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Giornalisti e ricerche (?) da budinocerebrati

NOTA Questo articolo è correlato con l’articolo “Ricerche spurie e articolisti gossippari” e che invito altrettanto a leggere. Altro utile articolo: “Governo e fake news“.

È veramente incredibile come i giornalisti e i media riportino risultati in modo distorto o scorretto. Certo, a volte capita di sbagliare, di non accorgersi di un meccanismo importante. Nessuno è perfetto. Ma è anche vero che, spesso, è tutto fatto per pilotare. Lungi da me dal parlare di complottismo, altrimenti non esisterebbe la sezione sulle bufale. Ma quando continui a leggere certe castronerie, ti girano a tal punto che ritieni necessario spendere qualche parola. Esistono interessi svariati e ben precisi sul perché si pilotano i risultati delle ricerche. Voglio dunque riportare tre casistiche che reputo particolarmente importanti e da cui stare in guardia. Tengo a precisare che sto parlando del comportamento dei giornalisti e dei media, e non ad esempio dei vegani che raccontano la famosa bugia di Harvard che toglie latte e derivati dall’alimentazione! I campi di azione hanno delle strategie rispetto ad altri campi, ma è ovvio che alcune strategie si intreccino tra di loro. Descriverò man mano le strategie spiegando i campi di azione.

1) Marketing salutistico

È il campo probabilmente più colpito insieme a quello sportivo. Ho già discusso sull’olio di palma e sui grassi saturi. Ma gli esempi sono a bizzeffe. I trucchi maggiormente utilizzati sono quelli della seminformazione e sull’inganno. La seminformazione riguarda il dire qualcosa di vero, ma attorniato da un discorso e da terminologie che indirizzano la persona ad agire come il mittente desidera. Ad esempio, se voglio convincere la gente a non mangiare carne rossa, farò uno studio che analizza un campione di soggetti che mangiano carne rossa, indistintamente, rilevando che questi soggetti sono meno in salute rispetto a soggetti che non consumano carne rossa. Tuttavia, si scopre che il campione di soggetti meno in salute mangia sì carne rossa, ma conservata con sostanze nocive come i nitriti (würstel, prosciutti, pancetta ecc). E di solito, soggetti di questo genere tendono di loro a non curarsi molto della salute. Ma chi legge l’articolo penserà che deve bandire la carne rossa dall’alimentazione! L’inganno è invece quello della pubblicità della Danacol che fa una autentica campagna terroristica nei confronti del colesterolo. Soprattutto per uno sportivo, non è difficile avere un colesterolo superiore a 200. Questo perché bisogna considerare il rapporto tra colesterolo totale e colesterolo buono. Per essere protetti dalle malattie cardiovascolari, il rapporto dev’essere inferiore a 5 per gli uomini e a 4.5 per la donna, con gli sportivi che arrivano a 4 gli uomini e a 3.7 le donne. Se io ho 280 di colesterolo totale e 80 di quello buono, sono super protetto, ma la Danacol mi dice che sono malato! Questo è puro e totale inganno, una menzogna che non ha altro se non il fine di lasciare la gente sedentaria, convincendola poi che, se compra certi prodotti anziché fare quasi gratuitamente una sana corsa, starà meglio.

2) Lo sport che fa male

Questo campo si basa sulla psicologia di chi è sedentario e non ha voglia di sbattersi a fare sport per migliorare la salute. È risaputo che chi si allena a medio-alta intensità per almeno 3 volte a settimana (ad esempio corsa e ciclismo) compie il minimo indispensabile per avere benefici. Ma c’è anche chi non ha voglia di prendersi questo impegno, a partire dal medico di mezza età ormai infiacchito dalla pigrizia, che però sente di non poter avere la coscienza del tutto sporca e consiglia i classici 20 minuti di camminata o esercizio blando da palestra per assolvere se stesso e chi non regge prima di tutto mentalmente a sforzi di intensità maggiore. Chiunque riesce a fare 10 km in almeno un’ora e ci sono maratoneti anziani che scendono molto al di sotto delle 4 ore a differenza di tanti 20enni che non ci riescono. E sono maratoneti che non hanno mai vinto un’Olimpiade, quindi persone normalissime, non dotate geneticamente. Allora, per non dire che chi non fa sport è salutisticamente spacciato, si pubblicano articoli dove si dice che bisogna camminare e non correre perché camminando si bruciano i grassi. Vero (seminformazione), peccato che camminando brucio 100 kcal e correndo per un’ora brucio 500-600 kcal! Meglio due biscotti o un ricco piatto di pasta in più? Oppure pubblicano articoli dove si dice che il gruppo di soggetti che si allenano dalle 3 alle 10 ore a settimana sta salutisticamente peggio rispetto a coloro fanno 30′ di camminata veloce. Questo è lo stratagemma di scegliere opportunatamente il campione che più fa comodo. C’è infatti una abissale differenza tra l’allenarsi 3 ore a settimana e fare magari dei bigiornalieri per 5 volte a settimana! Considerando che ci sono tante persone che si allenano male o cercano di andare oltre il proprio limite fisiologico con allenamenti da militari, questo fa concludere al nostro giornalista sedentario che lo sport fa male. Un’altra assurdità che ho spesso letto in giro è che bisogna camminare e non correre perché dopo uno sforzo intenso come la corsa si brucia così tanto che si è affamati da rischiare di eccedere. Bugia, evidentemente chi l’ha detto non ha mai corso in vita sua sputando sangue. Io dopo una faticosa e intensa corsa non ho subito fame. Mi viene fame gradualmente e nel giusto modo, perché prima di tutto il mio pensiero è farmi la doccia e ricaricare le energie non solo fisiche ma anche mentali. È invece dopo una “piacevole” passeggiata che mi viene più fame, al confronto.

3) Correlazioni spazzatura

Questo è il bidone, dove viene racchiuso di tutto e di più. Sono i tipici articoli che vengono pubblicati sulle riviste alla Donna Moderna o su quei siti sponsorizzati dai motori di ricerca come Virgilio. Ne ho lette di ogni genere. Le donne intelligenti bevono, le donne fanno meno incidenti degli uomini, gli intelligenti dormono meno, i vegani sono più in salute e chi più ne ha più ne metta. La strategia qui utilizzata per pilotare l’opinione e le convinzioni delle persone è quella della correlazione. C’è una profonda differenza tra correlazione e causa-effetto, una differenza che purtroppo anche tanti medici non conoscono. Si spaccia cioè per causa-effetto ciò che in realtà è solo una coincidenza, se vogliamo chiamarla così. Basterebbe la banalissima arma del “ma se” per contraddire le “tesi” proposte da questo ammasso di budinocerebrati. Ma se le donne intelligenti bevono, come mai in discoteca si vedono così tante “donne” che bevono e che a malapena riescono a fare 2 più 2 o spicciare italiano? Ma se i vegani sono più in salute, come mai se ne vedono tanti sovrappeso o sedentari che, visivamente, hanno una pelle più vecchia di 10-20 anni rispetto a chi mangia carne ma fa sport? O basta comunque imparare ad approfondire una tematica. Le donne non fanno meno incidenti degli uomini. Semplicemente, guidano meno degli uomini. È ovvio che, più uno guida, più rischia di fare incidenti. Imparate quindi un altro elemento: la probabilità in successione. Se ho il 90% di probabilità di farla franca dopo un furto, al settimo furto di fatto corro seriamente il rischio di farmi prendere (0.90^7 = 0.48, cioè 48%). Per concludere con gli esempi fatti poco fa, dormire poco non è indice di intelligenza. Sono invece gli intelligenti che tendono a diminuire le ore di sonno perché sono concentrati nelle loro attività. Ovviamente, Donna Moderna e Virgilio vi diranno che se siete donne e bevete siete intelligenti o che siete più in salute se siete vegani. Da notare come queste riviste e questi siti pubblichino così tante schifezze che arrivano spesso a contraddirsi…

Devo dire che i campi salutistico e sportivo sono probabilmente i più colpiti, ma è stato giusto fare anche altri esempi per far capire di stare attenti a un po’ tutto ciò che ci viene propinato. È importante avere spirito critico ed essere razionali, a dubitare di promesse che sembrano troppo belle e che magari promettono di faticare poco o per nulla. E naturalmente, il “ma se” è davvero un’arma potente, perché permette di smascherare bufale senza avere 10 lauree. Potremmo definire il “ma se” come una specie di evoluzione del buon senso.

Attenzione alla credunoleria!
L’illusione del naturale
L’onere della prova
La pericolosità della medicina alternativa
Le bufale di Focus… mangiare meno o fare sport?

Doctor Who, come imparare sulla vita e sul mondo

Con il suo esordio nel 1963, Doctor Who è il telefilm più longevo al mondo, tanto da entrare nei Guinnes dei primati. Ben 26 stagioni della cosiddetta serie classica, un film e la decima stagione della nuova serie che uscirà tra qualche mese per quello che è il telefilm che spazia per almeno due generazioni di nerd e appassionati della fantascienza. Tuttavia, non guardo mai un film o un telefilm giusto perché è solo piacevole, ma anche con criticismo. E ho trovato molti spunti interessanti in Doctor Who, altro che i cinepanettone, i medici in famiglia e idiozie varie per, direbbe un Peter Capaldi, budinocerebrati. È vero, si tratta di un film di fantascienza, non della descrizione nuda e cruda della realtà come nei film di Aldo, Giovanni e Giacomo o ne “La grande bellezza” di Sorrentino. E ho visto far volare una cabina blu della polizia solo nel programma televisivo “Te l’avevo detto”, ma all’interno non era ovviamente più grande come il vero TARDIS. È però anche vero che si trovano tantissimi elementi della vita quotidiana di ognuno di noi, spunti che ci fanno riflettere con particolare profondità. E ho deciso di descriverli. Premetto che ho visto la serie classica solamente di sfuggita qualche volta e quindi mi concentro sulla nuova, ma direi che ciò non neghi la bontà delle mie riflessioni.

Si può pensare che alcune tematiche, come la discriminazione razziale e l’omosessualità, siano ormai abusate e quindi sminuite. Ma non bisogna dimenticare il pubblico a cui è rivolta la serie. Doctor Who, fin dalla sua nascita negli anni ’60, nasce come serie televisiva di fantascienza per le famiglie. È qui il suo scopo, cioè quello di trattare in modo distaccato e leggero (ma non superficiale!) delle tematiche delicate o importanti. Se un bambino vuole sapere sull’omosessualità, di certo non andrà a frequentare forum di stampo LGBT. In questo senso, Doctor Who è una piattaforma con lo sguardo rivolto verso ciò che siamo e ciò che ci circonda, permettendo ai bambini, futuri adulti, di crescere con spirito critico e senza che siano educati tra fate e cicogne. L’educazione trasmessa da Doctor Who è efficace, perché è comico, divertente e serio insieme, ma mai serioso e moralista, anzi.

Doctor Who

Star Trek e Doctor Who

Doctor Who non è l’unica serie, risalente agli anni ’60, a regalarci interessanti spunti e riflessioni. L’altra serie di quel periodo è Star Trek. Per quanto riguarda Doctor Who, è stato sicuramente più facile ritornare al successo grazie alle ripresa della serie negli anni 2000. Ma dovrebbe essere menzionato anche Star Trek, con cui condivide l’eccezionale capacità di essere moderna. Due soli esempi su Star Trek: la ricerca del pianeta Eden e i “trogloditi” del pianeta Ardan. La ricerca del pianeta Eden critica la visione di chi rifiuta ogni forma di artificialità e la scienza, nella speranza di trovare la felicità. Speranza che, come tutte le cose utopiche e non concrete, si trasforma in terribile delusione. L’argomento è ancora attuale e può essere calato in coloro che credono nelle scie chimiche o nei vaccini che provocano l’autismo, credenze legate a chi vede il mondo con semplicismo. I “trogloditi”, invece, rappresentano il razzismo che ancora persiste, soprattutto con il problema dei migranti che si è diffuso. Star Trek, allo stesso modo di Doctor Who, ha abbattuto i pregiudizi, mettendo nello stesso equipaggio un russo (Chekov), un alieno (il vulcaniano Spock) e un’afroamericana (Uhura). Non a caso, il nome del sito si ispira a Star Trek! Guardare Star Trek, di cui la serie originale è degli anni ’60, è come guardare esattamente la società di oggi. L’articolo vuole spiegare cosa possiamo ricavare di utile da Doctor Who per la vita quotidiana ma, proprio per questo motivo, era doveroso spendere qualche parola anche per Star Trek. Le due serie, anche grazie al sogno della Luna di quel periodo storico, sono strettamente imparentate.

La scienza è bella!

Doctor Who è una serie con innumerevoli riferimenti alle moderne teorie della fisica. Tutto è fatto con coerenza. Le stesse leggi della fisica vengono costantemente sfidate, tuttavia senza mai violarle, bensì “aggirandole” come davvero i fisici nella realtà immaginano di fare. Tante storie sono basate su fantasmi e mostri, ma viene sempre data una spiegazione razionale e scientifica. Doctor Who allena quindi ad avere spirito critico e questo è sicuramente un plus in una società dove la gente ha bisogno di credere in entità divine e miracoli. Doctor Who rispetta una perfetta coerenza, anche quando gli eventi sembrano assurdi e impossibili. Ma la straordinarietà di come lo fa sta nel costante creare un’atmosfera di meraviglia e stupore per la scienza, l’evoluzione e le sue leggi.

Il Dottore

O i Dottori, se vogliamo. Il Dottore si rigenera quando è sul punto di morire. Ogni volta in cui si rigenera, anche se è sempre lui, cambia il suo volto e cambia diversi tratti del carattere. Ma il Dottore è sempre il Dottore, e la costante rimane il suo essere infantile, arrogante, con atteggiamento di superiorità, ma sempre di buoni principi e con senso del dovere. Come dire… la maglia numero 7 del Manchester United è sempre la maglia numero 7 del Manchester United, anche se indossata da George Best, Eric Cantona e David Beckham. Se Indiana Jones è solo e soltanto Harrison Ford, e interpretato da un altro attore è una bestemmia, il Dottore è… il Dottore, punto! Non mi dilungo sulla lunghissima e ultracentenaria storia del Dottore, ma la sua figura è interessante e va ben oltre il più comune ruolo dell’eroe. Il Dottore non è un eroe qualunque, che salva costamente l’umanità o altre specie, ma ha le sue debolezze, le sue paure, le sue insicurezze, i suoi dubbi. Il Decimo (David Tennant) colpisce per il suo senso di solitudine e malinconia, pur avendo i suoi compagni. È quello più attaccato alla vita, terrorizzato dall’idea di rigenerarsi che non è altro se non una metafora della morte che attende tutti quanti. Il Decimo sa che si rigenererà in un altro, ma non sarà più lo stesso. Avrà un nuovo volto e un carattere diverso. È un po’ un modo di chiedersi che cosa c’è dopo che muoriamo. Saremo ancora noi, reincarnandoci, o finiremo in paradiso o all’inferno o diventeremo cibo per vermi e basta? Non importa, in ogni caso cambieremo, ci trasformeremo, avremo in ogni caso una nuova “rigenerazione”. La stessa tematica, in modo un po’ diverso, è ripresa dall’Undicesimo (Matt Smith) il quale, prima di rigenerarsi, spiega a Clara Oswald (sua compagna) che tutti noi nella vita cambiamo. Ed è vero. Le nostre cellule si rigenerano (cit.) continuamente, e siamo diversi sia caratterialmente sia fisicamente ad esempio dai 18 anni ai 40 anni. E proprio come il Dottore, possiamo mantenere dei tratti, ma altri ancora possono variare. Ma, ecco, siamo sempre noi. E, come dice l’Undicesimo, non dobbiamo “dimenticare tutte le persone che siamo stati prima”, perché “va bene così, è bello”. Emblematico anche il passaggio dal Dodicesimo (Peter Capaldi) al Tredicesimo (Jodie Whittaker). Il Dodicesimo è un uomo scozzese di mezza età e, come ogni scozzese da stereotipo, è molto brontolone. Inizialmente, sembra troppo freddo, ma pian piano si scopre che lo fa per mascherare i suoi interrogativi e le sue insicurezze. Si chiede se sia un “uomo” buono oppure no e fa del suo meglio per salvare il mondo. E finisce per farsi amare come tutti gli altri Dottori! Poi, di colpo, si passa al Tredici, un personaggio energico e vitale. Anche la Whittaker interpreta il personaggio secondo uno stereotipo, apparendo la tipica donna “iperattiva”, ma positiva e un po’ stramba (tutti i Dottori sono strambi ed è fatto apposta così!). Questo discorso è interessante, perché vale per tutti noi. L’umanità possiede diversi tratti di personalità. È la “quantità” di quella personalità che ci rende ciò che siamo, un po’ come i caratteri ereditari che si possono combinare in tantissimi modi. I cambiamenti del Dottore, pur rimanendo il Dottore sempre lui o lei, rappresentano ciò che è l’uomo stesso. Non a caso, le sembianze del Dottore sono quelle di un essere umano! E, ammettiamolo, se tutti fossimo un po’ “Dottori”, nel senso di possedere la sua positività e il suo buon cuore, mantenendo nel frattempo lo spirito critico e la razionalità, ci sarebbero meno ingiustizie. Non lo dico per fare una frase fatta, ma perché una persona con spirito critico nota facilmente che, spesso, non apprendiamo gli insegnamenti positivi. Il Dottore è l’eroe amato che vorremmo essere, ma il punto è che, nella vita di tutti i giorni, possiamo esserlo se ne comprendiamo l’aspetto umano.

I compagni del Dottore

Il Dottore viaggia nello spazio e nel tempo (con il TARDIS, appunto) con dei compagni o amici. Essi variano sempre più o meno in base alle rigenerazioni e sono di solito attaccati a uno specifico Dottore.TARDIS Nella nuova serie, Rose Tyler ama così tanto il Decimo che è disposto a cercarlo dovunque, tenacemente. È una storia romantica ma allo stesso tempo drammatica, legata all’impossibilità di una vera storia d’amore vissuta tra i due. È l’amore struggente di due persone destinate a staccarsi ma anche sempre unite. Peccato che nella vita reale l’amore sia molto meno da sogni, più monotono. E il quotidiano affligge. Alcuni hanno una così bassa autostima di sé tale per cui, pur avendo le capacità, diremmo che non si applicano. Ed ecco allora Donna Noble che, grazie al Decimo, scopre di essere speciale anche lei durante il corso delle avventure. Amy Pond è la bambina solitaria ma che sa indubbiamente il fatto suo, non è una stupida. Amy aspetta che succeda qualcosa, che arrivi la fata madrina che l’Undicesimo impersona benissimo. È disposta ad aspettarlo per anni, per tutto il tempo, impaziente come quando si aspetta di ricevere i regali di Natale. Eternamente bambina e mai veramente cresciuta, l’esperienza con l’Undicesimo la porta a prendere nuova consapevolezza di sé, a diventare una donna forte e decisa. E che dire di Rory Williams, futuro consorte di Amy? Il classico ragazzo sfigatello, senza capacità, che però aspetta Amy, in una delle tante avventure con l’Undicesimo, per ben 2000 anni. Alla fine, Amy e Rory lasciano il Dottore capendo che la vera avventura è una quotidianità felice e appagante. Arriviamo quindi a Clara Oswald. Clara Oswald assiste alla rigenerazione tra l’Undicesimo e il Dodicesimo, passando da un “uomo” giovane a uno anziano. Dapprima con la palese cotta, il Dottore cambia davanti ai suoi occhi così tanto che si ritrova a cambiare radicalmente il suo rapporto con il Dottore. Quante volte ci è capitata una cosa del genere nella vita? Di dire a qualcuno che non lo riconosciamo più, che è troppo diverso? Bene, ciò che nel quotidiano non notiamo per cecità nostra o per distacco temporale si condensa in una manciata di secondi di rigenerazione. L’evento è appositamente traumatico in modo tale che il pubblico possa riconoscersi. A differenza di altri compagni, però, Clara è una ragazza molto intelligente, così tanto da arrivare a salvare lei stessa il Dottore (sia l’Undicesimo che il Dodicesimo) più volte. Non a caso, il Dodicesimo le dice che sarebbe un buon Dottore. Questo è molto importante, perché fa capire che gli eroi alla Hercules non esistono.

L’umanità e il mondo

Qui ci sarebbe da discutere molto. Le oltre 800 puntate uscite finora hanno tematiche di svariato genere, riprese sotto diversi aspetti e approfonditi sempre maggiormente. È veramente difficile essere completi al 100% su questo punto. Uno degli argomenti che più ricorre nella serie è la paura del diverso o dello sconosciuto. Gli esseri umani, infatti, in una puntata vogliono distruggere la Luna, che in realtà si rivela essere il guscio di una creatura. In realtà, la creatura non è pericolosa e la Terra non subisce alcun danno, ma è interessante il modo in cui l’uomo, senza nemmeno studiare il fenomeno, sancisca di uccidere la Luna-guscio. Pensiamo agli OGM, ai vaccini, alle scie chimiche. Quando non si conosce qualcosa, si prendono spesso, direi praticamente sempre, delle incredibili e assurde cantonate. È per questo che il Dodicesimo usa la dicitura “budinocerebrati” in riferimento alla specie umana. In un’altra puntata, il Sole emette dei venti solari fortissimi, e allora la Terra sviluppa delle fittissime foreste in ogni angolo per salvare l’uomo. Ma l’uomo non lo capisce e vede le foreste come minacce. Ecco, pensiamo a quanti danni ambientali compiamo pensando che la natura sia d’impiccio. Annientiamo boschi o la biodiversità (anche i vegani, sì!) per i nostri comodi, usi e costumi. Ecco perché Doctor Who è una serie concepita per le famiglie. Ci sono argomenti nella società che bisogna far conoscere ai propri figli, per permettere loro di essere consapevoli della realtà che vivono. Questi argomenti non possono essere trattati con la seriosità dei film come “La grande bellezza” (che è un ottimo film, ma non di certo ideale da vedere in famiglia), ma con spunti e riflessioni adatti a chi diventerà adulto. Purtroppo, da noi in Italia non ci sono serie così. Siamo ancora troppo bigotti per ideare qualcosa del genere. I nostri figli e gli adolescenti hanno bisogno di conoscere e avere il mondo davanti a sé, senza pregiudizi. E Doctor Who, che mischia gli argomenti seri a un tono quasi di gioco, è sicuramente efficace!

Forse ci sono appassionati di Doctor Who tra i miei lettori. Spero comunque di essere riuscito a colpire degli aspetti del mondo e della vita. Analizzare, seppur in breve, una serie così lunga come Doctor Who è anche un esempio che serve a distinguere un’opera che ci porta insegnamenti per migliorare se stessi ed eventualmente chi ci sta accanto. Doctor Who ha indubbiamente questo potenziale. Non è l’unica opera ad averlo, ma provate a guardare la televisione facendo la stessa analisi che ho fatto io ora con Doctor Who perché è una serie che ovviamente mi piace. Scoprirete che tanta roba è spazzatura, ma tanta altra merita di essere approfondita.

Dante o Doctor Who?

Per tutto quanto finora detto, Doctor Who può a tutti gli effetti essere considerato come la Divina Commedia dell’era moderna. Non è solo per via delle centinaia di puntate finora prodotte e della sua longevità di oltre mezzo secolo. Dante viaggia attraverso i giorni infernali e il purgatorio e infine giunge nel paradiso. Il Dottore, invece, anch’egli con i suoi compagni, viaggia attraverso l’universo, nello spazio e nel tempo, citando le nuove scoperte scientifiche o le nuove teorie, raccontando trame inverosimili ma che riescono a trovare una coerenza inattaccabile tanto quanto geniale. E questo lo rende decisamente interessante, un plus. Insomma, Doctor Who ha anche il pregio di allenare lo spirito critico! La serie ha poi innumerevoli personaggi e ognuno ha un suo scopo, sia tra i “buoni” che tra i “cattivi”. E tante volte, anche il cattivo di turno sembra mostrare una qualche umanità a cui il Dottore non rimane indifferente, la stessa che possiamo riscontrare in Dante nei gironi infernali. Chi contesta il mio paragone con un grande capolavoro della letteratura classica, probabilmente è troppo contemplativo, poco aggiornato e ricettivo alla società moderna. È proprio per questo che Doctor Who riscuote così tanto successo in tutto il mondo. La gente riesce a “sentire” le storie e le avventure narrate sul Dottore e i suoi compagni. E riesce incredibilmente a farlo anche con storie ambientate nell’anno 5 miliardi o nell’epoca di Madame de Pompadour o con Van Gogh, perché i suoi temi sono attuali e possiamo comprenderli. Assolutamente non voglio sminuire l’opera di Dante ma, suvvia, in quanti leggerebbero Dante se non lo si studiasse a scuola? E in quanti, sinceramente, ne sono “spontaneamente” attratti senza che nessuno dica loro che si tratta di una importante opera letteraria? Non a caso, si sente spesso dire che, tranne che per l’Inferno, la Divina Commedia è una palla. Ed è vero. Ha la sua utilità, ma le storie che vengono raccontate, appunto tranne l’Inferno, non sono attuali e non ci coinvolgono. Cosa che Doctor Who riesce al contrario a fare, parlando di discriminazione, dei problemi etici legati all’uomo che gioca ad essere Dio, alla possibile esistenza di forme di vita extraterrestri con cui convivere mostra le stesse difficoltà che abbiamo oggi tra paesi diversi, o lo sfruttamento e lo schiavismo.

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Prospettive di tempo su distanze maggiori (anche maratona)

Incredibilmente, è un errore comune proiettare il tempo su una determinata distanza su una distanza maggiore considerando la velocità media della distanza di partenza. Per intenderci, secondo molti fare una 5 km in 20′ vuol dire fare i 10 km in 40′. Errore. Questo non vuol dire che, allenandosi bene provenendo dalla 5 km, non si riuscirà a fare un tempo di 40′ (o meno), ma che è un errore partire dalla media sui 5 km per capire quanto si può fare su una 10 km. Per calcolare il tempo che uno impiega per passare da una distanza a una distanza maggiore, si usa una formula ben precisa e che si trova in letteratura. Questa formula viene definita come calcolatrice di Riegel ed è la seguente.

T = t*(nuova distanza/distanza di partenza)^1.06

Dove T è il tempo sulla nuova distanza maggiore, t quello sulla distanza di partenza. L’unità di misura è in secondi. Le distanze vanno misurate in metri. Chi corre una 5 km in 20′, dunque, non corre una 10 km in 40′, ma la corre in 41’41” circa. Parliamo quindi di 1’41” in più e non è poco quando si tratta di migliorare il proprio personal best (provate a chiedere a Eliud Kipchoge di migliorare il suo record in maratona di 5’… sorriderà!). Ovviamente, comunque si dà per scontato che ci si deve allenare e preparare per la nuova distanza.

La formula non è la Bibbia e ha il suo margine di errore. C’è infatti differenza tra il passare da una 800 m, dove il contributo anaerobico (corsa con il mega fiatone, in pratica) è quasi del 50%, e una 10 km dove il contributo anaerobico è del 3.5%. Eppure entrambe sono distanze del classico mezzofondo (i due estremi del mezzofondo, per la precisione). La formula ha più che altro lo scopo di dare delle indicazioni e di non avere obiettivi irrealistici. Chi corre una 10 km in 50′ può solo sognarsi di correre la maratona in 3h20′. Sarà sulle 3h43′. Eppure non è raro sentire runner, anche ben dotati, che sparano frasi come “devo correre la maratona in 3 ore, che allenamento devo seguire?” Per altro non è nemmeno detto che, dato il valore su una certa distanza (sulla 10 km), si regga bene un programma di allenamento per l’equivalente su una distanza maggiore (ad esempio la maratona).

Il tempo sulla maratona

A proposito di maratona, per questa distanze esiste un altro calcolo particolare: correre una 800 metri. Il proprio personal best sugli 800 metri è il tempo in prospettiva che si ha sulla maratona trasformando i minuti in ore e i secondi in minuti. Questo tipo di calcolo ha spezzato le gambe a tanti amatori che volevano farla giusto per diventare finisher, ma con tempi impietosi. Facile terminare la maratona, anche se non sembra (si può arrivare camminando!), ben più difficile battere il proprio record su una 5 km o una 10 km. Il classico jogger che corre a 5’30” al km e ha un tempo sugli 800 metri di 4’20”, correrà una maratona in 4h20′. Se la corre in più tempo, non ha espresso il suo potenziale. Però è anche vero che chi è ben allenato non è detto che sulla maratona riesca davvero ad esprimersi al potenziale corrispondente, semplicemente perché non è geneticamente portato a correrla. La calcolatrice di Riegel va vista in questo senso, cioè per imparare ad essere realisti e a non avere obbiettivi che non sono alla nostra portata anche se per ambizione e autostima (ma allora non abbiamo capito cos’è la vera autostima!) lo vorremmo.

Comunque sia, il fatto di non essere ottimizzati per la maratona non vuol dire che non la si può correre. Ci mancherebbe altro. Il senso di quanto detto è che bisogna fare le cose con una logica. Il fatto è che i ritmi dalla mezza in su sono molto variabili e non è sufficiente un calcolo teorico per strutturare l’allenamento. Sono ritmi variabili per tanti motivi. Esistono molti grandissimi campioni sulla mezza, che però crollano in maratona se prendiamo come riferimento la calcolatrice di Riegel. Già questo dovrebbe farvi riflettere. La calcolatrice di Riegel, alla resa dei conti, è uno dei tanti strumenti che potete usare per capire il vostro livello, ma non fa una statistica valida per tutti. C’è troppa variabilità dalla mezza poi. Se il vostro tempo in maratona non è ottimizzato rispetto alla 10 km, ma la volete correre lo stesso, fatelo pure. Dovete però tenere a mente due cose:

– le lunghe distanze sovraccaricano le articolazioni;
– divertirsi è ciò che conta davvero e non si deve correre sul dolore per finire a tutti i costi.

Attenzione, non si tratta di correre una maratona per finirla passeggiando e pensando di aver fatto l’impresa. Si tratta di capire che non esistono delle previsioni assolute. E ciò vale, come detto, anche per i grandi campioni. Se avete 1h41′ in mezza e la finite sopra le 3h30′, non è sbagliato se il vostro allenamento è stato affrontato con serietà e buon senso. Diffidate sempre di chi vi dà delle formule spacciate come verità assoluta!

Fatte le due precisazioni, se correte la 10 km in 40′ e finite la maratona in 3h30′, siatene sempre felici! La differenza sta nel fatto che, in ogni caso, avete una distanza, compatibile con le vostre doti, su cui puntate alla velocità. Non sarebbe la stessa cosa se correste lenti su tutte le distanze!

Fanatici delle lunghe distanze e novelli Rambo
Massimo consumo di ossigeno e test dei 7′

Gli spuntini non sono necessari nella dieta!

Nei programmi televisivi, nelle riviste e in giro per la rete, si ripete come un mantra assoluto che bisogna fare spuntini. La motivazione più comune di ciò è che fare spuntini aumenta il metabolismo e quindi, ad esempio, si dimagrisce più in fretta. Beh, è chiaro che, ogni volta in cui si mangia, il corpo deve impiegare energia per digerire e metabolizzare il cibo stesso che viene ingerito. È una regola fondamentale della termodinamica: non esiste una macchina con rendimento al 100%! Il problema sta nel quantificare questo “guadagno metabolico”. Chiedete a chi vi vende questa teoria di quantificare e sono sicuro che cadrà dal pero. In realtà, il metabolismo si alza per una decina di kcal, insufficienti a permettersi anche mezzo biscotto: tanto vale praticare sport e ci si potrebbe anche ingozzare di biscotti. La verità è che gli spuntini non sono necessari nella dieta! Tutto dipende dal tipo di dieta, dalla preferenza personale e dallo stile di vita, da quante ore passano tra un pasto e l’altro o da quante calorie si assumono, dalla soggettiva comodità. Le ragioni che stanno alla base dell’evitare gli spuntini sono due. La prima è che, nel corso della giornata, può dare fastidio interrompere un’attività perché si “deve” fare lo spuntino. La seconda è che evitare lo spuntino permette allungare di più i pasti principali e quindi mangiare con più portate. Infatti, negli esempi di diete che propongo (trovate gli approfondimenti a fine articolo), inserisco gli spuntini per non far passare troppe ore da un pasto all’altro, ma preciso anche che, se si resiste alla fame, si può evitare per guadagnare calorie negli altri pasti. Le uniche regole da rispettare sono quelle di:

– NON rimanere senza mangiare per oltre 5 ore;
– fare uno spuntino se passano più di 5 ore tra un pasto e l’altro.

Queste regole possono essere violate se è previsto un allenamento o dovete fare un’attività fisica. Un pasto, infatti, dovrebbe essere ad almeno 3 ore di distanza da un allenamento. Al massimo potete attendere 5 ore per i pasti più abbondanti (tra pasto e allenamento, non tra spuntino e allenamento!), come in quelli da pranzo domenicale. Di solito, senza appesantirsi né mangiando troppo poco, si fa un pasto a 3-4 ore dalla seduta (vedi anche su come gestire i pasti per gli allenamenti). In questo caso, è chiaro che la regola delle 5 ore tra due pasti verrà violata. Quando vi allenate, non preoccupatevi di rimanere senza mangiare per 5-6 ore. L’organismo sarà impegnato nello sforzo. Il metabolismo? Beh, il metabolismo viene intaccato se il digiuno è protratto per più di quelle 8-12 ore di quando dormiamo. E, soprattutto, dev’essere una situazione cronica, non saltuaria. Vedi anche l’articolo “Il digiuno fa male, l’importanza della colazione“. Se è previsto un allenamento, il consiglio è mangiare 3-4 ore prima, senza appesantirsi.

Le 5 ore tra due pasti, tolto il discorso degli allenamenti, non è che sono un diktat assoluto. Non c’è nulla di particolarmente scientifico. Non dovete pensare che, se passano 6 ore tra il pranzo e la cena, succede la fine del mondo. Il nostro organismo non è incapace! È più una questione pratica e psicologica. È difficile fare le attività quotidiane non mangiando nulla per più di 5 ore. Uno studente che fa colazione alle 7:00 e non può pranzare prima delle 14:00, ad esempio, ha una mattinata molto lunga che non può reggere senza fare almeno uno spuntino, meglio ancora se una buona merenda, a metà mattinata. Rimanere a stomaco vuoto per così tanto tempo è un tormento dal punto di vista mentale. Ma, ripeto, non c’è nulla di scientifico e non c’entra il metabolismo! È grave che anche dietologi professionisti parlino di spuntini per mantenere alto il metabolismo, nonostante il metabolismo non c’entri. Gli spuntini vanno fatti per ben altri motivi, non nell’errata convinzione di tenere alto il metabolismo! Qualunque sia la soluzione che ci conviene, con o senza spuntini, l’importante è non sforare e rispettare il fabbisogno calorico. Una soluzione corretta in assoluto non c’è!

Nella pratica, si scopre che:

è meglio fermarsi più a lungo e con calma a tavola!

Ma se lo stile di vita lo richiede ed è comodo, non è assolutamente vietato suddividere di più! Ad esempio, un pasto veloce e poco calorico è comprensibile quando si ha una pausa pranzo breve a lavoro. E giustamente, per riprendere il lavoro non ci si può appesantire. Escludendo questi casi, psicologicamente appaga di più gustarsi bene i pasti piuttosto che avere già il buco nello stomaco per aver mangiato poco e velocemente. Se uno si abitua a “mangiucchiare” di continuo, come si dice “poco e spesso”, poi non si abitua a sfruttare quello che ha nelle attività quotidiane o sportive. Il risultato è che continua a sentire il “bisogno” di dover mangiare sempre qualcosa. Paradossalmente, se uno si abitua a fare uno sgarro o uno spuntino qui e lì, è proprio mangiando “poco e spesso” che si assumono più calorie. Non ve ne accorgete, perché prendete qualcosa di piccolo e vi sembra poco, ma non è così se quel piccolo si aggiunge sempre ad altro. Può essere una sensazione soggettiva, ma tante volte è così soprattutto per i sedentari con poche attività. L’importante è non non andare a letto a stomaco vuoto! Certo, se uno si abbuffa senza ritegno, lo può fare anche con 2 pasti e il digiuno intermittente (*). Checché se ne dica, si ingrassa quando le calorie assunte sono maggiori di quelle consumate (vedi su indice glicemico e irrisione delle calorie). A prescindere dal numero dei pasti o dagli spuntini.

* Alcuni adottano il digiuno intermittente come strategia per dimagrire. Altri lo fanno perché spontaneamente non sentono fame al mattino. Beh, non è che questa strategia sia sbagliata in assoluto ma, solitamente, sarebbe meglio fare una buona colazione. Il resto può essere soggettivo, se davvero non avete problemi e non vi calano le prestazioni sportive. Parlo di saltare la colazione perché, per molti, viene più facile avere lo stomaco “chiuso” al mattino. Andare a letto senza cena sarebbe un digiuno intermittente piuttosto estremo! Il discorso del digiuno intermittente è spiegato meglio anche nell’articolo, già linkato, sulla colazione.

Servono davvero?

Personalmente, cerco di evitare gli spuntini. Se volete spezzare, è meglio fare la merenda. Consiglio di inserire la merenda, o 4 pasti in altre parole, se non volete appesantirvi con i soli 3 pasti principali. Uno spuntino non mi soddisfa, perché finisce in un attimo e sono solo 100-150 kcal. È una questione psicologica: fare gli spuntini, paradossalmente, mi porta a mangiare più del dovuto rispetto a un pasto abbondante. Lo spuntino, non soddisfacendomi, mi fa venire voglia di mangiare altro ancora. Ed è solo un surplus di calorie che mi fa aumentare di peso. Diciamo che, a me, aiuta molto avere gli allenamenti perché, come dovrebbe sempre essere, parto a digestione completa. Partendo a digestione completa, poiché non posso fermarmi a mangiare mentre mi alleno, trovo scomodo spezzare troppo i pasti. Se ho mangiato bene prima, non ho fame durante la seduta! Ma il discorso vale per chiunque abbia tanto da fare in giornata. Vedete come non è sempre conveniente fare gli spuntini? Semmai, il vero diktat dovrebbe essere mangiare alla stessa ora tutti i giorni. Se uno è capace di limitarsi con lo spuntino, ci sta ed è una scelta personale. L’intento era far capire che non è necessario fare gli spuntini perché i manuali di teoria dell’alimentazione lo dicono e si deve fare così… la pratica è diversa! Quando prevedo un allenamento, mi capita che passino anche più di 6 ore fra due pasti. Bisogna imparare a sfruttare le risorse del nostro organismo, che è molto intelligente, senza pensare che andrà in crisi (purché, ovviamente, non si digiuni!).

Non è sbagliato fare 3 pasti e non è sbagliato fare gli spuntini. Solo che gli spuntini non sono obbligatori! Con 3 pasti si eccede? Non credo. Si mangia tanto in un pasto ma, se interviene un minimo di autocontrollo, è difficile eccedere complessivamente. Su una dieta da 2400 kcal, con un allenamento in mezzo, posso fare una colazione da 600 kcal, un pranzo da 800 kcal e una mega cena da 1000 kcal. Non ho ecceduto nel fabbisogno calorico! Non a caso, in molti piani di dimagrimento per obesi vengono consigliati solo 3 pasti. Gli spuntini creerebbero frustrazione, agendo poi per compulsione perché ci si sente insoddisfatti con poche calorie in un pasto. A parte l’aver spiegato che non si eccede per forza, un pasto abbondante non deve preoccupare. Se siete sportivi e in salute, il metabolismo è fatto apposta e digerisce senza problemi!

Lo so, un nutrizionista della vecchia scuola dirà che non si fa, che bisogna fare gli spuntini e mangiare spesso tanti piccoli pasti. Ma non è vero, tant’è che, in alcuni programmi di dimagrimento per gli obesi, dicono di fare tre pasti, senza spuntini. Quello che è sbagliato è saltare i pasti principali, digiunando più di quelle 8-12 ore fisiologiche del digiuno notturno. Il metabolismo non si abbassa e potete andare tranquilli. Chi dice che bisogna mangiare poco e spesso, pena il non dimagrire o l’abbassare il metabolismo, il distruggere i muscoli, dice una sciocchezza. Anzi, se siete nell’abbuffata festiva (che è occasionale!), non è nemmeno sbagliato fare una cena leggera o saltare la colazione. Il nostro organismo non è stupido. Sa quello che deve fare per mantenere il peso e tenderà a compensare un precedente pasto leggero o pesante. Anche io, quando faccio un pasto meno calorico e non mangio per 5-6 ore perché ho un allenamento in mezzo, ho una fame da lupi spaventosa una volta che ho finito la seduta (vedi anche sulla fame da sport). Mangio di più, senza prendere un etto, perché devo recuperare le calorie mancate del pasto precedente.

Evitate di stare sempre a mangiucchiare. Fermatevi di più a tavola o fate la merenda e mantenetevi attivi. Non date per scontato che si devono fare gli spuntini a tutti i costi. Personalmente, continuo a pensare che sia sbagliato mangiucchiare spesso, contrariamente a quello che alcuni dicono (non sono affatto convinto che ci sia un significativo beneficio metabolico). Ripeto sempre che il nostro organismo non è stupido ed è resistente, ma bisogna creare l’opportunità di metterlo alla prova (non martoriandolo, però). Ciò nonostante, per quanto riguarda gli spuntini, una strategia giusta o sbagliata in assoluto non esiste.

Se sì, quando farli?

Per chi decide di fare lo spuntino, sorge l’interrogativo su quando farlo. Esiste solo un caso dove lo spuntino dev’essere tassativo:

lo spuntino è necessario quando il normale pasto sarebbe caloricamente eccessivo.

Stabilire una quota per le calorie rimane soggettivo. Per una donna sedentaria di mezza età, già una pizza è da considerare uno sgarro, mentre per uno sportivo che brucia 2500 kcal un pasto da 700-800 kcal può già essere del tutto normale (basta che non mangi troppo 3-4 prima di un allenamento!). La regola è quella: se la digestione soffre a causa dell’introito calorico di un pasto, DOVETE inserire almeno uno spuntino.

Non è detto che ci debba essere solo uno spuntino, così come non è detto che ce ne debbano essere due, e addirittura possono essere tre. Uno dei due può essere proteico (un pezzo di formaggio) e l’altro glucidico (un frutto), uno dunque a metà mattina e l’altro a metà pomeriggio oppure possono essere entrambi bilanciati. Diciamo che, in linea generale, uno spuntino non è a meno di 2 ore dal pasto successivo e può essere liberamente ad almeno 3 ore dal pasto precedente. Lo spuntino diventa inevitabilmente obbligatorio quando passano più di 5 ore tra un pasto e l’altro. Ecco due possibili opzioni:

– colazione (pasto) ore 7:30 – pranzo (pasto) ore 12:30 – allenamento ore 17:30 – cena (pasto) ore 19:30;
– colazione (pasto) ore 7:00 – pranzo (pasto) ore 12:00 – spuntino ore 15:00 – cena (pasto) ore 18:00 – spuntino ore 21:00.

Notate come, nel secondo caso, sia stato considerato un spuntino dopo la cena, poiché passano troppe ore dalla cena al coricamento notturno. Con la cena alle 18:00 e il coricamento previsto per le 23:00, alle 21:00, cioè a 3 ore di distanza dalla cena e a 2 ore dal coricamento, uno spuntino è obbligatorio. In sostanza, la giornata finisce quando si va a dormire, non quando si cena! Nel primo caso, lo spuntino notturno non è obbligatorio, perché la cena la cena è a un’ora decente dal coricamento. Ammettendo di coricarsi alle 23:00 (con la sveglia puntata alle 7:00) e di mangiare bene. Mangiare bene vuol dire no alla famosa “cena da povero”! Se non si fa l’allenamento, allora sì che è obbligatorio uno spuntino pomeridiano. Se volete sapere come potete gestire gli orari dei pasti, aprendovi a svariate soluzioni, leggete pure questo articolo.

Ecco due schemi di spuntini che NON sono affatto validi:

– colazione (pasto) ore 8:00 – spuntino ore 10:00 – pranzo (pasto) ore 12:00 – cena (pasto) ore 20:00;
– colazione (pasto) ore 7:00 – pranzo (pasto) ore 12:00 – spuntino ore 14:00 – allenamento ore 16:00 – cena (pasto) ore 20:00.

I due casi sopra sono i tipici scenari in cui si saltano i pasti o si mangia a casaccio, anche se si tratta di spuntini, e poi ci si allena alla buona senza criterio. Imparate a domandarvi sul perché state facendo uno spuntino. È davvero necessario o lo state facendo per sfizio, perché avete sempre voglia di mangiare qualcosa? Oppure ancora, lo state facendo perché seguite acriticamente i dettami di una rivista? Oppure in generale non avete la più pallida idea di cosa state facendo e non avete alcuna organizzazione? Organizzate le vostre giornate con criterio. Non date retta a molti consigli delle riviste, ma fate una cosa sensata, adatta al vostro stile di vita.

Spuntino pre-nanna

Lo spuntino pre-nanna è spesso un capriccio anziché una vera necessità. Per molti è indice del fatto che l’organizzazione dei pasti precedenti non è stata ottimale. Il pre-nanna può essere lecito e comprensibile per un atleta che si allena di frequente, per cui uno spuntino pre-nanna ci sta e aiuta a ricaricare un po’ le energie spese. Ma per chi fa jogging o la seduta corale di step, uno spuntino pre-nanna non ha senso. Ci può stare uno spuntino se la cena è troppo presto o il classico gelato dopo la cena, a patto che sia parte del fabbisogno calorico. Il pre-nanna, invece, non va bene se si trasforma nel pacchetto di patatine. Quello che conta è non andare a coricarsi a stomaco vuoto e considerare gli incastri di tutti i pasti giornalieri. Il pre-nanna, se volete farlo e vi piace, non dev’essere uno sfizio perché si vuole sempre “mangiucchiare” qualcosa!

Lo spuntino pre-nanna è decisamente sovrastimato in ambito di body-building. I body builder non capiscono che un minimo di catabolismo muscolare nel digiuno notturno è normale. Quello che conta sempre è rispettare il proprio fabbisogno calorico. I body builder sono invece letteralmente terrorizzati dal catabolismo muscolare, arrovellandosi con le più strambe teorie sulla fisiologia e sull’assimilazione delle proteine in fase di sonno. Il punto è che, dietro ai loro muscoli, nascondono molto più grasso di quello che credono! Come potete notare, anche nel caso dello spuntino pre-nanna è lo sportivo ad essere del tutto giustificato nel farlo (se rientra nel fabbisogno calorico), mentre chi è sedentario e ha un basso fabbisogno calorico tende a farlo per capriccio o “noia”. Ma, si sa, essere sedentari non fa parte del buon stile di vita.

Dieta da 1200 kcal
Dieta da 1400 kcal
Dieta da 1600 kcal
Dieta da 1800 kcal
Dieta da 2000 kcal

Dieta da 2000 kcal

La dieta da 2000 kcal è una dieta equilibrata. È piuttosto libera e appagante, ma bisogna sempre stare attenti a non fare scelte alimentari disastrose. Altrimenti, sarà facile ingrassare anche “mangiando tanto”. Le diete più caloriche possono dare un po’ questo effetto di concedersi troppe libertà, ma non è così.

Chi può seguire la dieta da 2000 kcal

La dieta da 2000 kcal è adatta a soggetti maschi alti 170-175 cm con poca attività fisica o sedentari. Non è adatta alle donne sedentarie, bensì a quelle sportive (160-165 cm) nel target salutistico. Vedi anche “Calcolo del fabbisogno calorico (e per la massa muscolare)“. La dieta da 2000 kcal può essere seguita anche dai maschi per dimagrire, tagliando quelle 400-600 kcal al giorno che permettono una buona perdita di peso (ricordatevi il giorno di riposo!).

Dieta da 2000 kcal

Ecco la ripartizione dei pasti nella dieta da 2000 kcal:

colazione da 400 kcal;
pranzo da 600 kcal;
cena da 700 kcal;
due spuntini da 150 kcal.

I pasti sono tutti equilibrati. Come detto, però, non si devono fare scelte disastrose. La regola generale, salvo l’intermezzo di un allenamento, è quella di non rimanere senza mangiare per più di 5 ore (vedi “Il digiuno fa male, l’importanza della colazione“). Non è un diktat assoluto, ma è ragionevole. È sempre bene imparare a usare le verdure per abbassare la densità calorica del piatto, come spiego nell’articolo “Come creare ricette ipocaloriche (l’importanza delle verdure)“. Le combinazioni sono maggiori per la cena, poiché si presume che sia il pasto più tranquillo dopo la giornata di lavoro. Se siete molto impegnati nella giornata, non abbiate timore ad usare alimenti veloci. Dei possibili abbinamenti sono ad esempio bastoncini di pesce, insalata e pane oppure trancio di salmone fresco, insalata e pane o ancora toast più frutta. Oppure potete ripiegare sui surgelati.

Gli spuntini non sono obbligatori, così potrete permettervi più calorie negli altri pasti. Se non avete problemi a fare un pasto più leggero o veloce, fateli pure.

Colazione

C’è solo da fare attenzione a non farla troppo glucidica, come il tradizionale cornetto più cappuccino che fa venire fame dopo un’ora.

Pranzo

Il pranzo è fatto così:

  • piatto unico con verdure da 500 kcal + alimento da 100 kcal;
  • secondo da 350 kcal + 50 g di pane (140 kcal) + alimento da 100 kcal.

L’alimento da 100 kcal può essere fatto con una fetta di formaggio light più 40 g di affettati magri o del cioccolato (20 g).

Cena

Queste sono le opzioni per la cena:

  • primo piatto da 450 kcal + fonte proteica da 100 kcal + dolce o alimento da 150 kcal;
  • secondo da 350 kcal + 50 g di pane (140 kcal) + dolce o alimento da 200 kcal.

È molto importante giocarsela con la portata principale che dev’essere a base di verdura, affinché il resto delle calorie sia compensato con qualcosa che ci piace di sfizioso. Ad esempio il dolce da 150 kcal può essere un dessert al cucchiaio di quelli ipocalorici già pronti, mentre l’alimento da 200 kcal può essere con 80 g di gelato alla crema da 250 kcal/100 g.

Spuntini

Gli spuntini, uno a metà pomeriggio e l’altro a metà pomeriggio, possono essere entrambi bilanciati o uno proteico e l’altro glucidico. Possibili opzioni: 35 g di Grana o formaggio equivalente, un frutto grande, qualche biscotto secco leggero, un dolce al cucchiaio ipocalorico. Sono tutte opzioni da circa 150 kcal.

NOTA IMPORTANTE!
La dieta proposta non ha alcun fine di prescrizione medica. Ha solo uno scopo didattico, per far passare il concetto e istruire le persone a gestirsi da sole portando esempi. La dieta è basata su valori medi. Ognuno ha poi la sua genetica, le sue eccezioni, la sua età. Per approfondire, leggete il vademecum per l’alimentazione corretta. Come sport, si è considerata la corsa perché è il più pratico e versatile, ma c’è anche il ciclismo.

A che ora fare i pasti?
Calorie degli alimenti più comuni
Chiarimenti sulla dieta e consigli alimentari

Come creare un menù per la dieta
Come dividere una ricetta

La motivazione dell’amore

Ai tempi della scuola, avevo abitudini diverse dai miei compagni. C’era chi era indisposto allo studio e rischiava sempre di essere bocciato. Ci fu poi un anno dove gli elementi peggiori furono bocciati in massa. Ma non è verso di loro che voglio fare il confronto. Intendiamoci, le mie medie scolastiche non erano da secchione, ma me la cavavo. Ho avuto la media dell’8 in filosofia e latino, ho preso dei 10 in inglese, per due anni ebbi la media dell’8 anche in matematica, poi 9 in storia. Eppure, passavo i miei pomeriggi a dormire dopo i soliti cartoni animati (Dragon Ball, i Simpson e Futurama). Dormivo perché vivevo la notte, scrivendo al computer quando ancora internet era per pochi o guardando la televisione. Non dedicavo praticamente mai il tempo allo studio, mentre i secchioni avevano la testa sui libri fino all’ora di cena. Ammetto che i miei anni di scuola sono stati molto intensi. Fui addirittura sospeso per due volte e bigiavo, ma avevo già capito alcune cose della vita. Avevo capito che ciò che conta, nella vita, è fare ciò che si ama. Io amavo il basket, così bigiare da scuola era un buon modo per andare a fare due tiri al campetto dell’oratorio vicino dove trovavo sempre una palla disponibile. Amavo la musica (avevo anche provato a suonare la chitarra e la tastiera), così bigiavo per andare a Milano o al vicino centro commerciale per acquistare album musicali con i soldi risparmiati dalla merenda. A posteriori, dopo tutti questi anni, non incoraggio nessuno a bigiare, ma quelle erano sensazioni di vita vissuta alla grande. Gli insegnanti erano forse confusi nei miei confronti. Uno di loro diceva che non c’era nessuno con le mie qualità in classe. In generale, riconoscevano che sapevo il mio fatto, ma allo stesso tempo ero anche reputato il classico alunno che non si impegna come potrebbe o dovrebbe per prendere voti migliori. La domanda che mi risuonava sempre in testa era: è perché mai avrei dovuto farlo? Mi veniva spontaneo avere una media generale del 7. Per avere una media superiore, avrei dovuto buttarmi sui libri come i secchioni fino all’ora di cena. Ma non ne valeva la pena. Il quantitativo di energia da spendere era eccessivo. Per me contava di più coltivare ciò che amavo. Lo studio ce l’avevo già dentro e lo praticavo quotidianamente, approfondendo tutti gli argomenti che mi facevano crescere come persona, che si trattasse di matematica, storia o filosofia o dei testi delle mie band preferite o dei libri dei miei autori preferiti (mi piaceva molto Stephen King, all’epoca). Imparavo non per il voto, ma per la vita.

Poi mi diplomai. Ebbi delle esperienze lavorative che mi fecero già intuire come il lavoro fosse una prigione sociale. C’erano capi che non capivano un tubo e che pretendevano che facessi il loro schiavo, apprendisti sottopagati o gente giovane con esperienza ma nessuno voleva far fare esperienza ai giovani, orari di lavoro che impedivano di coltivare i propri oggetti d’amore, pause pranzo di mezz’ora e turni notturni. Eccetera, eccetera, eccetera. Impiegai così il tempo prima di iscrivermi all’università. Scelsi geologia. Venne spontaneo. Amavo la natura, quindi mi venne del tutto naturale approfondire qualcosa che amavo. All’università, non potevo più permettermi di dormire al pomeriggio, ma continuavo a vivere la notte. Passavo i pomeriggi a lezione o a laboratorio o ad esercitarmi in attesa degli esami. Anche all’università, però, c’era sempre qualcosa in cui non mi riconoscevo. I discorsi che sentivo si basavano sul frequentare quel corso di laurea con l’aspettativa di uno sbocco lavorativo. Anche se c’era gente che amava davvero la geologia, non ricordo nessuno che abbia detto di aver scelto geologia perché amava la materia. Si preoccupavano di trovare un posto di lavoro importante e ben pagato. Io storcevo il naso, perché ritenevo che un buon posto di lavoro dovesse essere conseguenza dell’amore per la geologia, e non che studiare geologia fosse una specie di “buon partito” per avere lavoro. Qualcuno mi vedeva già come ricercatore, ma io ero consapevole che comunque certi posti di lavoro sono riservati alle menti più eccellenti. Quindi, la maggior parte di chi aveva scelto geologia per avere un buon lavoro comunque non avrebbe avuto successo e sarebbe finito nella schiera di coloro che si lamentano che non c’è lavoro, ma solo perché pretendono di avere il lavoro che loro vogliono e il migliore che esista. Io avrei anche accettato di fare lo spazzino se quello significava avere il pane con cui vivere. E l’avrei sicuramente fatto volentieri rispetto a un posto come ricercatore che mi avrebbe portato via tutta la giornata e recato stress. Quello stipendio, tutto sommato, proprio come a scuola, era più un onere che un onore. E sia chiaro, anche in università non prendevo voti tanto diversi dalla scuola. Mineralogia e petrografia erano le mie materie preferite.

L’amore e la semplicità

Non pretendo di certo che vi interessi la mia carriera dalla scuola all’università. Il motivo per cui vi ho raccontato che razza di testone ero è che, nella vita, dobbiamo mettere amore nelle cose. Senza amore, il voto alto che avremo sarà solo un surrogato di autostima, da successo. La fatica fatta per raggiungere quel voto non sarà gratificante, ma un impegno da bravo ragazzo sempre diligente che però non sa assaporare il lato romantico della vita. Senza amore, il lavoro sarà solo una prigionia sociale, un dovere, e magari saremo tra quei medici che daranno spiegazioni ai pazienti come se fosse un favore, non vedendo l’ora di tornare a casa aspettando che, di rientro a casa in rientro a casa, arrivi anche l’ultimo giorno rendendoci conto di aver sprecato la vita. Questo vale per tutto nella vita, anche nello sport. Non importa se arrivate ultimi in una gara. Ciò che conta è amare la corsa e arrivare ultimi dando comunque tutto se stessi e, magari, facendo anche il proprio personal best.San Marino dopo il gol all'Inghilterra il 17 novembre 1993 È per questo che, dopo le dichiarazioni del calciatore Thomas Müller che ha definito inutili le gare come quelle di qualificazione contro San Marino (il piccolo paese, l’11 novembre 2016 ha preso 8 gol dai tedeschi), il calciatore bavarese può vantare tutti i trofei che vuole, beneficiare del suo lauto e milionario stipendio, ringraziando la sua genetica per questo. Ma sono i sammarinesi, rappresentanti di una Nazione di 30 mila abitanti circa, ad essere i veri vincenti, perché si divertono, amano giocare e sono felici di confrontarsi con i migliori, dando tutto anche se perdono 8-0 in casa. A Müller, manca il dono della semplicità, motivo per cui i suoi trofei e il suo conto in banca non bastano a renderlo un vincente a livello esistenziale. Proprio come la gente che ho conosciuto a scuola e all’università.

Imparare ad essere ultimi
La società dei falliti

Vegani e vegetariani che uccidono animali

I vegetariani e i vegani (che per comodità chiamerò anche veg) che sono tali NON per preferenza alimentare (*) hanno la nomea di appartenere a una categoria di esseri sensibili verso gli animali, una specie superiore a tutti coloro che, dispregiativamente, definiscono come “mangiacadaveri”. Esattamente come ogni religione, però, le loro ideologie sono pericolose e incoerenti e, proprio come in ogni religione, chi vi aderisce, anche alla luce delle falle evidenziate, pilatescamente spegne il cervello e continua a credere. Il punto è che la coerenza, come dico sempre, è alla base di un’etica che non sia di cartapesta e l’incoerenza ne prova l’invalidità.

* Se non si vuole mangiare la carne perché non piace, va benissimo. Contrariamente a come fanno spesso i veg rivolgendosi agli onnivori, non sono contro la dieta vegetariana a prescindere o per partito preso. Se uno è magro, fa sport ed evita le carenze nutrizionali, la scelta personale è sempre lecita.

Adesso non è mio scopo mettere in evidenza episodi dove i veg lanciano sassi contro le macchine degli allevatori o sabotano le linee ferroviarie per sostenere la loro causa alla stessa stregua dei terrorisisti. Mi voglio invece concentrare sull’incoerenza per far riflettere i più aperti a riconsiderare questo movimento. Voglio quindi fare ai veg le seguenti domande.

– Come fanno a sapere se, quando guidano in una strada di campagna, non stanno investendo un ranocchio?
– Come fanno a sapere che non stanno calpestando una formica, uccidendola?
– Perché nutrono i loro amici a quattro zampe con la carne?
– Come fanno a verificare che un cioccolato fondente o qualsiasi altro prodotto sia davvero vegano?

Insomma, sulla carta la loro ideologia può anche sembrare molto bella, ma all’atto pratico non funziona. Certo, alle prime due domande, un veg risponde che loro cercano di fare del loro meglio anziché come gli onn… ehm, i mangiacadaveri che non hanno rispetto per la vita (degli animali, i vegetali sono giustamente vite di serie B). Ma allora il problema è legato al fatto che un ranocchio investito per sbaglio o una formica calpestata non si vede, a differenza del povero vitello al mattatoio. Occhio non vede, cuore non duole. E che differenza c’è con chi non vede il macellaio mentre uccide l’animale? È tutta questione di patosensibilità: colpisce il dolore che si vede, mentre quello che non si vede non ci interessa. Il prefisso “pato” indica bene il concetto, cioè la patosensibilità è una forma distorta della vera sensibilità. Tutti quei video che trasmettono dei mattatoi non sono altro che un condizionamento veg basato sulla risonanza sentimentale. A questo punto, perché non far vedere video di come i ranocchi vengono barbaramente schiacciati dalle vetture dei veg? Bisogna essere veramente più che maniacali per seguire la filosofia veg. Alla terza domanda, i veg rispondono che cani e gatti sono per natura carnivori. Ogni volta che usano questo alibi, mi cascano le braccia, perché dimostrano che a parole possiamo essere tutti bravi, salvo scendere a compromessi con improbabili motivazioni quando ci fa comodo. L’ultima domanda non faccia ridere. Esistono dei costosissimi cioccolati fondenti con il claim “vegano” che in realtà non sono vegani. A prescindere dal fatto che un vero cioccolato fondente è vegano per definizione, non è raro trovare alcuni cioccolati fondenti che inseriscono la dicitura “può contenere tracce di latte”. Ed esistono molti vegani che non si prendono la briga di spulciare le etichette.

L’uccisione della biodiversità

Potrei fare altri esempi di incoerenza veg, ma questo è quello sicuramente più significativo. Se dovessimo eliminare tutti i prodotti di origine animale, comunque dobbiamo pur nutrirci di qualcosa e, allo scopo, servono campi di coltura. Ma per fare questo si deve purtroppo deforestare. E deforestare significa uccidere la biodiversità delle specie selvatiche. Dunque, i veg, per non uccidere animali, arrivano esattamente a uccidere gli animali. Certo, è una uccisione indiretta. Certo, non fa risonanza sentimentale come quando si vede un capretto che sgorga sangue a testa in giù. Ma rimane sempre un’uccisione. E per di più, un’uccisione che aumenta l’antropizzazione, che distrugge la natura selvaggia con le sue specie selvatiche, il tutto per fare spazio ai campi. E non è finita qui. Come gestire il fatto che comunque ci saranno animali a minacciare le coltivazioni? Si useranno pesticidi? Alcuni veg hanno attivato il cervello e hanno capito il profondo errore, vedi ad esempio il naturalista Claudio Bertonatti. Queste nel quote sono le parole di Bertonatti.

Non vi è alcuna specie animale la cui sopravvivenza non comporta la morte di altri animali, direttamente o indirettamente.
[…]
Molti vegani e persone che indossano solo cotone sembrano credere che non causano alcuna morte, ma lo fanno. Frumento, riso, mais. La maggior parte dei vegani mangiano queste cose.
[…]
Se si mangia carne, si uccidono gli animali, ma li si uccide anche mangiando piante. Un sacco di persone che hanno a cuore le questioni ambientali cercano buoni e cattivi, ma non è così: è molto più complicato.

Le parole di Bertonatti sono un duro colpo che riporta sulla Terra coloro che pensavano di seguire una filosofia basata sul rispetto e la sensibilità. Ma sono convinto che la frangia maggioritaria, violenta ed estremista, farà come il credente che, dopo che gli si sono dimostrate le incoerenze e l’inconsistenza del suo credo, mostra la sua incapacità razionale con il più classico dei “ma io credo lo stesso!”

L’azione concreta

Francamente, non comprendo come uno che decide di non mangiare carne o derivati possa considerarsi così sensibile e attento all’ambiente rispetto a un carnivoro, se poi per nutrire il proprio cane delega sempre qualcun altro per uccidere altri animali. Così come non comprendo come può essere credibile chi contesta gli allevamenti intensivi e poi usa la carta che è stata prodotta abbattendo alberi sui cui vivevano diversi insetti o uccelli. È un fatto di coerenza. Non è indice di sensibilità non mangiare carne, quanto piuttosto è importante essere consapevoli e avere rispetto per ciò che abbiamo in tavola o indossiamo. È sulla crudeltà gratuita che bisogna battersi, non contro il cuoio o la carne. Se io macello un animale per mangiarlo, è giusto che ad esempio usi la sua pelliccia per non sprecare nulla del “dono” fatto dalla natura. Diverso sarebbe usare la pelliccia per puro sfoggio di vanità! Le filosofie veg non sono altro che una gran fiera dell’ipocrisia. Fanno le manifestazioni contro l’industria del cuoio e sono le stesse persone che se ne fregano bellamente delle uccisioni indirette che provocano in altri modi. Sono i primi a chiudere volutamente gli occhi sulle uccisioni su cui possono decidere di non vedere, illudendosi di essere migliori e sensibili. Ah beh…

La natura è molto più complessa di come la vogliono descrivere i veg. E sono loro a dire di amare la natura, anzi no, gli animali. Non si può relegare la natura a una visione in bianco e nero, cioè mangiare la carne è male e mangiare i vegetali è ok. Questo tipo di visione è troppo semplicistica. Non funziona così, perché nel ciclo della vita avvengono svariati meccanismi di reciproca interazione e, in qualche modo, si uccidono sempre animali ed esseri viventi in generale. I vegetariani e i vegani riconoscono, come lo faccio anche io, che spesso la gente è incivile e non rispetta niente e nessuno. Il problema è che adottano una soluzione o reazione che non li fa vivere serenamente. E finiscono, paradossalmente, per fare più danni di quello che vorrebbero salvare. Dicono che fanno la loro parte, che è meglio di niente, ma fatto sta fanno più danni che bene, magari senza nemmeno accorgersi. Non è un caso se, in Canada, sono gli stessi cacciatori a lottare per l’ambiente. Il veg, infatti, è troppo impegnato a fustigarsi per aver schiacciato un insetto! Se la smettesse con questa estrema sensibilità, cioè la patosensibilità, potrebbe salvare tante specie di cui ignora l’esistenza o il ruolo ambientale. Gli animali da difendere non solo solo quelli a quattro zampe, pelosi come i cani o carini come l’agnellino pasquale.

Processionarie contro cani e gatti

Andiamo fino in fondo con il discorso. Se i vegani o i vegetariani possiedono un gatto o un cane, cosa farebbero se ci fosse un’invasione di processionarie? Qui da me, qualche anno fa c’è stato e anche in altre zone d’Italia sono una piaga. Soprassediamo sul fatto che delegare ad altri l’uccisione degli animali per nutrire l’amico a quattro zampe è incoerente (con la scusa che è la natura del cane e del gatto…). Ma come si comporterebbero i veg quando portano a spasso il loro cane con il rischio delle processionarie? Le processionarie sono velenose e letali. Sono innocue solo per pochi giorni in cui vivono da falene, ma per il resto del ciclo vitale sono velenose. I veg lascerebbero morire il proprio cane pur di “rispettare la vita animale”? Stare attenti non è garanzia che il cane non ingerisca un pelo o che non entri in contatto con il veleno. Spero tanto che, se il cane muore, non vengano a dire che “è la natura” (notare l’analogia religiosa del “è la volontà di Dio”). Non è un caso se l’invasione delle processionarie è da combattere per legge. Il mio non è un esempio estremo ma, come si usa dire, è facile fare i moralisti quando un problema non ci tocca direttamente,

Il rispetto per gli animali

I vegetariani e i vegani non comprendono che il rispetto degli animali non implica che non si possa mangiarli. Il loro è un problema di patosensibilità, cosa che non ha nulla a che vedere con il rispetto per gli animali. Anche una leonessa che caccia lo fa con “rispetto” verso la gazzella, perché sa che una “vittoria” non è affatto scontata. Il problema dei vegani è di stampo emotivo, una cattiva gestione del dolore e della morte. Un conto è protestare contro la crudeltà gratuita, e allora sono d’accordo. Un altro conto è scagliarsi contro il mangiare carne, e su questo non sono d’accordo perché di per sé non identifica una crudeltà. Nutrirsi è corretto, la crudeltà no! E no, almeno per quanto mi riguarda, da sportivo mi è impossibile seguire una dieta senza carne (il perché lo chiarisco qui e qui). Se siete tra coloro che fanno fitness in palestra o la camminata, allora va bene, fate come volete. Ma io sono uno che corre e che vuole farlo seriamente per essere in salute, per cui una dieta senza carne sarebbe (per me) troppo complicata da gestire. E questo non perché sono insensibile, bensì perché non sono masochista! Appunto, ne faccio una questione di rispetto e qualità. Scindo la questione dall’emotività. Di solito, privilegio il consumo di pesce grasso per evitare la carenza di omega-3. Ragiono in senso positivo, mangiando la carne come alternativa al pesce e cercando delle fonti sicure (i produttori locali non sono da prendere come garanzia a occhi chiusi!).

Non bisogna fare confusione. Non scambiate l’emozione patosensibile con il vero animalismo. Quanti vegetariani o vegani si battono per impedire la caccia agli squali? Li vedi inteneriti per l’agnello che mangiamo a Pasqua, ma nulla sulla caccia agli squali. Gli squali sono animali che svolgono un ruolo importantissimo nell’ecosistema marino. Praticamente vanno a fare un ruolo di “controllo”, permettendo che il mare sia quello che è. Senza gli squali, sarebbe tutto diverso. Chi li caccia vende le pinne in Cina e fa soldi con il bracconaggio. Eppure degli squali non frega a nessuno! Anzi, se imparate a conoscere gli squali, scoprirete che sono loro ad essere diffidenti verso l’uomo e gli attacchi sono rari, in caso di minaccia o panico. Solo che, complice anche Spielberg, gli squali hanno una cattiva reputazione rispetto all’agnellino pasquale. Esistono popoli che cacciano le foche e li accusiamo perché l’effetto è sempre quello: sono animali carini! Non capiscono che quei popoli vivono in uno stato di sopravvivenza e, poiché sono in pochi, l’impatto è minimo. Gli squali? Loro no, sono brutti e cattivi e ci attaccano quando andiamo al mare, compresi i vegani e i vegetariani. Ma dico squali così come potrei dire i rinoceronti e le zebre in Africa. Quel dolore è lontano e non ci tocca. E ce ne freghiamo, nonostante lì il business del bracconaggio sia fortissimo. Facile così.

Cani o gatti?
I “mangiacadaveri” che conoscono gli animali

L’inconsistenza del cristianesimo… ma Gesù è esistito?

È interessante notare come ciò che in tanti danno per scontato non sia affatto tale. Una di queste cose è sicuramente la religione cristiana verso cui, se si riflette con spirito critico e razionalità, si nutrono forti dubbi. Da ateo, ora non è mio interesse discutere su come non abbia senso prendere in considerazione l’esistenza di Dio (e, sì, sappiate che è da stupidi dimostrare l’inesistenza di qualcosa che, per definizione, non esiste, quindi il problema è di chi crede). Per questo argomento, vi rimando all’articolo “L’universo non ha bisogno di Dio!” Voglio invece portare alla luce tre punti che i cristiani dovrebbero considerare. Magari come al solito la butteranno sul “E che c’entra? È questione di fede, io credo lo stesso!” Benissimo, è comunque diritto di ognuno spegnere il cervello e fare come la scimmia che non vede e non sente ma straparla. In caso contrario, magari c’è qualcuno che vuole avere più chiarezza e questo è l’articolo giusto.

1) Gesù è davvero esistito?

Sembra banale, ma non lo è. Quali concrete e inconfutabili testimonianze abbiamo di Gesù? I romani dell’epoca non ne parlano affatto. Si parla di qualche testo dove genericamente si parla di un predicatore, ma non si fa direttamente accenno a Gesù. Anzi, questi testi sono sottoposti a scetticismo da diversi esperti, in quanto probabilmente rivisti dai cristiani stessi. Il dubbio è più che lecito. Nelle cronistorie degli antichi romani, si parla di tantissimi personaggi anche ben più miserevoli di Gesù, quindi com’è possibile che una figura così importante come Gesù sia stata trascurata? Dopotutto, aveva dato filo da torcere ai romani e scatenato una rivolta. E sarebbe stata comprensibile una descrizione cruenta e vendicativa della crocifissione di Gesù così come fatto per gli Spartaco di turno. Ma non c’è nessuna testimonianza, in nessun testo e in nessun archivio ufficiale. Solo i Vangeli ne parlano. Peccato che, leggendo i Vangeli, si trovano storie molto diverse. Cosa succede realmente a Gesù nei giorni della passione? Tra i quattro Vangeli canonici, non c’è una versione coerente. Cosa fa Giuda con i 40 denari esattamente? Gesù era stato visitato da pastori o da “saggi”? Gesù proveniva da una famiglia di falegnami, era di estrazione povera in generale o addirittura di famiglia aristocratica? Dubbi, su dubbi, su dubbi. Chi crede che l’esistenza di Gesù sia comprovata dai Vangeli allora dovrebbe ammettere che Superman esiste perché ne parlano nei fumetti. Di Gesù, non esiste assolutamente nessuna prova storica materiale. Non esiste nessuna reliquia. Le sindoni sono dei falsi (sì, non c’è solo quella di Torino!). Non esiste nessun atto di nascita e non esiste nessun atto sulla sua crocifissione. Sono tute storie di leggende tramandate, al pari dei supereroi dei fumetti!

2) Qual è la morale cristiana?

È un altro aspetto tralasciato. Se uno decide di seguire una morale, deve saper proporre dei principi coerenti. Tutto questo manca nella morale cristiana. In tanti pensano che Gesù proponga messaggi di pace e amore ma, leggendo i Vangeli, io sinceramente nutro parecchi dubbi. Prendiamo i seguenti passi.

“Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te”.

“E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te”.

Alla faccia del messaggio di pace e amore. Qui a me sembra che stiamo parlando di un’istigazione all’autolesionismo. Alcuni mi hanno risposto che il messaggio è da leggere in chiave metaforica ma, interpretazione metaforica o no, il senso è comunque ben lontano dal perdono, dal concetto di pace e amore. Ma non è finita. Leggete quest’altro passo:

“Nessuno può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro”.

Ma come? Non si diceva di porgere la guancia al nemico e di pregare per lui? Prima mi dici di porgere la guancia e di pregare e poi mi dici che inevitabilmente si ama un padrone e odia l’altro? Tralasciamo poi tutti i passi dove c’è un palese disequilibro tra l’uomo (più privilegiato) e la donna (più sottomessa).

3) Cristianesimo o… altre religioni?

Come terzo punto, invito i credenti cristiani a riflettere se stanno realmente credendo nel cristianesimo o se, al contrario, stiano seguendo una religione che non è altro se non una specie di sintesi che racchiude tradizioni ed elementi di altre religioni avversarie o precedenti.Iside con Horus al Louvre di Parigi Pensate che la figura di Gesù bambino e della Vergine Maria sia prerogativa del cristianesimo? Ma neanche per idea. La figura del bambino e della Vergine è comune a diverse religioni. Basta pensare alla figura di Horus che viene allattato da Iside. Esistono diverse statue egizie che raffigurano Iside che tiene in grembo Horus per allattarlo in modo identico e spiaccicato, ad esempio, a tante statuine del presepio. La costellazione della Vergine è stata associata a diverse dee, nel corso dei millenni, tra cui anche la stessa Iside. Nemmeno i miracoli attribuiti a Gesù sono esclusività del cristianesimo. Diversi miti parlano del miracolo del cammino sull’acqua. Questo miracolo è stato attribuito a Horus e a Orione, tanto per citare due casi. Potrei andare avanti facendo tanti altri esempi ma già questo è sufficiente per domandarsi su chi sia Gesù e su cosa sia davvero il cristianesimo. Gli insegnamenti stessi di Gesù non sono nulla di nuovo. Circa 4 secoli prima del presunto Gesù, nell’attuale Cina esisteva un filosofo che praticamente professava gli stessi insegnamenti di Gesù sull’amore reciproco e sulla benevolenza. Il suo nome era Mozi che, guarda caso, era anche falegname.

Andate a vedere anche il mito di Ahura Mazdā. Creazione del mondo in 6 “periodi”, un uomo e una donna come prima coppia di esseri umani, il diluvio universale. Lo spirito del male era Angra Mainyu, cioè praticamente il Satana dei cristiani.

Il paradosso di Buechner

L’argomentazione è famosa e gira con varianti un po’ diverse ma con la logica invariata. Ad oggi nessuno ha saputo risolverlo. I credenti hanno cercato i modi più disparati di risolvere il paradosso, ma nessuno ci è riuscito e hanno sempre tutti dato risposte contestabili, anche tra quelle in apparenza valide.

Nel mondo esistono i terremoti e muore tanta gente. Perché Dio non interviene? Non sa che esistono i terremoti e quindi, non sapendone l’esistenza, non può intervenire? Allora Dio non è onnisciente. Dio non interviene perché non vuole e dà il libero arbitrio? Allora non è vero che è infinitamente buono, perché nessun padre buono lascerebbe morire il proprio figlio. Dio non interviene perché non può? Allora non è vero che è onnipotente. D’accordo, non può perché c’è Satana, che è il male? Allora siamo sempre lì, non è vero che Dio è onnipotente.

Una delle risposte più ridicole sul paradosso di Buechner è stata che i terremoti non c’entrano con Dio. Quanti cervelli che riposano in pace! Purtroppo, sono sicuro che ci sarà gente che se ne uscirà con il solito “e che c’entra?” e vorrà come al solito riadattare a uso e costumo il suo credo. Ma non funziona così. Una religione si basa su una precisa dottrina e su una specifica morale coerente. Tutte cose che mancano nel cristianesimo (e non solo nel cristianesimo, ma questo è un altro discorso). Oltre al fatto che le prove mostrate dimostrano che non ha poi molto senso parlare di vero e proprio cristianesimo (e poi magari disprezzare i pagani o le festività presunte demoniache come Halloween).

Maratona di New York per apparenti modaioli

Anche per quest’anno, la maratona di New York è terminata. Il vincitore maschile dell’edizione 2016 è Ghirmay Ghebreslassie, da non confondere con il famoso etiope Haile Gebrselassie (Ghirmay è eritreo, e non sono la stessa persona come incredibilmente ho letto in giro!), mentre tra le donne la vincitrice è stata Mary Keitany. Ma non è di questo che voglio parlare, in questo articolo. Fin da quando ho iniziato, timidamente e goffamente, a correre, ho sempre storto il naso nei confronti della maratona. Pur nella mia ignoranza, ho pensato che la maratona fosse una specie di “mito invincibile”, tuttavia non suffragata da dati oggettivi, insomma sono sempre stato scettico a riguardo. Se non mi credete, provate a pensare che una maratona può benissimo essere terminata camminando. Persino io, con zaino in spalla e martello, ai tempi delle escursioni dell’università, percorrevo 30 km a piedi in un giorno. Una volta, in Inghilterra, ero così a pezzi che mi sono mangiato due pizze intere più vino! È molto più difficile riuscire a correre i 5000 m in meno di 20 minuti, ma chi ha poca dimistichezza con la corsa vede il chilometraggio della maratona e, così, anche un finisher che taglia il traguardo in 4 ore mezza, camminando, passa per eroe quando in realtà i campioni corrono la maratona in 2 ore e qualche minuto.

Ma c’è qualcosa di veramente stucchevole che mi ha negativamente colpito della maratona di New York: l’apparenza. Se una maratona, presa sul serio, dopo un corretto programma e un fisico portato a una tale distanza, è qualcosa di davvero bellissimo, quella di New York viene vista come il top sportivo ed esistenziale. Chiunque ami la corsa deve almeno una volta nella vita correre la maratona di New York, manco fosse il pellegrinaggio alla Mecca, o non è un vero runner (poi, poco importa se finisce strisciando). Ma io mi chiedo: a quale prezzo? Già per partecipare, se non siete tra i campionissimi, dovete sborsare circa 350 dollari. A causa delle misure di sicurezza sugli attentati terroristici, dovete presentarvi in anticipo ed essere controllati, stipati come suini in gabbia, insieme ad altre 50 mila persone. Allo start, siete così imbottigliati nel traffico umano che non ci capite un accidenti. Per chi parte dall’Italia, bisogna gestire volo, jet lag, trasporto locale… e quanto si spende, alla fine? Ho letto di pacchetti costati anche 2500 euro. Follia pura. Ma New York è New York. Volete mettere il poter raccontare, con gli amici che non capiscono nulla di corsa, il vanto di aver partecipato alla maratona di New York? Sul sito della Gazzetta, ho letto un articolo che mi ha fatto ridere per non piangere. Già l’immagine di copertina è tutto un perché: un uomo di spalle, con maglietta nera, e la frase, in inglese, “vai forte o vai a casa”. Oh beh, con quelle scarpe ormai da rottamare forse riesce a terminare in 6 ore con 2 gambe di ricambio ogni 10 km. E non è finita qui. La Gazzetta ci delizia anche con delle utilissime indicazioni su come vestirsi a strati, gettando il vestiario da dare in beneficenza per strada, ed evitare sbalzi di temperatura, di come, per riuscire ad arrivare al punto di partenza, bisogna attraversare il mondo intero tra bus, navetta, metro, rimanere stipati e accaldati sui mezzi pubblici, poi rimanere fermi in attesa dello start, come fare degli affondi in 2 cm di spazio. Dulcis in fundo, mi raccomando, spargetevi anche della vaselina… no, nulla di sessuale, il tal Giovanni Cremonte dice che la vaselina serve per evitare abrasioni da sfregamento (?). Della serie, quando uno non sa che fare, i problemi se li crea!

Ah, per chi dice che parlo male di New York per invidia e sogno in realtà di andarci: sappiate che ci sono stato. New York offre molti interessi culturali, storici, artistici e culinari. Ci sono dei luoghi molto belli, come ad esempio i giardini botanici del Queens o il delizioso Nathan’s che vende l’originale hot dog. Ma quante sono le persone che sono realmente interessate a questi posti o che li conoscono? New York è indubbiamente una bella città, ma la stessa cosa potrei dirla di Brescia o Lecco. Solo che, lo capisco, dire Lecco non suscita la stessa ammirazione (o invidia?) rispetto a New York.

Cielo stellato e ponte di Verrazzano

"Notte stellata" di Vincent Van Gogh

Personalmente, ritengo che la maggior parte delle persone che corrono la maratona di New York lo faccia per moda. Per fortuna che poi si parla di crisi. Certo, c’è la crisi, la benzina costa, non si arriva a fine mese. Però 2500 euro per correre a New York ci sono, giustamente. Perché non correre le tante maratone che ci sono in Italia, allora? Il 12 marzo, si correrà la maratona di Brescia. Ma capisco che passare per le vie della città della Leonessa e per Piazza della Loggia non è la stessa cosa di poter dire di aver fatto un volo di 6000 km per attraversare il ponte di Verrazzano.

Vi racconto un episodio. Io abito in un piccolo paesino. Purtroppo, l’antropizzazione sta mettendo in “allarme giallo” la situazione ambientale del paese, ma tutto sommato ancora si rimane tranquilli e ci sono molti posti dove correre. Una sera, qualche giorno fa, non avevo granché voglia di uscire ad allenarmi. Sono partito che sentivo le gambe come dei pezzi di legno. A mano a mano, però, tra il freddo e il buio di quella sera, sentivo che stavo andando incredibilmente forte, diciamo come premio per aver combattuto la “sindrome da zombie” (cioè la malattia di cui soffrono coloro che, per del freddo o della pioggia, preferiscono rimanere sotto le coperte al calduccio). Sono tornato al cancello di casa distrutto, facendo uno dei miei tempi migliori. All’arrivo, ho un attimo sollevato lo sguardo verso il cielo. E ho ammirato tutte quelle stelle che mi hanno fatto immaginare quante galassie ci sono nell’universo, quanti pianeti simili alla Terra ci possono essere, i buchi neri, quante stelle stanno morendo o nascendo. Quello spettacolo, del tutto gratuito e in un paesino sperduto della Lombardia, per me vale 1000 maratone di New York. Io riesco a vivere queste sfumature perché vivo lo sport con spiritualità e intimità, avendone fatto uno stile di vita globale. Capisco che però la semplicità della vita non sia per tutti e si vuole sempre apparire, vantarsi, come gli esaltati sui forum che mettono in bella vista i personal best in firma. D’altronde, c’è chi veste Hugo Boss o compra Chanel N. 5 senza capire un’acca di moda e di profumi e chi… partecipa alla maratona di New York.

Non ho bisogno di correre la maratona di New York, non ho alcuna intenzione di farlo e non è da questo o da altre sedicenti imprese nel deserto o altrove (rischiando magari di infortunarmi) che dipende la mia autostima. Amo semplicemente correre tranquillo, in pace, con il sole sulla pelle e l’odore dei fiori intorno o fradicio dalla pioggia, magari anche quando all’alba è ancora buio e non c’è nessuno che mi tagli la strada. Amo correre per la salute e misurarmi con me stesso, gettando lo sguardo oltre il traguardo. Non mi interessa correre una maratona per fare il Rambo delle lunghe distanze, cosa che trovo da stupidi.

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