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Una pandemia non si supera tappandosi in casa (Coronavirus)

Precisazione: molte cose di questo articolo risulteranno sgradite. E in effetti è così. Però, alla fine dell’articolo, ho voluto lasciare sempre un messaggio di positività per non essere frainteso. Mi ero proposto di non scrivere un articolo sulla pandemia COVID-19 (o Coronavirus). Pensavo che non sarebbe stato necessario, lasciando fare agli esperti e preferendo concentrarmi su altri aspetti di opportunità. Purtroppo, per come la situazione si è evoluta, l’Italia ha commesso delle grandissime cavolate:

non sono gli altri paesi che devono seguire l’Italia, ma è l’Italia che non ci ha capito niente!

Se più o meno tutti i paesi del nord Europa stanno andando nella stessa direzione, con restrizioni non troppo pesanti, non è il caso di pensare che siamo noi a sbagliare? O almeno, poniamoci il dubbio che possiamo aver sbagliato noi. Sento ripetere spesso “anche gli altri paesi”. No, non è vero. È vero che gli altri paesi si sono mossi, ma praticamente tutti i nordici hanno preso misure molto più lasche dell’Italia. E stanno facendo meglio. Noi abbiamo bloccato l’intero paese in casa (non l’ha fatto nemmeno la Cina, perché l’Hubei è una regione) per un periodo di tempo masochistico. E stiamo facendo peggio, come la Spagna che ci imita. Siamo arrivati per primi in occidente, ma siamo già indietro. Storia già vista (vedi quando facevamo i salti con la spesa pubblica, ma gli altri programmavano e ci bruciavano dopo). Potrà sembrarvi spiacevole, ma le restrizioni carcerarie dei nostri politici e governatori non risolveranno granché o posticiperanno l’inevitabile. Purtroppo, la crisi economica e sociale sarà proporzionale alle restrizioni. Io già l’ho notato nel mio comune, dove molti si sono tappati in casa a bere vino e fumare sigarette. L’ho saputo perché ho continuato a correre. Non ci ho rinunciato né mai lo farò perché lo trovo privo di fondamento scientifico, a meno di non infortunarmi (batte ferro, ormai è da anni che proseguo senza neanche un crampo!). Mi sono arrangiato con un giro diverso e vicino a casa, claustrofobico, nel deserto di orari improbabili “per evitare il contagio”. Nella mia regione, la corsa in solitaria non è stata bandita. Ma veniamo al dunque. Qual è la verità che i nostri capi non hanno capito? Che:

volenti o nolenti, il virus dovrà essere lasciato libero di circolare.

E che:

le restrizioni dovranno essere atte a non saturare il sistema sanitario e a limitare il più possibile i danni (non solo i decessi).

Alcuni hanno criticato Boris Johnson perché voleva mandare gli inglesi al macello per ottenere l’immunità di gregge. Dario Bressanini, però, ha pubblicato un articolo molto interessante dove menziona il programma per la gestione della pandemia nel Regno Unito. Sorpresa: non si parla affatto di immunità di gregge! Quella dell’immunità di gregge nel Regno Unito è una bufala diffusa dai nostri media per sostenere la soluzione carceraria che abbiamo adottato. Basta fare una ricerca in rete e si troveranno gli articoli che spiegano che cosa ha davvero detto Johnson, e sono cose completamente diverse. Il programma britannico è molto dettagliato e NON elimina affatto le restrizioni, anche molto drastiche (*), ma non si parla di immunità di gregge. È un programma pragmatico e di buon senso al contempo. Inoltre, considera il morale delle persone e la chiarezza del rischio. I nostri capi non hanno minimamente pensato al morale dei cittadini. Anziani disabili lasciati abbandonati, alcolismo dilagante, gente che di continuo va alla tabaccheria, abuso di farmaci per combattere lo stress e l’ansia, persone che hanno difficoltà a procurarsi da mangiare a livello logistico: ecco i risultati della quarantena italiana. Siamo tutti d’accordo che la salute viene prima di tutto. Ma a che prezzo in termini di distruzione sociale e depressione?

* Gli inglesi non hanno mai escluso il lockdown. Semplicemente, hanno cercato di capire quando era il momento giusto per attuarlo. La stessa cosa è stata fatta dagli altri paesi del nord. I nostri politici, invece, sostengono che gli altri hanno sottovalutato e poi copiato dall’Italia. Ecco un perfetto esempio di fake news da regime. Tutti i paesi hanno il lockdown come jolly, ma la sanno usare bene. La Germania, che a detta dei nostri capi doveva imparare da noi, è più veloce negli interventi e isola meglio i casi. Siamo noi che abbiamo copiato dalla Cina. E pure male, visto che lì si usa il codice QR per fare gli spostamenti e nessuno può imbrogliare viaggiando di notte.

Lo scenario pandemico dei britannici prevede al massimo una letalità globale del 2.5%. Come d’altronde fu anche per l’H1N1 (spagnola), a cui però si sommò la debilitazione psicofisica della guerra. Non vuol dire che morirà il 2.5% della popolazione ma che, sul totale di chi verrà contagiato, al massimo (al massimo!) il 2.5% morirà. Già sul Coronavirus alcuni stanno rivedendo la letalità sullo 0.7-1.4%, con uno 0.2% per chi non ha patologie pregresse. Non è una normale influenza, ma nemmeno l’ebola, anzi. Ecco dove ha sbagliato il nostro governo (opposizione e maggioranza, intendo). Ce l’hanno spacciata come una letalità dell’ebola, insinuando, attraverso distorsioni e propaganda mediatica, che contagiato è uguale a morto. Qualcuno dei nostrani dirà che sto facendo disinformazione (fake news) e pretenderà di censurarmi, ma il testo del programma britannico è online e lo possono vedere tutti. Non sto inventando nulla. Se ne avete voglia, leggetelo. È lungo, ma anche interessante e affronta la pandemia con un approccio ben migliore di come fanno nei nostri mezzi di informazione.

Ma non è finita qui. Una pandemia dura molti mesi. La Cina ha liberato la regione dell’Hubei (una regione, non un paese) dopo due mesi, ma la pandemia non è finita. Sta proseguendo, in maniera più ridotta e controllata, ma sta proseguendo. Così come non è finita in Sud Corea, dove le misure erano all’opposto della Cina. Già questo dovrebbe far riflettere. Risponderete che noi non siamo la Sud Corea (e nemmeno la Cina, direi), ma una persona che sa capire arriverà alla conclusione che, prima o dopo, il virus dovrà circolare liberamente. Capire il rischio è fondamentale per accettare questa realtà. Sia ben chiaro, NESSUNO dice che non bisogna fare nulla, nemmeno gli inglesi. È esattamente l’opposto! Bisogna agire ma, come diceva anche Conte ai primordi dell’emergenza, con misure né leggere né esagerate. Purtroppo, molti governatori e sindaci, presi dal panico e dagli umori della giornata, hanno premuto per misure carcerarie. E cosa cambierà? Poco o nulla. Il problema sarà solo rimandato e dovremo tutti prenderci il virus. O almeno toccherà al 60%, ma non tutti insieme. Sì, proprio come dice la Merkel. E come dice il programma britannico. Siamo sicuri che sono gli altri a sbagliare e non noi? I politici italiani dovrebbero raccontare la verità, anziché cavalcare sull’onda dell’emozione dei cittadini (non tutti, per fortuna). Non è sbagliato aver paura, ma sicuramente lo è alimentarla. Non è convincendo le persone che “tutto andrà bene” o “state a casa” che… tutto andrà bene. “Stay home” lo dicono anche gli inglesi, ma dicono anche di farsi coraggio e accettare quello che una pandemia, per definizione, porta con sé: la morte (vedi quanto scritto nell’ultima parte dell’articolo). Noi ci stiamo bruciando i prossimi 50 anni perché non l’accettiamo e pretendiamo di salvare il 110% delle persone. Gli altri paesi ne usciranno con meno danni, prendendo scelte che, emotivamente o istintivamente, gli italiani non approvano. Ma loro avranno un futuro molto meno difficile di noi.

Sarò ancora più chiaro per chi non avesse capito l’errore del nostro governo:

l’Italia sta affrontando la pandemia come se fosse un’epidemia!

No, le strategie non sono equivalenti e non è un errore veniale. Innanzitutto, da queste emergenze è impossibile uscirne completamente indenni. L’Italia (forse, e dico forse per via dalla cronica malasanità che non scompare all’improvviso) ha salvato qualche persona in più con misure sproporzionate, ma ne ha condannate moltissime altre alla crisi economica. L’ebola in alcune zone del Congo è un’epidemia (fenomeno localizzato, NON mondiale con focolai qua e là). Meglio poveri che morti, direte. Io non sarei così superficiale. La povertà porta alla disistima e alla depressione mentale, da cui poi il suicidio. L’unica soluzione per salvare chi è disoccupato è il reddito di benessere universale, che ora, a quanto pare, non è più così folle (e Grillo l’ha già promosso). Alla faccia di chi pensava che fosse solo un modo per tenere la gente a casa senza fare nulla. Ma è un cane che cerca di mordersi la coda: se il paese rimane bloccato per troppo tempo, c’è ben poco da ripartire anche per le attività essenziali che poi dovranno condividere le tasse per aiutare i più bisognosi.

Altra cosa non detta o mascherata dai politici dietro ai giri di parole. Ai dati del 26 marzo, solo il 2.1% dei morti con positività al Coronavirus (che non vuol dire essere morti PER Coronavirus!) non aveva patologie pregresse. Al netto dei contagiati non identificati, come spiego anche nell’altro articolo sul Coronavirus nella parte sullo stile di vita, una persona in buona salute, anche anziana, ha probabilità decisamente basse di rimetterci le penne. In pratica, abbiamo giocato con il futuro della futura generazione (scuole chiuse) e del paese (economia allo sbando) per salvare molte persone già compromesse perché non si sono preoccupate dello stile di vita. Sarebbe stato ragionevole prendere delle misure più tollerabili e mettere al sicuro le fasce più deboli. Invece abbiamo preferito farla pagare a tutti. Per cosa, poi? Alla resa dei conti, per salvare la faccia alla disastrata sanità italiana e far credere che sia un’eccellenza, cosa che però non è. I giovani, i lavoratori e i bisognosi (centri sociali, persone con problemi vari) devono pagare per far uscire pulito qualche politico, a iniziare proprio dalla Lombardia. Una cosa ben evidente è che l’autonomia delle regioni non funziona. D’altro canto, è anche colpa dei cittadini che votano quei partiti. Finché non avremo sviluppato una mentalità verde, cambierà ben poco in positivo.

Errori, errori, ancora errori

Lo preciso a scanso di equivoci. Quanto sto dicendo sulla gestione della pandemia non è frutto della mia personale opinione o filosofia. Lo dice il programma britannico per la gestione della pandemia, ma anche l’epidemiologo tedesco Martin Eichner. Certo che dobbiamo prendere delle restrizioni (e lo dicono “anche gli altri paesi”), ma valutarle attentamente, fare chiarezza. Non si può agire di pancia o presi dal panico. Io cittadino posso andare nel panico, non tu governatore, che invece devi rassicurare il popolo anziché trattarlo come uno scemo da rinchiudere in casa e basta. Alla fine, il 31 marzo è stato chiarito che, per attività motoria, si intendono sia il jogging sia una camminata con il figlio (genitore singolo più figlio). Gallera è sbottato, De Luca anche peggio. Sono proprio Gallera e De Luca che non ci hanno capito, detto francamente, una fava! Non appena allenteremo, e prima o poi lo dovremo fare per forza, il virus proseguirà. A meno che, pur di contrastare il virus, non ci vogliamo (o vogliano) tenere tappati in quarantena totale per 6-7 mesi o più. E a cosa servirebbe? A morire di fame, ancor prima che per il virus. Possiamo sicuramente ammettere che i dati, sul momento, sono sempre incerti, che è impossibile fare previsioni precise. Però siamo lì: in un modo o nell’altro, il virus dovrà essere lasciato libero. Quello che potremo fare è:

1) proteggere il più possibile le categorie più a rischio;
2) mettere un distanziamento sufficiente per mantenere almeno una decente qualità della vita;
3) chiudere quello che è opportuno, se proprio è necessario, senza bloccare l’intero paese.

Gli ultimi due punti sono fondamentali, perché una pandemia prevede una risoluzione di parecchi mesi. C’è un motivo se molti governi prevedono un’emergenza molto lunga. Il ragionamento del “chiudi tutto per poco tempo e ne veniamo fuori prima” non ha scientificamente senso. Il virus non conosce i decreti: passa lo stesso, perché è più furbo dell’uomo (*). Cercare di arrestare del tutto il contagio è come voler svuotare una nave allagata con un cucchiaio bucato. Il problema è che il nostro governo ha recepito i punti di cui sopra con la quarantena totale. Non dobbiamo nemmeno azzardarci a mettere il becco sul davanzale, altrimenti arriva De Luca con il drone che ti cazzia! Insomma, abbiamo reagito con il lanciafiamme (cit.) per schiacciare un brufolo. D’accordo, una pandemia non è un brufolo, ma serve a spiegare il concetto. Per carità, non si sta dicendo che dovete andare a leccare le maniglie dello Spallanzani. Ma impariamo a trovare un equilibrio: è questo che c’è tra la prima azione e quella del blocco totale che manda il paese al fallimento totale. Purtroppo, l’errore di Conte è stato quello di partire con buon senso e ragione, cedendo in seguito a un popolo che va facilmente nel panico. Ha provato a far mantenere la calma, ma poi ha ceduto alle pressioni di chi voleva imporre misure, come si dice oggigiorno, draconiane. Forse non aveva scelta contro milioni di irrazionali. Ho sempre detto che siamo un popolo allo sbando e la pandemia del Coronavirus lo conferma. Conte ha sbagliato, perché avrebbe dovuto chiarire fin da subito che, purtroppo, una pandemia prevede molte vittime, per le quali non possiamo fare nulla. I nostri politici si sono gonfiati il petto, hanno elogiato una presunta eccellenza, alcuni ne hanno approfittato come al solito per attaccare “Roma ladrona”. La verità può essere dolorosa, ma è meglio che nascondere la polvere sotto il tappeto. Mi sembra di sentire la politica d’altri tempi: mentre c’era gente che moriva abbandonata o di fame, qualcuno decantava la forza e la virilità dell’Italia. Non vi dico com’è finita.

* Se un virus è pandemico, vuol dire che per logica deve, in realtà, uccidere il meno possibile. Infatti, il virus del Coronavirus è parente di quello della SARS di inizio anni 2000 con una letalità molto più bassa (SARS-CoV e basta per la SARS e SARS-CoV-2 per il Coronavirus). Può sembrare un controsenso perché siamo abituati a vedere i virus come dannosi, ma l’uccisione è un po’ come se fosse un effetto collaterale. L’ebola non è mai diventato una pandemia (in Congo rimane un’emergenza da anni) proprio perché ha una letalità così alta da uccidere prima di diffondersi. Da noi è passato un messaggio travisato per cui contagiato è uguale a morto. E i media, anziché fare chiarezza, hanno rinforzato questa errata percezione. Ad esempio con frasi “anche i giovani muoiono”. Cosa vera, ma statisticamente rischio di più correndo tutti i giorni per un anno in strada. Eppure io sono ancora vivo (si gratta). I media hanno preso il singolo caso e ne hanno dato enfasi. Tutto dipende da come si dicono le cose. La chiarezza del rischio è fondamentale per la fiducia e per affrontare meglio la pandemia. Gli inglesi e i tedeschi l’hanno capito. Boris Johnson (che politicamente non mi piace come non mi piacciono gli inglesi, quindi non ho motivo di dargli ragione) non ha sbagliato a dire di prepararsi alla morte di molti cari. È quello che accade giocoforza in una pandemia. Essere psicologicamente pronti a questo ti fa resistere meglio. Noi italiani siamo deboli psicologicamente e vorremmo rimanere protetti nella campana di vetro. Non sono cose da affrontare a cuore leggero, ma è così e va accettato. Gli equilibri sono in continuo movimento e si riaggiustano sempre. Dobbiamo adattarci (resilienza).

Anche la nostrana Ilaria Capua sta seguendo una via controcorrente rispetto al governo. Lei, che è stata pioniera sulla conoscenza dei virus ed è stata addirittura accusata di traffico illegale di virus, poi prosciolta. Anche oggi, fa quello che qualunque scienziato è tenuto a fare: dire la verità, con distacco, anche se è doloroso. Riflettete sul perché molti scienziati stanno, chi più e chi meno, contestando la gestione italica della pandemia. Purtroppo, agli italiani non piace la verità quando è dura, quindi la Capua non è una presenza fissa nei programmi televisivi dedicati al Coronavirus. Siamo stati i primi a parlare di resilienza, ma gli altri paesi stanno già facendo e noi no. C’è differenza tra la resilienza e il masochismo! Sembra che gli italiani abbiano messo il cervello in quarantena. Il contagio non si fermerà. Andrà avanti, più lento, ma andrà avanti. Grazie alla raccomandazione dello “stay home” e proseguendo quanto più possibile la vita, potremo rallentarlo, ma non fermarlo. Il contagio si fermerà solo quando lo deciderà il virus o avremo raggiunto l’immunità di gregge. Psicologicamente, rallentare il contagio vuol dire che i dati dei morti saranno una decina al giorno e non centinaia ma, sul lungo periodo, i numeri saranno quelli (un po’ meno perché il sistema sanitario non collasserà e si potranno aiutare più persone). Non avrete lo shock di leggere 500 morti ogni giorno, ma semplicemente i morti verranno diluiti su tanti mesi.

Convivere con il virus

Alla fine, Conte ce l’ha fatta a dire che dobbiamo convivere con il virus (fase 2) prima di uscire dall’emergenza (fase 3). Già meglio, anche se non ha detto la parte spiacevole che i paesi del nord sanno fin dal principio (che molti cari moriranno). Purtroppo in pochi hanno notato che le sue parole sono un’ammissione di errore, anche se non intenzionale. Se dovremo convivere con il virus, vuol dire che mettere tutti in carcere non è servito a nulla, se non a provocare una crisi che sarà di minor entità per i paesi del nord. Certo, vi diranno che la quarantena carceraria ha salvato delle vite umane e che è stato fatto il giusto. Ma quanto è stato giusto al confronto dei fallimenti, della depressione (psicologica e non) e della crisi? Si risponderà sempre dicendo “anche gli altri paesi”. Peccato che gli altri paesi, anche con un tasso di mortalità non minimale (vedi l’Olanda), continuino a fare meglio dell’Italia. La differenza è che non mandano in crisi l’economia e il futuro del paese. Abbiamo speso ingenti forze, economiche e non, per arrivare alla stessa conclusione già capita da altri paesi: convivere con il virus e aspettare che la pandemia cessi. Per inciso, gli svedesi condividono le misure più libere del loro governo. Tra l’accettare la pandemia e l’allarmismo che provocherebbe paranoia ed ossessione come in Italia, hanno preferito, ovviamente nei limiti della situazione, continuare a vivere. Anche questo l’ho sempre detto: il modello scandinavo è anni luce avanti.

Cerco di spiegarla meglio. Noi siamo un po’ come lo studente diligente che passa l’intera giornata a studiare e prende la sufficienza. Ne tesseremo le lodi per la dedizione ma, se avesse imparato ad essere più efficiente, avrebbe preso la sufficienza dedicando poche ore di studio, facendo tante altre cose nel resto del tempo.

Il compito del governo e delle istituzioni, anziché illudere che tappandosi in casa “andrà tutto bene”, dovrebbe essere quello di:

rincuorare le persone e insegnare a gestire emotivamente la morte.

Ciò non riporterà in vita gli estinti, ma almeno sarà onesto e porterà nuove prospettive sulla vita, abbandonando i trionfalismi e le retoriche degli hashtag.

Quanto durerà? Cosa faremo dopo? Quali sono le soluzioni?

Un articolo interessante, con dati e studi, è stato pubblicato da Dario Bressanini il 2 aprile 2020. Approfondisce bene molti dei dubbi e delle critiche che ho fatto io. Esistono diverse strategie per affrontare una pandemia. Si va dal non fare nulla, con tanti morti (circa centinaia di migliaia), ma con un’uscita più breve, alla soppressione. Queste sono le strategie nei due estremi, si intende. La soppressione minimizza i morti, ma rende il decorso molto lungo e dispendioso dal punto di vista sociale ed economico. Il nostro governo sta tentennando. Non ci sta spiegando che cosa accadrà nel futuro prossimo e cosa faremo. Troppi italiani, ad oggi in cui scrivo, sono convinti che ci faremo questa quarantena e tutto sarà a posto, la pandemia sparirà. Non è così. Ne avremo a lungo, molto a lungo. Cosa faremo nel frattempo? Ci tapperemo tutti quanti in casa, nella speranza di non contagiarci mai e aspettare la fine? Moriremo prima di fame. Chi faremo uscire per prima? Le simulazioni postate da Dario Bressanini (non le ha fatte lui, ma le ha riprese) prevedono una durata della pandemia fino a novembre 2021, con diversi picchi (*). Guarda un po’, sono i tempi già considerati da altri governi, compreso il tanto vituperato Trump. Queste chiarezze non sono (ancora) state fatte dai nostri politici. Conte parla di convivere con il virus, ma è tutto fumoso. Stiamo vivendo sul qui e ora, nell’emergenziale, ma non stiamo facendo granché per il futuro. Gli italiani sono convinti di uscire dalla quarantena e dare festa. Spiace dirlo, ma non sarà così. Forse i nostri politici (sia di destra che di sinistra) hanno paura di svelare questa verità, ma allora, lasciatemelo dire, sono inadatti a governare. Capite perché #iorestoacasa ha poco senso? È semplicistico e fuorviante. “Stay home” è una importante raccomandazione, ma noi ne abbiamo fatto un po’ come una grattata nelle parti basse per scongiurare qualcosa di negativo. Vale anche per il discorso tamponi. Fare tamponi a tutta la popolazione può dare una sensazione di sicurezza, ma è fittizia (da ipocondriaco, direi). Bisogna ragionare in tattica di lunga durata (a meno di non volere un discorso breve con centinaia di migliaia di morti). Eseguire tamponi a tutti è uno spreco ingente di denaro e tempo, con il rischio di non avere risorse nei successivi periodi. Eppure ci sono regioni che fanno dei tamponi un mantra, nella pia illusione di far sentire la gente al sicuro dal Coronavirus. La parola “test” dell’OMS (“test, test, test”) è stata tradotta male. La parola medica per intendere specificatamente il tampone è “swab”.

* I mezzi di informazione parlano del rischio contagio di ritorno. L’espressione è sbagliata, perché fa pensare che la pandemia è passata ed è una ricaduta. Nulla di più falso. La pandemia, vaccino permettendo, ci terrà compagnia per molto a lungo. Sperabilmente, i successivi picchi saranno di minor entità e saranno psicologicamente meno shockanti, ma ci saranno in un periodo di tempo lungo. Per altro, il vaccino non arriva subito, ma richiede tanto tempo. Non solo per trovarlo, ma anche per produrlo. E potrebbero volerci anni. Non è come dicono i soliti media gossippari.

La soluzione più corretta dovrebbe essere (tranne per chi ha i mezzi ingenti per la soppressione, e noi non li abbiamo) una via di mezzo, come nei paesi del nord e con modalità soggettive da parte dei governi. Le restrizioni più drastiche possono essere adottate localmente e per periodi limitati. Proseguire un periodo troppo lungo in casa, come abbiamo fatto in Italia, apporta benefici minimi o addirittura nulli, ritarda l’inevitabile e brucia le risorse necessarie per resistere a lungo. La soluzione più veloce per uscirne è proprio quella più dolorosa come perdite umane, mentre una clausura prolungata provoca perdite di altro genere (suicidio e depressione mentale, sedentarietà imposta). Saremo pure stati i primi ad affrontare l’emergenza in occidente, ma siamo già quelli più indietro insieme alla Spagna. Le risposte ai dubbi sono imbarazzanti. Tutto è limitato allo sciorinare i dati e a dire come sta andando il trend tirando quasi a indovinare. Le risposte non possono essere ricondotte solo e sempre a “dovete restare a casa e basta”. Si vive alla giornata, senza un programma serio ed efficace, in un clima perennemente emergenziale. La soppressione è stata inizialmente tentata a Wuhan, allargando poi all’intera regione dell’Hubei: nessuno esce di casa, zero contatti, il governo ti porta il cibo. Ma non ha funzionato. Il virus si è diffuso lo stesso in tutto il mondo e la Cina ha sempre dei focolai. Perché il virus è pandemico, quindi destinato sempre a scappare. Si può adottare localmente la soppressione, ma non a scala globale. La Germania ha imposto divieti tollerabili per la qualità della vita, ma ha saputo controllare meglio il territorio (tracciamento) e isolare meglio i casi. Non è fortuna, come beceramente ho sentito dire da alcuni. È l’abilità di individuare i focolai attraverso lo studio dei casi e del territorio, senza imporre gli arresti domiciliari ai cittadini. Noi non abbiamo fatto nulla del genere. Ci siamo impuntati su decreti sempre più grotteschi e a rincorrere la gente in giro facendo la multa.

La retorica di #iorestoacasa

Voglio essere “insensibile” fino fondo (io lo chiamo realismo… crudo, ma pur sempre realismo). I medici vengono ritratti come gli eroi del paese. Girano molte vignette di loro che cullano l’Italia. Eroi? Come eroi erano anche i soldati mandati sul fronte nelle due guerre mondiali. I giornali scrivevano di loro con entusiasmo e trionfalismo. E invece, i soldati morivano nel freddo e nella miseria. Chi riusciva a tornare a casa soffriva di disturbo da stress post-traumatico. Ma era vietato dirlo. E come dire #iorestoacasa a chi una casa non ce l’ha, beccandosi magari anche la sanzione? Come spiegare che siamo protetti nel focolare casa-famiglia a chi subisce violenze domestiche? A chi è LGBT ed costretto a convivere con familiari intolleranti alle loro inclinazioni sessuali? #iorestoacasa andatelo a dire a coloro che vivono (si fa per dire) nei centri di accoglienza o per rimpatrio, dove l’assembramento e l’indigenza sono la norma quotidiana. Andatelo a dire ai braccianti che vi portano la verdura al supermercato, dato che l’emergenza è sanitaria e non alimentare. Andatelo a dire a quelli che vi portano la spesa sul pianerottolo o la pizza a domicilio. Per loro, #iorestoacasa non esiste. #iorestoacasa, ma qualcuno no perché si deve sacrificare per le nostre comodità.

Ecco che allora, poiché è vietato dire i retroscena della pandemia per indirizzare il popolino verso una propaganda sdolcinata come per esorcizzare la gravità della situazione (sì, è grave), non manca come al solito l’untore manzoniano: il runner o il passeggiatore. A loro viene data la colpa di diffondere il virus, evidentemente emettendo due goccioline di sudore a 3 km di distanza mentre sgambettano solitari nel deserto del quartiere o della campagna. Intanto ci dimentichiamo di tutti quelli che da #iorestoacasa sono esclusi, cosa che ci porterebbe a riflettere meno di pancia sui decreti giornalieri. La verità è che non è del tutto scorretto dire che i responsabili della pandemia siamo proprio noi umani, con il sovraffollamento e l’abuso delle risorse, la globalizzazione esasperata. Ed è colpa degli italiani stessi, che hanno votato determinati partiti (sia di destra che di sinistra), se abbiamo strutture sanitarie scadenti e insufficienti. Inutile arrampicarsi sugli specchi per dimostrare che “anche gli altri paesi”: gli scandinavi e la Germania, che hanno dato più valore alla qualità della vita, se la stanno cavando meglio (ho detto meglio, non che stanno alla grande!). Troppo facile dare la colpa al runner e ripetere come un disco rotto #iorestoacasa. L’emergenza è gestita malissimo. Alcuni motivi, al di là della solita caciara politica, sono:

– tamponi in ritardo o che vengono persi;
– mancanza di tracciamento e quindi isolamento dei casi.

Così, quando i contagi risalgono o esplodono perché non si testa bene, non si traccia e non isola, si darà la colpa a chi è in giro o non indossa la mascherina. Chi pensa che l’app Immuni servirà a qualcosa è un ottimista.

Il gioco delle percezioni

È interessante notare come, a seconda dello scopo, si possono usare i dati per raccontare la storia in un modo oppure nell’altro. La letalità del SARS-CoV-2 nei soggetti di 10-39 anni è dello 0.2%. Ciò significa che, su 100 mila ammalati, ne vedrò morire 200. Se voglio trasmettere terrore, dirò che “anche i giovani muoiono”. Ma allora vale anche l’opposto. Se la letalità del virus è del 15% per gli over 80 (compreso chi ha patologie pregresse), vuol dire che l’85% guarisce! Ecco perché ho sempre detto quant’è importante saper maneggiare i numeri nella vita quotidiana. Si vede che siamo in un periodo dove la paura vende di più. Ciò non nega la gravità di una pandemia, ma bisogna stare molto attenti a come qualcosa ci viene raccontato. Conoscere i numeri e saper riflettere su di essi con distacco (che non vuole dire menefreghismo) sono fondamentali per non farsi imbrogliare dalla risonanza emotiva e mediatica.

Ipocrisia e accettazione della morte

Dal punto di vista etico, capisco che accettare la morte sia difficile. Non ho mai detto il contrario. Ma in passato è sempre stato così. L’anomalia sono stati questi 70 anni (in occidente) di benessere. Ci sono state delle crisi, dei governi altalenanti, ma di fatto siamo stati generalmente bene. La morte fa parte del ciclo della vita, che alcuni non accettano. Siamo troppo dipendenti dalla mentalità cristiana che prevede di mantenere in vita chiunque, a tutti i costi, anche se staccare la spina sarebbe una liberazione. È come se, per molti, la morte fosse improvvisamente arrivata solo adesso, quando in realtà è sempre esistita. La differenza è che, ora, ne parliamo, mentre prima la pagina dei necrologi era quasi del tutto ignorata. È una tragedia, ma non trovo che sia giusto far pagare alle future generazioni una drammatica crisi economica per l’ostinazione di dover sempre salvare tutti. Non si può, è un gesto di egoismo puro. Io ho imparato ad accettare la morte. Il che non significa fregarsene di chi muore, ma trattarla come un evento che, prima o poi, per vari motivi, toccherà a tutti ed è naturale. È davvero incredibile la reazione di molti italiani, che sembra abbiano appena scoperto che possiamo morire e non siamo affatto immortali. Una dimostrazione di com’è facile giocare con le percezioni risale ai casi di polmonite anomala nel mese di gennaio. A nessun medico è nato il sospetto di qualcosa di ben più grave. Gli ospedali erano sovraffollati, ma nessuno ci ha badato. Era proprio il Coronavirus, arrivato in Italia da ben prima del paziente 1 (Mattia) a Codogno. Il virus ha girato allegramente e libero per un mese abbondante. Senza essere notato. Nessuno si è accorto di nulla e nessuno si è tappato in casa per la paura dell’apocalisse. Ora ci piace vedere i medici come gli eroi, ma intanto si sono lasciati sfuggire il virus per un mesetto buono, forse un mese e mezzo. Solo una persona ha sospettato che Mattia potesse avere il Coronavirus, violando i protocolli e rischiando di perdere il lavoro. Nel frattempo, chissà quante persone avrà (il virus) contagiato. Se anche non ci fosse stato il famoso esodo di sabato 7 marzo dal nord al sud, il virus si sarebbe mostrato lo stesso al sud, perché statisticamente e probabilmente c’era già. Ma se il virus è passato così inosservato a gennaio e buona parte di febbraio, com’è possibile che ci contagerà e ucciderà tutti? Chi lo pensa e vuole evitare in modo assoluto il contagio è irrazionale. Magari si è ammalato senza accorgersi già a gennaio, scambiandolo per una brutta influenza. Ogni anno muoiono circa 600 mila persone, di cui 1/3 per malattie cardiovascolari, 24 mila per disturbi psichici e comportamentali e 45 mila per inquinamento (cause dirette o indirette). Solo in Italia. Non ce ne accorgiamo perché non ce ne parlano. I morti da Coronavirus ci fanno paura perché ce ne parlano quotidianamente.

Ricevo spesso accuse perché ho continuato a correre e non faccio il solidale con i flashmob (già finiti perché la gente si dà al vino) o il tricolore sul balcone (ormai esposto senza più crederci). Non metto nessun hashtag su “iorestoacasa”. Vorrei però chiedere, a chi mi critica, dov’era la sua solidarietà per gli almeno 250 mila siriani morti in guerra, più sfollati e mutilati. Al contrario, molti di coloro che ora pretendono la solidarietà insultavano i migranti e votavano Lega. Lo trovo decisamente ipocrita. Non è benaltrismo. È coerenza contro ipocrisia. Io ho sempre sostenuto che, sebbene non possiamo ricevere un’immigrazione senza limiti, dobbiamo impegnarci a raggiungere l’uguaglianza sociale fra i paesi, cosa che i sovranisti non hanno mai voluto fare. E proprio loro, adesso, mi vengono a contestare perché non ho smesso di correre? Loro dov’erano quando erano altri a soffrire? No, mi spiace, lezioni di morale da questa gente non l’accetto. Mi auguro che gli scienziati facciano sentire sempre di più la loro voce e fermare questa farsa. Per farsa, non intendo ovviamente la pandemia, ma quello che i nostri politici e governatori stanno combinando. Il Viminale, con i chiarimenti del 31 marzo, sembra aver capito che la situazione sta degenerando nell’ossessione di fermare il contagio a tutti i costi, cosa impossibile. Ci ha messo una pezza specificando che alcune attività sono concesse. Gallera e De Luca si sono rivoltati, ma tanti esperti (esperti, non io che sono un blogger) stanno dicendo che sono i primi due a sbagliare. Sarà spiacevole da dire, ma ci è toccata la pandemia. Non l’annulleremo rimanendo in quarantena tutto il tempo, senza uscire di casa. Se dovessimo fare così ogni volta, di fatto dovremmo tapparci in casa per tutta la vita. E, lo dicono sempre gli scienziati, i cambiamenti climatici ci obbligheranno ad affrontare tante altre emergenze. Sembrerà assurdo per un paese già di base ipocondriaco come il nostro (vedi anche molti runner che si conciano da eschimesi a 10 gradi), ma la miglior strategia per sconfiggere una pandemia è, nei limiti delle eventuali restrizioni che dovranno certamente esserci, uscire di casa. Prima lo facciamo e meglio sarà, sotto ogni aspetto, anche se l’istinto alla sopravvivenza ci può portare a pensare di tapparci in casa. Prima o poi dovremo uscire e fare i conti il virus. Lo possiamo rimandare bloccando il paese per due mesi, ma dovrà succedere.

Comunque, non vorrei essere sembrato troppo pessimista. Ho detto la verità, anche se vi sembrerà scomoda e brutta. Ma c’è anche l’aspetto positivo. Troppi anni di benessere ci hanno fatto perdere il senso delle cose, di ciò che davvero conta nella vita. Ora che abbiamo visto che la morte c’è ed esiste, traiamone insegnamento. Mettiamo via quella sigaretta e beviamo un po’ meno alcolici. Curiamo la salute e facciamo sport. Accontentiamoci di meno soldi, ma di avere più tempo libero. Godiamoci la natura e andiamo di più a piedi o in bicicletta. Saranno questi i valori che, come detto nell’articolo linkato all’inizio, dovremo coltivare. E non dev’essere una recita per farsi belli in televisione, con discorsi fumosi che non saranno mai realizzati. Dovremo capirlo per davvero, altrimenti al prossimo giro potrebbe andarci peggio.

I vegetariani salveranno il mondo? Un’opinione imparziale

La lotta tra vegetariani e onnivori (o carnivori) è di lunga data e spesso feroce. In questo articolo, voglio spiegare alcune ragioni, che in parte vanno a favore dei vegetariani e in parte degli onnivori, mantenendo un pensiero razionale e scientifico il più possibile. Non tratterò le ragioni etiche, perché sfocerei nella religione e, quando si tratta di religione, diventa una sfera strettamente privata. Mi soffermerò, invece, sul discorso ambientale, mentre per quello salutistico rimando a quest’altro articolo (che è sulle proteine, ma spiega quello che serve).

Per quanto riguarda l’ambiente, è inevitabile parlare di alimentazione, poiché la carenza di risorse è un problema principe. L’equilibrio del pianeta, se così possiamo dire, è mantenuto da una parte della popolazione che muore di fame mentre l’altra parte spreca il cibo. A questo punto, i vegetariani si sono detti che, rinunciando alla carne, di fatto salveremo il pianeta. Ma è davvero così? Diciamo “ni”, cioè sì ma non del tutto e rischia di diventare fuorviante. Gli esperti e i ricercatori sono concordi: in termini di spesa energetica, la carne è perdente rispetto a una dieta vegetariana, e lo è nettamente. Facendo un calcolo per l’acqua, scopriamo che:

1 kg di carne di pollo utilizza 4000 l di acqua, 1 kg di carne di maiale 6 mila e 1 kg di carne di bovino ne consuma 15 mila.

Per confronto, 1 kg di mais consuma 1200 litri di acqua e 1 kg di grano 1800 litri. Il riso sta a 2500 litri per kg. Da notare come la carne di pecora abbia un impatto elevato, con 10 mila litri di acqua per chilo.

Attenti a semplificare!

I dati sono inequivocabili e ne troverete altri a conferma. Riflettete quando vi verrà da buttare un avanzo di carne. Risparmiare l’acqua della doccia è poca cosa rispetto a una porzione di ragù che nessuno vuole più mangiare! Il problema è che questa è una visione solo parziale dell’insieme. Innanzitutto, una persona non mangia 1 kg di carne al giorno, mentre dovrebbe mangiare molta verdura. Se mangio 80 g di carne di maiale, ho un impatto di 480 l di acqua, ben minore della lettura di 6 mila litri al kg. 250 g di pomodoro mi faranno impattare solo per 50 l di acqua, ma bisogna considerare l’eventuale spreco domestico e dei supermercati. Allo stesso modo, potremmo dire che l’erba mangiata dalla mucca contiene già l’acqua e, se un allevatore è abile, gliela farà mangiare puntando sulla qualità della produzione. Questi paragoni servono a dire che non esistono soltanto il bianco e il nero.

Inoltre, è facile notare che le risorse sono tanto maggiori quanto è l’aumento della popolazione. Se fossimo 500 mln di abitanti sul pianeta, ognuno potrebbe andare in giro tranquillamente con l’Hummer bruciando barili di benzina (ho esagerato, ma serve a spiegare il concetto… non comprerei mai una Hummer!). Se diventiamo vegetariani e la popolazione continua a crescere troppo, siamo punto e a capo. Le pandemie fanno il possibile per riequilibrare un po’ ma, in seguito, l’aumento della popolazione supera le perdite dovute alla pandemia. E di certo non possiamo augurare all’umanità di avere sempre pandemie: vorrebbe dire non avere mai i mezzi per progredire come civiltà! Ci dobbiamo dare un freno come popolazione, per cui:

ogni soluzione per il pianeta dev’essere considerata al netto del numero degli abitanti.

Non sarà bello da dire per il papa (in minuscolo, sì) o per i politici che si lamentano sempre del calo delle nascite, ma è meglio fare meno figli e avere una qualità della vita migliore. Il che non vuol dire non fare figli in modo assoluto, bensì farli in modo responsabile. Vegetariani, vegani, crudisti e altri estremismi non risolveranno nulla se la popolazione cresce insostenibilmente. Questo concetto dev’essere chiaro a tutti per evitare di adottare soluzioni che sono soltanto sintomatiche o, peggio, una terapia del dolore che prolunga di poco la vita di qualcuno.

Il buon senso e l’equilibrio prevalgono

Io ho adottato una soluzione in positivo. Anziché demonizzare la carne, dovremmo valorizzare il pesce, poiché siamo cronicamente carenti di omega-3 (no, quelli dei vegetali non sono la stessa cosa). Ho dato una linea indicativa, ponendo 80-100 g di pesce grasso in media al giorno (salmone, sgombro, aringa, sardine). Tuttavia, non bisogna pensare che, ingozzandosi di pesce, siamo con la coscienza a posto. L’ecologia marina è stata trascurata, spesso dai vegetariani stessi. Non ce lo dicono, ma la pesca è sempre meno produttiva. Finché il pesce arriva sul banco, ci illudiamo che sia tutto come prima. Ed è la cecità tipica degli umani. Quindi, eliminando da una parte, rischiamo di avere degli eccessi altrove. Vale anche per il discorso emissioni. Gli allevamenti sono responsabili del 15% dei gas serra. È una percentuale non minimale ma, se non consideriamo tutti gli altri fattori (combustibili fossili in primis), non risolviamo granché. Si potrebbero fare diversi esempi per spiegare il messaggio. Ad esempio, se ogni abitante della Terra vivesse come un bengalese benestante, avremmo bisogno di uno spazio equivalente all’incirca dell’Asia (*). Se lo stile di vita è quello dell’americano medio, avremmo bisogno di ben 4 pianeti! Ridursi a moribondi per salvare l’altra metà del pianeta è fuorviante, per non dire controproducente. Ha molto più senso agire politicamente per portare la gente a uno stile di vita equilibrato.

* Attenzione, il Bangladesh non è il paese più vegetariano al mondo come erroneamente riportato da alcuni. Il consumo di carne è basso perché è un alimento costoso. Al basso consumo di carne, infatti, si associa una preferenza per il pesce che è più disponibile. Il Bangladesh consuma molti prodotti vegetali, ma questo non ne fa per niente un paese vegetariano.

In sostanza, quello che occorre fare è ragionare sull’impatto del nostro stile di vita. Non si può dire, in base all’estremismo di ognuno, di limitare la carne a 500 g a settimana o 2-3 volte al mese. È sempre fuorviante. Il geologo Mario Tozzi credo che abbia, tra i vegetariani, un approccio ragionevole. Anche se promuove la dieta vegetariana, sulla carne non mette un divieto assoluto nel suo programma Sapiens, bensì un punto interrogativo. Non si può convincere le persone ponendo un divieto assoluto o usando termini offensivi come “mangiacadaveri”. Non si farà altro che alimentare il risentimento per difesa dall’altra parte. Mangiamo troppa carne? Molti sicuramente sì (*). Risolveremo i problemi eliminandola dalla dieta? No, perché il pianeta è sovrappopolato e continuiamo sempre a chiedere risorse in eccesso. Oltre al fatto che molte zone libere, come ad esempio nel Sahel, sono adatte esclusivamente per la pastorizia.

* Gli italiani hanno mediamente un consumo reale di 110 g di carne al giorno. Nella media, però, sono compresi coloro che non mangiano la carne, pertanto il consumo di chi la mangia è maggiore. Non si può dire se sia giusto o sbagliato in assoluto ma, se ci insegnano a mangiare un po’ di tutto, così facendo rischiamo di lasciar fuori molte fonti proteiche.

Da sportivo assiduo, ho adottato un approccio intermedio, basato sul buon senso e l’equilibrio. Infatti, molti vegetariani sono sedentari o fanno un’attività fisica blanda. Pertanto, mangiando cereali e legumi insieme non avranno problemi con il fabbisogno proteico, che è basso per questo tipo di stile di vita. Il fatto è che la vera strategia anti-invecchiamento è proprio lo sport. Le difficoltà di gestire una dieta vegetariana da sportivo vero non sono trascurabili. Idealmente è fattibile ma, all’atto pratico, la vita rischia di essere complicata o monotona. Se ci riuscite, bene, ma vedrete che, per molti, è uno scadimento della qualità della vita. Fare il bene dell’ambiente non vuol dire essere masochisti! Diffidate dei vegetariani (e ancora di più dei vegani) che vogliono dimostrare, a tutti i costi, che la loro dieta è vincente ma non sono sportivi assidui. Dall’altro lato, non è necessario ingurgitare chili di fesa per mantenere i muscoli. Io continuo a mangiare la carne e il pesce ma, con i cereali e legumi spesso presenti sulla mia tavola, assumo più proteine di molti palestrati. In sintesi:

quali sono le nostre vere necessità?

Se mangiamo troppo e siamo in sovrappeso, è chiaro che stiamo sempre sbagliando, a prescindere dalla carne (sì, ci sono molti vegetariani in sovrappeso!). Come detto, dire di mangiare 500 g di carne a settimana o solo 2-3 volte al mese non è la risposta giusta o è fuorviante. La risposta giusta è personale. Esiste però quella sbagliata, nel momento in cui addentiamo una bistecca pensando che non ci sia un impatto ambientale importante. Ciò che ci inganna è che la bistecca ci arriva sul piatto già fatta, cottura a parte, e ne abbiamo una percezione snaturata rispetto al punto di partenza. Ma ciò vale per tutto, visto che anche il grano per la pasta è solo poco meno impattante della carne di pollo (*). È qui il nocciolo: lo spreco e il disinteresse per le risorse. Fatichiamo a immaginare l’acqua e il mangime per alimentare il bestiame, ma anche la deforestazione e l’uccisione della biodiversità per i campi di agricoltura.

* Potrebbe venirvi in mente di optare per la carne di pollo e bandire quella di bovino e di maiale. Ma voglio sempre fare il guastafeste. La carne di pollo avrà pure un impatto minore nel consumo di acqua, ma le condizioni di allevamento sono spesso indigenti, per non dire dell’abuso di farmaci. Come spiego anche nell’articolo sulla qualità, la carne di pollo, in realtà, se ben allevata, è una carne di lusso.

Mi viene in mente l’esempio del formichiere, che non depreda mai avidamente tutto il nido di termiti. Il formichiere sa che può mangiare fino a un certo punto (e mica gli è impedito di mangiare). Se va oltre e devasta tutto, morirà di fame! Gli umani occidentali sono ancora troppo abituati a considerare la natura come qualcosa da dominare e sfruttare fino all’esaurimento. Al contrario, dovremmo comportarci come gli aborigeni, per cui noi umani siamo solo ospiti della Terra. Se non risolveremo granché diventando vegetariani o vegani (poiché, come detto, la sovrappopolazione è il parametro su cui valutare ogni soluzione), sicuramente imparare a riflettere su quello che consumiamo ci farà fare un passo in avanti sugli scenari del futuro. Ragionate sui pro e i contro. Mettete al netto benefici e costi. Poi, prenderete la soluzione che ritenete più adatta, ma mettendo al vaglio tutti i dati che avete, senza pregiudizi. È questo che fa uno scienziato. Risolvere i problemi ambientali limitando il discorso all’alimentazione sfocia nell’errore della monocausa. Ad esempio, che dire dei riscaldamenti, che rappresentano una fonte principale delle polveri sottili? Ma ciò non significa che non dobbiamo porci degli interrogativi, nascondendo la polvere sotto il tappeto per fingere che non ci sia.

E il pesce?

Spesso, viene data poca importanza alla pesca, ma anch’esso ha un impatto ambientale. Il problema della pesca è che le risorse vengono sovrasfruttate o non si rispettano i cicli di vita. Alcuni tipi di pesca sono molto dannosi per l’ambiente, come quella a strascico. Tuttavia, una pesca fatta in modo sostenibile è generalmente meno impattante rispetto alla carne bovina o di agnello. Una dieta pescetariana intelligente (pesce grasso e molluschi), anche con un mix di acquacoltura soprattutto estensiva, può addirittura essere migliore per l’ambiente rispetto a una vegetariana o vegana! Però ritorniamo al solito discorso. Se la popolazione cresce in proporzione maggiore della pesca sostenibile, non ne veniamo fuori.

Il Coronavirus ci dice che dobbiamo seguire una vita semplice e sportiva

Domenica 8 marzo 2020 scatta la zona rossa in Lombardia e altre zone limitrofe per l’emergenza Coronavirus. In seguito, l’intero paese è stato bloccato per lungo tempo. Il mio articolo, tuttavia, vuole parlare in modo più ampio, sfruttando l’emergenza del Coronavirus (*) per dire cose che penso già da tempo. Non voglio snocciolare dati e riportare le misure previste, perché non è questo lo scopo. Anche se non era inizialmente nelle mie intenzioni, alla fine sono stato costretto a scrivere lo stesso un articolo sulla pandemia in sé. Lo trovate qui, ma vi avverto che potrebbe non piacervi (non del tutto, il finale lancia un messaggio di positività). Questo articolo verte in chiave prettamente positiva, mentre quello per le polemiche, vedi l’ipocrisia di #iorestoacasa, è l’altro che ho linkato.

Ma torniamo a noi. Innanzitutto, la prima cosa che si nota è che:

le epidemie sono la normale conseguenza della sovrappopolazione.

* Messo in maiuscolo perché quello dell’inverno 2019-2020 è diventato “il” coronavirus per eccellenza. In realtà, la SARS di qualche anno fa era sempre un coronavirus, così come ne esistono altri ancora. Il nome completo del Coronavirus è Coronavirus Disease 2019 (COVID-19, appunto).

Dovrebbero seriamente riflettere i sostenitori delle megalopoli, dove le pandemie e le epidemie si diffonderebbero come niente. Sul pianeta, stiamo crescendo sempre di più e, nelle passate epoche storiche, una malattia (peste, vaiolo, ebola ecc) è spesso intervenuta a limitare la sovrappopolazione. Alla faccia dei politici, dei media e del Papa che si lamentano della bassa natalità! Notate la contraddizione di alcuni programmi televisivi, come Geo: avvertono sui cambiamenti climatici, ma si preoccupano che non facciamo figli. Non a caso, il contagio del COVID-19 è partito dalla Cina, dove le città sono dei formicai, e si è diffuso facilmente nella società globalizzata. Questa è la cosa che non piacerà a molta gente, e che i politici stessi tendono a non dire:

l’emergenza del COVID-19 o altre malattie simili diventerà la normalità.

Chi non crede che non sarà la normalità ricordi la pandemia dell’A/H1N1 del 2009 (detta suina perché, si sa, piace dare soprannomi razziali). Perché ce ne siamo accorti meno del Coronavirus? Perché l’Italia fu meno colpita di altre zone del mondo, soprattutto il Nord America. Nel novecento, ricordiamo la spagnola (H1N1), l’asiatica (H2N2), Hong Kong (H3N2). Ciclicamente, si ripete una pandemia. Se una volta non ci tocca (vedi l’A/H1N1), la prossima volta forse sì. La SARS di inizio anni 2000 fu, invece, un’epidemia.

Cosa fare? Non di certo andare nel panico e assaltare i supermercati per la paura dell’apocalisse! La parola che, per fortuna, inizia a circolare è resilienza. I cambiamenti climatici (comprese le migrazioni che ne derivano) ce lo stanno dicendo da un pezzo. Il Coronavirus Disease ce lo dice ulteriormente, essendosi diffuso non perché è pericolosissimo, bensì perché è geneticamente adatto a scardinare i nostri punti deboli: i luoghi di aggregazione. È un virus che punta sui grandi numeri, non sul tasso di letalità, mandando in tilt il sistema sanitario. Poco cambia se c’è o non c’è un vaccino. Una singola emergenza è sempre destinata a scemare, ma ne potrebbero arrivare altre che richiederanno un contenimento, più o meno drastico in base al caso. È questa la realtà che ci attende, ma è proprio per questo che il panico non ha senso.

In sostanza, dobbiamo cambiare il nostro modello di società. Politici e cittadini hanno tergiversato o girato la faccia dall’altra parte a ogni segnale, per decenni. Vengono fatte politiche ambientali risibili, preferendo sempre mantenere gli interessi economici. Anche durante l’emergenza Coronavirus molta gente era principalmente interessata al portafoglio (vedi Forza Italia e centrodestra in generale), curandosi in modo appena sufficiente della salute. Un po’ come quando, prima della rivoluzione francese, in tempi di carestia, i poveri dovevano dare al ricco l’unica pagnotta che avevano. Lo smog e l’inquinamento fanno all’incirca 45 mila morti all’anno in Italia e ce ne siamo infischiati. Quindi, se in futuro vogliamo evitare scene di panico come di recente, i finanziamenti alla salute e alla sanità devono essere la priorità. Non intendo solo gli ospedali e il personale medico, ma anche attività come le ciclopedonali e i parchi spaziosi. Perché? Perché, ad esempio, una persona sana e sportiva ha meno probabilità di ammalarsi e un sistema immunitario più forte. E poi perché lo spazio è fondamentale per ridurre le probabilità di contagio. Non lo dico solo per il Coronavirus (che tanto passerà o tornerà più leggero), ma in generale. Sono praticamente le stesse regole che dovremmo seguire per l’influenza.

Il difficile è convincere chi ha sempre ricavato profitto a cambiare mestiere. I politici dovranno essere eletti in questo senso, non più di pancia o per risonanza sentimentale (vedi Salvini e Trump). Non è un caso se, tra le perdite economiche, le maggiori sono tra le costruzioni, proprio come già dicevo sul non aver bisogno di altre strade. I ristoranti perdono, ma in modo minore, segno che, forse, ci siamo viziati un po’ troppo. Nessun male ad andare al ristorante, ma spesso ci andiamo per far vedere di potercelo permettere. Se mangiassimo alla mensa di lavoro, mangeremmo probabilmente meglio! Per non dire dello sballo in discoteca, su cui non dico nulla per non sparare una cartuccia troppo facile. Insomma, il Coronavirus non ci dice che moriremo tutti, ma che:

dobbiamo imparare a condurre una vita più semplice.

Per fortuna, qualcuno che va controcorrente condivide il mio pensiero. Si parla di approfittarne per rendere la scuola più interattiva, ad esempio. Sono nuove prospettive, nuove opportunità per migliorare. Penso alla Finlandia, che negli anni ’70 ha vissuto una grave crisi di analfabetismo. Seguendo la filosofia del “nessuno deve rimanere indietro” (rispetto a chi, nell’emergenza Coronavirus, ha promosso spregevoli ideologie proprio sull’esatto contrario), il paese scandinavo ha svoltato e, ora, ha scuole da primato. Tutto sta nel voler cambiare.

Personalmente, il Coronavirus non mi ha quasi per niente cambiato la vita. Non sono mai stato un amante della discoteca e mi piace bere una birra in tranquillità, non stretto fra centinaia di tamarri cerebrolesi. Amo correre in solitaria e non gareggio mai, perché voglio concentrarmi e sentirmi un tutt’uno con quello che faccio, senza distrazioni. Mi piace respirare la natura e lo spazio aperto, non lo smog delle grandi città o il chiuso di una palestra. Se ci sono 30 gradi o zero, non mi importa: mi adatto. Alla cucina del ristorante di lusso, preferisco una pasta ai fagioli. Potrà sembrare strano, ma il Coronavirus è un’opportunità per poter finalmente coltivare dei valori che abbiamo trascurato.

L’importanza dello stile di vita

Forse non ci avete badato granché. Non ho parlato di sport per deformazione professionale (a parte che non lo faccio di professione). Del Coronavirus, si è detto che colpisce perlopiù le persone già compromesse o vecchie. Ma cosa vuol dire persone già compromesse? I media non dicono che non sono soltanto quelli che si ammalano di tumore all’improvviso o che soffrono di patologie genetiche, ma anche quelli che hanno contratto patologie dopo decenni di cattivo stile di vita. E i vecchi? I media non dicono che, dopo i 90 anni, la letalità del virus torna a calare rispetto alla fascia di 60-80 anni. Il perché è intuibile: se uno campa così a lungo, è geneticamente fortunato o, più probabilmente, ha saputo mantenere un corretto stile di vita. Volete difendervi meglio dai malanni? Fate sport! Il Coronavirus non ha fatto altro se non mettere alla luce (o mascherare, a seconda del punto di vista) il cattivo stile di vita degli italiani, spiattellando brutalmente quant’è il loro costo economico. Osservando le persone gravi in altri paesi come la Corea del Sud, c’è una differenza troppo netta per usare la scusa dell’età. Siamo più vecchi, sì, ma con un cattivo stile di vita. Stento a credere che le persone con immunodepressione congenita o gravi patologie genetiche siano così tante (in sostanza, le persone che NON hanno colpa). Ciò dimostra quello che dico già da tempo: non essere malati non è equivalente ad essere sani! Se non fosse così, perché i giornali riportano quasi sempre i personaggi famosi che sono rimasti infetti anziché quelli deceduti?

C’è un’altra prova che dimostra l’importanza dello sport per la prevenzione: la minor letalità del Coronavirus sulle donne rispetto agli uomini. È sorprendente come gli esperti si siano dati battaglia per parlare della pandemia ed esporre teorie, ma siano tutti (tra quelli che ho sentito) caduti dal pero su questa differenza, forse volontariamente o per comodo. La spiegazione è molto semplice e si vede nel quotidiano. Le donne sono mediamente più in salute e più magre, bevono e fumano meno. Infatti, è così che si spiega anche l’aspettativa di vita maggiore delle donne a livello generale. I nostri politici sono andati in direzione opposta, disincentivando ancora di più l’attività sportiva per la salute. Anzi, individui come De Luca e Zaia, grazie alla complicità dei media rimasti orfani dell’argomento migranti, hanno addirittura mosso la caccia alle streghe contro il runner solitario che vuole prendersi cura di sé. Sono convinto che, se fossimo una popolazione più in salute e sportiva, avremmo avuto meno morti per il Coronavirus. Invece, i media e i politici hanno voluto cavalcare l’onda della paura e della paranoia anziché fare una vera educazione allo stile di vita. Non solo non l’hanno fatto, ma hanno addirittura dipinto chi fa sport come un odierno untore manzoniano. I nostri politici e governatori continuano a non capire cosa è importante per stare in salute, che lo sport è fondamentale per combattere meglio i malanni e non qualcosa contro cui accanirsi.

Nessuno è immune, ovvio. E, giustamente, un nuovo virus di cui non si ha nemmeno il vaccino dev’essere contenuto per scongiurare numeri elevati. È una cosa da prendere con massima serietà. Ma non dimentichiamo che fumo, obesità, abuso di alcol sono tutti fattori di rischio, a prescindere dal Coronavirus. Il Coronavirus, con la sua letalità un po’ più alta della solita influenza (un virus che sopravvive e si adatta all’uomo deve uccidere il meno possibile, non come l’ebola), ha fatto cadere tutto il castello di carte degli italiani che, per mezz’ora di camminata ma con 10 kg di sovrappeso, hanno sbandierato di essere in forma o “sentirsi bene”. I dati dalla Cina (circa 44 mila casi nell’esame) dicono che la letalità del Coronavirus è dello 0.2% nella fascia di età dai 10 ai 39 anni. Per gli over 80, la letalità è del 15%. Le malattie pregresse, cioè praticamente quelle legate al cattivo stile di vita, aumentano la letalità in qualunque fascia di età. Non prendetevela per questi dati. Riflettete, invece, sull’importanza dello stile di vita per fare prevenzione!

Questi sono i dati della letalità del virus per fasce di età:

Età Tasso di mortalità
80+ anni 14.8%
70-79 anni 8%
60-69 anni 3.6%
50-59 anni 1.3%
40-49 anni 0.4%
30-39 anni 0.2%
20-29 anni 0.2%
10-19 anni 0.2%
0-9 anni 0%

La tabella può essere letta in tanti modi. Ci dice che un 65enne entra nella vecchiaia, ma non lo è così tanto. Se si mantiene in forma ed è sportivo, avrà una letalità paragonabile a quella di un 45enne. A 70 anni, se avete fumato o siete in sovrappeso, siete sull’orlo di finire molto male (ammesso di esserci arrivati). Se siete arrivati a 80 anni con questi problemi, di fatto siete spacciati. Tuttavia, se a 80 siete rimasti sportivi, avrete un’efficienza fisica paragonabile a un 60enne sedentario. È proprio quello che ho scritto già, ad esempio, su corsa ed età fisica. Anche l’anoressia è un fattore di rischio. Infatti, una spiegazione dei morti giovani per H1N1 può essere la debilitazione psicofisica dovuta alla guerra (malnutrizione e conseguente indebolimento del sistema immunitario).

Purtroppo, i nostri politici, sia di destra che di sinistra, hanno perso un’occasione per spiegare l’importanza dello stile di vita. Mentre in altri paesi si spiega l’importanza dello sport ancora di più in quarantena, da noi chi corre, seppur in solitaria e con le distanze, viene additato come untore finisce sotto la condanna dell’Inquisizione.

Il monito… seguiamo il modello scandinavo!

Purtroppo, temo che alcuni parlino di opportunità in modo artificiale o recitato. “È grave” ho sentito spesso. Io credo che non si sia capito che è grave quello che ci aspetta se non cambiamo per davvero. So che risulterò politicamente scorretto, perché ci sono sempre delle vite coinvolte, ma il Coronavirus è un virus poco contagioso e poco letale. Eppure, ci ha già mandati in ginocchio per bene. Cosa succederebbe con un virus un po’ più contagioso e un po’ più letale? Allora sì che avremmo un bollettino da guerra in Siria anziché poche migliaia di vittime (grazie alle misure del decreto di Conte). Già, perché alcuni hanno paragonato i morti del Coronavirus alla guerra in Siria, dove invece i morti sono almeno 250 mila, più sfollati e mutilati. Non è bello per chi ha perso un caro, ma è un insulto verso i siriani o chi ha fatto le guerre mondiali nel novecento. Invece, il Coronavirus può essere un’occasione proprio per comprendere un po’ il dolore dei paesi poveri o in guerra e aiutarli a risalire (aiutare non è dare la ciotola di riso o l’accoglienza senza limiti, ma sono discorsi già spiegati nell’articolo sull’immigrazione).

Tante persone non hanno capito che la difficoltà non è il momento dell’emergenza, bensì il dopo (o il prima, a seconda del punto di vista). E non mi riferisco solo a riparare i danni subiti dai lavoratori. Se la società non cambia e non la smettiamo di anteporre il profitto alla salute e alla sanità, le emergenze saranno sempre più gravi e incontenibili. I flashmob a cantare sul balcone o ad applaudire non servono a niente se, passata la tempesta, vogliamo ricostruire la società esattamente com’era prima. Perché è che abbiamo sbagliato. Applaudiamo i medici e gli infermieri che fanno gli eroi, ma siamo noi che, votando male o annebbiati dalla ricchezza e dal consumismo, li abbiamo costretti a farlo con un modello di società che stava già andando al collasso. Se vogliamo ricostruire tutto uguale a prima, crolleremo ancora e non ne usciremo mai! Far parte della filiera alimentare o Decathlon è molto più importante di produrre profumi. Non me ne vogliamo i profumieri, perché è solo un esempio fra i tanti che si possono fare per spiegare il concetto. Molti non saprebbero cosa fare o dovrebbero cambiare mestiere. Ma lo so benissimo. Ecco perché propongo il reddito di benessere universale, un tipo di sistema che, evidentemente, calza a pennello con i nuovi sviluppi del futuro. Ci si dovrà accontentare di avere meno soldi, vero. Ma preferisco avere meno soldi e vivere! Compriamo un paio di scarpe da corsa (per resistere meglio al clima e alle malattie e per ritardare la vecchiaia) e meno vestiti firmati o auto di lusso. Usiamo i social network per comunicare davvero, non per creare gruppi di odio o sprecare il tempo quando non c’è nulla da fare.

Dobbiamo imparare a capire cosa è utile e cosa no. Evidentemente, continuare a costruire strade non è utile. Anzi, semmai è dannoso! Più importante sfruttare le tecnologie per la scuola, il lavoro e la ricerca scientifica. Ci servono medici e ricercatori, non i Berlusconi o i Salvini. Tutto questo si esprime con il voto. Impariamo a chiedere una società meno indirizzata all’arricchirsi e più attenta alla qualità della vita. Il problema sta sempre lì: nel voler cambiare ed essere disposti a fare un altro mestiere, magari con una busta paga più leggera. Ma è una realtà che va accettata, altrimenti non avremo scampo. La Finlandia degli anni ’70 (come in generale tutti gli scandinavi) ha saputo svoltare. Erano obbligati, perché avevano capito di non poter competere con le altre forze mondiali. Hanno fatto un grandissimo investimento sull’istruzione, che è stato meravigliosamente ripagato. Ora tocca a noi. Non farlo significa affossarci definitivamente per tanto tempo.

Ipocrisia all’italiana e il rapper Cally che racconta la realtà cruda

Che la vetrina di Sanremo fosse antiquata e retrograda si sapeva. Una volta in cui si cerca di stimolare su qualcosa di diverso, però, ecco che arrivano le polemiche e viene fuori tutta l’arretratezza del popolo italico. Mi riferisco al rapper Cally per Sanremo 2020, accusato di misoginia e di incitare allo stupro. I politici si scatenano. C’è chi lo definisce vergognoso, chi disgustoso e chi, in modo un po’ più pacato, eticamente inaccettabile. Fra l’altro, mi fa specie che sia la Lega a scandalizzarsi per Cally, quando ha sempre promosso la donna come una nutrice che bada alla famiglia ed è devota al marito. Ed è lo stesso Salvini a farsi l’autogol che, parlando di stuprare e violentare, dice “lo fai a casa tua”. Ammissibile il lapsus ma, vedendo quello che accade in alcune famiglie bigotte o tradizionaliste (che votano per lui, visto che bacia il rosario), non credo che il suo vero pensiero sia tanto lontano. Oppure sono gli stessi politici pro Family Day, che vedono uomini e donne come cavie per mettere al mondo nuova prole e nuovi potenziali fedeli per il papa (volutamente in minuscolo). Ah, tutto questo invece non è misoginia, no, figuriamoci. Qui sta l’ipocrisia, perché puntare il dito contro un brutto ceffo con la maschera è più facile e accontenta tutti (come d’altronde anche prendersela con gli immigrati). Sia mai che lo si faccia verso quelle buone famiglie italiane che vanno a messa ogni domenica, ma poi picchiano i figli o dove il padre tiene la moglie segregata a fare le faccende di casa. Le accuse a Cally rappresentano tutto il fallimento dell’Italia in termini di modernità. Perché non è tanto questione di fare arte liberamente, ma di riflettere su quello che accade quotidianamente. Le accuse sono il sintomo di un popolo che non vuole vedere e non sa essere moderno. Se la sono tutti presa con la volgarità dei testi di Cally, ma nessuno, e dico proprio nessuno, ha criticato il modello sociale che poi porta alla violenza contro le donne. Nessuno ha criticato che le bambine crescono con le bambole e i bambini con i soldatini. Nessuno ha criticato l’ideale di famiglia con l’uomo che porta pane e la donna che lavora in casa. E sono tutti meccanismi che creano la figura dell’uomo virile e della donna sottomessa, da cui è facile arrivare alla violenza. Puntiamo il dito contro Cally, che tanto è solo un individuo volgare che si mette la maschera per fare show, e hai messo d’accordo (incredibile!) sia la sinistra che la destra.

Chi conosce il sito sa che il rap non mi piace. Ascolto ben altro genere di musica. Tuttavia, siccome non sono afflitto dalla malattia dell’ipocrisia, sono andato a leggere con attenzione il testo incriminato, che si intitola “Strega”. Ebbene, è volgare, anche per i miei gusti abituati agli Slayer. Ma non ci vedo proprio nessuna istigazione alla violenza di genere. Ci vedo la crudissima realtà di quello che avviene quotidianamente, ma che ignoriamo per poi scandalizzarci quando il dramma è già compiuto. Eccolo qui il problema degli italiani: omertà, censura, ipocrisia, negazionismo. Andiamo sempre a dire che quella famiglia è sempre stata normale, che quel tizio è sempre stato un onesto lavoratore. E poi cadiamo dal pero quando avviene il fattaccio. Educhiamo i nostri figli con la storia degli unicorni e della cicogna, così da adulti sono esistenzialmente dei grandissimi tonti. Cally, a prescindere dalla volgarità che può essere tollerata o meno, ha scoperchiato un tema molto scottante. Di recente, è arrivato il codice rosa per la violenza sulle donne, ma trovo che sia una pagliacciata. Non perché le donne hanno la priorità, ma perché con quel “rosa” si tratta sempre la donna come una figura che dev’essere casta e angelica. Ma rosa che? Siamo forse all’asilo, dove i maschietti hanno il grembiule azzurro e le femminucce quello rosa? Se una donna è stata violentata o stuprata, l’ultima cosa a cui pensa è di essere “rosa”! Ma l’italiano medio è fatto così. Non ti dicono che il nonno è morto perché è il ciclo della vita, ma che è andato in cielo (discorso uguale per la nonna o il cane tanto amato). Sembra una sciocchezza, ma pensate ai danni che provoca raccontare continuamente storie del genere a un bambino che dovrebbe diventare un adulto maturo. Serie TV come Special Victims Unit sono sotto il giogo del parental control. Ovvio, non è che questi programmi devono essere fatti vedere a un bambino di 4 anni, ma sicuramente gli adolescenti imparerebbero molto. Anzi, molti adulti avrebbero da imparare dalle storie di Special Victims Unit.

A conferma di quanto detto, Cally nei suoi testi si scaglia anche contro il sovranismo. Dice:

“La politica ormai sta su internet e i populisti sono quelli che vorrebbero risolvere i grandi problemi con i video su Tik Tok e le soluzioni buttate lì. Le soluzioni si cercano studiando”.

Oppure:

“Spero si capisca che odio il razzista che pensa al Paese ma è meglio il mojito e pure il liberista di centro sinistra che perde partite e rifonda il partito”.

Un testo di Cally (e lo dico ascoltando un genere musicale ben diverso) dice molto più di quelli tipici del pop che parlano di sole, cuore e amore. Per gli ipocriti, tuttavia, tutto quello che si guarda è la volgarità. Notate come abbia parlato di studiare, cosa di cui purtroppo pochissimi politici parlano (si parla quasi sempre di lavoro perché “arbeit macht frei”, ma di studiare no perché capiremmo le cose e chi comanda non vuole). Se Cally è eticamente inaccettabile per la stragrande maggioranza degli italiani (dice Foa), mi viene da pensare che la stragrande maggioranza degli italiani sia scarsa (vedi sul perché siamo un paese allo sbando). E in effetti è proprio ciò che confermano le statistiche, evidenziando un analafabetismo funzionale sui livelli dei paesi poveri (che però non hanno l’opportunità di studiare, anziché non averne la voglia!).

C’era bisogno di essere così volgari per riportare il tema della violenza sulle donne? Forse no, ma capisco che sia funzionale al genere. Sono le stesse accuse che sono sempre state fatte al metal. La violenza sulle donne è, purtroppo, parte orribile della nostra società. Non è mascherando la realtà con rose e fiori che cambieremo le cose. Tutto nasce dall’educazione delle persone, fin da bambini. È questo che dovremmo fare. Dovremmo imparare a comunicare con i nostri figli, educandoli al rispetto e trasmettendo dei valori positivi. Invece, spesso passano violenza, odio, razzismo, misoginia. Basta andare a una partita di calcio con ragazzi e volano insulti agli avversari, aggressioni all’arbitro. Un tizio di mezza età non ha il biglietto del treno e rifila un pugno al controllore (donna). Una italiana di origini cinesi riceve insulti e sputi da parte di alcuni ragazzini teppisti. Una donna arbitro viene aggredita da giocatori di rugby. Magari sono tutti individui che si recano a messa come nulla fosse, facendo vedere di essere gente per bene. E con chi ce la prendiamo per i fallimenti della nostra società? Con Cally, che invece ci avvisa dove abbiamo fallito. Perché come al solito si preferisce dare la colpa all’uomo nero di turno. Guardarsi allo specchio e riconoscere i propri errori è più difficile, soprattutto se si è poco predisposti a imparare sulla vita, pensando sempre di aver capito tutto lo stesso. All’epoca si accusavano gli Slayer e Marilyn Manson. E vale esattamente quello che Manson disse sulla strage della Columbine quando gli fu chiesto cosa avrebbe detto a quei ragazzi. Ovvero, non gli avrebbe detto nulla, bensì li avrebbe ascoltati.

L’esempio dei Jefferson

I Jefferson sono una sitcom americana trasmessa tra il 1975 e il 1985. Nonostante punti sul comicismo e sulle risate, con i protagonisti che visibilmente non trattengono le risate durante le gag, si tratta di una fortissima critica sociale (come Fantozzi). Ne parlo perché, spesso, le battute sono politicamente scorrette, razziste o misogine. George Jefferson continua a insultare la coppia interraziale dei Willis, dicendo che lei (nera) ha sbagliato a scegliere il colore o che entrambi sono diversi in chiave, ovviamente, negativa (*).

* In realtà, George Jefferson è una persona buona d’animo, che però non riesce a farlo vedere a causa dell’infanzia da povero e discriminato. Infatti, mentre insulta i Willis con termini come “caffelatte” (la figlia Jenny, poi nuora di George) o “zebre”, nasconde a tutti che ogni anno, a Natale, fa un regalo a chi abita nel suo vecchio appartamento. Lui non sa chi ci abita e viceversa. Solo la moglie Louise lo scopre pensando, comprensibilmente, che come al solito stia tramando qualcosa.

Il termine “negro” viene usato spesso e, per gli americani, è offensivo perché rimanda allo schiavismo. Ma è fatto apposta ed è usato dagli stessi Jefferson. Non è detto scherzosamente, ma in modo volutamente razzista per evidenziare il razzismo della società dell’epoca. Il razzismo e lo schiavismo vengono tirati in gioco anche con il personaggio della domestica Florence, verso cui George si comporta esattamente come il padrone schiavista, sebbene Florence lo prenda in giro e continui ad essere indolente nel lavoro. Stiamo parlando di una sitcom uscita oltre 40 anni fa! Quindi, Cally non ha fatto nulla di diverso rispetto a quanto fatto da altri. Si potrà disquisire sui gusti musicali (a me non piace il rap, come detto) ma, se bandiamo lui, dobbiamo bandire tantissimi film e tantissime serie dalla televisione. Ovviamente, rispetto a una canzone che deve dire la cruda realtà, George Jefferson, per quanto faccia uscite cattive, nel finale di ogni puntata fa sempre la cosa giusta e si redime. A parte questa precisazione, trovo molto più misogino tutti quei cinepanettoni dove c’è l’arrapato di turno sulla bella donna!

Gli insulti a Liliana Segre e la tattica dell’elettore spaventato

La notizia su Liliana Segre che riceve 200 insulti al giorno mi ha colpito particolarmente. In pochi si sono accorti sul come la Lega ha avuto successo, vedi le elezioni in Umbria di ottobre 2019. Io l’avevo già intuito osservando quello che succede nel mio comune. E, per questo motivo, sono contento che ne abbia parlato Report. Non sono un appassionato di Report, ma devo ammettere che stavolta ci ha azzeccato e confermato, portando le prove, quello che avevo già intuito da tempo.

Insomma, cos’è accaduto? Che cosa significano gli insulti che riceve la Segre? In realtà, come spiega bene anche Report, sono insulti fasulli. Non possono veramente esserci 200 persone diverse, ogni giorno, che insultano una persona. Non dico che sia impossibile in modo assoluto, ma ne dubito fermamente (è improbabile, diciamo). Sono poche decine di persone, che usano diversi account (i cosiddetti “account anomali” menzionati da Report) e fanno credere di essere molti più di quelli che sono. Ora, giustamente farete notare che è una cosa stupida e bambinesca far credere di essere in 200 quando si è solo una manciata. È quello che ha ribattuto anche la Meloni quando Report le ha fatto notare gli “account anomali” a lei associati, sostenendo che non se ne fa nulla, che le interessa la gente vera. È proprio questo il punto. Se la tattica si basasse esclusivamente sullo sponsorizzare i contenuti alle persone “predisposte”, non funzionerebbe. Lo scopo è quello di far credere che loro sono tantissimi, che sono dovunque, che non ci puoi fare nulla. In sostanza, stattene a casa, tanto abbiamo vinto… chiuditi in casa e rinuncia a votare, che tanto siamo in troppi per sconfiggerci! È avvenuta la stessa cosa nel mio comune, con volantini diffusi (non si sa quanto legalmente) nelle cassette della posta di ogni abitante e adesivi appiccicati ai lampioni e sui cartelli stradali. È stata fatta campagna di attivismo che, di fatto, non ha permesso di avere un’opposizione.

Si ricorda il detto:

i cattivi trionfano dove i buoni non intervengono.

Si è usata la definizione di macchina della paura, ma questa macchina viene alimentata in entrambi i sensi. Non si punta solo le persone che sono contrarie all’aborto o hanno paura dei neri o dell’Islam, ma anche chi è contro le discriminazioni. È per questo motivo che non bisogna sminuire i 5-6 hacker che si spacciano per 200. Si va a colpire una condizione molto umana. La condizione è la seguente:

ognuno di noi ha bisogno di adeguarsi e appartenere a un gruppo.

È naturale e normale, psicologico, basato su quello che è l’essere umano. Fa parte dell’umanità. Quindi, se io faccio credere che tutto il popolo è fascista, spingerò gli altri ad adeguarsi a questo tipo di mentalità. Ognuno di noi cerca di appartenere a un gruppo, di sentirsi partecipe e coinvolto a qualcosa.

Sono convinto che, per quanto l’ultradestra sia un serio problema di questi ultimi tempi, ci sia anche un forte residuo anti-fascista, che però è stato demoralizzato da queste tattiche elettorali. Affinché i buoni non intervengano, bisogna creare le condizioni adatte per non portarli ad intervenire. Ma è tutto studiato dai vari collaboratori, esperti del settore, informatici, tecnici ecc. Salvini, alla fine, è solo l’immagine umana di un’ideologia, né più né meno rispetto a Hitler. E, come avvenuto anche per il nazismo, non credete che il consenso si ottenga parlando solo di immigrati (ebrei nel caso del nazismo) per tutto il tempo. Se io sono un cattolico che finora non ha mai votato Lega, ad esempio, la Lega mi sponsorizzerà, sul mio social network preferito, un contenuto specifico per me e mi porterà a votare per la Lega. Non importa se i contenuti sono bufale (come quello degli africani che spaccano un’auto dei carabinieri) o semi-informazioni. Condiviso o twittato da centinaia di “account anomali”, diventa verità! Intendiamoci, la colpa è anche dell’opposizione stessa. Mentre Lega e FDI organizzavano e pianificavano queste mosse, tutti gli altri hanno dormito. Ovvio che poi Salvini e la Meloni invochino alle elezioni (*). Partono già in vantaggio, essendosi preparati in anticipo, sfruttando l’assenza altrui! D’altro canto, tutto questo fa sempre parte della tattica. Il compito di un governo è… governare. Quindi, l’estrema destra crea continuamente zizzania e fa continuamente la voce violenta, in modo tale che il governo si concentri a ribattere contro il rivale e, appunto, non governi (sia che si governi male o bene, si intende). La vera opposizione è fatta da chi ha in mano la cultura e la può diffondere in modo efficace. Infatti, se notate, negli ultimi tempi si è sviluppata una grande differenza tra i programmi politici di Mediaset e le trasmissioni della RAI. Mediaset (vedi Stasera Italia) fa spesso vedere che gli immigrati sono criminali o parla dei rom che si sposano a 13 anni. La RAI, per contro, mette in luce gli aspetti profondi dell’immigrazione o dell’integrazione. Forse con un po’ di buonismo tipico della vecchia sinistra (che non mi piace), ma sicuramente con mente aperta e onesta. Mediaset trasmette Stasera Italia dove si urla contro qualcuno o un diverso, la RAI invece Kilimangiaro che offre i racconti di chi lavora sulle navi ong o i film a tema come Bangla (**). Anche la Gazzetta dello Sport, poiché il razzismo si sfoga spesso nello sport, sta facendo un acculturamento positivo contro il razzismo.

* Chiariamo una cosa. Lega e FDI sono perfettamente uniti. La cosa curiosa è che tanta gente vota FDI credendo che sia meglio. La Meloni, in fondo, è una donna. La fregatura sta qui! Lega e FDI usano gli stessi contenuti e le medesime strategie. In pratica, FDI è solo la faccia “femminista” della Lega. Se uno va a vedere quello che dice la Meloni nei suoi comizi, si accorge che dice cose molto più violente e razziste di Salvini. Nel mio comune, è stata fatta una cosa simile. Il centrodestra si è messo nella lista civica, fingendo un’opposizione che non c’è. Quindi, uno vota l’altro partito pensando che sia meglio. Se votate FDI pensando che sia meglio, siete dei fessi.

** Bangla è un film molto interessante, che coglie perfettamente le dinamiche della società italiana. I vecchi razzisti non hanno colpa… sono vecchi, ma non hanno colpa, intendendo proprio che hanno la colpa di non essersi aggiornati. Ed è vero, il razzismo è solo una parte della loro mentalità, che è retrograda a 360 gradi. Viene descritta la famiglia romana e italianissima, volgarotta ma aperta e simpatica. Paradossalmente, è più chiusa la tradizionalista famiglia del protagonista. Tra i coetanei di Phaim (il protagonista), ci sono le amicizie e le inimicizie, ma svincolate dalla questione razziale. Le amiche della protagonista (Asia) non sono cattive con Phaim perché sono razziste, ma perché sono le tipiche invidiose e gelose.

Il caso Cambridge Analytics

La cosa interessante è che non sono tattiche nuove. Gli hacker di 20 anni fa già lo facevano. E sono gli stressi trucchi usati da Trump per la sua macchina elettorale. Non a caso, i nemici di Trump e della Lega sono di tipologia simile o identici (i giornalisti per entrambi, l’Europa per la Lega e la Cina per Trump, Facebook quando si accorge di qualche account anomalo e lo banna). Anche in Svezia è stata fatta la stessa cosa: sponsorizzare determinati contenuti ad alcuni, in modo mirato e specifico, e infondere la paura ai buoni per farli stare a casa. Solo che gli svedesi sono ben più intelligenti degli italiani e non ci sono cascati. E, negli Stati Uniti, male che vada nessuno può governare per più di due mandati. Anche la Brexit si è basata su queste strategie di manipolazione, che va a colpire la psicologia delle persone, ad esempio prospettando, e dando quasi per certa, l’entrata nell’UE della Turchia per diffondere la fobia. Così come gli informatici e gli esperti del digitale sono andati a colpire i tasti delle persone per sostenere Trump o far perdere la fiducia nella Clinton (che comunque, di suo, non è stata sufficientemente forte). La paura funziona sia per gli uni che per gli altri: chi ha paura dei violenti e sta a casa per la paura di rappresaglie, chi degli immigrati. Sono strategie usate un po’ dovunque dalle destre sovraniste e, finora, solo gli scandinavi ne sono rimasti immuni. I dati vengono inventati di sana pianta o proposti secondo la sfumatura voluta per un tipo di personalità del cittadino. Una volta riconosciute queste strategie di manipolazione, che fra l’altro usano anche i supermercati, possiamo agire in modo indipendente, usando la nostra testa, senza cascare nei tranelli o nelle distorsioni. Ci vuole una buona dose di spirito critico, certo, ma ho sempre detto che questa è una dote da coltivare, necessaria per la qualità della vita.

L’errore è sottovalutare

Ho detto che 200 persone che insultano Liliana Segre non sono reali, ma molti di meno. Non vorrei che si capisse male cosa intendo. Sottovalutare è pericoloso, perché porta al negazionismo e al ripetersi di vecchi eventi storici (vedi sul perché è importante la memoria). Occorre capire l’importanza che ha una minoranza. Mi spiego. Anche in Svezia ci sono estremisti di destra, ma sono 1 su 10. Questo 1 su 10 viene bloccato. Fa molta risonanza quando accade un episodio in Svezia, ma questo proprio perché è una rarità. In Italia abbiamo 2 cittadini su 10. Sempre minoranza, vero. Peccato che 2 su 10 siano una minoranza che diventa decisamente problematica, soprattutto se si sottovaluta e non si fa nulla per scoraggiare. L’errore è vedere questo tipo di minoranza come di poco conto, perché è così che la minoranza inizia, gradualmente, a diventare maggioranza tramite il passaparola e le bufale (complice la carenza scolastica nello spiegare la storia). In Svezia quell’1 su 10 viene bandito, mentre in Italia (e spesso anche in Germania) quei 2 vengono visti come normali. Poiché non abbiamo mai veramente debellato il nazifascismo, l’atteggiamento ignavo degli italiani e dei tedeschi è molto pericoloso. Ed è la realtà, purtroppo. Non sono io ad essere tragico, perché lo dimostrano i numeri. Quei 2 su 10, in Italia, adesso sono diventati 3. Sempre minoranza, direte… ma intanto sono aumentati.

Le statistiche confermano la brutta situazione. Secondo il 19.8% degli italiani, Mussolini è stato un grande leader che ha solo fatto qualche sbaglio. La percentuale dei negazionisti dell’Olocausto era del 2.7% nel 2004, mentre al 2020 è del 15.6%. Per quasi il 40% delle persone, gli atti di anti-semi tismo sono scherzi o bravate. Ecco cosa succede quando non si interviene fin da subito, trascurando i programmi scolastici, i valori di vita e lasciando campo libere alla politica violenta.

Se l’italiano non è razzista…. faccelo diventare!

L’azione dei cittadini è quella fondamentale. Occorre capire che vale sempre la pena votare, che è tutto un inganno. Come dice bene qualcuno, basta spegnere i social network e si vede un’Italia ben diversa da quella che descrivono Salvini e la Meloni. Internet è un mondo in cui si possono creare alcune distorsioni e gli estremisti accalappiano quel tipo di persone. Questi metodi funzionano, ma solo negli ambienti paesani, che di certo non rappresentano la totalità dei cittadini. È difficile sviluppare il razzismo se i ragazzi a scuola vivono serenamente accanto a cinesi, africani, asiatici ecc. Sono tutte persone amiche tra di loro o che, verissimo, si odiano, ma a prescindere dalla religione e dalla diversità. Guardate Bangla, di cui ho parlato prima, e capirete cosa intendo. Tuttavia, se enfatizzo la propaganda su internet e la racconto in un certo modo, farò vedere una specie di realtà alternativa e, puntando opportunamente sui giovani più predisposti, farò scattare i contrasti anche a scuola. È la stessa cosa successa con il fascismo del novecento: prima eravamo amici e giocavamo insieme, adesso non più e ti sputo in faccia! Ma non bisogna farsi ingannare. Tanto per chiarirci, guardate le elezioni in Umbria. Siete sicuri che sia stato davvero un mega successo della Lega? Non direi. È vero che l’affluenza è stata più alta rispetto al 2015, ma di poco, e complessivamente siamo ben al di sotto del 70%. Ciò significa che continua a mancare una parte dell’elettorato. La Lega non vince perché ha veramente il consenso di tutto il popolo, ma perché spaventa chi si dissocia da quelle ideologie, portandolo ad essere rassegnato e sfiduciato. Ora, l’errore è credere che chi resta a casa sia solamente un ignavo, ma non è propriamente così. Vero, spesso gli italiani sono ignoranti, non hanno voglia di fare e via dicendo (siamo dei mediocri, e fin qui lo sappiamo già). Però, se continuiamo ad accusare e dare la colpa, sbagliamo. Sono le percezioni a fare la differenza ed è per questo motivo che ho tirato in ballo quanto successo a Liliana Segre per spiegare i meccanismi. Avere la percezione di essere da soli a combattere contro così tanti cattivi, psicologicamente, ti predispone a mollare e a non votare: ecco qui l’inganno, la fregatura! Ripeto, non sono trucchi nuovi. Sono ben conosciuti nell’ambiente informatico o del marketing. Quando si è polemizzato sul caso Siri e i fondi russi, si è scoperchiato proprio questo vaso di Pandora. Vero, Siri non è nessuno di importante e Salvini quasi finge di non sapere chi sia, minimizzando. Ma, d’altronde, anche la “macchina del nazismo” funzionava così, con mille ingranaggi insignificanti da soli, ma importanti insieme. Alla fine è mero profitto personale. Sappiamo che la politica dell’emozione non sa e non vuole risolvere i problemi. Si sfrutta solamente la miseria dei cittadini!

Ah, dimenticavo di dire una cosa. Come detto, i trucchi che ho menzionato non sono nuovi, ma non vorrei che si credesse che sono sempre usati per fini malvagi. Sono gli stessi trucchi adottati anche dagli inglesi. Avete presente la loro quasi ossessiva propaganda sul fair play o la rivoluzione non violenta degli ombrelli a Hong Kong? La propaganda è stata una parte importante nella storia dell’umanità, fin dai tempi più antichi. Tutto dipende da come la propaganda viene usata. C’è chi la usa per fare il male e chi per far progredire la società.

Electric Eye (Judas Priest)

Canzone: Electric Eye
Artista: Judas Priest
Album: Screaming for Vengeance (1982)

Anno 1982, i Judas Priest irrompono con uno dei loro album più aggressivi ed heavy. La prima canzone dell’album è Electric Eye, anticipata dall’intro The Hellion. È una geniale e al contempo inquietante anticipazione dei tempi. La canzone è un tributo al romanzo 1984 di George Orwell. L’electric eye di cui si parla nella canzone è il controllo che il governo esercita sulla popolazione. Siamo tutti controllati e osservati. Non abbiamo più libertà. L’occhio elettrico dovrebbe servire per mantenere pulito il paese dalla criminalità, ma il tono della canzone fa capire che è tutta una scusa. I Judas Priest ci spiegano quanto sia pericoloso usare nei modi sbagliati la tecnologia. Non è sbagliato progredire, ma le scelte che noi facciamo, come umanità, ci indirizzano verso un futuro migliore o negativo. La critica si percepisce bene dai termini usati e dalle espressioni. L’occhio elettrico, ad esempio, è orgoglioso di controllare i segreti della gente. I suoi circuiti “risplendono”. Il tutto indica una forma di narcisismo e appagamento per il potere che deriva dallo spiare la popolazione. Non è uno strumento usato per proteggerci, ma usato dai politici e dal governo per soggiogarci. I Judas Priest lo dicevano nel 1982 e lo diceva Orwell. Non abbiamo ascoltato nessuno di loro e adesso siamo completamente dementi con app e social che, appunto, sono gli “occhi elettrici” della nostra società.

Testo

Up here in space
I’m looking down on you
My lasers trace
Everything you do
You think you’ve private lives
Think nothing of the kind
There is no true escape
I’m watching all the time

I’m made of metal
My circuits gleam
I am perpetual
I keep the country clean

I’m elected electric spy
I protected electric eye

Always in focus
You can’t feel my stare
I zoom into you
You don’t know I’m there
I take a pride in probing
all your secret moves
My tearless retina takes
pictures that can prove

I’m made of metal
My circuits gleam.
I am perpetual
I keep the country clean

I’m elected electric spy
I protected electric eye

Electric eye, in the sky
Feel my stare, always there
Theres nothing you can do about it
Develop and expose
I feed upon your every thought
And so my power grows

I’m made of metal
My circuits gleam
I am perpetual
I keep the country clean

I’m elected electric spy
I protected electric eye

Protected, detective, electric eye

Si impara attraverso il divertimento (la morte di Super Quark)

È intricato spiegare il declino dell’Italia. Ci sono molti difetti, ma anche molti meccanismi contorti e non immediati da comprendere. Sono cose di cui ho già provato a discutere in questo articolo, ma il discorso è più ampio. Uno dei motivi per cui l’Italia è mediocre dal punto di vista della cultura scientifica e dello spirito critico è che non viene suscitato il giusto interesse. Ultimamente, ho provato a mettere a confronto i documentari a regia italiana con quelli a regia britannica e americana. Si notano subito delle differenze importanti:

– i documentari italiani sono tediosi, trattati in modo troppo accademico o semplicistico;
– i documentari anglosassoni, pur con stili diversi, accalappiano l’interesse del pubblico medio.

Mi viene in mente Super Quark nelle ultime stagioni. La parte più interessante è il documentario iniziale a regia straniera, che poi viene trasmesso anche su Rai Scuola. Il resto è noioso e, spesso, viene dato grande spazio agli sviluppi della medicina, ma senza coinvolgere lo spettatore. Viene a mancare il lato ludico dell’imparare e l’esperto di turno non ha un approccio entusiastico. Ironicamente, l’unico esperto veramente appassionato, insieme a Paco Lanciano, è Barbero. A Barbero, però, vengono concessi pochissimi minuti. In effetti, forse, ai nostri politici non fa piacere che uno storico di casa nostra dica che, quando il re francese scappa, in realtà ottiene proprio quello che voleva e gli italiani non hanno affatto vinto. Cattiva propaganda, non si fa! Il fatto è che Barbero è uno storico imparziale, che fa quello che uno con la sua professione deve fare. Però è vero altrettanto che lo fa con tono stuzzicante o provocatorio. Mi viene in mente quando presenta un documentario sul Neanderthal e dice che, sostanzialmente, non si sa come il Neanderthal si è estinto. Secondo alcune teorie, il Neanderthal si è estinto con l’arrivo del Sapiens. Ecco, vedete cosa vuol dire imparare? Barbero la rigira e dice di provare a pensare come questa teoria può essere strumentalizzata dalla politica. Sostiene che si può dire che noi, Sapiens, siamo arrivati in Europa e abbiamo soppiantato il Neanderthal, cioè il bianco (vedi sul razzismo). Ecco, allora non mi stupisco che la “vigilanza” metta un po’ in riga Barbero quando finisce a Super Quark, che è un programma visto da tutti e non solo dalla nicchia. Peccato che questo è il miglior modo per… renderci tutti ignoranti! Non a caso, uno degli elementi che contraddistingue la dittatura è la censura delle informazioni.

I due esempi

Gli anglosassoni agiscono in modo diverso. Gli inglesi hanno il loro carattere e gli americani altrettanto, ma l’obiettivo è centrato. Faccio un nome a testa di documentari che spiegano la scienza. Per gli americani, cito Sport Science e per i britannici The Story of Maths.

Sport Science
È la classica “americanata”. Ti ritrovi il campione delle arti marziali che fa lo sborone tutto il tempo e si vanta di essere il più forte. Oppure il giocatore di hockey che si toglie i guanti e tira pugni sul punchball, ricreando la situazione in cui alcuni giocatori di hockey si tolgono davvero i guanti per fare a botte (venendo espulsi, ovviamente). Sì, sono americani. Non ne possono fare a meno. Per loro è tutto uno show e più lo show è grande e più viene acclamato. Americani, appunto. E, omaggiando il Jackass dei vecchi tempi, c’è pure l’idiota di turno (viene epitetato proprio così) che accetta di farsi tirare una palla da baseball ai genitali! D’accordo, Sport Science non fa solo esempi di idioti e violenti, ma è lo stile che fa la differenza. È adatto al pubblico americano e, dietro al mega show, vengono spiegate le leggi più importanti della fisica. Sono concetti anche piuttosto complessi, diciamo da scuola superiore, ma che vengono fatti passare nel modo giusto per un americano.

The Story of Maths
Diverso è lo stile della BBC. Lo potremmo definire per certi versi kitsch. Marcus du Sautoy vuole spiegare la somma dell’inverso dei quadrati e, per farlo, si reca in Russia e usa dei bicchieri riempiti di vodka. Omaggio alla Russia e omaggio all’alcol, amatissimo dagli inglesi. In un’altra scena, il matematico tira giù dei drink di troppo insieme a un gruppo di altri amanti della matematica, tra cui un discendente di Bernoulli e uno di Euler. In un’altra puntata della serie (in tutto, le puntate sono quattro), si parla dei matematici orientali e la BBC decide di piazzare una musichetta allegra del genere di quel paese. Musichetta pop cinese per spiegare i matematici cinesi, e la stessa cosa avviene per quelli indiani e per quelli arabi. Kitsch, sì. È lo stile inglese. Eppure queste cose piacciono agli inglesi e attirano. E non è un caso se gli inglesi dominano ancora mezzo mondo.

Insomma, la caratteristica comune è che c’è il divertimento. Lo scopo non è quello di andare a scovare il futuro scienziato del CERN, ma di acculturare la gente media. E, per conseguenza, più attiri tra la gente media e più opportunità hai di avere uno scienziato importante. In Italia, abbiamo la pessima abitudine di porre una barriera tra gli esperti del settore e il pubblico medio. I primi stanno troppo spesso sul piedistallo, come se fossero gelosi delle proprie conoscenze. Il pubblico medio è poco interessato, ma lo è perché non viene stimolato nel modo giusto. È come se, da noi, gli esperti di turno fossero più interessati a un certo status quo, al pari dei politici attaccati alle poltrone. Non possiamo pensare che ognuno possa fare da solo. Non possiamo pensare che un bambino si appassioni spontaneamente alla scienza e, se non ci riesce, è una capra senza speranza. No, bisogna stimolare e il miglior modo per farlo è il divertimento. Inoltre, l’abilità dei programmi che ho citato è che ti spiegano a cosa serve la scienza nella vita quotidiana. Che sia come dividere una mela o sapere qual è il pugno più forte, sono tutti esempi concreti. Non sono formule scritte che, spiegate come nelle nostre scuole, sembrano qualcosa di astratto.

È tutto così negativo da noi?

Negli ultimi anni, a opera del digitale terrestre, qualcosa si sta muovendo in Italia. Trovo interessanti i programmi stile Memex di cui i conduttori, guarda caso, sono giovani. Mi ha colpito il modo in cui parlano dell’IgNobel, che è tutt’altro che un premio “ignobile”. È divertente, appunto, ma è anche un argomento su cui riflettere. Ancora non basta, purtroppo. Stiamo sempre parlando di cose più di nicchia. Inoltre, spesso vengono giocoforza chiamati in causa degli esperti anziani, che però non sempre discutono con passione e sembra che stiano parlando dietro a una cattedra universitaria. Non basta, appunto. C’è ancora tanto da fare, considerando che, comunque, i canali principali escludono questi programmi.

In internet, si trovano il blog e il canale YouTube di Dario Bressanini. Bressanini è stato furbissimo a capire come sfruttare la cucina per spiegare la chimica. La cucina calza a pennello, perché il buon cibo è l’amore per eccellenza degli italiani. Anche Bressanini, tuttavia, ha un campo limitato. Non è di certo popolare quanto i maggiori divulgatori americani, come ad esempio Neil deGrasse Tyson che presenta il revival di Cosmos (a proposito, vedetelo perché, grazie anche alle animazioni, è un programma meraviglioso!).

Insomma, in casa nostra c’è ancora tanto da lavorare per avvicinare le persone alla scienza…

Analfabetismo matematico e fallimento scolastico

Children of the Grave (Black Sabbath)

Canzone: Children of the Grave
Artista: Black Sabbath
Album: Master of Reality (1971)

Canzone che mostra un forte messaggio di azione contro la guerra, reso ancora più emblematico dalle caratteristiche “cupe” della musica di Iommi. Ozzy Osbourne canta con un tono ridondante, accompagnato dal groove di Tony Iommi e Geezer Butler. E Bill Ward che picchia sulla batteria, senza in alcun modo alterare l’andamento della canzone. Insomma, un capolavoro. Proprio per questo motivo, il messaggio passa all’ascoltare ancora più poderoso. La canzone è stata scritta nel periodo della guerra del Vietnam e del terrore dell’atomica, ma è interessante come quel clima sia attuale. C’è ancora il terrore del nucleare, con la Russia e gli Stati Uniti che detengono il 90% delle armi nucleari al mondo. E ci sono paesi che si adoperano di armi nucleari, come la Cina, l’India, la Corea del Nord e Israele. Secondo alcuni esperti, ad oggi abbiamo scampato la guerra nucleare non perché siamo stati bravi, bensì perché siamo stati fortunati. L’ultimo paragrafo è un invito ai giovani di oggi a reagire per un mondo migliore. Il messaggio vale parecchio non solo nei confronti della guerra in senso letterale, ma per ogni tipo di conflitto che stiamo vivendo, come ad esempio quello per le risorse dovute al surriscaldamento globale. I Black Sabbath non fanno il loro invito con gli arcobaleni e i fiori hippie, ma con un tono potente che schiaffa duramente la realtà in faccia alla gente. A partire dal titolo, ovvero “bambini della tomba”.

Testo

Revolution in their minds
the children start to march
Against the world they have to live in
Oh! the hate that’s in their hearts
They’re tired of being pushed around
and told just what to do
They’ll fight the world
until they’ve won
and love comes flowing through

Children of tomorrow
live in the tears that fall today
Will the sunrise of tomorrow
bring in peace in any way
Must the world live
in the shadow of atomic fear
Can they win the fight
for peace or will they disappear?

So you children of the world
listen to what say
If you want a better place to live
in spread the world today
Show the world that love is still alive
you must be brave
Or your children of today are
children of the grave

 

La malattia di essere giudici della società

Uno dei peggiori difetti dell’umanità è quella di ergersi a giudici della società, di questo e di quello, di tutto l’esistente. Ne sentiamo di ogni genere, dai tifosi al bar a quelli che hanno capito tutto di un crimine in cui non hanno direttamente fatto parte delle indagini. Ciò che accomuna questi individui è il non conoscere l’episodio, spesso per mancanza sia di competenza che di esperienza. Non si può dire di conoscere un fatto solo per sentito dire o dalla televisione. Il giudizio, pertanto, sarà entro questo limite. È possibile farlo in questo modo, ma senza andare oltre. Purtroppo, tanta gente va oltre e offre giudizi estremistici o semplicistici, senza vie di mezzo.

La storia di Jim Morrison

L’ispirazione per questo articolo mi è venuta pensando a Jim Morrison. Da un lato, abbiamo lo schieramento di chi lo bolla come uno sbandato che ha avuto quello che si è meritato. Dall’altro lato, abbiamo chi, invece, lo considera una leggenda. Beh, innanzitutto, chiarisco che non è di musica che voglio parlare. I The Doors possono piacere o no (molte canzoni sono belle). La domanda è: chi ha ragione tra le due parti? Beh, nessuno dei due. Spiego perché.

È vero, Morrison è morto in conseguenza ai suoi eccessi. Non rappresentava un esempio di persona equilibrata, contrariamente agli Iron Maiden. In questo senso, nessun genitore vorrebbe che un figlio segua le orme di chi, di fatto, si è suicidato. Tuttavia, è dovere della nostra società comprendere quello che girava nella testa di Morrison, cioè quello che lo ha spinto a diventare uno sbandato. Troppo facile prendere una persona come lui e imbottirlo di farmaci, perché ciò significa negare le responsabilità a monte. Genetica? Troppo semplicistico. La genetica non determina se sei uno sbandato. Esistono dei geni che, in risposta all’ambiente, possono portare a problemi come le dipendenze o la depressione. Ma non c’è un gene che ti dice che sarai depresso o alcolizzato. Scientificamente, è una falsità. Uno degli eventi che hanno contribuito a formare la personalità di Morrison è un’esperienza di morte vissuta all’età di 4 anni. Lui stesso lo racconta:

La prima volta che ho scoperto la morte… eravamo io, mia madre e mio padre, e forse anche mia sorella e i miei nonni, e stavamo attraversando il deserto in auto all’alba, e un autocarro pieno di lavoratori indiani era andato a sbattere contro un’altra macchina o non so cosa, ma c’erano indiani sparpagliati per la strada, sanguinanti e moribondi… ecco, questo fu il mio primo impatto con la morte, dovevo avere quattro o cinque anni. Abbiamo accostato e ci siamo fermati… io ero solo un bambino, e un bambino è come un fiore con la testa scossa dal vento… penso davvero che in quel momento l’anima di uno di quegli indiani, o forse gli spiriti di molti di loro stessero correndo in giro come impazziti e siano balzati nella mia testa e io ero come una spugna pronta ad assorbirli. Questa non è una storia di fantasmi. È qualcosa che ha un significato profondo per me.

Tra l’altro, Morrison, agli inizi, era una persona intelligente e andava bene a scuola. Non è stato da sempre uno sbandato puro. Ribelle sì, ma è una cosa diversa. Solo in seguito i voti sono calati. Qualcuno ha mai provato a domandarsi perché? Non è un modo per compatire e giustificare quello che ha fatto in seguito. L’insegnamento è che, se un genitore vuole che il figlio sia meno predisposto ad avere alcuni problemi, gli deve spiegare sulla vita. Non può educarlo a fatine, cicogne, rose e fiori. Ecco perché non condivido assolutamente la maniacale censura di alcune serie televisive. D’accordo, ci sono serie che è meglio evitare di far vedere ai bambini, ma se arriviamo a mettere il parental control ad NCIS qualcosa non va. Così come c’è qualcosa che non va se ci si scandalizza perché, in Buffy o altri programmi televisivi, ci sono coppie di omosessuali. Si potrebbero fare parecchi esempi, il tutto per dire che ci vuole una continua comunicazione tra genitori e figli. Poi, dopo che questa comunicazione è mancata, ci si stupisce se il figlio si caccia nei guai. Vedi il caso di Finnegan Elder. Non dico nulla dal punto di vista della morte del carabiniere. Sotto questo aspetto, si può dire tutto o nulla. Ecco dove sta il giudizio rispetto al pregiudizio. Non so e non metto becco. Finnegan Elder ha tutto il diritto di sostenere la sua tesi per difendersi, così come l’accusa di sostenere la sua. Ciò che è evidente è che, comunque, Finnegan Elder non è uno stinco di santo. Questo è un dato di fatto, come testimoniano i conoscenti. La madre cade dal pero su questo suo lato… evidentemente, non ha imparato a conoscere suo figlio ed è mancata la comunicazione reciproca. Quanto detto su Jim Morrison vale anche l’altro celebre suicida della musica: Kurt Cobain. Cobain, al pari di Morrison, non è di certo un tipo da emulare, ma provare a comprendere il suo animo regala delle sorprese e delle utili chiavi di lettura per la vita. Vedi anche su Marco Pantani.

Notate come, su Finnegan Elder, non emetta né una colpevolezza né una innocenza, nonostante quanto raccontato dai media e nonostante diversa gente abbia già la sentenza pronta (Salvini in primis come a solito, mi raccomando). Vorrei che il concetto fosse chiaro. Sì, è vero, Finnegan Elder è uno sbandato, ma bisogna evitare di emettere giudizi su cose che non si sanno. Bisogna imparare ad approfondire. Se manca l’opportunità di approfondire, è meglio fermarsi prima. Finnegan Elder dice che voleva difendersi? L’accusa fa notare che ha riempito di pugnalate il carabiniere. Ma Finnegan non dice una cosa falsa. Se la sua mente era alterata (dalla droga o da altro), può benissimo sostenere che avergli inflitto così tante coltellate era un modo per essere sicuro di aver scampato il pericolo. So che molti di voi si scandalizzeranno, ma è ciò che avviene anche in molti film per essere sicuri che il mostro di turno è veramente morto. Chi dice che Finnegan non l’abbia vista in questo modo? Non lo sappiamo, ma è plausibile e, se uno ha le prove, ha tutto il diritto di sostenere una teoria simile. Per quanto sia scandalosa, è verosimile. A mio parere, è molto più scandaloso sancire, da parte di un tribunale, che uno stupro non è credibile perché la vittima è reputata brutta…

L’insegnamento

In sintesi:

non è sbagliato giudicare, ma avere pregiudizi.

Non abbiate paura ad avere un giudizio. Se è sbagliato, è da intelligenti correggerlo, ma fatevi la vostra idea. Chi dice che non giudica mai gli altri sta dicendo una cosa piuttosto falsa. Tutti, nel bene o nel male, in qualche modo, giudichiamo. Tuttavia, evitate di cedere alla malattia di essere giudici della società. Mi vengono in mente quelli che danno della poco di buono a una ragazza che è stata stuprata, giusto per il fatto che si ubriacava o aveva la minigonna. A prescindere dal fatto che uno stupro è sempre uno stupro, e come tale va duramente condannato, magari dietro a quegli atteggiamenti c’è dell’altro che questa gente non conosce affatto. Quella persona può essere alcolizzata, ma anche sensibile e intelligente. Imparate a vedere anche voi la vita in questo modo. Abbiate un giudizio, ma flessibile, sotto diversi punti di vista. Non abbiate giudizi sempre ferrei. Non stiamo parlando di dire se la Terra è piatta o rotonda, perché su questo è evidente che la Terra non sia piatta (*). Ragionate e utilizzate una mente scientifica, ma con buon senso e sensibilità.

* In realtà, la Terra non è nemmeno rotonda, bensì un geoide.

Se fate caso, spesso nel sito ho criticato l’Europa o paesi come la Francia, la Germania (nel problema dei migranti) e l’Inghilterra. Al contempo, però, ho pesato le critiche accanto agli aspetti positivi, da cui gli italiani dovrebbero imparare parecchio. Non ho fatto come gli italiani sulla difensiva che criticano gli altri paesi e non si guardano allo specchio. Ho riconosciuto che anche gli americani tante qualità positive, nonostante soffrano la diffusione delle armi o dell’obesità. Ma non dimentichiamo gli Hutu e i Tutsi in Ruanda, che si sono massacrati a vicenda per decenni e ora, seppur con difficoltà, si sono riappacificati. Nell’articolo sull’immigrazione e i migranti, ho raccontato la loro storia perché è stato fatto qualcosa che, in occidente, tanta gente non comprende. Così come è un errore dare la colpa solo ai giovani se sono tonti e mandano allo sbando il paese (vedi su analfabetismo matematico, sull’imparare divertendosi e perché siamo allo sbando). E potremmo dire anche sull’alcol e il binge drinking e via dicendo su innumerevoli argomenti.

Un altro esempio di come bisogna assicurarsi di essere informati prima di dire qualcosa? Eugenia Cooney. La ragazza, classe 1994, appare visibilmente troppo magra nelle foto, a tal punto da essere additata come anoressica. Molte sono state le petizioni per bannarla dai social network. Eugenia ha ricevuto molte critiche e molti insulti per via della sua magrezza. Lei, d’altro canto, non ha mai ammesso chiaramente di avere disturbi alimentari. Le si può credere? Risposta: sì! Esiste una malattia, la lipodistrofia, che provoca una magrezza estrema. In Italia ci sono circa 200 casi e le donne vengono colpite maggiormente da questa malattia. Quindi, è una malattia poco comune, ma i casi non sono neanche 1 su milione. E se Eugenia Cooney avesse questa malattia? Non ci è dato sapere e non si possono fare ipotesi basate sul nulla. Inoltre, se si guarda bene a quello che propone sui social network, Eugenia mostra una spiccata dote creativa. Ha talento artistico e non diffonde mai messaggi pro ana. E, se devo essere onesto, vedo molti più messaggi deleteri sul peso in alcuni forum di obesi che cercano di dimagrire! La cosa da comprendere è che bisogna evitare di avere una sentenza senza aver approfondito. Sarò ripetitivo ma, come si dice, repetitia iuvant.

Come gli inglesi dominano ancora mezzo mondo

Imparare ad uscire dall’orticello ti insegna molte cose. Alcuni di questi insegnamenti arrivano dalla mia esperienza con gli inglesi. Ho iniziato a domandarmi perché l’inglese è la lingua internazionale e quella usata, quasi sempre, negli ambienti di scienza. La domanda non venga tacciata come una domanda senza senso, perché a uno sguardo più profondo ti fa capire molte cose tutt’altro che scontate. Ti fa capire che gli inglesi, pur non avendo più alcuna colonia, continuano dominare mezzo mondo. Capire il perché di questo dominio, a sua volta, non ha solo uno scopo didattico, bensì ci fa riflettere molto sui fatti più recenti e sul perché l’Italia è sempre così indietro, perché i cervelli continuano a scappare lasciando la nostra penisola sempre più povera di risorse. È qui che vuole parare l’articolo, poiché non l’ho affatto concepito come un elogio a Sua Maestà.

La grande macchina del consenso

In realtà, non è una strategia nuova. È una strategia usata fin dall’antichità, da Alessandro Magno a Napolone Bonaparte. E, a modo tutto suo, direi anche da Gengis Khan (*). A sorpresa, tuttavia, si scopre che, nella storia più moderna, si è usata la via della violenza, dell’oppressione e della censura. Basti pensare alle ditratture del novecento, ma anche alle censure di oggi con la falsa scusa delle fake news.

* Gengis Khan voleva mantenere sobri i suoi soldati per farli rendere al meglio. Tuttavia, sapeva che non poteva impedire del tutto l’alcol e concedeva di ubriacarsi al massimo 3 volte al mese. Noto per essere molto spietato con i nemici, in realtà Gengis Khan sapeva anche come conquistare la fedeltà di qualcuno.

Ebbene, gli inglesi dominano grazie a una potente e perfetta macchina del consenso. Hanno abbandonato le armi e hanno iniziato a costruire la fiducia dei popoli attraverso metodi più sofisticati. Alcuni esempi? Facciamoli pure.

Calcio
La Premier League, per gli inglesi, è il vero campionato del mondo. I presidenti dei club sono opportunamente americani e asiatici, in modo tale da rivedere il prodotto a quei paesi. Se devo vendere in Indonesia o in India, i locali si fideranno di più se il club è gestito da un asiatico! Da ciò deriva l’enorme ricchezza del calcio inglese, che permette anche all’ultima in classifica di essere tifata molto. Tutti contenti e tutti soddisfatti, cioè viva la Regina! Vedi anche “Il calcio di una volta che non c’è più“. Molti inglesi campano con il benefit e vivono nelle case popolari ma, finché hanno il calcio e la birra, non si lamentano. Il calcio non va sottovalutato come mezzo di consenso. Infatti, arriva anche negli angoli più poveri dell’Africa. Poiché la gente locale non può permettersi un abbonamento a Sky a testa, le partite del calcio inglese vengono trasmesse nei bar, dove tutti si possono riunire. L’Inghilterra, così, prende molti giocatori dai paesi africani del Commonwealth.

Cultura e scienza
Se vuoi guadagnare il consenso dei paesi più poveri, senza che si rivoltino, devi dare loro ciò di cui hanno bisogno: l’istruzione. È facile che un iraniano o un indiano ricopra ruoli importanti nella scienza, nella medicina e nell’imprenditoria (il fisico Jim Al-Khalili è uno dei miei preferiti). Un “impero” funziona se viene data l’opportunità a tutti di imparare e di realizzarsi. In questo modo, le menti migliori lavorano per gli inglesi, italiani compresi. Gli inglesi sanno bene che, in Italia, scienziati e ricercatori vengono disprezzati, quindi forniscono loro delle opportunità praticamente irrinunciabili. Gli scienziati e i ricercatori sono contenti perché vengono finalmente apprezzati e l’Inghilterra si arricchisce di scienza e cultura.

Televisione ed educazione
I mass media sono fondamentali per stimolare le persone a studiare e formare lo spirito critico. Mi viene in mente Doctor Who. Di questa serie, trovo che siano geniali le stagioni con il Trediscesimo. La sua rigenerazione è una donna. I compagni sono, rispettivamente, un tipico medio borghese inglese, una pakistana e un nero che soffre di disprassia. E tutti quanti sono guidati da una donna. Geniale: un melting pot incredibile che fa sentire tutti diversi e uguali allo stesso tempo! La strategia è usata anche nei documentari, vedi The Story of Maths presentato da Marcus du Sautoy che spiega la matematica orientale (The Code è una serie e una puntata è dedicata alla matematica dell’Oriente). Notate dove sta veramente l’ingegno. Il documentario non va in India e in Cina con aria di superiorità ma, anzi, mette in evidenza la genialità di queste culture, condendo il tutto con dei jingle di musica cinese e indiana a ritmo pop. E che dire di Meet the Natives? Fra l’altro, di questa abilità nel divulgare ho parlato anche nell’articolo sull’imparare divertendosi.

Ambiente
Il Regno Unito è l’unica nazione che ha dichiarato l’emergenza ambientale, facendone al contempo una buona propaganda mediatica. Perché questa scelta e questo clamore? Molto semplice. Sono i paesi più poveri o in via di sviluppo a soffrire di più i cambiamenti climatici. Così, mentre il resto dell’occidente è miope o perso negli egoismi, gli inglesi si sono ingraziati l’India, i paesi del sud-est asiatico e dell’Africa che soffrono a causa del cambiamento climatico. Fa tutto parte della tattica del consenso di massa. Urge ricordare che molti dei paesi più poveri o in via di sviluppo fanno anche parte del Commonwealth, più o meno l’equivalente britannico dell’UE. Pertanto, si sviluppano degli interessi reciproci fra le parti. L’India, il maggior paese del Commonwealth e paese in via di sviluppo, da solo comprende più del 15% della popolazione mondiale! Quando anche gli altri paesi occidentali si saranno finalmente mossi per il clima e avranno compreso i fenomeni migratori, gli inglesi continueranno a dire (e ad essere) 50 anni avanti.

Notate come il modello cosmopolita inglese sia simile a quello degli antichi romani. Intendo nel bene e nel male. Ad esempio, gli antichi romani non erano razzisti verso i neri e gli stranieri perché, proprio come gli inglesi, la loro civiltà era fatta dagli stranieri. Tuttavia, esisteva la segregazione sociale, ben visibile nei posti delle arene come il Colosseo (ai poveri veniva impedito di mischiarsi con i ricchi).

Quello che possiamo imparare dagli inglesi

Le strategie degli inglesi hanno chiaramente uno scopo opportunistico, a differenza degli scandinavi che ragionano con veri ideali del benessere. È sempre stato nel loro carattere, fin da quando usavano le armi e la guerra. Ciò nonostante, anche se c’è questo fine opportunistico, a mio parere abbiamo tanto da imparare dagli inglesi. Gli italiani si chiedono sempre perché i più bravi scappano e stanno a lamentarsi. Bene, impara dagli inglesi come si apprezza quello che si ha. Ci lamentiamo che non ci sono pari opportunità. Bene, e allora perché non iniziamo a fare una vera educazione, senza continuare a censurare ciò che reputiamo scandaloso? Non puoi creare una società egualitaria se metti il parental control addirittura su NCIS! Da cosa dovrebbero imparare i nostri bambini? Da Nonno Felice? O dai soliti noiosissimi documentari dove il medico di turno sale in cattedra e se le canta da solo? Come si può combattere il razzismo se, nelle nostre serie e nei nostri film, lo straniero è sempre descritto come un vucumprà? Ed è per tutto questo che andiamo allo sbando. Andiamo allo sbando perché viviamo in un ambiente sbandato, facendo ben poco per cambiare le cose. Inutile andare fieri della pizza e della pasta, se poi ci mancano le abilità sociali e verso le materie tecniche. Un’altra prova del successo delle strategie inglesi sta nel fatto che molti italiani, senza nemmeno essere andati lì, hanno il “grande sogno inglese”. Non hanno capito dove sta il trucco e, intanto, lo scopo è stato raggiunto. E ricordate quanto detto sul benefit? Se sono tutti mediamente “poveri” (messo tra virgolette perché non muoiono di fame come nel terzo mondo), non ci si ruba a vicenda. Da noi, la Lega dice che il reddito di cittadinanza alimenta il lavoro in nero, ma è una bufala (*). È esattamente il contrario, cioè più si vedono opportunità di arricchirsi e più si ruba! In Italia, uno dei motivi per cui anche il più miserabile cerca di rubare è proprio il vedere un Berlusconi che ostenta il potere e la ricchezza. Gli inglesi fanno il contrario, facendo vedere che non conviene essere ricchi per scoraggiare l’illegalità.

* In realtà, io sostengo il reddito di benessere universale, ma è tutto spiegato nell’articolo linkato in precedenza, quando ho parlato del calcio.

Onestamente, non ho davvero nulla da dire male sugli inglesi. Altri italiani vedrebbero il male assoluto in quello che fanno, ma io credo che sia utile capire le loro azioni svincolandole dall’opportunismo che sta alla radice. Come si dice, ognuno ha pregi e difetti. Ecco che, allora, possiamo aprirci a una nuova e interessante visione del mondo e dell’umanità. Infatti, la motivazione “di Stato”, chiamiamola così, nulla dice individualmente. I singoli agiscono per i valori a cui sono stati educati e, se permettete, è meglio essere educati con Doctor Who e i documentari della BBC anziché a pane, reality show e catechismo. In sintesi: la matrice opportunistica non sta nei singoli cittadini, ma nella politica. Se poi questa politica serve lo stesso a creare una società migliore, a me va benissimo, visto che non devo essere amico dei politici.

Insomma, se è vero che gli inglesi lo fanno per opportunismo, impariamo anche a farci un esame di coscienza. Troppo facile vedere quello che c’è fuori e fare come la volpe con l’uva. Se loro sono più avanti di noi, forse dovremmo capire perché riescono ad esserlo. È questo che frega noi italiani. Vediamo chi è meglio e ci comportiamo come la volpe con l’uva, perché tanto continuiamo ad avere la pizza, la pasta e 4 stelle sulla maglia della nazionale. Sì, noi abbiamo le 4 stelle, però poi gli inglesi ci “fregano” i cervelli. Lo metto tra virgolette, perché in realtà non si può parlare di vero e proprio furto. Sono loro che creano le opportunità favorevoli per far emigrare il meglio dell’Italia!

Ovviamente, le medesime tattiche di propaganda degli inglesi possono essere usate anche in chiave malvagia. Vedi quello che ho scritto qui sull’ultradestra.

La crisi di Hong Kong

Hong Kong non è più una colonia inglese dal 1997. Solo ufficialmente, però. Perché credete che i cinesi (e non) di Hong Kong si sono ribellati così tenacemente? Perché, all’atto pratico, sono sempre in qualche modo rimasti britannici. Il sistema politico è sempre rimasto tipicamente britannico. Gli inglesi si sono mischiati con i locali, continuando a trasmettere i valori occidentali (cioè britannici). Come la Cina, a mano a mano, ha voluto imporre il suo predominio, la rivolta è scattata. Più la Cina vuole ribadire il suo potere su Hong Kong, più i ribelli sventoleranno la Union Jack di sua maestà: un autogol della Cina continentale! Qual è il succo? Che inglesi sono andati via, ma adesso è Hong Kong che rivuole gli inglesi per non essere schiavo della Cina! Volontariamente o no (qui ognuno potrà dire la sua), gli inglesi sono riusciti ad andare via da Hong Kong, per poi farsi acclamare per un ritorno. Geniale (a prescindere dal fatto che, nella pratica, non sono mai davvero andati via).

Hong Kong non è l’unico esempio di come gli inglesi continuano a essere ancora desiderati da molti. Le Falkland sono un altro territorio britannico, che l’Argentina rivendica (con il nome di Las Malvinas). Peccato che, quando si fanno i referendum, i cittadini delle Falkland vogliono sempre restare con gli inglesi! Vale anche per gli indiani. Nonostante gli indiani abbiano combattuto per liberarsi dal colonialismo britannico, essi riconoscono che gli inglesi hanno anche portato molta tecnologia. Effettivamente, dicono la verità, cioè nulla a che vedere con le panzane diffuse dai fascisti. E, secondo alcuni indiani (non tutti), gli inglesi dovrebbero addirittura supervisionare nelle ingerenze fra i tre paesi dell’ex India britannica. Per molti indiani, la partizione dell’India ha provocato o peggiorato il razzismo religioso tra hindù e islamici. La situazione dell’ex India britannica va ben oltre, ma è ben chiara l’influenza britannica, nel bene e nel male.

Brexit

Ovviamente, non potevo non menzionare la Brexit nell’ampio discorso degli inglesi. Ma si tratta di un argomento a parte, che ho spiegato in questo articolo.