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Rio 2016, lo sport non è in Italia

È finita. Con la cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi, sono terminate le grandi manifestazioni a Rio de Janierio per le Olimpiadi e per le Olimpiadi parallele (Paralimpiadi, appunto), queste ultime riservate agli atleti disabili. Mentre mi è piaciuto che la cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi abbia visto, tra i tanti musicisti, la partecipazione di Andreas Kisser dei Sepultura che, quando ha intonato Refuse/Resist, ha fatto scattare la bolgia del Maracanà, ho subito fatto delle riflessioni. Mi sono domandato: ma l’Italia come si è comportata? Tutti la elogiano, ma c’è ragione per l’elogio o è il solito condizionamento con cui ci vogliono far credere qualcosa che non è? Beh, nulla nega la capacità dei singoli che hanno ottenuto medaglie, ma alle Olimpiadi l’Italia è tornata a casa con un mesto 0 negli ori delle discipline atletiche. Meglio alle Paralimpiadi (vedi la Caironi nei 100 metri), ma il risultato è stato un nono posto sia alle Olimpiadi che alle Paralimpiadi. Non ingannino le 39 medaglie delle Paralimpiadi, perché le medaglie alle Paralimpiadi sono molte di più rispetto alle Olimpiadi. Certo, i nostri connazionali alle Paralimpiadi hanno vinto più medaglie rispetto a Londra 2012 e rispetto alle Olimpiadi di quest’anno, ma siamo pur sempre in una posizione mediocre, sempre alle spalle dei big. Non nego il fatto che dagli atleti paralimpici si sia visto un maggior impegno rispetto ai colleghi normodotati e che il movimento paralimpico italiano ha fatto progressi negli ultimi anni, ma globalmente siamo sempre su livelli mediocri. Qualcuno dice che non ha senso fare il confronto con certi paesi perché sono più grandi, hanno più popolazione, ma la tesi non regge neanche per sogno. Altrimenti, perché la Gran Bretagna, con una popolazione paragonabile a quella dell’Italia, è arrivata seconda nel medagliere delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi pure? L’Australia, alle Paralimpiadi, si è classificata quinta, mentre alle Olimpiadi ci è arrivata alle spalle, decima. Ma se fosse vero che è questione di popolazione, non si spiega come mai l’Australia abbia guadagnato 8 ori e una medaglia in più in totale alle Olimpiadi su una popolazione di un terzo rispetto all’Italia, ovvero una medaglia per 790 mila abitanti circa contro una medaglia per 2 mln circa dell’Italia. Evidentemente, qualcosa non funziona. Non è questa la spiegazione. La Germania e la Francia hanno 42 medaglie entrambe e la Francia ha una popolazione di 66 mln di abitanti circa, più o meno quanto l’Italia, contro gli 80 mln circa della Germania. Non funziona proprio la proporzione, è cannata in pieno la teoria.

La vera spiegazione

La vera spiegazione sul perché l’Italia non vada bene alle Olimpiadi e alle Paralimpiadi è dovuta a un fatto di cultura sportiva: noi italiani non ne abbiamo. Siamo un popolo dove lo sport non è incentivato e quindi in pochi lo praticano, oppure ci si dedica a discipline di nicchia. Il sovrappeso e l’obesità dilagano e l’Italia ha tristemente un problema di obesità infantile dove le regioni del sud sono quelle messe peggio (ma non doveva essere colpa dei fast food?). Statisticamente, meno persone che praticano sport significa avere un serbatoio minore di potenziali campioni alle Olimpiadi o alle Paralimpiadi. Gli Stati Uniti, checché se ne dica sui loro grassi hamburger, incentivano molto di più lo sport dando anche ad atleti che non arriveranno mai nell’NBA, per dire, una borsa di studio al college per meriti sportivi. Il Regno Unito, in modo giusto o sbagliato che sia (gli sport che non decollano non ricevono finanziamenti), ha speso tanti soldi nello sport, aumentando il proprio serbatoio. Sì, poi ci sarà sempre chi si riempe di birra e fish and chips, ma è una questione di grandi numeri. Su 10 abitanti britannici, 5 si riempono di birra e fish and chips, 4 praticano sport e 1 solo è magro e sedentario. In Italia, 3 si riempono di porcherie, ma 6 sono i magri che non praticano sport e solo 1 pratica sport. Risultato? L’Italia perde molti potenziali campioni, appunto. Sia chiaro, l’Italia ha tradizione in discipline come il volley o la scherma, ma perde nella globalità delle discipline, specialmente in quelle atletiche dove non andare bene per me è vergognoso. Del resto, anche quando vedo qualcuno che si cimenta in qualche forma di sport, non è raro che incontri cicloamatori con medie da passeggio o improvvisanti runner con berretto e sciarpa quando fa freddo. E certo, se no poi viene un malanno. Peccato che chi fa così è il primo ad ammalarsi (*). Insomma, dove vogliamo andare, sportivamente (e non solo) parlando, in un paese che pensa di fare sport con la zumba? Dove vogliamo andare, sportivamente (e non solo) parlando, in un paese dove c’è chi va fiero di praticare lo sport sul divano? Mi raccomando, poi, bevetevi gli elogi dei media.

* Accade perché, quando si suda e si porta una sciarpa pensando di proteggersi dal freddo, una volta che l’allenamento finisce, il sudore “ristagna” lì e, togliendo di colpo la sciarpa, si raffredda. Risultato? Un bel malanno. Non dico che bisogna correre nudi a -10 gradi, però… riflettete sulla fobia di chi esce a correre conciato come un eschimese.

Nel 2018, dopo 39 anni (!), Filippo Tortu ha battuto il record italiano di Mennea sulla 100 m. I media hanno subito iniziano a elogiarlo come un fenomeno. Beh, sicuramente Tortu ha qualcosa in più rispetto a agli altri, però resta sempre un record di livello nazionale, ben lontano dai migliori al mondo. All’epoca di Mennea, i mezzi per allenarsi erano tecnologicamente inferiori e Mennea era un campione mondiale. Compimenti a Tortu, ma è sempre tutto circoscritto ai confini italiani. Lo so che faccio il solito guastafeste, ma questa è la realtà. L’impegno di Tortu è sicuramente apprezzabile, ma come al solito i nostri media sono abili a nascondere le realtà negative. Per loro, battere Mennea è un punto d’arrivo, quando invece dovrebbe essere una (ri)partenza per riportare in alto l’atletica italiana. Stiamo parlando di un record nazionale che non veniva battuto da due generazioni, mentre altri paesi sono andati avanti. Come però lo stesso Tortu ha fatto capire, i nostri governanti non hanno alcuna volontà di operare in questo senso. La mosca bianca (ora è Tortu, ma vale per chiunque altro come lui) continua a fare il suo, ma l’atletica italiana rimane complessivamente nella mediocrità.

Essere sportivi o atteggiarsi?

Quando parlo di avere la cultura dello sport, non intendo le persone che si atteggiano. C’è una differenza enorme tra chi fa davvero sport e chi si atteggia, magari preso dalla risonanza mediatica di programmi bufala come Oltre il limite. Di certo non è sportivo chi fa quel po’ di cardio in palestra! Paradossalmente, da noi c’è tanta gente che si atteggia a fare lo sportivo, senza però esserlo. Gente che acquista cardiofrequenzimetri o cianfrusaglie varie, che installa decine di app o spende migliaia di euro per la bicicletta elegante e leggerissima, ma che poi non sa usare o fare nulla. Si deve “far vedere” di essere sportivi, ma quando si tratta di impegnarsi e capire quello che si sta facendo non rimane quasi nessuno. E per favore, non menatemela più con la storia che non posso fare paragoni con gli altri paesi. Passino gli americani e la Cina, ma paesi più o meno equivalenti a noi sono sempre davanti e l’Australia ha vinto a Rio 2016 una medaglia in più con 1/3 circa degli abitanti italiani. E se vogliamo andare fino in fondo, considerando anche gli italiani all’estero ne usciamo numericamente ancora peggio. Un paese dove non c’è la cultura dello sport è un paese che non può avere successo nello sport. Semplice. Voglio ricordare che l’Italia arrivava terza nel medagliere alle Olimpiadi di Roma del 1960, dietro soltanto a Cina e Stati Uniti. Negli anni ’80, c’erano dei grandi campioni come Panetta, Antibo o Mennea. Il record europeo sui 200 m appartiene proprio a Mennea e dura dal 1979. Sulla 10000 piani, il record nazionale è di Antibo ed è anch’esso imbattuto dal 1989. Oggigiorno non c’è praticamente nessuno di quei livelli, di un Panetta o Mennea, proprio perché c’è un serbatoio da cui si deve raschiare il fondo per trovare qualcosa di decente e presentabile alle competizioni internazionali. La cosa preoccupante è che gli altri paesi, tra quelli più forti e non, riescono in generale a progredire rispetto agli anni indietro, mentre l’Italia arretra. Il livello nazionale di oggi corrisponde a quello regionale degli anni ’70 e ’80. Ah già, dimenticavo che l’Italia ha pure mancato i Mondiali di calcio in Russia del 2018. Giusto, ma infatti la mancanza di cultura per lo sport in Italia va di pari passo con un paese che va allo sbando a livello globale.

Il (mancato) ruolo della scuola

La vera istituzione che può riportare in alto l’atletica italiana è la scuola. Mi ricordo che, quando ero giovane, si facevano i giochi della gioventù e c’era un’atmosfera di allegria. Qualcuno si appassionava e, a mano a mano, poteva anche emergere. Altri no, ma non importa. Ci si divertiva e si capiva l’importanza dell’attività fisica. E lo si faceva praticandola, non con le odierne buffonate dei talk show. Il ruolo della scuola è oggigiorno assente. E come potrebbe essere altrimenti, visto che comunque dalle nostre scuole escono asini con professori, se possibili, anche peggiori?

Eppure, da noi non si capiscono le cose. Non si vogliono capire e si continua a fare interessi da poltrona. Poi si esalta il fenomeno del momento e si fa la bella faccia, salvo criticarlo se, giustamente, fa flop perché non riesce a compere a livello olimpico. Vedi proprio Tortu, a cui la Gazzetta dello Sport ha dedicato un titolo con scritto “delusione”. Sempre sulla Gazzetta, per descrivere il fallimento agli Europei del 2018 hanno scritto che “chi non vive all’interno di questi centri [tipo Formia] non può fare l’atletica di alto livello”. Assurdo. Si critica chi ha fallito e chi critica farebbe anche peggio. Ma lo vogliamo capire che non sono centri come Formia che creano i campioni? Sono i campioni che, semmai, completano la loro maturazione a Formia! E i campioni si possono scovare solo se avviene una riforma che riporti lo sport a scuola. Come si possono scovare campioni se l’ora di ginnastica è un passatempo per fare altri compiti o per bighellonare? E non c’è bisogno di farlo solo per avere più probabilità di trovare un campione. Cioè, non è il modello americano che va copiato. La promozione dello sport a scuola va fatta per:

formare la personalità di un futuro adulto e trasmettere il valore della fatica.

Perché, sì, comunque chi snobba lo sport, invecchiando, sarà un rottame. Non dico handicappato, perché le Paralimpiadi dimostrano che anche un grave handicap non impedisce di fare sport. I nostri giovani non sanno più cosa sia la fatica. Hanno un’efficienza fisica scadente e passano le serate a fare gli sbandati o insonni davanti ai videogame. A scanso di equivoci, preciso che la fatica non è sinonimo di sacrificio. No, lo preciso perché il termine “sacrificio” è comune, ma poi il valore della fatica, che è naturale per chi sta amando qualcosa (e qui sta la differenza), è raro. In tutto questo, i dirigenti e i capi sono irritati da Tortu che viene allenato dal padre. Invece, dovrebbero domandarsi perché loro, in quasi 40 anni, non hanno trovato qualcuno che battesse il record di Mennea! Record di Mennea che in ogni caso, ad oggi, vuol dire non prendere alcuna medaglia alle Olimpiadi perché gli altri paesi sono andati avanti. Non comprendono che, se la gente non pratica sport, partendo dalla scuola e quindi da giovani, l’atletica italiana continuerà a fallire. Eppure, sembra che interessi di più fare i permalosi perché i centri non possono prendersi il merito su Tortu.

Allora, è comprensibile se la nostra nazionale di atletica è fatta da tante persone originarie dell’Africa. Non sono oriundi alla Camoranesi che a malapena ricorda di aver vinto il Mondiale di calcio nel 2006, ma gente che è arrivata in Italia da bambino ed è perfettamente integrata. Gente che, inizialmente, veniva presa in giro dai coetanei bianchi per la sua diversità, ma che si è impegnata e ha ottenuto con orgoglio la maglia azzurra. Per molti, il problema è sempre degli stranieri, ma non comprendono che gli italiani “bianchi” non vengono educati (scolasticamente e dai genitori) alla stessa fatica di chi arriva dai paesi poveri dell’Africa.

Runner africani forti o italiani pigri e sedentari?

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