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Campioni si nasce, e debosciati?

Nonostante il mio approcio verso la corsa sia agonistico e nonostante mi alleni con una certa scientificità, mi definisco sempre un runner mediocre, se non addirittura una scamorza. Questo non vuol dire che non abbia la mia dignità di tapascione. Corro sempre dando il massimo, ma certamente un Bekele su una 10 km non riesce a doppiarmi semplicemente perché la distanza è insufficiente per poterlo fare! Ma cosa si intende, esattamente, per sportivo mediocre?

Campioni si nasce, debosciati lo si vuol essere!

Essere sportivi mediocri significa che un soggetto “medio” (mediocre) ottimizza la sua prestazione in un determinato range dove cade la maggioranza, a patto di allenarsi comunque bene. Ad esempio, questo range di solito va da 42′ a 52′ per la 10 km nella corsa (vedi anche “Corri, ma che età fisica hai?“). Cioè, in pochissimi corrono al di sotto dei 30′ sulla 10 km e altrettanto in pochissimi la corrono sopra i 52′. Questa è la prova del fatto che campioni si nasce, così come veri problemi genetici o fisici che impediscono una normale attività sportiva sono altrettanto rari. In sostanza, dalla maggior parte della popolazione non ci si deve aspettare prestazioni da professionisti, ma un’attività sportiva improntata alla salute, che però chiaramente dev’essere sempre curata al meglio. Pensateci bene, prima di aspettarvi che vostro figlio diventi un campione. È meglio indirizzarlo preferibilmente allo sport per la salute, per evitare anche il fatto che il successo sia il motivo per cui fa sport, e non come conseguenza di una genetica più sviluppata rispetto alla media. Tanto per intenderci, sapete quali sono le probabilità di essere dei campioni sportivi? Le probabilità di essere dei campioni sportivi sono di 1 su 10 mila! Probabilità di poco più o poco meno in base ai dati di partenza, sia chiaro. D’altronde è facile scoprirlo. Quante persone giocano a calcio in Italia? Eppure quelli che giocano a livello professionistico sono pochi. Non rari, questo no, ma decisamente pochi rispetto alla totalità. Per altro, molti di questi non seguono nemmeno uno stile di vita corretto e indubbiamente sprecano molto di ciò che madre natura ha dato!

Il valore della prestazione l’ho spiegato anche in questo articolo. Se abbiamo capito che il campione è raro, gli amatori dovrebbero divertirsi a fare sport per la salute, dove la prestazione è in questa chiave e più piacevole.

I debosciati

Se però campioni si nasce, è anche vero che non si nasce debosciati. Ora, indagare sul perché uno non riesce davvero a correre al di sotto di un certo tempo una 10 km, pur allenandosi seriamente, sarebbe un discorso interessante e da approfondire (ad esempio ha una malattia congenita, è un nano ecc, ma anche un’età avanzata di 60-70 anni!), ma non è questo il contesto. A livello statistico, questi soggetti sono pochi così come sono pochi i campioni. Il senso di questa gaussiana è semplicemente che chi non riesce a correre una 10 km, che so, in 50′ a 30 anni e dice che che “nessuno” ci riesce, che è esagerato e per ossessionati, beh, sta solo inventando un alibi per negare che è una specie di svogliato o scansafatiche, con una bassa priorità per lo sport e per la salute (vedi “Mancanza di tempo o svogliati?“). Questi soggetti di solito non hanno una gran soglia psicologica della fatica. Spesso corrono a passo da jogging con il walkman, magari saltuariamente e solo con la bella stagione, avendo costantemente paura di disidratarsi anche dopo 20′ in estate o premurandosi di indossare sciarpa e berretto in inverno solo quando giustamente si è particolarmente di buon umore. Di fatto non esiste scusa per cui un soggetto sano corra così piano! A questi soggetti, i consigli sono i seguenti:

– imparate ad alzare la vostra forza di volontà, senza farvi prendere dalla nevrosi (cioè dovete amare ciò che si fa);
– vedete la fatica non come pena o sacrificio, ma come gratificazione per ciò che amate;
– date priorità allo sport, e dare priorità allo sport vuol dire dare priorità alla vostra salute, cioè a voi stessi.

Purtroppo so che, comunemente, è difficile uscire fuori a correre e dare il massimo così, giusto per, perché piace e basta. Siamo abituati che le priorità sono quelle classiche del bravo ragazzo (buon lavoro, buona famiglia, ogni tanto buoni amici con cui ogni tanto si torna a casa un po’ brilli in base al semel in anno licet insanire…). Siamo abituati che dobbiamo fare sempre qualcosa in cambio di un successo materiale (vittoria ai concorsi, stipendio), e non per amore, dove tutto il resto del “plus” è una piacevole conseguenza, ma non il leit motiv. In tal caso, se non si cambia il proprio punto di vista, non c’è comunque speranza.

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Cura dell’obesità

L’obesità è sempre più un fenomeno dilagante e, di pari passo, altrettanto è comune trattarlo nel modo sbagliato, in modo superficiale o banalizzandolo con una mera prescrizione dietetica con consiglio di attività fisica. Il punto è che questo tipo di approcio classico è fallimentare e quasi sempre si finisce per scatenare quel circolo vizioso di perdita e riacquisto del peso, e ogni volta si riparte stando peggio dal punto di vista fisico e mentale. In molti, poi, trovano nel chirurgo e nell’intervento bariatrico la salvezza, non capendo che, senza il giusto materiale didattico e senza il corretto sostegno psicolgico e medico, non si va lo stesso granché lontani. D’altronde non è raro vedere persone obese operate che si trascinano per 10-20 anni con il loro problema, dopo aver magari perso inizialmente peso molto peso. Questi interventi, in teoria, non sono di facile accesso, ma poi è pur vero che un chirurgo che si è specializzato in questo, se non opera, non lavora e quindi non fa carriera! In sostanza, gli interventi bariatrici dovrebbero essere riservati a chi concretamente è in uno stato grave che può ucciderlo anche all’indomani. E purtroppo, in questi casi l’intervento spesso non riesce lo stesso a salvare la vita. Come a dire, chi ne ha davvero bisogno non riesce purtroppo lo stesso a vincere contro la morte, mentre con troppa superficialità si opera chi, per quanto si debba faticare e il percorso sia lungo, altrettanto spesso con un intervento si complica di più la vita. La soluzione al problema dell’obesità è cioè più complessa, ma soprattutto faticosa e non si limita solo a un’educazione alimentare e allo stimolo di seguire comportamenti più sani. Possiamo dire che, accanto ai controlli salutistici di routine (colesterolo, glicemia, trigliceridi), sono due i punti cardine per la cura dell’obesità.

Psicoterapia

Sembra assurdo, ma spesso è proprio dal desiderio di perdere peso che si sviluppa una futura anoressia. Ciò succede perché non solo il peso viene percepito come qualcosa di invalidante e che mina i rapporti con gli altri, ma perché è anche un fattore mentale, dove ci sono sensazioni di disagio, di bassa autostima, di traumi che in casi gravi riguardano violenze familiari, stupri, ma anche gravi malattie come tumore, in generale mancanza di amore da parte dei genitori. E via dicendo. Questi disagi che l’obeso avverte devono essere trattati nel modo giusto. Purtroppo l’obesità ancora non viene considerata come una vera malattia e sono pochi i centri specializzati dove viene seguita una terapia multidimensionale che comprende anche la cura della psiche. Di solito, ci si ferma a una prescrizione medica o a una dieta per chi ha subito interventi bariatrici con regolari controlli per il tipico “come va”. Non viene data importanza ai meccanismi mentali del paziente né nulla, il quale è tenuto a dover gestire emozioni e sentimenti che non ha mai imparato a gestire in vita sua. Assurdo.

Educazione alimentare

Anche qui, il quadro è sconfortante. Essendo rare le figure professionali competenti, la cosiddetta “industria delle diete” prende il sopravvento e usa le debolezze di chi già è fragile, illudendolo che con quel metodo miracoloso perderà peso facilmente, in breve, senza fatica. Inizialmente si otterranno anche dei risultati incoraggianti, ma poi il metabolismo sarà calato, ci si arresterà e si svilupperà il celeebre effetto yo-yo. Strano ma vero, spesso è proprio a partire da una dieta dimagrante e dal desiderio di perdere peso che si finisce… esattamente per ingrassare! Dopo i primi risultati incoraggianti, infatti, succede che viene persa quella gratificazione derivante dal cibo, a causa della restrizione. Si sente fame, quindi si ha sempre più frustrazione e si fa insistente la tentazione di cedere. È quindi chiaro che tutti quei metodi da Donna Moderna siano fallimentari. D’altronde basta applicare il “ma se”: se questi metodi funzionassero, tutti li applicherebbero e l’obesità non esisterebbe! E ciclicamente, ogni stagione oppure ogni anno non si vedrebbe la necessità di “inventare” un nuovo metodo per soppiantare quello vecchio. Su come gestire correttamente una dieta ho comunque scritto un vademecum apposito, con i dovuti rimandi per approfondire man mano i vari argomenti.

L’astinenza non è la soluzione!

Quello che mi preme sottolineare ora è che sicuramente, in un obeso, si genera una dinamica che vede il cibo come gratificazione e quindi ha un effetto simile a quello della dipendenza da droga o alcol. Ma l’astinenza, come si vede fare in alcuni gruppi detti di “mangiatori compulsivi anonimi”, non è la soluzione giusta, perché stiamo parlando di cibo e di nutrienti fondamentali alla salute dell’organismo. Inoltre l’astinenza non ha senso perché il nostro corpo è fatto per mangiare, per assaporare i gusti. Quindi, un’astinenza diventa fallimentare perché innesca sempre quel meccanismo di frustrazione, crisi e quindi inevitabilmente si finirà per cedere e abbuffarsi, e questo, appunto, causerà sempre scadimento dell’autostima, con nuove abbuffate. Cioè, inizialmente, se ci sono degli alimenti problematici (di solito i dolci), è funzionale evitarli, ma a lungo andare non è questa la via perché non fa altro che insabbiare, e invece si dovrebbe affrontare il problema.

Il ruolo della società e dell’ambiente

A complicare le cose, non va dimenticato il ruolo della società e dell’ambiente. Il concetto di dieta, ancora oggi, è visto come qualcosa per cui provare vergogna e imbarazzo. Chi lo fa viene, direttamente o indirettamente, additato come povero scemo, con l’idea del pollo e insalata (idea per altro scorretta). Per contro però, se uno è grasso, viene ribadito che deve mangiare meno, e se lo si fa si viene sabotati con frasi del tipo “ma sì, tanto è inutile, rassegnati!” Tutto questo avviene non necessariamente per cattiveria, ma anche da familiari che magari sono altrettanto a dieta e cercano di dimagrire. In più, soprattutto al sud Italia, se non mangi il piattone di pummarola e non sei grasso, non sei in salute, quindi il grasso, in alcuni casi, è addirittura socialmente “incoraggiato”. In passato ho conosciuto una famiglia calabrese che faceva mangiare a forza il piattone di pasta alla propria figlia, che giustamente reagiva contrariata e non voleva, mostrando già segni di obesità infantile. Insomma, tra società e ambiente, il mettersi a dieta viene visto un po’ come motivo di derisione, un po’ come per sfigati, un po’ come per gente senza volontà, e allo stesso tempo per molti “grasso è bello” in base a una mentalità tipica del dopoguerra. È ovvio che, in un contesto del genere, gli elementi che remano contro sono parecchi e si accavallino, mandando in confusione e tilt e rendendo l’obiettivo della salute particolarmente difficile. Inoltre, per molti il cibo diventa l’unico collante in assenza di veri oggetti d’amore da condividere. Se non ci fosse il cibo, non vedremmo mai quelle persone, quindi socialmente, in un modo o nell’altro, viviamo con il pensiero del cibo e ogni ritrovo sociale diventa motivo di stress per chi vuole migliorare la sua condizione.

La lunga via della salute

Da quanto detto finora, bisogna accettare il fatto che guarire dall’obesità e ritrovare la salute è un percorso molto lungo. Quindi, se il problema vi riguarda, non scattate a pensare a un intervento bariatrico e non limitatevi alla sola prescrizione medica di una dieta. Andate più a fondo, fatevi aiutare da un team preparato, con a capo un obesiologo che conosce bene le dinamiche, il senso di colpa per quando non si vedono i risultati, l’autostima che porta a confortarsi con il cibo. Rivolgetevi a un nutrizionista che vi spieghi bene la teoria e non si limiti a un “come va” di 20′. Fate attività fisica e prendetevi le dovute pause dalla dieta dimagrante consueta. Ci vorranno anni per fare questo percorso. La strada è faticosa, tortuosa, ma con i giusti professionisti, con la corretta preparazione, lavorando tutti in team, se ne verrà fuori.

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Una vita in catene

Era legato a quelle catene da non sapeva più nemmeno lui quanto tempo. Era diventato normale vivere lì, al buio di quella caverna, con le giornate che erano tutte uguali. Ma non sapeva che concetto avessero esattamente il giorno e la notte. Notava solo che lì, in quello spiraglio, la luce si alternava al buio, quello stesso buio della sua caverna. Era tutto ciò che notava da quello spiraglio lontano. Più il tempo passava e più era incuriosito di vedere cosa c’era là fuori. Le chiavi delle sue catene erano lì accanto, ma per un motivo o per un altro non trovava mai il coraggio di afferrarle per liberarsi. Perché avrebbe dovuto, d’altronde? Quelle catene erano così sicure, normali. Erano la sua più totale protezione rispetto all’ignoto. Poi, un bel giorno, non ce la fece più. Prese le chiavi, che incredibilmente qualcuno aveva lasciato tanto da non sembrargli vero, e si liberò dalle catene. Andò verso la luce, che iniziava ad accecarlo così tanto. Quando uscì, gli sembrò di essere diventato cieco. Aveva dolore agli occhi. Ci vollero dei minuti, ma ecco che finalmente riuscì a vedere. Gli alberi, il cielo, gli uccelli che volavano. Non riusciva a crederci! Era così bello, meraviglioso. L’uomo si riempì di stupore e si chiese come aveva potuto non accorgersi prima di tanta bellezza, come aveva potuto non trovare prima il coraggio per liberarsi e andare a vedere cosa c’era in quello spiraglio. Fece in tempo di guardarsi le mani. Erano piene di rughe, ma non sapeva cosa fossero le rughe. Ebbe un infarto e morì. Non si era accorto di essere invecchiato e che la sua ora era ormai finita.

La storia che ho voluto raccontare deriva dal famoso mito della caverna di Platone, che ho riadattato con un finale più tragico. Come con il mito della caverna di Platone, è una metafora. Una metafora di come viviamo quotidianamente imprigionati dai condizionamenti e con il dovere di seguire strade che accettiamo di seguire acriticamente, pensando che non possa esistere di meglio, che è così che uno è tenuto a stare al mondo, che è così che fanno tutti, che è così che si è dei “bravi ragazzi” (e non è un complimento, in questo caso). Accettiamo di sacrificarci per un qualche ideale o idolo come la famiglia, il lavoro. Chi si sacrifica per tutto questo viene addirittura considerato un eroe. Peccato che la medaglia che ricevi per il tuo sacrificio non sia placcata d’oro come quella dei militari. Il tuo “premio”, se così si può definire, è un lavoro che ti uccide l’esistenza per 12 ore al giorno per uno schioppo di stipendio, con datori di lavoro che ti sfruttano e colleghi che ti scaricano tutto il lavoro che non vogliono fare, salvo poi prendersi il merito. Ti immoli per la “causa del lavoro”, arrivando alla pensione dicendoti che, forse, fare il barbone sarebbe stato più dignitoso. Ti immoli per la famiglia, in una vita di coppia che dall’euforia dei primi tempi si è trasformata in una quotidiana lotta per la sopravvivenza, cercando di allevare i propri figli alla meglio e pensando ai suoi bisogni arrangiandosi in tutti i modi possibili. Sì, la gioia della famiglia, i figli sono sempre un miracolo di Dio, poi non importa se sei costretto a prendere pillole per tirare avanti e il partner ti tradisce con la segretaria più giovane o se tua moglie si è fatta l’amante perché è stufa della monotonia della vita coniugale. Ed ecco che quei folti capelli che avevi a 20 anni o quelle lunghe e rigogliose fronde che avevi quando eri una bella ragazza desiderata da tutti cadono di pari passo allo scorrere della tua esistenza. Il governo continua a tassarti, il mutuo della banca ti strozza peggio di un serial killer. Inizi a pensare che davvero sarebbe meglio se un serial killer ti facesse fuori. Tutto quello che riesci a guadagnare in stipendio si brucia così: per pagare il mega mutuo, per mantenere la famiglia e la prole e tutte quelle necessità come la bella macchina e le cene al ristorante. Non esistono più le partite a calcetto con gli amici, al massimo gli unici ritrovi che ci sono avvengono di quando in quando e sempre costantemente accompagnati dalla prole che semina la tempesta dovunque.

Così, inizi a guardare un po’ con invidia chi parte e gira per il mondo con uno zaino in spalla, alla Chris McCandless. Lo invidi, poi fai un po’ come la volpe con l’uva e ti dici che hai dei doveri e delle responsabilità. E quindi pensi a quanto sia immaturo l’aspirante McCandless! Ma sono doveri e responsabilità che TU ti sei sobbarcato, doveri e responsabilità che TU hai accettato senza sottoporre a critica. Hai ignorato le ricerche che dicevano che i figli minano statisticamente la felicità della vita di coppia, perché i tuoi genitori, fervidi cristiani, ti hanno insegnato che nella vita tutti fanno sacrifici e che i figli sono un dovere e un dono di Dio. E così, dopo anni e anni di prigione, inizi finalmente a pensare come avrebbe potuto cambiare la tua vita se avessi scelto la via della libertà, mettendoti anche tu in spalla quello zaino per viaggiare e conoscere il mondo. Una via dove sei libero di poter scegliere il partner che sia realmente compatibile, il lavoro che ti permetta di campare senza ammazzarti per pagare il super mutuo. La libertà di fare un figlio per amarlo, non per dovere sociale o religioso, non come proiezione dei tuoi desideri e delle tue ambizioni, cose che saranno puntualmente deluse se il figlio vedrà che c’è di meglio. La libertà di non sopravvivere aggrappandosi a un dio, ma con la consapevolezza che la dignità sta nel coltivare al massimo ciò che si ama e accettando la morte come qualcosa di normale, il meritato riposo dopo un’esistenza vissuta da leggenda. Ma ormai è troppo tardi: hai sprecato la tua chance.

I cicli di allenamento per un runner

Un runner, e ovviamente qualunque sportivo in generale, attraversa diverse fasi nella programmazione durante l’anno e queste fasi hanno diversi obiettivi. Generalmente, possiamo evidenziare 4 tipiche fasi:

1) costruzione;
2) potenziamento;
3) fase al top;
4) scarico.

Il periodo di costruzione è quello ad esempio successivo a una fase molto intensa con seguente dovuto scarico, dove abbiamo lavorato per ottimizzare la prestazione. Caratteristica della fase di costruzione è il fondo lento (FL). In questa fase, una volta a settimana si possono fare delle ripetute (ad esempio 10-12×200 m o 10×400 m con recupero di 1′ da fermo), al massimo ma senza contrarsi troppo, senza morirci. Il motivo per cui è importante curare il fondo lento l’ho spiegato nell’articolo appena linkato sul fondo lento stesso. I veri e propri lavori sulla prestazione si effettuano nella fase di potenziamento sulla distanza prescelta (genericamente la 10 km per un amatore standard salutista). Qui entrano in gioco le ripetute, che vanno fatte bene e, lo chiarisco, non servono assolutamente per massacrarsi, ma funzionano solo se si cura un insieme di caratteristiche. Per le ripetute, vi rimando a questo articolo per capire meglio i meccanismi. I lenti non verranno ovviamente trascurati, anzi, anche qui diventeranno cruciali per prepararsi agli allenamenti più intensi come le ripetute e i test. Nella fase di potenziamento, diventa importante anche il fondo progressivo (che è l’allenamento ideale per il runner salutista o per i periodi di mantenimento). Oppure si possono fare dei test con un ritmo gara più lento.

Una volta si pensava che l’inverno servisse per mettere su km nelle gambe, facendo fondo lento, per poi arrivare a fare la preparazione più intensa. Questo metodo si è in seguito rivelato sbagliato. La necessità di staccare in inverno, infatti, non è legata al mettere le basi per la preparazione successiva, bensì al riposare dopo una impegnativa stagione agonistica. Ciò vale per i runner, ma anche per altri sport come il ciclismo o per i calciatori. Il ragionamento del mettere “fieno in cascina” (km nelle gambe) è sbagliato perché, se la fase dura troppo a lungo, ci si deallena in altri parametri (ad esempio, la soglia anaerobica). Per i runner avanzati, quindi, più che periodo di costruzione invernale, è un periodo di scarico.

Naturalmente, la descrizione delle fasi rappresenta solo una delle tante possibilità. Nulla vieta di seguire con regolarità un normale e semplice programma salutistico per tutto l’anno, senza troppe velleità di agonismo. È quello che faccio anche io, perché per me la prestazione è correlata alla salute. Il mio interesse nel preparare la 10 km non è per l’adrenalina di partecipare alle gare, ma per mettere alla prova l’efficienza del mio organismo (vedi su corsa ed età fisica).

Non pensate di mantenere sempre alti i carichi di allenamento. Ogni 3-4 mesi circa, prendetevi un attimo di respiro, senza smettere, e ripartite. Ciò permetterà anche di fare ragionamenti teorici sul livello in cui siete o su cosa volete fare. Nessuno, a meno che non sia nevrotico, può pensare di allenarsi tutto l’anno con grossi volumi o intensità massimali. Nel periodo di respiro, potete concentrarvi, magari, all’attività in palestra.

Durata delle fasi

In linea generale, la fase di costruzione o di scarico dopo la stagione agonistica si aggira intorno al mese. Questo perché, come già detto, se si eseguono tanti lenti, una maggior durata comporterebbe un deallenamento. È più corretto parlare di costruzione vera e propria solo per i runner ancora non al top, che cioè migliorano continuamente. Anche in quest’ultimo caso, comunque, la durata è vincolata a non più di un mese circa. Dopo tale periodo, che appunto non deve durare più di un mese in entrambi i casi, si può proseguire anche con un normale programma salutistico (vedi il progressivo). Il potenziamento è di 1 mese o 1 mese e mezzo, dopo il quale avremo un periodo di circa 2-3 settimane con il nostro picco massimo sul ritmo gara. Poi si farà un periodo di scarico (ad esempio 2-3 settimane), con allenamenti blandi, e si riprenderà quando ne avremo voglia optando, nel frattempo, per un mantenimento. Si può fare una fase di scarico nella stagione più fredda (inverno) o in quella più calda (estate), per poter essere performanti rispettivamente in primavera e in autunno (vedi il discorso fatto in “Come correre in estate” e “Come correre in inverno“). La necessità di fermarsi per una settimana non ha senso, perché lo sport dev’essere fatto per la salute e quindi bisogna mantenere una regolarità. Allentare un po’ è lecito, fermarsi no! Proprio per questo motivo, è importantissimo capire come evitare di infortunarsi. Se si vuole gestire una stagione agonistica con tante gare, vi ho già linkato l’articolo in questione, mentre qui mi sono soffermato su altri discorsi.

Non dedicate troppo tempo nemmeno alla fase di potenziamento, con troppi allenamenti di ripetute o intensi. Mandereste l’organismo in totale crash aumentando la probabilità di infortuno, senza dimenticare altri effetti come l’insonnia, l’irritabilità (sovrallenamento).

L’importanza del fondo medio

Il fondo medio è un allenamento incredibilmente sottovalutato da molti runner anche abbastanza navigati. Non è solamente una “corsa a velocità media”, ma ha degli importanti meccanismi fisiologici che, tra l’altro, riguardano anche i maratoneti. Ne discuto qui. Leggetelo e approfondite, perché chi non mette mai o quasi mai il fondo medio in un programma commette un grave errore!

Personalizzazione e valore personale

Lo so, forse vi aspettavate qualche tabella di allenamento, ma quello che conta è fare bene una fase di costruzione e poi, se non si è dei buoni allenatori di se stessi, è preferibile rivolgersi a un esperto per il potenziamento. Cioè, se uno conosce i meccanismi fisiologici e sa a cosa serve un 6×1000 m piuttosto che un 10-12×200 m (nei periodi di costruzione o quando fa troppo caldo) o un 15×400 m sa capire, testando su se stesso e conoscendo il proprio valore, come può strutturare il proprio programma. Oppure sa che, se magari ha una distanza critica ridotta (perché magari è un soggetto di mezza età), non andrà a fare FL di 28 km. Quindi non esagerate con i carichi. A riguardo, vorrei far notare che, per alcuni, la distanza critica (cioè sulla singola seduta) è di soli 14 km. Per metà delle persone, invece, anche la mezza maratona è controindicata! Quello che conta è avere ben chiare le idee e non andare a casaccio, e capire che comunque è meglio imparare ad essere più veloci che fare più km, a differenza della mentalità che gira spesso nel mondo del running dove non sei un vero runner se non corri per 100 km nel deserto (vedi “Fanatici delle lunghe distanze e novelli Rambo“). Non fate le cose alla rinfusa, ma prendete dimestichezza con la fisiologia dello sport e i meccanismi di un tipo di allenamento rispetto a un altro.

Indicativamente, si può dire che il comune runner amatore può avere questo schema base (NON mantenimento, cosa che invece ho spiegato nell’articolo sul progressivo):

1) fondo lento;
2) ripetute;
3) fondo lento;
4) fondo progressivo o fondo medio.

Chi si allena di più inserirà altro fondo lento. Volendo, si possono fare anche solo 3 allenamenti: una seduta di ripetute, un fondo medio e un lungo lento. Sì, per preparare una distanza, un amatore può anche fare 3 allenamenti. Con 3 sedute, raggiungeremmo un minimo di 30-32 km per preparare una 10 km. Sto parlando dei comuni amatori, ovviamente, per i quali una decina di secondi in meno al km, rispetto a 6 allenamenti, non conta nulla (anche perché è difficile poter conciliare molte sedute per chi ha una normale vita quotidiana). Semmai, è per i benefici salutistici che non è ottimale fare solo 3 sedute. Le giornate di pausa vanno piazzate opportunamente a seconda degli obbiettivi e delle capacità di recupero (capacità di recupero che comunque è bene allenare correndo ogni tanto dei fondi lenti un po’ da stanchi). Ad esempio, il giorno dopo un allenamento con ripetute si può fare un fondo lento per sfruttare la deplezione di glicogeno, mentre un medio non avrebbe senso. Oppure si fa un lento il giorno dopo un progressivo, mentre due progressivi in due giorni non hanno alcun senso. Così come chi fa due allenamenti con ripetute a settimana è obiettivamente un folle. Ognuno deve cioè imparare a conoscere se stesso e la fisiologia dello sport per trovare la sua personale quadratura. In pratica, deve saper diventare allenatore di se stesso!

Massimo consumo di ossigeno e test dei 7′

La dieta perfetta non esiste!

Oggigiorno, forse, nasce più facilmente un nuovo metodo alimentare rispetto alle stelle o alle specie che vengono scoperte dagli scienziati. Un giorno è la dieta del minestrone, quello dopo del panino, quello dopo ancora della pasta, e infine è la volta della dieta del pisello. Tutte queste diete promettono salute, longevità, protezione cardiovascolare, addirittura prevenzione di gravi malattie come ansia, depressione, Alzheimer. Allora la domanda è:

se tutte queste diete funzionassero davvero e mantenessero le promesse fatte, come mai ciclicamente passano di moda?

È così che uno si può chiedere se esiste davvero un tipo di dieta assoluto, se esiste il modello alimentare perfetto. Sono infatti noti gli studi fatti su alcune popolazioni come i sardi o sull’isola di Okinawa in Giappone e, puntualmente, anche riviste “abbastanza” (a essere gentili) serie come Focus propongono la dieta di Okinawa come garanzia di longevità, e puntualmente domani propongono invece la dieta seguita dai sardi a base di salumi e Pecorino Sardo. Risolviamo subito la questione:

esistono delle regole di corretta alimentazione, ma non esiste una dieta perfetta in assoluto!

Cosa vuol dire la frase soprastante? Che tra la dieta di uno svedese e quella di un giapponese cambiano i gusti, lo stile di vita, le usanze e le abitudini locali, ma a livello di salute la dieta dei giapponesi non è migliore di quella di uno svedese. Questo lo potete facilmente verificare leggendo questo articolo, dove si discute su come vivere in salute a lungo. Brevemente, l’articolo, fra le altre cose, dice che non esiste una significativa differenza di aspettativa di vita tra uno svedese e un giapponese e che la percentuale di “senior” tra Giappone e Svezia non è tanto dissimile.

Quindi? Quindi, quello che conta è seguire alcune determinate regole. Queste regole sono state ampiamente spiegate nel vademecum per la corretta alimentazione. Poste queste regole, il nostro organismo non è un imbecille. È capace di adattarsi a svariate situazioni e a svariate condizioni. Ad esempio, in questo articolo spiego l’importanza degli omega-3 nella dieta e come la classica direttiva di consumare pesce (che però dev’essere grasso!) per 2-3 volte a settimana basti per mantenere i livelli raccomandati di 250 mg di EPA e DHA al giorno (oppure si consuma mediamente 80-85 g di pesce grasso al giorno per essere sicuri di evitare carenze, senza comunque aspettarsi miracoli). Tuttavia, la dieta degli eschimesi è una dieta come altre e imbottirsi di omega-3 non serve assolutamente a nulla, anzi, le condizioni climatiche difficili non fanno degli eschimesi una popolazione longeva. Allo stesso modo, se è importante non eccedere con formaggio e burro, non c’è nessuna prova scientifica che dimostri che bandire burro e formaggio porti vantaggi. Al più è vero che esistono studi che testimoniano che ridurre i grassi saturi dal 15% al 6% è molto più dannoso che mantenere i grassi saturi al 15%! Quindi lo stile alimentare dei giapponesi, che assumono pochi grassi saturi, non è migliore della dieta di un francese che mangia croissant, burro e formaggio. Anzi, mediamente un francese ha uno stile di vita migliore di un italiano che segue la cosiddetta dieta mediterranea perché fa mediamente più sport! E la stessa cosa vale per uno svedese che si ciba di polpette, panna, aringa affumicata.

Dire che, tutto sommato, con l’alimentazione si può sbagliare solo mangiando troppo può sembrare semplicistico. Beh, certo, il nostro organismo è complesso e i nutrienti vengono usati o assimilati in diverso modo e con svariati processi. La mia affermazione è però solo in apparenza semplicistica, perché incredibilmente viene dimenticata da chi è schiacciato dalle manie! E allora, la mia affermazione non è poi così tanto banale. È inutile riempirsi di regole, mangiare carne solo tot volte a settimana, bandire il burro e preferire l’olio d’oliva extravergine ecc. Non c’entra un bel niente! Si mangia carne per tot volte a settimana per variare e mangiare di tutto, non perché, mangiandone troppa, si rischia di ammalarsi di tumore! È una cosa molto, molto diversa da quella che vogliono far credere i soliti fanbenisti! Conta sempre essere magri e fare sport, poi se abbiamo imparato a variare gli alimenti è tutto ok. Purtroppo, tante persone non capiscono che la miglior strategia per rimanere in salute e antinvecchiamento è:

fare sport a medio-alta intensità, evitando il sovrappeso, e avere una mentalità equilibrata.

Sperare di ottenere davvero qualcosa con un’alimentazione maniacale o “perfetta” è più un rito scaramantico, che non ha nessuna validità scientifica. Alla fine, chi pensa che la dieta perfetta lo mandi in paradiso finisce per essere così maniacale da perdere la gioia del cibo e della convivialità. Se ne vuole uscire, a un certo punto scatta il pensiero “e chi me lo fa fare?” e torna a una normale alimentazione equilibrata. Se non lo fa, si rovina solo l’esistenza. La ricerca dell’alimentazione perfetta è una malattia, cioè ortoressia. Si cerca di andare in paradiso con calcoli maniacali o teorie che privilegiano effetti miracolosi piuttosto che il puro piacere di mangiare. Ecco, è una forma di maniacalità che penalizza la qualità della vita. Io lo ripeto sempre: anziché cercare maniacalmente la dieta che fa andare in paradiso, bisogna evitare di fare degli errori!

La capacità di adattamento

Il concetto da capire è che l’uomo, rispetto ad esempio a un gatto che è nettamente carnivoro, evoluzionisticamente ha guadagnato un organismo, onnivoro, molto adattabile e quindi vincente. Charles Darwin insegna! Questo permette agli svedesi e ai francesi di mangiare burro e formaggio, ai giapponesi alghe e tofu, ai brasiliani tapioca e ai tedeschi patate e würstel, a un italiano invece di mangiare pasta e pizza. Il concetto può sembrare banale, eppure provate a ripensare alla feroce guerra che si fa mediaticamente per promuovere ora una dieta e ora un’altra come la panacea di tutti i mali e come must per la salute. Ovviamente, uno può mangiare tapioca o polpette fermo restando di mantenere uno stile di vita corretto, cioè niente eccessi, niente fumo né droghe, niente sovrappeso, niente stress né ansia, il tutto abbinato a uno sport praticato regolarmente a medio-alta intensità. Se non viene rispettato uno stile di vita corretto, con sport e mente equilibrata, è tutto inutile: né la dieta di Okinawa e né quella degli eschimesi ci salveranno.

L’esempio dei radicali liberi

Un esempio che mi piace fare per spiegare come l’organismo umano, se ben stimolato, sa perfettamente gestirsi e adattarsi è quello sui radicali liberi. Infatti, è risaputo che lo sport incrementa notevolmente la produzione di radicali liberi, rispetto alla condizione di sedentarietà. È però vero che lo sport, tanto quanto produce più radicali liberi, tanto più permette di rendere efficiente lo smaltimento. Cioè, lo sportivo produce 100 e smaltisce 90 (lo smaltimento assoluto non esisterà mai per il principio termodinamico dell’impossibilità di una “macchina assoluta”!). Il sedentario, invece, produce 40 ma smaltisce appena 5 perché dorme tutto il giorno! Così funziona anche per quanto riguarda l’alimentazione. Non ha senso eliminare uova, formaggio, burro e dolci, ma è più redditizio imparare a mantenere uno stile di vita corretto globale, con sport, che permetta di mangiare liberamente qualunque cibo senza eccedere. Sacher o torta di mele a colazione, salmone grasso per pranzo con contorno di patate, risotto con burro e formaggio per cena, dolce al cioccolato o budino alla vaniglia per dessert… chiunque può mangiare così tutti i giorni, a patto di mantenere determinate regole e determinati comportamenti che formano uno stile di vita corretto. E ovviamente, senza sport comunque non si va molto lontani!

Le carenze

Per un soggetto normale, che fa una seria attività sportiva e segue un globale stile di vita corretto, occorre capire che quello che conta è evitare le carenze. E come si fa ad evitare le carenze? Ma con il solito consiglio di variare quello che mangiamo senza demonizzare nulla! Cioè, non si deve cercare l’alimentazione che fa andare in paradiso, ma quella che evita problemi. È sempre il concetto per cui è inutile doparsi di questo o quel nutriente. Quindi, assumete calcio (1200 mg per uno sportivo) per le ossa, ma è inutile imbottirsi di litri di latte scremato e formaggi per prevenire l’osteoporosi. Assumete omega-3, ma non sperate di combattere il tumore assumendo 200 g di sgombro ogni giorno. Usate l’olio d’oliva extravergine, ma non sperate che così preverrete i problemi cardiovascolari. Altrimenti si sfocia nella maniacalità, il tutto per obiettivi decisamente ottimistici. Si ottiene molto di più facendo sport e con una mente equilibrata!

Dieta mediterranea contro mortalità, ictus e infarto

Un esempio di come il ruolo della dieta sia sopravvalutato è la dieta mediterranea. Premesso il fatto che ognuno dà definizioni diverse di cosa sia la dieta mediterranea, le fonti riportano una riduzione della mortalità del 37% (cifra indicativa, qualcuno dirà qualcosa in più e altri diranno qualcosa in meno). La riduzione è calcolata tra chi segue la dieta mediterranea e chi non la segue. Sembra una riduzione elevata ed eccezionale, ma è il più classico trucco delle percentuali relative. La probabilità di morte è del 9% (dato valido per l’Italia, ma più o meno associabile a tutti i paesi occidentali). Benissimo, vuol dire che, con una riduzione del 37%, seguendo la dieta mediterranea salvo 3 persone in più. Anziché avere 9 morti su 100, ne avrò 6. Sì, direte che 3 persone salve in più sono meglio di niente, ma le cifre assolute sono decisamente ridimensionate rispetto al 37%. In termini assoluti, la dieta mediterranea riduce la mortalità dal 9% al 6%. Non so voi ma, anche se saranno contenti quei 3 salvi in più, mi pare pochino per parlare di una dieta che ci porta in paradiso. Discorso analogo per ictus e infarto. Il dottor Oz di turno, nel suo programma televisivo, mi dice che la dieta mediterranea riduce la probabilità di ictus o infarto del 18%. L’incidenza per questi eventi è del 6% circa per la popolazione anziana. Dico nella popolazione anziana perché nei giovani è un evento quasi nullo. Quindi, la dieta mediterranea ha salvato un anziano in più: da 6 a 5 casi di ictus o infarto (nella popolazione anziana). Direi non granché.

Se vogliamo ritardare la vecchiaia ed evitare il più possibile le malattie, bisogna fare solo due cose: evitare i veri fattori di rischio (fumo, eccesso di alcol e sovrappeso) e fare sport a medio-alta intensità. Poi, i miracoli non esistono e nessuno è immortale.

Guida per un’alimentazione di qualità

Eroi o masochisti?

Osservando la società e le persone, noto spesso una caratteristica: lo stoico immolarsi, il sacrificarsi a tutti i costi, al proprio idolo. Per quanto riguarda il discorso sugli idoli, ho già scritto l’articolo “La ciotola di cibo“. In breve, l’idolo è ciò che ci fa sopravvivere, ma non vivere, tenendoci legati a una catena: non c’è libertà! L’argomento è però così comune che mi ha spinto a spendere qualche parola in più. E la Pasqua è stata una scusa giusta, perché esce fuori bene questo comportamento masochistico delle persone nei confronti di tradizioni e condizionamenti che non vengono posti ad alcuna critica, ma che si subiscono e accettano anche se oggettivamente rovinano la qualità della vita. Mettiamola così. Cosa pensereste di chi va da un bullo e chiede di essere picchiato? Cosa pensereste di una donna che viene stuprata e, volontariamente, decide di stare nella stessa stanza da sola sapendo che verrà ancora stuprata? Definireste questi soggetti come degli eroi? Direi proprio di no. Eppure, nella nostra società, ci sono tante situazioni di puro masochismo ma che vengono spacciate per eroismo:

– quello che si ammazza di lavoro per 12 ore al giorno e poi bada ai figli come può e non ha tempo per altro;
– il ritrovo delle festività comandate, ben sapendo che si troveranno familiari con cui non si ha nulla da spartire o si litiga;
– il partner che disperatamente cerchiamo di cambiare, o che speriamo cambi, rinunciando al nostro io.

Solo un ingenuo può credere che tutto questo sia eroico! Ah sì, poi c’è il solito mantra del “ognuno è fatto a sé, le situazioni vanno valutate, non esiste una soluzione in assoluto e non si deve giudicare”. Ah beh, allora torniamo all’esempio del bullo e dello stupro. Chi direbbe che quel tipo di comportamento è eroico? Non sono paragoni assurdi, anzi, proprio perché sono esempi limite funzionano. Se il ragionamento fatto per gli idoli è giusto, allora si dovrebbe accettare che una donna voglia farsi violentare dal suo stupratore che l’ha già stuprata e che uno si faccia volutamente picchiare da un bullo! Riconoscere l’assurdità di questo comportamento, di fatto, ammette l’assurdità di chi, masochisticamente, si sacrifica per i suoi idoli, perdendo la qualità della sua vita.

Valutate criticamente quello che fate nella vita. Non date per scontato che non si possa avere di meglio, che sia necessario fare sacrifici. Imparare a vivere meglio significa capire come prevenire i quotidiani problemi che, troppo spesso e superficialmente, accettiamo come fardello, neanche fossimo Gesù Cristo che porta la croce. Problemi e difficoltà che riteniamo come inevitabili, ignorando che chi vive felice ha trovato la via per eliminare questi problemi e queste difficoltà e non di certo per benedizione divina. In amore non ci sono sacrifici e c’è completa libertà. Il legame di sangue è relativo, e un amico che si comporta come mio fratello diventa automaticamente mio fratello, rispetto a un genitore che mi denigra o svaluta. Ed è meglio lavorare meno ore al giorno, con una vita più semplice ma senza affossarsi cercando di arrivare vivi alla pensione. Si potrebbero fare molti altri esempi, ma di base a me viene sempre da chiedere: “Ma chi te lo fa fare?” Probabilmente, per molti avere degli oneri nella vita è un modo per sentire di essere vivi, di avere uno scopo, ed è per questo che, essendo incapaci di ottenere il meglio dalla vita, si spaccia per eroe chi è solo uno stupido. A mio avviso, un comportamento del genere è un’incapacità di avere dei veri oggetti d’amore. Ci si basa su dogmi che non hanno senso. La differenza tra un onere e un oggetto d’amore è che un onere ci penalizza nella qualità della vita, non ci rende felici e liberi, mentre faticare per coltivare ciò che amiamo e ci migliora è un onore!

“Siamo tutti diversi”, l’alibi del perdente
Una vita in catene

Tempi impossibili, sopravvalutati e bari nella corsa

“I giornalisti di una volta non ci sono più” è la frase del secolo. Purtroppo, con rammarico, nella maggior parte dei casi il giornalismo di oggi è davvero di una scarsezza e pochezza da far rabbrividire. L’argomento dell’articolo parte da qui, anche se non è immediato arrivarci. Il campo dello sport e dell’alimentazione è sicuramente uno dei più tartassati dall’ignoranza, da gente che non sarebbe utile nemmeno a zappare. L’ultimo episodio di “bufala” a cui sono andato incontro proviene da un articolo sulla Gazzetta dello Sport, dove l’ex velina Marina Graziani, in un’intervista, ha affermato di aver corso una maratona in 4h45′, una mezza in meno di 2 ore e che il suo personal best sulla 10 km è di 46′. A un non esperto questi tre dati non diranno nulla. A un non esperto, appunto! Uno che fa la 10 km in 46′, di sesso femminile, in teoria vale 1h40′ in mezza. Quindi o non ci si è allenati bene per le distanze maggiori (plausibile) o qualcosa non va in quei 46′.

Il mistero dei “tempi impossibili”

Sono andato a controllare i risultati della terza frazione della staffetta alla Milano Marathon del 2016 (dove si dice di aver fatto il record) ed ecco che allora il mistero dell’incongruenza è stato svelato. La frazione non era di 10 km, ma di 9.2 km! Non ci si può togliere 800 m e dire che quello è il proprio record sulla 10 km. A questo punto posso togliermi anche io quanti km voglio e dire che valgo 36′, 40′ sulla 10 km in base a come mi fa comodo! Questo denota superficialità. Manca la conoscenza vera, la capacità di approfondire ed entrare nel dettaglio delle cose, fattori che determinano un vero oggetto d’amore. Un amatore da 5’/km percorre a passo medio un 800 m in 4′, che non sono di certo bruscoletti. Chiedete pure a Kipchoge o a Bekele se riesce a migliorare di 4′ il suo record sulla maratona… penso che loro saranno ben più simpatici (perché amano davvero quello che fanno e ne hanno conoscenza), rispetto alla difensiva della signora Graziani quando ho fatto notare l’incongruenza dei 46′ (46’38”, per la precisione), e sorrideranno amichevolmente. Che poi, anche senza “togliersi” quegli 800 m il tempo sarebbe salutisticamente buono lo stesso. Ma, si sa, nel mondo di oggi, dove si appare e c’è una competitività malata e violenta, è “utile” sopravvalutarsi e far credere di essere più di quello che si è. Ma è proprio questo che fa perdere la dignità alla propria fatica. Preferisco dire di aver corso in 60′, arrivando al traguardo moribondo e gioioso lo stesso, piuttosto che barare, togliermi 4-5′, e offendermi pure accampando alibi, fingendo che quegli 800 m siano poca cosa. Ma sì, certo, forse se prima di una gara si mangiasse normale e con qualche grasso in più, senza bombarsi di riso e pollo sperando di andare più forte (vedi l’articolo “Alimentazione prima e dopo l’allenamento“), il cervello funzionerebbe meglio per capire quei 4′ non possono essere tolti così a random.

Ovviamente, visto che mi piace dire la verità ed essere onesto, dalla discussione sulla Gazzetta dello Sport sono stato bannato e chi ha scritto l’articolo (si firma gmancini), pur avendo fatto notare l’errata informazione, non ha provveduto. Certo, è meglio continuare a mentire. Quella sezione già è così ridicola, sui livelli di Donna Moderna, che non se la fila quasi nessuno. Un commento costruttivo dovrebbe quindi essere apprezzato e si dovrebbe correggere gli errori per non perdere faccia e credibilità. Macché…

Per altro, qui stiamo parlando di 46′, un tempo mediocre e comune a moltissimi runner amatori ben allenati. Neanche si stesse barando per vincere l’oro alle Olimpiadi!

La personalità del sopravvalutato

Chi bara nello sport è disprezzato nell’ambiente, proprio perché uno fatica e deve dare dignità alla sua fatica, che faccia una 10 km in 60′ piuttosto che in 37′. Ed esistono diversi casi di furbastri ben più gravi dell’ignoranza della Graziani, cioè casi di dolo veri e propri dove c’è il concreto tentativo di imbrogliare attraverso piani architettati. Errore!

L’errore sta nel credere che questi casi di oggettivo dolo siano dei casi isolati, quando in realtà non sono altro se non esplosioni estreme di personalità già non equilibrate.

Cioè, cosa costa dire che si vale 51-52 minuti sulla 10 km piuttosto che 46′? E perché non dire “mi sono allenato con tanta fatica, ce l’ho messa tutta, e sono soddisfatto per aver fatto quasi 2h in mezza”? Forse dire “ho corso la mezza sotto le 2h” fa più scena, visto che anche 1h01′ è tecnicamente sotto le 2 ore! È proprio questo il punto. Occorre essere consapevoli delle proprie capacità e dei propri limiti. Ed è giusto sfidare se stessi, ma bisogna anche avere l’onestà, la modestia e la dignità di non mostrarsi superiori a quello che si è. Tant’è vero che io stimo di più chi mi dice di aver corso la 10 km in 60′, ma per fare quei 60′ ce l’ha messa tutta e, al traguardo, si accascia come un morto. Non stimo invece chi fa ad esempio 40′ e lo fa passare come un grande risultato (cosa che non è rispetto ai migliori al mondo o ai campionati nazionali). Non è un inno ai tapascioni, perché le parole chiavi sono: fatica E dignità.

Qualcuno può credere che, alla base di chi si sopravvaluta, ci sia solo una personalità apparente. Sicuramente c’è l’apparenza, ma nella pratica c’è una combinazione di più personalità critiche. Nel caso della Graziani, abbiamo una personalità superficiale, frutto dei condizionamenti e della vetrina di Facebook e dello showbusiness. Per un soggetto del genere, 800 m in più o in meno non fanno differenza. 800 m in meno diventeranno il record sulla 10 km, mentre 800 m in più diventeranno giustamente un lento in preparazione a una mezza. Allo stesso modo, un violento farà una 10 km in 48′ e sbandiererà di aver fatto “poco più” di 45′, vantandosi di questa prestazione con tutti quelli che sono più deboli di lui. Oppure, uno svogliato correrà in meno tempo quella gara perché la distanza è stata calcolata al ribasso, senza che se ne sia accorto (e succede!) ma, siccome non ha “voglia” di approfondire il perché ha corso così più velocemente rispetto agli allenamenti, dopo 20 anni continuerà a dire di aver fatto un “tempo impossibile” in quella gara. Diffidate sempre di chi si sopravvaluta!

La popolarità della corsa

Da ultimo voglio dire una cosa. Ho scritto questo articolo per la corsa, ma in linea teorica vale anche per gli altri sport. Ho scelto però di dedicarlo alla corsa perché, innegabilmente, negli ultimi anni la corsa è diventata uno sport gettonato, praticabile da chiunque. Sicuramente, è positivo che si dia importanza a uno sport così versatile e “facile” come la corsa (un corso in palestra costa mensilmente di più!). D’altro canto, però, quanto più qualcosa diventa di massa, tanto più ci si affaccia con i lati negativi. Siccome è difficile vedere sezioni enciclopediche sul ciclismo o sul nuoto nei siti e nelle riviste di salute e sport, la corsa è purtroppo più sensibile ai fenomeni negativi legati alla moda, di competitività malata e violenta, di superficialità e apparenza.

Dimmi come fai (o non fai) sport e ti dirò chi sei…
Maratona di New York per apparenti e modaioli

Prestazione sportiva e motivazione

Spesso, chi segue il programma per correre i 10 km in un’ora e arriva alla fine di tale programma inizia a perdere le motivazioni, finendo nella cerchia dei classici jogger con il walkman. A lungo andare, molti di loro non arrivano più nemmeno a correre per 10 km o addirittura smettono, non vedendo più ragione di proseguire. Ma il vero cambiamento sta proprio qui, nell’andare oltre e nel mantenere alta la motivazione. Come si può riuscire a fare questo? Per chi già ama lo sport, è chiaro che il problema non si pone (almeno non subito, come vedremo in seguito!), ma qui stiamo parlando di chi magari non ha mai fatto sport in vita sua e il traguardo dei 10 km di corsa in un’ora è già tanto. E una volta raggiunto questo traguardo, non si sa più che fare, tanto che ci si stufa. A mio parere, per chi a monte non ha lo sport come un vero oggetto d’amore, dovrebbe imparare ad amare lo sport con una motivazione:

la salute.

Per chi non è professionista, una prestazione che non sia tarata prima di tutto sul riscontro salutistico comporta una motivazione debole o un surrogato della vera motivazione. Un oggetto d’amore è qualcosa che migliora la qualità della nostra vita, attraverso la conoscenza, il tempo e la costanza. Lo sport, dunque, ci migliora dal punto di vista salutistico, portandoci degli enormi benefici. Infatti, una dieta ipocalorica serve per mantenere il peso, ma dal punto di vista cardiovascolare, a meno di non provenire da una condizione più grave come ad esempio l’obesità, non fa molto. È necessario dare uno stimolo in più, e questo stimolo è dallo sport. È lo sport che:

– abbassa la pressione arteriosa;
– abbassa la frequenza cardiaca a riposo;
– abbassa la glicemia a digiuno;
– abbassa l’indice di rischio cardiovascolare aumentando il colesterolo buono;
– abbassa i livelli di trigliceridi;
– aumenta la funzionalità dei mitocondri;
– previene i problemi legati alle ossa (osteopenia, osteoporosi).

Tutti questi effetti non si hanno se si è magri ma sedentari. Ma non si hanno nemmeno facendo jogging! Ed ecco da cosa nasce il senso della prestazione nello sport. Ad esempio, una donna di 30 anni che corre la 10 km in 56′ NON ha un’età fisica che corrisponde a quella anagrafica. Capisco che per molti non sia così immediato trarre la salute come motivazione per amare lo sport, ma se uno sa che quello che sta facendo è per la sua salute, per essere efficiente il più a lungo possibile e per prevenire i comuni problemi correlati alla sedentarietà e/o al sovrappeso, ne vale la pena. Ed ecco che allenamenti come le ripetute, i fondi lenti, i fondi progressivi, i fartlek e via dicendo non sono più allenamenti fini a se stessi, solo per chi è “fanatico” dello sport ma lontani per una persona normale. Banalmente, con le ripetute alleno la mia soglia anaerobica. Allenando la soglia anaerobica, accanto ovviamente agli altri tipi di allenamento, miglioro la prestazione. E se miglioro la prestazione, ritardo la vecchiaia! Il senso è questo.

Occorre dare un senso e un obbiettivo a quello che si sta facendo!

Il jogger che si allena con il walkman si annoia perché non ha obbiettivi, non sta amando e quindi è chiaro che non si diverte. Se uno non si dà un obbiettivo, finisce per forza per annoiarsi. Anche un fondo lento diventa divertentissimo se ci mettiamo nella predisposizione di riuscire a mantenere un ritmo rispetto a come sentiamo le gambe, il fiato, le ginocchia. Riuscite a capire tutte queste sfumature? Le sentite solamente se state amando quello che fate e l’amore nasce dal fatto che nello sport c’è un obiettivo che può essere considerato comune a tutti: ritardare la vecchiaia. Naturalmente, la prestazione va parametrata in base all’età, come per quanto riguarda la corsa viene spiegato nel secondo articolo linkato sopra. Mica si può pretendere anche dal miglior Bekele di correre la 10 km in 28′ a 70 anni. Ma, appunto, anche quando l’età avanza vengono sempre mantenuti degli obbiettivi e questo ci porta a riuscire a fare sport per il resto della nostra vita!

È importante capire che comunque la prestazione è commisurata per avere benefici salutistici e ai fini di un corretto invecchiamento. La prestazione sportiva, cioè, non è mai fine a se stessa e, a meno che non siate professionisti, non deve assolutamente servire per vincere una qualche medaglia o, peggio ancora, il tipico salame scaduto alla gara paesana. Fare il tempo deve servire come verifica su come sta funzionando il nostro organismo. Se voi comprendete che il tempo si deve fare per la salute, e non per primeggiare sugli altri, vi salvate dalla nevrosi e da atteggiamenti negativi o addirittura violenti (i bari sono comunissimi nello sport!). Per approfondire, leggete pure l’articolo “Come fare sport in vecchiaia“. Cercate pure delle interviste fatte al mitico Mennea. Il suo pensiero ricalca esattamente il mio. Misurarsi, faticare, capire come progrediscono le prestazioni… beh, tutto questo ci dev’essere. Ma quello che conta davvero è essere campioni nella vita di tutti i giorni e sfidare se stessi, altrimenti il nostro approcio verso lo sport è sbagliato. Personalmente, ritengo che:

chi è TROPPO legato alla prestazione ha un’autostima di cartapesta!

Insomma, alla fine è un concetto che ho detto altre volte sul sito. Lo sport deve superare la mera “pratica” dello sport. Non deve ridursi allo snocciolare tempi e maratone a cui si è partecipato, come gli esaltati che sui forum mettono in firma i personal best. Lo sport deve avere un contatto intimo e spirituale, che ci permette di gettare lo sguardo oltre il traguardo. Un contatto che ci porta ad apprezzare le sfumature, che ti fa apprezzare tutto globalmente. Quindi? Quindi:

non cercate l’autostima con la prestazione, ma la voglia di migliorare esistenzialmente ed essere in salute.

Se l’autostima dipende dalla prestazione, non è più un oggetto d’amore, ma siete schiavi di una dipendenza. La possiamo anche vedere all’inverso. Anziché cercare di scimmiottare i professionisti che guadagnano lo stipendio con la prestazione, l’amatore è libero da tutto questo e può vivere lo sport con più serenità! Tanti che fanno sport si rammaricano di non essere diventati professionisti. Dicono che erano a un passo dal professionismo, ma sbagliano. Se è vero che basterebbero pochi minuti nella corsa, è vero anche che quei pochi minuti sono in realtà tantissimi. Non sanno fare le proporzioni tra i vari livelli. Abbattere quei “pochi” (secondo loro) minuti vorrebbe dire arrivare 20esimi anziché 50esimi alla gara provinciale. A questo punto, la domanda è: a che pro? Per arrivare a questi limiti, bisogna seguire una vera e propria “vita d’atleta”, con sacrifici e penalizzazioni della famiglia. Non sarebbe meglio sfruttare i vantaggi dell’amatore? Fare la “vita d’atleta” non è così bello come sembra e, in più, si è più predisposti agli infortuni. Quindi:

puntate sulla salute e correlate ad essa la prestazione!

Un efficace metodo per allenarsi per la salute, nella corsa, è il fondo progressivo di un’ora. Il fondo progressivo vi permetterà di curare la prestazione fino a un certo livello, ma senza esagerare e dando la priorità alla salute. Ci tengo sempre a dirlo. Se uno impazzisce e nega il dolore, può anche scendere a 39′ nella corsa. Ma ne varrebbe la pena? Trovatevi altri oggetti d’amore!

In questo articolo, spiego cosa vuol dire migliorare la prestazione, perché l’errore è credere che ci si debba ammazzare di ripetute.

Prestazione e vecchiaia

Il succo delle mie parole è che la prestazione ha uno sguardo a lungo andare, in termini di corretto invecchiamento. Chi corre la 10 km ancora in 46′ a 50 anni è più avanti rispetto a un 30enne jogger che fa il minimo sforzo. Più si guadagna la rendita e più possiamo fare sport con gioia e soddisfazione in vecchiaia. Se un jogger scende appena sotto l’ora a 30 anni, difficilmente andrà avanti e si manterrà bene in vecchiaia. La prestazione, se ci interessa la salute, serve a questo. La prestazione per fare i bulli è un atteggiamento molto stupido, da bandire e che va contro il senso dello sport. Tanti atleti smettono di fare sport quando si accorgono che, invecchiando, perdono le prestazioni. Ecco, questi sono soggetti che non hanno compreso niente di cosa vuol dire fare una prestazione. La prestazione come scopo assoluto ha senso per i professionisti pagati profumatamente, ma anche loro, se hanno a cuore la propria salute, si riadattano in vecchiaia facendo sport per la salute. Se non lo fanno, si riducono come Carl Lewis, che del campione di una volta ha solamente i ricordi! Se non siete professionisti, quindi, curate lo stesso la prestazione. È auspicabile che lo facciate, ma sappiate capire il senso che ci sta dietro.

I contro

Purtroppo, l’assidua ricerca della prestazione ha i suoi svantaggi. Prima o poi, anche qui la motivazione viene perduta perché non si migliora più ma, anzi, i tempi calano perché giustamente non si può migliorare in eterno. Oppure ci si infortuna perché abbiamo scelto dei carichi eccessivi, che geneticamente non possiamo reggere, per cercare di imitare i professionisti. Tutto questo vuol dire che ci si è fatti prendere troppo la mano, ci si è considerati troppo immortali e, appunto, si è persa quella motivazione principe che è la salute. In questo caso, è necessario ritornare in carreggiata. Lo sport ci deve divertire, non dev’essere un lavoro. E se ci infortuniamo perché abbiamo esagerato, che senso ha? Per questo motivo, il mio consiglio per evitare di infognarsi, continuando a divertirsi e mantenendo alta la motivazione, è quello di apprezzare gradualmente e pian piano i miglioramenti. È cioè ovvio che, se mi infortuno perché esagero e non rispetto i corretti tempi di riposo e adattamento, la salute come motivazione per amare lo sport viene calpestata. Non vuol dire passeggiare da jogger a 6’/km o andare come cicloamatori, anzi. Quello che noto è che, per molti, il diktat è sempre di più, sempre più forte, ma proprio per questo anche sempre più rotti. Non c’è nulla di più stupido e scorretto! Se il range salutistico è quello (almeno 4 allenamenti settimana), e in tanti non ci arrivano, correre BENE una maratona (perdonate, ma non si vede spesso un ciclista che tira) è per pochi.

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Lo sport come stile di vita globale

“Per dimagrire, dovrei allenarmi come te”. È una frase che mi è stata detta qualche tempo fa. La frase è vera (parliamo del classico soggetto che “non dimagrisce più” perché non brucia più abbastanza!). Ma dietro a un dato oggettivo, ammesso con la massima bontà, si nasconde qualcosa di più profondo. E cioè, è un errore pensare che allenarsi per la salute sia solo… un allenarsi e basta! Che sia per dimagrire, che sia per i benefici cardiovascolari che ne derivano, fare sport significa cambiare radicalmente il proprio stile di vita, investendo gli sforzi in qualcosa che ci torna indietro a lungo andare, specie con l’avanzare dell’età e per vivere più a lungo. Facendo sport, mi sono accorto di come l’attività sportiva mi abbia aperto la mente a 360° gradi, riflettendo sulle vere priorità, su cosa conta davvero nella mia vita. Alcuni di questi aspetti possono sembrare impensabili o assurdi, eppure è proprio ciò che è avvenuto. Io vi racconto la mia esperienza, nel senso che per altri gli ambiti possono differire, ma senza che il concetto cambi. Nell’augurio che ciò che vi sto per dire vi stimoli non solo a fare sport ma che, grazie allo sport, impariate anche a vedere il mondo sotto una prospettiva diversa.

Se ancora non credete che lo sport influisce in ogni ambito della nostra vita, leggete anche quello che ho scritto su Bruce Dickinson, cantante degli Iron Maiden.

Il fatto è che, per me, lo sport affonda le radici nella spiritualità. E non è una cosa legata solo a uno sport, motivo per cui sono anche un sostenitore del multisport. È qualcosa di profondamente intimo, come una religione, che mi permette di conoscere me stesso e vedere fin dove mi posso spingere con il mio (reale!) potenziale. È questo che manca a molti, ma è questo il senso di amare lo sport. Ma è sempre questo che permette di vedere lo sport come uno stile di vita globale, che influisce in tutto ciò che facciamo. Se manca questa parte spirituale, se non si riesce a vedere lo sport al di là della mera prestazione o del “fare attività fisica”, si perde quello che è il vero succo dello sport. Ecco perché, spesso, chi si avvicina allo sport finisce per mollare entro pochi anni o addirittura mesi. È tutto effimero o estetico (perché magari si vince, si corre la maratona ecc), senza intimità. Quello che noto è che, spesso, chi non ama lo sport non ama davvero nemmeno la vita. E per amare lo sport non intendo snocciolare tempi o non perdersi nemmeno una gara domenicale, bensì proprio quella spiritualità che ho descritto adesso. Magari, uno ha una grandissima passione per questo o quello, ma non c’è vero amore e non riesce a coinvolgersi in nulla in modo spirituale. Sì, lo so, sono drastico a dirlo, ma la realtà di molti è questa. Occorre che, prima di tutto, si abbia voglia di vivere e di amare la vita, come se si fosse grati per l’opportunità che ci è stata data.

Tuttavia, come al solito, devo dare la colpa anche alla controparte, cioè a chi fa sport. È il motivo per cui evito come la peste i tipici forum di corsa, che sanno più di fanatici ed esaltati. Questo è l’atteggiamento che questo sito vuole evitare. Il mio sito è dedicato a chi vuole migliorare la propria vita. E indubbiamente, lo sport è una condizione necessaria per migliorare la vita. Ma se ci si mostra sempre fanatici o esaltati come i frequentatori dei forum, non si potrà mai avvicinare un sedentario. Ecco perché insisto nello scoraggiare sulle lunghe distanze e ribadisco la spiritualità con cui si deve vivere lo sport. Sinceramente, di un esaltato che descrive tempi e maratone come l’elenco della spesa o che mette in firma i suoi personal best come se quello fosse il suo essere me ne faccio ben poco. A me interessa di più coinvolgere qualcuno che vuole cambiare la vita. Al contrario, non mi interessa un apparente che “vive” dei suoi tempi e delle gare o maratone che ha fatto.

I rapporti veri

L’uomo è un animale sociale, certo. Abbiamo bisogno di coltivare rapporti umani, altrimenti impazziremmo. Ma rapporti di che genere? Molte persone coltivano rapporti parziali, senza che si condivida realmente qualcosa. Si ritrovano al pub o in pizzeria, scambiano due chiacchiere, e poi tutti a casa alle proprie vite, magari con mogli e mariti che vengono visti come elementi separati (i cosiddetti partner dimenticati). Quando si ha un oggetto d’amore, coltivato con tempo e costanza, si ha il naturale bisogno di condividerlo con chi vive il nostro stesso oggetto d’amore. C’è la necessità di approfondirlo, di poterne parlare anche per tutto il giorno, senza che “ognuno poi torna alla sua vita”. C’è il bisogno di farlo con la nostra intensità, che è alta, e non esaurendo l’argomento nel giro di un paio di birre. Si gioisce insieme e si condividono le sconfitte. Quella persona diventa parte integrante della nostra vita tout court, e non solo una piacevole compagnia che ci fa trascorrere il tempo. Piuttosto che passare la serata con gente che non vedrei mai se non si organizzasse la pizza di gruppo, preferisco sommergermi in ciò che amo e con chi ama altrettanto il mio oggetto d’amore come me. Poi ci può anche stare la pizza insieme, ma la pizza insieme, in questo caso, non diventa altro se non un luogo come un altro per confrontarsi, discutere, magari anche “litigare” e imparare qualcosa di nuovo. Non sarebbe un’alternativa più sobria alla discoteca, dove si parla e si sta insieme ma esistenzialmente rimane poco, perché al posto della pizzeria ci potrebbe anche essere un ponte che attraversa il più squallido Lambro. Ecco, questo mi ha insegnato lo sport: a dare valore ai rapporti profondi, a ricercare chi è pieno di vita e non trascura i dettagli, proprio come, appunto, fa uno sportivo equilibrato.

I vizi inutili

È un punto correlato al primo. Un aperitivo dopo il lavoro che male fa? Ma è proprio qui la questione. A meno di non ubriacarsi, ovviamente, un aperitivo dopo il lavoro non fa male. Ma il fatto è che, nella maggioranza dei casi, chi ha l’abitudine dell’aperitivo dopo il lavoro non sa neanche distinguere, in cieco, la differenza tra uno champagne e uno spumante. È un’abitudine non dettata dalla voglia di conoscere, approfondire e amare, bensì è un comportamento paragonabile a quello della discoteca, per passare il tempo sopravvivendo, con piaceri che male non fanno ma che, nel concreto, sono fini a se stessi e lasciano il tempo che trovano. Io rinuncio all’aperitivo del dopolavoro non perché non mi piace bere alcolici (anzi, la birra mi piace!), ma perché so che la mia salute viene prima di tutto. E per mantenermi in salute so che occorre fare sport. Se per gran parte della giornata il tempo di uno è occupato dal lavoro, ecco che l’abitudine dell’aperitivo viene eliminata per dare spazio alla vera priorità, in più anche con un risparmio nel portafoglio. Lo sport è gratificante, mi diverte, in apparenza per nulla. Sarà pure per nulla (e la salute dove la mettiamo, appunto?), ma rispetto alle quattro chiacchiere da aperitivo è una cosa che vivo pienamente, senza sopravvivere ma con lo spirito di chi vuole il massimo della vita. Provate a pensare a quanto tempo buttate via senza vivere al massimo, a quante cose vi dovete “inventare” per arrivare all’ora di andare a dormire. E poi magari andate a dire di non avere tempo per lo sport! Eliminate ciò che è superfluo e il tempo per fare sport lo trovate eccome, e facendolo vi farete solo del bene! Se rimuovete gli alibi e la smettete di inventarvi falsi impedimenti, vedrete che fare sport diventerà qualcosa di naturale al pari della sana abitudine di lavarsi i denti. E così facendo, il beneficio non sarà enorme, ma DI PIÙ!

Il tempo per amare

So che la testimonianza che vi ho riportato dirà poco a tanti di voi. Forse sarebbe più gettonato scrivere un articolo su come ho cambiato la mia vita vincendo 1 mld di lire, o di come ho seguito questo o quel metodo per dimagrire di 10 kg in 7 giorni. Ma quello che ho voluto trasmettervi è molto più importante, cioè la capacità di cogliere l’essenza delle cose, di capire ciò per cui vale la pena nella vita. Siamo abituati a inseguire idoli, ad apparire, ma dimentichiamo quanta gratificazione c’è nel faticare in ciò che si ama a pieno coinvolgimento. Siamo abituati a vivere in gruppi come se fossimo un gregge di pecore che belano, pur di non restare soli, pur di avere compagnia, dimenticando però come si coltivano i rapporti totali che si basano sui veri oggetti d’amore. Impieghiamo il nostro tempo riempendo buchi di ore qui e lì, aspettando di morire, senza aver vissuto da leggenda. Insomma, se uno vuole fare sport, non fa solo sport, ma la cosa ha un peso in ogni ambito della vita. Fare sport è uno stile di vita che abbraccia ogni istante di noi e di chi ci circonda, del nostro tempo. Chi pensa che sia tutto finito con la seduta di allenamento si sbaglia. Banalmente (si fa per dire, per molti banale non è!), lo sport mi predispone a mangiare in modo più equilibrato. So che non posso abbuffarmi, che ho bisogno delle giuste energie, così come non posso digiunare perché su Novella 2000 c’è scritto che, se per cena mangio solo pollo e insalata, dimagrisco più in fretta. Ho dato più valore al cibo, lo apprezzo di più e lo conosco meglio, così come apprezzo di più i rapporti umani con chi condivide il mio stesso amore per lo sport e per il cibo, con chi magari in pista sarà nemico ma al di fuori tornerà ad essere un amico vero.

Essere ben allenati vuol dire essere più forti per le attività quotidiane. E lo dico riferendomi a chi crede che non ci sia tempo per fare sport. Gli esempi che posso riportare sono tanti e riprendo il concetto anche in quest’altro articolo. Senza stare a ripetermi, tutto questo tempo che risparmiamo o guadagniamo lo possiamo usare per amare più cose e avere una vita più piena!

Prestazione sportiva e motivazione

Fanatici delle lunghe distanze e novelli Rambo

È un concetto che ho espresso già altre volte nel sito. Anche nello sport, come in tanti altri ambiti della vita, in pochi hanno una visione equilibrata. Paradossalmente chi ha una visione equilibrata viene visto come quello strano, il dissidente, il poser. Quello che noto nella corsa, nello specifico, è un vero e proprio fanatismo per le lunghe distanze e per le imprese spericolate, motivo per cui mi tengo ben alla larga dai forum dedicati al running, che non sono altro se non un covo di ossessionati dove se non fai maratone o ultramaratone sei di fatto un fallito. Quasi tutti, senza distinzione, sesso ed età, iniziano a correre magari anche da un anno e subito scattano con l’obiettivo della prima mezza, della maratona, del trail running (corsa in ambiente naturale, di solito boschi e montagne), dei 100 km del Passatore. Di per sé, nulla di male nel correre un’ecomaratona (simile al trail running ma sulla distanza della maratona). Il problema sta nell’ingenuità di chi si affaccia a questo tipo di corse per sentirsi forte, per accrescere l’autostima, preso da una condizione mistica di euforia dove “tutto si può”. La cosa curiosa è che sono runner dai risultati scarsi o mediocri, ma che con lo “stimolo” del trail o dell’epicità della maratona tornano a casa con la sensazione di aver fatto qualcosa di straordinario. Io non sono così narcisista ed egocentrico. So di essere scarso. Corro per la salute e per stare bene, e non mi illudo di essere un eroe per aver terminato una mezza maratona in 2 ore, che è l’andatura di un jogger! È proprio per questo che ho parlato, tra gli articoli, della calcolatrice di Riegel. Ad esempio, prendiamo un soggetto di 30 anni che corre la 10 km in 44′. A 40 anni, inizia a tirare un po’ i remi in barca. Le sue prestazioni calano e fatica a scendere sotto i 50′. Cosa fa, allora? Inizia a pensare alla 100 km del Passatore, riesce a terminarla e si illude di essere ancora un grande. Per non dire del fatto che non è raro vedere runner che vanno discretamente sulla 10 km, mentre in maratona ottengono dei tempi penosi. Chi su una 10 km vale 47′, in base alla calcolatrice di Riegel, in teoria (la formula non è assoluta, ovviamente), dovrebbe chiudere una mezza intorno a 1h43′. Nella pratica si scopre che il tempo di un simile soggetto è ben oltre 1h50′. Cos’è successo? È successo che la distanza della mezza (21 km e poco più) non è stata un modo per mettere alla prova le proprie reali potenzialità. Probabilmente l’allenamento è anche stato scadente, perché per fare un certo tipo di tempo, anche a partire da propri potenziali, occorre una scientificità che uno può non reggere affatto. Però, vuoi mettere poter dire di aver terminato una mezza? Una volta una persona che conosco parlava di un suo amico che aveva corso la mezza di Milano in “circa” 2 ore (notare la superficialità di quel “circa”), e per lei era una incredibile impresa. Peccato che io, scarsissimo runner, corro tranquillamente un lento al passo di 6’/km. Ci sono tante persone che dimenticano il reale motivo per cui si dovrebbe fare sport: la salute. È giusto misurarsi, avere una competitività equilibrata e non nevrotica, ma questa cosa purtroppo è spesso dimenticata dai cosiddetti drogati delle grandi distanze e dalla sindrome degli aspiranti Rambo. Sono poi le stesse persone che, nei forum, spiattellano in firma il proprio scarsissimo e insignificante “personal best” sulla mezza o in maratona, “personal best” di cui al mondo intero non frega ovviamente una cippa. E allora lo vedi che è solo narcisismo? Fessibuk docet.

Il fatto è che ci si fa prendere troppo e si dimentica il concetto di distanza critica. Ci si considera immortali e capaci di correre praticamente all’infinito. Il troppo stroppia, come al solito. E non è solo questo. Ci sono tantissimi aspiranti maratoneti che, prima della gara di Filippide, corrono dei lunghissimi a ritmi veramente blandissimi. Per farvi capire il discorso, leggete nell’articolo sul fondo medio la parte dedicata al lunghissimo. Sono convinto che sono in pochissimi a correre correttamente un lunghissimo per la maratona!

Capite bene il senso del mio articolo. Non è sbagliato correre le lunghe distanze in modo assoluto. Sarebbe assurdo dirlo. E non è sbagliato correre la maratona più lenti del proprio potenziale teorico (vedi sulla calcolatrice di Riegel). Quello che non bisogna fare è cercare una qualche forma di assuefazione. Come spiego anche alla fine dell’articolo, dobbiamo avere la giusta mentalità per correre le lunghe distanze, riconoscendo i limiti così come il potenziale. Le lunghe distanze possono dare molte soddisfazioni, ma solo se affrontate con la giusta mentalità.

E leggete anche l’articolo sul record in maratona di Kipchoge. Il suo è un modo di correre la maratona moderno e rivoluzionario (comunque non nuovo), che ad alcuni farà cambiare il punto di vista sulle lunghe distanze. Evidentemente, anche i professionisti si sono accorti che finire la maratona è facile, fare il record no! Poi oh, lo dico francamente. I maratoneti potranno anche fare il record mondiale, potranno anche avere una bassa percentuale di massa grassa. Ma mi paiono proprio degli anoressici.

Gli infortuni

È un altro motivo per cui preferisco tenermi lontano dalle lunghe distanze. Piaccia o no, in pochi sono predisposti alle lunghe distanze e più aumenta il chilometraggio più aumentano statisticamente le probabilità di infortunio. La continuità del gesto ha un ruolo cruciale nella determinazione di un infortunio, a maggior ragione in uno sport “puro” come la corsa dove la tecnica è minima rispetto ad esempio al ciclismo o al nuoto. Infortunarmi vuol dire perdere tempo, fermare il programma, e dover ricominciare da capo. Insomma, non ne vale la pena. Nel mondo dei runner ossessionati, pare comunissimo vedere la maggior parte di loro che hanno almeno 1 infortunio all’anno. Nel peggiore dei casi si arriva anche a 3-4 all’anno! Per loro è normalissimo, rimarranno fermi per un po’, quel paio di settimane ogni volta, poi ripartiranno a correre di nuovo per 18-20 km di salite, boschi, sterrati. Non capiscono che è proprio per questo che si infortunano! Per me non è affatto normale infortunarsi in questo modo, va proprio contro la mentalità di correre e in generale di fare sport per la salute. Correre per salite e discese, su sterrati con sassi, fare ultramaratone, ecomaratone (che di “eco” hanno ben poco) ecc mette a dura prova tendini e articolazioni e accorcia la carriera sportiva. Poiché il mio obbiettivo è correre fino alla fine dei miei giorni, è chiaro che questo modo di fare sport non sia intelligente. Attenzione, non capite male. Questo non vuol dire che nessuno deve correre una 100 km nel deserto, ma che ha senso farlo solo a patto di:

1) essere predisposti geneticamente;
2) conoscere le reali capacità del proprio corpo;
3) allenarsi come si deve, seriamente.

97 volte 100, scopro che chi corre un trail o una 100 km del Passatore non rispetta neanche uno dei 3 punti detti. In questo caso, riconoscere i propri limiti significa farsi del bene. Perché a 30-35 anni è facile ignorare come le articolazioni e i tendini sono messi a dura prova con questo tipo di gare e distanze, ma a 60 anni, che è lo scopo dello sport per la salute, la vedo dura visto che la distanza critica diminuisce con l’età. Ci sono persone che non riescono a correre per più di 14 km di seguito senza avere problemi. E sono persone che non possono essere trascurate. Per metà delle persone, anche la mezza maratona è controindicata! Se siete ancora giovani, d’accordo, magari vi salvate, ma poi sono cavoli amari. Quindi perché dovrei essere così stupido da rischiare? E infatti, ci sono tante persone che sulla 10 km vanno pure molto bene, ma che in maratona passeggiano proprio perché geneticamente non sono portate. La gente non vuole capire che in pochi riescono geneticamente a correre una maratona. Correre per 4 volte a settimana permette già di essere in salute (e infatti moltissime persone non ci arrivano pur allenandosi tutti i giorni!), ma è sciocco ammazzarsi di chilometri illudendosi di essere invincibili. Che senso ha? Ditemelo voi, perché incaponirsi al costo (salato, in tutti i sensi!) di un infortunio? Sinceramente, a volte fatico a capire se sia più stupidità o ottusità. Sì, sì, lo so, ci sarà sempre chi dice che basta stare attenti, basta usare la testa, basta capire come si fa. È tutto un “ma” e un “se”, però poi il rischio c’è sempre e va calcolato. Non si può dire che la corsa non sia per tutti, o almeno per quasi tutti. Dopo una certa soglia, però, solo pochi geneticamente predisposti possono spingersi oltre. Mettetevelo in testa e fatevi del bene. Leggete “Come evitare di infortunarsi” per capire meglio il discorso. E c’è chi vuole correre 100 km a settimana come i professionisti, i quali non a caso sono spesso rotti. Solo che loro sono pagati! Va bene, se siete geneticamente portati, correte pure anche ultramaratone da 200 km. Buon per voi, non ho detto che nessun amatore può correre le lunghe distanze. Ma se scoprite che non siete geneticamente portati, poi sono dolori e potete dare la colpa solo alla vostra incoscienza (per non dire stupidità…). La cosa peggiore è che non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Ti dicono che la 42 km è una gara impagabile ed emozionante, ma poi hanno dolori per settimane causati dal sovraccarico. E vanno avanti a botte di Ibuprofene. Vi garantisco che non scherzo. Frequentando occasionalmente gli ambienti (ci trovo poco di costruttivo), ho scoperto che almeno metà di chi corre la maratona deve rinunciare perché si infortuna, magari all’indomani della gara. Oppure si infortuna in gara perché non la sa reggere. Ho addirittura trovato chi stava “collaudando il nuovo crociato”. No comment, che è meglio.

Personalmente, ho scelto di limitarmi alla mezzofondo e alla preparazione della 10 km. Non sono un vero runner per questo? Amen, non mi interessa. Io voglio conservare le mie articolazioni e correre fino alla vecchiaia. Che poi, ci sono 30enni che corrono mezze e maratone e vanno più lenti di me su una 10 km. Ma va beh, questo l’ho già spiegato prima parlando dei lunghissimi. Magari in futuro cambierò idea e correrò anche io una maratona, ma lo trovo altamente improbabile perché non ci trovo senso a scopo salutistico. Se dovessi prepararmi per la maratona, arriverei a odiare la corsa, oltre al fatto che non sono geneticamente portato per la maratona: e che senso avrebbe, allora? Non mi interessa fare “l’impresa”, ma avere un corpo che funziona ed efficiente. Bisogna sempre ricordare che, spesso, i danni cronici si sviluppano in modo lento e graduale. E quando ci accorgiamo che il danno è fatto, lo capiamo solo con l’arrivo del dolore, ma ormai è troppo tardi! Io non prenderei con superficialità la statistica sugli infortuni di Patricia Brill e Caroline Macera nel loro studio (1 infortunio ogni due anni se mi dice bene e 4 all’anno se mi dice male correndo per 4 ore a settimana). È vero che le statistiche hanno la loro interpretazione e non stabiliscono una legge assoluta (infatti, non ho mai detto che la corsa è sconsigliata!). Verosimilmente, nella statistica entrano i soggetti che corrono le lunghe distanze. Questo dovrebbe far capire che occorre avere testa e non sottovalutare il sovraccarico.

Invidia o buon senso?

Qualcuno può pensare che la mia sia invidia per chi fa 70 km di trail running, mentre io corro normalmente sull’asfalto nel mio piccolo paesino. In realtà no, le lunghe distanze e i trail per me sono come fare paracadutismo. Certo, uno può dire di stare attento, di essere preparato, di non sottovalutare nulla, ma è ovvio che il paracadutismo sia uno sport rischioso e ogni volta che ci si lancia aumenta di più quella probabilità che vada male. Poi, quella volta in cui ti capita la probabilità su 1000, ecco che ti maledici per essere stato un idiota. Perché dovrei essere invidioso di una cosa del genere? Preferisco ammirare quegli 80enni che ancora riescono a correre la 10 km in un’ora. Ammiro chi a 90 anni corre una 100 m in meno di 20”, visto ci sono tantissimi 20enni che non ci riescono. Io prendo esempio da loro e aspiro a raggiungere il loro livello. Ma gli incoscienti e gli stupidi, mi spiace, non li invidio affatto. La riprova è il fatto che non vedo nessun 70enne correre trail o ecomaratone. È facile dire “ho corso la maratona”. Sì, ma che tempo hai fatto? Se per sentirti forte hai bisogno di finire una maratona, allora perché non provi a correre la 5000 m piani in 12′ battendo il record di Bekele? Ecco, se vuoi dire di essere forte, prima batti Bekele! Preferisco essere onesto e ammettere di essere scarso su una breve 10 km, piuttosto che essere un irresponsabile nel cercare di apparire un fenomeno sulle distanze più lunghe o correndo per inerpicati sentieri. Io corro per la salute, non per accrescere l’autostima e per apparire! Per me lo sport è uno stile di vita globale, che non ha a che vedere con presunte imprese eroiche, magari per terminare una maratona con il ginocchio che va a pezzi. E proprio in questa ottica di sport, piuttosto che correre sempre di più, a mio parere è meglio dedicarsi al multisport.

Comunque sia, aumentando la distanza, aumenta anche la probabilità di infortunio. A me interessa dare il massimo, poter esprimere tutto il potenziale del mio organismo. Non mi interessa finire una maratona o una 100 km. Mi interessa di più fare un tempo da record (anche se da scamorza in termini assoluti!) sulla 10 km piuttosto che finire una maratona per “sentirmi un eroe”. Mi interessa una prestazione tarata sull’aspetto salutistico (vedi “Corri, ma che età fisica hai?“) e dare il tutto di me stesso per questo obbiettivo. Non mi va assolutamente di barare. Preferisco di gran lunga essere un runner mediocre sulla 10 km, ma capace di esprimere tutto me stesso, anziché fare maratone e ultramaratone per apparire un eroe agli occhi di chi non se ne intende, magari perché non c’è concorrenza come su distanze più brevi.

Poi boh, onestamente chi dovrei invidiare? Se parliamo di un Kipchoge, la mia è totale ammirazione. Da lui, ho solo da imparare! Se invece prendiamo molti amatori, essi corrono al confronto più lenti di un tapascione come me. Il motivo di questo è presto detto. L’amatore che punta sulla maratona non è geneticamente portato alle lunghe distanze. Pertanto, si abitua a correre di più, ma si disabitua a correre “veloce”. Ne viene fuori che, sulla 10 km, ha una prestazione scadente! Io preferisco ammettere i miei limiti e cercare di andare “veloce” (per i livelli di un amatore) sulla 10 km. Il passeggiare in maratona non mi interessa. Quanti amatori maratoneti o ultramaratoneti che si fissano su queste tipologie di distanze arrivano al termine di una 10 km tutto tirato con un fiatone che fa crollare a terra? Non importa il tempo, perché non è questo lo scopo, bensì dare il massimo. Si vede tanta gente che termina la maratona e, se finiscono crollando, è perché si sono scontrati con il “muro”, non di certo perché hanno dato il massimo! I veri maratoneti sono solo i professionisti (e c’è chi li evita a lungo arrivandoci molto gradualmente!) e solo una parte ridotta degli amatori. Accettiamolo e godiamoci la corsa senza fare i finti eroi o gli imbecilli che sono disposti a perdere il sonno o a infortunarsi pur di correre la maratona.

Amore per la natura?

Non regge nemmeno la scusa di chi dice di correre ecomaratone e trail running per amore della natura. Uno che ama la natura veramente si ferma e osserva. L’amore necessità di conoscenza e per conoscere bisogna anche osservare. Quindi, se uno passa veloce correndo, che cosa osserva? Se amo la natura, piuttosto cammino e mi fermo a osservare tutti i piccoli dettagli, come farei in una giornata di gita in montagna. Fra l’altro, il trail running, per quanto affascinante, vi predispone di più agli infortuni e una caduta può essere molto rovinosa. Per alcuni è tutto normale, fa parte del gioco ma, pur stimando Kilian Jornet per le sue eccezionali doti, non la prenderei così alla leggera. Non saranno d’accordo tutti quelli che, magari per emulazione, vengono attratti dal trail running, eppure sanno che è la verità. Troppa gente ignora pilatescamente i rischi del trail running, trovando normale scivolare con il sedere per aria su sassi e sentieri che possono nascondere delle insidie. A tutto questo, aggiungiamo che alcuni fanno trail running di notte con la frontale e, francamente, non li trovo degli eroi, bensì degli stupidi che non si rendono conto dei rischi (o magari li conoscono benissimo, ma ne diventano ciechi per drogarsi di adrenalina). Dico sempre che bisogna credere nelle potenzialità del corpo umano, ma c’è modo e modo. Come direbbe Keating, assaporare il midollo della vita non significa che ti devi strozzare con l’osso!

Il senso del rispetto

Una delle ultramaratone più dure al mondo è il Badwater Ultramarathon. 217 km nella Valle della Morte con temperature che raggiungono i 54 °C! Qual è il senso di queste imprese? Il rispetto. Quindi, non è vero che nessuno può correre le ultramaratone. Quello che però tanta gente non comprende è che bisogna essere predisposti a correre gare così rischiose ed estreme, e avere anche una mente equilibrata. Non a caso, alla Badwater Ultramarathon partecipano solo degli atleti selezionati, che vengono costantemente seguiti e rinfrescati. Ciò dimostra che l’umanità può progredire e realizzare qualcosa che sembrava impossibile (vedi anche lo sbarco sulla Luna!). Ma chi è equilibrato sa che deve rispettare la natura e non avere la pretesa di ergersi ad eroe, oltre ad essere ben allenato (con km e km nelle gambe) e geneticamente predisposto. Chi fa queste gare estreme sa che corre dei rischi e non dà per scontato che andrà tutto bene. C’è una profonda differenza tra questi atleti e chi si presenta alla maratona di New York in sovrappeso con la maglietta che dice “vai forte o vai a casa”. Nel primo caso, parliamo di persone consapevoli dei propri limiti e dei rischi, che sanno quello che fanno e hanno notevole esperienza, ma sanno anche che potrebbe andare male. È una loro responsabilità. Nel secondo caso, la scena è decisamente fantozziana…

L’ho spiegato anche nell’articolo su Kipchoge. Sono il primo a dire che non bisogna dare un eccessivo peso a chi dice (spesso i medici) che l’uomo non è fatto per questo, quello e via dicendo. Sostengo che l’uomo abbia delle eccezionali doti, di cui tante volte non è nemmeno consapevole. Tuttavia, ci vuole criterio per impegnarsi in una sfida. Accettare una sfida non vuol dire che bisogna andare allo sbando e come degli incoscienti!

Chris McCandless e i suoi emulatori sbandati
Prestazione sportiva e motivazione