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Come eliminare la pancetta

Questo articolo non parla di pancia, ma di pancetta. La differenza c’è e non è di poco conto. La pancetta è quella su cui, ad esempio, ti prendono in giro gli amici perché bevi troppa birra. La pancetta è quel “filo”, che si nota se si fa particolare attenzione. La pancia, invece, è quella veramente prominente. La differenza non è solo estetica, ma anche salutistica:

la pancia è sempre indice di sovrappeso!

Esistono persone dalla costituzione magra, ma con una grossa pancia. Se salgono sulla bilancia, hanno sempre un IMC superiore a quel dello peso forma. Non c’è santo che tenga: bisogna dimagrire!

Per quanto riguarda la pancetta, bisogna capire il tipo di situazione in cui ci si ritrova. Ce ne sono due:

– sedentarietà e scarsa ottimizzazione della massa grassa;
– inestetismo provocato dalla perdita di peso.

Le due situazioni possono anche essere concomitanti. Succede quando si segue una dieta ipocalorica, magari protratta a lungo, senza che sia abbinata un’attività fisica rilevante. Quindi, una volta che il peso è stato perduto, quello che resta è l’inestetismo. Se i chili persi sono davvero tanti, come nei grandi obesi, l’unica via è la chirurgia. La chirurgia non è da prendere sotto gamba e potrà lasciare delle cicatrici, ma è ma è l’unica via per un problema del genere. Nei soggetti tipicamente in sovrappeso, il problema è lo stesso, ma minimale. Il fatto è che il cosiddetto “six pack” dipende anche dalla storia di una persona. Ci sono persone che non sono mai state in sovrappeso e mostrano il pacco da sei con una massa grassa del 12% (*). Altri, con un passato di obesità, devono fare molta palestra e scendere almeno al 10% di massa grassa. Poi ci sono i runner esperti con un passato in sovrappeso, i quali non fanno palestra e non hanno il pacco da sei con il 7% di massa grassa. Il 7% di massa grassa, con un IMC di 20! E continuano a non avere il pacco da sei. Significa che la percentuale di massa grassa può essere fuorviante. Va benissimo se non supera le soglie salutistiche, ma uno può avere una bassa percentuale di massa grassa e pochi muscoli, soprattutto se non è ben allenato. Tuttavia, il pacco da sei non dev’essere sopravvalutato. Non vi dà doti magiche. È pura estetica per le foto da spiaggia. Non vi riduce la probabilità di infortunio e non vi fa correre più veloci. Se la vostra esigenza di eliminare la pancetta si basa sul desiderare il pacco da sei… beh, forse dovreste avere un diverso tipo di autostima.

* È il massimo consentito per considerarsi in salute. Come si può notare, non conta solo perdere peso, ma anche avere una massa grassa ottimizzata. Per le donne, la massa grassa non deve superare il 20%.

Se avete la pancetta perché siete sedentari, datevi da fare e iniziate a fare uno sport seriamente, a medio-alta intensità. Può darsi che dovrete dimagrire ancora di qualche chilo, ma ci vorrà lo sport. Poi, una volta che sarete dimagriti a sufficienza di quei 2 o 3 chili, potete fare un potenziamento in palestra. E vedrete che la massa grassa si ottimizzerà. Tra l’altro, la pancetta (e non la pancia!), può anche derivare da un difetto posturale. Se fate sport, tenderete in ogni caso a correggere questi difetti posturali. Nella corsa, per dire, si usano eccome le braccia e ciò vi aiuterà a restare più “dritti”. Quanto detto per la corsa vale anche per gli altri sport, così sapete che, se non vi piace la corsa, esistono le alternative. Ricordatevi che il fisico si modella con lo sport e con l’alimentazione. Entrambi i fattori sono importanti e non devono mancare. Altrimenti, i risultati saranno parziali. Premesso che l’alimentazione perfetta in assoluto non esiste (nel senso che conta non fare alcuni errori). In breve:

prima si dimagrisce, poi si riempono gli spazi con il muscolo.

La stessa soluzione del sedentario può essere adottata da chi è già sportivo. Se l’IMC è ancora ai limiti superiori (tipo intorno al 22 per i maschi), potete provare a dimagrire un po’ e, in seguito, fare un potenziamento in palestra. Tuttavia, per chi è già sportivo resta da vedere se è utile adottare questa soluzione. Se uno ha avuto un trascorso di sovrappeso, probabilmente è la pelle che ha quello spessore e quella consistenza. È solo un problema estetico che, per altro, con lo sport e un peso corretto, si noterà poco. Se uno vuole eliminare questo piccolo inestetismo, dovrà seguire una dieta dimagrante e aumentare l’attività fisica. Ma, resta chiaro, sarebbe tutto per estetica. Fidatevi che, se siete sportivi e avete un peso corretto, avrete una buona massa muscolare. E vi basterà per la salute, a prescindere dal pacco da sei. Non fate cose che vi portano alla nevrosi, soprattutto se non ha un vero fine salutistico.

Come avete potuto notare, il grasso localizzato, come lo è anche quello ai fianchi per le donne, si elimina con l’attività fisica. Fare addominali non serve a nulla. Bisogna dimagrire, tenendo presente che:

il grasso localizzato è sempre l’ultimo ad andarsene!

È l’ultimo ad andarsene sia che si tratti della pancia che della pancetta. Purtroppo va così. Personalmente, mi sento di dire che, a meno che non vi piaccia spontaneamente fare molto sport, un piccolo inestetismo non deve preoccupare. Questo discorso, in maniera più ampia, vale anche per i problemi fisici dovuti all’anoressia. Imparate ad accettare dei piccoli difetti, senza cercare la perfezione a tutti i costi. Non dovete aspirare al fisico dei sogni, ma valorizzare le vostre capacità. Il pacco da sei, dal punto di vista salutistico, non serve a niente. È più importante avere delle analisi ottimali e fare sport a medio-alta intensità, con un livello sufficiente di prestazione. È di questo che dovete gioire, anziché frustrarvi perché non avete il pacco da tre per due!

20-30′ al giorno, attività bruciagrassi… meglio lasciar perdere!
Palestra, dimagrimento e allenamento con i battiti

La flat tax è una bastonata per i poveri

Spesso, i politici parlano di voler fare la flat tax. Di solito, è un’idea proposta dalla destra o da parte da chi (anche di sinistra) tende a promuovere le industrie e i cantieri.

Quello che però in pochi sanno è che già ora abbiamo una forma di flat tax. Fino al 1974, l’aliquota sopra i 600 mila euro era del 74%. Attualmente, l’aliquota è del 23% sui redditi fino ai 15 mila euro, mentre per quelli superiori ai 75 mila è del 43%. Il fatto è che, per proporre una flat tax ancora più “piatta”, ci sono due soluzioni:

1) tagliare le spese da un’altra parte per poter dare una flat tax “per tutti”;
2) alzare le aliquote dei redditi più alti, senza tagliare le spese altrove.

Secondo voi, i politici nostrani quale delle due soluzioni vogliono adottare? La prima, ovviamente, perché i redditi più ricchi non possono essere toccati. Loro fanno gli investimenti, producono, assumono, fanno crescere il paese (io, veramente, direi che lo cementificano sempre di più!). Ciò significa creare una sistema fiscale sempre più simile a quello americano, dove la sanità richiede assicurazioni e molte malattie, anche gravissime, non hanno cure esentate. Oppure si deve spendere tantissimo per mandare i figli all’università, indebitando le famiglie che, magari, sono costrette a sacrificare gli studi di altri figli. Non è possibile creare una flat tax “per tutti” in questo modo. Come stabilisce la fisica, “nulla si crea e niente si distrugge”. Quindi, se non si vogliono toccare i redditi più alti perché devono creare profitto (ma profitto per chi, visto che a me non viene in tasca realmente nulla?), si dovranno tagliare le spese dei servizi. Sanità, trasporti, pensioni e via dicendo saranno in crisi, come se già non bastasse l’attuale clima di sopravvivenza. I politici che propongono questa flat tax dicono che non toccheranno le pensioni ma, gira e rigira, qualcosa dovranno toccare. E, se anche non saranno le pensioni, sarà la sanità o la scuola. Si creerà più disparità sociale, perché solo i più agiati riusciranno a beneficiare dei servizi. Le critiche verso la flat tax derivano da qui. Se nulla si crea e niente si distrugge, e se non si vogliono colpire i più ricchi o i plutomani, si dovranno penalizzare i più poveri o i deboli.

La flat tax di cui parlano i nostri politici è radicalmente opposta al vecchio modello di Keynes. Keynes proponeva l’intervento statale per garantire che le persone tornassero all’occupazione. Questo sistema, naturalmente con le sue evoluzioni nei tempi moderni, è stato mantenuto nei paesi scandinavi, dove i redditi più alti pagano una maggior aliquota. Anche i redditi “medi” hanno un’aliquota un po’ più alta rispetto all’Italia, ma ciò serve per finanziare proprio gli interventi statali per le fasce più deboli. Gli scandinavi sono ben lieti di questo sistema fiscale, perché permette di diminuire la disparità sociale. Mediamente, sono tutti più o meno sullo stesso livello. Chi rimane ai margini ha l’occasione di tornare produttivo o di essere aiutato, con il beneficio di tutto il paese. E i servizi, grazie alle tasse che la gente è felice di pagare, sono migliori. Attenzione, ho espresso anche il concetto di essere aiutato (i malati che non possono lavorare, ad esempio). Sì, perché non si tratta solo di produzione o lavoro. Un cittadino sano e in salute è un vantaggio per tutto il collettivo, banalmente perché richiede un minor dispendio economico. Sembra un paradosso, perché per renderlo in salute o accettabile ci vuole una spesa pubblica. Eppure è così, fidatevi. È il principio della solidarietà sociale. Siamo noi italiani che vogliamo sempre tutto pronto e servito, senza faticare, e non lo capiamo. È un discorso che, inevitabilmente, si riallaccia anche al reddito di benessere universale, su cui ho scritto ampiamente un articolo a sé. Ai politici nostrani che promuovono la flat tax non frega nulla di chi ha bisogno. Infatti, le loro frasi tipiche sono “choc per far ripartire l’economia”. La flat tax non è solamente un modello economico sbagliato, ma anche un’ingiustizia sociale.

A partire dagli anni ’80, il modello di Keynes è stato contestato da Laffer, uno dei primi autori della flat tax. Gli unici paesi ad aver mantenuto il modello keynesiano sono quelli scandinavi che, guarda caso, sono tra i più felici al mondo. La teoria di Laffer è considerata spazzatura dagli economisti più esperti, ma ancora si continua a voler proporre la flat tax.

La flat tax, anche se piace il nome per fare propaganda, è una vera bastonata per i poveri!

C’è un solo vero motivo per cui chi guadagna tanto non è disposto a pagare più tasse: l’egoismo sociale. Non è sbagliato arricchirsi. È sbagliato arricchirsi troppo, specialmente se ciò comporta la sofferenza dei più bisognosi. Il modello corretto si basa sull’alta tassazione per i redditi più alti, che finanziano maggiori servizi e la possibilità, per i più deboli e bisognosi, di entrare a produrre nella società o di essere aiutati. Ciò che funziona è l’opposto della flat tax!

I soldi finti dei minibot

Nel 2019, il governo ha proposto i minibot per applicare la flat tax. I minibot non sono altro che i titoli di stato in formato “mini” (a piccolo taglio). Quindi, lo Stato si indebita nei confronti dei cittadini. C’è solo un problema. È un po’ come creare soldi che non ci sono, perché lo Stato si indebita per applicare la flat tax. Ma non funziona e, verosimilmente, questi soldi non verranno mai restituiti ai cittadini. Il cittadino darà i soldi al governo e, quest’ultimo, si indebiterà, senza tuttavia restituire i soldi perché non può restituire quello che non ha. Chi ci perde è sempre il cittadino. Insomma, ancora una volta siamo nel “nulla si crea e niente si distrugge”. La flat tax, in qualche modo, manda sempre in perdita qualcuno, esclusi i più ricchi e i plutomani (che tanto hanno soldi a valanga). Il nocciolo non è se qualcuno potrà perderci, ma chi nello specifico ci perderà. È un metodo completamente sbagliato di usare i titoli di stato, perché ciò che esce o entra deve rientrare e viceversa. Il governo può decidere di essere in obbligo verso il cittadino per coprire alcuni debiti. Il fatto è che, in questo caso, stiamo parlando di un’obbligazione del governo a fondo perduto da parte del cittadino. E lo è perché la flat tax non permette un ritorno nelle casse dello Stato. È come il cane che cerca di mordersi la coda. Applicare la flat tax vuol dire creare un debito. Il debito viene pagato inizialmente dai cittadini. Ma, poiché la flat tax ha bisogno di autofinanziarsi (il riccone non paga le tasse), il debito non viene mai risaldato! E questo non lo dico io, ma gli esperti che hanno capito cosa non va nella flat tax. Gli economisti non contestano la flat tax per andare contro il governo, ma perché sanno che la flat tax è una rovina. Tutto questo a prescindere dal fatto che, già ora, il sistema fiscale è una mezza flat tax.

Non abbiamo bisogno di altre strade!

Il trasporto gommato è uno dei capisaldi dell’Italia. L’apertura dell’autostrada del sole, durante il “boom italiano”, fu accolto come l’avvento del messia. Tutto stava cambiando, la gente viaggiava e raggiungeva più facilmente luoghi lontani.

Il problema è che il troppo stroppia sempre. La gente inizia a viaggiare troppo in macchina, dimenticando, se non l’aereo, il treno. Per conseguenza, aumenta anche il traffico. I nostri politici, finora, a questa “esigenza” (tra virgolette!) hanno reagito costruendo più strade. Peccato che, costruendo più strade, il traffico sia aumentato di più. È un circolo vizioso, che provoca non solo stress e perdite di tempo per le persone, ma soprattutto dei gravi danni ambientali. Si consuma più suolo, c’è più inquinamento e viviamo peggio. Pensiamo di migliorare, ma non è così.

Il meccanismo con cui si verifica l’aumento di traffico è ben noto (si parla anche di paradosso di Braess). Eppure, mi sono accorto che la stragrande maggioranza dei cittadini continua a credere che il traffico si risolva costruendo più strade. Ecco perché ho scritto questo articolo.

Se tu costruisci una strada, è chiaro che l’intento sia usarla. Più strade, però, implicano anche più incroci e svincoli, detti punti critici. Ognuno, quindi, per un motivo o per un altro, vorrà prendere un incrocio o uno svincolo, creando però ingorgo. Non ci sarebbe alcun problema se le auto in circolazione fossero poche. Peccato che le nuove strade vengano costruite proprio perché ci sono tante macchine da smaltire. Per questo motivo, si parla appunto di paradosso. Tutti vogliono arrivare prima, tutti vogliono prendere una scorciatoia e la situazione non migliora affatto ma, anzi, il contrario. Considerando anche chi non può avere la patente, come i minorenni, ogni italiano possiede quasi un’auto a testa. Spesso ce ne sono due in una famiglia. Sono veramente tantissime auto. E creando più strade non smaltisci il traffico, bensì incentivi di più ad usare l’auto, aggravando una situazione che già lo era prima.

Quella dell’auto, in Italia, è ormai diventata una follia. La si usa sempre, anche per andare sotto casa a prendere il pane o in banca. Eppure, come spiega bene anche il geologo Tozzi nel suo programma Sapiens (bellissimo, rivolto ai giovani ma dovrebbero imparare anche gli adulti!), esistono alternative ben più efficienti e meno costose. Posso capire che i treni siano inefficienti in Italia, ma allora è per questo che ci dobbiamo battere. Prendere l’auto, di fatto, è un atteggiamento da pigri o ignavi. Se i treni funzionano male, anziché eliminare i presunti “rami secchi”, bisogna lottare affinché siano migliorati. Invece no, si eliminano i “rami secchi”, prendiamo tutti l’auto e il treno è solo la TAV per farsi belli e ricchi. Non fatevi fregare dai politici che favoriscono lo “sblocca cantieri”, inneggiando alla costruzione della TAV o di nuove strade. E sono politici sia di destra che di sinistra. Quindi, entrambe le fazioni, teoricamente opposte, si ritrovano “alleate” quando c’è da fare profitto con il cemento e il consumo di suolo. L’esempio di come le soluzioni ci siano eccome è anche qui a Bergamo. Per andare in città, si può andare in macchina o in treno (o in bus, ma voglio semplificare il discorso). Da me sono circa 10 km. Ebbene, se prendo la macchina, ora che arrivo in centro posso impiegare anche più di mezz’ora. Nelle ore di punta, non ci provo assolutamente. In treno ci metto 10′ circa. I treni italiani non saranno all’avanguardia, ma risparmio almeno 2/3 di tempo! Però tutti ci vogliono andare in auto, perché siamo abituati così e non vogliamo guardare a cos’altro c’è. Non usciamo dall’orticello e ci sta bene ciò che si è sempre fatto finora, anche se fa scadere la qualità della vita. Un altro esempio è l’autostrada BreBeMi (Brescia, Bergamo e Milano). All’epoca sono andati tutti fieri della quarta corsia, ma il traffico è peggiorato rispetto a prima! La quarta corsia è stata un’opera di totale fiasco, che però ha arricchito i mafiosi dell’edilizia (politici e non, si intende).

Il discorso fatto per le strade vale anche per i parcheggi. In un vecchio articolo sulla Gazzetta, c’erano i soliti che sentivano il “problema parcheggio” e chiedevano di fare più parcheggi. Ovviamente. Per fortuna, c’erano anche persone coscienti di dove sta il vero problema.

Più parcheggi fai e più non trovi parcheggio!

A meno che le auto non siano poche. Ma i parcheggi sono fatti proprio perché ci sono più auto che cercano parcheggio! Il paradosso di Braess.

Insomma, noi italiani dobbiamo cambiare abitudini. Come detto, se i treni funzionano male, la soluzione non è usare l’auto, ma battersi per migliorare i regionali anziché finanziare la TAV. Vale anche per i camionisti. Come dice sempre Tozzi in Sapiens, per andare da Genova a Palermo, è più efficiente ed economica la nave. Poi si faranno i tragitti locali su strada, ma il viaggio lungo si può fare in nave. Le soluzioni ci sono. Bisogna imparare a sfruttarle, senza restare pigri. Non a caso, la Pianura Padana è una delle zone in Europa con il più alto tasso di inquinamento. E, non a caso, è una zona con alta concentrazione di traffico. Ovviamente, l’inaudito inquinamento della Padania non deriva solo dalle dalle auto, ma avere più auto è una diretta conseguenza della situazione.

Selvaggio a chi?

Due documentari, uno fotocopia dell’altro, ma molto interessanti. Mi riferisco a “Selvagghi a chi?” (il titolo dell’articolo), in lingua originale Meet the Natives e di produzione britannica. L’altro è “Esplorazioni al contrario”, di produzione francese. La serie britannica ha 3 puntate, mentre quella francese ne ha 2. L’idea di questi due documentari, divisi a puntate e quindi serie, è originale. Anziché essere noi occidentali ad andare in luoghi sperduti e selvaggi, sono loro a venire da noi. È un modo davvero geniale di guardarci attraverso l’esterno, offrendo un nuovo punto di vista. Lo stile dei due documentari è quello tipicamente britannico: divertente, a tratti frivolo, ma con ricchi spunti di riflessione e insegnamenti. Se non ci fosse quel lato divertente, sicuramente non sarebbe la stessa cosa e lo spettatore si annoierebbe. Ma questo è lo stile britannico. Ed è uno stile che fa risultare tutto onesto e spiazzante allo stesso tempo. La serie britannica ha cinque protagonisti provenienti dalle Vanuatu, precisamente dal villaggio di Tanna: Albi, Posen, Joel, Yapa e Jimmy Joseph. Quest’ultimo è il narratore. La serie francese vede, invece, due protagonisti della Papua Nuova Guinea: Polobi e Mundeya. Le provenienze non sono casuali, perché sono correlate ai paesi in cui i protagonisti fanno visita. Le due serie differiscono per le trame, che vi lascio scoprire con la visione per apprezzare meglio i contenuti.

È sempre interessante fare il parallelismo con l’Italia. Da noi, Ulisse è ormai diventato così “chic” da far mancare i contenuti rispetto ad anni fa. Ma il peggio del trash è forse Geo, che quotidianamente trasmette servizi di luoghi sperduti e isolati per farci vedere come, lì, sia tutto naturale, felice e spensierato. Una visione decisamente idealizzata per fare un eufemismo. Per inciso, ai tempi della Colò, Geo era davvero istruttivo. I due documentari francese e britannico ribaltano le situazioni e ci mostrano come siamo. Il loro punto di vista è efficace, perché riesce ad essere distaccato attraverso quel carattere ingenuo e disincantato, ma anche critico e preoccupato. Vi riporto alcuni spunti che i sette “avventurieri” ci propongono. Non rivelo chi ha detto cosa. Bisogna vedere le due serie! Quello che mi preme ora è evidenziare come, pur non avendo la nostra conoscenza, riescono a individuare benissimo i meccanismi della società cosiddetta occidentale.

Sistema fiscale – Da loro, non esistono persone particolarmente ricche, ma nemmeno povere. È la riforma fiscale, che crea disparità tra poveri che diventano sempre più poveri e super ricchi che diventano sempre più ricchi. Già in questo articolo ho fatto notare come solo gli scandinavi abbiano una riforma fiscale efficace. Spesso, si parla di flat tax. Ma flat tax per chi? Per i super ricchi, ovviamente. Le aliquote attuali provocano disparità sociale. Poi arriva il Salvini di turno che propone la flat tax, ignorando che una società egualitaria si deve basare sulla limitazione del profitto eccessivo. Non è sbagliato guadagnare. È sbagliato guadagnare troppo! E intanto c’è chi dorme per strada, sotto lo sguardo degli altri che se ne fregano, come se tutto fosse addirittura “giusto”. Ovviamente, loro non hanno idea di cosa sia una flat tax, però notano che c’è questa disparità tra poveri e ricchi. Una disparità così scioccante ai loro occhi tanto quanto per noi è crudelmente normale.

Lavoro – Incredibile ma vero, i “nativi” hanno compreso quanto sia sbagliata la nostra visione del lavoro. Loro ci dicono che non andiamo a visitare i vecchi perché temiamo di perdere il lavoro. Però andiamo a lavorare e guadagniamo i soldi per pagare gli ospizi per i vecchi. In un modo o nell’altro, si pensa solo al lavoro. Ed è un circolo vizioso, un “cane che si morde la coda”. Anche io ho sempre sostenuto che dobbiamo cambiare il concetto di lavoro. Loro lo hanno capito subito, dimostrando di avere più spirito critico di noi perché non hanno i nostri condizionamenti.

Felicità – Girando per le strade che pullulano di traffico e gente che cammina, loro ci fanno notare che non sorridiamo mai. Loro sorridono e noi non accenniamo minimamente a ricambiare. Camminiamo dritti e ignoriamo tutti gli altri. Oppure al mattino ce la facciamo ad augurare un “buon giorno”, ma al ritorno a casa non spicciamo una parola. E loro si chiedono, giustamente, che senso abbia vivere così. Abbiamo i comfort e la tecnologia, ma non abbiamo migliorato la qualità della vita e non siamo felici.

Non me ne vogliate per avere usato i termini “loro” e “noi”. Non ho usato questi termini per vederli come estranei, anzi. I termini sono stati usati per focalizzare di più il parallelismo e mettere sotto critica (positiva o meno che sia) il nostro modo di essere.

Contrariamente ai servizi sui luoghi imbucati di Geo, l’intento dei produttori britannici e francesi non è quello di spingerci a vivere nella foresta senza tecnologia e senza nulla. Non avrebbe senso e sarebbe assurdo. Lo scopo è farci riflettere su alcuni valori a cui non prestiamo attenzione o che abbiamo dimenticato. Riflettere sull’insensatezza di alcuni comportamenti, che trovano forse l’esempio emblematico nel non sapere nemmeno perché ci uccidiamo e facciamo la guerra. Loro dicono che smettono appena muore qualcuno, mentre noi continuiamo in mezzo ai morti. Ecco perché “selvaggio a chi?” Loro non hanno la tecnologia e la medicina con cui noi abbiamo aumentato l’aspettativa di vita. Ma quello che abbiamo non serve se non siamo felici, se soffriamo la sedentarietà e il cattivo stile di vita. Non serve se ci facciamo la guerra, se ci sono senzatetto che dormono per strada nell’indifferenza. Mi sa tanto che i veri selvaggi, alla fine, siamo noi.

La carne è cancerogena? Quanta ne possiamo mangiare?

La carne è un argomento gettonato in tempi recenti. È anche uno dei tanti esempi su come, quando si vengono a creare dei problemi, spesso si cerca un capro espiatorio. In questo articolo, non parlerò dell’aspetto etico, perché ne ho già discusso qui. Invece, mi voglio soffermare su due aspetti per cui la carne viene messa in cattiva luce:

1) l’ambiente;
2) la salute.

Il problema è la sovrappopolazione

Chi osteggia il consumo di carne fornisce i dati sulle emissioni e sulle risorse idriche e agricole necessarie per alimentare gli animali. Alcuni, addirittura, propongono gli insetti come alternativa perché sono più economici e più abbondanti. Ecco, questo è il punto. Non si dice il vero problema: la sovrappopolazione. La domanda giusta non è come possiamo sfamare 10 mld di persone, bensì come evitare di crescere troppo come popolazione! I motivi per cui non si dice questa cosa sono svariati ma, per tutti, è il classico atteggiamento di chi vuole il massimo profitto possibile e del resto chi se ne frega. Ognuno ha il suo. Il papa vuole più fedeli (o pecoroni?). I politici di grossi paesi come gli Stati Uniti o alcuni in via di sviluppo vogliono più persone per aumentare il PIL globale (ma non cambiando la ricchezza del singolo, anzi, tante volte abbassandolo e creando più disparità sociale). E via dicendo. Se la Terra subisce la sovrappopolazione, qualunque soluzione risolve solo parzialmente il problema. Si può dire la stessa cosa anche dell’ecotassa e dell’ecobonus: le emissioni calano, ma il traffico da impazzire resta e la qualità della vita è sempre scadente!

Un rischio sopravvalutato

L’altro argomento è sulla salute. La tesi si basa sul ritenere la carne come alimento cancerogeno. Già il fatto che si dica che la carne è cancerogena denota l’ignoranza. La carne non è una sostanza. È un alimento, appunto, e un alimento NON può essere cancerogeno. Al più è una sostanza contenuta nella carne che potrebbe essere cancerogena, ma non la carne di per sé. Infatti, le ricerche che mettono in guardia sulla carne si riferiscono alle carni lavorate, non a tutta la carne o alla carne rossa! Ripetiamo la solita cantilena perché so che la si dimentica sempre: la carne rossa non fa male e non è cancerogena, ed è sempre l’eccesso a fare male. L’allarme riguarda le carni lavorate perché sono troppo salate o contengono i nitriti, questi ultimi che, sì, sono cancerogeni e vanno banditi dalla propria alimentazione (o almeno assunti sporadicamente se ciò è impossibile). Ma, come si usa dire, non si può fare dell’erba tutto un fascio. Non c’è motivo di ritenere una buona bistecca come causa di un tumore. Non è mai stato stabilito un rapporto di causa-effetto tra la carne rossa (o la carne in toto, quella senza nitriti) e i tumori. Tuttavia, anche per le carni lavorate bisogna interpretare correttamente i dati. Gli studi riguardano il tumore al colon-retto e quello allo stomaco. Ebbene, l’incidenza di questi tumori è molto bassa. È vero che sono tra i tumori più diffusi, ma la probabilità globale di contrarli è, appunto, bassa. Gli studi dicono che, per ogni 50 g di carne lavorata al giorno, la probabilità di cancro al colon-retto aumenta del 18%. Benissimo, se la probabilità di avere un tumore al colon-retto è del 5% (lo dicono gli studi), mangiando 50 g di carne lavorata al giorno il rischio aumenta fino al 6% (arrotondiamo pure). Non mi pare un aumento che fa differenza. Non sarà contento, su 100 soggetti, quell’1 in più, ma è così. È il classico modo di fregare la gente usando le percentuali relative. Se dico che la probabilità aumenta del 18%, scateno più paura rispetto al dire che la probabilità aumenta dal 5% al 6%! È molto più comune il tumore al seno. E l’alcol, nello sviluppo del tumore al seno, arriva a un rischio ben maggiore di quello che si avrebbe con la carne lavorata. Se una donna beve 20 g di alcol al giorno, su 100 casi di tumore al seno passo, da 12 casi, a 15 casi. Per 20 g di alcol al giorno, cioè 200 ml di vino. Ed è una probabilità ben maggiore dei 50 g di carne lavorata! Eppure non mi pare che, sull’alcol, si lancino allarmismi così imperanti. Certo è che, se uno mangia 150 g di pancetta con nitriti al giorno, è probabile che mangi troppo e sia in sovrappeso. E allora gli fa male. Ma non tanto per la pancetta con nitriti, bensì per il sovrappeso! In pratica, i nitriti dovrebbero essere banditi più per etica della qualità che per un concreto allarme cancro. In ogni caso, con 150 g di pancetta superiamo le dosi di nitriti tollerabili dall’organismo (e anche i nitrati, se cotti, diventano cancerogeni). Ma se troviamo una pancetta senza nitriti e senza nitrati, nulla vieta di concedersi una carbonara se piace. In un verso o nell’altro, mangiare così tanta carne conservata tutti i giorni non è salutisticamente consigliabile. L’assurdo è puntare il dito contro la carne, quando poi ci sono anche tanti vegetariani che bevono troppo e, per loro, la probabilità di avere un tumore è molto maggiore di una dieta con carne. Ovviamente, la birra piace anche a me e non sono affatto un proibizionista. Si tratta di coerenza. Sicuramente, è bene prestare attenzione alle fonti di approvvigionamento, evitando magari la carne di vitello per le condizioni pessime in cui verte l’animale. Ma qui stiamo spostando il discorso in un altro senso e non vado oltre.

I fattori di rischio per il tumore sempre quelli sono, alla fine: fumo, eccesso di alcol, sovrappeso e sedentarietà (il colesterolo non lo è!). Che poi, le sostanze cancerogene con cui entriamo in contatto quotidianamente sono tantissime: le radiazioni solari, il fumo passivo, lo smog. Però, anche se è vero, non ho mai visto articoli del tipo “il sole è cancerogeno“. Persino l’acqua, o dicesi anche DHMO, è importante per la proliferazione dei tumori!

Carne ed etica

Anziché sbandierare presunti mali della carne, dovremmo assicurarci di avere fonti sicure di approvvigionamento (vedi l’articolo che ho linkato sulla qualità). Spiego bene cosa intendo. La colpa non è della carne in sé, che anzi è una fonte di proteine eccezionale. Il problema sta nell’uso smodato di farmaci e antibiotici o nelle condizioni dell’animale. Se la carne proviene da allevamenti “all’americana”, dove le mucche vengono stipate a migliaia in un piccolo spazio, non va bene. Così come non va bene che un pollo sia imbottito di ormoni e schifezze. Per fortuna, almeno in Italia, sempre più allevatori puntano sulla qualità di carne. Esselunga, con la linea della Naturama, è un esempio fruibile nella grande distribuzione. Poi possiamo pure parlare dei prosciutti di alta qualità spagnoli. È vero che il maiale spagnolo verrà macellato, ma quasi lo si può invidiare per la vita da pascià che conduce. Allevatori onesti esistono (per fortuna) e bisogna orientarsi verso di loro. Quello che intendo è che non è la carne, in quanto tale, a fare male. Il mio consiglio è quello di provare anche la selvaggina. Vi costerà di più, ma avrete un prodotto di qualità, che in ogni caso non consumerete tutti i giorni. Se la richiesta è sempre il petto di pollo, non ne veniamo più fuori. Non mangiate sempre quel tipo di fesa o petto di pollo, cioè sempre quello stesso tipo di taglio, magari perché è magro. Il mercato non può reggere, senza creare qualche abuso, una richiesta così monotona.

Quanta carne possiamo mangiare?

Si dirà: sì, d’accordo, ma cosa vuol dire eccesso? Beh, in un’alimentazione equilibrata, soprattutto se si è sportivi (e lo sport è necessario per uno stile di vita corretto), è importante assumere proteine ad alto valore biologico. Le fonti da cui ricavare le proteine sono parecchie, ma innegabilmente la carne è una delle principali. Di base, chi segue un corretto stile di vita, fa sport ed è in normopeso, non sta sbagliando nulla qualunque sia la quantità di carne che mangia. Sta già automaticamente limitando ogni eccesso. La IARC fornisce dei limiti solo per la carne rossa: non più di 500 g a settimana. I 500 g, appunto, si riferiscono alla sola carne rossa. Non ci sono restrizioni per gli altri tipi di carne. Se noi mangiamo 150 g di carne rossa per 3 volte a settimana, siamo a posto. Ma, come per il pesce e gli omega-3, trovo che sia sbagliato ragionare in termini di frequenza settimanale. È fuorviante. Uno può anche mangiarsi 70 g di mortadella (senza nitriti!) ogni giorno per il panino, non assumendo altra carne rossa, e non sbaglia nulla. Si obietterà per il sale, ma tant’è, ognuno sceglie da solo come gestirsi per evitare gli eccessi. Ovviamente, anche mangiare troppo spesso carne grigliata o bruciacchiata, che sia rossa o meno, non fa tanto bene, ma fin qui lo sapevamo già. Alla fine si scopre che la necessità di assumere gli omega-3 dal pesce, poiché è un nutriente di cui si è facilmente carenti, limita già ogni eccesso di carne. La carne non fa male di per sé ma, poiché abbiamo bisogno degli omega-3, il problema non si pone a prescindere. Mangiamo il pesce, quello grasso che contiene gli omega-3, e per il resto va benissimo la carne. Sostanzialmente, la carne dovrebbe essere un’alternativa al pesce, ma non perché la carne fa male, cosa scientificamente falsa. Ripeto, la carne non va bandita. La priorità è assumere gli omega-3 dal pesce!

Consumo apparente e consumo reale

Giusto per precisarlo, mi sto riferendo al consumo netto. Lo devo precisare perché, spesso, si trovano dati di consumo apparente. Qual è la differenza? Il consumo apparente è quello che considera anche gli scarti della lavorazione della carcassa. Quindi, se io mangio 70 g di mortadella con il panino, diventeranno 140 g di consumo apparente. Il consumo apparente è reale eccome, nel senso che gli “scarti” finiscono da qualche parte. Serve a renderci consapevoli di quello che consumiamo, cosa non banale in questi tempi di surriscaldamento globale. Probabilmente, è anche così che nascono i limiti più estremisti per il consumo di carne rossa che, a seconda del grado di estremismo, vanno da 1 volta a settimana a 1 volta al mese. Se uno lo fa per una personale preferenza e non ha carenze, va benissimo. Per gli altri, rischia di essere una inutile forma di castrazione alimentare, poiché non comporta dei benefici significativi. Sia chiaro, il consumo apparente non è un dato fasullo, ma non rappresenta il dato di consumo netto. Può dare la consapevolezza dello “spreco” tra l’inizio della filiera e il prodotto finale che arriva sul piatto. Tutto dipende da come uno presenta la storia, se con tono onesto o per fini ideologici di parte. Per il pesce, di solito, c’è meno pregiudizio, anzi, non si mangia abbastanza pesce grasso. Il consumo apparente di carne è, mediamente, di 80 kg all’anno per gli italiani. Il consumo netto (o reale) è la metà circa, ovvero poco più di 100 g di carne al giorno. E, per riprendere il discorso fatto nel capitolo precedente, non mi pare che ci sia un’epidemia di tumore al colon-retto.

La sesta grande estinzione

Gli effetti del surriscaldamento globale si avvertono sempre di più e viviamo sempre di più in una cappa di smog. E ciò nonostante, è ancora nulla rispetto a quello che ci attende. Lo so, detto così, sembra che stia descrivendo l’apocalisse. Ma l’apocalisse, se preferite usare questo termine, non avviene in un giorno preciso come tante volte hanno annunciato le sette o per il 21 dicembre 2012. L’espressione corretta è grande estinzione. E una grande estinzione si verifica nel corso di pochi milioni di anni. Dico “pochi” perché lo sono secondo la scala geologica, mentre sulla scala della vita umana 2 o 3 milioni di anni sono un’enormità! In passato, ci sono state 5 grandi estinzioni di massa, soprannominate “big five”. Quella più famosa ha fatto estinguere i dinosauri, mentre quella più terribile è stata tra il Permiano e il Triassico (limite Perm-Trias, circa 250 mln di anni fa). Ovviamente, accanto ai big five, ci sono state tante altre estinzioni minori, ma sempre drammatiche in termini di ragionamento umano.

La caratteristica di una nuova grande estinzione, la sesta, è dovuta a due fattori:

1) è colpa nostra;
2) il tasso di estinzione è più elevato di quello che farebbe la natura da sola (alcuni sostengono che il tasso sia di 100 volte superiore).

Circa 56 mln di anni fa, la Terra subì un aumento pazzesco delle temperature globali. C’erano palme e coccodrilli alle latitudini della Groenlandia! Ma si tratta di un avvenimento che si è sviluppato in migliaia di anni. Un arco di tempo brevissimo per la geologia, ma lunghissimo rispetto a quello che stiamo provocando oggigiorno.

Che l’aumento odierno delle temperature sia colpa nostra, non c’è alcun dubbio, in barba ai negazionisti. Ne ho già discusso nell’articolo sul surriscaldamento globale. Sulle stime, invece, i dati hanno chiaramente un margine di errore e ognuno offre delle interpretazioni. Non tutti forniscono le stesse cifre. Quello che non cambia è il concetto, o meglio, la realtà. Il 41 per cento di tutte le specie di anfibi e il 26 per cento di quelle di mammiferi sono state incluse nella lista delle specie in pericolo di estinzione dall’International Union for Conservation of Nature (IUCN). Secondo Gerardo Ceballos della Universidad Nacional Autonoma de Mexico a Città del Messico e Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo della Stanford University, il 30% delle specie di vertebrati ha visto declinare il suo areale e la dimensione della popolazione (l’areale indica la zona in cui vive una specie, intendendo non solo lo spazio geografico ma anche le caratteristiche). Per quanto riguarda l’aumento di temperatura media del pianeta, 2 °C è il limite considerato quello del non ritorno, ma un cambio della tendenza non si è mai visto. Tutte le riunioni sulle sorti del clima sono terminate con fumate nere e, anzi, c’è chi è uscito da quegli esigui accordi stabiliti. Alcuni studiosi dicono che, nel 2100, l’aumento di temperatura sarà addirittura di 4 °C, se non addirittura 8 °C negli scenari più catastrofici. Dipende da come uno ha fatto i calcoli e qual è il margine di errore stimato, ma anche la gravità che vuole trasmettere. Nulla di strano, è già accaduto un rialzo di questo tipo ma, come detto, stavolta sta avvenendo a una velocità terrificante che non dà scampo. In realtà, in Italia molte zone hanno già subito un aumento medio di almeno 2 °C rispetto alle medie climatiche teoriche. Dove abito io, è sistematicamente così da anni. L’inverno è sempre troppo caldo per quello che dovrebbe essere. I giorni di vero gelo sono pochi (e drammatici) e si ritorna sempre al caldo. 15 °C a febbraio possono sembrare piacevoli, ma non è affatto così se si guarda oltre. Si possono dare tanti tipi di dati e si possono effettuare diversi tipi di studi, ma il fatto non cambia: molte specie si sono estinte a causa dell’uomo e tante altre stanno declinando. Ma basterebbe anche la realtà quotidiana per accorgersene. Stanno sparendo sempre di più gli insetti impollinatori e altri che fanno funzionare l’ecosistema (il primo che mi viene in mente è lo scarabeo stercorario). Sì, anche se non ci piacciono, gli insetti sono a rischio estinzione come gli orsi polari, i pinguini, gli squali, il tonno e gli elefanti. Proliferano le mosche e le zanzare, loro sì ma, come diceva Einstein, senza le api noi umani siamo morti! Io che abito in un piccolo paese a “rischio giallo” (cioè ancora si può salvare qualcosa, rispetto a città perdute per sempre nel cemento come Peschiera del Garda), penso di non ricordare più l’ultima volta in cui ho visto un’ape. Ed è un piccolo paesino, non di certo una grande metropoli come Milano.

Purtroppo, anche se i tempi di questa estinzione sono estremamente brevi, non ce ne accorgiamo. Potremmo dare la colpa alla cecità delle persone e dei governi e non sarebbe sbagliato. Ma, a questo, bisogna anche dire che saranno le future generazioni a patire di più. È un ragionamento tipico ed egoistico. “Tanto, quando succederà, non sarò più vivo, quindi che me ne frega?” Non si guarda più in là del presente e si cerca il massimo profitto. È il ragionamento di gente come Trump, Salvini e di tutti coloro che continuano a togliere spazio alla natura per guadagnare con il dio del cemento. Inoltre, gli occidentali se ne accorgono poco perché sono i paesi più poveri a vivere le conseguenze più drammatiche. I ghiacciai dell’Hindu Kush, direttamente o indirettamente, fanno sopravvivere circa 1.5 mld di persone. Ma i ghiacciai si stanno ritirando pesantemente, quindi quest’area popolata da 1/5 della popolazione mondiale soffrirà.

Surriscaldamento globale e immigrazione

Un aspetto del surriscaldamento globale poco è noto è che scatena dei meccanismi di immigrazione (o migrazione). Leggete questo articolo e scoprirete di cosa parlo. Qui preferisco parlare di altro, altrimenti sposterei l’attenzione sul “problema immigrazione” togliendolo al resto dell’articolo.

Ci sono soluzioni?

Intanto, dobbiamo iniziare ad ammettere che siamo in troppi. Pensiamo a come poter sfamare 10 mld di persone nel 2050, ma non si dice quasi mai che il problema è esattamente che saremo in 10 mld. Al contrario, i nostri TG continuano a lanciare l’allarme del calo di nascite (e poi c’è chi, come Salvini, ragiona da islamico per combattere l’Islam, ovvero incitando a fare figli come pani usciti dal forno). Difficilmente potrà cambiare qualcosa se non si raggiunge questa consapevolezza. Non è vietato fare figli, ci mancherebbe altro. Ma bisogna fare figli se si ha una concreta capacità economica e morale per poter dare ai figli i mezzi, in particolare quelli etici, necessari alla vita. L’obiettivo dovrebbe essere almeno mantenere invariata la popolazione. Già qui mi sa che abbiamo fallito, visto che le propagande vanno in verso opposto al mio pensiero. Proprio per questo motivo, ecco che periodicamente sbuca fuori un articolo che ci spiega come il cibo del futuro saranno gli insetti (ma non si dovevano estinguere pure loro?) o che dobbiamo seguire un’alimentazione vegetale. Mah, anche se esistono popoli che si nutrono di insetti, dubito che l’umanità intera accetterebbe di mangiare insetti. Io preferirei morire di fame, piuttosto! Per quanto riguarda l’alimentazione vegetale, siamo alle solite. Queste ideologie non mi hanno mai convinto, perché l’interesse non è realmente quello di salvare il pianeta. L’interesse di queste ideologie è convertire le persone a passare dalla loro parte, usando qualunque scusa possibile, bugie comprese. Diffidate di questi attivisti militanti, perché a loro, dell’ambiente, non frega nulla allo stesso modo dei politici che guadagnano con il cemento. Se per convertire devono dire che salveranno il pianeta, anche se non è vero, lo dicono. Non si fa altro che spostare il problema. Si continuerebbe a deforestare, si eliminerebbero le specie di quell’habitat e il problema, anzi, peggiora! O magari riduciamo l’impatto ambientale del 30%, ma la popolazione aumenta del 50% e siamo punto e a capo (si possono dare altre percentuali, ma il concetto resta invariato). Insomma, la vera soluzione è smetterla con la rincorsa al cemento, puntando sulla riqualificazione di aree su cui si è già costruito (vedi l’abbattimento del vecchio Delle Alpi, stadio della Juventus, per costruirci un altro stadio anziché andare in cerca di terreni ex novo). E, naturalmente, non possiamo continuare a crescere spropositatamente come numero di abitanti. Quando spiego che i paesi scandinavi sono tra i più felici al mondo, una delle critiche che piovono che è facile essere felici in Norvegia se loro sono appena 5 mln. Ecco, te lo sei detto da solo… vedi che, se vuoi, arrivi a capire che la sovrappopolazione è un problema!

Uno degli slogan del movimento #FridaysForFuture è che non dobbiamo cambiare il clima, ma il sistema. E sono d’accordo. Il cambiamento climatico è ormai irreversibile. Quindi, dobbiamo essere pronti, portando avanti linee politiche che considerino questo problema. Charles Darwin ha correttamente dimostrato, nella sua teoria dell’evoluzione, che sopravvive chi si adatta meglio. E noi umani dobbiamo adattarci ai cambiamenti climatici, cessando gli egoismi e i sovranismi.

Nulla cambia, ma forse tutto peggiora

Di recente, trovo positivo che molti giovani, rispetto agli adulti e ai politici, si siano resi conto del problema e scioperino (è importante distinguere che, per loro, non è una manifestazione). Ciò dimostra che le nuove generazioni non sono totalmente da buttare. Se parliamo di ambiente, sono gli adulti, cioè i nostri padri e i nostri nonni, ad averci lasciato nei guai per il mero profitto. Sfortunatamente, temo che sarà sempre troppo tardi. I politici “non hanno fatto i compiti” e non hanno intenzione di farli per molto a lungo. E gli scioperi, per conseguenza, rischiano di finire come un’azione passeggera o dimenticata. Il discorso della Thunberg al COP24 avrebbe dovuto far nascondere dalla vergogna coloro che, da anni, parlano e non vogliono mai risolvere per poter mantenere i rispettivi interessi. Invece, è inquietante che la realtà spiattellata in faccia abbia addirittura provocato insulti, come purtroppo non sorprende nell’era del “cattivismo”. E no, la Thunberg (che ha 16 anni e non è una bambina) non ha ragione perché ha l’Asperger. Posto che molte soluzioni alternative spostano o rimandano il problema, ha ragione per un motivo molto semplice ma che non si vuole ammettere: gli “adulti” non si comportano da maturi! Il discorso della Thunberg non è nuovo, a dire il vero. Con una retorica comprensibilmente degli anni ’90, l’aveva già fatto Severn Suzuki nel 1992, che all’epoca aveva 12 anni e fu nota come la bambina che “zittì il mondo per 6 minuti”. Quando si dice perseverare negli errori. Ora la Thunberg è diventata l’ambientalista simbolo e i politici si fanno belli con lei. Nel frattempo, però, hanno già nel cassetto i nuovi accordi per guadagnare con il cemento. Lo dice lei stessa:

Tanta gente importante si congratula con me, ma non so di che cosa si congratuli. Milioni di studenti sono andati in sciopero per il clima, e nulla è cambiato.

Diciamo che non è alimentare un palco con 120 ciclisti che risolveremo il problema. Sa di grottesco e ricorda l’immagine degli schiavi che dovevano remare le barche. Ma forse, più che non essere cambiato nulla, è tutto peggiorato. La popolazione è aumentata e i boschi spariscono a mano a mano per cedere ai centri commerciali. Un terreno prima coltivato diventa argilla secca dopo qualche anno. Si costruiscono sempre più strade e parcheggi, aumentando il traffico, lo smog e l’inquinamento. In riassunto, giusto per ripeterlo: siamo in troppi e cementifichiamo troppo!

Sia chiaro, anche il mio ragionamento è di stampo umano. A rimetterci è sempre l’uomo. Anche se si estingueranno molte specie, non sarà il pianeta a morire e non sarà la vita a sparire dal pianeta. Non è bastato nemmeno l’asteroide di Chicxhulub a distruggere la vita sulla Terra. Mi vengono in mente i tardigradi, animali piccolissimi (circa 1 mm) e capaci di sopravvivere dallo zero assoluto fino ai 150 °C o addirittura nel vuoto dello spazio. Il loro aspetto è simile a quello di un ippopotamo e sembrano buffi, ma sono uno straordinario esempio di come la vita, una volta che si è stabilita, è molto resistente. La vita avrà sempre futuro ancora per molto tempo. Sarà l’uomo a non esserci più, a meno che non decida di cambiare rotta in extremis. Ormai, anche i paesi occidentali risentono del surriscaldamento globale. Negli USA, è vero che ci sono ondate di gelo tremende che bloccano il traffico aereo, ma poi ritorna sempre preponderante il caldo. È la differenza tra meteo e clima, cioè tra scala locale e scala a lungo termine. Incendi, tempeste, alluvioni e altri eventi estremi (*) stanno colpendo anche nei paesi occidentali, provocando morti. Non saranno il miliardo e mezzo che dipende dall’Hindu Kush, ma anche da noi, di questo passo, serviranno a poco i climatizzatori in estate. Da noi in Europa, è stato appositamente coniato il termine “Medicane”, cioè un neologismo tra Mediterraneo e hurricane per sottolineare che questo evento climatico sta diventando comune anche nel Mare Nostrum. Non sono solo io a farla “tragica” parlando di sesta estinzione. Ne parlano anche molte riviste scientifiche (mi viene in mente un articolo di Le Scienze).

* Da chiarire cosa si intende per evento estremo. Un evento estremo è tale se non è tipico di un luogo, ma può essere normale in un altro. La domanda è: se gli eventi estremi diventano normali, come sempre più sta accadendo, ha senso parlare di eventi estremi?

Resilienza, il sapersi adattare

Come ho spiegato anche nell’articolo sul surriscaldamento globale, a mio parere dovremo adattarci. Gli scienziati amano usare il termine resilienza. E condivido. Ma dobbiamo adattarci con azioni concrete, non con cure palliative. Ha poco senso parlare di spazzolini di bambù o di fare docce brevi per non sprecare l’acqua (*), laddove il grosso è dato dalla sovrappopolazione e dal cemento. Il punto è che il trend è un dato di fatto ed è ciò che si sta davvero realizzando. Se è vero che il peggio lo vivranno i nostri figli e i nostri nipoti, è anche vero che già la qualità delle nostre vite è scaduta. Purtroppo, quello che ancora a molti non piace è dire dove sta veramente il problema. Le ideologie veg non potrebbero convertire la gente a fare un’alimentazione vegetale. I politici non potrebbero fare le campagne per il family day e regalare al papa altri fedeli. E, ovviamente, la mafia del cemento non potrebbe continuare ad arricchirsi. Sì, poi c’è Focus che ci fa vedere una manciata di teneri cuccioli di elefanti salvati dai bracconieri, ma nel frattempo il malvagio di turno si prende 1000 volte di più.

* L’argomentazione ha poco senso. È vero che non bisogna sprecare l’acqua, ma il problema non si risolve facendo docce brevi. Tutto quello che usiamo e indossiamo impiega molta più acqua di quella con cui ci facciamo la doccia. Quest’acqua viene chiamata “acqua virtuale”, ma è ben più reale di quella del rubinetto o delle docce.

Uno degli slogan del movimento #FridaysForFuture è che non dobbiamo cambiare il clima, ma il sistema. E sono d’accordo. Il cambiamento climatico è ormai irreversibile. Quindi, dobbiamo essere pronti, portando avanti linee politiche che considerino il surriscaldamento globale. Charles Darwin ha correttamente dimostrato, nella sua teoria dell’evoluzione, che sopravvive chi si adatta meglio (e non il più forte!). Noi umani dobbiamo adattarci ai cambiamenti climatici, cessando gli egoismi e i sovranismi.

Infine, voglio spendere due parole sul riciclo. Le cose non sono più come 20 anni fa. Riciclare è sempre meno economico. È per questo che i roghi ai rifiuti sono diventati un problema, la nuova frontiera (per così dire) della mafia. Sono le società di riciclaggio stesse ad appiccare gli incendi. Non guadagnano più come prima. Allora cosa fanno? Riciclano solo una parte dei rifiuti. Il resto viene dato alle fiamme in qualche cantiere abbandonato. Tutto ciò nasce dalla crescente popolazione. Più c’è gente e più aumenta l’energia consumata, quindi anche gli sprechi. Riciclare diventa più costoso e alimenta la mafia con gli incendi ai rifiuti. Ma il problema non è riciclare, bensì l’aumento eccessivo della popolazione. E questo problema non si risolve tornando agli inceneritori come vogliono fare alcuni politici stile Salvini.

Perché aspirare al modello scandinavo

Nell’articolo sui paesi in cui si vive meglio, ho fatto notare che, se è vero che l’Italia, arretra, i veri paesi del benessere non sono nemmeno quelli che alcuni si aspetterebbero. Mi riferisco ai classici paesi come Germania, Stati Uniti, Regno Unito e Francia (certo, questi paesi restano mediamente più avanti dell’Italia, ma è un altro discorso). Invece, ho fatto notare che sono i paesi scandinavi, compresa la “remota” Islanda (*), a essere costantemente fra i primi posti. E ora vorrei spiegare perché loro sono così avanti. Innanzitutto, quello che vi sto per dire, anche se non è un quadro completo ed esaustivo, non è frutto del mero sentito dire. Sono stato diverse volte nei paesi scandinavi, tranne l’Islanda, e ho avuto modo di toccare la loro realtà. Certo, andarci da turista non è come viverci, ma non può essere una critica valida. Non può esserlo perché la differenza è troppo netta per non accorgersene! Mettere insieme un “modello scandinavo” è un po’ difficile, visto che stiamo parlando di 5 paesi. Ci sono differenze locali e legislative, ma il concetto di fondo è comune. Per questa ragione, l’espressione “modello scandinavo” ha senso (oltre alle vicende di storia che hanno sempre accomunato questi paesi).

* Tecnicamente, i paesi che si identificano come propriamente scandinavi sono solo Svezia, Norvegia e Danimarca. Questo perché hanno sempre avuto forti legami storici, culturali e linguistici (praticamente, svedese, norvegese e danese possono essere considerati, esagerando, dei “dialetti”). Secondo altre definizioni, si accomunano anche la Finlandia e l’Islanda, perché in effetti il regno vichingo ha avuto molta influenza in queste regioni. La lingua islandese, anche se a tratti simile, è diversa e ancora di più lo è quella finlandese (la Finlandia ha avuto il dominio russo ed è amica dell’Estonia).

Corruzione e criminalità
Sì, esistono anche lì e non è mai tutto perfetto al 100%. Quello che influisce sull’andamento del paese è la percentuale di questi problemi. È facile notare che gli scandali politici sono molto rari in Scandinavia. Emblematico l’esempio dell’Islanda con le banche. Gli islandesi hanno deciso di dare pene certe ai responsabili e di non far ripagare quel debito ai cittadini. Direte che è facile per un paese di circa 300 mila abitanti. Beh, in un momento difficile di sovrappopolazione, di spreco e mancanza di risorse, essere in pochi è un pregio! La criminalità è bassa nei paesi scandinavi, a tal punto che la condanna a Breivik è parsa ridicola all’italiano medio. Ma questo tipo di condanna è possibile all’interno di una società con bassa criminalità! Provate a sentire un buon numero di norvegesi e vi accorgerete che, per quanto siano rimasti sconvolti, non nutrono la rabbia e l’odio di molti italiani. A contribuire nel non coltivare questi sentimenti negativi, c’è la certezza della pena, cosa che a noi, purtroppo, manca (basti pensare all’immunità politica e all’oscena riabilitazione di Berlusconi).

Reddito di cittadinanza (?)
Il grande vanto di Di Maio, che invece è una bufala. Nei paesi scandinavi, a seconda della traduzione, si preferisce parlare di “reddito di sussistenza”. In Finlandia, hanno addirittura provato a sperimentare il reddito di benessere universale, anche se l’esperimento è fallito (fallito solo in termini di lavoro, poiché i beneficiari non se ne sono affatto stati sul divano, bensì hanno sfruttato il tempo libero per essere felici e curare la salute: il momento del reddito di benessere universale arriverà!). Dove sta il plus del sistema scandinavo? Sta nello scopo. Il (finto) reddito di cittadinanza del M5S è una propaganda politica che serve per far vedere di aver combattuto la disoccupazione, quando in realtà la precarietà è addirittura peggiorata. Per gli scandinavi, sebbene ci sia sempre la clausola del lavoro, l’obbiettivo è rendere le persone autonome e indipendenti. Il loro intento non è rendere schiavi i cittadini per evitare che stiano sul divano, ma che abbiano le risorse per cavarsela da soli. Un cittadino che se la cava da solo, per conseguenza, non grava sullo Stato. Ovvio che, anche lì, c’è sempre chi vuole stare sul divano. Lo sanno benissimo, ma sanno altrettanto che chi sta sul divano fa meno danni rispetto a uno che lavora male!

Distribuzione equa della ricchezza (divertirsi senza essere apparenti)
Le tasse, in altre parole. È vero, gli scandinavi pagano molte tasse, ma quel che rimane è sempre tanto. Ed è per questo che non si lamentano. La busta paga, al netto delle tasse, è sempre sostanziosa. E quello che finisce in tasse viene usato per il loro welfare, quindi con il beneficio per tutti. C’è meno disparità sociale e, di questo, gli scandinavi hanno la garanzia. È anche vero che gli scandinavi hanno l’ottima dote di essere persone semplici rispetto agli italiani che, mediamente, sono molto più apparenti. Mi viene in mente un mio amico, che ha le mani bucate ogni volta in cui può spendere qualcosa. E come lui, ci sono tantissimi altri italiani che si comportano così. Questa è tutta gente che non arriverebbe a fine mese anche guadagnando 1 milione di euro all’anno! Nessuno dice che non bisogna divertirsi, ma ci si può divertire senza avere le mani bucate. Ci si può benissimo divertire senza avere l’ambizione di dire “me lo posso permettere” o per mantenere uno status quo di cui dare sfoggio. Sul sistema fiscale, ho già scritto perché la flat tax è una bastonata per i poveri in questo articolo.

Alcolismo e fumo
Anche in questo caso, come per la criminalità, è impossibile non vedere mai gente ubriaca che vomita per strada. Ma c’è un regolamento preciso e viene fatto rispettare. L’alcol è monopolio di Stato e viene venduto a caro prezzo. Gli alcolici non possono essere venduti normalmente nei supermercati, tranne alcune bevande a bassa gradazione. L’obiettivo non è quello di sradicare completamente l’alcolismo, ma di minimizzarlo. E se anche qualcuno ha questo problema, il costo elevato degli alcolici giustifica il rientro delle spese per eventuali cure mediche (o comunque sono soldi che vengono rimessi in circolo per la comunità). Il problema dell’alcol, nei paesi scandinavi, è stato minimizzato perché il problema viene trattato con serietà, dando magari la sensazione che sia più grave di quel che sembra. Non ci si nasconde come da noi e non si fa finta di non vedere il problema. La stessa cosa vale per il tabacco. La percentuale di fumatori è bassa perché la gente viene educata con valori di civiltà. Già da anni, in Svezia è sempre stato vietato fumare non solo all’interno dei locali, ma anche negli spazi appena fuori (in Italia, all’esterno di bar e ristoranti si può fumare!). Dal 2019, sarà vietato fumare anche nei parchi giochi e nelle banchine delle stazioni. In pratica, sarà permesso fumare solo in casa propria o negli spazi in cui c’è l’area fumatori. Tutto questo è frutto di una ridotta percentuale di fumatori in Svezia, che è di almeno la metà rispetto agli italiani. In Italia, la legge ha cercato di accomodare i fumatori, dando un po’ il contentino a chi non fuma. In Svezia, hanno capito che è inutile vietare il fumo negli edifici, se poi si fuma all’esterno facendo arrivare ad altri il fumo passivo. Notate come gli scandinavi non fanno discriminazione. Ognuno ha sempre la possibilità di bere e fumare, ma si trasmettono la consapevolezza e la responsabilità dei comportamenti fin da bambini. Non esistono tabù e non si cerca di mettere la polvere sotto il tappeto come da noi, salvo in seguito “sospenderci” quando avviene la tragedia.

Auto e attività fisica
Il grande paradosso della Norvegia: ha tanto petrolio, ma quasi non lo usa. Sì, è così. Non è che il petrolio non viene usato, bensì viene usato con criterio e per il necessario. Gli scandinavi, in generale, sono poco abituati ad usare l’automobile. Stoccolma è la capitale della Svezia, ma le zone con traffico intenso sono poche. La gente preferisce spostarsi a piedi, in bicicletta o con mezzi pubblici. La stessa cosa vale per la Norvegia che, come detto, ha parecchio petrolio. Eppure, nonostante la disponibilità di petrolio, è comune vedere i norvegesi che camminano in inverno con il sole che è già calato alle 3 e mezza del pomeriggio. Persino a temperature fortemente sotto lo zero, gli scandinavi sono abituati a camminare e a fare attività fisica. Infatti, mediamente sono più magri degli italiani! Ciò dovrebbe far cadere il pregiudizio per cui il loro clima rende depressi. E dovrebbe far riflettere tutti coloro che, appena la temperatura scende sotto i 10 gradi, non uscirebbero mai a correre. Oppure lo fanno, ma conciandosi come degli eschimesi (!). Da noi, si “deve” usare la macchina anche solo per andare in edicola a 500 m di distanza…

Decentramento
È pur vero che il minor utilizzo delle auto è correlato allo scarso decentramento della popolazione scandinava. Loro preferiscono avere poche città, ma dove tutto quello che serve è presente lì. Meno città vuol dire meno collegamenti e meno collegamenti vuol dire sprecare meno denaro per i collegamenti. E quindi, si tende a usare meno l’auto per spostarsi. I collegamenti che ci sono funzionano benissimo con il treno o il bus, mentre l’auto viene usata se è strettamente necessario. Qualcuno può sempre contestare che è facile avere poche città se gli abitanti sono pochi. In realtà, anche in Danimarca funziona così. La Danimarca è piccola, ma con una densità di popolazione elevata. Eppure le città restano poche e poco decentrate. Si cerca di minimizzare ogni spreco possibile. Da noi, creiamo sempre una nuova strada per guadagnare 5′ di traffico, traffico che puntualmente però peggiora. Abbiamo troppe cittadine da collegare, anche quelle sul cucuzzolo sperduto, e anche per questo si usa troppo la macchina. Il risultato è che, da noi, l’inquinamento è gravissimo e lo smog è persistente tutto l’anno. I nostri politici fanno le domeniche con il blocco del traffico, ma non vogliono dire la cosa più importante: il nostro paese è troppo decentrato e c’è una folle rincorsa al cemento. Il pregio degli scandinavi è che hanno una concreta e solida etica ambientale. Non disprezzano affatto il progresso e la tecnologia (anzi, ne sono maestri). Hanno capito che i cliché degli alternativi non funzionano o, spesso, sono addirittura deleteri.

Avrete notato che non ho parlato di una leggenda tipica sugli scandinavi: il tasso di suicidi. Spesso, quando parlo dei pregi degli scandinavi, mi replicano che loro il tasso di suicidi è elevato. Ebbene, chissà perché chi lo afferma non fornisce mai i numeri e parla a caso sperando che uno se la beva. Il tasso di suicidi in Norvegia e in Islanda ha lo stesso ordine di grandezza dell’Italia. È leggermente più alto in Svezia, Danimarca e Finlandia ma, appunto, leggermente. Questi dati non contraddicono affatto il maggior grado di felicità degli scandinavi messa in evidenza dalle varie classifiche sul benessere. Anzi, si può dire che sono “coerenti”. Chi sta male riconosce il suo stato si uccide, ma gli altri sono felici! Lo so, detto così può sembrare brutale, ma è ciò che, di fatto, avviene. In Italia, c’è molta più infelicità, ma il suicidio ha un impatto (leggermente!) inferiore per via della religione e delle inibizioni. Il tasso di suicidi è molto più alto e drammatico in Giappone e in Corea del sud, guarda caso due paesi in cui il valore della persona si basa su quanto ci si sacrifica a lavoro (andatelo a dire a Di Maio…). Se è vero che il tasso di suicidi è più alto nei paesi scandinavi, l’errore è quello di chi non ha la capacità di comprendere gli ordini di grandezza (tant’è che gli italiani sono, sostanzialmente, degli analfabeti funzionali).

E no, a chi mi contesta che dovrei andare in Svezia o in Norvegia, replico che sto parlando di esempi da cui imparare. Stimare gli scandinavi non vuol dire che bisogna prendere una loro cittadinanza e naturalizzarsi. Fuggire, a meno che non sia davvero conveniente in tutti i sensi, non è la soluzione. Preferisco descrivere un modo per progredire e migliorare noi, anche se so che, nella maggior parte dei casi, parlo a vuoto. Ma s uno non inizia a tracciare la rotta, proponendo delle soluzioni, è una lotta persa in partenza e non ci sarà mai fine al peggio per l’Italia.

Selvaggio a chi?

Possiamo imparare dagli Hunza, ma non le bufale!

Quella sugli Hunza è una bufala molto vecchia. Girava su siti come disinformazione.it, ma ancora oggi è “gettonata” e viene proposta da famosi motori di ricerca. Penso che però sia interessante per capire alcune cose sullo stile di vita.

Gli Hunza, tante etnie in una valle

Partiamo dal principio: chi sono gli Hunza? Gli Hunza abitano nell’omonima valle in Pakistan. Fin dalla fine dell’ottocento, gli Hunza sono descritti come un popolo longevo. A mano a mano, la loro storia è stata sempre più romanzata, fino ad arrivare alle bufale degli alternativi, secondo cui gli Hunza vivono fino a 130-140 anni. La prima cosa che salta all’occhio è che queste bufale sono diffuse dagli alternativi che sono contro la società moderna. La popolazione degli Hunza, in generale, viene descritta come una tribù mistica che vive lontana dalla tecnologia e dal comfort dell’occidente, che non conosce le malattie e nemmeno la medicina, nutrendosi di acqua pura (alcalina?) e prodotti vegetali. Ebbene, quasi nulla di tutto questo è vero. Innanzitutto, il popolo degli Hunza, per la maggior parte, appartiene a una corrente islamica liberale, i cosiddetti ismaeliti. Liberali perché si possono vedere molte donne in giro con abiti decisamente più “emancipati” rispetto ad altri tipi di islam. Già se si va in alcune zone confinanti, l’estremismo islamico è dominante e vige un profondo odio verso gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, gli Hunza non sono affatto una tribù mistica come vogliono descrivere gli alternativi, ma vivono nelle città, esattamente come facciamo noi in occidente. La città principale della valle è Karimabad e ha circa 10 mila abitanti. Non sarà una metropoli come New York, ma molte valli in Italia, al confronto, sono disabitate. Esistono diverse etnie nella valle dell’Hunza, che parlano altrettante lingue. Quindi, per comodità e metonimia, continuerò a chiamarle tutte Hunza, ma sappiate che è tecnicamente sbagliato. Non esiste una “popolazione Hunza”. Esistono diverse etnie che abitano la valle, con diverse lingue, ma una “popolazione Hunza” non esiste.

Nonostante quella degli Hunza sia una bufala, c’è un dato vero: l’aspettativa di vita degli Hunza è sorprendentemente alta. Ma alta di quanto? Alla fine, è un’aspettativa di vita del tutto paragonabile a quella che c’è da noi. Infatti, gli Hunza non sono nemmeno citati nelle zone blu internazionali, cioè le aree locali con un’aspettativa di vita più alta della media mondiale. Più interessante scoprire perché esiste questa aspettativa di vita. E non è merito di pratiche come il digiuno o l’alimentazione a base di vegetali, bensì proprio delle innovazioni che gli alternativi disprezzano. La valle dell’Hunza ha ricevuto finanziamenti per l’agricoltura e l’economia. Anche l’alfabetizzazione è alta (alcune fonti, tra cui Wikipedia, riportano il 90%). È una valle rigogliosa e verde, ma per niente povera e isolata. È una valle molto frequentata dai turisti e attraversata dalle strade, come quella di Karakorum che permette di assistere a panorami mozzafiato. Certo, magari non andranno in giro con macchine e smartphone, ma dire che vivono come delle specie di eremiti è una falsità bella e grossa. Grazie ai finanziamenti attuati dall’Aga Khan (il loro equivalente di governatore), gli Hunza hanno guadagnato un certo benessere. E quando c’è più benessere, si sa, si tende di più ad essere gioviali come lo sono gli Hunza. La popolazione degli Hunza è stata documentata da Levison Wood, il famoso esploratore britannico che ama fare viaggi lunghi a pedi attraverso luoghi impervi o pericolosi (nello specifico, gli Hunza vengono citati nella serie “Sentieri himalayani”). E fa vedere proprio quanto ho appena detto, cioè che gli Hunza hanno raggiungo un sufficiente livello di benessere per raggiungere l’aspettativa di vita che abbiamo noi. Non è che non conoscono le malattie e la medicina. Semplicemente, la loro vita non ha le piaghe di altre zone cosiddette povere. E non le hanno perché hanno guadagnato maggior benessere. Secondo me, se parlassimo a qualche Hunza delle bufale sul loro conto, si metterebbe a ridere! Gli Hunza sono tutt’altro che santoni o mistici illuminati.

Ma ci insegnano qualcosa?

Cosa possiamo davvero imparare dagli Hunza? Che la tecnologia è fondamentale per essere longevi. Che poi, nella nostra società, la tecnologia sia stata deviata, è un altro conto. L’ho spiegato anche in questo articolo: non è la tecnologia ad essere negativa, ma il modo in cui l’uomo la usa. Oltre alla tecnologia, ovviamente, è molto importante mantenersi attivi. Modernamente, possiamo parlare di sport. Molti abitanti della valle continuano tranquillamente a scalare le montagne a 80 anni. Tutto questo è ben diverso dal quadro decritto dagli alternativi. Gli alternativi citano spesso gli Hunza per vendere la loro ideologia, di solito quella vegetariana o vegana o contro i vaccini, contro la medicina ecc. Lasciate perdere tutto questo e concentratevi su un corretto stile di vita. Dagli Hunza, sì, possiamo imparare questo. In sostanza, l’errore è credere che i popoli primitivi muoiano di fame e di malattie, che abbiano un’elevata mortalità infantile. Diamo per scontato che solo il nostro modello di società sia il migliore in assoluto. Non vuol dire che gli Hunza non se la passano mai male e non è tutto oro quel che luccica, visto che, come detto, gli Hunza non appartengono alle zone blu. Ma se loro non se la passano male è perché, evidentemente, non sono affatto così “primitivi” o isolati. E, naturalmente, il turismo ha il suo bel ritorno economico per valorizzare la valle e fornire più benessere agli abitanti locali. Siamo noi ad essere troppo arroganti e imporre il nostro stile di vita come il sommo possibile. A dimostrazione di ciò, anche nel Medioevo si poteva benissimo vivere a lungo come oggi in occidente. Erano persone che, rispetto al resto della popolazione, potevano godere di più benessere. Ed è una situazione, con i dovuti accorgimenti e le dovute differenze, paragonabile agli abitanti della valle dell’Hunza. Sì, anche sul Medioevo, e in generale sulle epoche passate, ci sono errate convinzioni.

Riassunto delle mie parole: no alle bufale, ma impariamo ad uscire dall’orticello!

Attenzione alla credunoleria!
Giornalisti e ricerche da budinocerebrati

L’illusione del naturale
La pericolosità della medicina alternativa
Selvaggio a chi?

La tecnologia rende stupidi?

La prima volta in cui mi sono soffermato con spirito critico sull’utilità della tecnologia risale ai tempi dell’università. Dovevamo andare in escursione e stavamo raggiungendo il luogo d’incontro prefissato. Un nostro compagno usava il navigatore ma, incredibilmente, sbagliò strada! Errare è umano, si può dire, ma quello che destò scalpore anche ad altri fu che c’era il cartello stradale con la direzione giusta! Lui però insisteva “ma il navigatore diceva così!”

Poi, qualche giorno fa, è uscito l’ennesimo articolo sull’ANSA che parla della dipendenza dalla tecnologia. Nulla di nuovo sotto il sole. I ragazzi sono dovunque sui social e usano continuamente le app. Sembra che smanettino come il miglior hacker ma poi, dal vivo, non sanno chiedere informazioni o hanno problemi con la cassiera del supermercato. Il tema è molto ricorrente e anche serie come X-Files e Doctor Who segnalano il problema. La gente non sa più comunicare, è sempre china sul cellulare o sta troppo ai videogame. Devo dire che, essendo figlio dell’internet degli anni ’90, pur condividendo la preoccupazione sulla tecnologia, non si è individuato il nocciolo della questione:

la colpa non è tanto della tecnologia, ma di un generale impoverimento d’animo.

In sostanza, c’è tecnologia e tecnologia. Un conto è adoperare internet per informarsi, un altro diffondere bufale per creare panico, diffidenza, odio e risentimento. Ma sono elementi che esistono già e che sono sempre esistiti (vedi l’articolo sul Medioevo). L’errore è stato quello di assecondare questo carattere umano con la tecnologia sbagliata, quando invece si doveva indirizzare la gente verso un uso più utile di essa. Si possono fare parecchi esempi oltre a quello che mi è accaduto all’università. Ad esempio, si va a correre con il cardiofrequenzimetro e lo smartphone, salvo poi non essere capaci di gestire il ritmo ascoltando il proprio corpo. Si usa la mappa di Google per trovare una via, ma così non impariamo a guardarci intorno e, paradossalmente, non impariamo mai la strada. C’è sempre meno voglia di faticare e studiare e poi è ovvio che siamo allo sbando. Usiamo le app per gestire la dieta, ma poi non sappiamo valutare gli alimenti attraverso lo studio. Ovviamente, chi usa questi mezzi dirà che sono utili, che ci semplificano la vita ma, a conti fatti, rimangono handicappati. Ma non è finita qui. Ormai esistono decine di social network, ma nessuno sa fare un discorso, tanto che Twitter permette un numero limitato di caratteri (beh, certo, anche la sintesi è un dono, ma è diverso dall’assecondare un difetto!). E poi, invece, non si sa più scrivere una mail. Ecco, la mail è un esempio molto utile per capire quello che voglio dire. La mail è tecnologia. Il cartaceo è bellissimo, ma è indubbiamente vero che la mail è spesso più comoda. Ma quante persone scrivono ancora mail? Tutti sui social network a postare stati e link, ma le mail sono state ormai abbandonate. Eppure la mail ha segnato una importante rivoluzione tecnologica, permettendo una comunicazione più facile ed economica. Quindi, non si deve puntare il dito contro la tecnologia, bensì bisogna recuperare la capacità di comunicare, che sia tramite una mail o di persona. In alcuni casi, la tecnologia ci aiuta a farlo, mentre in altri no. I cellulari sono utili, ma se stiamo tutto il tempo chini ad aspettare qualche notifica qualcosa non va. La tecnologia non è mai intrinsecamente positiva o negativa. Siamo noi che possiamo decidere come usarla e, purtroppo, è vero che la stiamo usando male o con superficialità negli ultimi anni. Sono concetti che ho espresso anche in altri articoli, come sulla TV o sui robot. Evidentemente, il problema è più ampio e affonda nel come l’umanità si evolve (nel bene e nel male). Se l’umanità si evolve (o forse dovremmo dire devolve?) impoverendosi d’animo, il circolo vizioso proseguirà e saremo sempre più dipendenti da certi strumenti che solo in teoria ci facilitano la vita. Nel senso che ce la facilitano, sì, ma annientano anche la capacità di comunicare, di problem solving, di avere spirito critico. Ricordatevi sempre l’esempio della mail. La tecnologia, se usata bene, è positiva e ci migliora come esseri umani. La scelta è sempre nostra!

Rime of the Ancient Mariner (Iron Maiden)

Canzone: Rime of the Ancient Mariner
Artista: Iron Maiden
Album: Powerslave (1984)

Un esempio di come sia sbagliato associare il metal alla figura dello sbandato. Anzi, è un perfetto esempio di come il metal ci possa allargare gli orizzonti letterari. La canzone, infatti, deriva dall’omonimo componimento letterario di Samuel Taylor Coleridge. Praticamente, si tratta di un riassunto dell’opera dello scrittore originario del Devon. Quello che colpisce è che, nonostante sia un riassunto, è come se i versi fossero davvero scritti da Coleridge anziché dagli Iron Maiden. La cultura e la sportività di degli Iron Maiden sono ormai due loro qualità riconosciute e, in questa canzone, la prima si riconosce bene. Il fine morale di Rime of the Ancient Mariner può sembrare banale, dato che si basa sul principio di rispettare ogni creatura vivente, che sia un albatros o un serpente. Tuttavia, al giorno d’oggi non credo che sia così scontato trasmettere questo insegnamento. Basta guardare come la gente riduce le panchine anche se, tre centimetri, c’è un cestino. In sede live, Bruce Dickinson ha scherzato su questa mancanza di rispetto. “Questo è ciò che non dovete fare se un uccello vi scagazza in testa!” è la frase pronunciata durante alcuni live. Il riferimento è al fatto che, nell’opera di Coleridge, il marinaio uccide l’albatros “senza motivo”. E l’albatros si vendica! Insomma, anche in chiave ironica, è una canzone bellissima, dotata di una poeticità che gli amanti dell’inglese potranno apprezzare sicuramente. Ovviamente, l’invito è quello di leggersi l’opera integrale! Alcune espressioni, come quando i membri dell’equipaggio “cadono uno per volta”, mettono i brividi. O quando viene descritta la scena in cui stanno morendo di sete, eppure l’acqua di mare li circonda dovunque. L’acqua è lì, ma non si può bere. Le due scene sono descritte con gli stessi versi di Coleridge. Poesia pura, appunto. E tremenda, tremenda vendetta della natura quando non viene rispettata. Infine c’è il finale, che è una chiara invettiva contro l’ipocrisia della religione (per inciso, Coleridge era cristiano, ma detestava gli ipocriti!).

Testo

Hear the rime of the ancient mariner
See his eye as he stops one of three
Mesmerises one of the wedding guests
Stay here and listen to the nightmares of the sea.

And the music plays on, as the bride passes by
Caught by his spell and the mariner tells his tale

Driven south to the land of the snow and ice
To a place where nobody’s been
Through the snow fog flies on the albatross
Hailed in god’s name, hoping good luck it brings

And the ship sails on, back to the north
Through the fog and ice and the albatross follows on

The mariner kills the bird of good omen
His shipmates cry against what he’s done
But when the fog clears, they justify him
And make themselves a part of the crime

Sailing on and on and north across the sea
Sailing on and on and north ‘til all is calm

The albatross begins with it’s vengeance
A terrible curse a thirst has begun
His shipmates blame bad luck on the mariner
About his neck, the dead bird is hung

And the curse goes on and on at sea
And the curse goes on and on for them and me

“Day after day, day after day,
we stuck nor breath nor motion
As idle as a painted ship upon a painted ocean
Water, water everywhere and
all the boards did shrink
Water, water everywhere nor any drop to drink”

There calls the mariner
There comes a ship over the line
But how can she sail with no wind in her sails and no tide

See… onward she comes
Onward she nears out of the sun
See, she has no crew
She has no life, wait but here’s two

Death and she life in death,
They throw their dice for the crew
She wins the mariner and he belongs to her now
Then… crew one by one
They drop down dead, two hundred men
She… she, life in death.
She lets him live, her chosen one

“One after one by the star dogged moon,
Too quick for groan or sigh
Each turned his facce with a ghastly pang
And cursed me with his eye
Four times fifty living men
(And I heard nor sigh nor groan)
With heavy thump, a lifeless lump,
They dropped down one by one”

The curse it lives on in their eyes
The mariner wished he’d die
Along with the sea creatures
But they lived on, so did he

And by the light of the moon
He prays for their beauty not doom
With heart he blesses them
God’s creatures all of them too

Then the spell starts to break
The albatross falls from his neck
Sinks down like lead into the sea
Then down in falls comes the rain

Hear the groans of the long dead seamen
See them stir and they start to rise
Bodies lifted by good spirits
None of them speak and they’re lifelesss in their eyes

And revenge is still sought, penance starts again
Cast into a trance and the nightmare carries on

Now the curse is finally lifted
And the mariner sights his home
Spirits go fromhe long dead bodies
Form their own light and the mariner’s left alone

And then a boat came sailing towards him
It was a joy he could not believe
The pilot’s boat, his son and the hermit,
Penance of life will fall onto him

And the ship sinks like lead into the sea
And the hermit shrieves the mariner of his sins

The mariner’s bound to tell of his story
To tell this tale wherever he goes
To teach god’s word by his own example
That we must love all things thaat God made

And the wedding guest’s a sad and wiser man
And the tale goes on and on and on