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Perché è bello scrivere

Tempo fa, avevo raccontato di frequentare alcuni forum dedicati alla scrittura. Avevo anche spiegato di essermene allontanato, perché erano ambienti morbosamente alla ricerca di applausi o di un editore (che avrebbero anche pagato, pur di venire pubblicati).

Stavolta, non voglio impuntarmi su quei forum, quanto piuttosto dirvi perché ritengo che sia bello scrivere. In breve:

scrivere è una forma artistica che ci permette di liberare ed esprimere una parte di noi stessi.

Fin qui, in tanti condivideranno. Altri contesteranno che è impossibile che tutto di noi venga fuori e ci sarà qualcosa di distorto, sempre e comunque. Ci sta e non lo nego. Fatto sta che lo scopo dello scrivere è questo. Ma se scrivessimo solo ed esclusivamente per noi, tenendo tutto nel cassetto, credo che non avrebbe senso. Ci dev’essere un lettore (o spettatore). Questi lettori entrano intimamente nel nostro mondo. Condividono con noi quelle emozioni. Ci ringraziano di averli smossi in qualcosa o per qualcosa e noi che scriviamo li ringraziamo per aver compreso o accettato un nostro aspetto. Sarà un amico, sarà la madre, sarà il fidanzato. Non importa chi. Lo scopo dell’avere il lettore rimane ancorato qui.

Dove sta la differenza con chi scrive per gli applausi o per essere pubblicato? Che la scrittura avviene “a prescindere”. Il pubblico ci può essere o no, ma siamo già contenti di averlo fatto. D’altronde, qualcuno diceva che, se solo una vecchietta o un cane leggesse il suo libro, sarebbe andato bene lo stesso.

È un po’ come quando parlo spesso di corsa. Quando volete migliorare la prestazione, non dovete farlo per un agonismo esasperato. Non lo dovete fare per vincere un salame scaduto a una gara. Lo dovete fare perché questo vi permetterà di divertirvi fino alla vecchiaia. Se cercate il successo fin dai primi anni, il successo vi corroderà, con il rischio di farvi mollare. Nella corsa è l’infortunio, nella scrittura è la crisi di nervi. Tutto questo lo dico da amante della scienza perché, come dice il mio amico Richard Feynman, la scienza fa apprezzare di più l’arte, non il contrario!

Tuttavia, per fare quello che ho detto finora, vi invito a non stare chini sulla scrivania, ma ad uscire fuori a vivere. Vivete, anziché rintanarvi. Viaggiate, vedete posti. Innamoratevi, soffrite e siate felici. Sbagliate e imparate. Mi viene in mente Foscolo. La produzione di Foscolo è ampia, ma anche paradossalmente inferiore a quella di altri. Evidentemente, a Foscolo piaceva di più litigare con chi gli capitava…

Attenzione, non sto negando che non bisogna essere pubblicati. Ci sono scrittori, come Stephen King o la Rowling, che sarebbe un crimine non pubblicare. Ma non partite con l’obiettivo di questo successo. Probabilmente non avverrà. La scrittura non si basa sulla ricerca del successo, esattamente come tutto il resto nella vita. Vedi la corsa e lo sport in generale, che mi piace usare come metafore. E nemmeno bisogna ricercare la perfezione stilistica, perché quello che conta è avere qualcosa da dire. Mi ricordo un sito dove si diceva come scrivere, ma gli esempi di racconti facevano schifo (per usare un eufemismo). Certo, non è che bisogna scrivere come Moccia ma, insomma, ci siamo intesi.

Ah, finora ho parlato di scrittura. Ma quanto detto vale per ogni forma di arte, che sia musica, teatro o scultura ecc.

Perché è così importante la memoria

Negli ultimi tempi, il presidente Mattarella ha parlato spesso del ricordo come valore del paese. Ma cosa vuole davvero esprimere? Beh, innanzitutto, l’ha fatto per combattere la violenza del recente sovranismo europeo o del nazifascismo tornato in voga. Cosa può fare la memoria? Ah, la memoria può fare tantissimo. Molte problematiche sulla mancanza di memoria le ho scritte nell’articolo sull’olocausto ebreo, che porta con sé parecchie conseguenze inimmaginabili e variegate di cui noi europei, per ignoranza o dolo, conosciamo solo parzialmente. Vedi anche sullo scenario del Vicino Oriente.

Per quanto riguarda noi europei, la mancanza di memoria diffonde sempre di più il più becero sovranismo di individui come Orban e Salvini. Ecco perché è importante la memoria. Non me voglia Barbero, che personalmente seguo sempre e, ogni volta in cui lo vedo, pendo dalle sue labbra perché ha una capacità eccezionale di narrare la storia. In questo caso, intendo la memoria di ciò che più ci tocca. Alcuni canali televisivi propongono documentari molto interessanti, diversi dal solito, mostrando sfumature poco note delle due grandi guerre. Altri, purtroppo, a causa dell’attuale governo, hanno suscitato polemiche per aver fatto un servizio che inneggia il duce (scritto volutamente in minuscolo). Molta colpa di quello che sta avvenendo è della scuola, che tratta questi argomenti all’acqua di rose. L’avevo già detto in altri articoli e lo ripeto adesso, affinché il concetto sia chiaro. Si perde molto tempo su altri argomenti di storia, ma poi si tratta la seconda guerra mondiale come qualcosa da finire in fretta e furia perché è una pagina troppo oscura della storia recente. E la seconda guerra mondiale è importante, perché ci tocca da vicino, indirettamente o indirettamente. Oltre al fatto che, in quel periodo dell’anno scolastico, spesso si avvicinano gli esami e la seconda guerra mondiale sembra d’impiccio. Inutile dire che:

la memoria esiste quando qualcuno ce la trasmette!

Se nessuno trasmette la memoria, la memoria, a mano a mano, si perde. E se la memoria si perde, non c’è modo di contrastare le derive cattive. Vedi tutti quei balordi di Casapound o Forza Nuova o tutti quegli pseudo-fascisti della Lega che credono in bufale come che all’epoca di Mussolini non c’era la mafia e i treni erano puntuali. Gente che, tra l’alto, crede che siano gli immigrati a stuprare. Sì, andatelo a dire alla 36enne di Viterbo, a cui è stato detto di stare zitta perché tanto non l’avrebbe sentita nessuno. Il loro slogan, eppure, è sempre stato “difendila”. Le loro sono tutte bufale, colossali, belle e grosse. Ma bisogna dire queste cose e ci dev’essere un’interazione reciproca tra canali media, educazione familiare e scuola. Altrimenti, lo sciovinismo prenderà sempre più piede. Bisogna imparare a dire che Mussolini non è diventato razzista nel 1938 con le legge razziali, ma che era già uno psicopatico assetato di potere, a cui non fregava nulla di mandare gli italiani al macello. E non gliene fregava nulla di inflazionare la Lira per una ridicola e folle politica di autarchia.

Sì, vero, ci sarà sempre chi dice che “Mussolini ha fatto anche bene”. Mica lo nego. Anche un Saddam Hussein ha fatto del bene. Chiunque è capace di fare qualcosa di bene. In questo bene, però, di certo non ci sono le pensioni, perché esse sono nate prima, nel 1919. Le pensioni sociali, come le conosciamo oggi, sono nate addirittura nel 1969. Mussolini era morto da 24 anni! Semmai, possiamo dire che è stata fatta una discreta (ma dispendiosa) campagna di bonifica. Ma, anche qui, non sono sicuro che sia sta una buona idea, perché ha messo in testa agli italiani che, più si cementifica, più otteniamo progresso. Il che, come dice anche l’esperto Mario Tozzi, è più che fasullo. In Florida, nessuno si mette in testa di bonificare le Everglades, così come nessuno lo vuole fare per l’Atchafalaya in Louisiana. Non avrebbe senso. Ci hanno provato, ma non ha funzionato perché hanno un ruolo ecologico. In Italia no, Mussolini ci dice che bisogna bonificare tutto e costruire le città fantasma o coprire con il cemento. Assurdo.

In sintesi, quando Mattarella parla di memoria, ha ragione. Ma deve dirlo su qualcosa di specifico e che ci tocchi nei tempi più recenti. Personalmente, grazie ancora una volta a Barbero, mi sono appassionato al Medioevo, che è un’epoca storica, in proporzione, molto più moderno di quello di oggi. Nel discorso di Mattarella, tuttavia, c’è tutta una serie di meccanismi che deve coinvolgere la scuola, le famiglie, i media, i politici e le istituzioni in generale. L’obiettivo è che l’ondata di sciovninismo venga ricacciato indietro per evitare una nuova guerra. Guerra che, localmente, sta già avvenendo! Dal Donbass in Ucraina-Russia alla primavera araba, dalla Libia al Sud del Sudan, fino a tutti i quei paesi in cui non c’è ufficialmente la guerra ma ci sono persecuzioni e stupri di guerriglia. Ecco a cosa serve la memoria.

Aggiungo un’altra cosa sulla memoria. Sapere la storia è importante. È fondamentale che alcuni episodi non vengano mai dimenticati, per permettere alle future generazioni di non commettere gli stessi errori. Ma la memoria non deve sfociare nell’ammorbamento. Cosa intendo dire? L’ho spiegato nell’articolo sull’immigrazione (che ho linkato prima), quando parlo di come gli Hutu e i Tutsi, in Ruanda, si sono riappacificati.

Wild Frank e i piccoli, grandi problemi quotidiani

Ogni tanto, la televisione offre qualcosa di buono anche in questa epoca di fake news di governo. Mi ha molto colpito il programma Wild Frank, che vede come protagonista lo spagnolo Frank Cuesta. Cosa mi ha colpito di Cuesta? Sembrerà banale, ma tutto si riassume in un concetto: la semplicità. È proprio questo che fa riflettere sui problemi che la gente vive quotidianamente. Si può pensare che vita quotidiana e documentario naturalistico non c’entrino, ma non è così. Frank Cuesta non è straordinario perché va in cerca del mamba nero, lo tiene in mano e lo bacia (!). Questa è effettivamente roba da suonati. E lui stesso ammette di essere suonato per far capire che, nella vita, comunque non bisogna prendersi troppo sul serio o prendere troppo seriamente un problema. Notate la differenza tra Cuesta e altri naturalisti che ci hanno lasciato le penne. Questi ultimi, anche involontariamente, hanno agito come se l’uomo fosse capace di dominare la natura. Cuesta, invece, spesso si rende ridicolo e, cercando di mimare i gesti degli animali, vuole convincere un gruppo di rinoceronti che è troppo cretino per attaccarlo! È comico a vederlo, ma è questo che lo fa uscire dai guai. Non ha la pretesa di dominare la natura, bensì la rispetta umilmente. Pensate che non c’entri con quello che accade comunemente? Non direi. Episodi come il crollo del ponte di Genova o le alluvioni di questi ultimi anni (dovute al surriscaldamento globale) sono il risultato di un uomo che vuole dominare sulla natura, arricchendosi e consumando il suolo oltre misura, anziché adattarsi e rispettarla. Ed è questo che rende straordinario quello che fa Cuesta. Frank ci fa apprezzare la semplicità del vivere, anziché rimuginare su quello che non va bene delle nostre giornate. Andiamo a lavoro ogni giorno e siamo costretti a stare a contatto con colleghi e superiori incapaci o violenti. Bene, allora cambia lavoro, no? E già qui la gente inizia a dire che no, non è così semplice, che non si può capire la situazione ecc. Oppure prendiamo un brutto voto a scuola e ci disperiamo perché, cresciuti in un ambiente di competitività, ci sentiamo dei falliti. Non è così che deve funzionare la scuola. La scuola serve per imparare a vivere, non a prendere il bel voto per far felice la propria o l’altrui autostima. Oppure dovremmo pensare meno all’avere sempre maniacalmente in ordine la casa. Non c’è tempo per pensare troppo a pulire la casa se hai una vita piena di oggetti d’amore. Insomma, dovremmo imparare a dare la giusta priorità alle cose, coltivando i sentimenti semplici e profondi. Ed è importante avere degli ideali, perché molti problemi di violenza e degrado a cui stiamo assistendo deriva anche dalla mancanza di ideali veri e solidi. Difendere l’ambiente vuol dire che si ha a cuore qualcosa di importante che influisce nella nostra vita, sia direttamente che indirettamente. Cuesta ci trasmette questo valore. E ci riesce bene perché non la butta sul serioso, ma con una personalità simpatica e divertente (facendo cose da suonato, appunto). Difendere l’ambiente, come ho già spiegato altre volte, non è l’utopia di chi si batte per l’albero ignoto dell’Amazzonia. Vuol dire agire, nella vita di tutti i giorni, per il bene proprio e della comunità. Nessun politico che promuove le “grandi opere” ha ideali per il benessere dell’uomo.

Ma penso anche alla salute e ai problemi della vecchiaia. Ti stanno a dire che c’è altro, che il lavoro toglie tempo, che c’è anche la famiglia. Così si accetta di avere quei 3-4 kg di troppo, specialmente superati i 30 anni. Non solo, quei 3-4 kg diventano addirittura un vanto. A mano a mano, quei 3-4 kg diventano 10 kg e arrivano i primi problemi di salute. Però niente, per lo sport non c’era tempo, non c’è e non ci sarà (vedi “Difficoltà nella programmazione sportiva?“). Tanto, quando si è vecchi, è normale essere moribondi! Ma anche chi fa sport, spesso, si pone troppi problemi laddove tutto è molto più soft. Fa freddino, siamo sui 10 °C. E vedi i runner che escono con calzamaglia, pantaloncini sopra la calzamaglia, passamontagna (ho approfondito meglio su come correre in inverno). E invece vedi Frank sempre in giro con i pantaloncini e il cappellino anche con il freddo! Per molti, se arriviamo a 0 °C, non se ne parla proprio di uscire, anche se ciò può voler dire saltare giorni e giorni di allenamento. Viceversa per l’estate. Insomma, in inverno no perché fa freddo, l’estate no perché fa caldo, l’autunno no perché piove e nemmeno la primavera perché c’è il polline. E allora, quando si va a correre? Mai, ovviamente. O, al massimo, solo per il jogging dopo le abbuffate festive.

Ho detto dello sport ed è un tipo di argomento. Si può parlare di un argomento completamente diverso. Che dire, ad esempio, dell’immigrazione? Sono più che d’accordo che il terrorismo islamico sia un problema serio, che dev’essere duramente combattuto. Quando però sento gente come Salvini che attribuisce i problemi di sicurezza ai “negozietti etnici”, rimango perplesso. Purtroppo, al giorno d’oggi c’è ancora tanta gente che discrimina per il colore della pelle (ma poi dice di no, ovviamente). Vedi anche l’articolo sul razzismo. Gente che non comprende che, fra 200 anni, saremo così mischiati che il concetto odierno di “razza” sarà scomparso. L’uomo si è sempre evoluto così, emigrando e mischiandosi. L’homo sapiens proveniva dell’Africa, poi è giunto in Europa e si adatto al clima freddo (diventando bianco). E si è mischiato con il Neanderthal. Il nostro è un pianeta grande e bellissimo, ma è anche piccolo rispetto a tutto l’universo. Siamo noi che troviamo e ci inventiamo problemi o guerre per sentirci importanti o potenti. Il punto è che questo è il modo sbagliato per darci valore. Il discorso è allargabile ad altre forme di discriminazione. Nella nostra italica società bigotta, ancora in tanti credono che l’uomo abbia il suo lavoro e la donna il suo in casa. Poi guardi guardi Wild Frank e vedi delle donne guerrigliere che combattono contro i bracconieri, uscendo dai pregiudizi e dalle differenze di genere sessuale. E, incredibile ma vero, Frank, con la sua simpatia, riesce addirittura a farle sorridere! Far sorridere gente che non è di certo abituata a farlo per motivi intuibili. Sì, un sorriso sincero strappato in questo modo è un successo ben maggiore di tutte quelle boiate su PIL a zero virgola, spread ecc dei vari politicanti da quattro soldi (di destra o di sinistra che siano).

E quando vedo Cuesta che mangia noodles bolliti alla buona da un pentolino sotto il cielo buio e stellato dell’Africa, mi sovvengono in mente tutti quelli che aspettano mezz’ora solo per entrare in un ristorante. O a quelli che, per farsi la birra al sabato sera (e a me la birra piace, sia chiaro!), a malapena riescono a muoversi in mezzo alla massa o a parlare con il vicino per via del baccano. Tutto ciò è tipico di persone povere d’animo, senza veri oggetti d’amore, che hanno bisogno di passare il tempo in attesa della fine dei loro giorni. Basta molto meno di quello che pensiamo per vivere davvero da leggenda. Per Frank è un pentolino di noodles peggio del cibo da mensa a lavoro, mentre è distratto da uno scorpione con cui si diverte a giocare. Io provo le sue stesse emozioni quando vedo dei fossili di foraminieferi nelle vicine rocce dei monti lombardi che i più non sanno nemmeno cosa siano. Non c’è stato bisogno di andare in Africa a provare queste emozioni. Sono emozioni che trovo qui vicino, ma le trovo allo stesso modo di Cuesta. Siamo ormai così assuefatti dai social network e dall’apparenza che ci siamo dimenticati come essere veri e semplici. Dovunque si vada, vogliamo a tutti i costi apparire e pubblichiamo selfie per metterci in mostra. Fatevi un giro sulla Gazzetta dello Sport e vedrete come le Leotta, i Cristiano Ronaldo o le Giorgia Rossi di turno non possono fare a meno di apparire anche quando dicono di no. E Frank Cuesta che fa, invece? Lui se ne sta in pantaloncini corti, cappellino e ciabatte rosa! Non serve altro, ma solo l’amore per ciò che si fa.

Sì, lo so. Ci sarà sempre qualcuno che mi dirà: e allora perché non te ne vai pure tu in Africa con Cuesta? Basta vedere gli insulti che ha ricevuto Silvia Romano nell’episodio del suo rapimento e, purtroppo, non rimango sorpreso di una simile aggressività. Ecco, è proprio questo tipo di soggetti che è incapace di migliorare la propria vita. L’ho appena detto. Non si tratta di andare in Africa o in Thailandia a fare i suonati come Frank Cuesta, bensì di dare importanza a ciò che davvero conta nella vita. L’universo è troppo vasto per preoccuparsi di alcune sciocchezze che, al confronto, appaiono come un misero brufolo. Dovremmo imparare ad andare oltre, anziché vedere sempre problemi e impedimenti. E se anche i problemi non ci sono, siamo abituati a inventarceli! Ci inventiamo i problemi e ci inventiamo i nemici. È esattamente lo stesso discorso che ho fatto su Chris McCandless. Non serve allontanarsi dalla civiltà per trovare la via della felicità. Siamo noi che, quotidianamente, anche andando a lavoro, dobbiamo saper riscoprire quei valori di semplicità e capacità di amare che migliorano noi e chi ci sta accanto.

Moon Day, che cosa davvero ci lascia esistenzialmente?
Selvaggio a chi?

Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?

La metafora del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto è uno dei più gettonati in filosofia per valutare se uno è ottimista o pessimista nella vita. Alcuni, nel corso del tempo, hanno provato a dare delle risposte scientifiche. Quella che, in apparenza, è quella che risulta più “geniale” è che il bicchiere è sempre pieno in quanto abbiamo l’acqua e l’aria che riempono il bicchiere.

Perché dico che è una risposta geniale solo in apparenza? In realtà, a me non interessa tanto sapere se uno è ottimista o pessimista nella vita. La storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto è un modo per:

applicare la capacità di approfondire un argomento e di valutare la dimensione di un problema.

Ragioniamo per capire. È vero, il bicchiere non contiene solo acqua, ma anche l’aria. Però è anche vero che l’aria e l’acqua sono fatte di atomi. L’atomo è quasi completamente formato da vuoto. Quindi, il bicchiere è quasi completamente vuoto. Tuttavia, se scendiamo ancora più in piccolo nel mondo quantistico, scopriamo che il vuoto non è vero vuoto, ma un continuo “ribollire” di particelle e anti-particelle che compaiono e scompaiono (è il concetto fisico di energia di punto zero, cosa che, tra l’altro, elimina la necessarietà di un Dio creatore dell’universo).

Qual è la risposta giusta alla domanda se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? La risposta è: dipende dallo scenario e dalla “grandezza” del problema. Se noi abbiamo sete, il bicchiere sarà mezzo vuoto. Se non ne abbiamo, sarà mezzo pieno. Se vogliamo aggiungere l’elemento aria, il bicchiere è sempre pieno. Se scendiamo a scala atomica, il bicchiere è quasi completamente vuoto. Se ragioniamo con la quantistica, il bicchiere addirittura “bolle”! Il problema serve per capire anche quanto influisce un dettaglio nella vita quotidiana. Esempi a riguardo ce ne sono tanti. Eccone alcuni.

1) È vero che i radicali liberi sono dannosi, ma quanti ne eliminiamo e quanti ne produciamo? Se sono sedentario, la mia capacità di eliminare i radicali liberi sarà scarsa, mentre se sono sportivo sarà alta. Vedi “Come riesce lo sport a renderci longevi?

2) L’alcol fa male, ma qual è la dose tollerabile? Quando la probabilità di cancro diventa significativa?

3) Essere aggrediti è una probabilità nella vita quotidiana, ma qual è questa probabilità? Come cambia la probabilità tra una città e l’altra?

Potrei andare avanti con gli esempi, ma spero che si sia capito il senso. Imparate a riflettere, a saper descrivere e riconoscere uno scenario. Valutate l’entità di un problema. Non fermatevi alle sole affermazioni qualitative. Imparate anche a quantificare!

Il messaggio delle opere horror

Al di là delle creature mostruose inventate o degli effetti scenici (nei film), gli horror offrono molti spunti per riflettere. Questo perché il “far paura” non è stato l’intento iniziale di questo genere. Le origini dell’horror risalgono, infatti, alla letteratura del settecento con il romanzo gotico, nel contesto del romanticismo. Uno dei romanzi di genere gotico-horror più noti è Frankenstein di Mary Shelley che, appunto, pur con le atmosfere cupe e il personaggio del “mostro”, non fa di certo paura.

Il libro horror per definizione è la Bibbia, che vista esclusivamente come opera letteraria, senza nulla di mistico o divino, è di gran valore. Ci avevate pensato? Piaghe su ogni primogenito, apparizioni e visioni, torture e stragi di interi popoli, diluvi universali per punire gli uomini. Ha ucciso molte più persone Dio rispetto a Jason Voorhees! E anche qui, c’è l’entità maligna di turno che induce in tentazione e nel peccato, con la capacità di prendere ogni sembianza possibile. Eppure, la Bibbia è sacra e nessuno ha mai pensato che fa paura.

Possiamo dire che lo scopo dell’horror è quello di:

descrivere la parte più oscura della condizione umana.

Il termine “oscura” è usato appositamente per riallacciarsi a ciò che nella nostra società non si vuole dire o viene esorcizzato. L’horror ha l’abilità di descrivere questa condizione attraverso qualcosa di tangibile come le creature mostruose, gli zombie o i vampiri. Ma, come detto, le prime opere non avevano l’obiettivo di spaventare! È chiaro che, a meno di non essere idioti, nessuno può credere che esiste un It o un vampiro nella realtà. Una persona razionale e scientifica non può vedere un horror e spaventarsi! Ma evidentemente, la creatura mostruosa funziona benissimo nell’intento di personificare quello che ci turba o spaventa nella vita vita quotidiana. L’utilizzo delle creature mostruose è funzionale, perché è quel lato di noi che vede il male e le paure come delle entità estranee. Eppure, queste “entità” sono reali e più vicine di quanto crediamo. Renderle in qualche modo tangibili per mezzo di una creatura mostruosa ci riporta tutto agli occhi e siamo pertanto obbligati ad affrontare ciò che temiamo. È un invito: anziché scappare, impariamo ad affrontare le situazioni! Chi ha un problema e scappa, non ne verrà mai fuori e si ritroverà sempre, in un modo o nell’altro, in una situazione penalizzante. Anche le scene cruenti sono funzionale allo stesso modo. Possibile che ci impressionino? Se sì, forse c’è un problema di patosensibilità ed è troppo facile fingere che la sofferenza non ci sia non vedendola. Fidatevi che un medico del pronto soccorso vede scene molto più “horror” di quelle dei film… e loro mica si impressionano! È il loro lavoro, direte, ma allora perché una persona che non fa il medico dovrebbe impressionarsi per le scene di un film? La patosensibilità, che non c’entra niente con la vera sensibilità, è una delle piaghe della nostra società. Come suggerisce il prefisso “pato”, essa è una distorsione della sensibilità, in quanto segue un’etica di comodo, semplicistica e soggetta a incoerenze. È anche un modo per lavarsi la coscienza, ma intanto la sofferenza è sempre lì e non sparisce chiudendo gli occhi. Un esempio sono i vegetariani e i vegani. No, non è una visione negativa del mondo ma, anzi, questo è il punto di partenza per trovare strategie migliori e più efficaci.

C’è da dire che, quando si parla globalmente di un genere, non tutto è buono (o negativo, dipende da cosa si considera: la musica pop offre poco!). Spesso, i film horror di oggi sono scadenti, come se seguissero l’analfabetismo funzionale che affligge la gente di oggi (vedi quanto scritto sul perché siamo allo sbando). Ho provato a vederne qualcuno degli ultimi anni. Ma niente, zero, quasi sempre è stato uno strazio enorme al termine del quale mi sembrava di aver sofferto mille maratone! Va peggio con libri, dove credo che la maggior parte delle persone non andrà oltre al nome di Stephen King. Chi se ne intende un po’ di più tirerà fuori anche Anne Rice e Peter Straub, ma per il resto è il vuoto.

Gli zombie
Gli zombie sono un buon esempio per comprendere il messaggio funzionale degli horror. Gli zombie rappresentano la nostra perdita di umanità. Sono degli automi che camminano come degli stolti. In alcuni film di Romero, in realtà, vanno pure molto veloci e nemmeno io che corro riuscirei a seminarli. Gli zombie hanno un solo scopo: nutrirsi di cervelli. Ed è proprio questo loro scopo che fa passare il messaggio. Il cervello, materialmente e metaforicamente, è ciò che ci contraddistingue come animali razionali e senzienti. Il cinema horror lancia un messaggio critico nei confronti di una società superficiale e sopravvivente, portandoci a galla ciò che diamo scontato. L’industrializzazione ci ha portato degli aspetti positivi, ma anche negativi. O basti pensare all’era attuale dei sociali network. Postiamo tutta la nostra vita in diretta con i selfie, ma non c’è più quell’umanità che ci contraddistingue. Infatti, alcuni horror recenti con zombie si basano su questa evoluzione degli ultimi anni. Lo zombie non è una creatura del soprannaturale, che ci spaventa, ma diventa un essere a sé, con una sua sensibilità e con un suo modo di pensare. Ma questo suo modo di pensare non viene manifestato con il linguaggio dei normali esseri umani, che infatti considerano gli zombie come dei mostri cattivi che mangiano solo cervelli. Si ribalta tutto, ed ecco che lo zombie si rivela una figura ben più umana dell’uomo stesso! L’uomo si limita a sopravvivere nella vita quotidiana, sprecando ciò che lo rende tale, mentre lo zombie si nutre di qualcosa per vivere e, paradossalmente, ha uno scopo più “profondo”.

Il messaggio… due esempi!

Siccome la frase in grassetto di prima (sullo scopo degli horror) può essere poco chiara, il miglior modo per capire cosa si intende è con gli esempi. Ne voglio fare due (un libro e un film), per spiegare come funzionano l’analisi e la riflessione. Una volta che capite il meccanismo, potete farlo con altre opere, magari imparando anche a distinguere le opere ben fatte da quelle scadenti.

Carrie (Stephen King)
Si notano due tematiche forti nel libro. La prima è quella del fanatismo religioso che penalizza gravemente i figli, in questo caso la protagonista Carrie. Emblematico l’episodio in cui Carrie ha le mestruazioni, ma Carrie non sa cosa siano perché la madre non gliel’ha mai spiegato. E i suoi compagni di scuola la prendono in giro quando le ha per la prima volta nello spogliatoio della scuola. L’altra, com’è intuibile da questo episodio, è il bullismo. Poche opere trattano così bene il bullismo, che si sviluppa sia da parte dei coetanei di Carrie sia da parte dei professori. King descrive il bullismo con estrema cattiveria, senza buonismi, nel suo puro stato di “gratuità”, con gli adulti incapaci di reagire al problema o che addirittura partecipano alle violenze. Ed è proprio per questo che tocca il lettore! Lo sviluppo della trama e del finale rappresenta sia il tentativo di ribellione da parte di Carrie nei confronti di tutto questo sia, allo stesso tempo, una rassegnazione a ciò che sembra il suo destino fin dalla nascita, un destino che lei non ha scelto ma in cui si è trovata.

Nightmare
Ancora problematiche dei giovani, ma in chiave diversa. C’è il mostro di turno, Freddy, il quale si manifesta solo negli incubi dei ragazzi protagonisti di volta in volta nella saga. Il filo comune è che gli adulti non credono quasi mai ai ragazzi, e a volte nemmeno i ragazzi si comprendono tra di loro. Ci si sofferma sulla mancanza di comunicazione tra adulti e giovani, con il mondo dei giovani che appare separato da quello degli adulti. Freddy rappresenta tutto ciò che turba la mente di un liceale nella sua critica fase di crescita verso la maturità. È l’incarnazione delle angosce e delle insicurezze umane. Stiamo parlando degli anni ’80, ovvero un periodo storico in cui i giovani si ribellavano al conformismo (ad esempio con la musica metal) e aprivano le porte a una nuova società. Il messaggio è ancora attuale, perché anche oggi, spesso, gli adulti non ascoltano i propri figli e su che provoca loro disagio o insicurezza. Figli che poi magari hanno problemi comportamentali o sono depressi, ma a cui i genitori reagiscono con superficialità o severità, senza capire o voler capire che cosa sta dietro al loro malessere. Freddy incarna le paure e le angosce dei giovani e il messaggio in pratica è: “genitori, imparate ad ascoltare di più i vostri figli!”

Naturalmente, un artista non è che si mette a tavolino a studiare precisamente tutti i messaggi che vuole trasmettere. Risulta tutto spontaneo. E come sempre quando si tratta di un’opera artistica, ogni ricevente avrà la sua sfumatura nell’interpretare il messaggio. Ciò però non nega che ci sono delle tematiche che hanno spinto l’autore a realizzarla. Forse, è anche per questo che gli horror di oggi sono mediamente così vuoti. La gente sembra non avere più nulla da dirsi di profondo, troppo intenta a postare selfie su Facebook e ad apparire. Ma questo è un altro discorso. Un film horror successivo alla “generazione d’oro” che mi ha colpito è Lasciami entrare del 2008 (già romanzo nel 2004). In questo film, la crudezza del bullismo, della sociopatia e di altri problemi come la droga e la pedofilia è in antitesi con la sensibilità dello strano rapporto che si instaura tra i due protagonisti. L’intento è fare un parallelismo su ciò viene visto come strano e ciò che è normale, ribaltando le due condizioni. La vita comune è normale, ma com’è possibile che la normalità sia fatta di violenza e cattiveria? E com’è possibile che ciò che teoricamente è abominevole possa celare un animo buono e sensibile?

Abolire la TV?
Doctor Who, come imparare sulla vita e sul mondo

Una scuola senza valori

Lo spunto dell’articolo mi è venuto leggendo la news della prof disabile che, presa da un malore, è stata salvata dai suoi alunni. Sicuramente, il gesto è da apprezzare perché dimostra che si è instaurato, tra la prof e gli studenti, un rapporto che va ben oltre l’insegnamento. Tuttavia, la reclamizzazione dell’episodio nei media è la dimostrazione di come si tratti di un’eccezione in un quadro generale pessimo. Si è puntato sulla patosensibilità del gesto, cosa amplificata dalla disabilità della prof. Ma noi italiani siamo fatti così. Arriva l’episodio eccezionale ed ecco che, in un attimo di patosensibilità di massa, non vediamo più quello che non va. È sempre stato così in Italia, vedi ad esempio la vittoria al Tour di Bartali dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Anziché accalappiare i patosensibili, io prenderei l’episodio per far capire come vivere la scuola. La scuola non deve limitarsi a insegnare la lezioncina da bravo ragazzo, ma prima di tutto formare umanamente coloro che, in teoria, sono il futuro del paese. Certo, l’educazione principale dei valori e della razionalità spetta ai genitori. Ma la scuola ha il suo dovere ben preciso, perché gli adulti sono l’esempio per i giovani in ogni contesto.

Sfortunatamente, la scuola non funziona né dal lato di chi sta dietro i banchi né dal lato di chi sta dietro la cattedra.

I ragazzi sono abituati a non avere rispetto per niente e nessuno, perché tanto “sono ragazzi”, giustificando così le maggiori crudeltà.

Gli insegnanti non sanno trasmettere i valori e si limitano alla lezioncina, che magari si devono pure preparare perché non amano davvero il lavoro.

Sì, lo so, direte che non tutti i ragazzi sono sbandati e che ci sono insegnanti che amano trasmettere valori e conoscenza. Il mio discorso è statistico. Gran parte dei ragazzi e gran parte degli insegnanti rappresentano un generale quadro di scuola che ha fallito! E questo ci rende sempre più indietro come paese. Sì, ci possiamo lamentare dei politici, ma che senso ha farlo se non impariamo noi a comportarci come persone civili? Come dire, se lasci aperta la porta, è inutile che ti lamenti dei buoi che scappano!

L’episodio della prof salvata dovrebbe essere la normalità. Ogni ragazzo dovrebbe andare a scuola e trovare insegnanti così e, allo stesso modo, ogni insegnante dovrebbe trovare studenti così. Quindi, per favore, apprezziamo pure il gesto, ma non rimaniamo ciechi sulla situazione globale. Evidentemente, anche i media e i politici avevano bisogno di una bella notizia per far dimenticare i problemi della nostra società. Troppo facile così! Si racconta una storia bellissima di umanità e solidarietà, con l’intento di mettere la polvere sotto il tappeto e fingere che non ci sia. Il mio non è un vedere a tutti i costi il negativo anche dove c’è il positivo. In realtà, sono i media e i politici che fanno esattamente il contrario! Noi cittadini dobbiamo impegnarci affinché la scuola sia sempre così, obbligando i politici a riformare la scuola e l’educazione. Dobbiamo promuovere una società dove i ragazzi non devono aspirare solamente a un pezzo di carta pensando che sia il passepartout per il lavoro migliore bensì, ancor prima, devono saper essere persone con valori positivi e umani. Se ciò non avviene, come ad oggi, la scuola ha fallito di brutto.

Ah già, ma tanto, è più importante che gli studenti a scuola seguano il “dress code” (vedi a Bari), ma poi fa nulla se c’è ancora un dilagante bullismo ed escono lo stesso degli asini con un certificato. E allora R.I.P. al paese.

Bruce Dickinson, come lo sport allunga la carriera

“Gli Iron Maiden sono immortali”. È quello che si diceva fin da quando ero ragazzino. E in effetti, c’è del fondo di verità. Ma siccome siamo pur sempre in un sito dedicato al benessere e alla salute, vorrei andare sul vero motivo per cui gli Iron Maiden sono così duraturi. In sostanza, è questione di stile di vita. Il traino della band è indubbiamente Brucke Dickinson sotto questo aspetto, motivo per cui ve ne parlo. A fine articolo, ho messo una sua foto in tuta da pilota, dove si notano benissimo la forma fisica e un “tono asciutto”, magro.

Bruce Dickinson è uno dei migliori esempi per dimostrare come avere un corretto stile di vita non significa affatto vivere da malati. Anzi, in realtà avere uno stile di vita corretto permette di vivere meglio i propri oggetti d’amore. Bruce Dickinson non va a correre con frequenza come me o come altri runner. Però, è anche vero che sul palco corre sempre da una parte all’altra. È noto per indossare look un po’ strani, ma sempre sportivi. Basta vedere il documentario del live di Rock in Rio per capirlo. Nel documentario, infatti, Bruce descrive come le sue scarpe letteralmente si concino a brandelli per quanto corre sul palco. Questa sua caratteristica è così peculiare che alcuni miei amici avevano coniato l’epiteto “scimmia Dickinson”. In più, il frontman dei Maiden non deve solo correre da una parte all’altra del palco, ma anche tirare fuori il fiato per cantare. E per uno con la sua ugola, è doppiamente difficile, un bell’impegno! A tutto questo, si devono aggiungere i vari spostamenti che una band sempre in moto compie. Bruce è poi un appassionato di scherma e addirittura un pilota di aerei di linea. È proprio lui a pilotare il celebre Ed Force One che trasporta, negli ultimi anni, gli Iron Maiden in tour. E dulcis in fundo, una bella laurea in storia (più una honoris causa in musica). Di fatto, tra un’attività e l’altra, il frontman britannico coltiva “automaticamente” gli stimoli di attività fisica e cerebrali, in modo da mantenersi sempre in forma. Si è più in forma, si fanno più cose. Si va in tour, si pilota aerei, si gioca a calcio e si fa scherma ecc. Ecco, questo vuol dire avere uno stile di vita corretto e un corpo efficiente, che funziona. Molti musicisti sono devastati durante un tour proprio perché non fanno attenzione allo stile di vita. Oppure sono giovani, ma da giovani è facile. Quanti arrivano a 60 anni come Bruce e gli Iron Maiden? Chi trascura l’importanza dello stile di vita è spacciato! Se ti mantieni in forma, sei meno stanco sul palco, tiri fuori la voce o imbracci meglio la chitarra o suoni con più energia la batteria. Tutte cose che musicisti che non hanno curato lo stile di vita non riescono più a fare quando invecchiano. E il discorso non vale solo per i musicisti, ma per tutti i lavori e per tutti gli oggetti d’amore! Lo stile di vita di Bruce Dickinson funziona se si ama fare ciò che fa lui. Altri possono preferire uno sport più comune. Il concetto è che:

l’uomo è fatto per essere molto attivo, e non per essere sedentario!

Qualche malelingua dirà che anche Bruce non ha potuto scamparla dal tumore. Vero, ne ha avuto uno alla lingua. Ma, nonostante la guarigione imponga per forza di fermarsi, è anche del tutto lecito pensare che proprio il suo corretto stile di vita ha reso meno drammatico la sua malattia di quello che avrebbe potuto essere con un cattivo stile di vita. Adesso è guarito ed è di nuovo in tour a cantare e a correre sul palco macinando chilometri di corsa! Non ne ho la prova al 100%, ma sono sicuro che altri, al suo posto, alla sua età e con uno stile di vita sedentario, non l’avrebbero scampata così bene.

Sappiate che non ho scritto questo articolo per fare un mero elogio a una band che stimo. L’ho scritto per farvi capire che i normali acciacchi della vecchiaia possono essere contenuti attraverso uno stile di vita corretto. La carriera di Bruce Dickinson non è stata così lunga perché è fortunato. Anzi, non è solo questione di andare in tour e sfornare dischi. Quello che colpisce di Bruce Dickinson e degli Iron Maiden è che riescono a fare tutto questo meglio di tantissimi altri giovani e laddove tanti altri loro coetanei sono già ampiamente crollati. Poi, certo, ci sarà sempre qualcuno che non apprezzerà le nuove evoluzioni, ma intanto, che piacciano o no, queste evoluzioni derivano da una mente ancora giovanile e ancora pronta a rimettersi in gioco. Si vede che ci mettono davvero il massimo dell’impegno come se fossero quasi a inizio carriera. E se tanto mi dà tanto, è evidente che ciò non sarebbe possibile senza uno stile di vita corretto!

La visione della vita

Vorrei specificare che ciò che rende Bruce quello che è il suo modo di concepire la vita. Lui stesso, parlando della sua autobiografia, tra l’altro scritta diversamente da altre celebrità, spiega l’inesperienza di quando era giovane. Racconta però di come si poneva domande sulla sua condizione, su quello che stava facendo. Ha avuto il coraggio di fare degli errori e di imparare. Adesso può dire “so come si fa” non perché è nato imparato, ma perché ha provato, ha visto e ha sbagliato. Anche il cancro l’ha affrontato con drammaticità, certo, ma con grande capacità ed equilibrio.

Vivere è vivere adesso, ogni minuto, ogni secondo, ogni istante. E non la vedo così perché domani succederà qualcosa di terribile. La mia è una celebrazione. La vita è fottutamente meravigliosa. Questo è il piccolo regalo che mi ha lasciato il cancro, e questa è una delle ragioni che mi hanno portato a scrivere il mio libro. Non volevo scrivere una merda di storia negativa. Volevo solo dire “Wow, non pensate che la vita sia bellissima?”

Un pensiero perfettamente in linea con le idee del sito, su cui non c’è altro da aggiungere. Considerando le innumerevoli attività che pratica (tra cui meritano menzione le attività in Sierra Leone), forse da Chuck Norris passiamo a Bruce Dickinson come nuova figura mitica.

Cani o gatti?

La domanda del titolo non è così ingenua come si può credere, ma è un modo per applicare lo spirito critico. Se trovate che la domanda che ho posto sia stupida, beh, forse siete limitati mentalmente. Non è mia intenzione fare un elogio di cani o gatti, ma solo dare uno spunto di interesse per coltivare la propria capacità di osservare il mondo. Tornando al discorso, spesso si dice che il cane è il miglior amico dell’uomo. Ed effettivamente, non si può negare che il cane sia un animale amorevole nei confronti dell’uomo. Sì, certo, esistono anche cani cattivi, ma questo vale anche per l’uomo. Per quanto riguarda i gatti, alcuni pensano che siano indifferenti e viziati. In quanti, però, hanno voluto indagare e andare oltre lo stereotipo classico?

In realtà, il gatto è tanto amorevole quanto il cane, ma ha semplicemente un diverso tipo di linguaggio per esprimerlo. Per carità, anche il cane ha forme di espressione di affetto facilmente equivocabili rispetto a quelle dell’uomo, ma il gatto ne ha altrettanto diverse. E questa differenza, tra l’altro, fa anche nascere il famoso mito di cani e gatti che si odiano tra di loro. Non c’è niente di vero, cani e gatti non si odiano, ma equivocano i gesti di simpatia e quindi litigano per questo! Gli appassionati di cani e gatti, però, sanno benissimo che, se i due animali crescono insieme, non si odiano affatto!

Come il gatto manifesta affetto verso l’uomo? Per capirlo, bisogna sapere che differenza c’è nella gestione dei legami da parte dei cani e da parte dei gatti. Il cane è più dedito alla socialità, nel bene e nel male (non è raro vedere cani che si azzuffano tra di loro!). I gatti, invece, tendono di più a ricercare un legame esclusivo, del tipo cucciolo-madre. Questo perché il gatto non è poi così “faccio tutto da solo” come si crede. Il gatto cerca protezione e cibo, vuole sentirsi al sicuro, e l’uomo incarna proprio questo ruolo. Io conosco gatti che si perdono persino appena escono dalla porta di casa o si spaventano per un nulla, a riprova del fatto che i gatti sono molto meno indipendenti e altezzosi di quello che si pensa comunemente. Un tipico gesto di affetto è il fare le fusa o l’allungare la zampa. I gatti non vogliono le “coccole” perché sono diffidenti e “insensibili”? Non è vero. Il loro pelo è ricco di terminazioni nervose, quindi se si fanno gesti troppo bruschi il gatto lo sente e giustamente si scansa. Quando si “coccola” o accarezza un gatto, lo si deve fare con calma, delicatezza e attenzione. Paradossalmente, il gatto manifesta il suo affetto con un gesto che erroneamente viene considerato come graffiare: la “panettiera” (detto anche “fare la pasta”). Questa azione risulta sgradevole quando magari viene fatto sul torace dell’essere umano, ma il gatto sta facendo un gesto che richiama all’allattamento. Il gatto, cioè, ti sta riconoscendo come figura materna o a cui è affezionato (il gatto può “fare la pasta” anche con un oggetto). Poi, beh, per quanto riguarda la presunta asocialità, non bisogna dimenticare che un gatto può dormire anche per 16 ore al giorno, quindi la sua giornata è piuttosto corta e, quando è sveglio, si dedica alla caccia o all’esplorazione del suo territorio. Non è che non vuole interagire. Il gatto interagisce eccome e mostra eccome i suoi gesti di affetto. Ma 16 ore di sonno sono pur sempre tante se paragonate al sonno dell’uomo. Anche i cani dormono mediamente più di un essere umano, ma i gatti ancora di più!

Tranne che in alcune culture (vedi gli antichi egizi), il mondo dei gatti è stato spesso sminuito per la tendenza dell’uomo a volere un animale su cui dominare e che esegua gli ordini. Il cane incarna questo tipo di figura. Possiamo imparare tante cose dai gatti. Ad esempio, per loro il conflitto è qualcosa che si dovrebbe cercare di evitare. Anche quando ci sono molti gatti su un territorio, cercano di non incontrarsi su uno spazio marcato. Non è codardia, ma la capacità di comprendere che non è sempre necessario creare il conflitto, a differenza dell’uomo che lo cerca addirittura per prendere voti. Tra i gatti di strada, sebbene non provino simpatia per quelli domestici, ci sono delle vere e proprie baby sitter. Ciò testimonia che sanno anche avere uno spirito di gruppo e di unione che li fa sopravvivere alla dura vita di strada. I gatti non vanno sottovalutati. La loro indole li porta a cercare sempre affetto e lo ricambiano. È vero che in passato sono stati usati per ripulire le case dai topi, ma sostanzialmente non chiedono altro se non l’affetto dell’uomo (visto che l’uomo, per loro, non è il capobranco ma una mamma). Ed è quello che, tante volte, dimentichiamo nei confronti dei nostri figli, che invece carichiamo di aspettative.

Questo articolo può sembrare di scarso di livello culturale o addirittura sciocco su un sito che parla di benessere. Ma ho voluto fare un esempio di conoscenza che può ispirare qualcuno a non fermarsi alla supercie delle cose. Inoltre, amare e conoscere il mondo vuol dire anche amare e conoscere gli animali (senza l’ipocrisia dei vegani e vegetariani). Non è vero che chi ama gli animali è una brava persona, questo no, non lo penso affatto (vedi i vegani e i vegetariani, appunto). Ma difficilmente si può sostenere che chi odia gli animali sia una brava persona!

Sacchetti bio, ipocrisia all’italiana e consumismo

Gli italiani contro il furto dei sacchetti bio. C’è chi pesa le arance una per una per non acquistare il sacchetto per la frutta e la verdura, che ora viene menzionato come costo nello scontrino. Beh, è innegabile che questo sia l’ennesimo esempio di come l’Italia primeggi sempre quando c’è da mettere un costo o una tassa in più. Siamo sempre indietro sulle istituzioni e abbiamo sempre la burocrazia lentissima, ma quando c’è da alzare qualche prezzo qui e lì non ci facciamo mai togliere la pole position. Tutto questo non lo nego affatto. La polemica sui sacchetti bio nasce da una direttiva europea che ha come fine la salvaguardia dell’ambiente. Solo che l’Italia ha voluto fare a modo suo e disordinatamente, rischiando di incappare in sanzioni. E come al solito, per rimediare andiamo a complicare la vita alla gente. E sono anche non d’accordo, ma d’accordissimo, che per come siamo abituati sia l’ennesima trovata per poter truffare la gente con regolamentazioni ridicole e da pagliacci. I sacchetti bio possono cioè essere benissimo contestati dicendo che i problemi ambientali non si risolvono mai per davvero se continuiamo ad essere in sovrappopolazione, quindi tante normative sono solo una specie di terapia del dolore finché si arriverà al punto di reset. Che senso ha impuntarsi sui sacchetti bio, se poi si abita in città e si respira smog e inquinamento? Ipocrisia!

N.B. Nei paesi nordici non esistono i sacchetti per frutta e verdura come da noi. In Inghilterra la gente se la porta da casa o alla peggio lascia il pomodoro o il peperone così nel carrello perché si paga al pezzo. Non c’è la bilancia per pesare. Altrimenti si accetta di pagare la confezione e stop.

Vorrei però andare oltre a tutte queste considerazioni e sottolineare come la gente sia incoerente. Tutta questa gente che si lamenta dei sacchetti bio,

perché non si lamenta e non protesta contro i rincari del consumismo?

Quelli delle arance pesate una per una sono gli stessi che vanno in giro con i super cellulari. Io mi ricordo che 6 anni fa si poteva ancora trovare un buon cellulare di medio-bassa fascia a 150 €. Oggigiorno non esiste più questa fascia. Si passa da quelli a bassa fascia (gli Wiko) a cellulari da 180 € che si rompono più facilmente. Ma nessuno se n’è mai lamentato. Considerando una durata “media” di un cellulare, abbiamo un rincaro sui cellulari di almeno 5 € all’anno, cioè un costo del tutto paragonabile ai sacchetti bio se non maggiore. Nessuno si è mai lamentato del rincaro dei cellulari, ma per i sacchetti bio sì. Naturalmente i cellulari servono solo per Facebook. 500 € di cellulare sprecati per un social network dove la gente si illude di poter contare qualcosa come i VIP.

E che dire dei portatili venduti alla Media World, all’Euronics, da Trony ecc? Hanno tutti Windows preinstallato (quando non è un costosissimo e griffatissimo Apple, si intende) e sono sempre ogni volta 50 € che volano via. Siamo obbligati. Non c’è nulla da fare. Se compri il portatile in queste catene, avrai sempre Windows preinstallato, quindi il portatile ogni volta costa di fisso 50 € in più di sola licenza Windows. Mai visto nessuno protestare contro Euronics o Media World. Nessuno va a cercare un computer freedos nel negozio all’antica, per poter installare un vecchio Windows o un altro sistema operativo come Linux (io ho fatto così, ho un freedos dove ho installato al momento Xenial Xerus… ci vuole un attimo!). E protestano per i sacchetti bio.

Poi possiamo pure trovare altri esempi. Sono sicuro che in pochi si salvano. Le donne che hanno sempre bisogno di scarpe, gli uomini che vanno al bar e spendono 4 euro di aperitivo. Ce n’è per tutti e per tutti qualcosa si trova. Ah già, ti stanno a rispondere che uno si deve “pur” divertire (già questo è indice del sopravvivere anziché vivere). Bene, i soldi per divertirti li hai ma per mettere la verdura nel sacchetto no? Insomma, i soldi per apparire li hanno sempre. Quindi perché lamentarsi dei sacchetti bio? La coerenza prima di tutto, se no criticare i sacchetti bio diventa goffo ed è normale che i legislatori continuino con queste trovate.

Insomma, la solita ipocrisia all’italiana. Protesta contro i sacchetti bio e guerriglia nelle partite di calcio, ma nessuna protesta diretta contro i politici, il governo e la burocrazia. Anzi, domani siamo tutti a votare qualcuno della vecchia politica. Gli italiani non ce li vedo proprio nei panni dei coraggiosi catalani. No, macché. Non conta la vera libertà, ma impuntarsi sui sacchetti bio. Quello che conta è apparire. Della serie, compro un cellulare da 500 € così ho il top gamma e me ne posso vantare su Facebook, poi siccome voglio apparire anche un populista che “ci tiene” protesto contro i sacchetti bio. E poi ditemi voi se non siamo allo sbando.

So’ ragazzi… dementi!

Ieri è stata la serata di Halloween e sono uscito ad allenarmi per delle ripetute perché era il giorno già prefissato. Qualcuno immaginerà Halloween stile all’americana, con i bambini che escono di casa travestiti per fare “dolcetto o scherzetto”. Purtroppo le cose stanno diversamente e mi chiedo sempre più spesso quale “destino” abbia il nostro paese. A Modena tre ragazzini minorenni, con la scusa del “dolcetto o scherzetto”, hanno compiuto un furto domestico. Nel mio paese invece sembrava di stare peggio che nei quartieri malfamati di Milano, Roma o Napoli. La cosa è che, appunto, non stiamo parlando di delinquenti stile serial killer, spacciatori o stupratori, ma di ragazzini minorenni, spesso delle scuole medie. 13enni che vanno in giro a rompere bottiglie di birra facendo rischiare agli automobilisti di forare o che non si fanno problemi a scoppiarti un petardo in faccia. E se ammazzano qualcuno, hanno anche il coraggio di dire che è stato uno scherzo. Mi è venuto spontaneo pensare che è tutta marmaglia da mandare a zappare, ma sfortunatamente sono così decerebrati che non sanno neanche cosa sia una zappa. E i genitori dove sono in tutto questo? “Ma sono ragazzi!” Ecco, questa è la tipica risposta che mi sento ripetere. Ma sarà anche perché i genitori di adesso sono quelli più o meno della mia età e che hanno fatto i ribelli tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90. E che pertanto trasmettono la parte peggiore di questa ribellione ai ragazzini di oggi, questi ultimi che poi finiscono per andare in giro da arroganti e deturpando o facendo bullismo, senza avere rispetto per niente e nessuno. Ecco, sicuramente la responsabilità è dei genitori (vedi l’articolo “I bisogni di un figlio e come educarlo“). Gente che dovrebbe aver trasformato la ribellione dell’epoca in un comportamento adulto e maturo, e che invece va in giro con “bigiotteria” da 4 soldi per illudersi di avere ancora 20 anni. Per carità, di per sé nel tatuarsi o nel fare la tinta non c’è nessun male, anzi, i tatuaggi possono davvero essere una forma d’arte. Il problema sta nel come tutto questo viene assimilato, cioè come un pacchiano e ridicolo tentativo di nascondere le rughe dietro chili di trucco. E quindi, alla fine, che messaggi trasmettono ai loro figli? Genitori sbandati e col cervello bacato, figli sbandati e con il cervello bacato. È la stessa cosa che ho spiegato anche sul binge drinking nell’articolo sui danni dell’alcol.

Tuttavia, nonostante la responsabilità dei genitori sia chiara, è anche un errore continuare con questa scusa del “sono ragazzi”. Vedi anche quello che ho scritto nell’articolo “Untori, baby gang e “giornalismo” demenziale“. Nell’articolo appena linkato, spiego che comunque ci sono altri meccanismi, ad esempio la sociopatia, che è più comune di quello che si crede. Il punto è: ma ragazzi che? Hanno 12 anni, alcuni di loro 17 e altri sono appena maggiorenni. Quindi il cervello di capire le cose ce l’hanno! Hanno una testa e sanno bene quello che fanno, ma semplicemente non gliene frega nulla perché così sono stati “educati”. “Educati”, cioè ineducati, a poter fare tutto quello che pare, a non avere rispetto, e a passarla liscia perché “sono ragazzi”. Sì, e poi quando cresceranno diventeranno nel migliore dei casi i tipici neet. Saranno i fannulloni della prossima generazione e faranno andare ancora di più allo sbando il nostro paese. Ci sono dei ragazzini veramente molto stupidi in giro e che vanno praticamente fieri di essere dei totali analfabeti o di non sapere le tabelline, di essere ignoranti in matematica. Nel peggiore dei casi il petardo scoppiato per “divertimento” diventa criminalità più grave. Il petardo diventerà la pistola, la bottiglia rotta per strada diventerà lo stupro. Tutte forme di eccesso di una situazione che è già grave e problematica alla radice. E allora smettiamola, per favore, con l’alibi del “sono ragazzi”. E se pensate che sia eccessivo parlare di fenomeni come lo stupro, beh, aggiornatevi sui fatti di cronaca. Andate a vedervi l’episodio dei turisti polacchi, dove lui è stato malmenato e lei stuprata. Episodio in cui questi ragazzini, non ancora soddisfatti delle loro gesta, hanno violentato anche un trans peruviano. Erano ragazzini, appunto. E per favore, non fatene una questione di stranieri o immigrati, perché se uno non ha imparato il rispetto e la civiltà non l’ha imparato nemmeno se è italiano e infatti la realtà testimonia che sia italiani che stranieri hanno gravi lacune di rispetto e civiltà. Troppo facile dare sempre la colpa allo straniero, cioè la stessa cosa che i nazisti facevano con gli ebrei. I ragazzini che a Roma hanno massacrato un bengalese erano italianissimi, non zingari o romeni. E però, appunto, sempre ragazzini! E che dire delle baby gang? Un’espressione che vuole quasi raddolcire, come a dire sempre che “so’ ragazzi”. Eh no, sono minorenni, sì, ma sono anche criminali e come tali vanno trattati! Che abbiano 15 anni, non cambia assolutamente nulla, perché la ferocia è la stessa degli adulti. Un 15enne che ha il “coraggio” di accoltellare chi è più grande per un cellulare (vedi l’episodio a Napoli di dicembre 2017) non è un bambino che fa la marachella, ma un criminale a tutti gli effetti. E no, le baby gang non sono prerogativa solo del sud, vedi l’episodio della madre aggredita davanti al figlio avvenuto a Grugliasco (provincia di Torino). La “colpa” della donna? Aver detto ai ragazzini di non essere scurrili! Il fenomeno è molto grave, e non deve essere minimizzato. Impariamo a responsabilizzare questi ragazzini. Trattiamoli da adulti, non da incapaci di intendere e di volere. Mettiamoli di fronte alle conseguenze dei loro gesti. Altrimenti andremo sempre, e sempre di più allo sbando. Un ragazzino di 13 o 17 anni sa distinguere il bene dal male. Quando compie un crimine, sa benissimo cosa sta facendo, che sia anche “solo” rubare. Non è un handicappato mentale! È perfettamente dotato della facoltà di intendere e volere. Non stiamo parlando di uno schizofrenico che ha perso le medicine o a cui le medicine non fanno effetto (può succedere). Stiamo parlando di chi non viene mai responsabilizzato per i suoi gravi gesti. È assurdo che un ragazzino che brutalmente dà alle fiamme, stupra o picchia una persona venga considerato come uno che ha solo fatto una marachella. No, non ci siamo.

Il passo dei genitori

Il primo passo sta nei genitori. Sono loro che per primi devono capire che stanno completamente sbagliando con i loro figli. Ah no, dimenticavo. Dimenticavo che da “madri” che si preoccupano di più di andare a farsi la tinta e spettegolare c’è poca maturità da aspettarsi. Così come da questi “padri” che all’epoca erano loro stessi i bulletti o razzisti della scuola. I ragazzini di oggi non hanno fatto altro, se non imparare dai genitori facendo “meglio”. Mi ricordo perfettamente com’erano i miei coetanei. È vero che non c’era ancora il cellulare e si poteva giocare all’aperto trovando un po’ tutti in giro. Non era ancora la vera epoca dei fannulloni senza passioni né nulla. Ma c’era anche una parte marcia che stava “emergendo” in modo preoccupante. L’auspicio è che i genitori che hanno davvero a cuore i loro figli agiscano e si confrontino a vicenda e con gli insegnanti per venirne fuori. Ma non riesco ad essere ottimista, perché spesso chi ha un figlio che sta prendendo cattive strade fin da ragazzino risponde con le tipiche frasi da risentimento, come ad esempio “mio figlio è un bravo ragazzo, “io so cos’è bene per mio figlio”. E tutti gli altri genitori sembrano invece così impotenti, o magari si ritrovano a dover piangere il figlio perché un coetaneo l’ha accoltellato per un cellulare. Vero, non tutti i genitori sono i bulli dell’epoca che trasmettono i loro “insegnamenti” ai figli. Molti genitori sono assenti e non si accorgono di quello che fanno i figli, chi frequentano. Ma allora, che cosa ci stanno a fare? Il lavoro non può essere un alibi. Chi fa il genitore deve saper essere presente, fa parte del suo ruolo. Alcuni di questi genitori si svegliano come d’improvviso, ritrovandosi in un incubo reale e drammatico. Ammettono i loro sbagli, ma ormai il danno è stato fatto. E ammettere di aver sbagliato non cambierà il peso di avere un figlio criminale o assassino. Sì, purtroppo sono pessimista quando si tratta di questi argomenti, ma per me è più realismo che pessimismo quando vedo la media della popolazione. È veramente difficile cambiare qualcosa che nella società è così radicata ed epidemica. Una cosa che però so è che comunque tutto questo di certo non cambierà il tempo che ho da dedicare a ciò che amo, perché probabilmente, giunti a questi livelli, il paese è spacciato e non mi riguarda più.

Una scuola senza valori