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La flat tax è una bastonata per i poveri

Spesso, i politici parlano di voler fare la flat tax. Di solito, è un’idea proposta dalla destra o da parte da chi (anche di sinistra) tende a promuovere le industrie e i cantieri.

Quello che però in pochi sanno è che già ora abbiamo una forma di flat tax. Fino al 1974, l’aliquota sopra i 600 mila euro era del 74%. Attualmente, l’aliquota è del 23% sui redditi fino ai 15 mila euro, mentre per quelli superiori ai 75 mila è del 43%. Il fatto è che, per proporre una flat tax ancora più “piatta”, ci sono due soluzioni:

1) tagliare le spese da un’altra parte per poter dare una flat tax “per tutti”;
2) alzare le aliquote dei redditi più alti, senza tagliare le spese altrove.

Secondo voi, i politici nostrani quale delle due soluzioni vogliono adottare? La prima, ovviamente, perché i redditi più ricchi non possono essere toccati. Loro fanno gli investimenti, producono, assumono, fanno crescere il paese (io, veramente, direi che lo cementificano sempre di più!). Ciò significa creare una sistema fiscale sempre più simile a quello americano, dove la sanità richiede assicurazioni e molte malattie, anche gravissime, non hanno cure esentate. Oppure si deve spendere tantissimo per mandare i figli all’università, indebitando le famiglie che, magari, sono costrette a sacrificare gli studi di altri figli. Non è possibile creare una flat tax “per tutti” in questo modo. Come stabilisce la fisica, “nulla si crea e niente si distrugge”. Quindi, se non si vogliono toccare i redditi più alti perché devono creare profitto (ma profitto per chi, visto che a me non viene in tasca realmente nulla?), si dovranno tagliare le spese dei servizi. Sanità, trasporti, pensioni e via dicendo saranno in crisi, come se già non bastasse l’attuale clima di sopravvivenza. I politici che propongono questa flat tax dicono che non toccheranno le pensioni ma, gira e rigira, qualcosa dovranno toccare. E, se anche non saranno le pensioni, sarà la sanità o la scuola. Si creerà più disparità sociale, perché solo i più agiati riusciranno a beneficiare dei servizi. Le critiche verso la flat tax derivano da qui. Se nulla si crea e niente si distrugge, e se non si vogliono colpire i più ricchi o i plutomani, si dovranno penalizzare i più poveri o i deboli.

La flat tax di cui parlano i nostri politici è radicalmente opposta al vecchio modello di Keynes. Keynes proponeva l’intervento statale per garantire che le persone tornassero all’occupazione. Questo sistema, naturalmente con le sue evoluzioni nei tempi moderni, è stato mantenuto nei paesi scandinavi, dove i redditi più alti pagano una maggior aliquota. Anche i redditi “medi” hanno un’aliquota un po’ più alta rispetto all’Italia, ma ciò serve per finanziare proprio gli interventi statali per le fasce più deboli. Gli scandinavi sono ben lieti di questo sistema fiscale, perché permette di diminuire la disparità sociale. Mediamente, sono tutti più o meno sullo stesso livello. Chi rimane ai margini ha l’occasione di tornare produttivo o di essere aiutato, con il beneficio di tutto il paese. E i servizi, grazie alle tasse che la gente è felice di pagare, sono migliori. Attenzione, ho espresso anche il concetto di essere aiutato (i malati che non possono lavorare, ad esempio). Sì, perché non si tratta solo di produzione o lavoro. Un cittadino sano e in salute è un vantaggio per tutto il collettivo, banalmente perché richiede un minor dispendio economico. Sembra un paradosso, perché per renderlo in salute o accettabile ci vuole una spesa pubblica. Eppure è così, fidatevi. È il principio della solidarietà sociale. Siamo noi italiani che vogliamo sempre tutto pronto e servito, senza faticare, e non lo capiamo. È un discorso che, inevitabilmente, si riallaccia anche al reddito di benessere universale, su cui ho scritto ampiamente un articolo a sé. Ai politici nostrani che promuovono la flat tax non frega nulla di chi ha bisogno. Infatti, le loro frasi tipiche sono “choc per far ripartire l’economia”. La flat tax non è solamente un modello economico sbagliato, ma anche un’ingiustizia sociale.

A partire dagli anni ’80, il modello di Keynes è stato contestato da Laffer, uno dei primi autori della flat tax. Gli unici paesi ad aver mantenuto il modello keynesiano sono quelli scandinavi che, guarda caso, sono tra i più felici al mondo. La teoria di Laffer è considerata spazzatura dagli economisti più esperti, ma ancora si continua a voler proporre la flat tax.

La flat tax, anche se piace il nome per fare propaganda, è una vera bastonata per i poveri!

C’è un solo vero motivo per cui chi guadagna tanto non è disposto a pagare più tasse: l’egoismo sociale. Non è sbagliato arricchirsi. È sbagliato arricchirsi troppo, specialmente se ciò comporta la sofferenza dei più bisognosi. Il modello corretto si basa sull’alta tassazione per i redditi più alti, che finanziano maggiori servizi e la possibilità, per i più deboli e bisognosi, di entrare a produrre nella società o di essere aiutati. Ciò che funziona è l’opposto della flat tax!

Non è un caso se, negli Stati Uniti, la sanità è vincolata da un’assicurazione. Essendo il paese della flat tax per definizione, si deve far tornare i conti da qualche altra parte. Gli americani hanno deciso che questi introiti devono provenire dalle spese sanitarie, che in alcuni casi mandano le famiglie al collasso finanziario. Oppure si spendono mutui per le università, provocando debiti per tutta la vita. È vero che le università e i medici negli USA offrono il meglio (contrariamente all’Italia) ma, con una tassazione più giusta, farebbero meglio e in modo più equo.

I soldi finti dei minibot

Nel 2019, il governo ha proposto i minibot per applicare la flat tax. I minibot non sono altro che i titoli di stato in formato “mini” (a piccolo taglio). Quindi, lo Stato si indebita nei confronti dei cittadini. C’è solo un problema. È un po’ come creare soldi che non ci sono, perché lo Stato si indebita per applicare la flat tax. Ma non funziona e, verosimilmente, questi soldi non verranno mai restituiti ai cittadini. Il cittadino darà i soldi al governo e, quest’ultimo, si indebiterà, senza tuttavia restituire i soldi perché non può restituire quello che non ha. Chi ci perde è sempre il cittadino. Insomma, ancora una volta siamo nel “nulla si crea e niente si distrugge”. La flat tax, in qualche modo, manda sempre in perdita qualcuno, esclusi i più ricchi e i plutomani (che tanto hanno soldi a valanga). Il nocciolo non è se qualcuno potrà perderci, ma chi nello specifico ci perderà. È un metodo completamente sbagliato di usare i titoli di stato, perché ciò che esce o entra deve rientrare e viceversa. Il governo può decidere di essere in obbligo verso il cittadino per coprire alcuni debiti. Il fatto è che, in questo caso, stiamo parlando di un’obbligazione del governo a fondo perduto da parte del cittadino. E lo è perché la flat tax non permette un ritorno nelle casse dello Stato. È come il cane che cerca di mordersi la coda. Applicare la flat tax vuol dire creare un debito. Il debito viene pagato inizialmente dai cittadini. Ma, poiché la flat tax ha bisogno di autofinanziarsi (il riccone non paga le tasse), il debito non viene mai risaldato! E questo non lo dico io, ma gli esperti che hanno capito cosa non va nella flat tax. Gli economisti non contestano la flat tax per andare contro il governo, ma perché sanno che la flat tax è una rovina. Tutto questo a prescindere dal fatto che, già ora, il sistema fiscale è una mezza flat tax.

Non abbiamo bisogno di altre strade!

Il trasporto gommato è uno dei capisaldi dell’Italia. L’apertura dell’autostrada del sole, durante il “boom italiano”, fu accolto come l’avvento del messia. Tutto stava cambiando, la gente viaggiava e raggiungeva più facilmente luoghi lontani.

Il problema è che il troppo stroppia sempre. La gente inizia a viaggiare troppo in macchina, dimenticando, se non l’aereo, il treno. Per conseguenza, aumenta anche il traffico. I nostri politici, finora, a questa “esigenza” (tra virgolette!) hanno reagito costruendo più strade. Peccato che, costruendo più strade, il traffico sia aumentato di più. È un circolo vizioso, che provoca non solo stress e perdite di tempo per le persone, ma soprattutto dei gravi danni ambientali. Si consuma più suolo, c’è più inquinamento e viviamo peggio. Pensiamo di migliorare, ma non è così.

Il meccanismo con cui si verifica l’aumento di traffico è ben noto (si parla anche di paradosso di Braess). Eppure, mi sono accorto che la stragrande maggioranza dei cittadini continua a credere che il traffico si risolva costruendo più strade. Ecco perché ho scritto questo articolo.

Se tu costruisci una strada, è chiaro che l’intento sia usarla. Più strade, però, implicano anche più incroci e svincoli, detti punti critici. Ognuno, quindi, per un motivo o per un altro, vorrà prendere un incrocio o uno svincolo, creando però ingorgo. Non ci sarebbe alcun problema se le auto in circolazione fossero poche. Peccato che le nuove strade vengano costruite proprio perché ci sono tante macchine da smaltire. Per questo motivo, si parla appunto di paradosso. Tutti vogliono arrivare prima, tutti vogliono prendere una scorciatoia e la situazione non migliora affatto ma, anzi, il contrario. Considerando anche chi non può avere la patente, come i minorenni, ogni italiano possiede quasi un’auto a testa. Spesso ce ne sono due in una famiglia. Sono veramente tantissime auto. E creando più strade non smaltisci il traffico, bensì incentivi di più ad usare l’auto, aggravando una situazione che già lo era prima.

Quella dell’auto, in Italia, è ormai diventata una follia. La si usa sempre, anche per andare sotto casa a prendere il pane o in banca. Eppure, come spiega bene anche il geologo Tozzi nel suo programma Sapiens (bellissimo, rivolto ai giovani ma dovrebbero imparare anche gli adulti!), esistono alternative ben più efficienti e meno costose. Posso capire che i treni siano inefficienti in Italia, ma allora è per questo che ci dobbiamo battere. Prendere l’auto, di fatto, è un atteggiamento da pigri o ignavi. Se i treni funzionano male, anziché eliminare i presunti “rami secchi”, bisogna lottare affinché siano migliorati. Invece no, si eliminano i “rami secchi”, prendiamo tutti l’auto e il treno è solo la TAV per farsi belli e ricchi. Non fatevi fregare dai politici che favoriscono lo “sblocca cantieri”, inneggiando alla costruzione della TAV o di nuove strade. E sono politici sia di destra che di sinistra. Quindi, entrambe le fazioni, teoricamente opposte, si ritrovano “alleate” quando c’è da fare profitto con il cemento e il consumo di suolo. L’esempio di come le soluzioni ci siano eccome è anche qui a Bergamo. Per andare in città, si può andare in macchina o in treno (o in bus, ma voglio semplificare il discorso). Da me sono circa 10 km. Ebbene, se prendo la macchina, ora che arrivo in centro posso impiegare anche più di mezz’ora. Nelle ore di punta, non ci provo assolutamente. In treno ci metto 10′ circa. I treni italiani non saranno all’avanguardia, ma risparmio almeno 2/3 di tempo! Però tutti ci vogliono andare in auto, perché siamo abituati così e non vogliamo guardare a cos’altro c’è. Non usciamo dall’orticello e ci sta bene ciò che si è sempre fatto finora, anche se fa scadere la qualità della vita. Un altro esempio è l’autostrada BreBeMi (Brescia, Bergamo e Milano). All’epoca sono andati tutti fieri della quarta corsia, ma il traffico è peggiorato rispetto a prima! La quarta corsia è stata un’opera di totale fiasco, che però ha arricchito i mafiosi dell’edilizia (politici e non, si intende).

Il discorso fatto per le strade vale anche per i parcheggi. In un vecchio articolo sulla Gazzetta, c’erano i soliti che sentivano il “problema parcheggio” e chiedevano di fare più parcheggi. Ovviamente. Per fortuna, c’erano anche persone coscienti di dove sta il vero problema.

Più parcheggi fai e più non trovi parcheggio!

A meno che le auto non siano poche. Ma i parcheggi sono fatti proprio perché ci sono più auto che cercano parcheggio! Il paradosso di Braess.

Insomma, noi italiani dobbiamo cambiare abitudini. Come detto, se i treni funzionano male, la soluzione non è usare l’auto, ma battersi per migliorare i regionali anziché finanziare la TAV. Vale anche per i camionisti. Come dice sempre Tozzi in Sapiens, per andare da Genova a Palermo, è più efficiente ed economica la nave. Poi si faranno i tragitti locali su strada, ma il viaggio lungo si può fare in nave. Le soluzioni ci sono. Bisogna imparare a sfruttarle, senza restare pigri. Non a caso, la Pianura Padana è una delle zone in Europa con il più alto tasso di inquinamento. E, non a caso, è una zona con alta concentrazione di traffico. Ovviamente, l’inaudito inquinamento della Padania non deriva solo dalle dalle auto, ma avere più auto è una diretta conseguenza della situazione.