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Gli eventi del malaffare

Negli ultimi giorni, si sta parlando molto delle Olimpiadi a Roma nel 2024 e voglio sfruttare l’argomento per dire come la penso su alcune questioni. La Vezzali, e non me ne vogliano ovviamente le sue vittorie, è uscita con una frase raccapricciante, descrivendo il “no” della neo-sindaco Virginia Raggi alle Olimpiadi a Roma nel 2024, come un sogno di un paese intero infranto. Per quanto abbia seguito le Olimpiadi e le Paralimpiadi di Rio quest’anno, la domanda che mi sono fatto è: il sogno di chi? Mio non di certo. Siamo alle solite. Un gruppo di persone lotta e sostiene qualcosa. E questo ci può stare, siamo pur sempre in democrazia. Ma non mi sta bene quando questo gruppo di persone vuole spacciare una cosa sua per il sogno e la volontà di tutti quanti. Personalmente, non voglio le Olimpiadi a Roma, sostenendo il punto di vista della Raggi per cui hanno priorità altre spese. Portando le Olimpiadi a Roma, si farebbe lo stesso errore di Italia ’90: una valanga di soldi spesi per alimentare la corruzione e la mafia, e ad oggi abbiamo ancora come testimoni quegli stadi che cadono a pezzi e che, durante le partite del campionato, sono mezzi vuoti. Vorrei chiedere a chi si lamenta del “no” della Raggi cosa guadagno io da italiano da una manifestazione del genere. Mi arriveranno benefit sanitari? Sarà sistemata l’occupazione in Italia? Miglioreranno i trasporti pubblici, cioè treni, tram, metro, bus? Ci sarà qualche finanziamento per scuole e università? Verranno sistemate le strade messe male e con cartelli di dubbia legalità o chiarezza? No? Niente di tutto questo? Cioè, il mio guadagno, da italiano, sarebbe un fantomatico ritorno di immagine? Sarà, buon per quei pochi che ci potrebbero guadagnare, ma se a me, da cittadino, non viene in mano nulla di concreto e utile, non mi interessa. All’epoca degli antichi romani, il popolo era tenuto a bada a panem et circenses. Oggi abbiamo il panem et Olimpiadi (o qualsiasi altro evento con cui mangiare alle spalle del popolo: chi ha parlato di EXPO?). Cara Vezzali (e chi altri con lei), leggiti un po’ di commenti per la rete e chiedi in giro alla gente se è davvero un sogno di tutto il paese. A me sinceramente non sembra. Rifiutarsi di sostenere le Olimpiadi a Roma non è una sconfitta, ma una vittoria. Non so quanto significativa, perché sicuramente ci sarà altro con cui succhiare soldi alla gente. Penso infatti alle cattedrali nel nulla costate milioni di euro, nuovi centri commerciali al posto di boschi, nuove strade al posto di una campagna per creare un nuovo svincolo autostradale. Intanto, però, un grosso errore viene scongiurato. Roma e tutto il resto d’Italia non riescono a sistemare nemmeno due buche o due lampadine in strada. I treni, spesso, devono ancora chiamare con il telefono quando passano su un tragitto a binario unico. Tanti ospedali non hanno nemmeno l’acqua calda nelle docce. E questi vorrebbero organizzare delle Olimpiadi? Solo i paesi più progrediti e senza marcio meritano di organizzare questo tipo di eventi, l’Italia no. Non si organizzano le Olimpiadi per dare un’illusione al popolo che si sta facendo qualcosa, che si avrà qualche beneficio in cambio. Prima si sistema ciò che non va nel paese, poi si valuta se organizzare un grande evento perché, se devo andare a sostenere un esame in università, posso pensare di passarlo solo se ho studiato e ho seguito le lezioni. Ah, forse ho capito cosa intende la Vezzali parlando di sogno: Roma 2024 è il sogno della mafia e dei politici corrotti di poter spillare soldi ai cittadini… ancora una volta.  A questo giro, a quanto pare non c’è trippa per gatti.

La crisi dell’edilizia e delle “grandi opere” per salvarci!

Perché le donne vivono più degli uomini?

Ogni tanto, girano articoli spazzatura che continuano a ripetere che le donne vivono più degli uomini. Statisticamente, chissà perché questi articoli compaiono su riviste e siti per lettori al femminile. Dato che il numero di articoli a riguardo sta crescendo, dopo che me n’è passato sotto agli occhi un altro, ho deciso di tagliare la testa al toro e smascherare questa bufala. L’articolo in questione voleva spiegare la longevità delle donne tirando in ballo vantaggi ormonali, arrivando addirittura ad astruse spiegazioni legate alla tipologia di cromosomi. Peccato che in nessun articolo si spieghi per filo e per segno il processo di causa-effetto di come la tipologia di cromosomi dovrebbe rendere la donna più longeva o non si faccia nemmeno i nomi di questi fantomatici e incriminati ormoni. Sarebbe sufficiente questa banale riflessione per mettere in dubbio la teoria proposta. Il mio invisibile cane che non ho, alla lettura, ha subito scosso la testa per tanta idiozia cerebrale, sia dell’articolista (che non ha firma: forse vuole evitare le pernacchie del mio cane invisibile) sia nei commenti (di specie femminile e maschile, si intende).

Il motivo della longevità delle donne è molto semplice. Le donne centenarie o ultracentenarie di oggi sono donne nate a inizio ‘900. All’epoca, la donna era ancora reputata alla mansione della casa, della moglie e dei figli. Ci sono voluti diversi decenni per ottenere un’emancipazione comunque ancora non del tutto completa (e che spesso si trasforma nella forma contraria al maschilismo, vedi proprio questo articolo spazzatura) ma, una volta che anche la donna ha iniziato a lavorare, ha preso lo stress dell’uomo, né più né meno. Inoltre, oggigiorno anche le donne hanno preso i maggiori vizi degli uomini. Basta notare quante ragazze si impasticcano in discoteca o tornano a casa ubriache da vomitare. Basta notare quante ragazze, ancor prima di essere maggiorenni, fumano già come ciminiere, mentre all’epoca il fumare era considerato figo quando lo faceva il maschio. Stessa cosa per l’alcol. Quanti film dell’epoca fanno vedere il maschio di turno che fuma una sigaretta dopo l’altra e poi si fa il whisky? Tutto questo non era concesso o ben visto alle donne, mentre ora l’emancipazione ha visto, purtroppo, anche questo lato negativo. Non c’è da scomodare la genetica, gli ormoni, i cromosomi, stress ossidativo e baggianate simili.

Attenzione alla credunoleria!
Giornalisti e ricerche da budinocerebrati

L’illusione del naturale
La pericolosità della medicina alternativa


Sì al reddito di benessere universale!

Si parla molto spesso di reddito di cittadinanza, di benefit e quant’altro. Il concetto è lo stesso: dare una quota mensile agli indigenti e non solamente un’indennità minima per chi ha già perso involontariamente il lavoro con solo determinati contratti. È una regolamentazione che esiste in tutti i paesi più progrediti, ognuno dei quali con propri parametri, tranne che in Italia. C’è da dire che girano diverse bufale a riguardo, ad esempio che, in Inghilterra, chi non ha lavoro riceve una quota mensile che va da 700 euro a più di 1550 euro. Cifre veramente assurde. La realtà è ben diversa e si parte da quasi 300 sterline (circa 400 euro) per il comune Job Seeker Allowance, ovvero un aiuto economico che viene dato a chi è in cerca di lavoro e ha 16 mila sterline o meno come risparmi. E a dire il vero, chi ha meno di 25 anni prende meno, non arrivando a 250 sterline (circa 320 euro). Il quadro è notevolmente differente rispetto ai cifroni visti in alcuni articoli. È vero che ti aiutano nel pagamento di affitto ed elettricità, ma suvvia, io che ancora vivo qui in Inghilterra non ho visto nessuno prendere un benefit così ricco, senza poi considerare che ti fanno le pulci e non è oro quel che luccica, specie in un paese come il Regno Unito che non è di molto più avanti rispetto all’Italia dati alla mano.

Ma lasciamo stare le bufale e andiamo al sodo spiegando cos’è il reddito di benessere, inteso però come quello rivoluzionario e universale. Attenzione, prima di dire che è follia, leggete l’intero articolo e vi spiegherò perché invece è un atto di modernità. In realtà, il vero e proprio reddito universale di benessere è un enorme vantaggio per la produzione. Ovviamente, affinché la produzione decolli davvero, ci devono essere delle regole. Ad esempio, dico reddito di benessere universale ma, come spiegherò più avanti, prima di tutto viene l’istruzione. Andiamo con calma e tutto sarà più chiaro.

Il reddito di benessere universale (non è quello del M5S!)

La bufala del reddito di cittadinanza

Io parlo di reddito di benessere, cioè universale. Ecco perché devo precisare che non è il reddito di cittadinanza del M5S. Il reddito di cittadinanza del M5S è una bufala. Quello del M5S è, di fatto, una forma di schiavitù. I benefit dei paesi scandinavi si basano su altri valori. Anche se hanno la clausola del lavoro, i benefit scandinavi sono diversi perché non trasformano il cittadino in una specie di “schiavo proletario” con la scusa che la gente non deve starsene sul divano. I benefit dei paesi scandinavi si interessano di chi non ha risorse e lo tutelano o gli danno i mezzi per essere indipendente. Il primo passo doveva essere la costruzione delle basi per arrivare al modello scandinavo. Invece niente, tutto si è rilevato una farsa. Anche Di Maio si basa sempre sulla filosofia nazista del lavoro che dà dignità. Vedete com’è facile farsi fregare dai “parolieri”? La differenza con il sistema scandinavo è netta. Gli scandinavi cercano di mettere il cittadino nelle condizioni di cavarsela da soli. Il M55, invece, ci vuole schiavi perché dice che non ci vuole sul divano. Questa differenza dev’essere ben chiara, perché altrimenti non si riuscirà a vedere la fregatura. Per quanto riguarda gli scandinavi, ho approfondito meglio nell’articolo sul perché dovremmo aspirare al loro modello. La proposta del M5S non è per i cittadini, ma per un tornaconto politico. È anche un modo, molto fasullo, di poter dire che la disoccupazione è calata. Sì, è calata perché hai reso il cittadino uno schiavo, pagandolo con un’elemosina, magari costringendolo ad andare da una parte all’altra dell’Italia con lavori part-time per non perdere la briciola nella ciotola. Non è un tentativo nuovo di far calare la disoccupazione senza che sia calata per davvero. Ci hanno provato altri politici in passato, per poter avere uno slogan di successo, ma a questo giro siamo al top. Credevo che fosse impossibile fare peggio di altri governi passati, ma mi devo purtroppo ricredere.

Intendiamoci, io dal M5S non mi aspettavo assolutamente il vero e proprio reddito di benessere universale. Sono il primo a dire che è un processo che richiede tempo, anni. Implica di diventare un popolo moderno a partire da ogni singolo cittadino e fin dalle piccole cose. Quindi, il reddito di benessere universale è un programma da attuare nel lungo periodo. La delusione riguarda il fatto che il reddito di cittadinanza del M5S non è un vero reddito di cittadinanza e non offre nemmeno le stesse garanzie di disoccupazione dei paesi scandinavi.

Di Maio sostiene che non vuole dare soldi perché la gente rimanga sul divano. Non ha capito che, nella vita, non c’è solo il lavoro, bensì conta sempre di più il tempo libero. Se uno non lavora e sta sul divano, vuol dire che non ha oggetti d’amore. Lavorare servirebbe solo a mascherare un problema che verrebbe fuori alla pensione. Esistenzialmente, chi non ha oggetti d’amore è spacciato. Alla classe politica serve che i cittadini al più sopravvivano o siano schiavi del lavoro, perché così non apprezzerebbero il valore del tempo libero e non si ribellerebbero ai governanti che li sfruttano. Il reddito di cittadinanza del M5S è una elemosina di schiavitù. Una bufala, appunto. Con la scusa della “norma anti-divano”, ti obbligano a lavorare in condizioni più infime della vecchia precarietà. Che poi, forse non si viene spediti dall’altra parte dell’Italia, ma non credo che l’odissea del pendolare entro i 100 km sia una vita ideale (per via del tempo di viaggio e dei noti problemi dei treni regionali). In pratica ti danno un’elemosina e tu, in cambio, sei il loro schiavo, alle loro condizioni, con i loro obblighi insindacabili, un po’ come nelle dittature del novecento. Non c’è una profonda analisi di come dare opportunità al cittadino di raggiungere l’autonomia e predisporre della propria vita, ma si vuole soltanto che la gente non stia sul divano. Detto in altre parole, dobbiamo diventare un popolo di soldatini (ammesso che non lo siamo già) che hanno il dovere di servire lo Stato. I vantaggi sono sproporzionati a favore di chi, in questo modo, può millantare il calo della disoccupazione. L’assurdità è che il M5S ne fa un vanto ma, d’altro canto, anche nei regimi dittatoriali si lodava il sacrificio per la patria.

Lo stanno già sperimentando!

Il reddito di benessere non è una follia, perché c’è già chi lo sta sperimentando. Mentre c’è chi guarda avanti, l’Italia arriva tardi su ciò che altrove esiste da tempo e, per questo, pensano a un futuro più progredito. Non si sa se il reddito di benessere universale sarà concretizzato dove lo si sta sperimentando, ma intanto ci si sta muovendo. Questa rivoluzione arriva dalla Finlandia, che propone un reddito di benessere universale per tutti i maggiorenni di 630 euro, implementabili a seconda di particolari condizioni come congedo, malattia, paternità o maternità ecc. Un sogno? No, è tutto vero, visto che la Finlandia è fra i paesi più progrediti al mondo, ha una economia stabile e l’evasione fiscale è quasi inesistente. In parole povere, i finlandesi se lo possono permettere e mi auguro che la proposta venga definitivamente approvata (tra l’altro, Juha Sipila è del Partito di Centro Finlandese, segno che il benessere non ha colori). L’esperimento finlandese è fallito (l’annuncio è stato dato nel 2019, dopo 2 anni di sperimentazione), ma non è questo che conta. Quello che conta è che alcuni governi ci hanno pensato e bisogna solo aspettare tempi più maturi. I beneficiari del reddito, tuttavia, se non hanno trovato lavoro più facilmente, sono risultati più felici e più in salute rispetto a chi ha il normale sussidio con il vincolo del lavoro. Pertanto, una società che punti sempre di più al tempo libero è l’obiettivo. I finlandesi non sono stati sul divano come continuano a ripetere gli schiavisti alla Di Maio. Al contrario, hanno sfruttato il tempo libero per migliorare la qualità della vita. La linea è tracciata e dobbiamo essere pronti al cambiamento.

Come attuare il reddito di benessere universale

È vero, la nostra economia non è per niente stabile e persino l’idraulico del condominio fa di tutto per farsi pagare in nero quei 50 euro di prestazione con la scusa del “tengo famiglia”. È vero, è vero, ma il fatto che un reddito universale come quello proposto in Finlandia non si possa fare anche in Italia per problemi di evasione non dev’essere un deterrente, bensì un motivo per contrastare nel miglior modo possibile il fenomeno: l’evasione fiscale dev’essere strenuamente combattuta. E non solo, se vado a vedere la differenza di costo dei parlamentari tra l’Italia e un paese dalla popolazione simile come il Regno Unito, scopro che, se la nostra politica fosse efficiente e snellita come quella britannica, arriveremmo a risparmiare ben 15 mld di euro all’anno (il costo della politica britannica è di 24 mld di euro annui contri i 39 mld di euro annui dell’Italia). Pensiamo alle sole pensioni d’oro: secondo un articolo che ho letto su “Il sole 24 ore”, in un solo colpo abbiamo messo da parte la bellezza di 3.3 mld di euro. E andiamo ancora oltre, potremmo incrementare i prezzi di quei consumi contro la salute e nocivi, come il fumo, gli alcolici, il gioco di azzardo. Tanto, chi è dipendente e se lo può permettere non si ferma di certo a un costo eccessivo. Per chi va in giro con la maglietta del Che e si fa lo spinello e protesta, forse dovrebbe andare a vedere quanto costano alcolici e tabacchi in Svezia. Il sistema sanitario svedese non è efficiente per benedizione divina, ma c’è tutta una serie di sistemi che permettono di investire molto nella sanità e per tutto il popolo: nulla si crea da 0! Andiamo fino in fondo ed eliminiamo tutte quelle opere inutili che gravano sul cittadino. Chi le realizza parla di rientro delle spese, di guadagno nell’immagine dell’Italia, ma intanto quei soldi che mi hanno preso per l’Expo non li ho più rivisti. Solo per la costruzione dei padiglioni, l’Expo è costato 3.2 mld di euro. E in Italia, ogni anno, nascono tanti piccoli e inutilissimi Expo che gravano sul cittadino senza che gli venga qualcosa di concreto e importante a vantaggio. Con questa presa di misura, aiutiamo a non peggiorare il dissesto ambientale che è già grave di suo e ci impegniamo a risolvere il decentramento che è sempre un costo non indifferente. Se proprio vogliamo “esagerare” (in realtà, sarebbe un atto di civiltà), diciamo pure che i super redditi devono essere, appunto, super tassati. Un imprenditore che guadagna 1 mln di euro all’anno, a meno che non investa, non ha alcun diritto di portarsi a casa così tanti soldi per mantenere vizi come 4 yacht e 8 ville: che paghi in tasse (diciamo dal 70% in su) e aiuti chi è meno agiato… c’è un limite al profitto personale! Quanto si può mettere da parte con la serie di miglioramenti elencata? Diciamo che riuscire a racimolare un 200 mld di euro all’anno non è missione impossibile: basta volerlo e cambiare, sensibilizzando man mano chi ci sta vicino e conosciamo per compiere passaparola.

I miei calcoli sono volutamente “disastrosi”!

Nel senso che è impensabile che così tanta gente voglia fare il “barbone” con il reddito di benessere universale. Ma questo dimostra che è economicamente fattibile! Per riassumere, ecco cosa bisogna fare per disporre dei soldi necessari al reddito di benessere.

– inasprire la lotta all’evasione fiscale;
– abbattere i costi della politica di 15 mld di euro;
– alzare il costo su consumi dannosi alla salute e nocivi (sigarette, alcol, gioco d’azzardo);
– togliere i finanziamenti a opere inutili (Expo, ospedali abbandonati, strade che decentrano e via dicendo);
– super tassare i super redditi (i redditi, non gli investimenti).

Super tassando i super redditi del 70%, potremmo arrivare a mettere da parte almeno un 50 mld di euro circa. Non sembra, ma provate a fare un calcolo di quanti redditi superiori ai 100 mila euro all’anno ci ci sono. Ce ne sono circa 800 mila. Alcuni guadagnano milioni di euro e si potrebbe arrivare a una tassazione addirittura del 90%. Guadagnare è giusto, ma bisogna anche darsi dei limiti. Sia chiaro: bisogna tassare i redditi, non gli investimenti. Chi guadagna 1 mln di euro e lo investe in nuovi posti di lavoro e fabbriche ha tutto il diritto di poterlo fare. I nostri 200 mld di euro diventano dunque, da utopia, realizzabili. Chi non è convinto della fattibilità del gettone dei 200 mld di euro all’anno pensi che tutte le entrate (tributarie ed extra tributarie) dello Stato italiano, nel 2015, sono state di oltre 500 mld di euro. I politici e i plutomani continuano a provocare sprechi e debiti. Poi i conti non tornano e si chiede alla gente di saldare il debito, ma così facendo prosegue un circolo vizioso dove il popolo viene sempre più affamato per correggere conti in rosso che sono loro a provocare. Tutto questo è assurdo, non il reddito di benessere universale! Capisco che non si possa fare da un giorno all’altro, ma almeno andare avanti, aggiungere un tassello in più per diventare un paese moderno è auspicabile. Invece zero, siamo ancora in alto mare.

È incredibile quanti sprechi ci siano nel nostro paese. Sono tutti soldi che finiscono nelle tasche dei politici senza scrupoli e della mafia. Poi si provoca il debito pubblico e ci dicono che anche solo il reddito di cittadinanza costa perché dobbiamo ripagare il debito pubblico. Ma con che coraggio? In pratica, da ciò ne deriva non è il reddito di benessere universale a non essere attuabile, quanto piuttosto c’è gente che è colpevole di perdere tantissimi soldi che foraggiano solo pochi anziché il popolo.

Il rivoluzionario senso del reddito di benessere

Se la Finlandia ha voluto sperimentare, vuol dire che c’è chi reputa utile o possibile il reddito di benessere. Pertanto, come già detto non è affatto un’idea folle. La società ha l’obiettivo di migliorarsi sempre di più, di arrivare sempre di più a un maggior grado di democrazia e di benessere sociale. 200 anni fa, nessuno immaginava che avremmo potuto lavorare 8 ore, visto che si rimaneva fuori per campi dall’alba al tramonto solamente per sfamarsi. Dunque, nel terzo millennio, è lecito che il progresso debba riguardare l’opportunità di avere tempo libero. Chi non è convinto di questo pensi che la Norvegia è il paese con il più alto grado di benessere e dove si lavora meno: non un caso.

Il futuro della nostra società dev’essere quello di robotizzare il più possibile le industrie, lasciando che il singolo possa scegliere cosa fare della sua vita. Il nostro governo è purtroppo arretrato e continua a volerci convincere che dobbiamo lavorare fino all’ultimo dei nostri giorni e che non vedremo mai la pensione (ovviamente loro avranno una pensione anticipata di milioni di euro!). Beh, tutto questo va cambiato e si deve avere il diritto di coltivare il proprio tempo libero. Chi, al di là del lavoro, non ha nulla dovrebbe riflettere sull’incapacità di trovare interessi e oggetti d’amore, ma questo è un altro discorso. La società non deve più basarsi sul “o lavori o finisci per strada”, mentalità retrograda e che provoca sfruttamento, bensì sulla certezza che, sebbene nessuno deve avere la pretesa del miglior lavoro, si sarà sempre protetti da un reddito minimo garantito. Insomma, il lavoro non dev’essere un obbligo, ma una scelta per chi vuole avere di più. Ciò che dev’essere garantito è la minima sufficienza! Purtroppo, per come vanno le cose oggigiorno si deve paradossalmente essere sfruttati e pagare anche in salute fisica e mentale per faticare lo stesso a sopravvivere. Certo, lo studente laureato in lettere che spende in sigarette e pretende di avere il miglior lavoro a posto fisso (atteggiamento prepotente) non ha capito nulla di come ci si adatta nel mondo, ma è anche indubbio che, se non si introduce il reddito di benessere universale, non diventeremo mai un paese moderno. La robotizzazione è già iniziata da un pezzo. Anziché lamentarci che la robotizzazione lascia a piedi molte persone, si deve cambiare la nostra accezione di lavoro e questo implica necessariamente l’introduzione del reddito di benessere affinché tutti abbiano il pane. Poi, sì, se uno vuole standard più elevati deve guadagnarselo e meritarlo, fatto non compreso da molti “giovani” che dicono di essere precari e non trovare lavoro. Il discorso sul meritarsi il lavoro migliore l’ho spiegato nell’articolo sul lavoro. Ne consiglio la lettura, perché ci sono parecchi “giovani” che non comprendono questo punto e arrivano a pretese assurde dando la colpa al governo dove effettivamente non ne ha.

Comunque sia, se non l’abbiamo ancora capito, ci ha pensato il Coronavirus a far saltare il sistema. Beppe Grillo ha già approvato l’idea. Il reddito di benessere universale dovrà essere la vera soluzione per chi è rimasto senza lavoro a causa dell’emergenza.

Obiezioni e risposte alle obiezioni

Coloro che obiettano sono i classici Brunetta che, evidentemente, fanno parte di coloro che beneficiano di quei 15 mld di surplus che potremmo ricavare abbattendo i costi della politica oppure aspirano a far parte della casta di cui il nanetto malefico fa parte. Brunetta (lo prendo come esempio maximum fra i tanti), laureato presso l’Università dell’Ignoranza e del Magna Magna, propone tre critiche al progetto del reddito di benessere.

1) È costoso
No. È costoso solo se ci sono gli sprechi e si finanzia un sacco di opere inutili senza alcun concreto beneficio. Altrimenti, che motivo ha un partito di centro finlandese di organizzarsi per fare la proposta? Ho già fatto vedere che, togliendo tutti gli sprechi possibili, lottando più strenuamente contro l’evasione fiscale, super tassando i super redditi e ottimizzando dovunque possibile, 200 mld annui si tirano fuori eccome. E, come ho già detto, il calcolo dei 200 mld voleva essere apposta spropositato.

2) Diminuisce il tasso di occupazione
E allora? Evidentemente, Brunetta è condizionato dall’ideale per cui il lavoro nobilita. Cioè, fammi capire, se io non lavoro non valgo come cittadino? Allora non valgono nemmeno gli universitari che si concentrano unicamente negli studi, non valgono tutti quelli che sono in pensione, i bambini, le madri a tempo pieno. Eccetera, eccetera, eccetera: tantissima gente non vale nulla perché non lavora. Fail clamoroso.

3) Aumenta il salario minimo al quale una normale forza lavoro è disposta a prendere un impiego.
Ma Brunetta pensa che si lavori solo per lo stipendio? Ah già, lui siede su una poltrona a blaterare idiozie prendendo il lauto stipendio. Magari un medico diventa tale perché si vogliono salvare vite? Magari si diventa poliziotti perché si vuole contribuire a un paese in ordine? Magari si fa l’artigiano perché si ama l’artigianato? Chi dedica la sua vita alla pasticceria non lo fa per lavoro, ma perché ha una grande passione che gli viene remunita se è bravo in quello che fa. Ecco il progresso del reddito di benessere. Con il reddito di benessere universale, guadagna chi è davvero abile e chi non lo è, piuttosto che pretendere uno stipendio immeritato, se ne resta a casa sapendo che non farà la fame come purtroppo avviene oggigiorno. Tra l’altro Brunetta, che di certo non guadagna spiccioli, si condanna da solo già per il suo stipendio.

4) Il reddito di benessere universale serve per i fannulloni di guadagnare stando a casa
Chi sostiene una posizione del genere non ha compreso come funziona il mondo del lavoro nell’era moderna. Il problema dell’Italia (uno dei miliardi, sia chiaro) sono proprio i fannulloni che rubano lo stipendio. Non serve citare i “furbastri del cartellino”. Basti pensare anche solo agli impiegati che stanno per ore in ufficio, ma per gran parte di queste ore stanno in internet a postare sui forum o su Facebook. Perché non ci si lamenta di questa gente? Il perché è facilmente intuibile. Sono personalità troppo all’antica, che non sanno vedere a mente aperta. Nei paesi scandinavi, lavora chi è competente. Gli altri lavorano saltuariamente, ad esempio facendo i commessi e, quando non lavorano, hanno il benefit di disoccupazione. E il sistema scandinavo, così, funziona benissimo e spinge alla crescita, perché si basa sulla meritocrazia. Bisogna vedere lo scopo del reddito di benessere universale attraverso una chiave diversa. Esso non serve per far guadagnare ai fannulloni stando a casa, ma spinge a darsi da fare e ad avere la competenza per meritarsi uno stipendio più alto!

Sono l’ignoranza e la mancata modernizzazione di chi ha ancora un concetto di lavoro vecchio di 40 anni, facilmente contraddetto dal sistema dei paesi più progrediti (quelli scandinavi). In realtà, il reddito di benessere aumenta la produzione, perché da un lato permette ai datori di lavoro di licenziare più facilmente gli incompetenti o chi è inadeguato, evitando sprechi e perdita di soldi. Ma dall’altro lato, non rende il lavoratore uno schiavo senza diritti, perché avrà sempre il reddito di benessere come “paracadute” garantito e con cui sopravvivere. Alla luce di questo, dovrebbe essere chiaro che il reddito di benessere richiede sì un notevole investimento per poter partire, ma a lungo andare non è affatto un danno economico, bensì un bene! Il parassitismo è una delle tante piaghe dell’Italia. C’è troppa gente che prende lo stipendio immeritatamente. Così, la produzione non riuscirà mai a decollare. Chi non sa fare bene il lavoro deve restare a casa, semplice. Se uno vuole guadagnare, deve disporre della giusta capacità. Smettiamola di credere che siamo tutti i più competenti e che meritiamo sempre il meglio. Non è così. Se davvero vogliamo aiutare la produzione a riprendersi, il reddito di benessere è una condizione necessaria. Non è vero quello che sostiene la Lega ma, anzi, è proprio un benefit minimo che riduce il profitto illegale!

Faccio presente che, con il reddito di benessere universale, al più uno vive come un barbone, con un significato non per forza negativo. Se ci vogliamo fare una famiglia, è implicito che bisogna darsi da fare e saper fare un lavoro. Chi vuole formare una famiglia si presuppone che abbia questa dote (e non solo questa, ovviamente). Molti di coloro che prenderebbero il reddito di benessere, invece, lavorerebbero male e per questo è meglio che stiano a casa! Questo stile di vita da barboni è, che ci crediate o no, uno dei motivi per cui gli inglesi dominano ancora mezzo mondo. È tutto vero, e nell’articolo linkato sono spiegati bene i meccanismi.

Chi non comprende che il modello di lavoro che finora abbiamo conosciuto non ha più senso dia pure un’occhiata a questo articolo sui robot e su Erica, la prima giornalista androide. Insomma, alla fine torniamo sempre lì. Ci sono persone che hanno una visione limitata della società. Si comportano come dei bravi ragazzi o delle formiche operaie, senza considerare che esistono gli oggetti d’amore e il tempo libero. Che senso ha immolare la propria vita per il lavoro e ritrovarsi in pensione che si è già quasi nella tomba, senza aver pienamente vissuto? Il tempo perso non torna indietro e, se non troviamo nulla da amare oltre al lavoro, è tutto molto triste. Sì, io credo fermamente nei robot e nella loro “integrazione”, perché una società deve andare avanti.

Infine, voglio riportare un altro fatto che affossa le critiche al reddito di benessere universale. Come ho spiegato nell’articolo sullo smettere di lavorare (che ho linkato prima), cinesi e indiani stanno avanzando. Hanno appreso il “know how” degli occidentali, non solo migliorandolo ma potendo contare anche sui grandi numeri. L’industria del futuro sarà sotto il loro dominio (*). Servirà a poco la reazione del sovranismo o dei dazi. È una lotta che il vecchio e obsoleto occidente non potrà mai vincere. Quindi, dobbiamo cogliere l’opportunità di cambiare il sistema. Se l’occidente non lo farà, sarà spacciato. Ci si può illudere del contrario votando Trump o Salvini, ma il destino è segnato. In sintesi, se l’occidente perirà, non sarà tanto colpa dei cinesi, ma dell’incapacità dell’occidente di cambiare il suo sistema. Charles Darwin ha sempre insegnato che sopravvive chi si adatta! Bisogna serenamente accettare che l’industria del futuro sarà in mano ai cinesi e agli indiani, dirigendo l’occidente verso la visione scandinava. D’altronde, è legittimo che anche gli altri paesi vogliano crescere.

* Obietterete che, se India e Cina cresceranno come gli occidentali, provocheranno danni ingenti ambientali. In realtà, loro sono perfettamente consapevoli di ciò e ci stanno lavorando. Hanno solo bisogno di più tempo (vedi sui cambiamenti climatici). Non mi stupirei se, una volta raggiunta una certa ricchezza, agiranno prima di molti paesi occidentali! Il fatto che la Cina abbia accettato meglio le perdite economiche del COVID-19, rispetto a molti paesi occidentali ancora meramente attaccati al portafoglio, è già un segnale. Oppure penso alle restrizioni sulle auto, con la promozione dello scooter elettrico come mezzo di trasporto, anche quando le temperature sono rigide. Siamo sicuri che i cinesi siano così indietro nell’ambiente?

Gradualità e incentivo all’istruzione

Qualcuno può sostenere che non si può creare un progetto del genere da zero, così come non si può correre subito per 10 km partendo da sedentari o con poca attività fisica alle spalle. È vero, è così. Non si entra di colpo a regime. La parola chiave è: gradualità. Innanzitutto, l’unica cosa da fare subito è rinunciare alle pensioni d’oro nella politica. Dopodiché, si può alzare l’aliquota dei super redditi del 10% ogni 2 anni, ad esempio. E si deve valutare meglio l’utilità delle opere. L’Expo è stata un’opera inutile costata miliardi di euro, con il contributo degli italiani che è andato del tutto perso per un fantomatico ritorno di immagine e il vero guadagno andato a pochi. In pratica l’italiano ha speso per finanziare l’Expo e ha speso di nuovo, nel caso in cui sia stato fesso, per parteciparvi anche! No comment. Ponendo le dette considerazioni, il reddito di benessere verrebbe dato gradualmente, ad esempio a partire da una quota che, ogni 5 anni, va in crescendo fino alla quota prestabilita. Oppure si può iniziare dandolo per scaglioni di età, partendo dall’idea di Boeri: si inizia dagli over 55 e, ogni 5 anni, si abbassa di 10 anni gli aventi diritto. In questo modo, i soldi necessari sono diluiti nel tempo. Si può giocare sugli scaglioni di età e sulle cifre, ma il metodo funziona. E per incentivare le persone a studiare, a essere intelligenti per cavarsela nel mondo e avere un’adeguata istruzione per tenere il passo con i maggiori paesi, potremmo dare il reddito di benessere universale solamente a partire dai 25 anni compiuti, così ognuno può effettuare gli studi che desidera per offrire le sue abilità al Paese o per coltivare un suo oggetto d’amore che viene remunito. In questo modo, non tutti i cittadini maggiorenni prenderebbero il reddito di benessere ma, stabilendo una quota anche di ben due terzi (30 mln di cittadini) degli aventi diritto, avremmo un reddito di benessere di 475 euro al mese con un investimento annuo di 200 mld di euro. 475 euro sono una cifra appena sufficiente per sopravvivere se si possiede già una casa propria, ma parliamo pur sempre di due terzi degli aventi diritto. Con l’incentivo di studiare e di mettere al collettivo la propria professione, dubito che così tante persone prenderebbero il reddito di benessere. E ricordatevi le entrate totali del nostro governo nel solo 2015 che ho citato in precedenza. Di anno in anno, tutto diventa decisamente fattibile.

Qual è la differenza tra la condizionale del lavoro e l’incentivo all’istruzione? Molto semplice. Incentivare l’istruzione vuol dire formare dei futuri medici, scienziati, o anche avvocati, ingegneri, artigiani. Insomma, si spinge a fare una professione che piace e si fa con il massimo impegno. La condizionale del lavoro, invece, porta a creare una società di bravi ragazzi, che però si limitano giusto al compitino e non mettono impegno. È per questo che il reddito di benessere universale non viene dato prima di una certa età. Prima, uno deve studiare e avere l’opportunità di mettere alla prova le sue qualità. Se non vuole o non ci riesce, allora avrà il reddito di benessere universale, ma non da subito. In Italia, siamo troppo indottrinati con l’ideale di lavoro. Ma il lavoro così com’è stato concepito finora non ha più senso. È stato superato dall’efficienza dei robot e si deve puntare sulla qualità della vita.

La società deve prendere le soluzioni migliori per il più alto grado di benessere. Vediamo poi un altro aspetto positivo del reddito di benessere universale. Poiché la quota ci permette di avere ciò che è davvero necessario, si avrà la possibilità di educarsi al valore della semplicità, a rinunciare a tante cose futili del quotidiano, a non voler troppo, a non sprecare ciò che ci viene dato. Dal punto di vista esistenziale, non c’è paragone. Preferisco vivere con 600 euro al mese (non tutti gli aventi diritto vorranno limitarsi al minimo e si troveranno un lavoro) e godermi la giornata con i miei oggetti d’amore piuttosto che guadagnare 2000 euro, avere la BMW ed essere stressato.

In quale paese si vive meglio?
La solidarietà dev’essere legge

In quale paese si vive meglio?

In questo articolo, ho trattato di come la religione influisca nel progresso di un paese. Nella fattispecie, si è scoperto che, più un paese è progredito, più la religione è in secondo piano. A questo punto, la domanda è: quali sono i paesi più progrediti nel mondo, dove magari emigrare per una migliore qualità della vita? Lo so, di primo impatto, starete quasi tutti pensando ai soliti paesi: Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti. Sbagliato: a sorpresa, questo articolo chiarirà che cosa si intende davvero per indice di benessere e sfaterà diversi falsi miti.

Il World Happiness Report

Il riferimento maggiore per capire quali sono i paesi del benessere è il celebre World Happiness Report. Con i suoi pro e contro, ad oggi è la statistica migliore e più universale per capire dove si vive meglio. Qual Vengono presi in esame nove parametri su cui è impossibile equivocare, sommandoli fra loro per ottenere un dato finale che stabilisce la classifica. I nove parametri sono i seguenti: reddito pro capite, distribuzione equa del reddito, democrazia, la salute, lavoro, l’istruzione, sicurezza, ambiente e tempo libero.

Il World Happiness Report viene pubblicato annualmente e, va ammesso, nella pubblicazione c’è un gran bel lavoro. La prima cosa che salta subito all’occhio è che, anche se le posizioni di testa possono cambiare leggermente, sono sempre i paesi scandinavi e la Svizzera a primeggiare, cioè quelli con il maggior grado di benessere. Accanto ad Olanda, Canada, ma anche Australia e Nuova Zelanda. Ci sono comunque delle “anomalie”, ovvero paesi come Israele, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti che, pur non essendo in testa, sono in posizioni più alte di quello che diremmo. Come mai? La ricchezza, ovviamente. Infatti, né Stati Uniti né Israele brillano nel fattore libertà. Per intenderci, Israele ha lo stesso grado di libertà dell’Arabia Saudita e ha un elevatissimo tasso di corruzione. È interessante far notare queste anomalie, che ci possono stare. Anzi, danno uno spunto in più per capire i vari meccanismi e come, alla fine, la ricchezza riesca a mettere in secondo piano altri gravissimi problemi (la violenza negli Stati Uniti, la corruzione in Israele). In ogni caso, come detto, Israele ed Emirati Arabi Uniti non sono avanti negli indici, ma restano sempre anni luce indietro rispetto ai Paesi virtuosi. La ricchezza fa molto, ma solo fino a un certo punto se manca il resto.

E l’Italia? L’Italia, come ci si aspetta da un paese praticamente fallito e che scende sempre più in basso, è al 47 esimo posto (pubblicazione del 2018). Siamo tra i più arretrati in Europa. E i problemi sono sempre i soliti: corruzione, mancanza di libertà, mancanza di fiducia nella politica, gravi problemi di analfabetismo funzionale. Siamo proprio allo sbando. Ci sono tantissimi paesi sulla carta più poveri che ci surclassano nel parametro della libertà, vedi ad esempio la Slovenia che, tra l’altro, è uno dei migliori paesi dell’OCSE a livello di sicurezza. Ma tutto questo lo sapevamo già, vero? Purtroppo, non è una sorpresa. Quello che però si nota è che i paesi più acclamati per emigrare non primeggiano affatto in benessere. Per carità, se facciamo il confronto con la nostra Repubblica delle Banane, ci stanno sempre anni luce davanti, ma è anche molto comune vedere un italiano che emigra in Inghilterra, ad esempio, e si accorge che non è poi questo gran paradiso. Francia, Germania e Regno Unito, in sostanza, rispetto agli scandinavi e alla Svizzera sono in un “limbo”, dove ci sono dei benefit sociali che noi ci sogniamo, ma allo stesso tempo mascherati a delle forme di “ricatto” o con situazioni ambigue. Vediamo quali sono gli aspetti negativi di questi paesi, più gli Stati Uniti che, sinceramente, non mi sento nemmeno di inserire nei “paesi limbo”. Il motivo per cui inserisco anche gli Stati Uniti è che anche lì si tende a emigrare spesso, non per altro.

Francia
Il pregio della Francia è quello di valorizzare il tempo libero. Se cioè siete ricchi e volete godervi la pensione, scegliendo la Francia non sbagliate. La Francia è però deficitaria in termini di tolleranza e libertà. Sì, sembra un paradosso visto che il loro motto è proprio “libertà, uguaglianza e fraternità”, ma all’atto pratico non rispettano granché il motto della Rivoluzione. Per capire quanto sia problematica la situazione in Francia, vedi anche “Razzismo francese, integrazione, Iwobi… quale insegnamento?” (più che altro per noi, per capire come NON agire!).

Germania
La Germania, tra i “big 4”, è il paese che sta meglio. Non ha particolari acuti, ma nemmeno bassi tranne che nell’ambiente. La Germania è in pratica una super metropoli totalmente antropizzata. Pulita, sì, per fortuna, ma della natura vera non c’è quasi nulla. E la Foresta Nera, nonostante la sua grandezza, sa molto stile nativi americani nelle riserve. Il punto è che l’Italia è capace di fare peggio! La Germania ha una buona occupazione, ma attenzione: se vengono spregiativamente chiamati “crucchi”, c’è un fondo di verità. La loro istruzione, infatti, è scadente (sì, lo so, non come in Italia ma è il caso di dirlo: ahi, ahi, ahi!). La riprova della scarsa istruzione dei tedeschi risiede anche nel fatto che molte correnti alternative trovano nicchia proprio in Germania.

Regno Unito
Dio salvi la Regina? Mi sa di sì, visto che sta affondando. La distribuzione della ricchezza è ancora da migliorare. C’è da dire che i britannici hanno un grado di istruzione più elevato e questo è probabile che comporti un’occupazione lievemente migliore rispetto all’Italia, ma temo che il celebre “orgoglio british” termini qui. Il paese è piuttosto mediocre anche in democrazia e sicurezza. Per essere orgogliosi della Regina, si dovrebbe decisamente fare di più. Inoltre, i benefit nel Regno Unito sono sempre sotto forma di “ricatto”, cosa assurda in una vera società del benessere. E non solo, con i cambiamenti della frangia conservatrice i benefit non solo hanno il controsenso del ricatto, ma sono anche sempre minori e il popolo soffre sempre di più. Nel corso degli anni, io stesso ho notato come la presenza dei senzatetto in Inghilterra sia aumentata (essere senzatetto è “illegale” in Inghilterra, ma peccato che non ci siano più i benefit!). C’era una volta il welfare britannico. Ad ogni modo, sugli inglesi ho scritto questo articolo per approfondire, perché è una storia molto particolare.

Stati Uniti
Malissima la distribuzione della ricchezza. Governano i plutomani, che si arricchiscono sempre di più, in contrasto con una popolazione povera e indigente. Da notare come, tuttavia, la criminalità non è così elevata come comunemente si pensa seppur con i suoi difetti che scopriamo tramite i fatti di cronaca. Grazie all’ambiente, all’istruzione per quei pochi che se lo possono permettere e ai plutomani che governano sui tantissimi poveri, gli Stati Uniti riescono ad essere in una posizione tutto sommato dignitosa, perché altrimenti parleremmo di un paese paragonabile al Messico o alla Grecia.

Sì, i “big 4” hanno i loro difetti, alcuni veramente gravi. Il fatto è che loro hanno dei difetti, mentre noi arretriamo sempre di più. Il Regno Unito non sarà al top del benessere, ma è sempre anni luce avanti rispetto a noi. Ad esempio, per i britannici Doctor Who è una serie, molto costruttiva ed educativa, per i bambini e per le famiglie. E, mentre loro hanno Doctor Who o Shetland, noi non ci siamo mossi molto da sitcom del tipo Nonno Felice. Il mio intento era quello di farvi capire qual è il vero esempio di democrazia e benessere, cioè quello dei paesi scandinavi. Il modello scandinavo è quello a cui ispirarsi. Se vogliamo migliorare, dobbiamo prendere a modello i paesi scandinavi. È questo il modello da seguire e, a riguardo, ho spiegato meglio in questo articolo. Smettiamola di scimmiottare inglesi, francesi, tedeschi o gli americani. La politica del benessere si basa su principi ben precisi (quelli che vi ho riportato prima), senza i quali non ci si può definire moderni. Ad esempio, bisogna capire che la flat tax è una bastonata per i poveri. Da un lato, è assurdo cercare di nascondersi dietro a un dito. L’Italia è un paese che, se anche non arretra, resta fermo mentre gli altri crescono. Non a caso, ho spiegato che la Germania, pur avendo i nostri stessi problemi con l’estrema destra, sa distinguersi in positivo (è spiegato alla fine dell’articolo linkato). Ma il vero modello di benessere è quello scandinavo, non quello britannico, tedesco o americano.

L’Irlanda è più avanti!

Per chi non fosse aggiornato sulle classifiche del benessere, la cattolicissima Irlanda (almeno stando al World Happiness Report del 2018) è avanti a tutti i paesi del “big 4”, davanti anche alla Germania che è quella messa meglio. Per un paese che, in passato, ha vissuto momenti bui si tratta di una grandissima rivoluzione. Non ha particolari acuti, ma è cresciuta la libertà di scelta e sono bassi i livelli di corruzione. Tutto questo si è concretizzato con la legalizzazione dei matrimoni tra omosessuali e il referendum che ha portato all’aborto libero, nonché a un premier stesso omosessuale (Leo Varadkar). L’Irlanda avanza, l’Italia arretra e i paesi che, in teoria, fanno la geopolitica non sono così rosei come si crede.

Quale nome per l’Italia? Come cambiare il paese?
Sì al reddito di benessere universale!

Siamo ancora nel Medioevo?

La solidarietà dev’essere legge

La solidarietà e le donazioni sono incoraggiate dalle varie associazioni. Chi mette l’euro per devolvere a questa o a quella causa o dà la moneta al mendicante, a sua volta, si sente più buono (quando poi magari non conosce nemmeno le abitudini della moglie o del marito…). Io la penso diversamente: la solidarietà, per come ci viene proposta, è il fallimento della nostra società e dello Stato. Che senso ha dare la moneta al mendicante se poi, il giorno dopo, il problema rimarrà lo stesso? Mendicante Che senso ha rifornire di viveri i paesi dell’Africa se anche loro, il giorno dopo, avranno sempre lo stesso problema? Che senso ha devolvere una quota di fatto simbolica a un’associazione per quel tumore se poi, all’indomani, mancheranno sempre fondi di finanziamento che dovranno sempre essere chiesti come donazione alle persone? Insomma, la solidarietà, per com’è concepita comunemente, è un mero aggirare il problema e un mettersi a posto la coscienza da parte di tutti: il cittadino che ha una vita misera e, impiegando l’euro tramite messaggio da cellulare, si illude di essere buono nei confronti del prossimo e il politico che, pensando ai propri interessi e non al bene del popolo, se ne lava le mani perché tanto ci sono le associazioni e i volontari. La domanda è:

se la solidarietà è un valore così positivo, perché non metterla a legge?

Perché ciò che è giusto non dovrebbe essere messo a legge affinché un diritto sia rispettato da chiunque? Il voto alle donne non è forse messo a legge? Le tasse (giuste o sbagliate che siano nella forma attuale – per inciso, io le trovo sbagliate perché non combattono i plutomani alla Berlusconi) non sono forse giuste e quindi messe a legge? La solidarietà messa a legge, in questo modo, diventerebbe un valore sociale che coinvolge tutti quanti e che può fare molto meglio rispetto a come funziona ora perché ognuno di noi, in base al reddito, dovrebbe impiegare una determinata quota (maggiore per chi guadagna tanto) per aiutare chi sta male e i deboli. Una società che vive nell’anarchia e non considera il bene del collettivo, una società alla “homo homini lupus”, è una società arretrata, che non ha futuro. In alcuni paesi poveri, paradossalmente, si ha più senso di questo concetto perché chi ha tanto (cibo) si sente in dovere di condividere con chi non ha perché, magari, un giorno potrebbe essere lui a non avere niente. In occidente, la solidarietà deve quindi avere lo stesso scopo, dando a chi non ha ciò di cui ha bisogno per raggiungere uno standard minimo (poi è compito della persona) per vivere dignitosamente. E lo Stato non deve fregarsene, ma essere garante dei risultati ottenuti. Senza questa garanzia, cade tutto il discorso. Questo vuol dire che un politico, fra i suoi temi di programma, deve considerare la solidarietà come legge. Altrimenti, non è un buon politico e, almeno da parte mia, non avrà mai il mio voto. Nei paesi più progrediti, la solidarietà è legge e viene definita con un benefit. Ci sono benefit di diverso genere: disoccupazione, disabilità (e non si intende solo non avere una gamba, ma anche problematiche più complesse di stampo psicologico), per i figli, per reddito insufficiente e via dicendo. Avere una società dove si dà a tutti il diritto di raggiungere il benessere sociale vuol dire avere una società migliore e questo è un ritorno per il collettivo stesso e lo Stato (meno senzatetto, meno gente che spaccia o si suicida perché non ha lavoro, malati con cure migliori).

Il principio di solidarietà sociale è concreto e razionale e, fra le altre cose, fa capire perché la flat tax è un modello sbagliato.

Bontà o apparenza di bontà?

Per molti sembra un grande gesto di bontà e solidarietà dare l’euro per SMS per questa o quella campagna. Vediamo un club di calcio che devolve 50-100 mila euro per la causa dei terremotati e applaudiamo. Ma riflettete. 1 euro per SMS sono tutto sommato un’inezia, così come 50-100 mila euro lo sono per una società di calcio. 50-100 mila euro sono briciole per chi ha perso la casa per un terremoto. Lo sfamerai per un attimo e il problema continuerà ad esserci! Perché non ci battiamo, invece, affinché sia lo Stato a occuparsi in prima persona, con dei veri sforzi e concreti, per risolvere o prevenire i problemi dei più deboli e degli sfortunati? Accettiamo che i Briatore di turno irridano alla povertà e decantino di essersi creati i paradisi fiscali senza che nessuno faccia un controllino. Il nostro Stato incassa 500 mld di euro di tasse e tributi vari (vedi “Sì al reddito di benessere universale!“). Non sarebbe meglio battersi in modo più drastico per risolvere tutti questi problemi? 1 euro dato a un senzatetto non cambia la vita, ma ci dà solo l’illusione di essere più buoni: un’apparenza di bontà, dove il bene del povero senzatetto non viene fatto. Non buttatela lì dicendo che tanto il senzatetto non vuole lavorare. Può anche darsi che sia finito barbone per questo motivo, ma questo è un alibi semplicistico che vorrebbe metterci a posto la coscienza sul fatto che ce ne restiamo con le braccia in mano. E magari siamo noi stessi i primi a non aver voglia di lavorare, solo che noi lo stipendio riusciamo a rubarlo!

È del tutto inutile far sopravvivere le persone con un pezzo di pane. È la stessa cosa che faceva madre Teresa di Calcutta, che faceva sopravvivere le persone con una ciotola di riso fino alla loro morte. Della sua figura, ho discusso con molta critica nell’articolo “Più benessere, meno religione“. Nel nostro paese, purtroppo domina la mentalità cattolica della misericordia, ma non del benessere, bensì dello sfruttamento dei miserabili. E certo, è comodo così. Se le società progredisse, come spiego nell’articolo appena linkato, non si potrebbe più convertire facilmente le persone.

Più benessere, meno religione

Interessante notare una correlazione fra irreligiosità e benessere di un paese. Per la precisione, un paese del benessere tende a limitare la religione. Infatti, fra i paesi meno religiosi (fra parentesi, la percentuale di irreligiosi), troviamo Svezia (88%), Danimarca (83%) e Norvegia (78%). Da notare che la Gallup ha stabilito la percentuale di irreligiosità ponendo la domanda: “La religione è una parte importante della vostra vita quotidiana?” La domanda pertanto considera un ampio spettro di religiosità, non solo l’appartenenza a una religione ufficiale. Guarda caso, Svezia, Danimarca e Norvegia sono anche nella top 10 dei paesi con il più alto grado di benessere. La felicità è stata calcolata basandosi non solo sul reddito pro capite ma anche sui comuni aspetti di un cittadino come la distribuzione equa del reddito, la democrazia, la salute, il lavoro, l’istruzione, la sicurezza, l’ambiente e il tempo libero: un totale di nove parametri considerati.

Gli altri paesi

Provate a “giocare” con la classifica dei paesi con il più alto grado di benessere, se volete, e noterete che nessuno dei primi dieci paesi è a maggioranza religiosa. Non sorprende dunque la posizione degli Stati Uniti in questa classifica. Sono molto più felici degli italiani, ma non sono di certo dei luminari e, soprattutto, hanno un disastroso indice di Gini a ridosso dei paesi del terzo mondo con un valore di 39. Gli Stati Uniti non sono un paese del benessere! Infatti gli irreligiosi sono poco più degli italiani, pari al 36%.

Modernità

Potete dire che stabilire il benessere con i nove parametri detti sia riduttivo. Può darsi, ma è anche vero che sono condizioni sia necessarie che sufficienti. Cioè, non potendo fare a meno di questi nove dati, anche aggiungendone altri scopriremo sempre che non esistono paesi con un elevato livello di benessere dove la maggioranza è religiosa. Non significa che gli atei sono migliori, ma che il benessere fa abbandonare la religione perché l’universo esiste senza Dio.

L’unica eccezione è rappresentata dall’Irlanda. Nonostante non sia al top come benessere, riesce ad essere più avanti di Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Germania (come spiego nell’articolo sui paesi del benessere). Ma si tratta di un’eccezione fino a un certo punto, perché l’Irlanda ci spiega bene che la religione è fatta dagli uomini. E se l’uomo vuole progredire, anche la religione va di pari passo. L’Irlanda ha deciso di seguire un cattolicesimo che va di pari passo con l’evoluzione della società, quindi in pratica è come se fosse laica.

Donare a tutti il benessere

Per una società migliorare, lo scopo non dev’essere quello di riportare la fede a chi l’ha perduta (?), bensì quello di dare benessere anche ai paesi più poveri attraverso l’aiuto dei paesi che sono più avanti (ed evitare così anche fenomeni di immigrazione incontrollata). Leggete l’articolo “La solidarietà dev’essere legge“, a tal proposito. In un paese povero, dove la mortalità è alta e l’aspettativa di vita è bassa di conseguenza, dove i vaccini ancora sono deficitari e ci sono malattie, la religione offre una speranza di vita ultraterrena o comunque una ricompensa. Quindi, se vogliamo progredire, non ha senso tornare al medioevo, ma permettere anche ai paesi poveri di trovare il benessere, in modo tale che non ci sia più bisogno di credere in una divinità. I primi scienziati dell’era moderna, come Newton, non credevano in una divinità, ma genericamente in una “forza”. Fu il primo passo per progredire verso l’ateismo in un’epoca ancora martoriata dalla superstizione. Anche Einstein parla di giocare a dadi con Dio in senso puramente metaforico! Così come la “particella di Dio”, il bosone di Higgs, non ha nulla a che vedere con Dio, perché l’originale in inglese è “goddamn”, ovvero diventa “maledetta particella”, semplicemente perché non si riusciva a trovare. E un paese credulone e fortemente religioso come l’Italia non poteva che tradurre in modo così becero!

Per ottenere il benessere, comunque rimane implicito che il paese si deve laicizzare, perché oggigiorno non abbiamo più bisogno di un dio per spiegare l’universo (vedi “L’universo non ha bisogno di Dio!“). Attenzione, laicizzare il paese non vuol dire che nessuno deve più credere in una religione, ma che la religione dev’essere strettamente personale e non deve interferire con la crescita del paese (leggasi, via i crocefissi dalle scuole pubbliche!).

Madre Teresa dei miserabili

Uno dei maggiori esempi dei danni che fa la religione è la figura di madre Teresa di Calcutta. Troppo semplicisticamente viene descritta come un’eroina, quando in realtà il suo operato si basava sullo sfruttamento dei miserabili per convertirle al cristianesimo. Le condizioni in cui viveva quella gente erano terribili. Tanta gente poteva essere salvata, ma lei preferiva farle morire “con misericordia”. Non le interessavano veramente le persone, ma convertire e, per farlo, sfruttava i poveri e i malati. Non faceva assolutamente nulla per farle guarire, ma le faceva sopravvivere fino alla morte. L’importante era convertirle, altro che santa o beata! So che in un paese fortemente religioso come l’Italia mi attirerò antipatie perché parlo male di madre Teresa di Calcutta, ma se uscite dal vostro orticello vi renderete conto che è la stessa opinione che hanno i paesi più laici e moderni. Canadesi, francesi, britannici… sono tutti paesi dove si critica duramente madre Teresa di Calcutta! Il britannico Christopher Hitchens usa proprio l’espressione “culto della morte e della sofferenza”. Vogliamo poi dire delle sue ideologie bigotte sui temi sociali, come ad esempio l’aborto? A me madre Teresa di Calcutta sembra decisamente una fondamentalista cattolica mascherata da agnello. Ti faceva una carezza, costringendoti a convertirti, e poi potevi morire in un luogo più fatiscente di un lager nazista!

L’inconsistenza del cristianesimo… ma Gesù è esistito?
Siamo ancora nel Medioevo?

La crisi dell’edilizia e delle “grandi opere” per salvarci!

Seppur con ritardo rispetto ai paesi più moderni (vedi Germania e Danimarca), in Italia l’ambientalismo ha iniziato a muovere i primi passi dagli anni ’90. Mi ricordo quando ero alle elementari (sono classe ’86) e ci portarono in visita a una discarica per farci vedere come funzionava lo smaltimento dei rifiuti. A scuola, tennero anche delle lezioni sulla raccolta differenziata (*), che proprio in quegli anni stava per diventare una legge definitiva. È superfluo dire che tutto ciò sia stato interessante e costruttivo, visto che l’Italia doveva tenere il passo con la modernità e non si poteva più continuare ad ammassare i rifiuti in discarica. Oggigiorno, si parla di lampade a basso consumo, di non tenere le luci accese se non necessarie, di staccare le prese non utilizzate. Lodevole, nulla da dire. Ma mentre si lotta per salvare la specie protetta dell’Amazzonia, non ho potuto fare a meno di guardarmi intorno e notare che, in realtà, per l’ambiente è stato fatto ancora ben poco. La riflessione mi è venuta notando che il Belgio ha una densità di popolazione di quasi il doppio dell’Italia. Eppure, il Belgio è ambientalmente più avanti dell’Italia secondo i dati ufficiali dell’OCSE. Perché? Perché in Belgio sono accentrati in città e, intorno, le campagne sono libere di sopravvivere. In Italia, si fa esattamente il contrario. Tutti vogliono costruire dovunque e in ogni angolo possibile. Senza andare a vedere cosa accade in Abruzzo, anche tra le montagne di Bergamo ci sono dei grossi buchi cementificati perché il riccone di turno vuole farsi la casetta che poi lascia a marcire per 9 mesi all’anno. E suvvia, anche chi riccone non è, vuol farmi credere che non desidera la super mega villa dei sogni? E così, per un imprenditore che vuole aprire un nuovo centro commerciale, un sindaco che vuole costruire una nuova strada per risparmiare 5 minuti di traffico, un riccone che si vuole fare la villa al mare e la casetta in montagna, ecco che il paesaggio naturalistico scompare. Ah, giusto, per ogni pezzo di verde che viene distrutto, creiamo dei parchi che ci illudano di essere sempre circondati dalla natura (vedi “Cappa di smog, c’era una volta la natura…“). Chi guadagna da tutto questo? Di certo non il popolo. Al massimo, ci guadagna l’imprenditore edile di turno, che tanto non deve rendere conto ai posteri che la “vera” natura potranno forse ricordarla solo attraverso i loro nonni. Questa smania di costruire sempre e dappertutto è, scusate il gioco di parole, dovunque. Il discorso delle strade riguarda sempre il cemento ma, poiché è un serissimo problema, ho scritto un articolo a parte. E scoprirete che non è vero che una nuova strada fa risparmiare tempo!

* Le cose non sono più come 20 anni fa. Riciclare è sempre meno economico. È per questo che i roghi ai rifiuti sono diventati un problema, la nuova frontiera (per così dire) della mafia. Sono le società di riciclaggio stesse ad appiccare gli incendi. Non guadagnano più come prima. Allora cosa fanno? Riciclano solo una parte dei rifiuti. Il resto viene dato alle fiamme in qualche cantiere abbandonato. Tutto ciò nasce dalla crescente popolazione. Più c’è gente e più aumenta l’energia consumata, quindi anche gli sprechi. Riciclare diventa più costoso e alimenta la mafia con gli incendi ai rifiuti. Ma il problema non è riciclare, bensì l’aumento eccessivo della popolazione. E questo problema non si risolve tornando agli inceneritori come vogliono fare alcuni politici stile Salvini.

Da appassionato di calcio, ogni tanto dò un’occhiata ai commenti sui siti sportivi ed è incredibile come nessuno si accorga che costruire uno stadio ex novo, in una nuova zona, comporta altro verde che scompare. L’esempio positivo è partito dalla Juventus, che ha abbattuto il vecchio e obsoleto Delle Alpi per costruire lo Juventus Stadium (*), “sacrificandosi” per qualche anno a giocare in un altro stadio (l’Olimpico, dov’è rimasto il Torino). Tutti gli altri si impelagano a cercare un terreno dove costruire, chi a Portello (vedi il Milan) e chi in cima al Monte Paradiso… e si lamentano pure se non viene dato il permesso! Non sono tifoso della Juventus, anzi, tutt’altro, e pur da appassionato di calcio non posso non far notare che il paese non deve stare ai servizi e alla dipendenza di un gioco: sarebbe come voler obbligare tutti ad ascoltare la musica metal perché a me piace. Certo, si può dire che abitare in una grande e incasinata città piuttosto che nel paese tranquillo di campagna non sia il massimo…

* Qualcuno ribatterà che lo stadio della Juventus è piccolo perché ci sono più tifosi nel resto d’Italia che a Torino. Si ribatterà che la società Juventus crea disuguaglianza, promuovendo interessi economici d’élite (vedi le polemiche sulla cosiddetta Super Champions). Tutto verissimo, ma sono discorsi che ora non c’entrano.

L’edilizia e le opere pubbliche sono tra i maggiori sprechi del nostro paese. Ci sono politici della vecchia scuola (vedi il PD) che ci fanno una testa così sul debito pubblico che noi cittadini dobbiamo ripagare con sacrifici. Ma i debiti pubblici sono causati anche (ma non solo!) da questa estrema corruzione sull’edilizia e sulle opere pubbliche. Secondo alcune stime, il progetto Mose per salvare Venezia dall’acqua alta avrebbe potuto costare il 40% in meno, e invece noi cittadini dobbiamo pagare per aggiustarne la cattiva costruzione per chissà quanti anni! E che dire del ponte sullo stretto di Messina? Gran parte dei messinesi vive in baraccopoli come nelle favelas brasiliane o nelle città ad alta densità dell’India e questi pensano al ponte sullo stretto!

Ovviamente, ai politici e alla gente di oggi non importa di annientare la natura selvaggia, perché le conseguenze saranno subite tra 50 o 150 anni. Così come i nostri genitori o nonni se ne sono fregati del surriscaldamento globale. Altri si preoccupano dell’ambiente, ma in modo superficiale. Personalmente, condannando i gesti di violenza, sono d’accordo con i No TAV. I media riportano il conflitto tra chi è contro e chi la vuole costruire, ma nessuno ha spiegato che il No alla TAV non è una negazione del progresso. Il no si riferisce ad evitare di consumare un enorme pezzo di territorio che andrà perduto per sempre. Forse collegherà meglio l’Italia e la Francia, ma aumenta l’inquinamento e c’è meno benessere inteso come salute. In realtà, sono stati fatti degli studi e si è evidenziato che la linea della TAV verso la Francia è stata sovrastimata, che il traffico è molto minore di quello che i favorevoli sostengono. Chi è interessato alla TAV, o ad altre opere simili, è una minoranza formata da persone con interessi personali, soprattutto economici, ma a danno dell’ambiente. Non ve ne importa? E allora anche voi siete come chi, decenni fa, non si è preoccupato del clima! Votate sempre un politico che abbia un interesse vero per l’ambiente. I politici che promuovono le “grandi opere” non hanno a cuore il benessere della comunità, ma vogliono solo foraggiare la ricchezza di pochi. Anche perché comunque, a me in tasca concretamente, non ne viene proprio un bel nulla (i paroloni sull’immagine del paese servono per ingannare i tonti, come fu per gli stadi di Italia ’90).

La cosa esilarante è che, quando si tratta di cantieri, il desiderio di profitto è così forte che riesce a far alleare due forze politiche opposte. Mi riferisco a Forza e al PD che, per sfiduciare Toninelli, a marzo del 2019 hanno realizzato un’alleanza più unica che rara. Toninelli non sarà una cima in competenza, ma vedete come, se si tratta di fare profitto danneggiando l’ambiente, non ci sia distinzione tra sinistra e destra classiche?

Costruire sul costruito: stop al decentramento

L’unica soluzione è questa, se si vuole fare il bene dell’ambiente. Poiché, a ritroso, si sono già fatti diversi danni, occorre rivalutare tutti quegli edifici che sono stati abbandonati, magari a causa dei soliti giri mafiosi che, una volta costruito, hanno lasciato tutto abbandonato a prendere la muffa. Rivalutiamo tutti questi edifici, tutti questi spazi. Costa rivalutare uno spazio dismesso? E perché, costruire su un terreno che poi rivela svariate problematiche come alluvioni, allagamenti ecc non costa, successivamente alla costruzione, ancora più soldi della costruzione stessa? Quanto costa rifare una città colpita da un terremoto, su un territorio, quindi, sismico dove è saggio non costruire affatto? Quindi, bando alle ciance e diciamo le cose come stanno per davvero: stop all’espansione dei confini dell’edilizia e iniziamo a recuperare le zone dismesse! Riprendendo l’esempio calcistico, il comune di Torino non ha agevolato la costruzione dello Juventus Stadium per raccomandazione, ma perché veniva decisamente comodo a ciascuna parte buttare giù il Delle Alpi per rifare da capo un altro stadio. Sì, è vero, il Delle Alpi era storia del calcio, ma ci sono interessi che superano questa storicità: il guadagno, per la Juventus (e per il comune) è stato molto maggiore.Juventus Stadium Chi non è convinto che bisogna smettere di decentrarsi, provi a pensare che decentrare è un costo. In qualche modo, quel cucuzzulo sul monte dovrà pur essere raggiunto, no? E come lo si raggiunge? Con il teletrasporto? No, ovvio, servono dei trasporti e i trasporti… costano! Perché non vogliamo mica lasciare quei poveri quattro gatti isolati, no. Per loro, bisogna poi costruire dei supermercati, portare turismo: costi su costi su costi, in un circolo vizioso che non finisce più. Se la popolazione è notevole (gli scandinavi, complice anche il clima, si sono ben tutelati), non resta che fare come i belgi, e cioè accentrarsi nelle grandi città: la regione Bruxelles-Capitale (una specie di area metropolitana di Bruxelles grande poco meno di Milano e Verona) conta oltre 1 mln di abitanti, pari al 10% della popolazione belga, mentre l’area metropolitana di Milano ne conta 3.2 mln, pari ad appena il 5% della popolazione italiana. Non si vuole vivere ammassati in città? Allora facciamo meno figli, visto che si parla a non finire della scarsità di risorse, di insostenibilità del petrolio e dell’allevamento. No, macché, ogni famiglia cristiana che si rispetti deve avere almeno due pargoli, che giustamente cresceranno con problemi esistenziali perché non riceveranno la corretta educazione per vivere felici. Che senso ha lottare per i diritti dell’Amazzonia e pensare a non consumare elettricità in bolletta se poi ognuno distrugge intorno a sé con gli interessi? Si potrebbe dire: occhio non vede, cuore non duole. E la natura, intanto, se ne va, perché paesaggi come quello del Lake District, in cui ho avuto il piacere di fare escursionismo e dove le abitazioni sono limitate allo stretto necessario per questa attività, diventano sempre più rare a favore del Dio cemento.

Anche l’Atalanta Bergamasca Calcio (Atalanta B.C.) segue la scelta della Juventus, in chiave più ridimensionata per ovvi motivi. Qualcuno può obiettare che è facile quando il comune ti regala o svende lo stadio. Ma anziché provare invidia, si chiedano perché i loro comuni non si accordano allo stesso modo, dando per scontato che si debba per forza spendere centinaia di milioni per costruire ex novo uno stadio su un territorio che verrà perduto per sempre. La riqualificazione edilizia è la soluzione migliore, rispetto al distruggere ogni volta nuove aree e altri boschi.

L’allarme sul consumo di suolo non è una cosa mia perché voglio fare l’ambientalista. I geologi professionisti come Mario Tozzi conoscono benissimo i rischi ambientali e i rischi ambientali legati al consumo di suolo. L’Italia è un territorio sismico o a rischio idrogeologico e di frane. Giustamente, Tozzi ci dice che non solo dobbiamo smetterla di consumare il suolo, ma anche adattarci e sapere che possono esserci danni. E sempre giustamente, sostiene che non si può pensare di costruire muri sempre più alti per difendersi dall’acqua, perché altrimenti si penalizza anche il paesaggio (si vuole attirare il turismo, ma poi pur di costruire a tutti i costi si fanno muri alti per difendersi, rovinando il paesaggio: un paradosso!). Purtroppo, anche a causa di una cattiva etica ambientale dei cittadini, la nostra classe politica non si interessa di questa prevenzione. Mi viene in mente il centro commerciale che c’è qui a Curno (provincia di Bergamo), cioè un grosso complesso di 50 negozi tutto su un piano. Ma lo scempio più grande è il mega parcheggio esterno, in cui si finisce per perdersi. Il centro commerciale di Curno è uno dei tanti esempi di scempio edilizio del nostro paese. E non si può più permettere che tutto ciò avvenga.

Preservare il verde per vivere a lungo

La corsa all’edilizia è un retaggio del dopoguerra, quando c’era la necessità di ricostruire. Ma quel tempo è ormai passato e abbiamo finito per costruire troppo o abusivamente. Con i limiti all’edilizia, io difendo l’ambiente, ma non lo faccio perché mi gira e voglio fare il verde alternativo. Difendere l’ambiente vuol dire avere a cuore se stessi e la propria salute. Avere a cuore se stessi e la propria salute vuol dire, ad esempio, fare sport. Ma se diventiamo matti nella corsa all’edilizia, ecco che la natura viene sradicata e ciò vuol dire che ci sono sempre meno percorsi per correre o andare in bicicletta. Se era sensato ricostruire nel dopoguerra, oggigiorno non c’è più bisogno di ricostruire ma, anzi, c’è bisogno di preservare il verde per la nostra salute. Se non ci sono più spazi per fare sport, non guadagniamo più quegli anni di vita che ci fanno potenzialmente essere dei centenari. Non si contrasta la corsa all’edilizia perché si è dei pacifisti che difendono l’albero dell’Amazzonia, bensì perché difendere l’ambiente vuol dire fare gli interessi del proprio benessere e della propria salute.

Anche una puntata di Super Quark del 2018, parlando di inquinamento del mare, esprime il mio medesimo concetto: noi pensiamo di gettare tutto in mare e sbarazzarcene, ma ci torna tutto indietro! Nella puntata di Super Quark, questo “tornare indietro” è stato evidenziato con uno studio statistico sui surfisti che hanno più problemi intestinali della popolazione normale. I maggiori problemi intestinali derivano proprio dall’inquinamento del mare! Ovviamente, se il mare fosse pulito, i surfisti sarebbero sanissimi (a meno che non siano già malati). Per la natura, è la stessa cosa. La natura ci serve, perché ad esempio alcuni animali, che con l’edilizia scompaiono, contrastano i parassiti o gli insetti che danno fastidio. La natura ci serve, perché possiamo fare sport e vivere a lungo. Se uno continua a correre con l’edilizia, costruisce e costruisce senza sosta, non rimarrà più traccia di natura selvaggia, con grossi danni all’umanità stessa. Quello che Piero Angela vuole far trapelare è che:

l’uomo distrugge la natura, ma alla fine sarà la natura a ribellarsi e distruggerci.

Sì, è proprio così. Se l’uomo continuerà a consumare suolo e a crescere troppo come popolazione, la natura cercherà di preservarsi distruggendo chi non la rispetta: l’uomo. L’uomo è causa del suo stesso male. È ciò che dovrebbero comprendere tutti coloro che decantano il “Sì Tav” e i politici alla Salvini che ci incoraggiano a fare tanti figli. I danni si ripercuotono nella storia umana, non in quelli della Terra. La Terra sopravviverà e creerà un nuovo equilibrio, ma l’uomo non ci sarà più. E sarà colpa sua, perché quello che “getta via” gli ritorna indietro.

I movimenti giovanili che protestano contro il clima si stanno diffondendo. Il loro motto, nei confronti dei politici e di chi non si interessa dell’ambiente (PD o Lega che sia, cioè sia destra che sinistra), è “è a noi giovani che state rubando il futuro“. Beh, in realtà non esattamente. Ce lo hanno già rubato. Lo hanno rubato, e non solo con il cemento, a quella generazione che viene definita come quella dei “millennial” (i nati tra la fine degli anni ’80’ e il 2000). Se vogliamo che le cose cambino, bisogna smettere di votare chi ricava profitto con il cemento. È questo che vuol dire battersi per l’ambiente. Non è difendere l’alberello dell’Amazzonia facendo un gesto fine a sé. Si tratta di un’azione globale, che ci porti a vivere più in salute e con una migliore qualità della vita. Una delle battaglie maggiori che possiamo fare è quella contro il cemento e il consumo di suolo.

La strage del ponte di Genova

Nessuno vorrebbe mai dire di aver ragione dopo una tragedia come quella del ponte di Genova (agosto 2018). Purtroppo, è proprio questa assurda e folle rincorsa all’edilizia che ha provocato la strage del ponte di Genova. 43 morti e danni ingenti per un’opera edilizia che non si può neanche definire un obbrobrio, ma di più. Va detto che, in India, i monsoni provocano centinaia di morti, non decine. E di queste centinaia di morti i nostri media dedicano al massimo pochi secondi. Quello che ci deve preoccupare del ponte di Genova è il dolo di chi ha ricavato profitto sulla pelle della gente. I monsoni in India non hanno l’intenzione di uccidere, mentre in quello che è accaduto al ponte Morandi c’è la responsabilità della mafia edilizia e degli imprenditori che pensano solo ad arricchirsi. La revoca ad Autostrade? Ci sta, è sacrosanto. Ma vorrei far presente che, in Italia, esistono tanti altri ponti di Genova ed esistono tante altre opere edilizie di questo genere. Togliere le concessioni va bene, ma bisogna agire affinché i Benetton di turno (*) non abbiano la libertà di fare ciò che hanno fatto. Ci sono migliaia di Benetton in giro per l’Italia e ognuno di loro dev’essere controllato. Chi ha permesso ad Autostrade di fare quel ponte? I politici, ovviamente. E i politici vengono eletti! Si potrà dire che nessuno poteva prevedere la tragedia, ma diamine, se uno va a fare una verifica sul territorio lo vede che quella roba è una pazzia! Facciamo i funerali per coloro che sono morti ed è doveroso. Ma l’episodio ci deve anche far riflettere. Impariamo ad eleggere i politici che blocchino quanti più Benetton possibili ancora a piede libero (e sono tanti… prenderli tutti sarebbe ottimistico!). Circa metà degli italiani ha votato o vota ancora PD e Forza Italia. Due partiti in teoria opposti politicamente, ma entrambi responsabili di aver dato certi permessi. Se vogliamo evitare che si provochino altri morti, iniziamo ad agire smettendo di votare questi partiti.

* Notate come queste società formino spesso una specie di “matrioska” o siano in qualche modo correlate tra di loro.

Ma non impariamo mai!

Purtroppo, la strage del ponte Morandi non ha insegnato nulla. Vogliamo dire del Mo.se a Venezia? Un’opera ancora non terminata, su cui gravano enormi sprechi perché ognuno vuole portare a sé gli interessi. Oltre al fatto che una paratia fatta in quel modo arreca danno all’ecosistema della laguna. Andate a vedere come hanno gestito lo stesso tipo di problema a Rotterdam e capirete benissimo, se non avete i prosciutti sugli occhi, la differenza. Queste grandi opere sono una ingente spesa per lo Stato, ovvero per i cittadini, ma immaginate l’insieme di tante piccole opere del genere qui e lì per il paese, che proseguono sempre più intense fino all’esaurimento totale del territorio. Ebbene, non stupiamoci se il paese cade a pezzi sotto i colpi di madre natura con il surriscaldamento globale.

Gli eventi del malaffare

La pericolosità della medicina alternativa

Sono tante le persone che, in Italia, si rivolgono alla cosiddetta medicina alternativa. In realtà, va detto che la percentuale di chi fa affidamento a questa branca è in diminuzione, negli ultimi anni. Ad esempio, nel 1991 le persone che si rivolgevano all’omeopatia erano il 2.5% della popolazione. Nel 2000, la percentuale è salita all’8.2%, ma dal 2000 al 2005 si è scesi al 7%. Da un lato, è positivo il calo (vuol dire che la gente si accorge che non funziona), ma sinceramente aspetterei ancora un po’ di anni prima di cantare vittoria. Nonostante il calo, infatti, il 7% è comunque una percentuale molto alta. Basti considerare che, sempre in Italia, l’obesità è del 10%: l’alternativo va di pari passo all’obesità. Dunque, ho deciso di parlare un po’ di medicina alternativa per spiegare una volta per tutte quanto essa possa essere pericolosa.

Cos’è la medicina alternativa

Esistono diverse definizioni a riguardo, ma alla fine tutte equivalenti. La National Science Foundation (NSF) definisce la medicina alternativa come “tutti quei trattamenti che non hanno mostrato alcuna efficacia quando sottoposti a verifica scientifica”. Basandosi sullo stesso principio, il neoevoluzionista Richard Dawkins ha affermato che “non esiste la medicina alternativa, esiste solo una medicina che funziona e una che non funziona”. La medicina alternativa, dunque, non è un’alternativa perché l’alternativa si avrebbe se funzionasse. Una cosa che non funziona, non è un’alternativa: semplice.

E allora, dove sta il pericolo?

Bisogna precisare che l’inefficacia riguarda la cura. Cioè, con la medicina alternativa, non si cura un bel niente. Ma se non cura la malattia, non vuol dire che non faccia danni di altro tipo. Celebre alle cronache (purtroppo) il caso del piccolo Ryan Pitzer di due mesi che, nel 1978, è morto dopo che i genitori gli avevano fatto un’iniezione endovena di cloruro di potassio. I genitori avevano letto sul libro di un naturopata (di cui mi rifiuto di rivelare il nome) che il potassio poteva essere efficace nel trattamento delle coliche. Senza considerare che affidarsi all’alternativo è pericoloso anche per il fatto che porta alla morte i pazienti che abbandonano le cure e le terapie classiche. Chiedete ai malati di tumore che si affidano all’alternativo, oltre alla medicina tradizionale, se abbandonerebbero la medicina tradizionale per affidarsi totalmente all’alternativo. Nel concreto, per le malattie gravi affidarsi all’alternativo equivale a morire a meno di non proseguire simultaneamente anche cure e terapie classiche. Ma allora, che senso ha affidarsi all’alternativo?

La disperazione

Capisco che ci sono persone talmente disperate che, vedendo che nulla più funziona, finiscono nel giogo dei guru alternativi. La delusione per la medicina tradizionale che non ha saputo fare niente, arricchita magari dalle solite teorie complottiste, dagli interessi delle industrie farmaceutiche ecc. Non per spegnere le speranze di qualcuno (lungi da me dal farlo), il punto è che la medicina tradizionale non è una legge sempre valida, ma indubbiamente offre più probabilità di sopravvivere rispetto al non fare niente. Non si nega che la medicina tradizionale abbia le sue lacune, e infatti la medicina sta lavorando per trovare soluzioni migliori. Ma, per favore, affidarsi all’alternativo nei casi gravi è un suicidio. Metodo Di Bella, il caso stamina… sono tutti esempi di quando i metodi alternativi non fanno altro che peggiorare ancora di più una situazione già difficile e provante, rimettendoci magari economicamente. Sì, è vero, ci sono fior di testimonianze che proverebbero che questi metodi fanno guarire, ma fateci caso: nessuno vi porterà mai documentazioni dettagliate, statistiche, dati in peer-review né nulla. Che egoisti questi alternativi: hanno la pillola magica e non vogliono mostrarla! Per la medicina tradizionale è tutto condiviso e consultabile in peer-review. Se non volete più proseguire alcuna cura, bene, è una vostra scelta che va rispettata, ma se vi volete curare insistete con la medicina tradizionale. Magari non ce la fate lo stesso, ma almeno avrete veramente fatto tutto il possibile per guarire.

Attenzione alla credunoleria!
Giornalisti e ricerche (?) da budinocerebrati

L’illusione del naturale
L’onere della prova

Il razzismo, una forma di violenza

Il razzismo è una forma particolare di violenza a cui ho preferito dedicare un articolo a parte. Ripetiamo la definizione di violenza, prima di tutto:

“La violenza è un abuso della forza che ha il fine di piegare qualcuno alla volontà di chi la commette”.

La violenza è uno dei gravi problemi che affligge il nostro paese, e ne discuto nell’articolo sul perché siamo un paese allo sbando.

Ora, il razzismo è la pretesa di stabilire una gerarchia secondo cui alcuni raggruppamenti umani (cioè le razze) sono inferiori e altri superiori. L’abuso della forza sta in questa pretesa, poiché in biologia e nella scienza non esiste il concetto di razza (*).

* Il termine “razza” viene usato solo ed esclusivamente in zootecnica (cioè allevamento) per riferirsi ad animali creati dall’uomo (i cani soprattutto). Gli animali appartengono sempre a una stessa specie, ma condividono tratti ereditari comuni tali da parlare di “sottoinsiemi”. Nell’uomo, le razze non esistono e al più si parla di cline, cioè la variazione di una caratteristica morfologica (fenotipo) in base all’adattamento in un’area geografica. La differenza tra le razze umane non esiste anche per un altro motivo. Ogni essere umano, dallo svedese all’africano, ha una corrispondenza genetica pari al 99.9%. Il concetto di cline è ben chiaro se però consideriamo che, nello 0.1% diverso, abbiamo quasi il 90% delle differenze genetiche. Forse è detto in modo un po’ contorto, ma questo discorso spiega che siamo una sola specie. Con le scimmie, condividiamo il 98% dei geni e siamo due specie diverse (parenti, ma due specie diverse).

Il razzismo in realtà è un fenomeno molto più ampio e non si limita solo alla razza. Prendete un cristiano e un ateo abortista. Possono andare d’accordo? Riflettete bene sulla vostra risposta. Il cristiano (se non è un falso credente) non può andare d’accordo con l’ateo abortista perché considera l’aborto un omicidio. Qui non c’è razzismo, è incompatibilità. Finché ognuno è libero di professare la sua morale nel proprio spazio, non posso parlare di razzismo. Se però uno dei due pretende di stabilire una gerarchia per cui l’altro è inferiore, sfociando nell’intolleranza, c’è razzismo. Esistono quindi diverse forme di razzismo, fra cui vale la pena segnalare proprio quello morale che è molto comune in Italia da parte della Chiesa e dei credenti. Risulta fondamentale notare che non basta non essere d’accordo su qualcosa per avere razzismo. Io posso considerare sbagliata un’idea, ma solo se discrimino divento razzista. Ovviamente il discorso non vale nel caso in cui si discrimini o emargini un comportamento oggettivamente (oggettivamente!) dannoso per la comunità (vedi il fumo), che sia direttamente o indirettamente.

Ah, una cosa da chiarire, che spiego alla fine dell’articolo sullo squadrismo fascista ancora presente in Italia. Alcuni gesti di violenza criminale sfociano nel razzismo, ma il razzismo è per così dire “secondario”. È più corretto dire che sono psicopatici, cioè un rischio per tutti quanti, che compiono anche crimini di razzismo. La differenza è molto importante per capire le cose!

Una delle tante prove di come il razzismo sia davvero una forma di violenza? Il genocidio ruandese tra Hutu e Tutsi. La suddivisione tra le etnie è puramente artificiale, messa in atto dai colonizzatori tedeschi e belgi. La discriminazione, a mano a mano, è sfociata nel genocidio, uno dei peggiori nella storia dell’umanità. La suddivisione tra Hutu e Tutsti, prima del colonialismo, non esisteva affatto. Tendenzialmente, Hutu e Tutsi avevano ruoli diversi nella società, ma non si facevano alcun problema a sposarsi fra di loro. L’odio etnico (o razziale) è nato quando i colonialisti hanno separato gli Hutu e i Tutsi in base a differenze fisiche puramente inventate. Secondo i colonizzatori, i Tutsi erano razzialmente superiori, in quanto si avvicinavano, “ovviamente”, ai caucasici. Come riconosce benissimo la scienza di oggi, la teoria era una totale bufala, ma non ha impedito il massacro di centinaia di migliaia di persone. Sulle responsabilità dell’Europa nei problemi dei paesi più poveri, ho discusso anche nell’articolo sull’immigrazione. L’articolo spiega anche il curioso modo in cui gli Hutu e i Tutsi si sono riappacificati. E, come racconto sempre nell’articolo sull’immigrazione, Hutu e Tutsi non sono l’unico esempio di riconciliazione in Africa! Leggete quella spiegazione, perché è veramente interessante. Fra le altre cose, la spiegazione sugli Hutu e i Tutsi insegna bene che, come dico più avanti, il razzismo non è un disturbo mentale.

Razzismo e xenofobia

Spesso, razzismo e xenofobia vengono considerati sinonimi, termini intercambiabili, ma non lo sono. Il razzismo si basa sulla gerarchizzazione tra superiore e inferiore (sulla discriminazione), mentre la xenofobia, letteralmente la “paura del diverso” (dal greco “xenos”, che vuol dire “estraneo”, più “phobos”, che vuol dire “paura”), come da termine, è una fobia. Nella pratica razzismo e xenofobia quasi sempre coincidono (vedi l’odio per gli immigrati a prescindere dalle loro reali qualità morali) e la distinzione lascia il tempo che trova. Comunque sia, quando si parla di razze, ricordatevi che i nazisti diffondevano teorie del tutto inventate e avevano descritto un ideale di ariano che però era esattamente l’opposto di quei “profeti”! A voi trarre le dovute conclusioni a riguardo.

Bisogna stare molto attenti a non passare dalla necessità di una miglior riforma dell’immigrazione al razzismo e alla xenofobia. Spesso, i razzisti e gli xenofobi si nascondono proprio dietro ai problemi di immigrazione, giocando sulla paura della gente di essere invasa. Paura che, da un lato, è perfettamente comprensibile, ma che poi serve a mascherare la vera indole di certa gentaglia. Le parole di Fontana in occasione delle elezioni 2018, che ha parlato di “razza bianca”, devono destare un serio allarme. Poco cambia se ha cambiato il tiro. Un politico deve saper attivare il cervello, prima di dire bestialità. E un politico che non sa attivare il cervello può solo fare disastri. Ma non è solo questo. È anche scandaloso che qualcuno difenda questo tipo di parole anziché condannarle.

Un disturbo mentale?

Negli ultimi tempi, è apparsa l’opinione di ritenere il razzismo come una malattia mentale. In effetti, in alcuni processi americani si punta a questo come difesa. Forse, attribuire al razzismo un disturbo mentale avrebbe, per alcuni, l’intento di rendere più grave il problema. Ma i disturbi mentali non c’entrano e tutto finisce per sortire l’effetto contrario a quello voluto. L’errore è basarsi sul fatto che il disturbo mentale è qualcosa di “cattivo”. Ma attribuire un disturbo mentale al razzismo non ha pregio, perché toglie la responsabilità di gravi atti come ad esempio quello di Traini a Macerata. Magari hanno davvero delle problematiche, ma quando compiono quegli atti sanno quello che stanno facendo, sono capaci di intendere e volere e sono responsabili. È qui che nasce la confusione. Il razzismo non è un disturbo mentale. Un problema culturale, una forma di violenza… tutto questo sì e ne possiamo discutere, ma non è un disturbo mentale.

Come ho spiegato nell’articolo sulle bufale del fascismo (che ho linkato prima), i gruppi come quelli di Forza Nuova sono formati da psicopatici. La psicopatia è un disturbo mentale, ma c’è sempre la capacità di intendere e volere. Non è il razzismo ad essere un disturbo mentale, ma la psicopatia (il termine corretto sarebbe disturbo antisociale della personalità, ma ne esistono diverse tipologie). E questo disturbo, sì, provoca danno agli altri. Ma essere psicopatici comprende sempre la responsabilità. Lo psicopatico di Forza Nuova sa quello che sta facendo e crede che sia giusto. Non gli importa di fare del male a qualcuno. È la sua ideologia e sa intendere e volere perfettamente. E queste persone psicopatiche possono apparire normalissime nella vita quotidiana. Possono avere una famiglia, dei figli, un lavoro normale, traendo in inganno chi li vede solo superficialmente.

Dire negro è razzista?

Ad oggi, di fatto lo è spesso nelle intenzioni. Va spiegata questa cosa perché i razzisti lo usano per nascondere il proprio razzismo pur manifestandolo, giustificandosi con il fatto che il termine deriva dal latino. Se è vero che “negro” veniva usato fin dall’antichità, anche da autori come Petrarca o Ariosto, in epoca colonialista è stato adottato in senso dispregiativo. Negri, inoltre, erano gli schiavi o gli ex schiavi negli Stati Uniti. Pertanto, partito indubbiamente come termine neutro, in seguito l’utilizzo è stato con il significato razzista. I razzisti replicano di nuovo sostenendo che i neri stessi si chiamano negri tra di loro per scherzo. E qui nascono gli equivoci. Dirlo per scherzo, sapendo che comunque il passato è stato quello, è un conto. Dirlo per razzismo e negarlo, tirando in ballo la goliardia, è decisamente un altro! Anche ne I Jefferson usano tantissimo il termine negro, ma in modo volutamente offensivo e razzista, affinché il significato razzista non venga dimenticato o sminuito. E non dimentichiamo Martin Luther King, che diceva spesso “nigger”, ma per pura provocazione verso le discriminazioni.

Razza ed evoluzione

Sbugiardiamo le assurde teorie sulla razza con la scienza. L’umanità, dai suoi albori, ha dovuto lottare contro le condizioni climatiche. Una condizione climatica grave è il sole, che invecchia la pelle e provoca ustioni e scottature. La reazione migliore per affrontare tutto questo è produrre melanina, quindi scurire la pelle. A rigor di logica, allora si dovrebbe dire che il più “forte” è l’africano. E che dire della genetica? Tra carattere chiaro e carattere scuro, nell’ereditarietà “vince” statisticamente il carattere più scuro. La scienza pertanto non rende così vantaggioso essere chiari. Non siete d’accordo e lo trovate razzista? Ovviamente sì, lo sarebbe se si facesse una discriminazione “al contrario” verso i bianchi. Bianchi che però, a loro volta, sono avvantaggiati nei climi freddi. Conclusione:

non esiste una “razza” superiore o inferiore, ma esistono ambienti e situazioni diverse in cui l’uomo si adatta!

L’ideologia di “preservazione della razza” non ha alcun pregio dal punto di vista evolutivo. È un dato di fatto scientifico che le specie interagiscono con altri gruppi e si mescolano. Ciò permette di evitare la trasmissione di malattie genetiche e avere quei cambiamenti che evolvono la specie. Basta vedere come le popolazioni umane isolate sono rimaste primitive! L’uomo non è bianco perché appartiene a una razza diversa, ma perché è emigrato nei climi freddi e le carnagioni chiare, che sono casualmente comparse, si sono adattate meglio. Sono i principi basilari della teoria dell’evoluzione descritti nell’ottocento da Charles Darwin. Darwin non ha mai detto che sopravvive il più forte, ma chi si adatta meglio all’ambiente (difficilmente l’uomo sopravviverebbe tra i dinosauri). E accadrà ancora che l’uomo si evolverà così, ovvero mischiandosi ed emigrando. Pertanto, tra 200 anni ce ne fregheremo bellamente delle “razze” come le conosciamo ora. Paradossalmente, le ideologie razziste vengono diffuse proprio sfruttando Darwin (darwinismo sociale). Ecco come infangare il buon nome di uno dei più grandi scienziati al mondo! L’uomo si è continuamente mescolato ed è sempre emigrato nel corso della sua storia. Si è mischiato anche con il Neanderthal, di cui le popolazioni non africane conservano un patrimonio genetico che va dall’1% al 4%, per un complessivo di patrimonio genetico del Neanderthal che arriva al 20% circa.

Cheddar Man, le differenze saranno individuali

A dimostrazione di come le ideologie razziste siano tutte bufale, esiste una scoperta molto interessante. Cheddar Man (*) è un uomo risalente a circa 10 mila anni fa, di cui abbiamo tutte le ossa. La sua caratteristica è quella di avere gli occhi azzurri, ma con una carnagione scura, non tipica di quella che oggi riallacciamo all’Inghilterra. Cheddar Man aveva anche i capelli scuri, forse ricci (non si sa se lo fossero per davvero, mentre si sa sicuramente che erano scuri). Il 10% della popolazione inglese odierna, che non ha storia di migrazioni, deriva da Cheddar Man. Erroneamente a quello che a volte si dice in giro, Cheddar Man non è un africano, ma fa capire benissimo l’assurdità del razzismo. La cosa stupefacente di Cheddar Man è la combinazione dei tratti e la forma del volto. Gli studiosi sono concordi che, alla fine, l’evoluzione farà il suo corso e le etnie si diluiranno. Questo discorso è stato spiegato bene anche in una puntata di Nautilus su Rai Scuola. Non baderemo più alla provenienza di qualcuno e le differenze saranno tra individuo e individuo. Tutto questo avverrà perché è così che funziona l’evoluzione. Se ci pensate, anche gli eschimesi abitano nei climi freddi, ma non sono affatto biondi con la carnagione chiara. Probabilmente avremo altre forme di razzismo, ma almeno su questo gli estremisti di destra dovranno arrendersi. La natura segue il suo corso ed elimina chi non è in grado di adattarsi, perché non esiste una specie superiore ad un’altra o viceversa. Un esempio odierno di come le differenze, a mano a mano, saranno individuali? Il giocatore di basket giapponese Rui Hachimura, con padre del Benin e madre giapponese. Ognuno di noi eredita metà dei geni dal padre e metà dalla madre. Ciò è avvenuto, ovviamente, anche per Rui Hachimura di cui, tuttavia, i tratti orientali non sono subito riconoscibili. Eppure, se si fa attenzione, i tratti orientali ci sono eccome! La peculiarità è che, probabilmente, in pochi noterebbero questi tratti se non venisse detto che la madre è giapponese. Se lo si guarda nelle foto in cui è rasato, passa tranquillamente per un tipico afroamericano. Peccato che Rui sia giapponese! I discorsi sui “lineamenti propri di un paese” sono pericolosi e ne abbiamo già pagato le conseguenze.

* Sì, come il formaggio, ma in realtà Cheddar Man deriva dalla gola di Cheddar nel Somerset.

Attenzione, capite bene il discorso sul colore della pelle. Se avete letto la spiegazione sul cline, sapete già cosa intendo. Il colore della pelle si diffonde come adattamento. In quel tipo di clima, quella carnagione denota gli uomini più in salute, i quali si riproducono e proliferano. Ma non è la carnagione che cambia perché l’uomo si deve adattare al clima. È la carnagione che appare casualmente e si rivela più adatta al clima e, poi, si diffonde! La stessa cosa vale per l’enzima lattasi e la capacità di digerire il latte, in barba a chi dice che è innaturale bere latte. Sono cose che avvengono naturalmente, come se non ce ne accorgessimo. L’adattamento del colore della pelle e dei tratti somatici può avvenire in diversi modi in un determinato clima. Esistono mille modi, come dimostrano gli eschimesi che, nei climi freddi, non sono affatto chiari e biondi. Questo è il pregio dell’essere umano, che non sarà forte come un leone ma ha le sue belle strategie. Charles Darwin ha sempre ragione! Notate come la teoria dell’evoluzione funzioni in tanti contesti, come quello della resistenza agli antibiotici. I batteri non sviluppano la resistenza perché sono abituati a “combattere” contro gli antibiotici. I batteri, come le piante e gli animali, subiscono delle mutazioni e, se queste sanno resistere agli antibiotici, proliferano. La vecchia generazione di batteri scompare ad opera degli antibiotici, ma viene sostituita da quelle nuove che hanno la resistenza! Il COVID-19 è una dimostrazione efficace della teoria. Il virus che lo provoca (SARS-CoV-2) non è mortale come l’ebola, cioè non è “forte”. Tuttavia, ha quella bassa letalità da mandare in tilt la società globalizzata. L’ebola è più letale, ma il COVID-19 si adatta meglio nel nostro sistema e si diffonde (*). Darwin, fino ad oggi, nel mondo microscopico e macroscopico, ha sempre ragione!

* Si parla di diffusione, non di contagiosità. Quando Fontana dice che il COVID-19 è altamente contagioso, dice una cosa scientificamente scorretta, cosa che rende gente come lui incapace di governare. Il morbillo, ad esempio, è 4 volte più contagioso. Il virus che provoca il COVID-19 non è “forte”, bensì intelligente nello sfruttare i punti deboli della società odierna. Secoli fa, la peste proliferava. Oggigiorno, i livelli sanitari sono sufficienti da scoraggiarne la diffusione, mentre il COVID-19 ci riesce non perché è “forte”, bensì perché riesce a scardinare le falle del nostro sistema.

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Il microonde è pericoloso?

Uno degli strumenti più contestati in cucina da anni è il famoso forno a microonde, utilizzato per svariate preparazioni, per riscaldare e per scongelare i cibi. Sono ormai diffusissimi gli articoli in rete che allarmano gli utenti della pericolosità del microonde, probabilmente per via della sua complessità che richiede un minimo di conoscenza tecnica per capire come funziona. Insomma, perché il microonde dovrebbe essere pericoloso? Ma è ovvio! Perché le radiazioni elettromagnetiche penetrano nei cibi, cibi contaminati che poi ingeriamo per subire mutazioni genetiche incontrollate! No, scherzi a parte (meglio precisare che sto scherzando, non si sa mai, ho letto teorie veramente molto fantasiose sulla pericolosità del microonde), quando uno non conosce è facile che si terrorizzi e, invocando il principio di precauzione, perde molte opportunità per vivere meglio, come nel caso del microonde che, precisiamo subito, non è cancerogeno. Sono tanti i motivi per cui il microonde non può essere cancerogeno. Banalmente, la loro frequenza è troppo bassa e la lunghezza d’onda troppo lunga (perdonate il gioco di parole) per arrivare a fare dei seri danni. Basti pensare che la luce visibile ha lunghezze d’onda molto più corte (le radiazioni più pericolose sono quelle con lunghezza d’onda corte, come l’ultravioletto, i raggi X e i raggi gamma), ma forse che qualcuno si è mai lamentato di prendere un po’ di Sole? E anche se veramente potessero danneggiare a causa della potenza (il microonde si regola sulla potenza, non sulla temperatura), gli apparecchi sono schermati, quindi ogni rischio è inconsistente. Come sempre accade, quando l’apparecchio è difettoso si possono correre rischi, come spiega in maniera chiara anche l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC):

Cucinare con il microonde provoca tumori

FALSO, non c’è alcuna relazione tra questi due fattori. I forni a microonde, come peraltro le radio, emettono campi elettromagnetici a radiofrequenza. Sono stati svolti diversi studi in merito, e si è verificato che non ci sono rischi per la salute. Peraltro, i microonde sono schermati: solo gli apparecchi molto vecchi, deteriorati o con la porta che non chiude bene potrebbero essere potenzialmente pericolosi (perché scaldano i tessuti), ma solo se si sosta a lungo nelle loro vicinanze mentre sono in funzione.

Cioè, in soldoni, nulla di più né meno di quando entriamo in contatto con la fiamma dei fornelli normali! Da notare che chi accusa il microonde di causare il cancro magari cita proprio l’AIRC ma, se uno si prendesse la briga di andare a leggere cosa veramente dice l’AIRC, si accorgerebbe che in realtà l’AIRC non dice assolutamente che il microonde causa il cancro, bensì esattamente il contrario!

Microonde

Il forno a microonde funziona grazie a un dispositivo, il magnetron, che genera le onde, agendo sulle molecole d’acqua che, messe in “agitazione”, riscaldano i cibi. In parole “papale”, è così che funziona il microonde. Funziona anche con oli e grassi in generale, ma l’effetto è notevolmente più ridotto. Il microonde possiede determinati punti dove le onde si annullano e quindi il cibo si riscalda meno (detti nodi) e dove le onde invece si concentrano (detti hotspot) scaldando di più, ed è anche per questo che il cibo viene fatto ruotare mentre si riscalda.

In definitiva, il microonde è un apparecchio assolutamente sicuro (a patto che funzioni). Purtroppo, come al solito, i miei chiarimenti non sortiranno alcun effetto nei classici maniaci dei complotti o dei paurosi cronici. Non importa, perché tanto sono loro a perdere gli indubbi benefici del microonde. Il mio obiettivo era quello di spiegare come funziona il microonde a persone semplicemente curiose o dubbiose e che esso non causa affatto il cancro come alcuni articoli puramente terroristici diffondono.

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