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Dieta da 1600 kcal

La dieta da 1600 kcal è una dieta finalmente che inizia ad essere più equilibrata rispetto a quella da 1200 kcal e a quella da 1400 kcal. Iniziamo così a parlare di una dieta con pasti equilibrati, anche se i maschi sedentari che la devono seguire devono comunque fare attenzione a non eccedere con qualche vizio di troppo.

Chi può seguire la dieta da 1600 kcal

La dieta da 1600 kcal è adatta alle donne giovani (160 cm) e sedentarie. Oppure è adatta a donne più basse, ma con una attività fisica minimale. Molte donne sedentarie over 40, con una dieta da 1600 kcal, ingrassano! L’altra categoria di soggetti a cui è rivolta la dieta da 1600 kcal è quella delle donne obese con IMC superiore a 30 per perdere i primi 5-10 kg circa, a patto che si prendano la giornata di pausa e compensino con una buona attività fisica (vedi la camminata sportiva). Difficilmente la dieta da 1600 kcal è adatta ai maschi, a meno di non essere molto bassi, magari over 40.

Dieta da 1600 kcal

Ecco la ripartizione dei pasti nella dieta da 1600 kcal:

colazione da 250 kcal;
pranzo da 500 kcal;
cena da 600 kcal;
due spuntini da 125 kcal.

In questa dieta, i pasti sono tutti piuttosto bilanciati ed equilibrati. La regola generale è quella di non stare senza mangiare per più di 5 ore (vedi “Il digiuno fa male, l’importanza della colazione“). Non è un diktat assoluto, ma è ragionevole. È sempre bene imparare a usare le verdure per abbassare la densità calorica del piatto, come spiego nell’articolo “Come creare ricette ipocaloriche (l’importanza delle verdure)“. Le combinazioni sono maggiori per la cena, poiché si presume che sia il pasto più tranquillo dopo la giornata di lavoro. Se siete molto impegnati nella giornata, non abbiate timore ad usare alimenti veloci. Dei possibili abbinamenti sono ad esempio bastoncini di pesce, insalata e pane oppure trancio di salmone fresco, insalata e pane o ancora toast più frutta. Oppure potete ripiegare sui surgelati.

Gli spuntini non sono obbligatori, così potrete permettervi più calorie negli altri pasti. Se non avete problemi a fare un pasto più leggero o veloce, fateli pure.

Colazione

Una colazione da 250 kcal, in una dieta da 1600 kcal, non arriva al 20% delle calorie minime necessarie per una colazione. È quindi bene optare per alimenti sazianti (latte, con Fibre 1 Nestlé, latte e barretta), in modo tale da fare uno spuntino un po’ anticipato.

Pranzo

Il pranzo è così composto:

  • piatto unico con verdure da 400 kcal + alimento da 100 kcal;
  • secondo da 250 kcal + 50 g di pane (140 kcal) + alimento da 100 kcal.

L’alimento da 100 kcal può essere fatto con una fetta di formaggio light più 40 g di affettati magri o del cioccolato (20 g).

Cena

Ecco la cena:

  • primo piatto da 350 kcal + fonte proteica da 100 kcal + dolce o alimento da 150 kcal;
  • secondo da 250 kcal + 50 g di pane (140 kcal) + dolce o alimento da 200 kcal.

È molto importante giocarsela con la portata principale che dev’essere a base di verdura, affinché il resto delle calorie sia compensato con qualcosa che ci piace di sfizioso. Ad esempio il dolce da 150 kcal può essere un dessert al cucchiaio di quelli ipocalorici già pronti, mentre l’alimento da 200 kcal può essere con 80 g di gelato alla crema da 250 kcal/100 g.

Spuntini

Gli spuntini, uno a metà mattina e l’altro a metà pomeriggio, possono essere entrambi bilanciati oppure uno proteico e l’altro glucidico. Dipende. Possibili opzioni: 30 g di Grana o formaggio equivalente, un frutto grande, qualche biscotto secco leggero, un vasetto di yogurt alla frutta (attenzione, vale come dolce, non come vero yogurt, e no agli yogurt magri!). Sono tutte opzioni sulle 120 kcal. Il primo spuntino dovrebbe essere abbastanza ravvicinato dalla colazione per raggiungere il 20% almeno delle calorie da assumere per la colazione. Fatelo a circa due ore o al massimo due ore e mezza dalla colazione.

NOTA IMPORTANTE!
La dieta proposta non ha alcun fine di prescrizione medica. Ha solo uno scopo didattico, per far passare il concetto e istruire le persone a gestirsi da sole portando esempi. La dieta è basata su valori medi. Ognuno ha poi la sua genetica, le sue eccezioni, la sua età. Per approfondire, leggete il vademecum per l’alimentazione corretta. Come sport, si è considerata la corsa perché è il più pratico e versatile, ma c’è anche il ciclismo.

A che ora fare i pasti?
Calcolo del fabbisogno calorico (e per la massa muscolare)

Calorie degli alimenti più comuni
Chiarimenti sulla dieta e consigli alimentari

Come creare un menù per la dieta
Come dividere una ricetta

Dieta da 1400 kcal

La dieta da 1400 kcal inizia a essere già migliore di quella da 1200 kcal, ma è sempre adatta a soggetti sedentari e che mette sempre a dura prova la fame. Quindi, anche con la dieta da 1400 kcal ci si può concedere abbastanza poco, seppur qualcosina in più rispetto alla dieta da 1200 kcal. È molto facile concedersi una merendina di troppo per quel poco di fame in più e vanificare ogni sforzo di mantenere la linea. È decisamente meglio aumentare l’attività fisica e provare una dieta più equilibrata.

Chi può seguire la dieta da 1400 kcal

La dieta da 1400 kcal si rivolge perlopiù alle donne sedentarie di mezza età (160-165) o per piani dimagranti, sempre per le donne (non obese), che comprenda una buona attività fisica e l’opportuna giornata di pausa. In questo modo, si andranno a tagliare quelle 400-600 kcal al giorno che permettono una buona perdita di peso.

Dieta da 1400 kcal

Ecco la ripartizione dei pasti nella dieta da 1400 kcal:

colazione da 250 kcal;
pranzo da 450 kcal;
cena da 600 kcal;
spuntino da 100 kcal.

Una dieta da 1400 kcal non è molto sostanziosa, anche se va un poco meglio della dieta da 1200 kcal. La regola generale è quella di non stare senza mangiare per più di 5 ore (vedi “Il digiuno fa male, l’importanza della colazione“). Non è un diktat assoluto, ma è ragionevole. Anche nella dieta da 1400 kcal, le verdure diventano fondamentali per abbassare la densità calorica del piatto, come spiego nell’articolo “Come creare ricette ipocaloriche (l’importanza delle verdure)“. Le combinazioni sono maggiori per la cena, poiché si presume che sia il pasto più tranquillo dopo la giornata di lavoro. Se siete molto impegnati nella giornata, non abbiate timore ad usare alimenti veloci. Dei possibili abbinamenti sono ad esempio bastoncini di pesce, insalata e pane oppure trancio di salmone fresco, insalata e pane o ancora toast più frutta. Oppure potete ripiegare sui surgelati.

Lo spuntino non è obbligatorio, così potrete permettervi più calorie negli altri pasti. Se non avete problemi a fare un pasto più leggero o veloce, fatelo pure.

Colazione

La colazione dev’essere il più saziante possibile. Chi è abituato al classico tazzone di caffelatte può riuscire a cavarsela, altrimenti bisogna ingegnarsi con alimenti che sazino molto (ad esempio latte con Fibre 1 Nestlé, latte e barretta).

Pranzo

Il pranzo può essere formato da:

  • piatto unico con verdure di 400 kcal + alimento da 50 kcal;
  • secondo da 250 kcal + 50 g di pane (140 kcal) + alimento da 50 kcal.

L’alimento da 50 kcal può essere una fetta di formaggio light o del cioccolato (10 g).

La cena è composta così:

  • primo piatto da 350 kcal + fonte proteica da 100 kcal + dolce o alimento da 150 kcal;
  • secondo da 250 kcal + 50 g di pane (140 kcal) + dolce o alimento da 200 kcal.

È molto importante giocarsela con la portata principale che dev’essere a base di verdura, affinché il resto delle calorie sia compensato con qualcosa che ci piace di sfizioso. Ad esempio il dolce da 150 kcal può essere un dessert al cucchiaio di quelli ipocalorici già pronti, mentre l’alimento da 200 kcal può essere con 80 g di gelato alla crema da 250 kcal/100 g.

Spuntino

Lo spuntino, a metà mattina o a metà pomeriggio a seconda di come si preferisce e da quante ore passano tra un pasto e l’altro, può essere formato da 25 g di Grana o formaggio equivalente, 100 g di fiocchi di latte, un frutto, un pacchetto di Pavesini, un vasetto di yogurt intero bianco (no a quelli magri!). Sono tutte opzioni da circa 100 kcal.

NOTA IMPORTANTE!
La dieta proposta non ha alcun fine di prescrizione medica. Ha solo uno scopo didattico, per far passare il concetto e istruire le persone a gestirsi da sole portando esempi. La dieta è basata su valori medi. Ognuno ha poi la sua genetica, le sue eccezioni, la sua età. Per approfondire, leggete il vademecum per l’alimentazione corretta.

A che ora fare i pasti?
Calcolo del fabbisogno calorico (e per la massa muscolare)

Calorie degli alimenti più comuni
Chiarimenti sulla dieta e consigli alimentari

Come creare un menù per la dieta
Come dividere una ricetta

Dieta da 1200 kcal

La dieta da 1200 kcal è la dieta più ipocalorica che un essere umano può sostenere. Questa dieta mette a dura prova la resistenza alla fame e ci si può concedere davvero pochissimo. È decisamente meglio aumentare l’attività fisica e provare una dieta più equilibrata.

Chi può seguire la dieta da 1200 kcal

La dieta da 1200 kcal è adatta a poche persone, cioè principalmente alle donne molto basse (meno di 160 cm) e di mezza età che non fanno alcuna attività fisica. Se parliamo di donne sedentarie over 40, infatti, una dieta da 1200 kcal è appena sufficiente per non ingrassare. La dieta da 1200 kcal può andar bene anche per brevi dimagrimenti, ma è sempre bene seguire una dieta meno restrittiva e aumentare l’attività fisica (con la dovuta giornata di pausa). Oppure potete ripiegare sui surgelati.

Contrariamente al credo comune, non è del tutto vero che, al di sotto di una dieta da 1200 kcal, non riusciamo ad assumere tutti i nutrienti. I nutrienti, arrangiandosi un po’, si riescono ad assumere. Il problema è che una dieta da 1200 kcal è troppo restrittiva e, anche per una donna abbastanza bassa, impedisce di fare sport correttamente, cioè con un buon volume e una buona intensità (vedi su quanto allenarsi per la salute). Non è che non si può seguire una dieta da 1200 kcal o meno. È che non conviene ed è preferibile aumentare l’attività fisica! Potete farlo per una settimana o due e può andar bene, per veloci dimagrimenti. Ma non funziona a lungo andare.

Dieta da 1200 kcal

Ecco la ripartizione dei pasti nella dieta da 1200 kcal:

colazione da 200 kcal;
pranzo da 400 kcal;
cena da 500 kcal;
spuntino da 100 kcal.

In una dieta da 1200 kcal, ci si può concedere davvero poco. La regola generale è quella di non stare senza mangiare per più di 5 ore (vedi “Il digiuno fa male, l’importanza della colazione“). Non è un diktat assoluto, ma è ragionevole. Inoltre è bene adottare ogni modo possibile per abbassare la densità calorica dei piatti, come spiego nell’articolo “Come creare ricette ipocaloriche (l’importanza delle verdure)“. In una dieta da 1200 kcal, solo la cena riesce ad essere abbastanza appagante, ma non c’è altra via. Se siete molto impegnati nella giornata, non abbiate timore ad usare alimenti veloci. Dei possibili abbinamenti sono ad esempio bastoncini di pesce, insalata e pane oppure trancio di salmone fresco, insalata e pane o ancora toast più frutta.

Lo spuntino non è obbligatorio, così potrete permettervi più calorie negli altri pasti. Se non avete problemi a fare un pasto più leggero o veloce, fatelo pure.

Colazione

La colazione dev’essere il più saziante possibile. Chi è abituato al classico tazzone di caffelatte può riuscire a cavarsela, altrimenti bisogna ingegnarsi con alimenti che sazino molto (ad esempio latte con Fibre 1 Nestlé, latte e barretta).

Pranzo

Le opzioni per il pranzo sono le seguenti:

  • piatto unico con verdure da non più di 120 kcal/100 g;
  • secondo da 250 kcal + 50 g di pane (140 kcal).

Cena

Una cena da 500 kcal non permette molto, ma in qualche modo si può riuscire a mangiare qualcosa di buono. Ad esempio:

  • primo da 350 kcal + dolce o alimento da 150 kcal;
  • secondo da 250 kcal + 30 g di pane (100 kcal) + dolce o alimento da 150 kcal.

È molto importante giocarsela con la portata principale che dev’essere a base di verdura, in modo tale che il resto delle calorie sia compensato con qualcosa che ci piace di sfizioso. Ad esempio il dolce da 150 kcal può essere un dessert al cucchiaio di quelli ipocalorici già pronti oppure 60 g di gelato alla crema da 250 kcal/100 g.

Spuntino

Lo spuntino, a metà mattina o a metà pomeriggio a seconda di come si preferisce e da quante ore passano tra un pasto e l’altro, può essere formato da 25 g di Grana o formaggio equivalente, 100 g di fiocchi di latte, un frutto, un pacchetto di Pavesini, un vasetto di yogurt intero bianco (no a quelli magri!). Sono tutte opzioni da circa 100 kcal.

NOTA IMPORTANTE!
La dieta proposta non ha alcun fine di prescrizione medica. Ha solo uno scopo didattico, per far passare il concetto e istruire le persone a gestirsi da sole portando esempi. La dieta è basata su valori medi. Ognuno ha poi la sua genetica, le sue eccezioni, la sua età. Per approfondire, leggete il vademecum per l’alimentazione corretta.

A che ora fare i pasti?
Calcolo del fabbisogno calorico (e per la massa muscolare)

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Risolvere i danni di salute dell’anoressia

Nella mia vita, ho conosciuto tante persone anoressiche e ancora oggi mi capita di conoscerne. Ho già discusso in questo articolo sui meccanismi psicologici (e ambientali) che portano a sviluppare determinati disturbi. Ho però deciso di scrivere questo articolo perché non si può escludere un discorso di conseguenze salutistiche legate a questa terribile malattia. Ma il mio intento è quello di fare un passo in più. In rete, si trovano diversi saggi sull’anoressia che descrivono quali danni di salute comporta l’anoressia, ma manca un vero e proprio vademecum su come risolvere tali danni. Debolezza, dolori addominali, pelle secca, perdita di capelli sono fra le manifestazioni fisiche dell’anoressia, ma non solo. Ci sono anche più o meno gravi problemi di tipo articolare: mal di schiena, dolori alle ginocchia e alla caviglia sono di solito tra i problemi più gettonati. Parliamo quindi di un mix di conseguenze derivanti da malnutrizione e conseguenze dovute al sottopeso. Chiaro che poi le conseguenze si intreccino anche tra di loro: malnutrizione, sottopeso, osteopenia, e dunque problemi alle ossa. Inutile dire che, a tutto questo, ci sia solo una soluzione: riprendere a mangiare normalmente. Che poi ciò sia difficile dal punto di vista psicologico non si nega, ma non è questo il contesto di approfondimento.

Purtroppo, penso che rimarranno sempre dei segni, come accade anche a un obeso. Rimarrà il ricordo di quello che ci si è fatti. Si potranno sempre avere dei fastidi o dolori come a ricordare qualcosa che non potrà mai essere cancellato. Va così e c’è poco da fare. Ma c’è l’opportunità di stare meglio, di uscire dalla soglia di pericolo e dirigersi verso una vita migliore. Un conto è morire e un altro risolvere i danni al 90% quando non al 100%. È un’opportunità che merita di essere colta e di cui essere soddisfatti. Dico 90% perché, in teoria, si può anche pensare di arrivare al 99%, ma si correrebbe il solito rischio di farsi prendere troppo. Meglio accontentarsi del 90% perché, fidatevi, nella vita quotidiana è una differenza che non si nota.

Il metabolismo rallentato… la chiave è lo sport!

Il vero problema di chi soffre di anoressia è quello del metabolismo compromesso. Dal punto di vista strettamente organico, l’anoressico sviluppa una gravissima forma di ipometabolismo. Strano ma vero, anche se si “pesa poco”, la restrizione eccessiva ha intaccato la massa muscolare. Come conseguenza, una massa grassa non ottimizzata (rispetto a quella magra) provoca, come spiego nell’articolo sul fabbisogno calorico, un metabolismo basale più basso. Il metabolismo di un anoressico è ridotto davvero male. Perché è frutto non di una dieta ipocalorica, ma di un regime alimentare paragonabile a quello degli internati nei campi di concentramento nazisti. Avete visto come sono usciti quelli sopravvissuti? Ecco… il paragone è crudo, ma rende la drammaticità della situazione. La difficoltà, in questo caso, non sta tanto nel mangiare normalmente, quanto piuttosto nel mangiare recuperando il metabolismo rovinato. Infatti, se il metabolismo viene minato, un aumento del fabbisogno calorico rischia di far ingrassare e non è raro vedere persone una volta anoressiche in sovrappeso. Ed è esattamente ciò che, mentalmente, l’anoressico teme, perché se ha dovuto restringere per dimagrire è proprio perché il fabbisogno calorico precedente era eccessivo. Il metabolismo si è pertanto abbassato e… sembra non esserci una soluzione. Il consiglio più banale e inutile che si possa dare, ed è ciò che ho visto avvenire praticamente, è quello di spingere la persona a mangiare a forza. Cosa fare? Non c’è che una soluzione solamente: mettersi d’impegno e pazientare. Non se ne può venire fuori in altro modo. Mettersi d’impegno vuol dire una cosa molto specifica: fare sport. Sport serio, che alleni il fisico a tornare anche più forte di prima. Fare questo non è semplice, ma con fatica, impegno e pazienza si può venirne fuori. La gradualità è fondamentale, perché bisogna scendere a compromessi con eventuali problemi alla schiena o alle articolazioni. Può sembrare un doloroso calvario, ma pian piano il fisico si riabituerà. È vero, gli anoressici spesso tendono a fare molta attività fisica, ma è attività fisica fatta in modo sbagliato. La media di un tapis roulant è insufficiente, così come sono insufficienti lunghe passeggiate di ore. Ciò è conseguenza della drastica riduzione calorica che non permette di sostenere uno sport a medio-alta intensità. Una corretta attività sportiva prevede un’intensità non minimale (gettate pure via il cardiofrequenzimetro!). E non preoccupatevi di andare troppo forte, perché se ciò avvenisse sarebbe il vostro corpo a farvi automaticamente smettere. Ma bisogna mangiare bene! Corsa, ciclismo, nuoto di fondo e sci di fondo sono sport di maggior punta al fine. La corsa è sicuramente quello più semplice e alla portata. Chi desidera può seguire questo programma per arrivare a percorrere 10 km in un’ora (la prestazione sportiva di un anoressico è spesso scadente, non arriva neanche alla sufficienza). Così facendo, si prenderanno due piccioni con una fava: il metabolismo si riprenderà e allo stesso tempo avremo uno stile di vita corretto e migliore per tutti gli anni a venire della nostra vita.

Purtroppo, ho letto alcune persone in rete che dicevano che la soluzione per i DCA non è lo sport. In pratica, rifiutavano lo sport perché il loro approccio nei confronti dello sport si basava, in realtà, sul bruciare le calorie e non sul migliorare l’efficienza dell’organismo. Che ci voglia la parte mentale per guarire dai DCA è ovvio. L’ho detto anche nell’articolo su sport e psicofarmaci. Per quanto riguarda l’anoressia, quello che a queste persone sfugge è che, se uno punta davvero sullo sport, e non lo usa per bruciare le calorie, deve giocoforza impostare una dieta corretta. Non vuol dire che mangiando bene si andrà in paradiso, visto che sappiamo benissimo che la dieta perfetta non esiste, ma con la consapevolezza di andare peggio se non si mangia bene possiamo riuscire a cambiare approccio verso il cibo. Lo sport, cioè, è l’obiettivo, e questo porta il soggetto a essere obbligato a mangiare in modo equilibrato, senza manie o fissazioni. Lo sport non serve per guarire dai DCA, ma per rieducarsi a mangiare correttamente e per questo è UNA parte della terapia. Il vero e proprio DCA si cura con la psicoterapia. Non è quindi un problema di cibo, ma della mente. Se la mente è malata e si contesta lo sport nel trattamento dei DCA, allora dovremmo in pratica criticare tutto in quanto tutto è potenzialmente a rischio di ossessione! Basta pensare alla più classica mania per l’igiene che, guarda caso, colpisce molte persone che hanno un DCA. Se non si va dritti ai meccanismi mentali, è chiaro che anche lo sport non riuscirà ad agire nel modo corretto. Ma non è vero che lo sport non è la soluzione. Semplicemente, serve lo sport, ma non solo! È la comprensione dei vantaggi dello sport nello stile di vita che permette il cambiamento. Se lo sport deve servire per bruciare calorie, allora abbiamo sbagliato. Lo sport dev’essere un oggetto d’amore, che migliora la qualità della nostra vita e ci rende più longevi, meno predisposti agli acciacchi della vecchiaia. Se fate sport per bruciare calorie, fidatevi che non ne venite più fuori.

Notate la differenza tra un anoressico che si ammazza di sport e uno sportivo che mangia bene. L’anoressico ha prestazioni scarse e finisce spesso sfinito un allenamento (pur avendo fatto una prestazione scadente, appunto). Uno sportivo che mangia bene, invece, anche quando aumenta l’intensità finisce con la sensazione che avrebbe potuto “spremersi” di più. L’anoressico ha paura di una manciata di calorie in più, mentre lo sportivo che mangia bene le assume per rigenerare i km in più che ha perso. Ma come al solito, dietro al comportamento dell’anoressico c’è un meccanismo psicologico distorto. Se l’anoressico abbraccia lo sport con il giusto approccio, correggendo quello che non va psicologicamente, lo sport lo aiuterà a ritornare in salute e a rieducarsi nell’alimentazione!

La cosa importante da stamparsi in testa è:

non abbiate la pretesa di risolvere i danni in pochi mesi!

Lo sport, fatto bene, puntando all’efficienza fisica, è indispensabile. Ma non aspettatevi di riprendervi in pochi mesi. Per rimettere su i kg di muscoli che avete distrutto, ci possono volere anni. Se pensate di entrare in palestra e mettere su chili di muscoli in pochi mesi, sbagliate di grosso (lo smilzo che va in palestra e cambia in 6 mesi, molto probabilmente, o assume doping o è un ammasso di grasso sotto i muscoli ipertrofici… non è di certo Bolt!). Ma ciò non dev’essere un impedimento e non deve frustrarvi. Preferite che il problema sia risolvibile (entro certi limiti e con un percorso graduale) o che non lo sia per niente? Ovviamente, bisogna anche saper accettare che qualche difetto resterà sempre. Sì, lo so, saper accettare alcuni difetti propri è difficile per chi vive le manie, ma il percorso riabilitativo del proprio fisico dev’essere sempre accompagnato dal percorso psicoterapeutico. L’ho spiegato anche nell’articolo sulla pancetta e i fianchi. Dovete imparare ad accettare i piccoli difetti e andare orgogliosi di aver migliorato quasi del tutto una situazione terribile. È questo che ci deve rendere felici e orgogliosi, non l’utopica ricerca della perfezione! Lo ribadisco: armatevi di tempo e pazienza. Noterete già dei risultati entro i primi 6 mesi ma, per recuperare completamente (o quasi), ci possono volere 3-4 anni. Un tempo che, tra l’altro, è anche quello di chi aspira a massimizzare la propria efficienza o prestazione sportiva. In realtà, anche in palestra (accanto all’allenamento aerobico, che non deve mai mancare), non c’è bisogno di devastarsi. Forse avrete già qualche amica che fa il cosiddetto GAG (che non è una parola brutta, ma sta per “gambe, addominali, glutei”) e ne esce con dolori per giorni interi. Bene, non è così. Va benissimo qualunque allenamento che abbia come scopo l’aumento della forza, e quindi l’incremento muscolare. Si possono fare lavori con i pesi, alle macchine o a corpo libero. Va tutto benissimo, visto che non dovete stare a fare i bodybuilder, a patto che si crei un sovraccarico. Non è che la voglio fare facile, perché inizialmente ci vorrà sempre un personal trainer, ma non è nemmeno così complicato come si dice.

Lo sport ha degli effetti positivi sull’umore. Se l’approccio con cui lo pratichiamo si allontana dall’usarlo come mezzo per smaltire le calorie, cosa da cui si rischia di non venirne più fuori, ci porterà molti benefici nella mente. Ne ho scritto un articolo apposta.

La dieta

Veniamo a un tasto dolente. So che può sembrare una violenza psicologica, ma bisogna per forza alzare le calorie. È vero, inizialmente è possibile avere un aumento di peso ma, se si inizia a praticare uno sport seriamente (vedi “Quanto allenarsi per la salute?“), non ve ne dovete preoccupare. Anzi, è un buon segnale, perché significa che il corpo si sta riattivando. Potrete sperimentare una fame “compensativa” che vi fa riabituare al vero senso di fame. E tutto questo è segnale che il metabolismo si sta risvegliando. L’importante è che questa fase non serva per passare da un eccesso all’altro, ma a conoscere una parte dimenticata di se stessi. In pratica, state rieducando il vostro organismo a funzionare correttamente. È come se l’organismo si stesse preparando a un sano equilibrio dopo averlo martoriato. E quindi, ripeto, NON bisogna preoccuparsi. Ovviamente, la dieta non serve solo per l’incremento di massa muscolare, ma anche per ristabilire tutti quei nutrienti di cui si è stati carenti. Si ristabilirà anche questo.

Una donna che è alta 160 cm dovrebbe idealmente pesare sui 50 kg. Il suo fabbisogno calorico da sedentaria è di 1500-1700 kcal circa (in base all’età e alla genetica). Abbinando 5 ore di corsa a settimana, arriva a un fabbisogno calorico di 1900 kcal, potendo sfruttare anche un metabolismo basale più alto. Sono valori medi, ovvio, poi ognuno è a sé senza tuttavia distaccarsi molto da questi valori. Ma serve a spiegare il concetto. Per fare questo, ci vuole sempre la gradualità, facendo un passo per volta e senza strafare. Il metabolismo si deve risvegliare e riabituare con calma, in modo dolce ma con gli stimoli necessari.

Bisogna vedere l’innalzamento delle calorie come un investimento: metto dei soldi ora, e a lungo andare guadagnerò recuperando anche quanto ho investito. Capisco che il “muro” sia quello psicologico, arduo da abbattere. Ma bisogna farlo, sforzarsi, capire che, come a volte accade, la soluzione giusta è quella in controtendenza rispetto a come vorremmo fare o per istinto ci viene da fare. In realtà, si scopre che la strategia dello sport permette di ottimizzare meglio il peso! Il vantaggio di questa strategia (sport e dieta equilibrata) non ha paragoni. Il fisico diventa forte e resistente, cosa impossibile con l’anoressia, e non patisce le carenze. In ogni caso, l’incremento calorico non dev’essere repentino. Fatta eccezione per la fame compensativa che si può avere inizialmente, e fin qui è comprensibile, non si tratta di calarsi con le abbuffate. Anche uno sportivo che vuole un incremento muscolare non va, rispetto all’abituale fabbisogno calorico, oltre il 10% circa di incremento. Ovviamente, occorre avere un’idea del proprio fabbisogno calorico. Poco ma sicuro, avrete già fatto tutto maniacalmente nel corso della malattia. Ma stavolta è diverso l’approccio, perché il calcolo delle calorie è una stima e deve permettere di seguire la costruzione di un fisico più forte, non che pesi sempre meno.

Normopeso e peso da sportivo
Sport, chimica del benessere e disturbi mentali

Il potere mediatico del camice bianco

Ogni tanto, leggo il sito di Dario Bressanini. Non commento mai, perché mettersi a farlo vuol dire impegnarsi parecchio e, spesso, i commenti diventano nuove discussioni. Non ho però potuto fare a meno di riportarvi un suo articolo mercoledì 26 ottobre 2016. Il titolo del suo articolo si chiama, appunto, “Il potere mediatico del camice bianco”, dove Bressanini ci dice quanti medici abusino della loro posizione per abbindolare le persone sugli OGM, sulla celiachia e tanto altro. Il risultato è un pericoloso “effetto domino” che rende la popolazione ignorante. Ma tanto… “lui è un medico ed è in TV, vuol dire che dice la verità”. A voi la lettura.

Non ci volevo andare a quel dibattito. Non ci dovevo andare a quel dibattito. Evito sempre come la peste i dibattiti dove c’è un “pro” e un “contro”. Sia che io debba sostenere la parte del pro oppure del contro. Questo tipo di dibattiti credo serva quasi a nulla al pubblico, che esce spesso più confuso di prima, o semplicemente rimane con le proprie convinzioni, oppure viene convinto dal più simpatico, dal più loquace, dal più piacione, dal più autorevole, ma non necessariamente da chi spiega correttamente, senza allarmismi o esagerazioni, le cose come stanno.

medicoA volte però mi faccio fregare e mi strappano un sì, e quindi quella sera mi trovavo, dopo la proiezione di un pessimo film sugli OGM, a doverlo commentare condividendo il palco con una nota nutrizionista radiofonica e televisiva. Il film era infarcito di tutte le più diffuse bufale sul tema: dai semi sterili ai suicidi dei contadini indiani fino ad arrivare a misteriose allergie. Volevo andarmene, ma ormai avevo accettato.

“Dobbiamo evitare di mangiare il fruttosio transgenico”, esordiva la nutrizionista sotto il mio sguardo allibito. Il fruttosio viene prodotto a partire dal glucosio che a sua volta deriva dall’amido che a volte può arrivare da mais geneticamente modificato. Ma il fruttosio è fruttosio, non importa da dove arrivi. Ho chiesto, poco cavallerescamente lo ammetto, se l’avessero mica bocciata all’esame di chimica, perché una molecola mica può essere geneticamente modificata, senza ottenere risposta. Ma il peggio doveva ancora venire, con citazioni di improbabili e misteriosi studi che “non vogliono siano pubblicati” e gli immancabili semi sterili, fino ad arringare il pubblico scongiurandolo di non consumare OGM – che poi da noi mica si trovano da mangiare, ma non importa– perché “poi arrivano nel nostro intestino e modificano il nostro DNA tramite il trasferimento genico orizzontale”.

Alle mie vibranti proteste che stava dicendo, per dirla con un eufemismo, delle fesserie, lei, guardando il pubblico, disse “Io queste cose le so! Io sono un medico!”.

Punto, set, partita. Aveva vinto lei. Era un medico, quindi che ne sapevo io, povero chimico? Lei sì che sapeva. Come usavo metterla in dubbio? Era un medico! Lavorava in ospedale (diceva). Aveva il camice bianco. E andava in TV. Me ne andai consapevole che per quella sera non c’era più nulla da dire o da fare.

Mesi dopo ero lì nel mio candido lettino (cit.) a leggere un libro su come dimagrire. A un certo punto l’autore, un medico, parlando dei cereali afferma che

…questi sono diventati la base della nostra alimentazione, creando non pochi danni. Sono in molti gli esperti che sostengono che si tratta di alimenti a cui l’uomo non è geneticamente adatto, visto che, scarsi in natura e non digeribili senza lavorazione e cottura, sono stati introdotti con l’agricoltura.

“L’uomo non è geneticamente adatto”? Ma che dice? Secondo questo bislacco ragionamento noi non saremmo geneticamente adatti neppure a mangiare patate, pomodori, mele, e la stragrande maggioranza di ciò che consumiamo tutti i giorni.

Ma continua imperterrito:

“l’esempio più concreto della bontà di questa teoria –ossia il mancato adattamento ad alcuni di questi cereali– è la celiachia, disturbo che affligge sempre più individui […]

Alcuni dati indicano che anche chi non è celiaco può avere una reazione infiammatoria a livello intestinale in risposta all’esposizione al glutine a conferma che i cibi non previsti dalla nostra storia evolutiva lasciano tracce pesanti nell’organismo.”

“Cibi non previsti dalla nostra storia evolutiva?” Ero allibito. Per carità, il libro poi dava anche consigli sensati su come perdere i chili di troppo e migliorare la nostra alimentazione, ma perché diavolo ti devi mettere a parlare di cose che non conosci solo perché sei un medico e stai parlando di cibo? Hai letto tutti gli studi sulla celiachia e la cosiddetta sensibilità al glutine? No, altrimenti non avresti scritto quelle cose.

Una sera ero a casa di mia madre e la televisione era accesa su un canale dove con fare molto convinto un medico rispondeva alle telefonate degli ascoltatori. Barba bianca e occhi spiritati, mi sono bastati pochi minuti per identificarlo: era l’autore di un bestseller che racconta la favola di come noi dovremmo mangiare cibi adatti al nostro gruppo sanguigno. Una cosa totalmente priva di senso e senza nessun supporto scientifico. Una cagata pazzesca per dirla alla Fantozzi (quando ci vuole ci vuole). “Se lo chiamano in televisione vuol dire che sa il fatto suo” mi apostrofava mia madre vedendo che inveivo contro il teleschermo. “Lui parla per la sua esperienza, gli studi che ha fatto, dopotutto è un medico, saprà quello che dice!”. Scoprì poi che quel medico era un ospite fisso in quella trasmissione e probabilmente anche grazie a questo il suo libro è da anni nelle prime posizioni delle classifiche di vendita dei libri. Ma non nella sezione “fantascienza” come dovrebbe.

Trasmissione che per altro spesso invita anche molto più rispettabili medici e chirurghi a parlare degli ultimi ritrovamenti nei rispettivi campi. Ma come può uno spettatore distinguere chi dice sciocchezze da chi invece racconta fatti accertati dalla comunità scientifica? Sono tutti medici, tutti col camice bianco.

Un ultimo episodio, anche se potrei continuare: i miei figli, da bambini, si sono sempre ammalati pochissimo. La pediatra si stupiva di vederli solo ogni paio di anni o giù di lì. Una volta dovetti portare il figlio maggiore dalla pediatra, non ricordo più per quale disturbo. Fatto sta che la pediatra suggerì di utilizzare un preparato omeopatico. Sgranai gli occhi. Potete immaginare la discussione che ne seguì. Se mio figlio aveva davvero bisogno di un farmaco che gli prescrivesse un farmaco vero, e non delle palline di zucchero senza alcun principio attivo. Altrimenti voleva dire che sarebbe guarito da solo. Uscii senza alcuna prescrizione. Per fortuna non abbiamo mai chiesto il parere della pediatra quando abbiamo deciso di vaccinare i figli, sia con le obbligatorie che quelle suggerite, o temo sarebbero volati gli stracci.

Certo è facile sul Web prendere per i fondelli le cosiddette “mamme informate” che sostengono che i vaccini fanno male, o che gli OGM fanno male, o che il glutine fa male a tutti, o che lo zucchero raffinato fa male solo perché raffinato, o che il glutammato fa male. Ma mamme e papà “informati” non si inventano queste cose da soli. Se la disinformazione si diffonde è anche e soprattutto colpa di chi abusa della fiducia che il pubblico ripone nella sua figura professionale e si mette a fare affermazioni senza fondamento scientifico.

Non è mica una novità che ci siano un sacco di medici e pediatri che sconsigliano di vaccinare i bambini. La causa principale del calo delle vaccinazioni sono, io credo, soprattutto loro. Non Internet, non Facebook, non i gruppi di “mamme informate”. Avete una serpe in seno, cari amici medici. E so bene che nella stragrande maggioranza dei casi singolarmente fate un lavoro egregio e difficile. Ma permettete, come ordini professionali e associazioni, a dei vostri colleghi di fare affermazioni non dimostrate scientificamente, o addirittura false. E, una volta amplificate dai media, di fare dei danni.

Certo, ogni categoria ha le proprie pecore nere: noi chimici nel nostro armadio abbiamo persino premi Nobel negazionisti dell’AIDS, o sostenitori delle terapie a base di dosi massicce di vitamina C. Ma nessuno crede a un chimico solo perché è un chimico (casomai è il contrario, se è un chimico c’è da diffidare). I medici invece sono una categoria a parte. Tutti noi prima o poi gli dobbiamo affidare la nostra vita o quella di un nostro caro. Non possiamo neanche ipotizzare che stiano dicendo un mare di cazzate. E quindi ci fidiamo. Ci dobbiamo fidare. Non possiamo permetterci di non fidarci. Ed ecco perché le affermazioni fatte da un medico pesano di più. E quindi se sono errate combinano più guai.

È notizia di questi giorni che un noto medico antivaccini, autore di diversi libri e molto seguito nella comunità dei genitori che non vogliono far vaccinare i propri figli, ha fatto un plateale dietrofront dopo la minaccia dell’ordine dei medici di radiazione dall’albo. A quando un provvedimento analogo per quelli che prescrivono costosissime pillole di zucchero ai propri pazienti?

Il pubblico non può mai sapere se il medico che ha davanti stia correttamente riportando l’opinione corrente della comunità scientifica (sempre passibile di revisione, ovviamente) o se sta solamente dando le sue personali opinioni, magari senza basarsi su uno straccio di prova. Il pubblico la sera del mio incontro non aveva modo di capire se a dire sciocchezze ero io o era la nutrizionista. Ma chi pensate abbia scelto? Così come non è possibile dubitare del medico che, con la sua autorità e autorevolezza, consiglia di non vaccinare, o di usare l’omeopatia, o di usare lo zucchero mascobado invece di quello bianco “che fa male”, o di non usare la farina 00 “che è un veleno” e così via.

È quello che chiamo “il potere mediatico del camice bianco”, quando si parla di salute. Lo sa bene la pubblicità che per convincerci a comprare dentifrici e detergenti intimi piazza sempre un camice bianco, meglio se con uno stetoscopio al collo, come testimonial davanti alla telecamera.

Quindi, cari giovani che volete fare i divulgatori – sì, questo articolo fa parte della serie dei consigli non richiesti ai giovani divulgatori – ricordatevi questo potere, soprattutto se fate o farete parte della categoria dei camici bianchi: quando parla un medico ha una autorevolezza, e quindi una responsabilità presso il pubblico, superiore a quella di qualsiasi altra categoria professionale. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. “È un medico, lui lo sa”. E non è un caso se spesso la televisione adora trasformare dei medici, anche bravissimi nel loro specifico ma spesso limitatissimo campo professionale, in opinion maker, esperti da intervistare anche quando si parla inceneritori, di inquinamento, di farine, di pesticidi o di biotecnologie.

Ma ricordatevene anche se, come me, non fate parte di questa categoria perché quando capiterà, se mai vi capiterà, di scontrarvi in un dibattito pubblico, sappiate che partite già con le mani legate dietro la schiena e i piedi piombati.

Se vi capiterà di dover replicare a delle affermazioni bislacche o peggio, come è capitato a me, false, l’unica cosa che potete fare è chiedere le prove. Ma è molto più facile argomentare scrivendo un articolo o ancor meglio un libro che non su un palco di un teatro o in un dibattito TV.

“Dove sono le prove di quello che dice? Dove sta scritto? Che pubblicazioni scientifiche può portare a suffragio delle sue tesi?”.

Ci ho provato, ovviamente. “Le pubblicazioni che dicono queste cose vengono censurate. Non vogliono che si sappia. Ma io queste cose le so. Io sono un medico”.

Dario Bressanini

Fonte

Per riflettere sulle parole di Bressanini, posso personalmente dire che la categoria dei medici è una contro cui ho spesso litigato. Per carità, penso che ci siano davvero degli eccellenti medici, a cui metterei in mano la mia vita ben consapevole delle loro capacità. Purtroppo però, quando si parla di scienza, di ragionare sulle ricerche, è assurdo il modo in cui sembrano diventare degli autentici dementi. Un episodio che ricordo è quello di una studente di medicina che se ne usciva dicendo che la frutta e la verdura fanno bene perché lo dicono gli studi. E insisteva, insisteva, insisteva. A parte il fatto che un eccessivo consumo di frutta e verdura può rallentare o bloccare il dimagrimento, a questa ragazza era ignota la differenza tra correlazione e causa-effetto. Non è la frutta e la verdura che fanno bene, ma la frutta e la verdura fanno bene in un contesto di dieta equilibrata. Tutto questo dall’alto dei suoi chili di troppo ma per cui si considerava normopeso. Di recente, invece, una “dottoressa” in erboristeria (ma esiste davvero una cosa così oscena?) sosteneva che, essendo dottoressa (?), aveva studiato molto e quindi sapeva che l’aglio previene cancro e depressione. No comment. Ho trovato questo messaggio davvero vergognoso e un insulto a chi si ammala di cancro e depressione. Trovo assurdo che nessuno intervenga nei confronti di questi soggetti che, giusto perché medici o dottori, si sentono in diritto di dire le più totali castronerie, sfruttando la mancanza di conoscenza e approfondimento della parte più sensibile e debole dei cittadini, i quali finiscono per crederci perché lo dice un camice bianco.

Attenzione alla credunoleria!

Il mio laboratorio scientifico in cucina

Qualcuno sostiene che la scoperta di una nuova ricetta è più importante della scoperta di una nuova stella. In effetti, pur essendo un profano appassionato di astronomia, non si può di certo dire che l’astronomia sia una materia gettonata rispetto all’arte culinaria. Basta confrontare l’audience dei programmi televisivi dedicati alla cucina rispetto a documentari come “La storia dell’universo”. Cucinare è anche un gesto considerato comunissimo, normale. Chiunque non abbia seri problemi di pigrizia riesce a fare della semplice pasta con pomodoro, o pummarola che dir si voglia. Incredibilmente, però, non ci accorgiamo di quanto la cucina sia un meraviglioso laboratorio di scienza e questo, spesso, porta la gente a commettere degli errori, o a fare cose che in realtà non hanno senso dispregiando magari quelle che invece ce l’hanno. Penso che il mitico Dario Bressanini, con il suo blog, possa spiegarvi meglio di me tante cose, ma per me è importante dirvi quello che personalmente ho imparato per trasmettervi il senso di un mio oggetto d’amore: la cucina (e l’alimentazione) con l’occhio dello scienziato. Se non credete a questo binomio, posso dirvi che, secoli fa, scienza e cucina erano un binomio inscindibile. Basta pensare alle incredibili sperimentazioni del leggendario Conte Rumford, che altri non è che… Benjamin Thompson! Ancora oggi, in Francia e Stati Uniti è comune vedere scienziati all’opera per la ricerca della “formula perfetta” per una determinata birra o cimentarsi nella produzione del miglior latte. D’altronde, tutto ciò che ci circonda è governato dalle leggi della chimica e della fisica, ma non ce ne accorgiamo a meno di non pensarci o saperlo già. Vi consiglio la lettura del testo “La fisica sotto il naso” di Andrea Frova e sono sicuro che, se avete curiosità e mente aperta, ne rimarrete sorpresi ed entusiasti, ma qui giustamente limitiamoci alla cucina.

Cosa possiamo trovare di scientificamente interessante nella cucina? Beh, tanto… tanto, tanto e tanto, da non finire più, direi in pratica tutto. Ciò che però ho notato è che tanti gesti banali nascondono in realtà delle sorprese. Io infatti non sono un chef da ristorante stellato Michelin, perché credo che la bellezza stia nella semplicità. E quanto di più “semplice” c’è nella tostatura del riso per il risotto? Vi siete mai accorti che, quando anche gli chef più rinomati dicono di fare il soffritto e poi aggiungere il riso per farlo tostare, sbagliano clamorosamente? Vi rimando all’articolo appena linkato sul risotto per saperne di più. Ma la bellezza delle reazioni di Maillard non si ferma di certo al solo risotto. Quanti di voi amano la carne? Beh, se volete cucinare una bella bistecca al sangue, e non stopposa, premettendo di aver scelto il taglio giusto (e non è cosa facile), le temperature alte sono la chiave di tutto. Padella non antiaderente, ma acciaio, in modo da raggiungere temperature elevate per scatenare le reazioni di Maillard (dai 140 °C in su). 2-3 minuti per lato et voilà, ecco a voi una bistecca cucinata come si deve. E no, se salate il pezzo di carne prima della cottura non rovinate nulla, perché così fate rilasciare l’acqua in eccesso che potrebbe rovinare il nostro esperimento della bistecca. Ecco dunque un’altra dritta: la carne dev’essere ben asciutta!

Le basse temperature

Se le temperature alte danno dei risultati, le temperature basse ne danno altri. Parliamo dunque della cacio e pepe e della carbonara. Non è mio intento discutere sul fatto che ci voglia il prosciutto o la pancetta o il guanciale. Non esiste infatti una vera ricetta della carbonara. Ognuno faccia come vuole (io personalmente opto per la pancetta). Molto spesso, si trovano ricette in rete che dicono di cuocere l’uovo insieme alla pasta e alla pancetta sul fuoco. Follia! Così facendo, ottenete nient’altro che un uovo fritto. Infatti, la temperatura di coagulazione delle proteine avviene a 60-65 gradi. Se la temperatura è superiore, a mano a mano le proteine si raggrinziscono e “strizzano” via l’acqua. Quindi, quando fate la carbonara, gettate via l’albume, mettete il formaggio insieme al tuorlo e mescolate tutto usando il calore della pasta. Otterrete così una buonissima carbonara cremosa. Possiamo discutere su quanti tuorli ci vogliano a testa: due, uno, mezzo. L’importante è che l’uovo non venga mai e poi mai messo sul fuoco. Per quanto riguarda la cacio e pepe, se leggete il link riportato poche righe indietro scoprirete di più e altro.

La lotta all’ottusità

Spesso la gente non conosce realmente ciò di cui parla e balza a pregiudizi che non hanno alcun senso. È difficile contrastare l’ottusità che veleggia oggigiorno in ambito culinario, soprattutto se ripenso che in passato non era così e si osava di più, altrimenti non avremmo l’arrosto, la birra, e altro ancora. Si seguono le tipiche dritte della nonna, a volte con ragione ma molte volte a torto, andando un po’ a caso. Vengono trasmessi dei dogmi a ‘mo di religione, senza che si sottoponga a qualche critica e si voglia davvero capire come funzionano le cose. Uno però ci prova, ed eccomi qui.

Vi rimando sempre al blog di Dario Bressanini, perché è molto interessante su questo argomento. Io vi ho riportato una parte della mia esperienza e delle mie conoscenze. Mi fermo qui perché mi verrebbe da scrivere quasi un libro intero ma, ahimè, lo spazio di un articolo è quello che è. Tuttavia, spero di essere riuscito a farvi avere un occhio diverso nei confronti di ciò che mangiate e cucinate. Magari vi cimenterete anche voi con la ricetta di orphaeusest della cioccolata calda e ne rimarrete stupiti. Oppure proverete a studiare sul banco del macellaio tutti i tagli di carne e proverete a farvi la miglior bistecca al mondo o il miglior arrosto al mondo. Vedete voi. La cucina è un enorme e vasto campo, dove ognuno può dare il suo contributo se conosce cosa sta alla base. In qualunque modo vogliate sperimentare, basta che lo facciate e vi divertiate!

L’illusione del naturale

Parliamo di naturale. Il naturale viene associato a concetti di buono, moralmente giusto, benefico, sano, sicuro, ecosostenibile, incontaminato… e chi più ne ha più ne metta! Dato che c’è ancora parecchia ignoranza sull’argomento, ho trovato necessario stendere un articolo per chiarire che non ha assolutamente senso parlare di naturale. Per carità, non mi illudo di convincere i fanatici che vedono il naturale come una religione. No, sarei troppo ottimista. Questa frangia di attivisti militanti veri e propri non cambierà mai idea, sostenendola anche quando messi davanti a una inoppugnabile confutazione delle loro argomentazioni perché, tanto, a loro non interessa lo stesso: l’importante è difendere a spada tratta le loro convinzioni. Mi voglio invece rivolgere alle persone semplicemente dubbiose che, con un po’ di spirito critico, hanno la possibilità di non farsi fuorviare dalle sette di attivisti militanti.

Innanzitutto, la domanda è: che cos’è naturale? I fautori del naturale dicono che è naturale ciò che è prodotto dalla natura e innaturale ciò che è creato sinteticamente dall’uomo, sottintendendo che il naturale abbia caratteristiche buone e il sintetico no, è brutto e cattivo. Questa è una, passatemi il termine, vaccata colossale. Beh, se il naturale è così buono, allora intossicatevi con del botulino. Eppure il botulino è una sostanza naturalissima, oltre che tra le più tossiche al mondo. Potete provare a usarlo per far lievitare i vostri dolci: che ne dite? Poi è più bello da sentire rispetto al lievito chimico… botulino. Il rotenone è contenuto nelle radici di alcune piante tropicali delle leguminose. È stata accertata nei ratti l’induzione al Parkinson. La solanina è naturalmente presente nelle patate. La sua intossicazione provoca diarrea, nausea, vomito, crampi allo stomaco, emorragie. Di cosa stiamo parlando, dunque? Come può essere il naturale così buono se ci mette quotidianamente “a disposizione” tutte queste sostanze tossiche o potenzialmente cancerogene? Giustamente poi ci si deve lamentare degli OGM anche se aumentano l’efficienza di una coltivazione rispetto a un prodotto bio che però ha una scarsa efficienza e quindi peggiora il degrado ambientale, la deforestazione, distruggendo in maggior modo la biodiversità delle specie. E il vino? In quanti comprano bio e naturale e poi si bevono quel bicchiere di vino a pasto? Ma il vino non esiste in natura. Se fosse la natura, si formerebbe aceto, mentre è l’uomo a originare il vino. Il riso Carnaroli, tanto elogiato dagli intenditori e dallo slow food? Non esiste il riso Carnaroli. L’ha creato l’uomo incrociando il Vialone e il Lencino nel 1945. Lo sapevate?

Naturale

Potrei andare avanti e parlare ad esempio del peperone (che non sempre è esistito come oggi!), della carota (idem come per il peperone!) e di tante altre cose che reputiamo come normali ma che, una volta, non lo erano o almeno non come le conosciamo oggi. Una volta, le carote erano viola e solo negli ultimi secoli è diventata arancione per intervento umano. Ancora oggi, alcuni supermercati vendono le carote con il loro colore originale. Pensateci, ogni volta in cui vedrete una bella carota arancione con etichetta “bio e naturale”. Credo che comunque, se siete minimamente intelligenti, avrete capito il concetto. Il punto è che nulla realmente si crea o si distrugge. Come spiego anche nell’articolo “Quel demonio della chimica!“, i “mattoncini” che compongono tutto ciò che esiste quelli sono e restano. Non c’è nulla di davvero artificiale! Le molecole e gli atomi sono sempre tali e quali. Possiamo dire che avvengono trasformazioni e manipolazioni, ma quelle molecole e quegli atomi rimangono. Che poi, vorrei chiedere una cosa a chi sostiene la religione del naturale. Come dev’essere vista una molecola sintetica che però si produce anche in natura? Una molecola che si produce in natura è chimicamente identica a una molecola sintetica. Quelli sono gli atomi, quelli sono i legami. Al microscopio, sono indistinguibili. Questa cosa forse non è granché chiara ai profani della chimica, e a dire il vero nemmeno io sono un esperto in chimica. Però so che una molecola di acqua può provenire dalla pioggia così come dalla combustione del carburante di un aereo (e generando così le famose scie di condensa, che in tanti credono siano le famose “scie chimiche”). Se noi prendiamo le due molecole di acqua, rimane sempre H20. Con la stessa medesima struttura. Voglio fare un altro esempio: il fruttosio. Il fruttosio viene prodotto a partire dallo zucchero della frutta, penserete (uva, mele, ciliege). E invece no, perché sarebbe troppo costoso. Arriva spesso dall’amido di mais. Dall’amido di mais, si estrae il glucosio e, dal glucosio, attraverso altre trasformazioni, si arriva al fruttosio. Ma la molecola di fruttosio è esattamente identica a quella “naturale” dalla frutta. Non vi è alcuna differenza. Che senso ha distinguere tra la molecola di acqua dalla pioggia dalla molecola di acqua dagli scarichi di un aereo? Il fruttosio della frutta dal fruttosio dall’amido di mais? Alla cieca, nessuno sa distinguere la differenza. Qual è la molecola naturale e quale quella creata sinteticamente dall’uomo? Vi sfido. Probabilmente, leggendo questo articolo, molto di voi si sentiranno truffati. Ed effettivamente è così, se non si conosce bene la materia e facendosi costantemente bombardare da messaggi errati e fuorvianti. Però, se avete compreso le mie parole, la prossima volta al supermercato non vi farete più ingannare dagli slogan in etichetta. È chiaro che esistono prodotti che non vengono prodotti naturalmente in natura, vedere ad esempio le bottiglie di plastica. Questo però non vuol dire che questi prodotti siano tossici in quanto non esistenti naturalmente in natura. La materia prima è sempre la stessa: l’atomo. E la tossicità di una sostanza dipende non dalla provenienza (umana o dalla “natura vera”), bensì dalla proprietà stessa della sostanza.

Attenzione alla credunoleria!
Giornalisti e ricerche (?) da budinocerebrati

L’onere della prova
La pericolosità della medicina alternativa

Dimmi come fai (o non fai) sport e ti dirò chi sei…

Lo sport è indubbiamente uno dei più efficaci indicatori esistenziali. Sia chiaro, la certezza assoluta non c’è ma, dal modo in cui una persona si approccia lo sport si può capire molto del carattere della persona stessa. Innanzitutto, la prima categoria di persone che voglio considerare è quella di chi non fa sport. Già, perché questa categoria racchiude la maggioranza e non si può non spendere due parole a riguardo. Spesso, chi non fa sport è una persona che ha scarsa attenzione per lo stile di vita. Mangia troppo, male, è sovrappeso, eccede con gli alcolici o fuma. Non prova alcun interesse per lo sport e si vanta che l’unico vero sport che fa è quello del guardare la TV in divano. Stiamo parlando di persone dissolute e che, se non cambiano in tempo, vivranno a lungo andare molto male. Non è necessario non fumare e non bere. Basta anche essere “solo” delle buone forchette e avere quei chili di troppo che, con il passare degli anni, diventano macigni con gravi problemi di salute. Accanto ai dissoluti, troviamo però un’altra tipologia di soggetti che non fa sport. Sono i soft. Ovvero, soggetti che hanno una mente abbastanza equilibrata, non hanno eccessi e sono normopeso. Tuttavia, sono soggetti abituati a creare condizioni in cui non vi è stress (lo stress non è sempre negativo, dipende da come uno lo gestisce!) e non si è in condizioni di metterci tutta la fatica di cui si dispone per portare avanti un impegno o un progetto. Non hanno particolari difetti caratteriali, ma non reggono lo sforzo di uno sport a medio-alta intensità perché, appunto, il loro mantra è vivere in modo soft. Non lasciatevi ingannare dalla dicitura, che in realtà rivela un grosso handicap. Nessuno che non faccia sport è davvero una persona forte. In sostanza, il soft, quando si tratta di sport, fa crollare tutta la sua fortezza, mostrandosi in fondo un debole, che non regge la fatica, la sfida, il piacere di provare a superare i propri limiti e giocarsela per la leggenda. A lungo andare, anche il soft pagherà la conseguenza del suo aborrare lo sport. Superati i 30 anni, infatti, il metabolismo calerà e inizierà inesorabilmente a invecchiare a velocità drammatica. Dovrà inoltre fare ingenti sforzi per mantenere la linea, però ovviamente lo sport mai!

Ma quali sono le altre personalità, ovvero quelle di chi fa sport? Vediamole.

Il competitivo violento – Il competitivo violento fa sport per vincere, anche “a tutti i costi” se necessario. Non gli interessa impegnarsi al massimo. Preferirebbe arrivare passeggiando, rispetto al proprio record, e vincere piuttosto che arrivare ultimo battendo il proprio record. La sua è una visione distorta del confronto con gli altri. È giusto confrontarsi con un avversario, provare a batterlo. Il punto è che il competitivo violento non riconosce una oggettiva superiorità dell’avversario. Inventa scuse come che non era in giornata, oppure, se potesse, gli farebbe uno sgambetto o gli metterebbe un bastone tra le ruote per farlo cadere dalla bicicletta pur di vincere. Spesso, il competitivo violento denigra e irride l’avversario quando riesce a batterlo. Avete presente i tifosi nel calcio? Ecco, se conoscete l’ambiente, avete capito cosa intendo.

Il superbo apparente – Ha una componente violenta. È classico di chi corre la maratona poco sopra le 3 ore e lo decanta a tutti, quasi irridendoli e ben tronfio del suo successo. Magari ha pure passeggiato per fare quel tempo. Non gli interessa tanto impegnarsi al massimo, quanto piuttosto sapere di essere superiore e farlo vedere. Non capisce che, se fosse veramente così dotato, anziché sbandierare il suo successo agli amici del bar, sarebbero i giornalisti a parlare di lui che vince alle Olimpiadi!

Il sacchettaro – Al sacchettaro, non interessa tanto vincere “a tutti i costi”, quanto piuttosto avere un premio. Dove il premio può benissimo essere una coscia di prosciutto andata a male o il premio di finisher a una maratona dove è arrivato camminando. Vorrei far notare che anche un 80enne riesce a correre la maratona sotto le 4 ore. E ci sono giovani che si vantano di aver finito in 4 ore e mezza. Sacchettari, appunto.

Lo svogliato – A differenza del soft che non fa sport, lo svogliato comprende che lo sport gli porta benefici. Il suo difetto sta nel non comprendere anche che ci vuole una prestazione, un impegno non minimale tarato ovviamente in base all’età. Un esempio è il classico jogger con andatura quasi da passeggio che fa la mezz’oretta al parco. Lo svogliato non capisce che, così, il suo corpo non cambia radicalmente, ma non va oltre perché, equivalentemente al soft che non fa sport, non vuole faticare più di tanto, considerando magari ossessivo e troppo sotto stress (giammai, vade retro lo stress!) chi ce la mette tutta.

Il fobico – È colui che puntualmente esce come un eschimese in inverno, conciato con giaccone (santo cielo, ne ho visti nel mio paese!), berretto, sciarpa. Ha paura di ammalarsi o di svenire quando fa caldo. Puntualmente, però, proprio a causa della sua fobia si ammala, non capendo che, senza arrivare a correre con 40 gradi a mezzogiorno o nudo a -5 gradi, bisogna saper affrontare il clima per fortificarsi. Io esco a correre in maglietta corta a 8 °C e, se non diluvia terribilmente, anche con la pioggia.

L’ossessionato – Se lo svogliato non vuole andare oltre, l’ossessionato va troppo oltre. Si allena fino a spaccarsi le gambe, rischiando l’infortunio. Piegamenti, rafforzamento muscolare, tapis roulant, seduta all’aperto, partita a calcetto o zumba (le donne). L’ossessionato è, appunto, ossessionato dall’attività fisica, ma spesso a livello puramente estetico visto che ho conosciuto tanti ossessionati che non sapevano nemmeno i propri parametri fisiologici. A causa della mole e anche dello stress a cui si sottopone, l’ossessionato, prima o poi, rischia seriamente un infortunio o un esaurimento nervoso. La personalità dell’ossessionato è sicuramente la personalità che ha più probabilità di denotare un vero e proprio disturbo.

Incredibile, vero, come uno sport non sia solo sport ma sia interessante anche per fare queste riflessioni? Non a caso, è un indicatore esistenziale. Io mi auguro che chi si riconosce in almeno una delle descrizioni possa dare una svolta alla sua vita non solo sportiva, ma anche psicologica. Lo sport è un importante strumento per avere un’alta qualità della vita. Affrontare gli avversari è un modo per capire a che livello siamo, avendo la modestia di ammettere chi è più forte e, perché no, di complimentarci con lui. Al superbo apparente andrebbe spiegato che un’autostima che dipende dal risultato con cui irridere gli altri e vantarsi è un’autostima da dementi e di cartapesta. Per quanto riguarda il sacchettaro, io di certo non vorrei fare una maratona, pur di dire che l’ho finita, passeggiando o arrivando strisciando come un verme: non lo troverei dignitoso per me. L’importanza di rimettersi in gioco con una prestazione è correlata al beneficio che ne traiamo in salute. Un soggetto di 30 anni che fa 5 km in mezz’ora è di fatto quasi al livello di un sedentario. Al fobico vorrei dire che la gestione del meteo aiuta ad affrontare le avversità, a non arrendersi a difficoltà che si possono superare. Ci fortifica. Se non impariamo a correre o a uscire per la pedalata quando piove o fa caldo, saremo come i soft che hanno bisogno che tutto fili liscio e, se ciò non avviene, ecco che ci si affossa. L’ossessionato deve invece capire quale aspetto psicologico o emotivo lo porta a una visione malata dello sport e dell’attività fisica.

Tempi impossibili, sopravvalutati e bari nella corsa

Povero olio di palma!

In principio era il burro, passando per uova e formaggi, poi è stata la volta della carne rossa e dunque del latte. Adesso, negli ultimi tempi, in attesa del prossimo capro espiatorio sotto condanna, è il turno del tanto bistrattato olio di palma. Il 3 maggio del 2016, ha infatti destato scalpore un articolo dell’EFSA che mette in guardia sulla cancerogenicità dell’olio di palma. Da lì in poi, le pubblicità in televisione e le confezioni di prodotti come biscotti e merendine hanno iniziato a torturarci psicologicamente con il claim “no olio di palma”. Stanco, decisamente stufo, della demonizzazione dell’ennesima sostanza che poi come al solito porta a una fobia irrazionale nella popolazione meno scientifica e razionale, ho deciso di scrivere questo articolo per fare chiarezza. Innanzitutto, l’EFSA identifica due sostanze FORSE cancerogene. Queste due sostanze sono il 3-MCPD e il 2-MCPD (GE). Provate a chiedere a coloro che demonizzano l’olio di palma di dirvi quali sostanze dell’olio di palma sono ritenute pericolose e 90 volte su 100 almeno non ve le sapranno dire. Il punto è che solo per il 3-MCPD hanno trovato delle soglie a rischio, mentre per il 2-MCPD i dati risultano insufficienti. Ma anche ammesso (e ovviamente non concesso, visto che è ancora tutto da approfondire) che il 3-MCPD e il 2-MCPD siano davvero cancerogeni, tanto vale prendercela anche con l’olio di girasole, visto che, seppur in quantità minore, contiene le stesse sostanze accusate. Il punto è che TUTTI gli oli vegetali raffinati contengono GE e in generale sostanze tossiche. Se vogliamo dirla tutta, quotidianamente siamo sempre circondati da sostanze tossiche e cancerogene, ma non ce ne accorgiamo. E sono sostanze anche molto più pericolose, ma è chiaro che l’industria alimentare e gli interessi degli uni e degli altri siano un campo molto sentito e dunque redditizio su cui marciare. Tra l’altro, non ha senso bandire l’olio di palma se poi lo si sostituisce con altri oli ben peggiori. Vedi il caso della nuova ricetta dei Ringo, che declama il “no olio di palma” e poi, tra gli ingredienti, leggi una sfilza di altri grassi che, insieme, sono decisamente più dannosi dell’olio palma (olio di semi di girasole, olio di colza e burro di karitè… che senso ha così? e ve lo ricordate che anche l’olio di girasole contiene le sostanze incriminate dell’olio di palma, vero?).

Leggi anche “Guida per un’alimentazione di qualità“.

Olio di palma e ambiente

È doveroso fare chiarezza su questo aspetto. Quando l’olio di palma non viene demonizzato per la salute, lo è perché provocherebbe danni ambientali. Bene, bisogna spiegare questa cosa. Innanzitutto, l’impatto zero è impossibile. Il problema parte da monte, cioè che siamo in troppi e, da qui, qualunque soluzione si rivelerebbe inutile. A meno che la popolazione mondiale rimanga almeno quella di ora! Fatta questa importante precisazione, non sono sicuro che l’olio di palma sia così dannoso per l’ambiente. È vero che per produrre un litro di olio di palma va via molto suolo, ma meno di altri potenziali sostituti. L’olio di soia e di girasole, gettonati come alternative, hanno una resa peggiore. Quindi, se io smetto di mangiare un biscotto con olio di palma, ma ne mangio uno con olio di colza o di girasole, provoco un danno maggiore. Questo non lo dico io, ma gli esperti e gli studi. È un dato di fatto. E trovo che sia assurdo lamentarsi della deforestazione della Malesia, quando la nostra Pianura Padana è tra le zone più inquinate d’Europa. Perché noi possiamo devastare l’ambiente come ci pare e piace e i malesiani no? L’unica valida alternativa che accetto in un biscotto è il burro, ma ciò significa che i biscotti costerebbero di più. Il che non è un male, visto che magari ne mangeremmo meno…

Il vero problema è che, per coltivare la palma da olio, arrivano i bulldozer e sfrattano gli abitanti locali. Non si tratta dell’olio di palma, ma di togliere i diritti alle persone, che si ritrovano senza nulla. Ma queste ingiustizie sarebbero più gravi se si coltivasse altro! Pensate che cambierebbe qualcosa coltivando altro? Sarebbe bello poter dire di sì ma, purtroppo, non è possibile. Vince sempre il mero profitto e ciò non dipende dall’olio di palma. Inoltre, la vera è propria deforestazione in paesi come l’Indonesia avviene perché la palma da olio serve anche per produrre il biocarburante. Come dire, per ridurre il consumo di petrolio, cosa di per sé virtuosa, abbiamo trovato delle alternative che provocano la deforestazione. Ah beh…

Non è una molecola!

Un’altra cosa su cui vorrei dire le cose chiaramente è che l’olio di palma o qualsiasi altro olio vegetale non è una molecola, ma un insieme di più tipologie di grassi. È la percentuale di questi acidi grassi che classifica un tipo di grasso da un altro, nonostante l’origine sia molto diversificata. Detto in questi termini, se impariamo a vedere in questo modo ciò che ci circonda e mangiamo, tutto ci apparirebbe sicuramente meno spaventoso e ci faremmo meno problemi o paranoie. L’olio di palma è formato principalmente da grassi saturi, che sono più “stabili” in quanto a forma di “bastoncino dritto”. Il che rende l’olio di palma dalla consistenza semisolida, di crema. Per questo, l’olio di palma in realtà NON è affatto un olio! È più simile al burro, ma evidentemente qualcuno si è voluto divertire un po’ quando, per definire il “grasso” dell’olio di palma ha voluto mettere la dicitura “olio”. Anche qui, chi demonizza l’olio di palma lo sapeva? Prima di dire qualcosa, ci si dovrebbe informare e approfondire su una tematica. Infatti, per via della sua struttura, l’olio di palma non viene usato a caso in biscotti e merendine, perché in pratica è un’alternativa a basso costo del burro vaccino. Ciò comporta, nella maggioranza dei casi ma non sempre, una scarsa attenzione per la qualità di un prodotto (ma ciò vale un po’ per tutti gli oli vegetali generici!). Un biscotto vero al burro è sempre qualcosa di unico e impareggiabile, ma non saranno di certo quei 3-4 biscotti con olio di palma pucciati nel caffelatte al mattino a uccidervi, perché chi segue una corretta alimentazione sa che biscotti e merendine sono alimenti da consumare in modo limitato. Cioè, è sempre la dose che fa il veleno e, sì, anche l’acqua per alcuni soggetti malati può risultare tossica.

Ma fa male?

L’olio di palma dovrebbe essere preferibilmente evitato non perché fa male, cosa tutta da dimostrare, ma perché è scadente e offre un aroma peggiore rispetto al burro. Il burro è più buono in un dolce, mentre se si usa l’olio di palma si deve magari aggiungere svariati aromi a basso costo e di scarsa qualità. Un’azienda che usa il burro per i suoi biscotti è un’azienda attenta alla qualità. Ah già, dimenticavo che ce l’hanno anche con il burro.

Vorrei precisare un aspetto che pilatescamente viene ignorato, ovvero che l’AIRC non ha affatto puntato il dito contro l’olio di palma. Questa è una cosa che hanno fatto i fobici e che puntualmente hanno sfruttato i marchi che sono sempre ben attenti a diffondere la giusta propaganda per vendere. Riporto direttamente le parole usate dall’AIRC nel quote.

È bene però ricordare che molte altre sostanze alimentari rientrano nella stessa categoria di rischio (per esempio la caffeina, l’alcol, le aflatossine che a volte sono contenute in alcuni derivati dei cereali
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sono moltissime in natura le sostanze potenzialmente cancerogene ad alte concentrazioni, anche nell’alimentazione. Il rischio è legato alla frequenza e quantità delle consumazioni: non è mai pari a zero, ma per un consumo normale non è neppure molto elevato e rientra in quello che gli epidemiologi considerano il rischio generale legato all’ambiente esterno e agli stili di vita.
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La storia dell’olio di palma è un buon esempio di quanto sia complesso valutare se un alimento è salutare o meno quando si considera l’insieme dei fattori in gioco e non solo un aspetto. L’olio di palma non è il grasso più salubre che esista, ma nemmeno il peggiore: prima di bandirlo bisogna verificare con che cosa lo si sostituirebbe. Molti prodotti che mostrano sulla confezione la scritta “senza olio di palma” contengono olio di cocco o burro di cacao, che sono altrettanto nocivi di quello di palma per altri aspetti della salute che non sono legati direttamente allo sviluppo di tumori.

La parola dell’esperto

Per concludere l’articolo, vi lascio un video di Dario Bressanini che ci parla dell’olio di palma. Il video dura circa 23′, ma è ben esaustivo e spiegato in modo molto semplice. Vi consiglio la visione di questo video perché si dicono tante cose interessanti e viene, per così dire, smontato questo mito dell’olio di palma che sarebbe così pericoloso, radioattivo, e chi più ne ha più ne metta. Tra le altre cose, nel video, ve lo anticipo come chicca, si fa notare che l’olio di palma è un prodotto tradizionale in molti paesi!

Le più grandi bufale alimentari

La bufala della cottura passiva

Da qualche anno, sta andando diffondendosi un rivoluzionario metodo di cottura per la pasta. I toni con cui viene descritto sono sensazionalistici. La scoperta del terzo millennio, un’invenzione geniale e magistrale, che solo una mente geniale come quella di Elio Sironi poteva ideare, cambiando tutta la nostra visione nei confronti della pasta. Ma cosa riguarda la cottura passiva? Prevede di cuocere la pasta per 2 minuti dopo che ha ripreso il bollore, terminando poi il resto della cottura, seguendo la durata scritta sulla confezione, a fuoco spento tenendo il coperchio. Eccezionale e incredibile rivoluzione o bufala? Bufala, ovviamente. Bufala, clamorosa bufala innanzitutto perché la cottura passiva non ha senso. Come può una cottura essere passiva, suvvia? La cottura può essere per convezione, per irraggiamento, ma passiva no. No, perché la cottura per definizione è SEMPRE (!) attiva!Pasta Giustamente però si deve dare un titolo assurdo per destare scalpore e attenzione. In secundis, la gelificazione degli amidi della pasta avviene a 90°, quindi per cuocere la pasta, con risultati più o meno piacevoli, non è affatto necessario che l’acqua sia a 100°. D’altronde è quello che si fa in montagna. Diciamo che, grossolanamente, la temperatura di ebollizione dell’acqua (per fare i pignoli, se vogliamo, possiamo anche considerare la quantità di soluti presenti) diminuisce di circa un grado ogni 300 metri. Ciò significa che, a 3000 m di altitudine, l’acqua bolle a 90°, ovvero la temperatura da cui parte la gelificazione degli amidi. Elio Sironi si considera un genio inventore, quando in realtà ha inventato una cosa che hanno inventato migliaia di amanti della montagna quando cucinano la pasta in escursione con il classico fornellino portatile. Tanto per intenderci, probabilmente la scoperta dell’acqua calda è molto più rivoluzionaria di questa fantomatica cottura passiva. Certo, i risultati sono diversi rispetto a una cottura “normale” della pasta, ma allora ritengo più interessante come si trasforma il mio Gorgonzola in frigo nel corso dei giorni. Sfido a trovare una reale differenza tra le due cotture, in cieco! La cosa più assurda è che ho letto in giro diversi articoli scopiazzati tra di loro che dicono che la cottura passiva rende la pasta più digeribile. Santo cielo, ma è possibile che a scuola ancora tengano le ore di religione quando converrebbe di più fare più ore di chimica (e di scienze in generale)? Ma se la cottura passiva mantiene più “integri” gli amidi, al massimo la pasta con la cottura passiva è MENO digeribile! Questo ammesso che sia vero che la perdita di sostanze nutritive di cui parla Sironi sia davvero significativa, ma peccato che non ci abbia fornito nessuno studio e nessun dato su questa teoria. È risaputo che la cottura di base comporta una perdita di sostanze nutritive, ma è anche vero che rende i cibi più sicuri e non sempre danneggia le suddette, visto che, se mangiate un pomodoro crudo, il licopene in esso contenuto finisce negli scarti della vostra digestione. Penso che chi crede nella bufala della cottura passiva, di cotto, abbia il cervello…

Per cuocere la pasta a fuoco spento, sicuramente si può fare. Ma lo trovo complicato, un voler complicarsi la vita per vantaggi tutti da dimostrare in termini percepibili e quantitativi. E non sono neanche convinto che si risparmi poi così tanto, visto che comunque, per non diminuire la temperatura dell’acqua, occorre un quantitativo maggiore di acqua, che giustamente deve essere portata a ebollizione e ciò richiede ovviamente energia. In un modo o nell’altro, la cottura passiva è una bufala, la cottura a fuoco spento è fattibile ma nutro i miei dubbi che sia davvero vantaggiosa. A meno che non siate in campeggio e quindi il fornello quello è, ma questo è tutto un altro discorso!

Per sapere i veri trucchi su come cuocere correttamente la pasta, leggete pure qui.

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