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Il calcio di una volta che non c’è più

Da ex tifoso di calcio, seguo ancora quello che avviene nell’ambiente. Da qualche tempo simpatizzo, giusto per sola passione e curiosità senza tifo, competizioni più “tranquille”. Ad esempio, apprezzo il calcio scandinavo perché c’è molto calore e gli stadi sono gremiti, anche se piccoli, ma non ci sono le polemiche che conosciamo nella nostrana Serie A. Certo, il livello non è eccelso e sono finiti i tempi del magico Idrottsföreningen Kamraterna Göteborg, noto anche semplicemente come IFK Göteborg e che vinse due Coppa UEFA negli anni ’80. È proprio questo il punto: non esiste più il calcio di una volta, quello che permetteva a un Hellas Verona di vincere lo scudetto o al Vicenza di arrivare in semifinale di Coppa delle Coppe “rischiando” pure di fare l’impresona di arrivare in finale.

Il “calcio business”

Contrariamente alla demagogia di alcuni, trovo giusto che i più grandi campioni prendano tanti soldi. Siamo noi a volerli vedere giocare e hanno indubbiamente non solo una genetica fuori dal comune, ma sono anche sottoposti a stress, fatica e infortuni per cui lo stipendio è una specie di “assicurazione”. Che poi ci sia tanto talento sprecato (vedi Adriano o Gascoigne), è un altro discorso. Il problema è che, come al solito, il troppo stroppia. Prendiamo la Champions League, che letteralmente significa “campionato dei campioni” (in parallelo alla vecchia Coppa Campioni): con la futura introduzione della Superlega (chiamiamola così, è ridicolo continuare a chiamarla Champions), di fatto la meritocrazia di uno scudetto vinto non esisterà più, lasciando che siano 20 squadre dei primi campionati europei a qualificarsi direttamente ai gironi. Per carità, se vogliono fare una Superlega che la facciano tra di loro, ma è evidente che dietro non ci sia lo sport e non ci sia il tifoso, ma solo ed esclusivamente il business e il mantenimento di un’élite. Il motivo per cui l’idea delle superleghe da noi non ha senso l’ho spiegato qui. Per quanto riguarda il business, è giusto che anche lo sport chieda un ritorno economico, ma quando l’economia è il diretto interesse… beh, a mio avviso, non è più sport e ci si prostituisce e basta. Per capirlo, è sufficiente considerare il fatto che nell’attuale Europa League si vedono molti più campioni nazionali rispetto alla Champions League, e infatti ogni tanto, quando penso di avere interesse, preferisco vedere proprio l’Europa League. Non ti chiami Chelsea o Barcellona, ma parliamo di squadre che hanno vinto il proprio campionato nazionale. Che poi ti chiami Canicattì o Bursaspor poco importa: è giusto che, se di Champions League si tratta, siano i campioni nazionali ad affrontarsi tra di loro, altrimenti diventa un’altra cosa. Poi possiamo trovare un compromesso per far partecipare anche le seconde classificate dei maggiori campionati (come avveniva nella seconda metà degli anni ’90), in modo da avere Real Madrid e Barcellona insieme, Manchester City e Chelsea insieme. Ma non ci sarebbe una Superlega. Il paragone con l’NBA americana non esiste. Gli Stati Uniti hanno una cultura diversa e un sistema che, strana o meno che sia, funziona e premia davvero i meritevoli. L’ho spiegato nell’altro articolo, leggetevelo e capirete cosa intendo.

Il Vicenza che vince la Coppa Italia nel 1996/1997

Io penso che sia giusto vedere Legia Varsavia e Ludogorets in Champions League. Hanno vinto il loro campionato nazionale e, in quanto campioni nazionali, meritano il diritto di giocarsela con le maggiori potenze, a maggior ragione se vediamo che figuracce fanno le nostre terze ai preliminari di Champions o le quarte in Europa League (chi ha parlato della sconosciutissima banda israeliana che ha fatto bottino pieno contro l’Inter quest’anno?). Sono squadre ridicole? Vero, ma sono pur sempre campioni e si sono meritate la partecipazione. Altrimenti, verrebbe meno il senso di una Champions League nel senso più puro del termine. E chi dice che non possano crescere? Arrivare a qualificarsi vuol dire guadagnare soldi, e più si va avanti più si beccano soldi. E guadagnare soldi vuol dire potenzialmente crescere! Ma forse il problema è proprio questo: la torta se la vogliono spartire solo determinati club, anche se sul campo non hanno meritato un bel nulla. Il Manchester United è uno dei club più ricchi e seguiti al mondo, ma i risultati recenti dicono che non fa figure migliori dell’Inter. Purtroppo, questo andazzo pare essere generalizzato. Pensiamo al basket, dove è nata la nuova Eurolega di fatto a numero chiuso e a cui ha aderito Milano (con la naturale e prevedibile conseguenza di fare figuracce su figuracce su figuracce), e in parallelo è stata istituita una Champions League un po’ strana formata da “secessionisti”. Oppure la porcheria del Mondiale a 48 squadre di Infantino. Che senso ha un Mondiale a 48 squadre? Non è un’apertura, è infatti evidente che più partite voglia dire più diritti televisivi da vendere e più soldi in generale. Se veramente fosse un’apertura, trattandosi di Mondiale, e che dunque coinvolge tutti i continenti del pianeta, perché fino ad oggi l’Oceania non ha mai avuto un posto garantito? L’Australia ha dovuto emigrare in Asia per avere più opportunità. Prima di parlare di un Mondiale a 48 squadre, quindi, perché non discutere di questo aspetto?

L’invasione orientale

Diverse squadre sono di proprietà asiatica. Il Leicester, fresco campione d’Inghilterra, è di proprietà thailandese. Il Manchester City appartiene agli emirati, mentre l’Inter è cinese e il Milan comunque credo che apparterrà a Berlusconi fino alla morte di quest’ultimo (ma ora l’argomento non sono le azioni narcisistiche del nano). Per quanto mi riguarda, il problema non sono cinesi o arabi, ma la gente senza scrupoli. E questi sono anche occidentali, vedere infatti la Red Bull che, per business e successo, acquista sciami di squadre, cambiando nome sociale, colori sociali e nome allo stadio, il tutto per promuovere (giustamente) l’azienda e non (ingiustamente, capite l’antitesi) il club. Tuttavia, è facile accanirsi contro arabi, cinesi, produttori di bibite dal sapore di una medicina. Forse che la Juve, da sempre legata al marchio FIAT, faccia diversamente? Eppure da sempre il nome degli Agnelli accanto a quello della Juventus è sempre stato accettato. Singolare poi la contestazione dei tifosi del Bayern Monaco che si scagliano contro il “calcio moderno”, dimenticando che il loro club è proprio uno dei promotori di questo tipo di calcio, con il loro club strettamente legato all’Allianz (da qui il nome dello stadio). Certo, l’Allianz è un’azienda della Baviera, ma il risultato è sempre lo stesso e di “tradizionale”, al Bayern di oggi, c’è ormai sempre meno, con i guai dei soci a capo ben noti. Come detto, si dovrebbe invece contestare la mancanza di etica e la gente senza scrupoli che investe. Cito il caso del Pavia Calcio, acquistato dai cinesi. E, una volta che i cinesi si sono stancati, con i soldi che nel frattempo hanno guadagnato si sono dileguati e il Pavia Calcio è stato lasciato fallire.

Il business del calcio inglese

Quando si parla di calcio business, è facile pensare all’Inghilterra, con le sue spese faraoniche che mangia tutto il mercato. A mio parere, chi guarda in questa ottica il calcio inglese non ha capito come veramente riescono (gli inglesi) ad essere così ricchi. Gli inglesi sanno vendere molto bene ai mercati esteri, creando una potente macchina del consenso, anche nei paesi poveri dell’Africa. Il meccanismo e gli stratagemmi, che non riguardano solo il calcio, sono complessi. In sintesi, vende di più la maglia del Tottenham o del Leicester rispetto a quella della loro nazionale! I paesi concorrenti non hanno capito che non basta giocare due partite in Asia per vendere bene. Non funziona così. Ci vuole un sistema che generi la fiducia e, in questo, gli inglesi sono abilissimi (e lo fanno, come detto, non solo con il calcio). Se avete visto la Supercoppa Europea del 2019 (Liverpool-Chelsea), capirete benissimo quello che intendo per macchina del consenso. I nostri poltronieri si fanno i complimenti da soli per aver strappato un accordo per giocare la Supercoppa Italiana in Cina, quando in realtà hanno preso solamente le briciole. Le finali e le partite importanti del calcio inglese si giocano a Wembley, eppure all’estero vendono tantissimo! Abbiamo copiato anche il cosiddetto “spezzatino”, cioè le partite su più giorni e ad orari diversi. Ma la cosa, da noi, è risultata indigesta ai tifosi. Lo “spezzatino” serve per vendere meglio le partite, ma una partita vende bene se hai creato consenso e le squadre prendono compensi in modo equo. Il club ultimo in classifica, nel campionato inglese, è sempre ricchissimo! In Italia, siamo abituati ad avere le cosiddette big che si prendono tutto e niente agli altri. Se notate, quando il campionato italiano era considerato il migliore, anche le provinciali come il Vicenza erano temibili! Attenzione a non capire male il discorso. Il modello del calcio inglese, piacevole o meno che sia, non c’entra nulla con le recenti malsane idee della Superlega. La maggior parte dei club inglesi è contraria a questa assurda pseudo-riforma. La loro abilità è stata quella di rendere appetibile, e pertanto ricca, anche una squadra di Serie B (ovvero la Championship). L’Italia non è riuscita a tenere il passo con i tempi, ancorata agli anni ’90, e foraggia i pochi a discapito dei molti. È per questo che lo “spezzatino”, in Inghilterra, non è affatto indigesto. Anche per copiare ci vuole intelligenza! Può sembrare un sistema opportunistico, e in parte lo è, ma secondo me c’è da imparare. Non è vietato che il calcio sia business ma, affinché il business funzioni bene, bisogna creare l’ambiente adatto e coinvolgere tutti gli ingranaggi. Se solo una parte dei coinvolti ha un profitto, il sistema salta. Il calcio inglese, pur non vincendo il Mondiale, continua a dominare. A loro non serve che la nazionale vinca il Mondiale!

La soluzione

La soluzione allo schifo che circola è una, semplice, efficace, e che fa capire bene agli Infantino o Tavecchio di turno che così non va: non seguire ciò che non piace. Sento spesso “appassionati” lamentarsi degli arbitraggi, delle caste, del “calcio moderno”. Però sono sempre lì a farsi l’abbonamento a Mediaset Premium, salvo poi ovviamente criticare la pessima telecronaca. Ma allora, sotto sotto, non è che in realtà questi soggetti provano invidia per quei “potenti” che tanto disprezzano? Se certe cose fanno schifo e non piacciono, perché continuare a drogarsi? Non sarebbe meglio dedicarsi a qualcosa di più piacevole e appagante? Ma, sigh, alla fine il calcio è sulla stessa scia del panem et circenses degli antichi romani: per quanto “crudele” e “ingiusto”, non ne puoi fare a meno e serve per tenerti assuefatto per non pensare che stai solo sopravvivendo nella vita di tutti i giorni. D’altronde, se stiamo con un partner che ci maltratta, come verremmo definiti se non lasciassimo quel partner? Masochisti. E se poi la tua squadra vince, non importa se tua moglie ti ha messo le corna, non importa se domani a lavoro sarai la solita nullità: la vittoria della tua squadra ti dà l’illusione di essere stato tu a vincere per immedesimazione, quando invece sono i giocatori ad aver vinto e a essersi incassati il trofeo e i soldi mentre tu domani dovrai sempre alzarti al mattino presto e farti le ossa a lavoro con paga da schiavo e umiliazioni.

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