carboidrati vi farà molto male. I dolci non fanno male, ma fa sempre male l’eccesso calorico. E, sì, lo dico molto coraggiosamente:

i grassi saturi non fanno male!

Vedi anche l’articolo “I grassi saturi non fanno male!” Piuttosto, credo che non si mangi abbastanza pesce grasso che contiene omega-3. Ma questo non c’entra con i grassi saturi, perché il male non è provocato dai grassi saturi, bensì dalla mancanza di omega-3… che è una cosa completamente diversa! E no: non c’è nessuna prova che la carne provoca il cancro. Semmai, l’evoluzione ha stabilito una correlazione tra l’incremento del cervello attraverso il consumo di carne e carboidrati. Vedi “Carne e carboidrati? Sì, grazie!” State alla larga dai cacciatori di untori!

Naturalmente, spero che abbiate capito che anche l’autismo non c’entra proprio nulla con i vaccini. Se ancora credete nelle scie chimiche, nei vaccini che provocano l’autismo o nel glutine che provoca la celiachia, vi resta solo una speranza: il trapianto di cervello.

La morte della libertà di Internet

Con un mio amico, ci diciamo che rivogliamo le vecchie faccine di MSN Messenger. Dietro l’apparente banalità del commento, c’è una realtà che si è sviluppata negli ultimi tempi:

internet non è più libero e imparziale!

Sono entrate in vigore delle nuove leggi, in teoria per tutelarci dalle fake news. Purtroppo, come ho già spiegato qui, la lotta alle fake news è la giustificazione con cui i “potenti” hanno deciso di prendersi il monopolio della rete, promuovendo le loro fake news. Ammazzandone la libertà. Uso internet dagli anni ’90 e ho percepito la differenza. All’epoca, strano ma vero, c’era molta più innovazione. Internet era visto come il futuro dell’umanità e del libero scambio di informazione. A distanza di parecchi anni, con le nuove leggi, ho provato a fare delle ricerche a random ed è stato terribile scoprire che i risultati sono inferiori. E non solo sono inferiori, ma sono stati declassati tutti i siti e i blog amatoriali, che dicono anche cose interessanti. Praticamente, i risultati di primo piano sono di grandi istituzioni, giornali e media nazionali, aziende con sponsor ricchi o importanti. Il punto è che gran parte di questi siti è di pessima qualità. O ci sono numerosi contenuti, ma spazzatura, o ci sono poche e inutili cose da leggere. Si contesta la diffusione delle bufale, poi però vai sull’Ansa e trovi immondizia totale che parla di frutta e verdura antiage. Ci casca pure Super Quark che, da programma di qualità che resta sempre, ha però la rubrica di scienza in cucina più ridicola dei siti di alternativi. Quindi, la smettano di mentire: la lotta alle fake news è una motivazione di facciata, la scusa perfetta per annientare l’imparzialità della rete. Google è uno dei maggiori artefici di questa autarchia. Infatti, mediamente si trovano metà dei risultati rispetto a Bing. Life Trek stesso ha solo metà delle pagine indicizzate rispetto a Bing. Solo che Bing è ancora poco usato, quindi per effetto domino anche il mio sito, che già non è che avesse molte visite, è di fatto sparito dalla rete. Ciò è dovuto al fatto che l’analisi da parte di Google è umana, non più con un algoritmo automatico. L’algoritmo automatico poteva anche dare dei risultati strambi, ma almeno era imparziale e si trovavano più voci su cui ognuno poteva scegliere liberamente.

Penso che internet sia progredito a tal punto da dare l’illusione di diventare famosi. Basta pensare a Facebook, che ci fa sentire tutti dei VIP. Ma il progresso della rete è stato proprio nella sua imparzialità. È vero che si potevano trovare le sciocchezze degli alternativi (vedi disinformazione.it, tra l’altro sparito pure questo), ma al prezzo di molte più informazioni utili e costruttive. Per evitare le sciocchezze degli alternativi, è sufficiente avere spirito critico. Invece no, i politici e i legislatori hanno optato per una censura, perché evidentemente l’intento non era la tutela dalle fake news. Se davvero l’intento fosse stato quello di combattere le fake news, sarei stato il primo a dare il sostegno. Ma le cose non stanno così, perché per siti autorevoli si intendono quelli che hanno più soldi e quindi si possono avanzare nelle indicizzazioni. I contenuti, come detto, non è vero che sono di qualità. Alcuni lo sono, ma la maggior parte di essi è veramente penosa. E attenzione, non ho nessun motivo per fare teorie del complotto. Io stesso ho una sezione dedicata alle bufale e gli alternativi non mi sono mai stati simpatici. Li ho sempre contestati, spesso duramente. Proprio questo rende agghiacciante quello che sta accadendo, perché è una realtà che sa di fulmine a ciel sereno.

L’esempio di Dazn

Un esempio di come i colossi abbiano agito per prendersi il monopolio è Dazn. La Gazzetta dello Sport ne ha fatto una pubblicità quasi da stalking, ossessiva. Ogni giorno esce qualcosa su Dazn. Dazn qui, Dazn lì, Dazn praticamente dovunque. Ma cos’è Dazn? È semplicemente un servizio di streaming per vedere lo sport in diretta (compresi gli scatti e le interruzioni mentre il vicino di casa ha già esultato), ma a pagamento. La beffa è che i normali siti di streaming gratuiti funzionano meglio di Dazn, ma per chi ha preso questo mercato è più importante farci sapere quant’è bella Diletta Leotta. Sui disservizi, invece, il classico “risolveremo al più presto” e poi silenzio. Dazn è un flop totale come servizio, ma qualche fesso che si abbona, purtroppo, si trova sempre. E loro ci guadagnano. Per la Gazzetta dello Sport, il flop è stato rivisitato con un veloce “luci e ombre”, puntando tutto sull’immagine della bella Leotta per istigare il clickbait (e personalmente, preferisco una donna che abbia un QI un po’ più alto della Leotta).

L’azione delle persone

Cosa fare? Quando ci sono di mezzo i potenti, credo che la guerra sia già persa. Anzi, Google è anche capace che, leggendo questo articolo, mi cancelli il sito. Ma credo anche che sia giusto continuare a dire la propria in rete, con disinteresse e onestà. Se trovate un sito interessante, sfruttate il passaparola. Mi viene in mente il blog di Dario Bressanini. Sui suoi articoli, ci sono centinaia di commenti. E a volte, per sua stessa ammissione, i commenti sono anche più interessanti dell’articolo stesso. Eppure, se provo a chiedere a 100 persone a caso, quasi nessuno conosce Dario Bressanini. E stiamo parlando di uno scienziato che ha fatto pure qualche comparsata alla RAI, non del tipico demente che attira like su YouTube. Insomma, proviamo a vedere il lato positivo. Recuperiamo quel carattere che aveva internet una volta, diciamo anche un po’ di nicchia. Pubblichiamo meno foto su Facebook e interagiamo di più per dire la nostra opinione. Non c’è bisogno di cercare la notorietà. Lo scopo è ricostruire internet per quello che dev’essere: libero e imparziale.

Siamo ancora nel Medioevo?