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Chris McCandless e i suoi emulatori sbandati

Il personaggio di Chris McCandless a molti non dirà nulla, mentre altri lo avranno sentito con il celebre film di Sean Penn e la meravigliosa colonna sonora di Eddie Vedder. Negli ultimi anni, sono in tanti a intraprendere le medesime gesta, ma sinceramente tutto questo è ormai diventato stucchevole e il messaggio di base è andato perduto, sempre ammesso che qualcuno lo abbia realmente compreso. Stufo dopo l’ennesimo racconto dell’ennesimo soggetto incapace di vivere che tenta di emulare “l’originale” McCandless, ho deciso di scrivere questo articolo per dire onestamente quello che penso a riguardo.

Chi è Chris McCandless

Partiamo dal principio. Per capire il discorso, è necessario sapere chi è Chris McCandless. Chris è nato il 12 febbraio del 1968, a El Segundo, in California. Nel novembre del 2014, la sorella Chris, ovvero Carine, fa uscire un libro intitolato Into the Wild Truth. In questo libro, Carine descrive bene diversi fatti risalenti all’infanzia dei due, evidenziando come Chris fosse già molto sensibile ai problemi familiari e nei confronti di una società che non lo rispecchiava. I genitori di Chris e Carine hanno contestato il libro, tuttavia, qualunque sia la verità su molti fatti descritti, risulta ben chiara l’insofferenza di Chris verso molti meccanismi di un’umanità alla deriva. Per colmare tutta questa insofferenza, sentendosi stretto nel vivere quotidiano, Chris decise di abbandonare tutto e partire viaggiando dopo aver preso una laurea in Storia e Antropologia, per altro con una media universitaria alta. Donò i suoi 24 mila dollari e iniziò quindi a viaggiare con lo pseudonimo di Alexander Supertramp. Sfortunatamente, a causa di un incidente fi costretto ad abbandonare la sua Datsun gialla B210 del 1982, una vecchia macchina a cui era però molto legato. Si mise a fare l’autostop e attraversò in lungo e in largo gli Stati Uniti occidentali e arrivò persino in Messico. Le sue compagnie erano le persone che incontrava man mano e i libri di Tolstoj, London e Thoreau. La sua ultima sfida fu in Alaska, dove morì in circostanze non ancora completamente chiarite ma si pensa a causa di una neurotossina contenuta in alcuni semi che lo paralizzò lentamente. La sua “tomba” fu un vecchio autobus abbandonato, soprannominato Magic Bus.

Piccoli uomini apparenti

Alla base dell’intento di Chris c’era il desiderio di riscoprire la vita nella sua più profonda essenza ed essenzialità. La sua famiglia era benestante e lui era un ragazzo molto intelligente. Aveva davanti un futuro, potremmo dire, roseo, di successo. Eppure Chris preferì mollare tutto, lasciarsi dietro le sicurezze della vita quotidiana per ricercare l’avventura quotidiana. Il suo modello di vita era semplice. Non gli serviva la ricchezza, e non gli serviva il matrimonio come condizioni necessarie alla felicità. Gli bastava vivere con poche cose, con i suoi libri, a contatto con la natura e incontrando gente con cui ricavare uno scambio reciproco sulla vita, basato sul capire il mondo. Ma come spesso accade, da un messaggio lodevole per molti nasce il fanatismo. Infatti il Magic Bus è preso d’assalto da gente in pellegrinaggio, neanche fosse La Mecca o la tomba di Gesù Cristo. Tutti cercano di fare come lui. Prendono, partono e viaggiano, ma la verità è che si illudono soltanto di essere come il “vero” McCandless. Questo perché, alla base di chi lo vuole emulare, ci sono due personalità critiche:

1) vogliono apparire e diventare famosi;
2) lo fanno per sentirsi vivi e di avere uno scopo.

Naturalmente le due personalità critiche non sono sempre presenti contemporaneamente, ma molto spesso lo sono: è sempre assenza di equilibrio. Di per sé, non c’è nessun male nel viaggiare. Anzi, è bello che oggigiorno sia diventato facile prendere un aereo a basso costo e raggiungere Londra in meno di 5 ore. Il viaggio offre indubbiamente esperienze, emozioni e sentimenti che ti lasciano qualcosa di straordinario. Ti offre insegnamenti che ti porti dietro per tutta la vita. Ma chi parte cercando di diventare McCandless in che reali motivazioni pone il suo viaggio? Si parla di contatto con la natura e gli animali, di scoprire le origini del mondo. Altri parlano addirittura della sensazione di fame e di sperimentare cosa significa lottare per sopravvivere. Beh, detto sinceramente,

c’è bisogno di fare gli sbandati per scoprire tutte queste cose?

La fame, poi? È un viaggio spirituale o masochismo? Se fosse veramente qualcosa di spirituale, atto a scoprire se stessi, le proprie potenzialità, per avere consapevolezza di sé, che bisogno c’è allora di documentare tutto tramite Facebook e video da mettere in condivisione?

Quindi, fammi capire, tu parti camminando per 900 km e ti consideri un eroe, mentre chi rimane a casa ad amare la propria famiglia è un idiota che non ha ancora scoperto il mondo? Che bisogno c’è di scappare via per scoprire valori come la semplicità e l’armonia con il mondo e la natura? E, appunto, è necessario doverlo per forza condividere in mondovisione affinché tutti sappiano che sei un grande, un eroe? Mi spiace, ma io questa gente non la applaudo affatto. Notate la differenza tra il comportamento di McCandless e chi lo emula.

McCandless viveva un disagio, ma aveva una sua personalità, una sua autostima, e aveva ben chiaro cosa desiderava. Chi lo emula e sente questo impellente bisogno di farlo sapere a tutti, invece, sfrutta il viaggio come mezzo per identificarsi e sentire di avere uno scopo, di essere forte e per mettersi in mostra davanti agli altri.

Imparate a capire questa fondamentale differenza. Diciamoci la verità, uno può professare i più grandi valori etici ed esistenziali, ma già quando pensi a dover aggiornare su Facebook perché tutti vedano quello che stai facendo ti svaluti da solo per definizione. Il viaggio non deve servire per poterlo sbandierare al mondo intero, ma come oggetto d’amore o passione per imparare qualcosa di nuovo, per trarre esperienza. Non va invece usato come mezzo per guadagnare un’autostima che alla base non c’è! Il viaggio va visto come mezzo per arricchire e mettere alla prova la propria capacità di amare e di apprezzare il mondo nelle sue innumerevoli sfumature e diversità, non come mezzo per avere uno scopo che nella vita di tutti i giorni non c’è. Non serve fare mega imprese per selve e deserti per apprezzare la solitudine, la pace, la serenità, la natura. Così, anzi, si dimostra di non aver capito nulla del mondo. Si rivela una personalità debole, fobica, quando invece i problemi vanno affrontati. Non a caso, McCandless ha pagato la sua incoscienza nella sua sfida in Alaska trovando drammaticamente la morte nel Magic Bus.

La perduta positività del viaggio

Sicuramente, è una cosa positiva che viaggiare sia diventato alla portata di tutti, oggigiorno. Mi ricordo quando ho fatto i miei primi viaggi negli anni ’90, quando attraversare l’Atlantico in aereo era ancora per pochi. È bene che le frontiere cadano e che si prenda quello che di positivo arriva da altre terre e da altre culture. Purtroppo, dall’altro lato per molti il viaggio è un’altra moda che serve all’affermazione di sé, per apparire davanti a chi ancora “non può” o non ha il coraggio o, semplicemente, ha altre cose da amare. La mia passione per il viaggio risale ai tempi della mia infanzia. Non ho l’esperienza di chi un mese è in Cina e quello dopo in Amazzonia, ma qualcosa l’ho imparata anche io. E si può pensare che, quando leggo di un novello McCandless, provi stima. In realtà fatico anche a provare compassione per persone che della vita hanno capito poco e hanno bisogno di fuggire per ritrovare se stesse. Come uomini, non li trovo affatto “grandi”, ma decisamente piccoli e apparenti.

Sono sicuro che in tanti concorderanno con la mia opinione. Altri che vogliono seguire le orme del loro sommo maestro me ne diranno contro e si risentiranno. Amen, è quello che mi succede sempre proprio perché non è nel mio carattere apparire o parlare politichese. Dico quello che penso e lo manifesto con logica, razionalità e coerenza. Da notare che non sto contestando il viaggiare con zaino in spalla di per sé, ma l’apparenza e la mancanza di autostima che spinge certi individui a voler emulare McCandless. Non a caso, la “gente comune” rimane ancorata alla sopravvivenza di tutti i giorni. E non potrebbe essere altrimenti. L’idea che danno questi emulatori non è di equilibro, ma di incoscienza, di incapacità di vivere. È vero che alla gente manca spesso il coraggio di fare scelte di vita che portano a una vera felicità. È vero che la gente si fa affossare dai tipici “problemi di tutti”. È vero che tantissimi preferiscono sopravvivere e non vivere. È vero che tantissimi aspettano ogni venerdì come boccata d’aria fuori dalla prigione finché, di venerdì in venerdì, arriva anche l’ultimo venerdì. Ma per essere davvero diversi ci vuole equilibrio, cosa che gli emulatori di McCandless di certo non hanno.

Mettersi uno zaino in spalla e viaggiare è una fantastica opportunità di vita, che ci dà in cambio molte emozioni e gioie. È una possibile scelta (ma non l’unica!) per chi non vuole rimanere imprigionato in una società di sopravviventi e spacciati. Ma diventa qualcosa di positivo solo se la sappiamo vivere nella vera essenza spirituale, quella che ci rende consapevoli di noi stessi, e non per autoaffermarci o apparire o per vanità. Va fatto amando, e per amare intendo in modo incondizionato e indipendente, come se fosse fatto per nulla, per vivere la propria personale leggenda a prescindere da tutto. E fidatevi, quando viaggiate così, c’è decisamente poco tempo per Facebook.

Ah, ci tenevo a precisare una cosa. Sto parlando di viaggiare con lo zaino in spalla, non di prendere l’aereo per le Svalbard a vedere gli orsi. Per questo discorso, leggete l’articolo “Vacanzieri polli e apparenti e i perché del viaggiare“.

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