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Varia gli allenamenti e abbi pazienza… correrai meglio!

Quando ci si appassiona alla corsa, chi in modo minore e chi in modo maggiore inizia a porsi la domanda: come corro più forte?

Intanto, si può rispondere con un’altra domanda: su che distanza? Chiunque credo che possa correre a 15 km/h per 50 m. Farlo su una 10 km è tutt’altra cosa, o addirittura in maratona. E poi c’è anche il fattore età. Se un runner maschio fa 50′ sulla 10 km a 50 anni, in teoria è abbastanza ben allenato. Ma se ha 30 anni, beh, allora è il caso di correre un po’ ai ripari!

Migliorare la prestazione è comunque un ambito dibattuto. Non è sciocco parlarne, ma allo stesso tempo si trascurano molti aspetti. Cosa vuol dire migliorare la prestazione? La prestazione, in realtà, comprende numerose caratteristiche. E le distanze non sono tutte uguali, ovviamente. E dalla differenza tra le distanze, nascono anche i diversi tipi di meccanismi. Nel mio sito, la distanza che considero è la 10 km, perché racchiude tutte le caratteristiche principali che portano benefici salutistici, mentre la mezza e la maratona sono già distanze che non tutti riescono a correre senza sviluppare problemi fisici o per cui riescono ad allenarsi ottimamente (vedi “Fanatici delle lunghe distanze e novelli Rambo“). Ma anche migliorare la prestazione sulla 10 km vuol dire considerare un campo di elementi vario. Se prendo il classico amatore inesperto, preso dall’entusiasmo o da quello che sente ripetere da altri, scopriamo che basa un programma di questo tipo:

1) ripetute;
2) fondo lento.

Sono sicuro che molte persone lo troveranno normalissimo. Errore! Come ho detto, allenarsi su una distanza vuol dire curare parecchi parametri e ognuno ha il suo contesto specifico, che da solo serve a poco ma è utile nel complesso. Se manca un fattore, la prestazione è carente. Le ripetute sono allenanti, ma se uno non cura la resistenza non reggerà la distanza. Un programma veramente efficace dovrebbe quindi prevedere TUTTI i seguenti tipi di allenamento:

1) ripetute;
2) fondo lento;
3) fondo medio;
4) fondo progressivo;
5) allenamenti per la soglia anaerobica.

Le ripetute, pertanto, sono solo una minima parte del programma, motivo per cui ripeto più volte che esse non servono per massacrarsi! Chi si massacra con le ripetute e non cura la resistenza con tutti gli altri allenamenti finisce sempre per avere crolli in gara o una prestazione monca, al di sotto delle proprie potenzialità. Ho visto persone portare avanti dei programmi veramente assurdi, ad esempio 2 sedute di ripetute in una settimana (cosa che può essere fattibile, ma per un professionista da 150 km a settimana!). Oppure fondi progressivi con tratti del tutto arbitrari, che non allenano o non mantengono un bel nulla, ma che sono stati eseguiti con il pessimo scopo di arrivare “stanchi come si voleva” per sentire di essersi allenati bene. Sì, peccato che così NON si sono affatto allenati bene!

Il fondo progressivo e il fondo medio rappresentano il secondo allenamento di qualità che si dovrebbe fare in una settimana oltre alle ripetute. Mi riferisco a un tipico amatore tapascione. La scelta tra progressivo e medio dipende anche dalla freschezza e dalla durezza degli allenamenti precedenti. Se ad esempio abbiamo fatto delle ripetute molto toste, allora forse è meglio fare un progressivo dove si parte con 30′ di lento. Da questo, deriva un altro importante parametro per progredire:

il recupero!

Sì, il recupero, lo si dice spesso ma in tanti se ne dimenticano, è importantissimo. Per recupero, intendo sia attivo che passivo, cioè come giornata di riposo o come fondo lento. Ovviamente, il fondo lento fa il suo anche dal punto di vista della resistenza, ma ne ho già discusso meglio nel corrispettivo articolo (e stessa cosa per il medio, su cui vi invito caldamente a leggere!). È ovvio che bisogna fare degli allenamenti seri di qualità, ma se non si cura anche la corsa lenta o se non ci si riposa correttamente ci si infortuna. Il cercare di andare sempre a mille in allenamento pensando che solo così si migliora, che solo così c’è vero impegno, è un atteggiamento molto stupido e contraddetto dalla fisiologia dello sport che genera un progresso solo con un insieme di fattori. E in questo insieme, ci sono il riposo e la capacità di recupero!

Insomma, per migliorare una prestazione, no, non basta massacrarsi di ripetute “alternando” con i lenti. Ci vuole tutto un mix, un insieme di fattori che devono essere allenati. Di solito, opportunamente e in modo intelligente, con la propria esperienza (anche sbagliando!), si cura di più ciò in cui si è carenti, quindi fare troppi medi diventerà alla lunga deallenante per la velocità, viceversa se si fanno troppe ripetute ci alleneremo di meno sulla resistenza e sullo “stabilizzare” la velocità (che si fa con il medio). Allo stesso tempo, troppi lenti non ci faranno più abituare alla velocità, ma anche fare troppa qualità ci devasterà e predisporrà di più agli infortuni. Migliorare una prestazione vuol dire fare un lavoro minuzioso, dettagliato, con i tasselli messi al posto giusto. Quindi? Quindi, ci vuole anche tanta pazienza, un altro elemento che raramente viene citato quando si parla di migliorare la prestazione.

In sintesi, bisogna inserire gradualmente dei sovraccarichi, andando ad allenare diverse tipologie di parametri. Poi potete fermarvi, facendo mantenimento, e ripartire. Il concetto di gradualità è importante per evitare che il sovraccarico sia eccessivo e provochi infortuni.

Partire dal valore attuale!

Un errore che si fa spesso è quello di prendere una tabella e avere un personal best migliorato. Ebbene, non si fa così! È sbagliato! Si parte sempre dal valore attuale e si imposta un programma per vedere se e e quanto si migliora. Non funziona all’opposto, perché altrimenti parte il cosiddetto “wishful thinking” che può portare cocenti delusioni. Io, ad esempio, ho imparato con l’esperienza quanto al massimo posso migliorare con un allenamento vario. Ma non sempre ci riesco. E amen, sono cose che so a priori e agisco di conseguenza.

L’efficienza

Molto spesso, un altro elemento che viene trascurato nella prestazione è la gestione del carburante e di riserve non al top. È il tipico problema di chi corre, ad esempio, solo per 2-3 volte a settimana. Corre sempre da fresco, non sa gestire le energie e crolla in gara. Oppure è una condizione tipica di chi è costantemente ipernutrito (eccesso di carboidrati), magari pure in sovrappeso. E dando sempre all’organismo troppo cibo (carboidrati), non sviluppa doti di efficienza. Può sembrare di non immediata comprensione, ma un’attività sportiva dev’essere praticata con frequenza e per tutto l’anno. Quindi, se noi ci abituiamo a correre anche un po’ in deplezione di glicogeno (senza stare a digiuno!), a un ritmo leggermente inferiore o sfruttando il fondo medio, potremo gestire qualunque situazione nel corso dell’anno (a parte il diluvio universale o le bufere di neve…). Ad esempio, ci capiterà una giornata parecchio impegnativa in cui non riusciamo a mangiare bene. Però, siccome siamo ben allenati, riusciremo a mantenere una prestazione discreta. Andremo un po’ più piano, ma sapremo attingere da quello che abbiamo e il ritmo sarà accettabile. La stessa accadrà in estate. Sudare ci affaticherà di più, ma il ritmo risulterà ben migliore rispetto a un organismo meno efficiente. E, sia ben inteso, anche se l’argomento efficienza è più ampio, in questo caso sto parlando in termini di prestazione. Anzi, è addirittura possibile migliorare la prestazione anche grazie a questa capacità di essere efficienti!

Vedi anche l’articolo “Come riesce lo sport a renderci longevi?

Il ruolo della pazienza

Comprendere l’importanza della pazienza non è immediato in un contesto sociale che ti spinge ad essere competitivo. Spesso, la gente vuole arrivare subito ai risultati, e magari pensa già alla mezza e alla maratona senza nemmeno aver ottimizzato bene la 10 km. Purtroppo, si fa esattamente il contrario di come si dovrebbe fare. Poi puntualmente ci si brucia tutti i progressi o infortuna e si piange. Bisogna saper apprezzare i risultati gradualmente, rendendoli spontanei e curando tutte le tipologie di allenamenti in un programma serio e mirato. Bisogna lasciare il tempo di ascoltare il proprio organismo, come sta procedendo gradualmente, provando un tipo di ripetute e un altro o provando in diverse settimane un medio. Questo è il miglior modo di vivere la corsa (e lo sport in generale), che permette di divertirsi più a lungo anziché annoiarsi. Nel discorso fatto finora, è implicito il saper essere allenatori di se stessi. Questa capacità è fondamentale per un corretto programma sportivo. Certo, possiamo pagare un istruttore che faccia al nostro posto, ma allora vuol dire che non abbiamo realmente voglia di conoscere noi stessi e ciò che facciamo.

Non pensate di massacrarvi di km o di ripetute nella speranza di andare più forte. Imparate, invece, a comprendere ciò che state facendo. Studiate, conoscetevi e ascoltate le vostre sensazioni. Quindi, appunto, dovete avere pazienza e vedere pian piano come sta andando. Sperimentate e sbagliate liberamente con l’intento di imparare qualcosa in più ogni volta. Non abbiate nessuna fretta, bensì godetevi il percorso e analizzate gli allenamenti. Intendo analizzarli in modo spensierato, senza dipendere dalle solite app che non vi permettono realmente di capire. Pazienza, pazienza e pazienza. Altrimenti, fidatevi, non farete strada nel lungo periodo o addirittura andrete proprio in crash.

Variare per non annoiarsi

Appunto, la noia. Variare è importante anche in questa chiave. Ne discuto meglio in questo articolo. È chiaro che, se facciamo sempre lo stesso allenamento o il solito jogging, il rischio di annoiarsi è serio. E si mollerà, perdendo tutti i benefici. Ma variare significa anche dare priorità allo sport. Chi si allena poco ottiene un programma ridotto all’osso, che non arriva ai massimi benefici per ridurre la mortalità. E un programma ridotto all’osso è più monotono. Un programma più monotono vuol dire un programma che non entra nei dettagli, che non fa comprendere i meccanismi, che non fa guadagnare esperienza e che non porta conoscenza di sé e della materia. Quindi, ci si annoia perché è sempre la solita solfa. E si molla. E mollare non fa bene.

Alimentazione

E l’alimentazione? L’argomento alimentazione è tra i più gettonati (e soggetti a bufale) nella nostra società, quindi quando si parla di prestazione sbucano inevitabilmente fuori anche i soliti articoli stile Donna Moderna. L’alimentazione è ovviamente importante, ma:

non c’è nessuna alimentazione che fa migliorare la prestazione!

No, no, e lo ripeto, NO, nessuna alimentazione in particolare vi fa andare più forte. Chi lo dice è solo un ciarlatano. È però vero che:

una cattiva alimentazione PEGGIORA la prestazione!

Quindi, in pratica quello che conta è non fare errori, piuttosto che cercare ciò che ci fa andare in paradiso (e non esiste una cosa del genere!). Date un’occhiata all’articolo sulla fame da sport e sul fabbisogno calorico per avere delle dritte. Altri articoli consigliati sono anche “Fai sport e mangia tanta pasta” e “I mangioni sportivi che amano il cibo“.

Per la vecchiaia

Faccio un’ultima considerazione. Non cercate di migliorare la prestazione per un agonismo esasperato. Guardate questi progressi in termine di vecchiaia. Migliorare la prestazione non vuol dire farsi fighi per aver vinto un salame scaduto, ma:

avere l’opportunità di divertirsi in vecchiaia, quando lo sport è più importante!

In sostanza, se uno a 60 anni fatica a mantenere i 10 km entro l’ora, non si divertirà più come chi regge a 54′. E vi assicuro che è possibile eccome! Vedi anche su sport e vecchiaia.

Perché l’attacco in Siria deve preoccupare

Prima di spiegare la mia opinione, ci tengo a premettere che non sono un pacifista a oltranza. Il mio articolo, infatti, non sostiene una posizione classica del tipo “oh, com’è orribile la guerra”, “la guerra è sempre il male”. Essere pacifisti a oltranza non ha senso, perché è la guerra che ci ha permesso di liberarci dal nazifascismo. Come al solito, il mio intento è quello di decifrare gli avvenimenti sotto una diversa luce, per poter riflettere a un raggio più ampio. L’obiettivo di questo mio articolo è:

far capire il fallimento della comunità internazionale, dell’UE e della politica classica.

O meglio, l’attacco in Siria è solo UNO dei tanti episodi che dimostrano il fallimento. Stati Uniti, UK e Francia hanno giustificato l’attacco in Siria con l’uso delle armi chimiche da parte di Assad. Che ci sia la possibilità che esse ci siano c’è. Il punto è che l’attacco è avvenuto PRIMA di avere la certezza dell’esistenza delle armi chimiche. È su questo fatto che vorrei porre l’accento, perché ci riporta a quando la giustizia era sotto l’Inquisizione ed eri sempre colpevole fino a prova contraria, e non innocente fino a prova contraria come, in teoria, dice la giurisprudenza di oggi. In questo senso, l’attacco in Siria è gravissimo, perché porta la gente a manifestare sempre più fobia, fanatismo e reazioni fuori dalla misura. In questo senso, l’attacco in Siria ci fa regredire a un senso di “giustizia” sui livelli dell’Inquisizione. E allora, non siamo tanto diversi dagli islamici rimasti al “loro” medioevo…

Qualcuno obietterà che l’attacco in Siria è lecito per combattere il terrorismo. Evidentemente, queste persone non comprendono che il terrorismo si combatte rafforzando i confini nazionali e la sicurezza interna. Non comprendono che i terroristi vogliono proprio questo e li aspettano, disposti anche ad ammazzare i loro stessi “fratelli” islamici se non sottostanno alla Jihad. Il quadro è molto più complesso di quello che appare agli occhi di noi occidentali che viviamo lontani dal Vicino Oriente. Siccome non bisogna commettere l’errore di essere superficiali, ho scritto qui a riguardo. Leggetelo, perché in pochi sanno cosa davvero sta succedendo nel Vicino Oriente e prendono cantonate grossolane.

Tornando all’argomento di questo articolo, invece, l’attacco in Siria ha scopi non ben decifrati, perché in teoria l’attacco è conseguenza delle PRESUNTE armi chimiche di Assad. Da notare come il termine “presunte” sia stato ingenuamente usato da chi ha approvato l’attacco. Cioè, almeno si poteva avere la presunzione di avere la certezza dell’esistenza delle armi chimiche. Nella pratica, gli “alleati” non hanno una posizione ben precisa in Siria, perché combattono Assad, ma per combattere Assad sembra che vogliano sostenere l’Isis. Poi però dicono che vogliono abbattere l’Isis e che non vogliono rovesciare Assad. Insomma, la confusione di intenti è evidente. Tutte queste azioni, però, chiaramente vengono meno ai principi comunitari, secondo cui non si deve intervenire in situazioni interne di altri paesi, anche ci fosse la dittatura. Da ciò deriva l’assoluta inutilità della NATO e dell’ONU, che di fatto sono enti che fanno da barzelletta, che non controllano un bel nulla ma si soggiogano a chi è più potente e comanda.

Chi approva l’attacco in Siria non si rende conto del precedente pericoloso che si è creato, perché un attacco del genere fa capire che chiunque sia più potente di altri può decidere a propria discrezione e piacimento dove e come intervenire o colpire. E siete sicuri che la cosa non riguardi anche noi italiani? Pensate al caso Bardonecchia, con i doganieri francesi che hanno fatto irruzione in un luogo dove era proibito farlo. Come al solito, noi italiani facciamo sempre la parte dei deboli. Vedi le parole di Gentiloni, che parla di “evitare escalation”. Ma Gentiloni non si rende conto che l’escalation è già in atto da diverso tempo? L’attacco in Siria è solo uno dei gravi fatti di ingiustizia e incapacità di regolamentare con coerenza quanto avviene nella geopolitica internazionale. Un altro esempio è quello della Catalogna. La contraddizione è talmente ovvia che solo un cerebroleso non ci arriva. Perché sanzionare la Russia per crimini contro l’umanità e non la Spagna che prende a manganellate i catalani che non usavano armi, bensì protestavano civilmente, senza violenza? Un conto sono i dementi che lanciano petardi contro gli sbirri, un altro gli anziani che lavorano a maglia o i giovani che alzano le braccia! Questi non sono crimini contro l’umanità? E l’UE zitta, o che addirittura approva! Ecco che allora la Siria è un altro avvenimento che deve far scattare l’allarme. E deve far scattare l’allarme anche l’incapacità della NOSTRA politica di comprendere questo quadro. Quella della nostra politica è una debolezza che continua a farci arretrare e peggiora i problemi già esistenti.

Come possiamo fidarci di politici che non comprendono la grave situazione che si è generata?

Non guardate alla Siria come qualcosa che non ci riguarda. È una questione che, invece, ci riguarda eccome, perché poi sfocia in casi come quello di Bardonecchia, dove noi italiani subiamo facendo sempre la parte degli zimbelli senza spina dorsale. Non è solo questione di sfruttare i paesi deboli, ma anche di un’Italia che, come al solito, parteggia per chi fa comodo. Nulla di diverso rispetto a quando c’erano tanti piccoli staterelli (eh già, la storia non insegna mai). E non vale solo nei confronti degli americani o dei francesi, perché non va dimenticato Berlusconi con Gheddafi.

Poi, suvvia, non parliamo di guerra per liberare i deboli. Allora perché non si interviene con la guerra in tutte le dittature africane dove la pulizia etnica è altrettanto grave? Quindi, quella di liberare i deboli dalla dittatura è solo una favoletta. D’altronde gli americani, lo voglio ricordare perché in pochi ancora lo sanno, sono coloro che hanno fatto il processo di Norimberga, ma non sono stati mai condannati per i campi di concentramento dove rinchiudevano i giapponesi e gli italo-americani. La loro giustificazione era “per la sicurezza nazionale”. Insomma, dalla Seconda Guerra Mondiale alla Siria, passando per il Vietnam, l’atteggiamento è sempre rimasto invariato. Chi crede che gli USA siano entrati nella Seconda Guerra Mondiale per liberarci dal nazifascismo sbaglia. Gli USA entrarono in guerra dopo l’attacco di Pearl Harbor, che è una cosa diversa!

E non è solo il caso Bardonecchia che ci riguarda. Alcune operazioni per l’attacco in Siria sono avvenute attraversando zone marittime di Napoli. Zone per legge denuclearizzate, ma nessuno ha fatto qualcosa per far rispettare la legge sul territorio marittimo napoletano. Nessuno, nonostante fosse tutto in bella vista. E allora, ripeto:

cosa ce ne facciamo di una classe politica che non sa farsi rispettare politicamente?

Poi, va bene, parlare di zona denuclearizzata sa di patetico visto che si vuole apparire difensori dell’ambiente, quando invece la città di Napoli continua ad avere problemi gravissimi di criminalità e immondizia. Ma non è questo il mio intento, ora. Il mio intento, ora, è quello di far notare l’incapacità dei nostri politici di “valere qualcosa”.

Il “padroni a casa nostra” è troppo facile da dire quando si tratta di immigrati. Quando però arrivano i francesi o gli americani, ecco che lasciamo fare e non ci facciamo rispettare.

Le “moderne” guerre mondiali

C’è una cosa che è ben chiara da quanto scritto in questo articolo, ma poco compresa in occidente. Le guerre mondiali di oggi si combattono diversamente e su differenti scenari. Ci sono i dazi e le minacce, ma anche le provocazioni per dare l’ordine di un attacco. E questi attacchi avvengono nei paesi più poveri, in particolare il Vicino Oriente. Le motivazioni sono tante e derivano sia dal colonialismo occidentale che dalle divisioni religiose ed etniche locali (divisioni, tra l’altro, ereditate spesso dal colonialismo). Pertanto, le più forti potenze mondiali combattono le loro guerre in questo scenario. Nell’articolo sullo scenario del Vicino Oriente, ho menzionato Trump che ha annunciato di voler ritirare le truppe da alcuni paesi del Vicino Oriente. Ho spiegato che fa tutto parte del braccio di ferro e delle provocazioni tra chi vuole prevaricare sul nemico. Non si combatte più in occidente come nelle due grandi guerre del novecento, ma dove la nostra empatia è troppo lontana per arrivare. Non vediamo quei drammi, quindi è come se non esistessero. A causa del terrorismo o per gli attacchi, muoiono ogni volta centinaia di persone nel Vicino Oriente. In Afghanistan, i talebani continuano a creare morti nonostante l’uccisione di Bin Laden, ma i talebani, a loro volta, furono sostenuti dagli americani per fare la guerra contro la Russia. Capite perché quello che è avvenuto in Siria deve preoccupare? Non è cambiato granché rispetto alla Guerra Fredda. È cambiato qualche scenario e sono entrati nuovi giocatori (Cina e Corea del Nord), ma alla fine siamo sempre lì.

Non siete convinti su come si disputino le guerre mondiali oggigiorno? Benissimo, pensate alla battaglia di Azio (31 a.C.). Quella battaglia avvenne nel contesto di una guerra mondiale tra le due potenze dell’epoca, cioè Roma ed Egitto, con Ottaviano da una parte e Marco Antonio e Cleopatra dall’altra. Come dice bene Paolo Mieli, Azio fu come se, nel novecento, gli alleati stessero preparando lo sbarco in Normandia, ma Hitler avesse deciso di attaccare le coste dell’Inghilterra. Dubito che a scuola vi spieghino così la storia dell’antica Roma, eppure è ciò che è avvenuto. Ci furono tante guerre mondiali, dove il mondo era quello conosciuto dagli antichi.

Fame da sport, le cause e i rimedi (in sostanza, mangia!)

La fame da sport è una condizione che “colpisce” (si fa per dire) molte persone. Il principale motivo per cui ciò avviene è molto semplice:

l’attività sportiva richiede più energia di quello che abbiamo stimato!

Sono veramente tante le persone che fanno sport e si ritrovano sempre con una fame bestiale. Si capisce subito che non è fame nervosa né una malattia. Una malattia è da escludere perché, se così fosse, ce lo direbbero delle analisi mediche. E non è fame nervosa perché la fame da sport arriva perentoria, devastante, e siamo portati a ripulire letteralmente la dispensa a causa di dolori atroci allo stomaco. A questo punto, però, incredibilmente in tanti non capiscono che questa fame arriva perché, sostanzialmente, non abbiamo mangiato abbastanza. Il risultato di questa mancata comprensione è di avere prestazioni sportive scadenti rispetto al potenziale che abbiamo. Il mio non è un invito ad abbuffarsi, ma a comprendere dove sta il problema. Se arriva una fame intensa come quando si fa sport, non c’è scampo: è il nostro organismo che ce lo chiede. Il problema è che i classici consigli in stile Novella 2000 o dilei.it ci dicono, magari indirettamente per non dare l’impressione di essere pro ana, che avere fame è sbagliato. E quindi, ci si ingegna con stratagemmi da mentalità anoressica per combatterla. E tutto questo è sbagliatissimo! Lasciate perdere “consigli” come resistere, pensare alle conseguenze, distrarsi ecc.

Ovviamente, quando io parlo di sport, intendo fatto seriamente, a medio-alta intensità. Questa considerazione è fondamentale, perché la spazzatura da Novella 2000 inserisce sempre un livello di attività fisica molto blanda, che salutisticamente non serve a granché (sì, lo so, ci sarà sempre chi dice che poco è meglio di niente…). E certo, se non si mangia abbastanza, il jogging o la mezz’ora di step è il massimo che si riesce a fare. Insomma, per rendere a livelli sufficientemente intensi, si deve mangiare correttamente e si devono assumere le giuste calorie. Una riprova del mio discorso l’ho sperimentata io stesso. Come? Ci sono state occasioni in cui mi è toccato di correre al risveglio a digiuno per cause contingenti (di solito meteo). E in questi casi, anche un fondo lento di 10 km sembrava un supplizio rispetto a quando faccio regolarmente i pasti con le giuste calorie. Ho chiuso al ritmo corretto, ma facendo sensibilmente più fatica, come se non avessi benzina (e infatti non ne avevo!), con le gambe più pesanti.

Quanto detto finora vale anche per chi deve dimagrire. Chi deve dimagrire, infatti, dovrà inevitabilmente ridurre l’intensità. Ma allo stesso tempo, il taglio di calorie non deve portare a fare una dieta da fame, cosa che provocherebbe un calo del metabolismo e altre deleterie conseguenze per l’organismo. Si parla anche di ipometabolismo (o sovrappeso da ipoconsumo). La causa è lì: dieta troppo restrittiva e attività fisica scadente o assente!

Cosa fare?

Diciamo subito qual è la strategia sbagliata: i tipici piattoni di verdura!

Ciò detto, come ci si deve comportare quando arriva la fame da sport? Si deve andare a vedere cosa e dove abbiamo sbagliato. Ad esempio, abbiamo fatto i pasti precedenti troppo poveri (come i vegani che mangiano un robuncolo a colazione e poi corrono a ritmo da jogging…). Oppure non abbiamo ricaricato dopo l’allenamento. E allora ecco che arriva la fame, che ci comanda di mangiare. E lo dobbiamo fare per forza, perché è un tipo di fame che ti fa proprio venire dolore allo stomaco. Fate conto che io faccio pasti post-allenamento da 1000-1100 kcal. Per un sedentario, sarebbero pasti da abbuffata, ma per il metabolismo di uno sportivo è normale. Oltre a questo, verificate che sia corretta anche la ripartizione dei macronutrienti. Senza diventare maniacali, una corretta ripartizione per chi fa sport si basa sul 50% di carboidrati, 20% di proteine e 30% di grassi. Sì, come potete notare, in termini percentuali non si assumono poi così tanti carboidrati! Se ne assumono tanti in termini assoluti, ma meno del previsto in termini percentuali (vedi anche “Fai sport e mangia tanta pasta“). Di certo non siamo al 60-70% come ho letto da alcune parti. Inoltre, notate come anche i grassi non siano pochi, perché svolgono pur sempre una funzione plastica e di sazietà a lungo termine.

La soluzione corretta è:

se si ha fame da sport, bisogna verificare gli eventuali errori.

Pochi grassi, pasto precedente poco calorico, troppo tempo dalla cena al coricamento… sono tutte variabili che possono spiegare la fame da sport. Ma spesso, è stato anche sottostimato il fabbisogno calorico. Per quest’ultimo motivo, tengo sempre a chiarire che si deve mangiare in base ai consumi, e NON per far tornare i conti! Se avete capito la profonda differenza tra le due situazioni, avete fatte due passi in avanti. In più, abbuffarsi e compensare con la fame per far quadrare i conti è un circolo perverso che provoca anche lo scadimento delle prestazioni. Non fatelo mai! E lo ripeto, lasciate perdere i rimedi da Donna Moderna! Se, con simili rimedi, ci si obbliga a mangiare meno nonostante il fabbisogno calorico sia più alto di quello che crediamo, le prestazioni peggioreranno e il corpo cercherà di proteggersi calando il metabolismo.

Imparate a capire se avete davvero fame e quanta ne avete. Dopo un’intensa attività fisica, può essere normale mangiare 200 g di pasta e digerire metà pasto già subito (si fa per dire, la digestione non è così veloce). Se avete un po’ fame, avrete voglia di uno spuntino o di un frutto. Se avete una fame normale, vi farete un primo piatto con verdura. Quello che non è normale è mangiare ogni due ore, così come non lo è combattere contro i crampi allo stomaco per seguire la dieta alla perfezione. Oppure, siete arrivati a cena con poca fame? Benissimo, vuol dire che avete già mangiato tanto prima. Non fa nulla, non siate maniacali e non abbiate un atteggiamento troppo matematico. Non si mangia per far tornare i conti! Provate a non mangiare per 4-5 ore (allenamento sportivo escluso) e cercate di capire quanta fame avete. Tra l’altro, non è obbligatorio fare gli spuntini. Avete i crampi già dopo 20′ di corsa? Vuol dire che avete mangiato troppo poco prima. Sperimentate su di voi e prendetevi del tempo per farlo. Andate gradualmente, perché non si diventa maestri da un giorno all’altro.

Analizzate il vostro stile alimentare. NON fatelo con atteggiamento maniacale (ortoressico), ma con spirito critico e voglia di migliorare. Andate a vedere come impostate i pasti. Se avete fame, non pensate che siete voi a non saper avere controllo. Purtroppo, tante persone hanno fame da sport e lo trattengono come prova di volontà. Così, non solo le prestazioni sportive che fanno schifo, ma sviluppano dei comportamenti molto pericolosi, che in casi estremi portano all’anoressia e a vedere lo sport come strategia anti-calorie. Chi continua a cercare rimedi per vincere la fame sbaglia, perché l’obiettivo è fare sport in modo efficace e con un vero tornaconto salutistico. Se voi tenete a mente quest’ultima cosa che ho detto, vedrete che capirete da soli che la corretta soluzione è… mangiare. Non a caso, a Mennea dicevano di mangiare più bistecche! L’obiettivo non dev’essere mangiare meno per non essere additati come dei mangioni, ma mangiare per quello che l’organismo ci chiede per rendere nello sport. È ovvio che non è il mangiare di più o fare abbuffate di carboidrati che ci fa andare forte, ma è altrettanto ovvio che le prestazioni sono scadenti se non mangiamo bene! Vedrete che, così facendo, ne gioverete. L’organismo saprà diventare più efficiente (vedi “Come riesce lo sport a renderci longevi?“), non si metterà in allerta e, anzi, aumenterà il metabolismo basale, e infine anche le prestazioni miglioreranno.

Se il vostro sport è la corsa, sicuramente l’articolo sui consumi energetici nella corsa vi darà un’idea migliore sul discorso che ho trattato finora.

Imparate ad ascoltare il vostro organismo:

1) se vi sentite stanchi o affaticati, con le gambe che non girano bene quando correte, vuol dire che non ricaricate bene il glicogeno (tranquilli, non vi servono integratori);
2) a patto di non aver esagerato, se avete troppi dolori muscolari, vuol dire che non assumete abbastanza proteine (tranquilli, anche qui non servono integratori);

Il concetto di esagerare può essere soggettivo, ma diciamo che chi mangia male (o è carente) ha difficoltà anche per allenamenti blandi. Per una serie di meccanismi, la fame può servire a farvi capire queste carenze. E diventa una fame atroce, a cui non si può resistere. Oppure vi dice che mancano i grassi e quindi, con una dieta troppo povera di grassi, non arriva il senso di sazietà.

Perché favorire i grassi

La mia esperienza, per quanto non da super esperto, mi ha portato a notare che è difficile assumere più alimenti magri in una dieta dello sportivo. È difficile assumere i giusti carboidrati per avere una prestazione al top, rimanendo bassi con i grassi. Se io sbilancio a una ripartizione del tipo 55-20-25, forse mi sentirò più affamato rispetto a un classico 50-20-30. Provate, quindi, a pensare di favorire i grassi nel caso in cui la fame fosse terribile. Un po’ è normale sapervi resistere ma, se proprio, favorite di più i grassi.

Cosa cambia se favorite un po’ di più i grassi? Secondo me, molto poco per un amatore. Vuol dire che, gradualmente, miglioreremo di 1′ la prestazione nella corsa anziché di 2′. Insomma, non fa differenza. È molto peggio ingrassare perché si ha sempre fame! Noi non siamo professionisti. Siamo tutti dei gran tapascioni, quindi fare 45′ anziché 43′ ci cambia veramente poco. Certo che è importante guadagnarsi la rendita (vedi su corsa ed età fisica), ma per questo abbiamo tutta la vita! Più che altro, non dobbiamo estremizzare questo concetto. Io penso che il 50% di carboidrati, con il 30% di grassi, sia meglio in termini di sazietà rispetto al 55%. Una soluzione potrebbe essere quella di concentrare un po’ più di carico glicidico su due giorni, in modo tale da avere le scorte per gli allenamenti più intensi: crollare durante le ripetute è una brutta esperienza! Negli altri giorni, favoriremo i grassi. Poi, come detto, migliorare di un solo minuto non fa differenza per un amatore. Di minuto in minuto, la prestazione migliora sempre! Ecco, quando fate i giorni di ricarica, ricordatevi che potrete notare un aumento di 500-1000 g il giorno dopo per i motivi spiegati sulla low carb (in sostanza, prima siete dimagriti in modo fittizio). Il 50% di carboidrati non vuol dire che dovete calcolare tutto alla maniera precisa. Se avete fame, assumete pure più grassi, perché l’organismo non è scemo e, anzi, sprecare meno carboidrati è indice di buona prestazione sportiva (a tal proposito, non vi sarete mica dimenticati del fondo medio, vero?).

Favorire i grassi, comunque, non vuol dire mica sfondarsi di mascarpone e patatine fritte! Se uno riesce a resistere alla fame con gli alimenti magri, va bene. Altrimenti, dovrà giocarsela meglio con i grassi. E non sarebbe nemmeno qualcosa di negativo imparare ad allenare la potenza lipidica perché, quando farete un bel carico glicidico, vi sembrerà di decollare!

Saper dire basta!

Se la fame tende di più ad essere psicologica, a mio parere può tornare utile un trucchetto. Il trucchetto è quello di avere un alimento che informa al cervello che “basta”. Non preoccupatevi, può succedere a tutti. Bisogna però capire cosa fare. Sembra una cavolata, ma fidatevi che non lo è. Succede anche a me. Mangio un  primo piatto o un piatto di pasta dopo l’allenamento e non mi arriva il messaggio “basta”. Se però aggiungo un piccolo dessert, ecco che il cervello recepisce il messaggio. Per me è un piccolo dessert, per altri può essere un frutto e per altri un pezzo di cioccolato, il caffè ecc. L’importante è trovare l’alimento che, nel nostro caso, permetta al cervello di capire che “basta”. Dopo un po’, vi accorgerete che la sazietà arriva, com’è normale che sia, senza dover scoppiare o avere problemi digestivi. Sapete che è così, al cervello giunge il messaggio e vi fermate. Questo trucchetto non è nulla di nuovo e, anzi, spiega perché può essere meglio fare solo 3 pasti (come spiegato nell’articolo sugli spuntini). D’altronde, quando mangiate al ristorante, il “basta” per definizione è il dolce, la macedonia o il caffè. Che poi sia difficile non eccedere al ristorante è un altro discorso, ma è per dire che non è un trucchetto strano di mia invenzione. È un trucchetto già racchiuso nelle nostre abitudini e tradizioni, ma che forse abbiamo dimenticato con le recenti mode (vedi il “mangia poco e spesso”).

Perché dico questa cosa del “saper dire basta”? Perché capisco che, quando si fa sport e si arriva molto affamati alla fine della seduta, è possibile abbuffarsi senza alcun ritegno. E si ingrassa. Da un lato, è importante rigenerarsi correttamente, ma dall’altro lato bisogna stare attenti a non eccedere. Il confine non è netto e le cose sono un po’ più complicate della teoria. La riprova sarà la bilancia. Se non ingrassate, continuate così. Altrimenti, vuol dire che state mangiando troppo. Inoltre, la difficoltà è anche nel trovare il peso che ci ottimizza alla miglior prestazione (vedi sul normopeso e il peso da sportivo). Non è solo questione di ingrassare, mantenimento o perdere peso. È una serie di fattori, in cui la prestazione sportiva è una cartina tornasole. Se ingrassiamo, la prestazione scadrà, ma sarà altrettanto se caliamo troppo di peso!

Anche sudare fa spendere!

Non c’entra niente con il dimagrimento, ma anche il sudore dà il suo contributo nel fabbisogno calorico. L’avete considerato? È un aspetto che ho chiarito sia nell’articolo sul consumo energetico nella corsa sia in quello su come correre in estate. Ripeto, non c’entra con il dimagrimento ed è fortemente scorretto e sconsigliato pensare di dimagrire così! Però è un contributo che, a livello di fabbisogno calorico, va considerato (nell’articolo sul fabbisogno calorico, l’approssimazione c’è già).

Razzismo francese, integrazione, Iwobi… quale insegnamento?

I casi di razzismo da parte della Francia stanno passando sotto l’attenzione mediatica nei tempi recenti. L’ultimo episodio è quello della migrante trascinata per braccia e gambe giù da un treno. Siccome il discorso migranti e immigrazione è un problema importante, vorrei discutere su dove stanno le responsabilità vere della Francia. Insomma, ho letto e sentito in giro che c’è indignazione. E ci mancherebbe altro, il comportamento dei francesi è degno erede del ku klux klan o della polizia americana che ancora oggi crivella di pallottole i neri disarmati. La cosa che però mi ha lasciato allibito è che nessuno ha avuto il coraggio di sviscerare e dire da dove è partito tutto questo.

Per capire il discorso, prendiamo Toni Iwobi, il primo senatore afroitaliano. E che appartiene alla Lega. A prescindere dal fatto che sia una scelta di propaganda derivante dal “bisogno” di non apparire razzisti (e il termine “bisogno” spiega cosa ci sta dietro), è facile capire perché Iwobi è un ottimo spot. Iwobi è un uomo di cultura, con doppia laurea (una a Manchester), in Italia dal 1977. È sposato con una donna italiana e ha due figli. Insomma, si è integrato così bene che addirittura organizza corsi di dialetto bergamasco! Ecco che allora è tutto più chiaro:

gli episodi di razzismo della Francia derivano da una mancata politica di integrazione.

Ovviamente, se qualcuno non considera Iwobi un italiano perché è di colore è il caso che si faccia revisionare il cervello. Chi fa una contestazione del genere non merita replica: ha dei seri problemi di razzismo!

Sembra un paradosso, perché per i francesi in teoria vige il “liberté, egalité, fraternité”, ma poi nella pratica c’è ancora un forte sentimento colonialista. Andate a vedere come vivono gli immigrati in alcune zone malfamate di Marsiglia o Parigi. Sono praticamente delle città parallele, isolate, con leggi interne proprie (ad esempio islamiche). A peggiorare la situazione, è il fatto che in Francia c’è lo ius soli. E cosa si aspettano, allora? È normale conseguenza che le migranti incinte cerchino di attraversare il confine per partorire in Francia! E queste sono cose che nessuno ha avuto il coraggio di dire. Anzi, anche da noi addirittura c’era gente che proponeva lo ius soli. In sostanza, se la Francia si preoccupa dei migranti che attraversano il confine, c’è un concorso di colpa da parte della Francia! Con che coraggio trascinano le migranti incinte in quel modo se lo ius soli è la loro legge?

Iwobi e Phaim… capire le differenze!

È giusto spiegare perché non bisogna farsi ingannare dall’esempio di Iwobi. Lo sfruttamento di Iwobi per la propaganda leghista (e razzista) è evidente se si confronta la sua storia con quella del regista Phaim Bhuiyan (autore del film Bangla). Iwobi è emigrato in Italia quando era già maggiorenne, mentre Phaim è nato a Roma ed è sempre vissuto in Italia. Iwobi, spesso, fa affermazioni intolleranti verso gli africani. Phaim usa l’ironia, come appunto nel film Bangla, per approfondire i rapporti (tante volte positivi) tra gli immigrati e gli italiani. Iwobi sostiene ideologie tipicamente leghiste come il federalismo italiano (*). Phaim basa la sua opera artistica per trasmettere sensibilità e comprensione tra le persone. Iwobi, in qualche modo, dal suo partito (la Lega) verrà sempre considerato un semplice naturalizzato. Phaim, invece, è un regista italiano di origini bengalesi (stesso discorso che può valere per il calciatore Andrea Pirlo, che è di origine sinti). Non si tratta del fatto che Iwobi era già maggiorenne quando è arrivato in Italia, ma di una visione che hanno gli uni rispetto agli altri. Se non si comprende questa differenza, sarà facile essere ingannati.

* Il federalismo non è giusto o sbagliato a prescindere. Gli Stati Uniti sono un paese troppo grande per essere gestito con il centralismo, quindi adottano il sistema federale. In Spagna, si è scelto di garantire le comunità autonome dopo che la dittatura franchista aveva represso le differenze locali. Il federalismo italiano, anche se non esplicitamente ammesso, ha sempre quella tipica mentalità di separare i cittadini di serie A da quelli di serie B. I suoi promotori lo negano, ma il non detto risulta lampante dall’atteggiamento.

Insegnamenti per l’Italia

Ok, comunque i francesi sono francesi. Ma se ho parlato dei francesi, l’ho fatto perché è una questione che riguarda anche noi (la stessa cosa che ho fatto con l’elezione di Trump). Dal contesto francese, sono due i parametri che dobbiamo tenere a mente:

1) non basta controllare i confini per risolvere i fenomeni migratori;
2) l’accoglienza è reale solo se si fanno delle concrete politiche di integrazione.

Premesso, chiaramente, che lo ius soli sia una idiozia e quanto sta accadendo in Francia lo dimostra inequivocabilmente. Il punto 1) dice che non è possibile far arrivare dei barconi ogni giorno, ma allo stesso tempo non tutti tra coloro che vogliono arrivare qui sono criminali, stupratori ecc. Queste persone meritano di essere accolte e non esiste solo la guerra come situazione di indigenza (vedi sui cambiamenti climatici). Ma affinché queste persone siano davvero accolte, bisogna saperle integrare correttamente. Si usa tanto questo termine (integrazione), ma poi nessuno fa chiarezza e nessuno propone delle vere iniziative. L’integrazione non va fatta solo a parole o slogan di risonanza sentimentale.

La vera integrazione

Può sembrare banale, ma alla resa dei conti si scopre che non si agisce correttamente. E cioè,

l’integrazione va fatta con azioni concrete!

Se non si fa integrazione con delle azioni concrete, è chiaro che i risultati saranno lo scontro e la segregazione reciproca. Integrazione non è dare menù senza carne di maiale a scuola. Un conto è avere l’opportunità di mangiare kebab nel centro di Brescia come conoscenza della diversità o comodità, un altro è permettere che siano gli islamici ad islamizzare il paese. Per carità, ognuno dovrebbe seguire la religione in cui crede, ma deve farlo nel privato. È questo il senso di uno Stato laico. Si fanno discorsi buonisti e vaghi da un lato e fanatici dall’altro. L’esigenza di menù senza carne di maiale a scuola è fuorviante, un po’ come preoccuparsi di un brufolo mentre abbiamo la gamba rotta.

Ma cosa si intende per vera integrazione? L’integrazione c’è quando uno straniero, senza per forza rinnegare le proprie origini (*), abbraccia gli usi e i costumi del paese che lo ospita, fino ad arrivare ad essere a tutti gli effetti italiano come Iwobi. Provate a pensarci. Perché ci piacciono molti nordici che sposano persone italiane? Proprio perché, pur andando fieri delle proprie origini, si sono innamorati dell’Italia. E allora ci piacciono, appunto. Penso anche al ferrarista Sebastian Vettel, che è pure tedesco e noi e i tedeschi non andiamo storicamente d’accordo. A molti (dire tutti sarebbe esagerato), Vettel piace perché tenta di imparare l’italiano, ringrazia con frasi in italiano dopo una bella gara e ama il buon cibo italiano. E ovviamente, ama la Ferrari.

* È una cosa purtroppo non compresa da molti. I fenomeni migratori hanno sempre contraddistinto l’umanità. Oggigiorno, i mezzi ci permettono di viaggiare di più, abbattendo i confini. Tutto ciò porta ad avere, spesso, più cittadinanze e scegliere un’unica vera patria è difficile. Ma è giusto così. Il mondo è uno solo. Possiamo amare l’Italia e allo stesso modo un altro paese che ci adotta. I confini sono artificiali e alla natura non frega nulla se parliamo una lingua o un’altra. Quello che conta è la capacità di integrarsi con un popolo. Se poi lo facciamo con 10 popoli, è tanto di guadagnato!

Alla resa dei conti, in Italia va solo un po’ meglio della Francia. Anche da noi si stanno generando sempre di più queste “comunità parallele”, isolate. Penso ad esempio alle zone cinesi di Milano, che sono chiuse e dove spesso c’è diffidenza per gli italiani. Non si può parlare di accoglienza se gli stranieri stessi che arrivano qui non accettano, che so, matrimoni “misti”. Può sembrare brutto e politicamente scorretto da dire, ma è quello che ho notato spesso in comunità cinesi o indiane tanto quanto nei peggiori ambienti bigotti del Veneto o del sud Italia. Più si crea questa divisione e più prolifica il razzismo, come avviene anche in Francia. Ma dall’altro lato, è pure evidente che nemmeno gli italiani si impegnano in azioni CONCRETE di integrazione. Integrazione che, ripeto, non è il menù senza carne di maiale a scuola! Quante persone si impegnano a fare come Iwobi dando corsi di italiano (di dialetto è ancora eccessivo) o di usi e costumi del nostro paese? No aspetta, in effetti è un po’ difficile spiegare i nostri usi e costumi se un “italiano italianissimo” non sa più cos’è il pesto e mangia solo sushi! Ora la sto buttando sul sarcasmo, ma non ridete troppo perché è terribilmente più vero di quello che sembra…

Il pregio dei francesi

Paradossalmente, il marcato razzismo nella terra dell’illuminismo è anche il suo valore. Dove non interviene ancora bene la politica, interviene lo sport. Ingenuamente, tanti italiani pensano che la Francia vinca medaglie o titoli nel basket e nel calcio sfruttando le ex colonie. Non è così. Mica sono tutti degli Iwobi sfruttati dalla propaganda leghista! È proprio lo sport che permette di integrare le culture diverse e le varie estrazioni sociali. È un po’ quello che avviene anche con lo sport americano. Le banilieu di città come Marsiglia e Parigi sono popolate da tanti immigrati poveri, che sono a rischio di criminalità. Ed è qui che entra in gioco lo sport come opportunità di condividere qualcosa insieme, per allontanarsi dalle cattive strade. Lo sport fa molto più quello che si crede a livello sociale! Si gioca a calcio e a basket in strada e vengono scoperti nuovi campioni. A scuola, l’attività sportiva serve per capire che siamo tutti uguali, per coltivare lo spirito di unione e fratellanza. Grazie allo sport, i francesi lottano contro il bullismo e contro il razzismo. Noi italiani siamo ancora molto lontani da questa cultura. E chi riesce a farcela, vedi Thuram e Griezmann, continua a diffondere il messaggio, in modo tale che i giovani lo coltivino altrettanto, poiché l’esempio dei grandi campioni è sempre molto forte ed efficace. Qualcuno sottovaluterà lo sport, ma forse che dobbiamo restare passivi come in Italia?

La Germania post-nazismo

So che i tedeschi non sono molto amati dagli italiani, e direi per alcuni motivi a ragione. Tuttavia, è da riconoscere il loro merito sull’essere molto più consapevoli sul problema del razzismo e del passato storico. Poiché è importante capire in cosa i tedeschi hanno saputo distinguersi rispetto agli italiani, pur avendo problemi di ultradestra, ho chiarito la faccenda alla fine dell’articolo sul giorno della memoria.

Terrorismo islamico e scenario del Vicino Oriente

Le bufale di Focus… mangiare meno o fare sport?

Continua il bombardamento di disinformazione anche sulle fonti che, in teoria, hanno lo scopo di fare divulgazione scientifica. Ogni volta, apro Focus nella speranza di trovare qualcosa di davvero serio. Ma a parte pochi autori che godono di autorità anche nella vera comunità scientifica (vedi Bignami), la maggior parte di quello che gira sul sito di Focus è letteralmente spazzatura (vedi anche “Giornalisti e ricerche (?) da budinocerebrati“, “Ricerche spurie e articolisti gossippari” e “Governo e fake news“).

Secondo il suddetto articolo, la riduzione delle calorie, pari al 15-20% circa, porta a invecchiare meno “molti animali”, e per animali si citano i soliti moscerini e i topi, ma “perfino le scimmie”. Poi si fa un mix di altri studi gettati un po’ a casaccio com’è tipico di questi articoli senza spirito critico, senza alcuna forma di personalizzazione o riflessione. Il dulcis in fundo è la citazione al ciarlatano di turno in fatto di alimentazione e questo spegne definitivamente ogni credibilità dell’articolo.

Perché quello che c’è scritto nell’articolo di Focus è spazzatura? Ammetto che non è immediato comprenderlo, ma verte tutto sullo stile di vita sedentario e in sovrappeso della popolazione media. L’articolo di Focus dice che la riduzione dev’essere del 15-20% rispetto al normale fabbisogno calorico. Ebbene, se prendo un valore standard di 2500 kcal per i maschi e di 2000 kcal per le donne, togliendo il 15-20% ottengo una dieta da sedentari o con poca attività fisica. Peccato che essere sedentari o fare i 20-30′ di comminata sia inutile per ottenere i massimi benefici salutistici! Ho preso i valori di 2500 kcal e di 2000 kcal perché sono quelli standard delle tabelle nutrizionali e il discorso viene più facile. Quindi? Quindi, adesso è chiaro:

non bisogna ridurre le calorie, ma fare sport!

Se quel 15-20% che riporta Focus non viene compensato dallo sport, e noi sappiamo che uno stile di vita corretto deve prevedere lo sport, il risultato inevitabile è quello di essere in sovrappeso. Ed essere in sovrappeso vuol dire avere problemi di salute, cattivo invecchiamento, organismo poco efficiente ecc. Il fatto è che quel 15-20% non è poco. Provateci e vedrete che corrisponde all’incirca a un primo piatto in più. E non è poco, perché si potrà sfruttare anche un metabolismo più efficiente. Quanto pensate di guadagnare da sedentari o con stratagemmi come imbottirsi di insalata e tisane?

In realtà, l’articolo di Focus serve come esempio per far capire come le bufale si celino anche in fonti che godono di una certa autorità. E poi, serve per far capire alcuni dei trucchi che vengono usati per far abboccare all’amo chi pecca in spirito critico. L’articolo di Focus sull’invecchiamento è anche un po’ subdolo perché sembra in apparenza serio e credibile, ma non lo è. Si riportano degli studi, viene citato l’esperto (che invece è un ciarlatano). Ma se si osserva bene, si notano due caratteristiche che mandano in allarme le persone:

1) la possibilità di prolungare la vita;
2) evitare i “danni agli organi e ai tessuti dovuti allo stress ossidativo”.

Ma tutto questo, riportato nelle modalità dell’articolo, è fuorviante. La 2) serve per suscitare il tipico terrore che comunemente troviamo anche nelle pubblicità in televisione, vedi ad esempio sul colesterolo. Allo stesso tempo, però, la 1) ci dà la soluzione, la chiave magica con cui si vorrebbe andare in paradiso. Tutto detto un po’ fra le righe e un po’ in modo più coraggioso (o alternativo?), navigando su quel confine che non ti fa percepire che si stanno sparando delle cavolate. E pur non dicendo totalmente il falso! Infatti, è vero che ci vorrebbe una riduzione del 15-20%, ma vale per chi è sedentario e in sovrappeso. Peccato che chi non fa sport sia comunque spacciato e non abbia per definizione un organismo efficiente! L’articolo di Focus la spara talmente grossa che ritiene positivo il calo di metabolismo, considerandolo un fattore di organismo efficiente. Sì, e allora a questo punto l’ipotiroidismo non sarebbe più una malattia secondo questi geni! Leggere certe cose è raccapricciante, visto che nella popolazione che ha difficoltà a dimagrire il problema è proprio il sovrappeso da ipoconsumo (dieta restrittiva e zero sport). Non è il metabolismo che deve calare, bensì l’organismo deve imparare a non sprecare inutilmente le energie… e questo si fa con lo sport! Nel senso che lo sport brucia talmente tante energie che spinge l’organismo a risparmiare le energie in tutte le altre attività. E alla fine ci ho complessivamente guadagnato in longevità! Evidentemente, c’è gente che non sa cosa vuol dire fare sport e se ne esce con simili boiate. Basterebbero anche solo il buon penso e il saper ragionare, ma si vede che quasi tutti coloro che scrivono su Focus ne sono carenti.

Ma allora, come si fa a ridurre i rischi correlati alla salute? Come si fa ad aumentare le probabilità di vivere a lungo (non esistono certezze!)? Molto semplice: si fa sport e si segue un globale stile di vita corretto. Non c’è nessuna garanzia assoluta, ovvio, ma capisco che dire cose più “terra terra” non avrebbe lo stesso appeal delle fesserie che girano su Focus. A quanto pare, in una società che non vuole faticare e non vuole fare sport, dirla grossa e proporre teorie alternative sono i mezzi con cui attirare l’attenzione. Diffidate!

Untori, baby gang e “giornalismo” demenziale