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Pantani, il grande ciclista e l’uomo debole

Ho aspettato un po’, prima di scrivere questo articolo, per poter riflettere bene e trasmettere nel modo giusto l’esperienza. Il 14 febbraio per tanta gente è San Valentino, la “festa degli innamorati”, giorno in cui ci si scambia scatole di cioccolatini e regali in una delle tante trovate di business e di apparenza che ci riserva la società. Beffardamente, il 14 febbraio è anche il giorno in cui è morto Marco Pantani nel 2004, come se fosse una specie di scherzo, come a dire che lui non riceveva più quell’amore di un tempo dal ciclismo e, direi, dalla vita. Quel giorno era una domenica. Non avevo ancora internet per informarmi. Aprii quindi il televideo e lessi la notizia. Ero rimasto shockato, ma allo stesso tempo non ero nemmeno tanto sorpreso. Quel giorno non era morto solo Pantani, ma per me era morto il ciclismo come l’avevo amato anche se avrei praticato questo sport per ancora diversi anni. Ma le cose stavano cambiando già da prima, con le polemiche riguardo al doping, i controlli a sorpresa nel cuore della notte all’indomani di una tappa, in un contesto dove il ciclismo sembrava giusto una cornice. E in tale contesto, ci andò di mezzo proprio Marco che, ancora beffardamente, non è mai stato dopato! Infatti, Pantani fu temporaneamente squalificato per un livello di ematocrito troppo alto a scopo cautelare, per la sua salute, non per doping! In seguito, abbiamo tutti scoperto che qualcosa è successo in quelle analisi sull’ematocrito, ma ovviamente il reato è caduto in prescrizione e le prove rimangono pur sempre circostanziali (vedi “Il fallimento della giustizia italiana” e “Legge e giustizia non sono la stessa cosa!“). Sappiamo invece con certezza quali dei suoi avversari facevano sistematicamente uso di doping. Uno era americano, battuto proprio dal Pirata, un testimonial perfetto dopo aver sconfitto un tumore, serio e diligente, professionale. A me puzzava di marcio ancor prima di scoprire le frodi che ha compiuto, non per altro perché, con quell’aria seriosa e fin troppo “scientifica”, era troppo perfetto per essere realmente tale. Eppure i media e il mondo del ciclismo si accanirono contro Marco, che pian piano crollò sempre di più fino al tragico finale. Mamma Tonina ancora oggi combatte contro chi, forse nemmeno lei sa chi esattamente, a sua detta ha ammazzato suo figlio. Per certi versi, ha ragione lei. Siamo abituati a crearci quotidianamente un nuovo mito e ancora più in fretta lo distruggiamo. Spesso non conta chi si è, ma quello che si appare e quello che vende di più. E indubbiamente, la figura di Pantani a qualcuno faceva decisamente scomodo.

“Quando questo ragazzo scatta non ce n’è per nessuno” sentenziava Adriano De Zan. Questa frase spiega parecchio del carattere di Marco. Marco aveva quell’aria da incosciente, ma che in realtà nascondeva un gran talento. Perché a lui fregava relativamente di chi fosse il suo avversario. L’avversario era solo un modo per battere i suoi stessi limiti. Erano le sue “lepri”, come si direbbe nel gergo della corsa. Marco vinceva non perché ricercava ossessivamente la vittoria, ma perché voleva andare il più forte possibile, senza mai risparmiarsi. E accettava anche di perdere, ma mai senza averci provato. E vinceva anche perché aveva imparato a rialzarsi dopo essere stato ultimo, basta vedere gli infortuni gravissimi che ha più volte subito in tutta la sua vita. Marco rappresentava un ciclismo genuino, legato alla sua terra e al profumo delle piadine, al pedalare per il puro gusto di farlo e di mettersi alla prova con quella spensieratezza di chi forse neanche sapeva di essere nella vetrina internazionale del Tour o del Giro. Lui sapeva rimanere estraniato da tutto questo. A lui interessava pedalare, non essere in vetrina, non arrivare alla corsa a tappe perché aveva uno stipendio e tutto il mondo era lì a guardare aspettandosi un corridore atteggiato, serio, che insomma sta lavorando. Già all’epoca Marco c’entrava poco con quel tipo di sport business e mafioso, e ancora meno c’entrerebbe oggi (vedi “Il calcio di una volta che non c’è più“).

Un uomo incapace di vivere

Sfortunatamente per mamma Tonina, bisogna però anche considerare le lacune esistenziali di Marco. Era innegabilmente un grandissimo sportivo e nessuno nega che è stato vergognoso il modo in cui è stato linciato, perseguito e umiliato. Ma ora che non ho più 14 anni, e ne ho 30 compiuti, sinceramente mi domando: si è rialzato nei momenti più negativi della sua vita ed è tornato a vincere, dunque perché, da quel famoso giorno di Madonna di Campiglio, non ha reagito se non solo a sprazzi? Perché, anche quando aveva forma (ad Armstrong deve ancora bruciare di aver creato tutti quegli inganni e di essere stato lo stesso battuto, altro che averlo lasciato vincere!), si buttava nuovamente giù. Sostanzialmente, ho rilevato due personalità critiche in tutto questo susseguirsi di eventi drammatici: quella inibita e quella debole. Marco era inibito perché non accettava di essere dipinto come un dopato. Ne provava vergogna, una vergogna così eccessiva che lo ha fatto entrare in depressione, fino al consumo di cocaina e alla morte. Per lui, aveva poca importanza il fatto che fosse perfettamente consapevole di non essere dopato (e anche noi lo sappiamo!). Per lui, contava il fatto che comunque la gente ormai lo dipingeva come defraudatore, al pari di chi ruba i soldi ai pensionati. Si era assuefatto alla sua medesima leggenda, leggenda che si era andato a cercare e che gli altri gli avevano riconosciuto per poi buttarlo giù dall’altare e diffamarlo. Ed era debole perché tanti altri ciclisti sono stati squalificati per vero doping, ma hanno saputo riscattarsi e dimostrare che sanno vincere anche senza doping come Contador (vedi l’incredibile e tiratissima tappa della Vuelta 2016 dove lo spagnolo ha fatto vedere a tutti cosa vuol dire scattare senza risparmiarsi e lasciare tutti indietro). Ma lui no, non ha saputo “inspiegabilmente” reagire. Possibile che mamma Tonina non abbia considerato questo aspetto? Troppo facile accanirsi, seppur comprensibilmente, contro chi ha demolito umanamente suo figlio, rendendosi cieca sulla condizione di Marco a cui bastava tendere una mano e aiutarlo nelle sue difficoltà. Mano che invece non gli è stata tesa né da lei e né da tutti gli altri che gli stavano intorno, e molta di questa gente se n’è approfittata. Posso comprendere il dolore di mamma Tonina come madre, ma forse per lei è ancora più doloroso realizzare che anche lei ha mancato di tendere quella mano a Marco. E proprio essendo lei madre sono convinto che, dentro di sé, si senta in colpa proprio a tal punto da cercare riscatto proseguendo una guerra che non vincerà mai perché, alla fine, è stato pur sempre Marco a premere il grilletto contro di sé. Marco è uno che mi ha fatto appassionare e amare il ciclismo e, ancora oggi, non ho mai trovato nessun ciclista capace di emozionarmi allo stesso modo. Ma occorre anche ammettere che, umanamente, è stato un perdente, perché altrimenti non sarebbe finito in quell’hotel in preda a quell’agghiacciante psicosi dovuta all’uso di cocaina (è per questo che la stanza del residence era così assurdamente rivoltata come un’uragano). Nessuna pietà in questo senso. Marco è stato un leggendario campione, vittima degli avvoltoi intorno a lui, dello stesso mondo del ciclismo a cui aveva dato e da cui aveva ricevuto. Ma è stato anche egli stesso vittima e carnefice di se stesso, incapace di rialzarsi a causa dei suoi lati caratteriali critici.

Gli insegnamenti

Nonostante sia così duro con lui per la fine che ha fatto (sarebbe sciocco compatirlo in questo), non posso negare che Marco mi abbia insegnato molto della vita, nel bene e nel male. Se ho imparato a coltivare i miei oggetti d’amore dando tutto me stesso, traendo gratificazione dalla fatica proprio come faceva Marco quando saliva sulla sella e staccava tutti, è sicuramente anche merito suo. Ogni ragazzino tende ad avere un idolo e a cercare di emularlo. Io avevo Marco come idolo sportivo. Perché non mi importa se non sono un campione, se non primeggio, a me basta semplicemente dare tutto me stesso e imparare a rialzarmi ogni volta in cui cado, senza deprimermi se arrivo ultimo sapendo che, per arrivare a vincere, si parte sempre da ultimi. E nel realizzare tutto questo, Marco mi ha fatto da esempio. Ma ho anche imparato che, quando gli altri vogliono abbatterti, anziché distruggersi come Marco, bisogna continuare a lottare, mantenere la propria dignità, coltivare la capacità di amare e rimanere distaccati da giudizi di chi non ha di certo l’interesse a farti del bene e a migliorarti. È il senso dello spirito critico. Se volete sapere meglio perché, nonostante dica che Pantani è stato incapace di vivere, lo ringrazio per gli insegnamenti, leggete questo articolo. Voglio dire, non fermatevi solo a un aspetto della storia!

Quando la prigione in coppia è una scelta

Essere liberi al 100% nella vita è impossibile, d’accordo. Vivendo in società, già abbiamo il lavoro come prigione sociale (se è un hobby o un oggetto d’amore, non si parla più di lavoro proprio perché piace o lo si ama). Non contenti di ciò, ci sono però tante persone che scelgono di crearsi da sé la propria prigione. Avevo già parlato della strategia dell’ultima spiaggia, ovvero delle persone che non riescono a realizzarsi nella vita se non hanno una vita di coppia come top dell’esistenza e della felicità. Ma, discutendo, gli spunti di riflessione non mancano mai. Tutto è partito dall’affermazione della mia interlocutrice sul ritenere possibile una vita felice da single, ma essa ha affermato che una vita di coppia rimane migliore in ogni caso. Chi è attento ai dettagli non può evitare di notare che l’affermazione sottintende che è non migliore una vita con quella persona, ma di base una vita di coppia. Come dire: si può essere felici da single, ma rispetto all’avere un partner è una felicità di serie B. È proprio questa concezione che poi scatena un sacco di drammi esistenziali e la realtà quotidiana mi dà ragione se vedo quanti divorzi ci sono (e meno male che ci sono i divorzi, almeno c’è la possibilità in qualche modo di rimediare!). Troppe persone non scelgono davvero liberamente il partner, ma sostanzialmente quello che in quel momento va meglio e con cui si pensa di poter far funzionare una relazione. Ecco che allora si trascura tutta una serie di dettagli che, magari, singolarmente sembrano delle sciocchezze, ma che nella globalità non ci rendono liberi di essere realmente quello che siamo e vogliamo essere. C’è una domanda che pongo a tutti i lettori che hanno un partner. E rispondete sinceramente. La domanda è la seguente:

se quella persona fosse del nostro stesso sesso, sarebbe una vera amica per noi e ci accetteremmo reciprocamente del tutto?

Tralasciando l’obiezione (legittima) di chi è omosessuale, l’amore di coppia non si basa (solo) sull’attrazione estetica della giovinezza o su una generica simpatia, ma prima di tutto su un legame profondo di vera amicizia, di accettazione globale del proprio io. Ed è questo che fa durare un rapporto per decenni. Tutti elementi che la persona con cui ho discusso qualche ora fa non recepisce minimamente, e come lei ce ne sono tantissime altre che, per l’incapacità di trovare degli oggetti d’amore, si imbarcamenano in relazioni che a lungo andare non appagano e non rendono felici. Queste persone sono infatti solite usare espressioni come “relazione sana”, “serenità”. Non mostrano mai un bel sorriso enorme con tutti i denti ben in vista. Al più abbozzano un sorriso, ammettono una piacevolezza sapendo di avere, tutto sommato, una quotidianità non disastrosa. Ma di certo non è nemmeno una quotidianità “da leggenda”! E per guadagnare una qualche forma di stabilità, scendono a patti, compromessi e riadattamenti per mandare avanti la relazione. A chiunque abbia un po’ di sale in zucca sorgerebbe la domanda: e chi te lo fa fare?

– Se per far funzionare una relazione devo andare subirmi film “stupidi e inutili” al cinema, dico no grazie.

– Se per far funzionare una relazione devo subire che l’altra persona, in cuor suo, non approvi il mio bestemmiare perché io sono ateo e la bestemmia per me è come una normalissima parolaccia detta come intercalare, mentre l’altra persona è religiosa, dico no grazie.

-Se per far funzionare una relazione devo convivere con la realtà che i nostri ideali sono in contrasto in molti aspetti, dico no grazie.

– Se per far funzionare una relazione devo accettare che l’altra persona sia sedentaria e pantofolaia mentre io voglio fare qualcos’altro dopo una faticosa ma gratificante corsa, dico no grazie.

– Se per far funzionare una relazione devo rinunciare alla mia libertà… dico sempre no grazie!

Ma come al solito, quello che non ha capito nulla e che filosofeggia soltanto sono io, e sono io quello che non è adulto. Sarà, probabilmente non sono adulto perché voglio avere la possibilità di scegliere una partner che sia compatibile a me e che abbia tanti interessi da condividere con me, e dall’altra parte desidero che si faccia altrettanto. Forse sbaglio io a concepire l’essere adulti e maturi con la capacità di amare il mondo in senso globale, approfondendo tutto ciò che mi capita fin nei dettagli e guardando oltre il mio orticello. Sarà che per me essere adulti è tutto questo e non l’essere dei “bravi ragazzi” che non sgarrano mai ma che, allo stesso tempo, non trasmettono energia vitale, sopravvivono e sono imprigionati in un quotidiano che a volte è piacevole e altre volte è sopportato, ma mai “da leggenda”. Ma trovo anche che sia puro masochismo portare avanti una relazione dove non si è liberi. Le mie sono parole dure, molto critiche. Ma tali parole sono conseguenza del fatto che è l’argomento ad essere critico e preso troppo facilmente con superficialità, a caso. Potremmo giustificarci quanto vogliamo sull’aver tratto esperienza da una relazione andata male, fallita, terminata. Ma quando si persevera diventa diabolico. Bisogna gettare lo sguardo a lungo andare. È troppo ottimistico sperare che l’altra persona cambi o che si adatti al nostro essere, “prima o poi”. Spesso infatti o finiamo noi per accettare l’altra persona con rassegnazione o si deve per forza mollare la presa, stanchi di vivere in prigione.

Una vita in catene

Il calcio di una volta che non c’è più

Da ex tifoso di calcio, seguo ancora quello che avviene nell’ambiente. Da qualche tempo simpatizzo, giusto per sola passione e curiosità senza tifo, competizioni più “tranquille”. Ad esempio, apprezzo il calcio scandinavo perché c’è molto calore e gli stadi sono gremiti, anche se piccoli, ma non ci sono le polemiche che conosciamo nella nostrana Serie A. Certo, il livello non è eccelso e sono finiti i tempi del magico Idrottsföreningen Kamraterna Göteborg, noto anche semplicemente come IFK Göteborg e che vinse due Coppa UEFA negli anni ’80. È proprio questo il punto: non esiste più il calcio di una volta, quello che permetteva a un Hellas Verona di vincere lo scudetto o al Vicenza di arrivare in semifinale di Coppa delle Coppe “rischiando” pure di fare l’impresona di arrivare in finale.

Il “calcio business”

Contrariamente alla demagogia di alcuni, trovo giusto che i più grandi campioni prendano tanti soldi. Siamo noi a volerli vedere giocare e hanno indubbiamente non solo una genetica fuori dal comune, ma sono anche sottoposti a stress, fatica e infortuni per cui lo stipendio è una specie di “assicurazione”. Che poi ci sia tanto talento sprecato (vedi Adriano o Gascoigne), è un altro discorso. Il problema è che, come al solito, il troppo stroppia. Prendiamo la Champions League, che letteralmente significa “campionato dei campioni” (in parallelo alla vecchia Coppa Campioni): con la futura introduzione della Superlega (chiamiamola così, è ridicolo continuare a chiamarla Champions), di fatto la meritocrazia di uno scudetto vinto non esisterà più, lasciando che siano 20 squadre dei primi campionati europei a qualificarsi direttamente ai gironi. Per carità, se vogliono fare una Superlega che la facciano tra di loro, ma è evidente che dietro non ci sia lo sport e non ci sia il tifoso, ma solo ed esclusivamente il business e il mantenimento di un’élite. Il motivo per cui l’idea delle superleghe da noi non ha senso l’ho spiegato qui. Per quanto riguarda il business, è giusto che anche lo sport chieda un ritorno economico, ma quando l’economia è il diretto interesse… beh, a mio avviso, non è più sport e ci si prostituisce e basta. Per capirlo, è sufficiente considerare il fatto che nell’attuale Europa League si vedono molti più campioni nazionali rispetto alla Champions League, e infatti ogni tanto, quando penso di avere interesse, preferisco vedere proprio l’Europa League. Non ti chiami Chelsea o Barcellona, ma parliamo di squadre che hanno vinto il proprio campionato nazionale. Che poi ti chiami Canicattì o Bursaspor poco importa: è giusto che, se di Champions League si tratta, siano i campioni nazionali ad affrontarsi tra di loro, altrimenti diventa un’altra cosa. Poi possiamo trovare un compromesso per far partecipare anche le seconde classificate dei maggiori campionati (come avveniva nella seconda metà degli anni ’90), in modo da avere Real Madrid e Barcellona insieme, Manchester City e Chelsea insieme. Ma non ci sarebbe una Superlega. Il paragone con l’NBA americana non esiste. Gli Stati Uniti hanno una cultura diversa e un sistema che, strana o meno che sia, funziona e premia davvero i meritevoli. L’ho spiegato nell’altro articolo, leggetevelo e capirete cosa intendo.

Il Vicenza che vince la Coppa Italia nel 1996/1997

Io penso che sia giusto vedere Legia Varsavia e Ludogorets in Champions League. Hanno vinto il loro campionato nazionale e, in quanto campioni nazionali, meritano il diritto di giocarsela con le maggiori potenze, a maggior ragione se vediamo che figuracce fanno le nostre terze ai preliminari di Champions o le quarte in Europa League (chi ha parlato della sconosciutissima banda israeliana che ha fatto bottino pieno contro l’Inter quest’anno?). Sono squadre ridicole? Vero, ma sono pur sempre campioni e si sono meritate la partecipazione. Altrimenti, verrebbe meno il senso di una Champions League nel senso più puro del termine. E chi dice che non possano crescere? Arrivare a qualificarsi vuol dire guadagnare soldi, e più si va avanti più si beccano soldi. E guadagnare soldi vuol dire potenzialmente crescere! Ma forse il problema è proprio questo: la torta se la vogliono spartire solo determinati club, anche se sul campo non hanno meritato un bel nulla. Il Manchester United è uno dei club più ricchi e seguiti al mondo, ma i risultati recenti dicono che non fa figure migliori dell’Inter. Purtroppo, questo andazzo pare essere generalizzato. Pensiamo al basket, dove è nata la nuova Eurolega di fatto a numero chiuso e a cui ha aderito Milano (con la naturale e prevedibile conseguenza di fare figuracce su figuracce su figuracce), e in parallelo è stata istituita una Champions League un po’ strana formata da “secessionisti”. Oppure la porcheria del Mondiale a 48 squadre di Infantino. Che senso ha un Mondiale a 48 squadre? Non è un’apertura, è infatti evidente che più partite voglia dire più diritti televisivi da vendere e più soldi in generale. Se veramente fosse un’apertura, trattandosi di Mondiale, e che dunque coinvolge tutti i continenti del pianeta, perché fino ad oggi l’Oceania non ha mai avuto un posto garantito? L’Australia ha dovuto emigrare in Asia per avere più opportunità. Prima di parlare di un Mondiale a 48 squadre, quindi, perché non discutere di questo aspetto?

L’invasione orientale

Diverse squadre sono di proprietà asiatica. Il Leicester, fresco campione d’Inghilterra, è di proprietà thailandese. Il Manchester City appartiene agli emirati, mentre l’Inter è cinese e il Milan comunque credo che apparterrà a Berlusconi fino alla morte di quest’ultimo (ma ora l’argomento non sono le azioni narcisistiche del nano). Per quanto mi riguarda, il problema non sono cinesi o arabi, ma la gente senza scrupoli. E questi sono anche occidentali, vedere infatti la Red Bull che, per business e successo, acquista sciami di squadre, cambiando nome sociale, colori sociali e nome allo stadio, il tutto per promuovere (giustamente) l’azienda e non (ingiustamente, capite l’antitesi) il club. Tuttavia, è facile accanirsi contro arabi, cinesi, produttori di bibite dal sapore di una medicina. Forse che la Juve, da sempre legata al marchio FIAT, faccia diversamente? Eppure da sempre il nome degli Agnelli accanto a quello della Juventus è sempre stato accettato. Singolare poi la contestazione dei tifosi del Bayern Monaco che si scagliano contro il “calcio moderno”, dimenticando che il loro club è proprio uno dei promotori di questo tipo di calcio, con il loro club strettamente legato all’Allianz (da qui il nome dello stadio). Certo, l’Allianz è un’azienda della Baviera, ma il risultato è sempre lo stesso e di “tradizionale”, al Bayern di oggi, c’è ormai sempre meno, con i guai dei soci a capo ben noti. Come detto, si dovrebbe invece contestare la mancanza di etica e la gente senza scrupoli che investe. Cito il caso del Pavia Calcio, acquistato dai cinesi. E, una volta che i cinesi si sono stancati, con i soldi che nel frattempo hanno guadagnato si sono dileguati e il Pavia Calcio è stato lasciato fallire.

Il business del calcio inglese

Quando si parla di calcio business, è facile pensare all’Inghilterra, con le sue spese faraoniche che mangia tutto il mercato. A mio parere, chi guarda in questa ottica il calcio inglese non ha capito come veramente riescono (gli inglesi) ad essere così ricchi. Gli inglesi sanno vendere molto bene ai mercati esteri, creando una potente macchina del consenso, anche nei paesi poveri dell’Africa. Il meccanismo e gli stratagemmi, che non riguardano solo il calcio, sono complessi. In sintesi, vende di più la maglia del Tottenham o del Leicester rispetto a quella della loro nazionale! I paesi concorrenti non hanno capito che non basta giocare due partite in Asia per vendere bene. Non funziona così. Ci vuole un sistema che generi la fiducia e, in questo, gli inglesi sono abilissimi (e lo fanno, come detto, non solo con il calcio). Se avete visto la Supercoppa Europea del 2019 (Liverpool-Chelsea), capirete benissimo quello che intendo per macchina del consenso. I nostri poltronieri si fanno i complimenti da soli per aver strappato un accordo per giocare la Supercoppa Italiana in Cina, quando in realtà hanno preso solamente le briciole. Le finali e le partite importanti del calcio inglese si giocano a Wembley, eppure all’estero vendono tantissimo! Abbiamo copiato anche il cosiddetto “spezzatino”, cioè le partite su più giorni e ad orari diversi. Ma la cosa, da noi, è risultata indigesta ai tifosi. Lo “spezzatino” serve per vendere meglio le partite, ma una partita vende bene se hai creato consenso e le squadre prendono compensi in modo equo. Il club ultimo in classifica, nel campionato inglese, è sempre ricchissimo! In Italia, siamo abituati ad avere le cosiddette big che si prendono tutto e niente agli altri. Se notate, quando il campionato italiano era considerato il migliore, anche le provinciali come il Vicenza erano temibili! Attenzione a non capire male il discorso. Il modello del calcio inglese, piacevole o meno che sia, non c’entra nulla con le recenti malsane idee della Superlega. La maggior parte dei club inglesi è contraria a questa assurda pseudo-riforma. La loro abilità è stata quella di rendere appetibile, e pertanto ricca, anche una squadra di Serie B (ovvero la Championship). L’Italia non è riuscita a tenere il passo con i tempi, ancorata agli anni ’90, e foraggia i pochi a discapito dei molti. È per questo che lo “spezzatino”, in Inghilterra, non è affatto indigesto. Anche per copiare ci vuole intelligenza! Può sembrare un sistema opportunistico, e in parte lo è, ma secondo me c’è da imparare. Non è vietato che il calcio sia business ma, affinché il business funzioni bene, bisogna creare l’ambiente adatto e coinvolgere tutti gli ingranaggi. Se solo una parte dei coinvolti ha un profitto, il sistema salta. Il calcio inglese, pur non vincendo il Mondiale, continua a dominare. A loro non serve che la nazionale vinca il Mondiale!

La soluzione

La soluzione allo schifo che circola è una, semplice, efficace, e che fa capire bene agli Infantino o Tavecchio di turno che così non va: non seguire ciò che non piace. Sento spesso “appassionati” lamentarsi degli arbitraggi, delle caste, del “calcio moderno”. Però sono sempre lì a farsi l’abbonamento a Mediaset Premium, salvo poi ovviamente criticare la pessima telecronaca. Ma allora, sotto sotto, non è che in realtà questi soggetti provano invidia per quei “potenti” che tanto disprezzano? Se certe cose fanno schifo e non piacciono, perché continuare a drogarsi? Non sarebbe meglio dedicarsi a qualcosa di più piacevole e appagante? Ma, sigh, alla fine il calcio è sulla stessa scia del panem et circenses degli antichi romani: per quanto “crudele” e “ingiusto”, non ne puoi fare a meno e serve per tenerti assuefatto per non pensare che stai solo sopravvivendo nella vita di tutti i giorni. D’altronde, se stiamo con un partner che ci maltratta, come verremmo definiti se non lasciassimo quel partner? Masochisti. E se poi la tua squadra vince, non importa se tua moglie ti ha messo le corna, non importa se domani a lavoro sarai la solita nullità: la vittoria della tua squadra ti dà l’illusione di essere stato tu a vincere per immedesimazione, quando invece sono i giocatori ad aver vinto e a essersi incassati il trofeo e i soldi mentre tu domani dovrai sempre alzarti al mattino presto e farti le ossa a lavoro con paga da schiavo e umiliazioni.

Doctor Who, come imparare sulla vita e sul mondo

Con il suo esordio nel 1963, Doctor Who è il telefilm più longevo al mondo, tanto da entrare nei Guinnes dei primati. Ben 26 stagioni della cosiddetta serie classica, un film e la decima stagione della nuova serie che uscirà tra qualche mese per quello che è il telefilm che spazia per almeno due generazioni di nerd e appassionati della fantascienza. Tuttavia, non guardo mai un film o un telefilm giusto perché è solo piacevole, ma anche con criticismo. E ho trovato molti spunti interessanti in Doctor Who, altro che i cinepanettone, i medici in famiglia e idiozie varie per, direbbe un Peter Capaldi, budinocerebrati. È vero, si tratta di un film di fantascienza, non della descrizione nuda e cruda della realtà come nei film di Aldo, Giovanni e Giacomo o ne “La grande bellezza” di Sorrentino. E ho visto far volare una cabina blu della polizia solo nel programma televisivo “Te l’avevo detto”, ma all’interno non era ovviamente più grande come il vero TARDIS. È però anche vero che si trovano tantissimi elementi della vita quotidiana di ognuno di noi, spunti che ci fanno riflettere con particolare profondità. E ho deciso di descriverli. Premetto che ho visto la serie classica solamente di sfuggita qualche volta e quindi mi concentro sulla nuova, ma direi che ciò non neghi la bontà delle mie riflessioni.

Si può pensare che alcune tematiche, come la discriminazione razziale e l’omosessualità, siano ormai abusate e quindi sminuite. Ma non bisogna dimenticare il pubblico a cui è rivolta la serie. Doctor Who, fin dalla sua nascita negli anni ’60, nasce come serie televisiva di fantascienza per le famiglie. È qui il suo scopo, cioè quello di trattare in modo distaccato e leggero (ma non superficiale!) delle tematiche delicate o importanti. Se un bambino vuole sapere sull’omosessualità, di certo non andrà a frequentare forum di stampo LGBT. In questo senso, Doctor Who è una piattaforma con lo sguardo rivolto verso ciò che siamo e ciò che ci circonda, permettendo ai bambini, futuri adulti, di crescere con spirito critico e senza che siano educati tra fate e cicogne. L’educazione trasmessa da Doctor Who è efficace, perché è comico, divertente e serio insieme, ma mai serioso e moralista, anzi.

Doctor Who

Star Trek e Doctor Who

Doctor Who non è l’unica serie, risalente agli anni ’60, a regalarci interessanti spunti e riflessioni. L’altra serie di quel periodo è Star Trek. Per quanto riguarda Doctor Who, è stato sicuramente più facile ritornare al successo grazie alle ripresa della serie negli anni 2000. Ma dovrebbe essere menzionato anche Star Trek, con cui condivide l’eccezionale capacità di essere moderna. Due soli esempi su Star Trek: la ricerca del pianeta Eden e i “trogloditi” del pianeta Ardan. La ricerca del pianeta Eden critica la visione di chi rifiuta ogni forma di artificialità e la scienza, nella speranza di trovare la felicità. Speranza che, come tutte le cose utopiche e non concrete, si trasforma in terribile delusione. L’argomento è ancora attuale e può essere calato in coloro che credono nelle scie chimiche o nei vaccini che provocano l’autismo, credenze legate a chi vede il mondo con semplicismo. I “trogloditi”, invece, rappresentano il razzismo che ancora persiste, soprattutto con il problema dei migranti che si è diffuso. Star Trek, allo stesso modo di Doctor Who, ha abbattuto i pregiudizi, mettendo nello stesso equipaggio un russo (Chekov), un alieno (il vulcaniano Spock) e un’afroamericana (Uhura). Non a caso, il nome del sito si ispira a Star Trek! Guardare Star Trek, di cui la serie originale è degli anni ’60, è come guardare esattamente la società di oggi. L’articolo vuole spiegare cosa possiamo ricavare di utile da Doctor Who per la vita quotidiana ma, proprio per questo motivo, era doveroso spendere qualche parola anche per Star Trek. Le due serie, anche grazie al sogno della Luna di quel periodo storico, sono strettamente imparentate.

La scienza è bella!

Doctor Who è una serie con innumerevoli riferimenti alle moderne teorie della fisica. Tutto è fatto con coerenza. Le stesse leggi della fisica vengono costantemente sfidate, tuttavia senza mai violarle, bensì “aggirandole” come davvero i fisici nella realtà immaginano di fare. Tante storie sono basate su fantasmi e mostri, ma viene sempre data una spiegazione razionale e scientifica. Doctor Who allena quindi ad avere spirito critico e questo è sicuramente un plus in una società dove la gente ha bisogno di credere in entità divine e miracoli. Doctor Who rispetta una perfetta coerenza, anche quando gli eventi sembrano assurdi e impossibili. Ma la straordinarietà di come lo fa sta nel costante creare un’atmosfera di meraviglia e stupore per la scienza, l’evoluzione e le sue leggi.

Il Dottore

O i Dottori, se vogliamo. Il Dottore si rigenera quando è sul punto di morire. Ogni volta in cui si rigenera, anche se è sempre lui, cambia il suo volto e cambia diversi tratti del carattere. Ma il Dottore è sempre il Dottore, e la costante rimane il suo essere infantile, arrogante, con atteggiamento di superiorità, ma sempre di buoni principi e con senso del dovere. Come dire… la maglia numero 7 del Manchester United è sempre la maglia numero 7 del Manchester United, anche se indossata da George Best, Eric Cantona e David Beckham. Se Indiana Jones è solo e soltanto Harrison Ford, e interpretato da un altro attore è una bestemmia, il Dottore è… il Dottore, punto! Non mi dilungo sulla lunghissima e ultracentenaria storia del Dottore, ma la sua figura è interessante e va ben oltre il più comune ruolo dell’eroe. Il Dottore non è un eroe qualunque, che salva costamente l’umanità o altre specie, ma ha le sue debolezze, le sue paure, le sue insicurezze, i suoi dubbi. Il Decimo (David Tennant) colpisce per il suo senso di solitudine e malinconia, pur avendo i suoi compagni. È quello più attaccato alla vita, terrorizzato dall’idea di rigenerarsi che non è altro se non una metafora della morte che attende tutti quanti. Il Decimo sa che si rigenererà in un altro, ma non sarà più lo stesso. Avrà un nuovo volto e un carattere diverso. È un po’ un modo di chiedersi che cosa c’è dopo che muoriamo. Saremo ancora noi, reincarnandoci, o finiremo in paradiso o all’inferno o diventeremo cibo per vermi e basta? Non importa, in ogni caso cambieremo, ci trasformeremo, avremo in ogni caso una nuova “rigenerazione”. La stessa tematica, in modo un po’ diverso, è ripresa dall’Undicesimo (Matt Smith) il quale, prima di rigenerarsi, spiega a Clara Oswald (sua compagna) che tutti noi nella vita cambiamo. Ed è vero. Le nostre cellule si rigenerano (cit.) continuamente, e siamo diversi sia caratterialmente sia fisicamente ad esempio dai 18 anni ai 40 anni. E proprio come il Dottore, possiamo mantenere dei tratti, ma altri ancora possono variare. Ma, ecco, siamo sempre noi. E, come dice l’Undicesimo, non dobbiamo “dimenticare tutte le persone che siamo stati prima”, perché “va bene così, è bello”. Emblematico anche il passaggio dal Dodicesimo (Peter Capaldi) al Tredicesimo (Jodie Whittaker). Il Dodicesimo è un uomo scozzese di mezza età e, come ogni scozzese da stereotipo, è molto brontolone. Inizialmente, sembra troppo freddo, ma pian piano si scopre che lo fa per mascherare i suoi interrogativi e le sue insicurezze. Si chiede se sia un “uomo” buono oppure no e fa del suo meglio per salvare il mondo. E finisce per farsi amare come tutti gli altri Dottori! Poi, di colpo, si passa al Tredici, un personaggio energico e vitale. Anche la Whittaker interpreta il personaggio secondo uno stereotipo, apparendo la tipica donna “iperattiva”, ma positiva e un po’ stramba (tutti i Dottori sono strambi ed è fatto apposta così!). Questo discorso è interessante, perché vale per tutti noi. L’umanità possiede diversi tratti di personalità. È la “quantità” di quella personalità che ci rende ciò che siamo, un po’ come i caratteri ereditari che si possono combinare in tantissimi modi. I cambiamenti del Dottore, pur rimanendo il Dottore sempre lui o lei, rappresentano ciò che è l’uomo stesso. Non a caso, le sembianze del Dottore sono quelle di un essere umano! E, ammettiamolo, se tutti fossimo un po’ “Dottori”, nel senso di possedere la sua positività e il suo buon cuore, mantenendo nel frattempo lo spirito critico e la razionalità, ci sarebbero meno ingiustizie. Non lo dico per fare una frase fatta, ma perché una persona con spirito critico nota facilmente che, spesso, non apprendiamo gli insegnamenti positivi. Il Dottore è l’eroe amato che vorremmo essere, ma il punto è che, nella vita di tutti i giorni, possiamo esserlo se ne comprendiamo l’aspetto umano.

I compagni del Dottore

Il Dottore viaggia nello spazio e nel tempo (con il TARDIS, appunto) con dei compagni o amici. Essi variano sempre più o meno in base alle rigenerazioni e sono di solito attaccati a uno specifico Dottore.TARDIS Nella nuova serie, Rose Tyler ama così tanto il Decimo che è disposto a cercarlo dovunque, tenacemente. È una storia romantica ma allo stesso tempo drammatica, legata all’impossibilità di una vera storia d’amore vissuta tra i due. È l’amore struggente di due persone destinate a staccarsi ma anche sempre unite. Peccato che nella vita reale l’amore sia molto meno da sogni, più monotono. E il quotidiano affligge. Alcuni hanno una così bassa autostima di sé tale per cui, pur avendo le capacità, diremmo che non si applicano. Ed ecco allora Donna Noble che, grazie al Decimo, scopre di essere speciale anche lei durante il corso delle avventure. Amy Pond è la bambina solitaria ma che sa indubbiamente il fatto suo, non è una stupida. Amy aspetta che succeda qualcosa, che arrivi la fata madrina che l’Undicesimo impersona benissimo. È disposta ad aspettarlo per anni, per tutto il tempo, impaziente come quando si aspetta di ricevere i regali di Natale. Eternamente bambina e mai veramente cresciuta, l’esperienza con l’Undicesimo la porta a prendere nuova consapevolezza di sé, a diventare una donna forte e decisa. E che dire di Rory Williams, futuro consorte di Amy? Il classico ragazzo sfigatello, senza capacità, che però aspetta Amy, in una delle tante avventure con l’Undicesimo, per ben 2000 anni. Alla fine, Amy e Rory lasciano il Dottore capendo che la vera avventura è una quotidianità felice e appagante. Arriviamo quindi a Clara Oswald. Clara Oswald assiste alla rigenerazione tra l’Undicesimo e il Dodicesimo, passando da un “uomo” giovane a uno anziano. Dapprima con la palese cotta, il Dottore cambia davanti ai suoi occhi così tanto che si ritrova a cambiare radicalmente il suo rapporto con il Dottore. Quante volte ci è capitata una cosa del genere nella vita? Di dire a qualcuno che non lo riconosciamo più, che è troppo diverso? Bene, ciò che nel quotidiano non notiamo per cecità nostra o per distacco temporale si condensa in una manciata di secondi di rigenerazione. L’evento è appositamente traumatico in modo tale che il pubblico possa riconoscersi. A differenza di altri compagni, però, Clara è una ragazza molto intelligente, così tanto da arrivare a salvare lei stessa il Dottore (sia l’Undicesimo che il Dodicesimo) più volte. Non a caso, il Dodicesimo le dice che sarebbe un buon Dottore. Questo è molto importante, perché fa capire che gli eroi alla Hercules non esistono.

L’umanità e il mondo

Qui ci sarebbe da discutere molto. Le oltre 800 puntate uscite finora hanno tematiche di svariato genere, riprese sotto diversi aspetti e approfonditi sempre maggiormente. È veramente difficile essere completi al 100% su questo punto. Uno degli argomenti che più ricorre nella serie è la paura del diverso o dello sconosciuto. Gli esseri umani, infatti, in una puntata vogliono distruggere la Luna, che in realtà si rivela essere il guscio di una creatura. In realtà, la creatura non è pericolosa e la Terra non subisce alcun danno, ma è interessante il modo in cui l’uomo, senza nemmeno studiare il fenomeno, sancisca di uccidere la Luna-guscio. Pensiamo agli OGM, ai vaccini, alle scie chimiche. Quando non si conosce qualcosa, si prendono spesso, direi praticamente sempre, delle incredibili e assurde cantonate. È per questo che il Dodicesimo usa la dicitura “budinocerebrati” in riferimento alla specie umana. In un’altra puntata, il Sole emette dei venti solari fortissimi, e allora la Terra sviluppa delle fittissime foreste in ogni angolo per salvare l’uomo. Ma l’uomo non lo capisce e vede le foreste come minacce. Ecco, pensiamo a quanti danni ambientali compiamo pensando che la natura sia d’impiccio. Annientiamo boschi o la biodiversità (anche i vegani, sì!) per i nostri comodi, usi e costumi. Ecco perché Doctor Who è una serie concepita per le famiglie. Ci sono argomenti nella società che bisogna far conoscere ai propri figli, per permettere loro di essere consapevoli della realtà che vivono. Questi argomenti non possono essere trattati con la seriosità dei film come “La grande bellezza” (che è un ottimo film, ma non di certo ideale da vedere in famiglia), ma con spunti e riflessioni adatti a chi diventerà adulto. Purtroppo, da noi in Italia non ci sono serie così. Siamo ancora troppo bigotti per ideare qualcosa del genere. I nostri figli e gli adolescenti hanno bisogno di conoscere e avere il mondo davanti a sé, senza pregiudizi. E Doctor Who, che mischia gli argomenti seri a un tono quasi di gioco, è sicuramente efficace!

Forse ci sono appassionati di Doctor Who tra i miei lettori. Spero comunque di essere riuscito a colpire degli aspetti del mondo e della vita. Analizzare, seppur in breve, una serie così lunga come Doctor Who è anche un esempio che serve a distinguere un’opera che ci porta insegnamenti per migliorare se stessi ed eventualmente chi ci sta accanto. Doctor Who ha indubbiamente questo potenziale. Non è l’unica opera ad averlo, ma provate a guardare la televisione facendo la stessa analisi che ho fatto io ora con Doctor Who perché è una serie che ovviamente mi piace. Scoprirete che tanta roba è spazzatura, ma tanta altra merita di essere approfondita.

Dante o Doctor Who?

Per tutto quanto finora detto, Doctor Who può a tutti gli effetti essere considerato come la Divina Commedia dell’era moderna. Non è solo per via delle centinaia di puntate finora prodotte e della sua longevità di oltre mezzo secolo. Dante viaggia attraverso i giorni infernali e il purgatorio e infine giunge nel paradiso. Il Dottore, invece, anch’egli con i suoi compagni, viaggia attraverso l’universo, nello spazio e nel tempo, citando le nuove scoperte scientifiche o le nuove teorie, raccontando trame inverosimili ma che riescono a trovare una coerenza inattaccabile tanto quanto geniale. E questo lo rende decisamente interessante, un plus. Insomma, Doctor Who ha anche il pregio di allenare lo spirito critico! La serie ha poi innumerevoli personaggi e ognuno ha un suo scopo, sia tra i “buoni” che tra i “cattivi”. E tante volte, anche il cattivo di turno sembra mostrare una qualche umanità a cui il Dottore non rimane indifferente, la stessa che possiamo riscontrare in Dante nei gironi infernali. Chi contesta il mio paragone con un grande capolavoro della letteratura classica, probabilmente è troppo contemplativo, poco aggiornato e ricettivo alla società moderna. È proprio per questo che Doctor Who riscuote così tanto successo in tutto il mondo. La gente riesce a “sentire” le storie e le avventure narrate sul Dottore e i suoi compagni. E riesce incredibilmente a farlo anche con storie ambientate nell’anno 5 miliardi o nell’epoca di Madame de Pompadour o con Van Gogh, perché i suoi temi sono attuali e possiamo comprenderli. Assolutamente non voglio sminuire l’opera di Dante ma, suvvia, in quanti leggerebbero Dante se non lo si studiasse a scuola? E in quanti, sinceramente, ne sono “spontaneamente” attratti senza che nessuno dica loro che si tratta di una importante opera letteraria? Non a caso, si sente spesso dire che, tranne che per l’Inferno, la Divina Commedia è una palla. Ed è vero. Ha la sua utilità, ma le storie che vengono raccontate, appunto tranne l’Inferno, non sono attuali e non ci coinvolgono. Cosa che Doctor Who riesce al contrario a fare, parlando di discriminazione, dei problemi etici legati all’uomo che gioca ad essere Dio, alla possibile esistenza di forme di vita extraterrestri con cui convivere mostra le stesse difficoltà che abbiamo oggi tra paesi diversi, o lo sfruttamento e lo schiavismo.

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La motivazione dell’amore

Ai tempi della scuola, avevo abitudini diverse dai miei compagni. C’era chi era indisposto allo studio e rischiava sempre di essere bocciato. Ci fu poi un anno dove gli elementi peggiori furono bocciati in massa. Ma non è verso di loro che voglio fare il confronto. Intendiamoci, le mie medie scolastiche non erano da secchione, ma me la cavavo. Ho avuto la media dell’8 in filosofia e latino, ho preso dei 10 in inglese, per due anni ebbi la media dell’8 anche in matematica, poi 9 in storia. Eppure, passavo i miei pomeriggi a dormire dopo i soliti cartoni animati (Dragon Ball, i Simpson e Futurama). Dormivo perché vivevo la notte, scrivendo al computer quando ancora internet era per pochi o guardando la televisione. Non dedicavo praticamente mai il tempo allo studio, mentre i secchioni avevano la testa sui libri fino all’ora di cena. Ammetto che i miei anni di scuola sono stati molto intensi. Fui addirittura sospeso per due volte e bigiavo, ma avevo già capito alcune cose della vita. Avevo capito che ciò che conta, nella vita, è fare ciò che si ama. Io amavo il basket, così bigiare da scuola era un buon modo per andare a fare due tiri al campetto dell’oratorio vicino dove trovavo sempre una palla disponibile. Amavo la musica (avevo anche provato a suonare la chitarra e la tastiera), così bigiavo per andare a Milano o al vicino centro commerciale per acquistare album musicali con i soldi risparmiati dalla merenda. A posteriori, dopo tutti questi anni, non incoraggio nessuno a bigiare, ma quelle erano sensazioni di vita vissuta alla grande. Gli insegnanti erano forse confusi nei miei confronti. Uno di loro diceva che non c’era nessuno con le mie qualità in classe. In generale, riconoscevano che sapevo il mio fatto, ma allo stesso tempo ero anche reputato il classico alunno che non si impegna come potrebbe o dovrebbe per prendere voti migliori. La domanda che mi risuonava sempre in testa era: è perché mai avrei dovuto farlo? Mi veniva spontaneo avere una media generale del 7. Per avere una media superiore, avrei dovuto buttarmi sui libri come i secchioni fino all’ora di cena. Ma non ne valeva la pena. Il quantitativo di energia da spendere era eccessivo. Per me contava di più coltivare ciò che amavo. Lo studio ce l’avevo già dentro e lo praticavo quotidianamente, approfondendo tutti gli argomenti che mi facevano crescere come persona, che si trattasse di matematica, storia o filosofia o dei testi delle mie band preferite o dei libri dei miei autori preferiti (mi piaceva molto Stephen King, all’epoca). Imparavo non per il voto, ma per la vita.

Poi mi diplomai. Ebbi delle esperienze lavorative che mi fecero già intuire come il lavoro fosse una prigione sociale. C’erano capi che non capivano un tubo e che pretendevano che facessi il loro schiavo, apprendisti sottopagati o gente giovane con esperienza ma nessuno voleva far fare esperienza ai giovani, orari di lavoro che impedivano di coltivare i propri oggetti d’amore, pause pranzo di mezz’ora e turni notturni. Eccetera, eccetera, eccetera. Impiegai così il tempo prima di iscrivermi all’università. Scelsi geologia. Venne spontaneo. Amavo la natura, quindi mi venne del tutto naturale approfondire qualcosa che amavo. All’università, non potevo più permettermi di dormire al pomeriggio, ma continuavo a vivere la notte. Passavo i pomeriggi a lezione o a laboratorio o ad esercitarmi in attesa degli esami. Anche all’università, però, c’era sempre qualcosa in cui non mi riconoscevo. I discorsi che sentivo si basavano sul frequentare quel corso di laurea con l’aspettativa di uno sbocco lavorativo. Anche se c’era gente che amava davvero la geologia, non ricordo nessuno che abbia detto di aver scelto geologia perché amava la materia. Si preoccupavano di trovare un posto di lavoro importante e ben pagato. Io storcevo il naso, perché ritenevo che un buon posto di lavoro dovesse essere conseguenza dell’amore per la geologia, e non che studiare geologia fosse una specie di “buon partito” per avere lavoro. Qualcuno mi vedeva già come ricercatore, ma io ero consapevole che comunque certi posti di lavoro sono riservati alle menti più eccellenti. Quindi, la maggior parte di chi aveva scelto geologia per avere un buon lavoro comunque non avrebbe avuto successo e sarebbe finito nella schiera di coloro che si lamentano che non c’è lavoro, ma solo perché pretendono di avere il lavoro che loro vogliono e il migliore che esista. Io avrei anche accettato di fare lo spazzino se quello significava avere il pane con cui vivere. E l’avrei sicuramente fatto volentieri rispetto a un posto come ricercatore che mi avrebbe portato via tutta la giornata e recato stress. Quello stipendio, tutto sommato, proprio come a scuola, era più un onere che un onore. E sia chiaro, anche in università non prendevo voti tanto diversi dalla scuola. Mineralogia e petrografia erano le mie materie preferite.

L’amore e la semplicità

Non pretendo di certo che vi interessi la mia carriera dalla scuola all’università. Il motivo per cui vi ho raccontato che razza di testone ero è che, nella vita, dobbiamo mettere amore nelle cose. Senza amore, il voto alto che avremo sarà solo un surrogato di autostima, da successo. La fatica fatta per raggiungere quel voto non sarà gratificante, ma un impegno da bravo ragazzo sempre diligente che però non sa assaporare il lato romantico della vita. Senza amore, il lavoro sarà solo una prigionia sociale, un dovere, e magari saremo tra quei medici che daranno spiegazioni ai pazienti come se fosse un favore, non vedendo l’ora di tornare a casa aspettando che, di rientro a casa in rientro a casa, arrivi anche l’ultimo giorno rendendoci conto di aver sprecato la vita. Questo vale per tutto nella vita, anche nello sport. Non importa se arrivate ultimi in una gara. Ciò che conta è amare la corsa e arrivare ultimi dando comunque tutto se stessi e, magari, facendo anche il proprio personal best.San Marino dopo il gol all'Inghilterra il 17 novembre 1993 È per questo che, dopo le dichiarazioni del calciatore Thomas Müller che ha definito inutili le gare come quelle di qualificazione contro San Marino (il piccolo paese, l’11 novembre 2016 ha preso 8 gol dai tedeschi), il calciatore bavarese può vantare tutti i trofei che vuole, beneficiare del suo lauto e milionario stipendio, ringraziando la sua genetica per questo. Ma sono i sammarinesi, rappresentanti di una Nazione di 30 mila abitanti circa, ad essere i veri vincenti, perché si divertono, amano giocare e sono felici di confrontarsi con i migliori, dando tutto anche se perdono 8-0 in casa. A Müller, manca il dono della semplicità, motivo per cui i suoi trofei e il suo conto in banca non bastano a renderlo un vincente a livello esistenziale. Proprio come la gente che ho conosciuto a scuola e all’università.

Imparare ad essere ultimi
La società dei falliti

Ranieri e il Leicester, ecco come imparare a vivere

Da diverso tempo, molti appassionati di calcio, ma forse anche non, stanno seguendo una di quelle che potremmo definire favola: quella del Leicester (pronunciato Lèsta, ancora non ho visto UN solo giornalista italiano con la pronuncia corretta!) in testa alla Premier League 2015-2016. Una favola, ma perché? Perché è la vecchia storia di Davide contro Golia, il piccolo che si ribella al potente, il brutto anatroccolo che si trasforma in cenerentola. Infatti, nella stagione 2014-2015 il Leicester era nella fossa della retrocessione a due mesi dal termine del campionato e, ad oggi, domenica 1 maggio 2016 è in testa con 7 punti di vantaggio sul Tottenham con la possibilità di vincere il suo primo scudetto. In realtà, dietro a questa favola c’è molto di più. Sarebbe troppo banale relegarla a un Davide contro Golia qualunque. Quello che sta avvenendo a Ranieri con il Leicester è un insegnamento di vita e di umanità. Quando Mourinho allenava l’Inter, diede a Ranieri del 70enne con la mentalità non vincente. Mourinho portò l’Inter a vincere il “triplete” (scudetto, Champions League, Coppa Italia) tanto osannato ancora oggi dai tifosi interisti anche se la squadra al presente va uno schifo. Ranieri spiegò che, quando allenava il Valencia, Mourinho era ancora solamente il secondo allenatore al Barcellona e che non aveva bisogno di vincere ma di sapere di aver fatto bene il suo lavoro. Bingo. Il romano nazionale aveva azzeccato tutto non solo di Mourinho, ma di come funziona la vita. Anche se ci fanno credere che valiamo solamente se vinciamo oppure otteniamo dei successi, magari ottenendo una promozione a lavoro, chi vince deve saper rimanere con i piedi per terra, altro che definirsi “special one”, ricordando che partiamo tutti dal basso. E chi se lo dimentica poi, quando dovrà cadere di nuovo, si farà molto male. Quest’anno Mourinho è stato mandato via con un Chelsea da retrocessione che l’anno precedente aveva vinto il campionato. E Ranieri, con il suo piccolo ma grande Leicester, in testa alla classifica, che non ha nemmeno infierito sul ritorno alla realtà del portoghese che per anni e anni della sua carriera ha vissuto ad arroganza, a lamentele e a fare polemica a tutti i costi pur di vincere. Già, perché, a cosa serve infierire? D’altronde a Ranieri basta aver fatto bene il suo lavoro e amare ogni giorno la sua vita da allenatore di calcio, con giocatori ogni giorno a suo contatto a cui infondere una mentalità che non porterà trofei su trofei ma che ti forgia come essere umano. Sarà per questo, forse, che l’esperienza alla Nazionale della Grecia è fallita, chissà. In un mondo dove predominano arroganza, egoismo, apparenza, superficialità, violenza, l’arrivismo, la falsità e l’insensibilità, c’è ancora un luogo, l’attuale Leicester di Ranieri, dove contano ancora i valori umani. Tutto questo mi rende contento o no? Difficile stabilire se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto. È bello che non tutti si facciano contaminare dai soliti idoli e dai soliti meccanismi di chi non sa affatto vivere, ma d’altro canto mi rendo conto che osannare Ranieri vuol dire trasformare ciò che dovrebbe essere normale (appunto, qualcuno lo definisce “normalizzatore”) in un’eccezionalità.

La lungimiranza

Un altro insegnamento che arriva dalla storia sportiva di Ranieri è la sua lungimiranza e nel suo mantenere sempre il suo modo di essere anche se trattasi di una mosca bianca in mezzo a discariche umane che potranno fregiarsi, appunto, di un trofeo senza il quale non valgono nulla. Siamo al Chelsea, 16 settembre 2000. La squadra londinese si sta affacciando ai piani alti del calcio inglese ed europeo. Ranieri è chiamato a costruire e, nel 2003-2004, arriva secondo in campionato e in semifinale di Champions League. Il presidente Abramovich, senza pazienza, per vincere chiama proprio Mourinho, che riesce sì a vincere il campionato ma fallisce l’obiettivo per cui è stato chiamato: vincere la coppa dalle grandi orecchie, la Champions League. Abramovich dovrà aspettare l’arrivo di un altro allenatore italiano, “normale”, Di Matteo, per vincere la Coppa tanto agognata. Ranieri viene mandato via dopo tanta fatica nella costruzione e senza la possibilità di provare a giocarsela con la squadra da lui costruita. Il romano non si dispera e prosegue la sua carriera. Arriva alla Juventus per il 2007-2008, con la Juventus neopromossa dopo il purgatorio della Serie B per l’episodio definito come Calciopoli che vedeva coinvolte diverse altre squadre in un imbroglio calcistico dai contorni tuttora non ben chiariti. Ranieri raggiunge il terzo posto, riportando subito la Juventus in Champions League da neopromossa. L’anno successivo, nel 2008-2009, la squadra di Ranieri batte per due volte il Real Madrid in Champions League e in campionato arriva ancora al terzo posto, ma viene esonerato per preferire Ciro Ferrara, vecchia bandiera juventina, che con due panchine prima della fine della stagione porta sì la Juventus al secondo posto, ma questo anche per flessione del Milan. L’anno dopo la gestione di Ferrara si rivela infatti totalmente fallimentare e le cose non vanno meglio nemmeno dopo di lui. Anche con la Juve, a Ranieri non è stata concessa l’occasione di fare il suo lavoro e non è stato apprezzato per risultati che, a quanto pare, erano ben maggiori rispetto a quanto giudicato dalla dirigenza ancora una volta frettolosa e impaziente. Ranieri raccoglie ancora una volta le proprie valigie e prosegue. Arriva alla Roma nel 2009-2010, sostituendo Spalletti ormai alla fine del suo ciclo. La Roma fa una rimonta incredibile in campionato, ma proprio sul bello, in testa alla classifica, inciampa e lascia lo scudetto all’Inter di Mourinho che può nuovamente compiacersi di aver vinto umiliando non tanto solo sportivamente, ma anche umanamente, l’avversario. Proprio all’Inter le cose per Ranieri non vanno meglio. La squadra è ormai smantellata, senza capo né coda. Viene di nuovo esonerato per uno Stramaccioni che, tanto per cambiare, non farà meglio del suo predecessore. Siamo al Monaco, con la squadra che è in Ligue 2 (la “serie B” francese, per intenderci). Ranieri riporta subito i monegaschi nella massima serie, la Ligue 1, e guadagna subito un secondo posto. Sembra un déjà-vu. Il Monaco sta cercando di diventare una big europea e di vincere il campionato francese e Ranieri è chiamato a costruire. Anche qui, però, come al Chelsea, quando il Monaco decide di rivelarsi e di fare sul serio a tutti gli effetti, Ranieri viene mandato via per chiamare un Leonardo Jardim che in campionato fa addirittura peggio (terzo) di Ranieri e in Champions non lascia alcuna rilevante traccia della propria presenza. Oltre 10 anni. Oltre 10 anni di attesa per avere l’occasione mai ricevuta fin da quel Chelsea che aveva costruito per poi essere messo ingiustamente alla porta a discapito di chi, in base a potere mediatico e investimenti, ha tutto sommato fallito ogni obiettivo prefissato per cui Ranieri era stato giudicato incapace. Una incredibile prova di lungimiranza, dove però il tecnico romano non si è mai lamentato, non si è mai disperato e non si è mai lasciato scappare malelingue anche quando avrebbe in teoria avuto tutti i motivi per farlo. Adesso il Leicester è lì, partito come candidato alla retrocessione e con una quota per il titolo di 5000 a 1, a un passo dal titolo. La lungimiranza ha pagato. Non sarà come vincere in un sabato di Champions League (le finali di Champions League da qualche anno si disputano al sabato), ma io direi che vale molto, molto di più questo scudetto di 10 Champions League. Ma sarebbe una vittoria anche in caso di secondo posto… perché il lavoro è stato fatto non bene, ma alla grande!

Claudio Ranieri

Meditate su questa storia. Anche se non vi interessa il calcio, con questa storia ho voluto lasciarvi degli spunti sulla vita, per poter capire ciò che conta nella vita al di là dei soldi o del successo. Van Gaal, altro tecnico plurivincitore di qui e di lì, quest’anno al Manchester United sta facendo schifo rispetto agli investimenti onerosi di 330 mln di sterline. Il Leicester ha speso 1/10 del Manchester United ed è primo in classifica. Van Gaal, anziché ammettere le sue incapacità, ha trovato una ridicola giustificazione: “È facile acquistare i calciatori per il Leicester, molto più difficile trovare i giocatori adatti allo United”. Van Gaal non ha capito una cosa: puoi anche avere tutti i soldi del mondo, ma se sei un idiota rimani sempre un idiota. I soldi contano, ma non sono tutto nella vita e solo chi è veramente intelligente li sfrutta come si deve.

La società dei falliti

La mentalità scientifica con cui sono cresciuto mi ha aiutato molto, ma devo anche ammettere che spesso le cose non sono state affatto semplici, anzi. Lo scopo di questo articolo è quello di spiegare che non bisogna sentirsi dei falliti perché si hanno problemi. Molto spesso, chi ha problemi come di droga o alcol viene visto così. Di sicuro, non si può dire che stia facendo del bene a se stesso, ma quello che conta, nella vita, è rialzarsi ogni volta e riprovarci fino a quando si esce dal tunnel, senza colpevolizzarsi, senza pensare di non valere nulla. È qui la differenza con il vero fallito. Non siamo mai spacciati, a meno di non essere già arrivati al punto di non ritorno, finché una voce nella mente ci dice “avanti, provaci di nuovo”. Perché, come dice Rossella O’Hara nel film capolavoro “Via col vento”, sappiamo che “domani è un altro giorno” e possiamo ricominciare. La morte del nostro essere avviene quando non troviamo più la motivazione di rialzarci e riprovarci. La morte sta in coloro che mollano la presa, non vogliono faticare e avere tutto senza fare niente anche se non hanno determinati problemi. Ha molta più vita un povero drogato che continua la sua lotta piuttosto che un uomo ricco, sposato, di successo che si crogiola nel suo status! Ha molta più vita una persona che si sfoga nel cibo per disagi esistenziali, ma qualcosa dentro le dice “devo avere più rispetto per il mio corpo”. Nella nostra società, siamo bombardati da tante voci false che creano in noi degli idoli. Ecco che allora ci sentiamo falliti perché non apparteniamo a un canone di bellezza prestabilito, perché anziché vivere per bar e locali ci divertiamo a mangiare un panino con il partner su una panchina traballante alla cornice della strada dopo una estenuante ma gioiosa giornata a camminare. Così, le voci false ci fanno sentire dei falliti se non abbiamo un lavoro o se non vogliamo figli. Ma il lavoro ci toglie tempo libero, tempo libero che possiamo dedicare proprio ai figli, dunque il lavoro dev’essere esclusivamente un mezzo per guadagnare il pane con cui vivere (naturalmente, se si ama il proprio lavoro, il termine lavoro non ha ragione di essere). Non sono gli sbagli a fare di una persona un fallito. Quello che conta è essere pronti a rialzarsi, capendo dove e come si è sbagliato (senza essere recidivi!). Ho avuto a che fare con l’ultimo soggetto che voleva sminuire ciò ritengo alla base di una ottima vita. Sorvolando i toni offensivi che denotano una personalità violenta, mi rendo conto di come la gente viva con valori del tutto distorti, che non fanno mai assaporare il senso della vita: la semplicità e l’amore. Dove per amore non intendo solamente verso altri esseri umani, ma a livello globale. E quindi scopri che tu non hai nulla per cui sentirti inferiore e per cui sentire di fare una vita, testualmente, “di merda”. Guardi questa persona e la vedi comprare per gratificarsi, intraprendere un’attività spendendo vagonate di soldi e mollare dopo poco. La vedi vantarsi del lavoro, ma passa più tempo con i film pornografici e a perdere tempo in chiacchiere da bar che non hanno alcun fine costruttivo. La vedi strafogarsi di cibo ed essere gravemente sovrappeso, a ubriacarsi ogni volta in cui c’è la classica riunione conviviale perché “semel in anno licet insanire”… o qualcosa del genere! Allora capisci che il suddetto, a nemmeno 30 anni, si è già scavato la fossa. O forse ha inventato un nuovo modo di vivere al massimo dove più ci si masturba con i porno più si vince al jackpot. E come lui, ce ne sono tanti, senza necessariamente essere malridotti a tal punto.

Diciamo che, nel marasma delle difficoltà che ho affrontato, non ho mai perso i valori sani di semplicità e amore, tanto che rimango stupito quando danno del tirchio a un mio caro amico di oltre 10 anni che però ha il “vizietto” del caffè al bar, del ristorante ogni tanto mentre a me nulla di tutto questo serve, non sentendone il bisogno: preferisco mettere da parte quell’euro quotidiano per un viaggio in un posto di mio interesse e da cui posso imparare qualcosa di nuovo e positivo del mondo. Già, è proprio una vita “di merda” la mia, forse perché secondo una mentalità apparente ha senso sacrificarsi e faticare (se mai si faticasse e ci si sacrificasse!) per il lavoro o per la fama inseguendo nient’altro che idoli. La loro autostima dipende da quello che raggiungono. Io fatico per un nulla, si può dire, o per un pugno di mosche, ma questo pugno di mosche per me vale tutto perché dietro c’è l’amore, sentimento sconosciuto a molti. Dicono che sono maniacale nello sport, ma di mio so che in fondo non sono il primo della classe e mai lo sarò, anzi sono proprio una scamorza. Non mi interessa esserlo, non lo ero nemmeno a scuola, eppure diversi insegnanti mi stimavano a tal punto che ricordo il mio professore di lettere in italiano e latino. Ricordo questo professore con piacere. Era severo quando occorreva, ma il suo approcio era paterno. Quando mi dovetti trasferire dove abito ora, nella bergamasca, mi disse che, in classe, avevo qualcosa che nessuno aveva. E c’erano studenti con medie voti decisamente più alte della mia media. Non so dove adesso quel vecchio e caro professore. Le politiche della scuola cambiarono e lui si fece da parte rimanendo praticamente solo per la sua classe, la nostra, prima di andare via, mentre io ero andato via in tempo per non subire gli effetti del cambiamento. Però, i suoi insegnamenti mi sono stati utili e li metto in pratica ancora oggi.

Ho imparato che puoi anche non essere il primo della classe, ma finché in te ci sarà l’amore per quello che fai vivi già da leggenda. Così, non mi interessa se i miei risultati sportivi non saranno mai da olimpionico e nemmeno da campionato dell’oratorio, perché so che, annaspando e arrivando morto al traguardo con un tempo peggiore di quello di una lumaca, sto amando me stesso, mentre chi mi dà del maniacale, forse, sotto sotto invidia la mia capacità di faticare… per un pugno di mosche! Invito tutti coloro che si considerano falliti perché non rispettano i condizionamenti sociali a chiedersi se amano e se vivono con semplicità. Se ciò avviene, nessuno potrà minare la nostra autostima sminuendoci. Anzi, se uno non si scoraggia, vedrà i propri raccolti sulla distanza, in quella che mi piace definire come la maratona della vita. Basta vedere il confronto con i miei compagni del liceo. Loro, così perfetti e già segnati a una vita da bravi ragazzi, che sopravvivono in questo mondo alla meglio che possono, magari con i sacrifici che tutti devono prima o poi fare. Per me invece è già incredibilmente meraviglioso essere libero di correre, senza essere ingabbiato dall’apparenza o da una vita da zombie, cioè di persone che iniziano ogni giorno per arrivare alla fine e cercare disperatamente di raggiungere quegli obiettivi che considerano necessari per la felicità (la carriera, i figli, l’amore di coppia), senza capire che tutto questo ha senso solo quando ci migliora concretamente e non ne siamo dipendenti.

Non so se le mie parole avranno fatto comprendere il senso della vita ai miei esigui lettori. Mi è venuto da scrivere queste parole perché so che, tra loro, ci sono persone con problemi, che nella vita di tutti i giorni, a scuola o al lavoro, nei rapporti sentimentali, si sentono dei falliti perché “diversi”. Allora ho pensato di condividere questo mio pensiero, senza l’aspettativa di venire capito perché certamente un pugno di mosche non vale quanto un buon lavoro, un alto rango sociale, la promozione o la vittoria al campionato del mio cane che non ho. E i veri falliti sono coloro che dipendono da tutto questo per sentirsi realizzati. Per risalire la china, ci vuole una gran voglia di vivere, perché sarebbe un peccato sprecare l’occasione di coltivare ciò che si ama. E lo dico per esperienza, non dall’alto di chi è “arrivato”. Lo dico dopo essere partito anche io, come altri, da ultimo. È come una “voce” interiore, che a un certo punto si fa sempre più forte. Non è rivalsa e non è vendetta, ma una forza che ti spinge a non gettare via la vita perché c’è sempre qualcosa per cui ne vale la pena.

La motivazione dell’amore
Studiare per la vita… come fare?

La ciotola di cibo

Di cos’ha bisogno l’essere umano per essere felice? Del lavoro? Dell’amore di coppia? Della famiglia? Dei figli? Della carriera? Del successo (in ogni campo che volete)? Della laurea (o scuola)? Di Dio? Del sesso? Della magrezza? Beh, se rispondete che avete bisogno di almeno uno dei detti elementi, avete fallito il test. Se dite che ne avete bisogno, siete degli idolatranti e avete fallito il test. Ogni volta in cui si dice di aver bisogno di qualcosa per essere felici, si ha un idolo. E se non avete il lavoro, piuttosto che i figli, dovete essere infelici? Siete così asserviti al vostro idolo da accettarlo ciecamente, senza sottoporlo a critica? Vuol dire che vi fate incatenare per riuscire a sopravvivere, anziché vivere: vi fate incatenare dal vostro idolo per ricevere la ciotola di cibo con cui sopravvivere. Non vivete asserviti al vostro idolo. Così facendo, non fate altro che vivere come dei drogati. Quando non c’è la droga, andate in crisi di astinenza. E quando c’è, ne rimanete assuefatti. Se non l’avete e qualcuno ve la dà, ne rimanete riconoscenti, ma non rinascete esistenzialmente perché chi vi dà la dose non vi sta affatto aiutando, bensì sta fomentando la vostra dipendenza. Essere felici non vuol dire laurearsi o trovare un partner, ma coltivare i propri oggetti d’amore con l’obiettivo di migliorarsi ogni giorno di più, senza essere dei vecchi che non ci provano mai o abbandonano perché non vogliono faticare, scegliendo magari delle scorciatoie che poi tornano contro con gli interessi. Essere felici vuol dire saper risalire la china per vivere meglio, non per il bisogno di rivalsa. Essere felici vuol dire arrivare ultimi dopo aver dato tutto se stessi e gratificarsi della fatica compiuta, non primeggiare per sentirsi forti. È questa la vera leggenda, non l’idolo. Non accettate la ciotola di cibo e non fatevi incatenare, ma faticate e lottate per cacciare liberi nella foresta.

Idolo

Eroi o masochisti?
Una vita in catene

Il romanticismo (moderno)

Il mio primo approcio al romanticismo è stato in quarta liceo, con Foscolo. Mi rivedevo in lui. Le sue peripezie sentimentali, il suo continuo errare senza mai trovare un luogo in cui fermarsi, lontano dalla sua Zante, l’immortalità dovuta all’arte, la lotta contro le ingiustizie (Foscolo, una volta, aveva aperto le porte di un ghetto ebraico perché trovava ingiusto una simile discriminazione) erano tutto ciò che sentivo già mio e quindi Foscolo impersonificava il mio essere. L’ho adorato e ho cercato di imitarlo in poesia. Condividevo anche la sua mentalità atea e razionalista, anche se lui non era propriamente del tutto non credente (era pur sempre figlio della sua età) a differenza mia che ho sviluppato un ateismo puro (sono pur sempre figlio della società moderna e della meccanica quantistica). Il mio scopo era quello di diventare il “romantico del 2000”. Una mia vecchia amica, che leggeva le mie poesie con attenzione e voleva farmi da editrice (sogna, sogna!), diceva che ero “l’ultimo dei romantici”. In realtà, non ho fatto nulla di nuovo sotto il sole, anche se ho raggiunto il mio obiettivo di essere il romantico del 2000 (per inciso, è una definizione data da altri e che ho accettato con un po’ di orgoglio). Leggete queste parole di Richard Feynman:

Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: “Guarda com’è bello”, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: “Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita”, e, allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. Il fatto che i colori dei fiori si siano evoluti per adescare gli insetti impollinatori, ad esempio, è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E allora uno si chiede: il senso estetico dell’uomo vale anche per le forme di vita inferiori? Perché è estetico? Domande affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati da un fiore. La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.

Ecco, è questo che intendo quando parlo di romanticismo del 2000. La scienza non annulla la bellezza di ciò che ci circonda, ma ci permette di apprezzarla di più, esattamente come la ragione non annulla i sentimenti ma li indirizza in senso positivo. Quando osservo il cielo stellato, il mio pensiero non si limita a un “wow, che bello”. No, è questo che vado a pensare:

“Laggiù, si desta, a nord, l’orso che viene
inseguito dal carro: danno grazia
alle sette sorelle, ma una nasce
gemellata e, compagne unite, danzano
nel loro moto di equilibrio ai più
sconosciuto. Non scorgo civiltà,
ma furiose tempeste nucleari
che generano vita. Non soltanto
l’elio, ma fino al carbonio, al magnesio,
e al ferro, poi il silicio e il nichel: siamo
figli di stelle. Non discerno in dio
il principio, se vi è, ma siete meno
sibilline di quando vi evocai
un lustro indietro. […]”

Il mio amore per la scienza mi permette di approfondire di più. Le stelle non sono solo dei puntini brillanti nello spazio, ma un mondo dove nulla è come sembra a uno sguardo superficiale, tutto da scoprire e di cui meravigliarsi. L’Orsa Maggiore, che noi vediamo come sistema di sette stelle, in realtà nasconde una stella binaria di cui in pochi sanno. E le reazioni nucleari delle stelle sono ciò che ci ha creati, altro che un dio barbuto che dice cosa è giusto e cosa no. “Beauty is truth, truth beauty” citava John Keats in Ode on a Grecian Urn (“verità è bellezza, vera bellezza”). È questo il senso della scienza.

Ugo Foscolo

I romantici dell’ottocento erano figli del loro tempo. La loro vita era decisamente più breve di quella di oggi, quindi tendevano alle “nobili imprese”. Oggi non è più così. Oggi, ognuno di noi può aspirare a vivere anche fino a 100 anni se segue uno stile di vita corretto ed è mentalmente equilibrato. Il romanticismo di oggi è vivere ogni giorno al massimo, il più a lungo possibile poiché ne abbiamo i mezzi, dove per massimo si intende amare le persone che ci stanno accanto, coltivare i propri interessi dedicando tempo, costanza e conoscenza. Ma sempre di vivere al massimo si parla. La sfida sta nel sentire il proprio corpo e vedere fin dove può arrivare correndo, se si può migliorare il proprio tempo nei 10 km di un minuto piuttosto che di 2 secondi. La vita è un continuo ricercare la sfida per migliorarsi e per divertirsi di più. È questo il romanticismo del 2000, che comunque è figlio di quello dell’ottocento. Non bisogna credere che il romanticismo di quell’epoca fosse tanto diverso da oggi. Quei poeti, a mano a mano, avrebbero sviluppato l’ambientalismo moderno. Le loro critiche erano le stesse di quelle che noi facciamo verso la società e la disuguaglianza sociale. Ode to the West Wind di Shelley, The Chimey Sweeper di Blake, tante opere di Foscolo… vertono in questo senso! Non fate l’errore di credere che il romanticismo sia essere completamente asserviti a un ideale, perché questa è una visione banale e semplicistica. Come detto, il romanticismo dell’ottocento deriva da una vita più breve, ma le tematiche tutt’altro che obsolete! L’errore degli umanisti, tante volte, sta qui, cioè nel credere che tutto dev’essere come secoli fa. Ma i tempi cambiano e il romanticismo si deve riadattare. Altrimenti è inutile e diventa un puro stile retorico, una emulazione da cattedra che non lascia il segno.

Perché è bello scrivere
Studiare per la vita… come fare?