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Imparare ad essere ultimi

Anche questo maggio 2017 è un maggio atipico. Mi aspetta un fondo lento di 12 km. In nottata, ho dormito poco e male. Fuori fa freddo, non sembra per niente primavera. Piove e non mi va di uscire. Poi però vinco la “sindrome da moribondo” e decido di uscire e, come per ripagarmi per essere uscito, sento il ritmo incredibilmente facile. Probabilmente è anche merito delle ripetute di queste ultime settimane. Certo, per molti un lento di poco inferiore a 6’/km è un ritmo decisamente da tapascione, un “bottom” che corrisponde al riscaldamento di un atleta di caratura mondiale, ma a me non importa e sono gratificato dai miglioramenti. Il fisico tiene, ha imparato ad avere più resistenza e il fiato si è molto più allenato. È inutile negarlo, correre mi ha permesso di avere una maggior spiritualità nei confronti della vita. Perché, quando corri, devi correre e basta. Non hai una bicicletta che ti tiene su e non hai l’acquaticità che, con la tecnica, ti permette di sottoallenarti facendoti credere il contrario. No! Quando corri, corri e basta. E anche quando non ti va, o corri o molli. Ed è proprio per questo che è ancora più bello quando riesci a correre anche quando ti inventi 1000 mila problemi e malanni per non uscire a fare la sgambata.

Tutti partiamo ultimi. Io sono partito ultimo, in veramente tantissime cose dove ho dovuto anche fare il doppio della fatica rispetto ad altri. Ed è partito ultimo anche il più grande campione. L’importante è che non ce ne dimentichiamo, apprezzando quello che viviamo e avendo la voglia di andare sempre avanti.

Quando si scende dalla giostra

Fra gli insegnamenti più importanti che la corsa mi ha riservato, c’è quello di capire il valore di non buttarsi giù quando si arriva ultimi, perché è proprio da qui che si risale la china. D’altronde, anche i più grandi campioni, per arrivare ai loro livelli hanno dovuto imparare e quindi sono per definizione partiti ultimi. Chiamatela pure una rivisitazione del famoso detto decoubertiano “l’importante è partecipare”, ma il senso è in realtà ben diverso. Chi si bea dei suoi successi e delle vittorie non ha capito nulla dalla vita, perché troverà sempre chi è più forte di lui e gli farà mangiare la polvere. Oppure, si limiterà a primeggiare solo con chi è più debole, avendo quella sicumera di sentirsi forte. D’altronde, la mia risposta standard a chi impara le arti marziali per darle al criminale da quattro soldi è che, se voglio fargli capire chi comanda, gli sparo. Poi, chissà perché, partono svariate elucubrazioni dicendo che si parla di chi cerca di derubarti, che è “ovvio” che chi ti vuole davvero ammazzare non si ferma chiacchierare… insomma, alla fine il senso è che si china comunque la testa davanti a chi è più forte e il bullo viene ricacciato a zero!

Rimango sempre un runner mediocre, che corre come una scamorza e tapascione quasi fiero di esserlo. E questo pur consapevole di essere messo meglio rispetto alla maggioranza dei miei coetanei (ancora 30enni!) che al massimo corricchia 30′ con il walkman. Ma a me non importa, per me è normale, per me conta che sto amando ciò che sto facendo. Guardo con ammirazione campioni come Bekele o Kipchoge e sono felice di dare il massimo quando esco per quei 10 km striminziti. So che il mio corpo funziona bene, che posso fare un fondo lento e il giorno dopo sono già pronto per una serie di ripetute. Ecco, questo mi rende felice e realmente consapevole delle mie capacità. Perché non dimentico mai i miei primi tentativi di correre, quando arrivare a fare 45′ senza smettere a passo da jogging a 10 km/h era un successone. Non dimentico quando ho dovuto ripartire da capo dopo alcuni mesi di fermo e gli infortuni che ho patito per riprendere la forma fisica. So che posso fare di meglio e mi impegnerò a lanciare sempre il guanto della sfida, ma sono già felice così. La fatica mi ripaga con dei mediocri risultati in termini assoluti, ma che per me diventano ogni giorno una specie di record. E quando mi riguardo indietro, mi dico che sono qui perché sono partito ultimo. Chi dimentica di essere stato ultimo almeno una volta nella vita, poi si ritroverà spiazzato quando dovrà scendere dal trono. E questo accade a tutti, prima o dopo. Nessuno n’è immune. Il calciatore che in quei 15 anni guadagna milioni si ritira e nessuno lo ricorda più se non negli annali, ma poi i decenni passano e tutti se ne dimenticano. Chi ha un quoziente intellettivo di 170 viene superato da chi ha 180 e, se contrae una malattia neurodegenerativa, il quoziente intellettivo va a farsi friggere e non serve più a niente. Chi corre la 10 km in 34′ si becca un infortunio tosto e non riesce più a tornare ai suoi vecchi livelli. E così via! Non sto gufando, se è questo che state pensando. Mi basta vedere quanto è crollato José Mourinho quando i suoi metodi per così dire poco diplomatici hanno iniziato a non funzionare più e ha dovuto farsi un bel bagno di umiltà per rimettersi in carreggiata. Il senso è che, se eccellete in qualcosa, dovreste essere già grati perché avete l’opportunità di coltivarla, a prescindere dal successo. Io d’altronde “ringrazio” ogni volta in cui finisco un allenamento senza infortunarmi, rispetto a chi deve a tutti i costi raggiungere certe prestazioni e poi si scassa. Non mi risparmio mai, e non mi si vedrà mai correre con il walkman. Semplicemente, non ho dimenticato cosa vuol dire essere ultimi.

I samurai del calcio giapponese

Uno dei tanti esempi che trovo significativi per spiegare questo insegnamento è il Giappone ai Mondiali in Russia del 2018. Avanti 2-0, si fanno prendere sul 2-2 dal Belgio. All’ultimo minuto, anziché fare melina per arrivare ai supplementari, cercano il terzo gol. Non lo trovano, ma trovano la beffa ed escono agli ottavi. Dopo un attimo comprensibile di abbattimento, i giocatori nipponici vanno verso la curva dei loro tifosi e fanno un inchino. Alla fine, lasciano gli spogliatoi anche più puliti di prima, con un biglietto che dice “grazie”.

Il Giappone ha tanti difetti, ma la loro Nazionale di calcio, in questo caso, ha dimostrato cosa vuol dire mantenere la propria dignità e accettare la sconfitta. Tutto questo mentre la Germania (vedi anche “La motivazione dell’amore“), all’opposto, è uscita ai gironi tra l’arroganza e le polemiche. I giapponesi non solo non hanno distrutto nulla come fanno molti italiani, ma hanno ripulito lo spogliatoio come un gesto del tutto normale. Quello che hanno fatto i giapponesi dopo la sconfitta agli ottavi contro il Belgio non è solo un esempio di sportività, ma di vita, che vale in tutto ciò che facciamo. Il vero vincente è chi sa prima di tutto perdere e sa che è sempre partito ultimo prima diventare un “campione”. Ricordatevelo sempre. Anche se raggiungete grandi traguardi, prima di arrivarci eravate ultimi e questo non va mai dimenticato per poter vivere davvero bene la vittoria.

La società dei falliti

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