Crea sito

Quanto alcol possiamo bere nella dieta?

Uno dei punti cardine di questo sito è che è la dose che fa il veleno. Dunque, non esistono cibi cattivi e cibi buoni. Tutto può essere consumato, purché non superi il limite di eccesso. Ad esempio, i grassi saturi non fanno male, bensì sono utili, ma un loro eccesso fa male perché correlato con un introito calorico eccessivo che dunque porta al sovrappeso. Ecco, lo stesso ragionamento si applica all’alcol. Il concetto è ben chiaro se consideriamo che il nostro organismo contiene naturalmente un quantitativo di alcol etilico (o puro). Allora perché gli alcolici sono così a rischio? Semplicemente perché bere 125 ml di vino aumenta la quantità di alcol nell’organismo di 10 volte in più rispetto ai normali livelli fisiologici. È ovvio che ogni eccesso sovraccarichi l’organismo. Per fare un paragone con il cibo, nessuno direbbe che mangiare due pizze al giorno sia salutare, ma ogni tanto sgarrare con una buona pizza ci sta senza scomodare improbabili effetti benefici. Per gli alcolici è la stessa cosa, solo che è molto facile superare i limiti di tolleranza!

I (veri) limiti tollerabili

Esistono diverse linee guida e ogni paese tende a fare come pare, in modo spesso ambiguo. Il classico limite di 2-3 unità alcoliche (UA) non fa chiarezza, perché tenendo a 12 g una unità alcolica vuol dire che il limite va da 24 g di alcol puro a 36 g. Cioè una differenza notevole, pari a circa 33 cl di birra al 5% di gradazione. E per le donne si va da 1 unità alcolica a 2, quindi sempre una forbice troppo ampia e su cui è impossibile capire come gestirsi. D’altronde, limiti così aleatori servono anche per salvaguardare il mercato del vino, che da noi in Italia è molto redditizio. Se si proponessero limiti più restrittivi, le aziende vinicole guadagnerebbero molto meno. Con limiti così ampi, chi è meno propenso a bere è ok, ma anche chi beve di più (e troppo) viene salvato. Esistono paesi che addirittura propongono 40 g di alcol puro al giorno (vedi l’Estonia, e “solo” la metà per le donne), mentre ad esempio il Regno Unito propone 16 g al giorno per uomini e donne e l’unità alcolica è di 8 g (quindi il limite è di 2 UA in misura britannica). Come potete notare, ogni paese tende a fare come piace. Per l’OMS, 1 unità alcolica corrisponde a 10 g.

Si dovrebbe evitare di eccedere con gli alcolici anche per un discorso di calorie in eccesso, poiché l’etanolo non è un vero nutriente al contrario di grassi, carboidrati e proteine, apportando però 7 kcal/g. Per intenderci, non esiste la “pancia da birra”, è semplicemente che bere troppo ha fatto ingrassare per un surplus calorico! Il discorso sulle calorie non c’entra direttamente con l’alcol etilico. È un mero fattore di eccesso, al pari di quando si dice di limitare le bibite come la Coca Cola o i succhi di frutta.

Se vogliamo avere un VERO consumo moderato, i limiti devono essere di 20 g al giorno per gli uomini e 10 g al giorno per le donne. Sto parlando dei limiti massimi consentiti, quindi NON sono le dosi raccomandate! Se siete astemi o bevete in rare occasioni, continuate pure così… meno è meglio! Ovviamente, per le donne in gravidanza o allattamento e i minorenni la dose limite è sempre ZERO! Bisogna poi tenere a mente che le donne sono mediamente più basse e magre. E non solo, hanno anche più massa grassa per costituzione, un fegato più piccolo (vedi l’articolo sul fegato) e meno liquidi per diluire l’alcol. Ciò comporta che le donne sono più sensibili all’ubriachezza e si intossicano più facilmente. Ecco perché, per le donne, i limiti sono dimezzati rispetto ai 20 g per tutti dell’OMS (oltre al discorso sul tumore al seno spiegato nell’articolo sull’alcolismo e il binge drinking).

Per chi ama il vino o la birra, la soluzione più adatta è l’astinenza intermittente, già presente in varie direttive ufficiali, ma bisogna capire come fare e lo vedremo in seguito. A chi contesta dei limiti così bassi, faccio notare che i Paesi Bassi propongono 10 g/die sia per gli uomini che per le donne. Vuol dire che maschi e femmine, indipendentemente dal sesso, al massimo possono concedersi 1 l di birra (5%) per due volte a settimana. Se ragioniamo che “meno è meglio”, gli olandesi non hanno torto. Certo, nei Paesi Bassi il problema dell’alcolismo è serio e combattuto come nel Regno Unito o in Svezia, ma questo fa comunque capire che i miei limiti non sono affatto i più restrittivi. Sono sostanzialmente 3 i motivi dei limiti che ho dato:

– rischio salutistico;
– eccesso calorico;
– attività sportiva.

Ah, ricordiamocelo sempre: gli effetti dell’alcol si aggravano tanto più non si segue un buon stile di vita e si aumenta ulteriormente il consumo. Il fumo, poi, che già di per sé è dannosissimo, con l’alcol diventa ancora peggio. Quindi, i limiti valgono solo se lo stile di vita globale è corretto. È importante sapere questa cosa, perché di base chi fa sport seriamente e segue uno stile di vita corretto, se non è astemio, sa bere entro i limiti tollerabili. Chi invece ha problemi con l’alcol è, spesso, un soggetto sedentario e in sovrappeso o fumatore. Non negatelo, e lo dico da appassionato della birra, la realtà è questa. Se non seguite uno stile di vita corretto, tutto il discorso dell’articolo viene a cadere.

Cosa vuol dire basso rischio?

Per tutto il discorso sui danni dell’alcol, vi rimando all’articolo sull’alcolismo e il binge drinking. Ve ne invito caldamente la lettura per comprendere anche il discorso sulla cancerogenicità dell’alcol, che non è banale e va identificato correttamente. In questo articolo, invece, mi preme sottolineare che la maggior parte della popolazione ha un cattivo stile di vita, è in sovrappeso e sedentaria, e IN PIÙ beve non per forza troppo. Chi beve sottopone sempre l’organismo a un sovraccarico. Nella vita quotidiana, siamo sottoposti  a tanti rischi e il sole stesso è cancerogeno. Lo smog e l’inquinamento, ad esempio, fanno più morti dell’alcol (e l’Italia detiene la maglia nera in Europa, con circa 45 mila morti nel 2016). Pertanto, quello che conta è quantificare il sovraccarico dell’alcol. Un soggetto sportivo, avendo un fisico allenato, magro e resistente, riesce a sopportare questo sovraccarico, a patto che si rimanga entro i limiti di consumo. Se avete 50 anni e avete già dei “piccoli” acciacchi dopo anni di sedentarietà, l’alcol sicuramente aggraverà il vostro stato di salute perché siete già conciati male. Ma se siete sani e sportivi e seguite un corretto stile di vita, allora ci può stare, dando sempre per scontato che l’astemio non dev’essere mai incoraggiato a iniziare a bere. Lo ripeto nuovamente: i limiti proposti NON sono quelli raccomandati, bensì quelli massimi che possiamo tollerare se (e solo se!) seguiamo già un corretto stile di vita.

Se non seguite un corretto stile di vita, che preveda lo sport, l’alcol vi farà sempre male!

Al contrario, seguendo uno stile di vita sano, con regolare sport, l’alcol (entro i vincoli) non è a rischio zero, ma tollerabile.

A quanto corrispondono?

1 drink (10 g, la misura dell’OMS) corrisponde all’incirca a una delle seguenti quantità:

250 ml di birra al 5%;
100 ml di vino (12%);
35 ml di superalcolico (38%).

I limiti stabiliti significano che il vero problema si ha consumando troppo di frequente gli alcolici, del tipo sia a pranzo che a cena o tutti i giorni. Se vi piacciono gli alcolici, è meglio uno sgarro ogni tanto anziché bere il bicchiere di vino a ogni pasto come se fosse acqua. Non direi mai che è giusto farlo ma, sì, ubriacarsi una volta ogni tanto è meglio che bere “poco” ma tutti i giorni!

Alcol e benefici?

Il vino o la birra di per sé può anche far bene come tanti altri alimenti con le rispettive proprietà, ma è l’alcol etilico a essere tossico. E il quantitativo di alcol etilico rende gli alcolici molto problematici, vanificando gli eventuali effetti positivi. Certo, se parliamo di alcune opere d’arte come le birre tedesche non filtrate o di un vino gourmet, parliamo di bevande buone e gustose quanto vuoi, ma l’alcol etilico è e rimane tossico, punto. D’altro canto, la formazione di alcol etilico per diverse bevande alcoliche è cruciale ed eliminarlo non avrebbe senso. Quindi? Quindi, piuttosto preferite alcolici a bassa gradazione, vedi la birra, e rispettate il limiti tollerabili, senza però illudervi che l’alcol possa fare bene all’organismo perché non è così. Potete avere tutti i polifenoli che volete, ma poi l’alcol etilico rovina tutti i benefici. Diciamo che, nel miglior scenario, un consumo “moderato” di alcolici non peggiora la qualità della vita. Gli studi che vi propinano su prevenzione delle malattie cardiovascolari e riduzione della mortalità sono farlocchi e basati sempre e pedissequamente sulla confusione tra correlazione e causa-effetto. È ovvio che, se non eccedo con gli alcolici, campo di più rispetto a chi eccede. Non è quindi bere birra o vino che aumenta la mia aspettativa di vita, ma la mia aspettativa di vita aumenta perché non eccedo… è un concetto ben diverso! Mi rendo conto che questo ridimensionamento dei presunti benefici degli alcolici, specie in Italia con il caso eclatante del vino, farebbe drasticamente calare le vendite. Quindi meglio continuare a raccontare bugie e dire che un consumo “moderato” di alcolici (vino?) fa campare di più. Ma se fosse vero che il vino protegge il cuore, allora perché non viene somministrato ufficialmente come cura per i cardiopatici? Ecco, ci siamo intesi. Altri studi fanno notare che chi è già cagionevole di salute, ma non per l’alcol, deve comunque smettere di bere o ridurre. Il discorso è sempre il medesimo: lo stile di vita. Se con sovrappeso, sedentarietà e fumo mi sono già giocato la salute, è chiaro che non è tanto il bicchiere di vino che mi fa male, ma tutto il resto! Riassunto del concetto: al più, un consumo “moderato” di alcolici non ci fa del male, che è una cosa diversa rispetto a chi millanta i benefici del bere vino o birra! Non c’è nessun beneficio nel bere alcolici, anzi, è vero che un eccesso provoca gravissimi danni.

In rete si trovano delle vere e proprie bufale. Addirittura si trovano siti in cui si dice che 3-4 bicchieri di vino al giorno fanno bene al cuore. Chissà perché, poi, nel nome del sito c’è sempre una qualche dicitura che incoraggia il consumo o la vendita di vino o birra. Molti di questi siti si riallacciano a linee guida, ormai smentite, che risalgono a 40 anni fa, cioè a quando ancora c’era il “boom” della dieta mediterranea e del vino rosso che fa buon sangue e altre sciocchezze. Altri invece sono proprio in malafede e negano un serio problema di abuso da alcol. Gira anche uno studio dove le donne over 50 nutrono benefici cardiovascolari per 5 drink a settimana. Stiamo sempre parlando di bufale. Il beneficio non è dovuto ai 5 drink, ma al fatto che 5 drink a settimana sono un quantitativo abbastanza basso di alcolici. Gli alcolici sono un piacere che ci possiamo concedere e va bene. Ma parlare di benefici, ideando persino delle ricerche farsa, è ridicolo e scorretto. Un alcolico dovrebbe essere apprezzato per il gusto e per la ricerca degli ingredienti… i discorsi sui benefici lasciamoli pure stare!

Riassumendo, i benefici dell’alcol non derivano affatto dall’alcol. I benefici si hanno in persone che sono già in salute perché sportive e con uno stile di vita corretto. Pertanto, questi soggetti possono continuare a bere alcolici (sempre secondo i vincoli!). Chi invece ha un cattivo stile di vita deve per forza smettere di bere perché l’alcol indubbiamente gli fa male e perché magari deve assumere dei farmaci, ha patologie e muore prima. Chi sta bene ed è in salute, con un corretto stile di vita, non smette di bere perché non ha motivo per farlo e continua fino a tarda età. Sta bene non perché il buon vino gli fa buon sangue: sta bene perché fa sport ed è magro!

Alcol e sport

La passione per il salutismo e il fitness degli ultimi anni ha comportato anche dei dubbi su alcol e sport. Come agisce e influisce l’alcol nello sport? Alcol e sport sono un binomio possibile? Dato che è un argomento molto sentito e discusso, ho scritto un articolo a parte dove chiarisco bene le cose. Qui dico solo una cosa. Se noi ci caliamo in una vera mentalità sportiva e abbiamo a cuore la nostra salute, l’alcol viene automaticamente limitato. Chi si dedica un po’ troppo al vinello durante i pasti, anche “solo” mezzo litro, tendenzialmente non darà la giusta priorità allo sport. Le prestazioni non saranno ottimali, con ricadute sui benefici.

Gestire gli alcolici nella dieta

Veniamo finalmente al dunque. Premetto che la mia strategia non si basa assolutamente sui limiti del codice della strada. La mia opinione infatti è: o si beve o si guida! I limiti del codice della strada li trovo ridicoli in questo senso, senza logica, ma facciamo le cose con calma e mi spiegherò meglio dopo a riguardo.

Quanti grammi di alcol?

Partiamo da qui, da questo discorso, senza il quale non è possibile capire il resto. Per sapere quanti grammi possiede un alcolico, bisogna calcolarne la percentuale in liquido e poi moltiplicarlo per 0.8 g/ml (fate attenzione alle unità di misura!), che è il peso specifico dell’alcol etilico. Quindi, 40 ml di whisky al 40% di gradazione hanno 40×0.4×0.8 = 12.8 g di alcol puro. 500 ml di birra al 5% di gradazione hanno 20 g di alcol puro. Una lattina da 330 ml di Guinness (4.2%) ha 11 g di alcol puro, mentre un bicchiere di vino di 125 ml al 12% di gradazione ha 12 g di alcol puro. Se volete un calcolo alternativo, usate l’unità di misura in litri è moltiplicate per il grado alcolico e poi per 8. Cioè, per il whisky di prima, 0.04x8x40 = 12.8 g di alcol puro. Cambia l’unità di misura, non il risultato finale!

Gli amanti del vino e della birra

Cosa fare se si ama particolarmente la birra o il vino? Per questo tipo di soggetti, sforare dai limiti giornalieri può essere comune. Nella pratica quotidiana, succede infatti che o non si beve o si beve troppo. Chi non ama gli alcolici, non berrà e stop. Per contro, gli amanti ad esempio della birra artigianale non potranno di certo limitarsi a così poco e vorranno fare più degustazioni. Per gli amanti VERI degli alcolici, ecco le tre regole a cui attenersi:

1) rimanere astemi per almeno 2 giorni a settimana, ma idealmente meglio per 3 giorni;
2) evitare il binge drinking;
3) bere a sufficiente distanza da un allenamento (mai prima o subito dopo).

Considerando che, in termini di corretto stile di vita, dovrete allenarvi con una certa frequenza, il mio consiglio è di bere alcolici per 2-3 volte a settimana, non di più (praticamente, sono i giorni di riposo).

In base a queste tre regole, potete gestire il consumo di alcolici in modo tale da non superare i 20 g al giorno. Questa è la soluzione migliore che ci sia per gustarsi senza troppi patemi gli alcolici o degli sgarri. Chi è astemio rimarrà tale e non deve per forza bere, anzi, sarebbe una grave bugia dirgli di assumere ad esempio il vino perché protegge il cuore. Chi è invece amante degli alcolici si gestirà bevendo di più alla singola occasione, ma non tutti i giorni. Certo, non arrivate a bere tutto in una volta, tipo 2 bottiglie di vino (quasi 140 g). L’intossicazione acuta è grave e va assolutamente evitata. Ognuno ripartisce come vuole e in base al suo metabolismo. I livelli del binge drinking sono elevati apposta per identificare un comportamento deviato. Le possibilità per gestirsi sono svariate. Di per sé, non è neanche vietato mischiare alcolici, ma è ovvio che mischiando è più facile eccedere.

La mia si chiama astinenza intermittente. Non è una novità, come detto in precedenza, ma è bene chiarire come funziona per non capire tutto male. L’astinenza intermittente non deve assolutamente spingere un astemio a iniziare a bere, ma serve per permettere agli amanti degli alcolici di gestirsi senza eccedere. E come già detto, se non ci sono altri fattori di rischio, bevendo in questo modo la salute non viene danneggiata, ma non è vero che birra e vino hanno proprietà che allungano la vita!

È severamente vietato bere alcolici prima di fare attività ad alta concentrazione fisica o mentale. Intendo oltre al divieto assoluto per le donne in gravidanza o allattamento e i minorenni. Il motivo è di pura intelligenza e buon senso. L’alcol altera, anche soggettivamente, la coordinazione e i riflessi, quindi mai bere prima di lavorare, fare sport o mettersi alla guida. O sgarriamo o guidiamo! Naturalmente, ma lo dovreste già sapere anche qui, non si deve mai bere alcolici a stomaco vuoto o a digiuno. Il consumo di alcolici deve sempre restare in prossimità di un pasto. Ricordatevi che l’alcol, a digiuno, non fa solo ubriacare di più, ma provoca anche l’ipoglicemia. E credo che non ci sia nemmeno da precisare che non bisogna mai mischiare alcol e farmaci.

Consigli per i birrofili

Per chi ama la birra, l’abbinamento ideale, anche a causa delle secrezioni biliari dovute alla bevanda, a mio parere è con carne, pesce, hamburger o formaggio. Ad ogni modo un alimento proteico in generale, meglio se proteico-grasso in modo da avere anche la sazietà dei grassi. Personalmente mi farei una bella Guinness con un trancio bello grasso di salmone, oppure una weizen non filtrata con dei formaggi a pasta un po’ morbida (Taleggio, Gorgonzola ecc) e una fiorentina. Ma sono solo idee personali, e nulla vieta di poter fare i vostri abbinamenti!

Vedi anche l’articolo “Birra artigianale o industriale? Una sincera opinione!

Le calorie degli alcolici

Con il mio metodo, l’amante del vino o della birra farà rientrare molto facilmente le calorie assunte con gli alcolici. Una “media” al 5% di gradazione ha circa 200 kcal. Vuol dire 40 kcal/100 ml, ma si sale a 60 kcal o più se si parla di birre ad alta gradazione che, se magari sono artigianali, hanno anche più carboidrati. Per il vino va peggio, ma perché aumenta la quantità dell’alcol etilico che comunque può depositarsi in grasso se in eccesso (*). La quota zuccherina del vino è irrilevante, a meno che non si parli di vini appositi molto dolci. Siamo intorno alle 70 kcal/100 ml. Il disastro è per i superalcolici e soprattutto per i cocktail, perché è catastrofica la quota zuccherina, che nella birra è minima (2.5 g di carboidrati per 100 ml di birra a normale gradazione). Ci sono alcuni cocktail che sono delle vere e proprie bombe caloriche, ad esempio ben 350 kcal per 200 ml. E praticamente tutti di zucchero e alcol! Come potete notare, sia in termini di gradazione sia in termini di calorie vincono sempre gli alcolici a bassa gradazione! Quelle degli alcolici sono calorie da conteggiare nella dieta ma, se uno fa sport regolarmente, le giornate di astensione servono anche a rientrare nel fabbisogno calorico. Non bisogna dimenticare che il consumo alcolico rimane uno sgarro anche dal punto di vista dietetico e pertanto va mediato come tale. Ma gli sgarri, lo sappiamo, incidono se si verificano quotidianamente. 2, 3, anche 4 volte a settimana si può bere gestendosi come ho spiegato, mentre tutti i giorni, ecco, allora sì che diventa critico. Le calorie degli alcolici non sono calorie aggratis. Diffidate dei cialtroni che vi dicono che le calorie dell’alcol non vengono assimilate! Se però rispettiamo i vincoli tollerabili, possiamo mediare senza problemi gli eccessi. Come al solito, è l’abuso che si deve evitare. E come sempre, è il sedentario ad avere un fabbisogno calorico così basso per cui non è in grado di mediare gli eccessi. Possiamo gustarci un buon alcolico anche con una certa frequenza, ma è anche molto facile esagerare perché spesso il contesto (discoteca, serata con amici) o la mente (tendenza al binge) non ci fa accorgere che i bicchieri di vino iniziano a essere troppi. Tutto questo vale se gli alcolici non sono la causa del sovrappeso, cosa non scontata perché c’è sempre il rischio di aggiungere calorie oltre a quelle del fabbisogno calorico (gli alcolici non saziano come i cibi solidi). Vero che uno sgarro è irrilevante in termini dietetici, ma se faticate a mantenere il peso vuol dire che state bevendo troppo. Questa situazione è tipica quando mangiamo troppo spesso fuori e aggiungiamo gli alcolici a un pasto già molto calorico. Inevitabilmente, tutto ciò si trasforma in eccesso perché, magari, si è sedentari e l’organismo non sa mediare. Sgarrare non vuol dire mangiare e bere alcolici senza ritegno!

* I meccanismi sono abbastanza complessi. In estrema sintesi, l’alcol è una forma molto efficiente di energia, che porta l’organismo a risparmiare le altre fonti. Nonostante l’apporto energetico, l’etanolo non ha alcuna funzione utile per l’attività fisica. La dispersione dell’etanolo interessa solo il 5-15% e le dispersioni maggiori si hanno con gli alcolisti (che in effetti sono magri, ma anche cronicamente intossicati!). Morale della favola: ogni surplus si trasforma in grasso, motivo per cui è importante essere moderati.

Per quanto riguarda le birre, bisogna stare attenti a quelle artigianali. Spesso, il gusto è arricchito con ingredienti zuccherini, come ad esempio lo sciroppo. Quindi, sono birre più caloriche. Non vale per tutte le birre artigianali, ma è una moda che si sta diffondendo. Leggete gli ingredienti per sapere se ci sono ingredienti zuccherini. Personalmente, questo “arricchimento” non mi piace, ma ne ho discusso meglio nell’articolo sulla birra artigianale.

Il “paradosso dell’alcol”

Esistono degli studi dove viene rilevato che gli alcolici non fanno aumentare di peso. Questi studi sono raggruppati in quello che viene definito come “paradosso dell’alcol”. In questi studi, il surplus di calorie degli alcolici non sembra apportare alcun aumento di peso nei campioni di popolazione esaminati. La termogenesi indotta dall’etanolo non spiega il fenomeno, poiché corrisponde a non più del 5-10%. Resta l’ipotesi del MEOS (Microsomal Ethanol Oxidising System), che genera calore, ma in un bevitore moderato rappresenta il 10-20%. Tale quota è insufficiente per giustificare la mancanza di aumento del peso. Il MEOS “pareggia” le calorie dell’etanolo solo negli alcolisti, poiché assumono molto alcol! Quale sarebbe la spiegazione, dunque? Non c’è nessun paradosso, perché si parla di soggetti con un consumo di alcolici occasionale o moderato. Quindi, non c’è modo di provocare un aumento di peso con lo sgarro alcolico. Se si seguono le mie indicazioni, in un contesto di corretto stile di vita, il risultato è lo stesso di queste ricerche. Ma allora questo ragionamento è del tutto paragonabile allo sgarro alimentare, né più né meno. Non c’è una continuità nello sgarro e, se si fa sport, ogni sgarro viene sempre mediato perché il fabbisogno calorico è già alto. Il problema degli alcolici è… l’alcol etilico! Se invece prendiamo una donna sedentaria con un fabbisogno calorico da 1400 kcal, allora probabilmente gli alcolici provocheranno un aumento di peso. Ovvio, si dirà. Negli studi sul paradosso dell’alcol, si parla del 10% di calorie provenienti dall’alcol etilico. Il 10% delle calorie, se vi fate due conti, vorrebbe dire che si sta già bevendo troppo! In un consumo occasionale ed equilibrato, è difficile che gli alcolici facciano mettere peso. Il paradosso, quindi, non è un paradosso! Poi, non sono un ricercatore e non posso dimostrarlo con uno studio. Ma questi sono i casi in cui è sufficiente il buon senso. Le calorie dall’alcol vanno conteggiate. Non esiste che le calorie vengano tolte “gratuitamente”, perché sarebbe contro le leggi della fisica. Solo che, in un consumo occasionale ed entro i limiti consentiti, non è in grado di provocare un concreto aumento di peso, a maggior ragione se uno è sportivo e ha già un fabbisogno calorico elevato. Certo, se uno si beve troppi piña colada, che è più zucchero che alcol, ingrasserà per forza.

Limiti da ipocrisia del governo

La soluzione che ho dato per bere gli alcolici è piuttosto flessibile e ognuno può fare come crede e come si trova meglio. Si tratta solo di permettere a ognuno di trovare la sua personale quadratura per rispettare i vincoli (a patto di non ubriacarsi e di non sfociare nel binge drinking). E questo è importante. Si basa su una statistica di studi effettuati. I limiti del codice della strada non valgono, perché secondo me o si beve e non si guida o viceversa. Non si può concedere di bere “poco” cercando di avere la moglie ubriaca e la botte piena! La pubblicità della Heineken (marca che nemmeno mi piace) con Jackie Stewart in questo senso fa buona educazione, ma è solo una mosca bianca. Troppa gente parla di “consumo moderato”, “aumento del rischio di x cancro” ecc, però poi nessuno sa dare delle quantità e nessuno chiarisce mai cosa si intende per consumo moderato. Il perché è intuibile. Da un lato, non si può dire che l’alcol è come mangiare verdura, che fa bene e fa ringiovanire. Ma dall’altro non si può nemmeno dire esplicitamente che si può bere pochissimo, cosa che rovinerebbe tutto il business che ruota intorno agli alcolici. Quindi si deve mettere toppe qua e là e comportarsi da ipocriti, mettendo in guardia sul consumo di alcol ma proponendo tutto in modo tale che sia abbia l’illusione che si può davvero bere liberamente, cosa che invece non è! E certo, mi pare ovvio. Altrimenti chi uscirebbe al sabato sera spendendo soldi? Quindi meglio dire le cose a metà, dare direttive fasulle, convincere la gente che l’alcol fa male ma dare lo stesso delle dosi fin troppo ambigue per cui poi uno esce di casa al sabato sera e spende. Ipocrisia pura! Io personalmente preferisco non cercare di salvare capre e cavoli . Preferisco dire che si può sgarrare ogni tanto, senza ubriacarsi, e non mettersi alla guida piuttosto che dire che si può bere, sì, ma “poco”. E quel “poco”, alla fine, tanto vale che sia zero. I limiti del codice della strada sono assurdi e soggetti a fin troppe variabili. Stomaco pieno, stomaco vuoto, o ancora stomaco mezzo pieno, o stomaco poco pieno, sangue più denso o meno denso? Per chi mastica un po’ di chimica e medicina, sono dati rilevanti e che spesso variano davvero parecchio ai controlli. Donne, uomini, anziani, obesi o magri? In pratica, bisogna fare conti troppo complicati per capire se ci si può mettere alla guida o no. E che senso ha? Stare a fare i conti tra bicchiere, mezzo bicchiere, boccale, boccale piccolo, a stomaco vuoto o pieno o mezzo pieno… ecco, tutto questo sfocia nel ridicolo, perché non si ha il coraggio di dire la verità e si vuole lo stesso beneficiare del business. D’altronde in Italia siamo abituati a usare la macchina anche per mezzo chilometro, quindi mica puoi dire che è meglio se al sabato sera torni in taxi o con le gambe (sempre se ti reggi in piedi!). Ridicola anche la discriminazione tra neopatentati e non, visto che poi, alcol o non alcol, i killer della strada girano sempre. Bisogna capire che l’alcol è uno sgarro e quindi, come tale, la scelta è quella di bere o guidare, non di bere “poco” per mettersi alla guida. Le persone veramente intelligenti fanno così e non escono con “amici” che si ubriacano al sabato sera!

Demenza e pseudo-demenza depressiva

La demenza senile è una grossa piaga non solo a livello di costi sanitari, ma prima di tutto per il soggetto che n’è affetto e per i suoi cari. Ma vorrei chiarire una cosa. Malattie come l’Alzheimer e il Parkinson, tostissime e micidiali, terribili, non sono prerogativa della vecchiaia. Niente affatto! È un errore considerarle come malattie “inevitabili” della vecchiaia, perché altrimenti non verrebbero diagnosticate anche a persone più giovani. È invece vero che l’età senile, con il decadimento fisico, predispone di più all’Alzheimer e in generale a tutte le patologie basate sulla demenza. Capite quindi perché è importantissimo prevenire fin dalla giovinezza seguendo uno stile di vita corretto? Se contraiamo l’Alzheimer, purtroppo ci capita, ma è nostro dovere prevenire il più possibile. Il discorso è ben diverso rispetto a chi fuma o eccede con gli alcolici. Chi fuma ed eccede con gli alcolici è solo uno stupido che se le va a cercare, mentre chi contrae patologie di demenza è molto probabilmente predisposto geneticamente (ma lo stile di vita contrasta!).

Caratteristiche e forme di demenza

L’Alzheimer e il Parkinson sono le malattie di demenza più note, ma ne esistono svariate tipologie, con sfumature e sintomatologie differenti, con diverse aspettative di vita. In generale, possiamo raccogliere la demenza con le seguenti caratteristiche:

– afasia;
– bradicinesia (lentezza dei movimenti);
– umore depresso, ansioso, apatico o tendente al borderline;
– sonnolenza diurna;
– difficoltà nella memoria a breve termine;
– tremori;
– rigidità;
– difficoltà posturali;
– difficoltà a mantenere l’equilibrio (che porta a fratture ossee);
– bradilalia (lentezza e monotonia del linguaggio verbale).

Non c’è che una sola terapia per chi soffre di demenza: la cura infermieristica per sperare di prolungare il più possibile una condizione accettabile e quanto più dignitosa del soggetto. E quando questa condizione non potesse più essere mantenuta, a mio avviso è del tutto legittimo e di diritto il suicidio, ovviamente solo a patto che, prima, si è fatto tutto il possibile dal punto di vista medico per aiutare il malato.

Pseudo-demenza depressiva

La pseudo-demenza depressiva è una particolare patologia che ha molti sintomi in comune con la classica demenza. Spesso è confusa con l’Alzheimer, perché chi ne soffre ha sempre difficoltà nel linguaggio. Ma non si tratta di Alzheimer, è tutto un altro tipo di malattia. La differenza tra la pseudo-demenza depressiva e l’Alzheimer è che il malato di Alzheimer perde concretamente le proprietà di linguaggio, arrivando per così dire a inventarsi una sua lingua. Il malato di Alzheimer, cioè, direbbe “ponna” per “penna” o “niu” per “nero”. Nella pseudo-demenza depressiva, il sofferente in realtà comprende il linguaggio, ma si blocca. Sa dire “penna” o “nero”, ma non ci riesce, così come tende a non rispondere alle domande, a sentirsi spaesato. La base di questo comportamento è più di tipo depressivo che di demenza e, infatti, si parla di pseudo-demenza, cioè una demenza che maschera una condizione più specifica di depressione. I familiari e il soggetto spesso rimarcano i problemi fisici, non accorgendosi che è più un blocco mentale che una vera e propria incapacità fisica. Sono sicuro che questo comportamento, a uno stadio non patologico, è tipico di tanti vecchi che, finita la normale esistenza di studio, lavoro e famiglia, tirano i remi in barca e si fanno mantenere anche nelle azioni più quotidiane e semplici, giusto perché loro hanno dato e ora a loro è tutto dovuto: nessuna pietà per questi soggetti, nessun posto sull’autobus ceduto da parte mia! Tornando comunque alla pseudo-demenza depressiva, come detto da non confondere con la vera demenza, la terapia si basa sostanzialmente sull’assunzione di antidepressivi o stabilizzatori di umore, ovviamente con un’adeguata psicoterapia cognitivo-comportamentale.

Cosa si intende per prodotto locale?

La globalizzazione è un fenomeno importante degli ultimi decenni che ci ha permesso di scoprire meglio cosa c’è nel mondo, di allargare i nostri orizzonti con nuovi mezzi. Dall’altro lato, ci sono tante aziende che reclamano certificati di origine protetta, di originalità. Trattasi, spesso, di una vera e propria guerra di certificati più che di ricerca della qualità del prodotto. E questo l’ho notato soprattutto nei salumi. Basta andare a fare un giro al supermercato e notare quante bresaole DOP sono in bella presenza sui banconi. Peccato che queste bresaole contengano quasi sempre conservanti nocivi come i nitriti! E lo stesso vale per tantissimi salami localissimi calabresi e via discorrendo. A mio avviso, come nel discorso sulla stagionalità, si dovrebbe avere un punto di vista razionale ed equilibrato. Parlare di prodotti locali non vuol dire niente, se non si descrivono dei parametri. I prodotti locali sono quelli di origine del territorio? Ma allora dovremmo bandire i pomodori, che di certo non sono originari dell’Italia. Se dovessimo attenerci a questa definizione, potremmo mangiare pochissimi alimenti, perché il resto è stato importato dalle americhe o dall’Asia. Insomma, la definizione appena data non funziona. Per prodotto locale, ci si riferisce ad aziende totalmente italiane? Anche questa è una definizione che non regge. Basta prendere la pasta che mangiamo quotidianamente. Certo, la pastificazione avviene nei nostri genuini pastifici, ma è anche vero che il grano per produrre tutta la pasta che mangiamo non è sufficiente se dev’essere prodotto internamente. E, si sa, noi italiani ne mangiamo davvero tanta di pasta, me compreso che dopo un allenamento sono capace di sciropparmi anche 160 g di pasta alle vongole o con bottarga. In questo caso, non c’è che una soluzione: delegare la produzione di grano ad altre aziende estere che possano garantire la domanda richiesta, e di solito queste aziende sono americane per via del vasto territorio a loro disposizione. Ne viene fuori che, quando mangiamo la nostra buonissima pasta trafilata al bronzo, mangiamo sì una pasta prodotta da aziende italiane e in Italia, ma la materia prima proviene dall’estero e da aziende estere. Tutto questo è perfettamente normale, perché garantisce efficienza nella produzione in base a quello che la gente richiede. Non c’è assolutamente da fare allarmismi. A proposito di pasta e tanto per ribadire il concetto dell’articolo, l’usanza di cucinare la pasta secca ci è stata tramandata dagli arabi in Sicilia. Prima, si cucinava una pasta fresca, di origine romana, chiamata “lagana” e dalla forma simile alle odierne lasagne. La lagana veniva impastata con farina e lattuga, speziata e fritta. In quanti lo sapevano?

Equilibrio e paura dei prodotti stranieri

Come al solito, quello che bisogna fare è evitare l’abuso e gli eccessi. Perché il problema non è tanto il fatto che i cinesi ci soppiantino, quanto piuttosto ci dovremmo lamentare se il prodotto che arriva dalla Cina è scadente, è contraffatto (ma questo succede anche per i prodotti nazionali!) o sottoposto a sfruttamento (quindi si violano la legge e i diritti umani). Della carne che proviene dalla Francia o dall’Irlanda, non ho paura, perché so che i bovini che provengono da questi due paesi sono liberi di pascolare e mangiare in modo “naturale”. Così come non temo di certo il salmone norvegese, perché so che, anche quando è d’allevamento, il prodotto è di qualità e ricco di omega-3. Perché dovrei rinunciare a tutto questo? Con un occhio ovviamente al portafoglio e alla reale convenienza (non trovo sensato un salmone affumicato da 50 euro al kg che magari è anche povero di omega-3 rispetto a uno da 30 euro al kg), limitare la propria alimentazione ostinandosi a rincorrere l’ideale di “prodotto locale” non ha alcun senso, è fortemente penalizzante, oltre che soggetto a contraddizione quando si vuole definire che cosa dovrebbe essere il prodotto locale. L’importante è sempre fare una scelta consapevole, conoscendo realmente ciò di cui si sta parlando e si vuole mangiare. Una passata di pomodoro dalla Cina può anche essere più conveniente e di qualità rispetto a una passata nostrana, ma quello che conta è che siamo in grado di riconoscerlo oggettivamente, che siamo oggettivamente in grado di distinguere un prodotto di qualità da uno scadente o da uno mediocre. Al contrario, la passata di pomodoro dalla Cina potrà essere bandita se contiene ingredienti scadenti, come lo zucchero aggiunto (e succede) o ingiustificati esaltatori di sapidità per mascherare l’uso di pomodori di pessima qualità. È di quest’ultimo aspetto che dovremmo discutere (insieme alla convenienza), non di prodotto cinese contro prodotto italiano. Perché, come detto prima, anche noi italiani abbiamo i nostri localissimi prodotti che però fanno qualitativamente schifo: bresaola DOP della Valtellina con nitriti, salsiccia DOP della Toscana con metabisolfiti e nitrati… suvvia, non ditemi che non avete mai visto queste porcherie sui banchi del supermercato perché direste una bugia!

Sulla cucina tradizionale, tra dieta e storia

Insufficienti e ultima spiaggia

L’amore di coppia è l’idolo della nostra società per definizione. Film romantici e del genere “born romantic” spopolano, facendoci di fatto credere che una vita pienamente realizzata sia solamente con un partner. D’altronde fin da piccoli siamo condizionati con il mito del principe azzurro e della principessa. Particolarmente sensibili sono le donne, che fin da bambine sono indirizzate al ruolo di madre e moglie attraverso il gioco con le bambole. Tutto questo non fa altro che mietere un sacco di vittime in modo molto subdolo, forse più di quello che fanno, poiché si tratta di mente umana ed emotività, i comuni tumori. Il grande pericolo che provoca questo tipo di condizionamento è l’incapacità di essere indipendenti. Cosa si intende con questo? Siamo abituati a concepire l’insufficienza pensando ai classici “bamboccioni”, quindi sotto un aspetto materiale. Qui parliamo di un diverso tipo di “bamboccioni”, ovvero di coloro che hanno bisogno di una relazione sentimentale per andare avanti, per sentirsi pienamente appagati. Spesso ho sentito dire da questi soggetti che prima erano felici comunque, ma poi si scoprono frasi da rabbrividire come:

– “se perdessi il partner, non me lo perdonerei mai”;
– “senza di te, non vivo”;
– “sei tutta la mia vita, sei tutto ciò che desidero”.

Grandissime frasi ad effetto, ma un pericolosissimo boomerang esistenziale. Vuol dire che in realtà prima non si era affatto felici e ci si sta solo raccontando una bugia. Questo meccanismo diventa tanto più grave quanto più ci si avvicina a una fase di età più tarda e, anche qui, sono sempre le donne ad essere più sensibili. Perché un uomo single è visto semplicemente come uno scapolo, mentre una donna single è vista come una zitella. Ecco che allora, pur di non rimanere soli, si opta per la strategia dell’ultima spiaggia. Una volta, una ragazza sarda, studente universitaria, si trasferì in Inghilterra con il partner per allontanarsi da casa. Siccome nessuno di loro due aveva un oggetto d’amore vero e proprio, e dunque non sapevano realmente essere indipendenti dal punto di vista esistenziale, lei asserì che, siccome si sentiva sola e non aveva amici, voleva dei figli. No comment. Un altro episodio mi è capitato di recente, dove un’atea si è fidanzata con un religioso, non pensando a tutte le divergenze etiche. E se si hanno figli, come li si educa? Li si battezza? L’aborto è un crimine o no? Dio esiste o no? La frase “Io credo in Dio ma ognuno ha la sua individualità” che mi è stata riportata è del tutto priva di senso, letteralmente allucinante. Non vuol dire nulla, è solo una frase di nullo spessore razionale che ha il goffo tentativo di fare come gli struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia e sperano di non essere scoperti. Tutto questo avviene proprio perché si è incapaci di essere indipendenti, di reclamare la propria autonomia. Lei, con gli anni che passano inesorabilmente e quindi deve darsi da fare alla svelta, rinuncia ai suoi ideali o scende pilatescamente a compromessi per far funzionare la relazione. E dall’altra parte? Uno religioso che crede nel matrimonio, l’altra che bestemmia. Immaginare i figli in un contesto del genere causerebbe solo confusione. Ok, si decide di non avere figli per eliminare alla radice il problema? Va bene, ma rimane sempre il fatto che ognuno rinuncia a una parte importante di se stesso “pur di” avere un partner accanto. Si rinuncia alla propria libertà, a se stessi, a quello in cui crediamo, riadattando a uso e comodo la propria etica. A questo punto trattasi di un’etica piuttosto di cartapesta, che non vale nulla, o si ha un’etica solo in base alla persona con cui si vuole stare. So che a molti posso sembrare drastico nella descrizione degli scenari, ma chissà perché chi mi contesta è giusto alle prime fasi della relazione (che può anche essere di mesi o nel primo anno) e ancora si spera che magari l’altra persona cambi. Salvo rimanere delusi quando ciò non avviene. Il tutto causando pesanti drammi esistenziali.

Sarò sincero, questa insufficienza che ho appena descritto sembra, a quanto pare, un vero e proprio virus epidemico. È triste pensare che la gente, anziché imparare a camminare sulle proprie gambe non solo materialmente, basi la felicità “somma” esclusivamente sulla presenza di un partner. Ho visto tanta gente cadere in depressione, sfociare nell’autolesionismo, drogarsi e quanto di peggio a causa di questo micidiale virus. Eppure la “cura” è lì, così ovvia, ma così altrettanto snobbata. Si potrebbe avere il massimo della qualità della vita da soli piuttosto che farsi limitare nella propria individualità e nella propria libertà con un partner non del tutto compatibile, con punti di vista fortemente distanti. Il compromesso non è la soluzione e in amore non ci dovrebbe essere compromesso, non ci dovrebbe essere riadattamento. L’amore vero, sano, equilibrato, è quello che permette a ciascuno di esprimere pienamente se stessi e la propria libertà. O, nei casi estremi, diventa una patologia. Si dovrebbe prendere esempio da Robert Marchand. Con oltre 70 anni da vedovo e senza figli, a 105 anni ha realizzato un record dell’ora nel ciclismo nella sua categoria di età. Evidentemente, Marchand, dopo la perdita della moglie, non ha trovato un’altra donna a lui compatibile (o semplicemente era devoto alla moglie, ma il concetto non cambierebbe). Consapevole di ciò, è stato lo stesso capace di trascorrere una vita al 100%, da leggenda. Leggenda non tanto per i suoi record, ma per la sua globale capacità di amare la vita, cosa che non possiedono gli insufficienti descritti perché, quando non hanno il partner o lo perdono, crollano come crolla un edificio senza basi solide al primo soffio di vento forte.

Quasi sempre, non riesco a convincere l’interlocutore delle mie argomentazioni a riguardo di quanto trattato in questo articolo. E secondo me è un peccato, un vero peccato che ci fa perdere molto dalla vita. Ma non importa. Sarà sbagliato quel vecchio arrogante di orphaeusest, ma domani andrò ad allenarmi come al solito senza passeggiare con il walkman, integrandomi perfettamente con il clima e l’ambiente a me circostante, dando il massimo di me stesso anche se i tempi sono mediocri. Mi butterò nella sperimentazione di nuove ricette, perché amo il cibo e non temo di ingrassare al primo sgarro, facendo sport per mantenermi in salute. Guarderò una delle mie serie televisive come Law & Order o Doctor Who non solo per il piacere di vederle, ma per avere spunti per comprendere il mondo, andando ad approfondire le tematiche proposte. Parlerò di calcio con un mio amico che ho da più di dieci anni o leggerò qualche articolo scientifico e saprò di aver raggiunto un grande successo: la mia libertà. E in questa libertà, l’amore di coppia sarà una possibilità solo nel caso in cui troverò una donna a me realmente compatibile, senza farmi andare bene quella che più trovo simpatica, disposta e piacente a differenza di chi si muove il più in fretta possibile perché dietro la nuca ha una scadenza come quella del latte. Per questi ultimi, c’è solo una cosa da dire: amen.

Quando la prigione in coppia è una scelta

Il Giorno della Memoria, il suo valore e la sua eredità

Oggi, 27 gennaio 2017, è il cosiddetto Giorno della Memoria e ho voluto dedicarvi un articolo su questo argomento molto delicato. Il 27 gennaio del 1945, infatti, rappresenta la data in cui le truppe alleate sono arrivate nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, quello con la celebre frase “il lavoro rende liberi”. Una frase che sa di beffa, di inganno, nascondendo una orribile realtà a cui nemmeno molti tedeschi pensavano, opportunamente mascherata ai propri connazionali oltre che, ovviamente, al resto del mondo. Ma che valore ha per noi il Giorno della Memoria? È proprio su questo aspetto che vorrei fare chiarezza. In realtà, per noi italiani, secondo i regolamenti, non rappresenta soltanto il ricordo dei milioni di ebrei sterminati. No! Errore gravissimo! Secondo la legge n. 211 del 20 luglio 2000, la Giornata della Memoria rappresenta quanto segue:

 La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

Quindi non si parla solo di ebrei, ma in generale di tutti coloro che si sono opposti allo sterminio ebraico e hanno lottato o sono morti per la libertà della Nazione, coloro che hanno combattuto le leggi razziali e, dunque, il razzismo. Il nazifascismo non ha sterminato solo gli ebrei, ma anche oppositori politici, omosessuali, zingari. Si conta che almeno mezzo milione di zingari sono stati sterminati nei campi di concentramento, tra cui il pugile Johann Trollman. Si vorrebbe erroneamente pensare o far credere che il 27 gennaio è dedicato agli ebrei che sono morti a causa del nazifascismo, ma purtroppo quanto accaduto in quel periodo ha provocato la morte di tantissime “razze degeneri”. Questo è un valore della Giornata della Memoria che va decisamente ben oltre, un valore che ancora oggi ci tocca e che dovremmo ricordare pensando a quello che sta accadendo con il terrorismo, la Brexit, Trump presidente degli Stati Uniti e via discorrendo. Ed è un valore che viene purtroppo ancora dimenticato da tante persone. Non è infatti raro vedere schiere di neofascisti in giro per città come Verona o Ascoli, gente che si tatua addosso la svastica. Una volta, a Verona, in un raduno che all’epoca fu attribuito agli ultras dell’Hellas, furono disposte delle macchine a forma di svastica nazista. Non si sa se gli autori fossero davvero ultras dell’Hellas, ma una cosa è certa: gli autori sono degli idioti totali! Qualcuno di questi mentecatti protesta e accusa di ipocrisia dicendo che anche il comunismo ha sterminato milioni di persone. Ah, questo non si nega, ma

1) noi siamo italiani e ricordiamo quanto accaduti a noi italiani, e innegabilmente abbiamo patito il fascismo come dittatura e l’alleanza con la Germania nazista… e questo è!

2) il ribaltamento di fronte è infantile, perché sarebbe come se un omicida dicesse di un altro “ma anche lui ha rubato la merenda al suo compagno!”

Un crimine dev’essere giudicato per quello che è. Se tu hai ucciso una persona, hai ucciso una persona. Questo è e rimane e non puoi svignartela accusando un altro di aver fatto lo stesso! Le “ragioni” dei neofascisti e dei neonazisti non sono accettabili per questo motivo e di certo non lo saranno mai finché insulteranno gli ebrei o faranno il verso della scimmia contro un africano. Perché questo atteggiamento va contro al principio di libertà e rispetto, ed è incompatibile in una società moderna che non vuole ritornare indietro di oltre mezzo secolo.

Impegniamoci tutti quanti a comprendere questi valori e a trasmetterli ai propri figli per evitare che, soprattutto per quello che sta accadendo di recente, si verifichi ancora una volta quella beffa del “il lavoro rende liberi”.

Auschwitz-Birkenau

La guerra israelo-palestinese

Questo è un aspetto che mi sembra doveroso riportare. A me piace dire le cose come stanno senza moralismi o buonismi per cercare approvazione. Da un lato, dobbiamo lottare perché non si verifichi quello che è avvenuto all’epoca del fascismo e del nazismo. Dall’altro lato, però, è interessante notare come la vittima sia a sua volta diventata carnefice. So che può sembrare politicamente scorretto detto per altro proprio il 27 gennaio. Ma è così. Si è voluto dare una patria agli ebrei sparsi per il mondo, quelli della “diaspora”. Ma non si sono considerati gli effetti collaterali, ovvero la presenza su quello stesso territorio di un popolo che nel frattempo si è stanziato. Dunque, c’è un’altra grave eredità della Seconda Guerra Mondiale, del fascismo e del nazismo: la guerra israelo-palestinese. È difficile dire cosa fare in questi casi. Non sono un diplomatico e ritengo che non esista una sola soluzione giusta, ma occorre valutare cosa si vuole ottenere. Io non mi schiero né per gli israeliani né per i palestinesi, perché è evidente che tra di loro vogliano un po’ tutti ammazzarsi e ognuno trae alleanza da chi torna comodo. Ma la guerra israelo-palestinese è indubbiamente un’altra terribile conseguenza di quegli atti efferati, di negazione di libertà e di morte che hanno massacrato il mondo nella prima metà del novecento. Un pesante fardello di ulteriore morte e sofferenza che diventa davvero una patata bollente da tenere in mano per chi deve risolverlo. Voglio soltanto far notare che chi si schiera incondizionatamente con gli israeliani perché ha l’immagine dei lager sbaglia. Israele è un paese che ha gravi problemi di corruzione e dove il fanatismo ebraico porta al linciaggio degli omosessuali non meno di come fanno gli islamici.

Si dovrebbe precisare che Israele non è un popolo ebreo, ma un paese dove vivono diverse etnie e diverse religioni. E, che ci crediate o no, molti di loro vivono pacificamente e in armonia. Sono persone che non vogliono la guerra. Sono arabi ed ebrei che vogliono avere gli stessi diritti e visitare Gerusalemme. Questo spiega quanto sia intricata e complessa la situazione del Vicino Oriente. La corruzione del governo israeliano, il terrorismo e l’estremismo di ambo le parti, la decisione di Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme sono tutti episodi che alimentano il conflitto o gettano la benzina sul fuoco. A discapito di chi, invece, non vuole la guerra. Sì, tutto questo è l’eredità di un nazismo (o nazifascismo) che non è stata ancora del tutto debellata. Accanto a città liberali e progredite come Haifa, ci sono anche scenari di guerra e persecuzione. Ed esistono terroristi palestinesi, così come estremisti ebrei omofobi.

Lo spiego anche nell’articolo sulla Siria. Oggigiorno, le guerre mondiali si disputano su scenari diversi rispetto al novecento.

L’ipocrisia dei “vincitori”

Dei gulag russi ormai si sa e, infatti, anche gli odierni neonazisti tirano fuori la storia dei gulag in modo molto stupido per giustificare le loro ideologie da trogloditi. In pochi però sanno che anche gli americani avevano i loro campi di concentramento. In quei campi venivano rinchiusi gli italiani e i nippo-americani poiché ritenuti nemici del governo statunitense. Noi sappiamo che molti italiani hanno lottato, a fianco degli americani, per la liberazione dell’Europa dal nazifascismo, ma in realtà gli stessi americani rinchiudevano italiani e nippo-americani e si era sviluppato un fervido odio nei confronti di questi popoli. Molti campi di concentramento americani stavano in California e solo negli ultimi anni il governo statunitense, dopo lunghi e tortuosi accertamenti, è stato costretto a chiedere scusa, poiché la verità era diventata impossibile da negare o insabbiare. Sono gli stessi americani che poi hanno diretto il processo di Norimberga. Cosa vuol dire tutto questo? Che alla fine, paghiamo ancora le conseguenze di quella guerra. Quelli che ci hanno liberato dal nazifascismo sono stati i primi aguzzini, e sono gli stessi che, finita la guerra, segregavano i neri, molti dei quali che erano pur estati eroi in guerra. E gli stessi ebrei che venivano massacrati nei lager sono gli stessi che fanno la guerra contro i palestinesi. Quella della Seconda Guerra Mondiale è un’eredità che stiamo ancora vivendo. Continuiamo a ricordare quegli eventi ogni 27 gennaio, dicendo che è “per non dimenticare”, quando invece continuano a ripetersi quegli eventi, sia dagli uni che dagli altri. In realtà, non ci sono né vincitori né vinti. Ci sono solo vittime. Questo è il simbolo vero e proprio del “giorno della memoria”.

La storia è (purtroppo) fatta di genocidi

Noi sentiamo l’olocausto degli ebrei perché è quello che sentiamo storicamente più attuale. Il punto è che la storia umana è fatta di svariati genocidi spietati. Oggigiorno avvengono ancora in Africa e in Asia con le guerre di etnia o di religione. E nessun media dà importanza a questi fatti. Se poi torniamo indietro nel passato, che dire del massacro degli armeni. Il massacro degli armeni è avvenuto a inizio novecento, quindi in tempi relativamente attuali. È stato commesso dalla Turchia che continua a negare, dopo circa un secolo, questo orrendo episodio.

E gli antichi romani, cioè gli stessi elogiati da molti fascisti? La pax romana era sostanzialmente questo: genocidio. Le tribù locali venivano trucidate, e solo in seguito veniva instaurata la pace. La pax romana, appunto. Solo che i genocidi di 2000 e passa anni fa non li sentiamo vicini. E non solo le guerre sante, ma anche i conquistadores. L’isola di Hispaniola, scoperta da Cristoforo Colombo, all’arrivo del navigatore genovese contava circa 250 mila abitanti. Ma i conquistadores li sterminarono quasi tutti nel giro di 25 anni. Insomma, a mio parere non si deve travisare il significato del giorno della memoria. Vorremmo credere che il male assoluto è stato rappresentato da Hitler, dai nazisti e dal nazifascismo. Scacciamo questa triste pagina della storia umana, la esorcizziamo come se fosse ancorato a quel periodo. Purtroppo, non è così. I genocidi sono avvenuti ancor prima di Hitler e avvengono tuttora. Quindi, a mio parere il vero messaggio del giorno della memoria è impegnarci contro ogni forma di genocidio che ancora avviene nel mondo. Oppure dare dignità a quelli vergognosamente non riconosciuti come quello armeno. Accanto a milioni di ebrei sterminati, ne troviamo milioni di nazionalità armena, africana, asiatica, indigena.

L’estremismo moderno

So bene di aver detto alcune cose condivisibili riguardo alla commemorazione del 27 gennaio. Altre sono shockanti, ma proprio per questo reali, cose su cui dovremmo riflettere anche se non lo facciamo. Ma non finisce qui. Un’altra eredità della Seconda Guerra Mondiale è l’ondata di nazionalismo degli ultimi anni. Io non credo che si tratti di nazionalismo. Questo è il termine che i media e molti politici usano per non allarmare troppo la gente. Ed è un errore. Quello a cui stiamo assistendo è un’ondata vera e propria di reazione estremista. Il governo polacco ha messo in discussione e revisionato il ruolo della Polonia nel massacro degli ebrei. L’Ungheria di Orban si è dimostrata chiusa e rastrella i senzatetto. In generale, i gruppi di estrema destra sono diffusi un po’ a macchia dovunque. Personalmente, credo che sia banale dire che ci stiamo dimenticando del passato, quanto piuttosto non siamo stati in grado di raccontare ciò che è avvenuto. La storia viene ancora spesso raccontata come i nazifascisti cattivi e gli ebrei trucidati. Ma non è stato solo questo. Molti tedeschi non sapevano nulla di quello che i gerarchi nazisti facevano e avevano votato Hitler per rabbia sociale verso chi, dopo la Prima Guerra Mondiale, li aveva puniti e umiliati (sebbene la guerra, intendo la prima mondiale, non fosse stata scatenata dalla Germania). E nel genocidio, non c’erano solo ebrei, bensì un totale complessivo di circa 15-17 mln di morti tra il 1933 e il 1945 da parte dei nazisti. Di questi, “solo” 5-6 mln erano ebrei. Insomma, della Seconda Guerra Mondiale si dice poco rispetto a quello che dovremmo sapere. E le frange estremiste cosa fanno? Sfruttano la mancanza di memoria storica delle persone per perpetuare ideologie di razzismo o violente. Perché, se si ignora la storia, si è poco interessati a opporsi. Notate la differenza con gli americani. Gli Stati Uniti sono un paese contraddittorio, in cui il razzismo è ancora attuale non solo negli Stati del sud. Ma gli americani hanno un memoria più forte del loro passato rispetto agli italiani. Esistono degli ideali e, dove ci sono gli ideali, si ha la forza di marciare e protestare. Finché l’Italia, invece, cercherà di censurare tutto quello che può urtare la sensibilità, il futuro non sarà roseo.

Per approfondire lo scenario dell’ultradestra di oggi, vi invito a leggere l’articolo sull’immigrazione. Qui parlo del giorno della memoria, ma la memoria ci serve anche per l’oggi. Non è un valore fine a sé, una semplice targhetta per ricordare quelle vittime. Noi mettiamo quelle targhette e ricordiamo quelle vittime affinché gli stessi errori non si ripetano. Purtroppo, quegli errori si ripetono eccome!

Sì, può sembrare drammatico, ma se abbiamo la Lega che continua sempre a voler togliere la legge Mancino vuol dire che la gente non sa ancora la storia della Seconda Guerra Mondiale e, magari, crede nella bufala dei treni puntuali quando c’era Mussolini. E questo è terreno fertile per chi vuole perpetrare la violenza o addirittura il negazionismo. Se vogliamo conservare e trasmettere ai posteri il messaggio di chi ci ha liberato da quelle atrocità, dobbiamo spiegare il senso di quella guerra e da dove è nata. Altrimenti, individui come Salvini e Orban prenderanno sempre più voce laddove la scuola è assente nel far conoscere la storia. E manderanno il paese in rovina. Sì, magari saremo più protetti dai terroristi, ma ci saranno vittime di serie A e vittime di serie B, ci saranno diversità più tutelate e altre discriminate. Ci saranno criminali immigrati che dovranno ricevere la massima pena e altri su cui si può sviare perché è “brava gente”.

L’Italia e la Germania di oggi

È interessante notare la differenza nel come l’estrema destra viene gestita o si manifesta nei paesi che hanno contraddistinto il nazifascismo del ‘900. In Germania, esiste un forte risentimento verso il passato nazista, mentre in Italia abbiamo politici che strizzano impunemente l’occhio al fascismo. Ciò ha delle ragioni. La virtù dell’Italia, paradossalmente, è anche l’aspetto negativo che ha contribuito al fascismo di oggi. L’Italia è stata liberata, per gran parte, dai partigiani. E questi ultimi, insieme ai normali cittadini, hanno fatto delle grandissime azioni per combattere il regime e portare in salvo gli ebrei. L’opera di liberazione è stata culminata con Mussolini appeso a testa in giù per mano degli italiani stessi. Al contrario, i tedeschi sono stati costretti a toccare direttamente il male provocato dal nazismo, come punizione per non aver voluto vedere o per l’insensibilità (*). Sono stati costretti a ripulire i lager abbandonati dai soldati e a seppellire gli internati non sopravvissuti. Sono stati umiliati e svergognati davanti a tutto il mondo per quello che il nazismo ha provocato. Queste dinamiche, indirettamente o no, hanno sviluppato una specie di senso per cui “i veri carnefici sono i tedeschi”. Per carità, non andiamo a dire che i tedeschi sono bravi e buoni, ma la drammatica realtà spiattellata in faccia li ha portati a non voler mai più ripetere quei fatti. L’estrema destra è un serio problema in Germania, ma i cittadini tedeschi scoraggiano in ogni modo i tentativi di sommossa di quei violenti. Se un dirigente usa frasi razziste, viene rimosso dall’incarico o invitato a star zitto, perché i tedeschi hanno una radicata memoria storica. Nelle nostre scuole non è così, come ho scritto anche nell’articolo sul perché è importante la memoria. Il nazifascismo viene trattato all’acqua di rose, con censure, spesso come una piccola appendice nell’ultimo anno di scuole superiori. C’è molta meno cultura del passato e i giovani conoscono poco e sempre meno di quei fatti. Ecco che allora, da noi, la Lega si permette di dire e fare quanto di più disumano. I tedeschi, in qualche modo, hanno imparato la lezione, noi no. Anche se i gruppi di ultradestra cercheranno sempre di sovvertire il paese, da loro non accadrà mai che arrivino al governo come da noi la Lega.

* Non è esattamente così. I tedeschi hanno subito una feroce politica di indottrinamento nel corso degli anni di dittatura. I più vulnerabili erano i bambini. Agli inizi della dittatura, anche se l’odio per gli ebrei era sempre diffuso, non c’era quel fanatismo della razza ariana. La prova sta, ad esempio, nell’amicizia tra Luz Long e Jesse Owens, di cui parlo nell’articolo sulle bufale del fascismo (ho già linkato più indietro l’articolo).

Ah, dimenticavo di dire una cosa sull’importanza della memoria. Le brutte pagine della storia non devono essere dimenticate, perché ci insegnano. Ma è altrettanto importante che la memoria non finisca nell’ammorbamento. Il senso di quanto appena detto è spiegato nell’articolo, che ho linkato in precedenza, sull’immigrazione. L’esempio che ho fatto in quell’articolo è sugli Hutu e i Tutsi. Non sottovalutate la storia degli Hutu e dei Tutsi, perché spiega uno dei motivi per cui l’estrema destra rimane ancora un problema.

Anche l’India è nazista?

Di recente, sono state sottovalutate le azioni del governo hindù in India. Il governo viene accusato di discriminare gli islamici e di voler concedere la cittadinanza solo agli hindù, con la scusa della registrazione all’anagrafe e di scovare i residenti illegali. Agli illegali, infatti, non viene concessa la cittadinanza per legge. La cosa che risalta è che, nelle aree confinanti con il Bangladesh, paese con difficili relazioni e a maggioranza islamica, viene certificata la registrazione all’anagrafe solo se si dimostra di abitare lì da prima del 1971. Il 1971, non casualmente, è l’anno di indipendenza del Bangladesh dal Pakistan. Di fatto, è quello che facevano i nazisti nei confronti degli ebrei. Potevi essere considerato ariano solo se riuscivi a dimostrarlo con l’albero genealogico.

Va detto che la situazione in India è complicata e deriva dalla celebre “partizione”, cioè quando gli inglesi hanno abbandonato la vecchia India Britannica. Dell’India Britannica, facevano parte, appunto, l’India, il Bangladesh e il Pakistan. La partizione avvenne per suddivisione religiosa: hindù da una parte (India), islamici dall’altra (Pakistan e Bangladesh, quest’ultimo all’epoca, nel 1947, non ancora indipendente). Di fatto, gli inglesi, con quel tipo di partizione, diedero modo alle rivalità religiose di proseguire una guerra che, dall’abbandono degli inglesi, è diventata molto feroce. Le difficoltà e le violenze della partizione, fra le altre cose, sono descritte anche in una puntata di Doctor Who con protagonista Jodie Whittaker (Tredicesimo). Se guardate quella puntata, intitolata, Demons of the Pujab, avrete idea della drammaticità di quelle persecuzioni, di cui gli inglesi sono per certi versi responsabili.

Gli insulti a Liliana Segre e la tattica dell’elettore spaventato

Il vero concetto di stagionalità

Si fa un gran parlare di stagionalità, soprattutto da parte degli enti slow food e nelle varie trasmissioni alla Eat Parade. Ma nessuno chiarisce che cosa si intende in modo chiaro per stagionalità. E incredibilmente, nessuno lega il concetto di stagionalità a quello di territorio. Ad esempio, la banana non proviene di certo dall’Italia. È un frutto esotico, che da noi non cresce, ma nel suo luogo d’origine è di stagione per definizione. La banana è originaria dell’Asia, poi è passata in Africa, nei Caraibi e nell’America Centrale. Di certo la banana non è un prodotto locale dell’Europa! Curioso che però molti nutrizionisti alla slow food parlino di stagionalità, ma poi per una “dieta equilibrata” facciano lo strafalcione di consigliare la banana come spuntino o l’ananas, altro frutto esotico, per “bruciare grassi” o “drenare” (?) dopo un’abbuffata. L’Italia è cioè una banana republic in senso metaforico, ma sfortunatamente non abbiamo le piantagioni di banane come prerogativa del nostro paese.

Verdura

Personalmente, ho deciso di legare la stagionalità e la territorialità all’Italia, e in secundis all’Europa quando conviene. La stagionalità è legata soprattutto alla frutta e alla verdura, ma è chiaro che ci siano anche dei prodotti ittici che sono migliori in un periodo piuttosto che un altro, vedi infatti le seppie o le vongole. In quest’ultimo caso è però una sfumatura, pertanto il discorso importante è sulla frutta e sulla verdura. Va detto che non necessariamente un prodotto sotto casa costa meno di un prodotto che viene dall’estero. Basta pensare ai paesi del nord, dove coltivare alcune verdure nelle loro serre costerebbe inevitabilmente di più, quindi fanno provenire asparagi e pomodori dal Cile e dal Marocco. Tutto sommato, anche loro dovranno pur mangiare frutta e verdura, no? In Italia, il problema è decisamente di poco conto e possiamo coltivare, sul nostro territorio o da paesi almeno relativamente vicini (vedi la Spagna con i pomodori), una svariata gamma di frutta e verdura. Cardi, coste, cavolfiori e broccoli in inverno, zucchine, pomodori, melanzane e peperoni in estate, asparagi in primavera, funghi, castagne e zucca in autunno e parte dell’inverno. Eccetera, eccetera, credo che il concetto sia chiaro. Due sono gli scopi del seguire quanto più possibile la stagionalità:

1) il portafoglio;
2) l’amore per il cibo.

Per quanto riguarda l’economia domestica, rimando all’articolo linkato. Meno banale è invece il discorso sull’amore per il cibo, in questo caso per frutta e verdura. Succede perché la maggior parte delle persone dà poca importanza alla propria alimentazione, quindi per non conoscere una parte importante di uno stile di vita corretto usa la scorciatoia di preparare solo quella poca verdura che riesce a cucinare: pomodori, peperoni, melanzane e zucchine. Non immagina che invece si possono fare meraviglie con i cardi o con la zucca, o addirittura fatica a tagliare a cimette un cavolfiore. Io taglio 200-225 g di cavolfiore a cimette in un minuto e mezzo al massimo. Sapendo che un’alimentazione corretta prevede di mangiare tanta frutta e verdura, e che si deve anche risparmiare, ho imparato il valore della verdura nella sua globalità (per la frutta, lo ammetto, ho una idiosincrasia). Certo, non mi piace il 100% dei prodotti orticoli (fatico ad esempio con le carote), ma nel mio menù, a seconda della stagione, c’è una vasta scelta di verdura dove posso decidere cosa mangiare e dove sono libero di gestirmi come voglio. Chi non riesce ad apprezzare in questo modo la stagionalità avrà una dieta piuttosto povera, avara di nutrienti, con un portafoglio più vuoto e magari ripiegherà sui cibi già pronti che spesso costano quanto della buona verdura ma sono ipercalorici e con sostanze nocive o di scarsa qualità. A questo punto, non conviene imparare a conoscere il mondo della frutta e della verdura e amarlo apprezzando il dono di ciò che la natura e l’orto ci offrono? Sinceramente, quando mi va di mangiare la frutta, non penso alle banane (che al massimo mi piacciono frullate nello yogurt già pronto) o all’ananas, ma a delle buone ciliege che arrivano in primavera.

Sia chiaro che ci possono essere delle eccezioni. Ad esempio, dei pomodori acquistati dalla Spagna non fanno differenza rispetto a dei pomodori che vengono dalla Sicilia per me che abito al nord Italia. Spesso poi ci sono dei peperoni buoni in offerta anche inverno. E allora ci può stare. Il punto è che così diventa una scelta consapevole, con delle motivazioni, e un’eccezione calcolata che ha il suo senso, dove alla base c’è sempre la volontà di seguire il ciclo delle stagioni. E si può anche decidere di mangiare banane e ananas, ma sapendo che sono concessioni al di fuori delle abitudini locali e della stagione. Io sinceramente preferisco guardare prima di tutto a ciò che ho vicino a me, anziché pensare a ciò sta tra un continente e l’altro.

La strategia utile

Una strategia che adotto è quella di dedicare una settimana o più ad alcuni tipi di verdura. In realtà, inizialmente lo facevo per smaltire tutta la verdura comprata. Non potevo prendere diversi tipi di verdura per la settimana, perché poi avrei inevitabilmente buttavo via parecchio cibo. Così, mi capita di mangiare anche per settimane intere broccoli o coste. Non ci vedo alcun problema. Prendete due piccioni con una fava: risparmiate e, allo stesso tempo, mangiate la verdura. L’importante è basarsi sulle stagioni! Non andate a cercare i broccoli in estate o i pomodori in inverno. Non ha senso, a parte magari i peperoni in inverno che, strano ma vero, sono decenti. Occorre darsi uno “switch”, per permettere al nostro organismo di assumere un po’ tutto. Non bisogna ragionare che l’organismo deve ricevere quotidianamente un cocktail preciso di alimenti e verdura per non incappare nelle carenze. È un’assurdità. Conta quello che fate nel lungo periodo e, inoltre, fidatevi che abbiamo più potenziale di quello che ci fa sembrare l’attuale società sedentaria.

Calendario stagionale di frutta e verdura
Sulla cucina tradizionale, tra dieta e storia

Surgelati e congelazione: conviene?

Surgelati e congelazione: conviene?

In molti ancora confondono la differenza tra surgelazione e congelamento in campo alimentare. Ma non sono la stessa cosa, il processo è del tutto diverso e dunque lo è il risultato. La differenza sta nella temperatura del processo. Nei nostri congelatori casalinghi, la temperatura arriva a -20 gradi circa. A questa temperatura, anche se può già sembrare molto bassa, il cibo in realtà impiega più tempo a ghiacciare (il cibo contiene pur sempre acqua). Un tempo maggiore per ghiacciare porta come risultato la formazione di cristalli di ghiaccio più grossi, dato che, appunto, hanno più tempo per accrescere, esattamente come avviene con i minerali in geologia. Il danno è evidente. I tessuti cellulari si rompono, l’acqua fuoriesce e l’alimento, a causa dell’aria secca nel congelatore, disidrata l’alimento rendendolo secco, stopposo. Vale sia per la verdura che per carne e pesce. Ecco perché, industrialmente, quando i metodi sono all’avanguardia si surgela a breve distanza (anche se si congela, se l’obiettivo è congelare, mai farlo alla fine del ciclo dell’alimento!) e a temperature che arrivano anche a -50 o -60 gradi. In questo modo, il cibo ghiaccia più in fretta e i cristalli si formano in fretta rimanendo più piccoli, in modo tale che, di fatto, l’alimento rimane come se non fosse mai stato ghiacciato una volta che viene scongelato.

Surgelati: sì o no?

I surgelati sono una risorsa veloce e pratica, spesso anche economica, per chi ha poco tempo per cucinare. Altri, invece, più tradizionalisti, li osteggiano. Come agire? Beh, io credo che bisogna sempre considerare il rapporto tra vantaggi e svantaggi. Onestamente, ci sono alcuni alimenti che, surgelati, non rendono. Penso ad esempio alle zucchine, che in estate sono belli fragranti e profumati. Si tagliano in fretta ed è sufficiente trifolarli per una decina di minuti per ottenere un piatto gustoso, magari con la pasta e il tonno in un soffritto di cipolla o scalogno. In altri casi, il surgelato può convenire, come nel caso dei piselli. Tutto dipende dalla comodità di una persona. In linea generale, si dovrebbe puntare sui prodotti di stagione, ma anche un comune lavoratore, che ritorna a casa dopo 8 ore di lavoro più tragitto, vorrebbe mangiarsi qualcosa di decente e veloce. È vero che si perde in organolettica (il freddo toglie l’aroma, ma non i nutrienti) ma, come dico sempre, è meglio mangiare pane e formaggio tutti i giorni piuttosto che complicarsi la vita. Oppure si può optare sui surgelati in settimana e cucinare tradizionalmente al weekend, quando si ha più tempo. L’accortezza è nell’evitare prodotti inequivocabilmente scadenti, come quelli che contengono oli di dubbia qualità o troppo ricchi di sale. Pertanto, non è il surgelato che dev’essere condannato, bensì dev’essere condannato l’alimento di scarsa qualità. Demonizzare i surgelati in quanti tali è privo di senso. La tecnologia esiste e sta a noi usare quella che ci conviene di più.

Come congelare in casa

A volte è davvero necessario congelare in casa, come quando si prepara il ragù e, poiché si tratta di una preparazione che richiede tante ore, conviene preparare tutto in una volta e porzionare per le volte successive. Purtroppo la durata dei cibi pronti e grassi è minore rispetto a quelli crudi o poveri di grassi. L’accortezza, quando si tratta di cibi pronti, è di far raffreddare il più velocemente possibile e riporre nel congelatore in contenitori ermetici che tolgano quanta più aria possibile. Particolarmente critica è la congelazione di carne e pesce, perché un pezzo di carne o un filetto di pesce può risultare davvero sgradevole se non congelato bene, rinsecchito e stopposo. Certo, il cibo è ancora commestibile, ma con una cattiva congelazione ci siamo giocati quasi tutta la qualità della carne o del pesce in questione. Sia chiaro che, come detto, gli effetti non saranno mai come in una surgelazione industriale fatta a dovere, ma possiamo riuscire a fare molto quando prendiamo maxi confezioni di carne e pesce in offerta. Il miglior metodo per congelare la carne e il pesce che ho visto in giro (*) è quello di riporre l’alimento su un vassoio di metallo separato da un pezzo di carta da cucina, il tutto poi viene messo nel congelatore. Il metallo riuscirà a raffreddare più in fretta e allo stesso tempo separerà il cibo dal resto del freezer per non causare contaminazioni. Quando la carne e il pesce si sono ghiacciati, si tira fuori e si ripone in contenitori ben sigillati, ermetici, che lascino fuori quanta più aria possibile per evitare di seccare l’alimento. E sì, anche il pesto si può congelare, a patto di aggiungere dopo il formaggio grattugiato.

* Il nostro “chimico di quartiere”, Dario Bressanini, fa scuola a riguardo. Vi invito a spulciare il suo blog per imparare sulla carne e altro sul cibo!

Come scongelare

Sembra banale, ma in molti sbagliano i metodi di scongelamento. I cibi cucinati dovrebbero essere scongelati alla massima temperatura in microonde o direttamente in padella. Così facendo, si romperanno in modo brutale i pezzi di ghiaccio che si sono formati. Se si usa il microonde con la funzione scongelamento, i tempi diventano eterni. Non succede nulla se si scongela un piatto pronto alla massima temperatura in microonde. Ecco, un avvertimento sul microonde: i cibi più indicati per lo scongelamento in microonde sono quelli molto umidi, dunque il ragù è un candidato ideale. Il pane va scongelato a temperatura rigorosamente ambiente. Anche il pesce e la carne si devono scongelare rigorosamente a temperatura ambiente, o in alternativa in frigo per più tempo. Non azzardatevi a scongelare carne e pesce nel microonde. Il microonde agisce sull’acqua, dunque sul pezzo di carne o pesce si formerà una strato superficiale di acqua ma all’interno ci sarà ancora del ghiaccio. Il risultato penoso credo che sia immaginabile da chiunque. La verdura surgelata non andrebbe scongelata, perché in genere si butta direttamente in padella o in pentola a bollire.

Si può ricongelare?

La risposta è, sorprendentemente: sì! Bisogna però spiegare questa cosa. Quando noi congeliamo, la carica batterica non è stata sterminata, ma solo bloccata. È per questo che molti alimenti vengono preventivamente almeno bolliti un po’, prima! Se invece noi congeliamo un pezzo di carne a crudo e poi ce lo vogliamo cucinare ad esempio al sangue, beh, allora è meglio non ricongelare. In questo caso, l’alimento non raggiunge temperature sufficienti per uccidere la carica batterica che nel frattempo è aumentata perché abbiamo già scongelato una volta. Ma se prendiamo un cibo pronto o del ragù, lo scongeliamo e poi non ne abbiamo più voglia, andate tranquilli: potete ricongelare!

Come scegliere un terapeuta bravo

Una psicoterapia è spesso necessaria per chi soffre di disturbi in ambito psichiatrico, come ad esempio schizofrenia o borderline o disturbi alimentari e così via. Certo, non è impossible farcela da soli, tuttavia il “fai da te” funziona solo se si è persone predisposte alla razionalità e alla voglia di cambiare, opportunatamente affiancati da persone equilibrate e “toste” o se si riesce a seguire con impegno testi validi come quelli di Albert Ellis. Nel caso in cui l’audidatta non ricada in queste condizioni, si deve decidere di proseguire una psicoterapia, che comunque può velocizzare i miglioramenti. Resta quindi da stabilire a chi affidarsi, senza sbagliare il terapeuta peggiorando la situazione come, purtroppo, accade a tante persone. Vediamo come fare. Preciso che esistono diverse figure terapeutiche, ma ne evidenzio due “classiche”, ovvero quella dello psicologo e quella dello psichiatra. Tutte le altre figure comunque rispettano le indicazioni per lo psicologo e per lo psichiatra.

Lo psicologo

Lo psicologo deve prima di tutto essere equilibrato. Non ha pregio dire che capita anche agli psicologi di stare male, che è normale a chiunque. Un malato di disturbi mentali si rimette a uno psicologo che si presuppone abbia la capacità di migliorare lo status del malato. Vi affidereste a un chirurgo che fa male il suo lavoro, che maneggia male la sua apparecchiatura e uccide i pazienti anziché curarli? Direi proprio di no. Girate dunque al largo da “specialisti” che non sono equilibrati. Un conto è quando capitano i lutti, ma un conto è vivere quell’attimo di lutto come capita a tutti e superarlo con capacità, un altro è non essere proprio equilibrati. Molti psicologi fanno poi l’errore di considerare normale i difetti della maggioranza della popolazione, non considerando che proprio questi difetti della maggioranza sono spesso i motivi dei disturbi di una persona. Frasi come “è normale essere gelosi in coppia”, “è normale essere in sovrappeso a una certa età”, “tutti sono ansiosi o stressati”, “tutti hanno problemi coniugali” ecc devono destare sospetto verso il terapeuta. L’obiettivo è il raggiungimento dell’equilibrio il più possibile e coerentemente e, ovviamente, a seconda della gravità del disturbo, visto che purtroppo non sempre la totale guarigione è possibile. Ma il fatto che non sempre la totale guarigione sia possibile non dev’essere un alibi per non fare tutto il possibile verso la strada dell’equilibrio. Non si deve dare per scontato che sia impossibile guarire! L’approcio di un bravo psicologo dev’essere razionale, come nei manuali di Albert Ellis. Albert Ellis, infatti, trasla il metodo scientifico nella vita quotidiana. Il metodo scientifico non è prerogativa solo agli studi scientifici di accademia. È un metodo, appunto, dunque applicabile in tutte le situazioni della vita. Per chi desidera, di Ellis consiglio il testo “L’autoterapia razionale-emotiva”, testo in molti aspetti ripetitivo ma adatto allo scopo per far applicare i concetti.

Lo psichiatra

Lo psichiatra segue le stesse indicazioni fatte per lo psicologo. A differenza dello psicologo, però, lo psichiatra è abilitato alla prescrizione di psicofarmaci. Dunque, un bravo psichiatra non deve essere afflitto dal delirio di onnipotenza. In sostanza, non deve dispensare farmaci come caramelle, ma solo se realmente necessari e se con una efficacia concreta (vedi “Guida sulla corretta assunzione di psicofarmaci“). Lo psichiatra deve ammettere la possibilità di un risultato minimo, senza attribuire al farmaco proprietà eccessive e non verificabili. E non deve banalizzare o minimizzare gli effetti collaterali. Di solito, gli psicofarmaci non curano la malattia, ma hanno degli effetti sull’organismo che spesso sono variabili e dipendono dalla volontà di ognuno. Occorre dunque rivolgersi a uno psichiatra che sia consapevole di tutto questo.

Albert Ellis

Sia chiaro, non è facile trovare un terapeuta competente. E quando si sta male, la ricerca e il timore di affidarsi a qualcuno che non sia capace di aiutarci può provocare angoscia, sfiducia. Ma bisogna anche fare lo sforzo di cercare e farsi magari consigliare da altri, da gente che frequenta l’ambiente. Non bisogna arrendersi. Magari troveremo tanti incompetenti, però poi sarà la volta buona! Basta non fare l’errore di non cessare il rapporto con un terapeuta incompetente pur di proseguire una terapia a tutti i costi. Come avvertite che c’è qualcosa che non va, anche se inizialmente può sembrare di poco conto, cambiate. Questa operazione può risultare difficile e controversa se il disturbo di cui si soffre rende diffidenti e paranoici per base. In tal caso, si dovrebbe avere la modestia di chiedere a persone esterne, anche conoscenti ma di cui ci possiamo fidare sul serio, un consiglio, ricercando il parere di almeno 2 o 3 persone che si propongano con distacco e serietà per fare il nostro bene.