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Quanta acqua bere?

Sui siti e nelle rubriche televisive dove si parla di dieta, si sente spesso ripetere di bere almeno 1.5 litri di acqua al giorno. Alcuni addirittura azzardano a 3-4 litri (su un sito, ho letto di bere 4 litri al giorno, 1 litro prima di ogni pasto più lo spuntino!). Il tutto sperando non solo di prevenire la disidratazione ma anche di guadagnarci in pelle più bella e giovanile. Inutile dire che non ci sia nulla di dimostrato scientificamente in queste affermazioni e che non ci sia nulla di sensato. Il nostro corpo è formato per circa 2/3 di acqua, con percentuale minore nei soggetti sovrappeso e ancor di più negli obesi poiché la massa grassa contiene meno acqua rispetto ai muscoli. Ciò, tuttavia, non vuol dire che dobbiamo bere galloni interi di acqua ogni giorno. L’acqua che perdiamo ogni giorno è quantificabile in 2.0-2.5 litri al giorno, tra perdita di urine, evaporazione e sudore. Questa perdita di acqua viene compensata non solo con l’acqua che beviamo, ma anche con gli alimenti. Per questo motivo, dire di bere tot litri al giorno è una dritta che è da buttare via. Una soluzione è quella di:

bere quando si sente lo stimolo della sete.

Il nostro corpo, in base alle nostre attività e alla nostra alimentazione, manderà i segnali giusti per dirci che dobbiamo bere. Tuttavia, non sempre lo stimolo della sete funziona correttamente, come ad esempio negli anziani. Ecco che, allora, anche la deglutizione è importante. Se l’organismo ha bisogno di acqua, l’acqua va giù facilmente. Questo lo possiamo sperimentare dopo una intensa attività fisica, considerando anche la stagione. Se ci alleniamo in inverno, tendenzialmente avremo meno sete rispetto a quando fa caldo. Al contrario, se l’organismo non ha bisogno di acqua, cerca di rifiutarla e la deglutizione diventa difficile. Anche chi è abituato a mangiare tanta frutta e verdura necessiterà di bere molta meno acqua rispetto a chi mangia poca frutta e verdura. Gli alcolici non valgono come acqua, perché l’alcol etilico disidrata! Se volete essere sicuri di bere a sufficienza, escludendo l’acqua perduta dopo l’attività sportiva, seguete queste due uniche dritte:

1) bevete al risveglio e uno prima di andare a dormire, visto che rimarremo senza bere per circa 8 ore;
2) bevete a ognuno dei pasti e almeno un altro tra un pasto e l’altro.

Come quantità, avremo un bicchiere come minimo. L’acqua perduta con l’allenamento verrà reintegrata appena dopo aver finito. Se avete ancora sete e sentite che deglutite facilmente, bevete di più! La vera accortezza ci dev’essere per gli sportivi nel periodo estivo, perché possiamo non accorgerci di perdere tanti liquidi. Per il resto, bevete quando sentite la sete. Controllate il colore dell’urina: se rimane chiara, state bevendo in modo corretto, altrimenti è necessario bere di più. Pensate che è la dose a fare il veleno e, in base a questo, anche l’acqua in eccesso diventa un veleno. Lo sapevate che, per chi soffre di insufficienza renale o cardiopatia, bere due litri di acqua può voler dire rischiare l’edema polmonare?

Acqua

Quale acqua?

C’è chi consiglia un tipo di acqua per questo problema, chi ne consiglia un’altra per un altro scopo. Anche qui, non c’è nulla di scientificamente dimostrato. Bere un certo tipo di acqua per digerire meglio o per stimolare la diuresi non ha alcun fondamento. Bevete quindi qualunque tipo di acqua desiderate. Può convenire bere un’acqua ricca di calcio (Sangemini, Ferrarele, Lete, in secundis San Pellegrino e Uliveto) nel caso in cui si avesse difficoltà a raggiungere le dosi giornaliere raccomandate di calcio. In caso contrario, va benissimo anche la più “squallida” acqua del rubinetto, soprattutto se si ha la fortuna di abitare a Roma dove l’acqua di ogni fontana pubblica è buonissima.

L’importanza dell’acqua per gli sportivi

Come ripeto fino alla nausea ma con il fine di far entrare in testa il concetto, lo sport è necessario ai fini di uno stile di vita corretto. In questo contesto, un’acqua ricca di calcio è molto utile per gli sportivi perché, magari variando marca, possono avere un riciclo di tutti i minerali in generale. Cioè, di fatto, l’acqua così diventa un integratore. E questo, per uno sportivo, in termini di ricostituzione ossea o nelle stagioni più calde o se si fanno allenamenti molto intensi, è un tesoro inestimabile.

Zucchero bianco o di canna?

Ancora oggi molte persone ripiegano sullo zucchero di canna grezzo per svariati motivi. Credono che lo zucchero bianco (che può essere sia di canna che di barbabietola) faccia male, che contenga le tanto citate ma mai chiarite bene “calorie vuote” e via dicendo. Ma esiste veramente differenza fra i due tipi di zucchero? Lo zucchero bianco fa davvero male? Se seguite già da tempo il mio sito, dovreste intuire la risposta.

Risposta alla prima domanda: sì, ma con chiarimento. Il chiarimento è che, chimicamente, non c’è alcuna differenza fra zucchero bianco e di canna grezzo! La molecola è la stessa, non cambia assolutamente nulla di nulla. E quindi le kcal sono le stesse: 4 per grammo sia per lo zucchero bianco che per quello di canna grezzo. Quello che cambia è la misura delle impurità (il termine raffinazione, così brutto, indica proprio questo: rimozione delle impurità! tenetelo a mente per quando qualcuno stupidamente demonizzerà i cereali raffinati come la pasta e il riso!). Infatti, nello zucchero di canna grezzo viene lasciato un quantitativo di melassa, che appunto fornisce il tipico colore bruno. La quantità di melassa è ciò che conferisce allo zucchero di canna grezzo il suo aroma.

Risposta alla seconda domanda: sì e no. Qui è più semplice da spiegare cioè, come sempre, tutto fa male se in eccesso e nulla fa male se nelle quantità giuste (“La dose fa il veleno” diceva Paracelso). Una tazzina di caffè al giorno con un cucchiaino di zucchero, di fatto, non inficia in alcun modo nella dieta (parliamo di appena 20 kcal… se no forse avete delle manie preoccupanti).

Zucchero

E le “calorie vuote”?

Le “calorie vuote” sono un’invenzione che si sta purtroppo propagandando anche nelle riviste di divulgazione. Le “calorie vuote” non esistono, perché una caloria è sempre una caloria: punto e basta, non si cambia la chimica! Chi ha inventato questo concetto dice di riferirsi al valore dei micronutrienti, come calcio e vitamine. In realtà, i micronutrienti nello zucchero di canna grezzo sono praticamente inesistenti (appena 83 mg di calcio per 100 g e noi abbiamo bisogno di 800-1000 mg di calcio al giorno da adulti), a maggior ragione se consideriamo che le dosi in una dieta equilibrata sono minime (5 g per tazzina di zucchero, mentre 100 g fanno ben 400 kcal!).

In sostanza, la scelta fra zucchero bianco e di canna grezzo si limita solo a una mera questione di aroma.

Il dolce causa dipendenza?

Vademecum per l’alimentazione corretta

Gestire un’alimentazione corretta sembra difficile ma, con questo articolo, scopriremo come in realtà sia molto più semplice del previsto. Gli enti e i nutrizionisti spendono tempo ed energie per stilare numerose e sempre più dettagliate direttive (anche se non sono quasi mai tutti d’accordo) e ognuno, complice anche le informazioni (spesso errate) diffuse dai mezzi di comunicazione, si ritrova con le idee confuse. Devo ammettere che rimango sorpreso nel notare il modo in cui le poche ed esilari regole che sto per descrivere ora non sono note se non da una minima parte delle persone con cui ho avuto a che fare. Esse non richiedono affatto chissà quale fatica, ma rispettano perfettamente le comuni abitudini della popolazione. Ciò nonostante, a essere ottimisti appena 1/10 della gente, secondo una mia personale statistica, si alimenta correttamente e segue un corretto stile di vita. La motivazione di questo è sostanzialmente una: l’ignoranza. L’ignoranza è alimentata dagli stessi esperti del campo (o sedicenti tali), che spiegano in termini troppo astrusi, generalmente non chiari, ambigui, o proprio sbagliati. Il mio intento è quello di fornirvi una base di coscienza alimentare. Questa parte richiede sicuramente un po’ di tempo e sforzo per capire i meccanismi. Tuttavia, una volta che sono stati compresi e assimilati, non si fa assolutamente più fatica, si va con il pilota automatico inserito.

Vediamo quindi quali sono le regole per una corretta alimentazione. Queste regole sono state studiate considerando il lato pratico delle attività quotidiane di chiunque. Faranno storcere il naso a chi studia sui banchi universitari gli argomenti in questione, ma un conto è lo studio universitario e un altro la pratica quotidiana di un soggetto qualunque. Sia chiaro, però. Le direttive che vado a proporre vengono di fatto seguite spontaneamente in una corretta alimentazione. Questo è bene che entri bene in testa. Perché, come spiego nell’articolo “La dieta perfetta non esiste!”, in un quadro di stile di vita corretto non ha senso fissarsi a mangiare carne solo per tot volte a settimana o preferire l’olio d’oliva extravergine al posto del burro. Non ha senso pensare di integrare questo o quello con quello, di bandire categorie di alimenti o di assumerne altri sperando di andare in paradiso. Le mie indicazioni non devono pertanto indirizzare il soggetto a diventare maniacale, ma a capire di più e approfondire!

1) Fabbisogno calorico

Conoscere il proprio fabbisogno calorico è importante per gestire correttamente una dieta. Nessuno si sognerebbe di andare a fare la spesa senza sapere quanto costano i prodotti e quanti soldi ha nel portafoglio, per fare un paragone. Siccome però bisogna capire bene come funziona per evitare strafalcioni, ne ho dedicato un articolo a parte. Qui solo una precisazione: il fabbisogno calorico si basa su indici di magrezza moderni! Per chi corre, andate qui per i consumi energetici nella corsa.

Ecco un altro articolo utile: “Calorie degli alimenti più comuni“.

Sport

Corsa

Lo sport è necessario in uno stile di vita corretto. Non è un optional, ma qualcosa di inderogabile! Per avere un significativo beneficio salutistico, occorre trovare 3-4 sedute settimanali di allenamento aerobico a medio-alta intensità. L’articolo “Quanto allenarsi per la salute?” spiega meglio il discorso e come organizzare un buon programma sportivo. Solo chi ha COMPROVATI impedimenti di salute non è idoneo allo sport ma, appunto, trattasi di un soggetto già malato e c’è pur sempre la camminata in molti casi. Oggigiorno, il fatto che anche chi è in carrozzina o senza gamba possa fare sport deve far riflettere su eventuali alibi.

2) Macronutrienti

Il nostro organismo ha bisogno di carboidrati, proteine e grassi. Carboidrati e grassi sono i macronutrienti che vengono impiegati come energia. I primi servono soprattutto al cervello (escludendo l’attività sportiva), i secondi per attività blande e di riserva. Le proteine sono invece necessarie per la costituzione dei muscoli. È bene chiarire che le proteine in eccesso sovraccaricano i reni, pertanto il classico frequentatore della palestra che vi dice di riempirvi di proteine vi spinge solamente a farvi del male senza nemmeno farvi crescere i muscoli come desiderate. Le proteine (in grammi) che un soggetto deve assumere è:

FP (fabbisogno proteico) = 1 g per chilo di peso corporeo.

In realtà, sarebbe 0.83 g per chilo di peso corporeo, ma solo se il valore biologico delle proteine è di 100, cosa che in un’alimentazione mista non avviene. Per un approfondimento sul fabbisogno proteico, vi rimando a questo articolo.

Es.

Un uomo che pesa 63 kg ha bisogno di un minimo proteico (da sedentario) di 60 g, pari a 200 g di pasta, 150 g di carne rossa e 30 g di Grana Padano.

Il ruolo delle proteine viene spesso sovrastimato dal fitness classico, ma per uno vero sportivo di resistenza (e non tanto per chi va in palestra) sono importanti.

Carboidrati e grassi

Considerando sempre un sedentario, i carboidrati (in grammi) per sangue e cervello sono dati dalla seguente formula:

FG (fabbisogno glucidico) P (peso corporeo)*2.6.

I grassi si trovano per differenza.

Es.

Un uomo di 30 anni pesa 60 kg e ha un fabbisogno calorico di 1600 kcal (comprese la termogenesi e le attività base). Siccome è sedentario, per le attività consuma in prevalenza grassi. La sua ripartizione dei macronutrienti è qualcosa del genere: 42% carboidrati, 15% proteine, 45% grassi.

Siete stupiti di un quantitativo così elevato di grassi nella dieta? Ebbene sì, questo è un mito da sfatare: l’organismo ha bisogno (anche) di grassi! Rispetto ai calcoli, i carboidrati sono in quantità un po’ maggiore semplicemente perché i grassi vengono bruciati in presenza di carboidrati. La regola generale è pertanto carboidrati almeno il 45%, proteine almeno il 15% e i grassi almeno il 25%. Per un sedentario, la variabilità del 15% è rappresentata praticamente tutta dai grassi. Per uno sportivo, di solito siamo sul modello 50-20-30. I sedentari non dovrebbero scendere sotto il 45% di carboidrati. La percentuale di grassi resterebbe sempre alta, per fornire la corretta sazietà a lungo termine, poiché il fabbisogno proteico è più basso rispetto a uno sportivo di resistenza che ripara continuamente i microtraumi fisiologici.

Sulla ripartizione dei macronutrienti, non occorre essere maniacali. Una volta appreso il metodo (come vedremo fra poco), un margine del 10% è del tutto nelle capacità del nostro organismo. Certo, in termini di efficienza dell’organismo, è sempre bene non dipendere troppo dai carboidrati, ma questo è un altro discorso. Inoltre, bisogna anche evitare di esagerare con le proteine, perché un loro eccesso provocherebbe un sovraccarico dei reni. Ma sulle proteine ho già linkato l’articolo che spiega tutto. Per gli sportivi, ecco due articoli fondamentali:

Alimentazione prima e dopo l’allenamento;
Fai sport e mangia tanta pasta.

Oltre all’articolo sulla gestione e la rigenerazione dell’energia nello sportivo che ho già linkato.

L’utilità dei grassi

I grassi svolgono due altre importanti funzioni oltre alla riserva energetica per blande attività. La prima è già stata detta: la sazietà a lungo termine. La seconda è la ricostituzione cellulare. Provate a pensare a quando mangiate un piatto bello unto e grasso di lasagne. Inizialmente, non vi accorgete della pesantezza, ma dopo un po’ sì! Se mangiate un piatto di pasta scondito, dopo 2-3 ore è invece probabile che abbiate ancora fame, verosimilmente anche dopo appena un’ora. Probabilmente, molte diete falliscono per questo motivo: mancano i grassi e si ha sempre fame! È proprio da questo che sono nate le diete che seguono l’estremo opposto della dieta mediterranea, la quale, notoriamente, è troppo elevata nei carboidrati. Un esempio di queste diete alternative è la paleodieta. Ma i grassi non devono essere affatto banditi anche per la loro funzione plastica. Il loro compito è quello di trasportare le vitamine e proteggere gli organi, insieme a tante altre funzioni che, in sostanza, fanno funzionare meglio le cellule e gli organi. La dieta mediterranea, con il suo 60% di carboidrati, ha sempre storicamente demonizzato i grassi, specialmente quelli derivanti dal formaggio, dal burro e dalla carne. Ma è un errore! E come abbiamo visto, anche per uno sportivo siamo su quota una significativa di grassi del 30%. Chi si allena di più potrà ridurre i grassi, a vantaggio dei carboidrati, ma non è detto che sia necessario sei sfruttare meglio la potenza lipidica, cioè per avere un organismo più efficiente e meno predisposto ai cali.

Regole pratiche

Per ottenere la corretta ripartizione dei macronutrienti, è molto semplice. Fate una colazione normale (almeno il 20% delle calorie giornaliere o comunque mai meno di 200-250 kcal), magari un po’ sbilanciata a favore dei carboidrati che non fanno male dopo il digiuno notturno. La colazione è un pasto fondamentale, ma trascurato, per cui ho scritto un articolo a parte. A pranzo o a cena, aggiungete un secondo piatto per garantire la corretta ripartizione di proteine. Al secondo piatto, si può aggiungere del pane più un piccolo dolce per togliersi la “voglia di buono”. Per l’altro pasto, consumate un primo o un piatto unico che comprenda anche una buona fonte proteica. Se volete fare lo spuntino, lo spuntino integrerà quello che manca (uno yogurt intero, una banana o 30 g di Grana Padano, un pacchetto di Pavesini e via dicendo). Sarà il vostro corpo a dirvi se state sbagliando o no (salvo alterazioni derivanti dalla psiche). Se avete troppa fame e siete sedentari, state assumendo troppi carboidrati e occorre aumentare i grassi a discapito dei carboidrati. Se siete sportivi e sentite troppi dolori muscolari avendo difficoltà nel recupero, è probabile che manchino proteine. Se siete sportivi e sentite troppa stanchezza, è probabile che manchino carboidrati. Leggete anche l’articolo su come creare un menù per la dieta per approfondire.

Grassi saturi

Erroneamente definiti come grassi animali (*), i grassi saturi non sono dannosi, anzi, tutt’altro. Come sempre, è l’eccesso a fare male, mentre una carenza di grassi saturi promuove il rischio di trombosi, di infiammazione e delle cosiddette “cellule schiumose” (“foam cells”) dove si accumulano il colesterolo (che però è un po’ un abbaglio!), i trigliceridi e le sostanze di scarto della riparazione dei danni generati dall’infiammazione. Il che a lungo andare provoca la formazione delle placche aterosclerotiche. Traduzione in parole spicciole: i grassi saturi sono utili all’organismo, guai ad eliminarli!

* L’olio extravergine di oliva ha 16 g di grassi saturi per 100 g, quindi 10 g di olio d’oliva extravergine hanno tanti grassi saturi quanto un uovo. Meglio 10 g di olio d’oliva extravergine o un uovo? È come chiedere se pesa di più 1 kg di piuma o 1 kg di acciaio.

Formaggi

Non esiste una quota prestabilita di grassi saturi da assumere. Le linee guida tradizionali incoraggiano un’assunzione di grassi saturi non superiore al 10% sul fabbisogno calorico. In realtà, leggendo quest’altro articolo, ci si accorge che francesi e svedesi sono longevi non molto meno dei giapponesi e assumono tra il 13.0% e il 14.4% di grassi saturi, quindi il discorso non è così lapidario come si crede. Per approfondire sui grassi saturi, leggete questo articolo. Qui mi limito a dire una cosa per chiarire il discorso. L’apparente anomalia sul dato dei francesi e degli svedesi si spiega in un semplicissimo modo: anziché essere maniaci bandendo burro e formaggio e bevendo latte scremato dolcificato, bisogna preoccuparsi di non essere in sovrappeso, seguendo un’alimentazione varia. È inutile dire peste e corna del burro e del formaggio quando poi il reale problema è che siamo in sovrappeso, mangiamo male e non facciamo sport!

La pratica

Un trucco efficace per rientrare automaticamente nei limiti, senza alcun particolare sforzo, è quello di garantire il fabbisogno minimo di grassi essenziali, in particolare gli omega-3 di tipo EPA e DHA. Un simile fabbisogno si ottiene attraverso la classica dritta di consumare pesce (*) per 2-3 volte a settimana, che in questo caso dev’essere rigorosamente grasso (sgombro, salmone, aringa, sardine). Tale quantità di pesce garantisce la dose giornaliera di 1 g di EPA e DHA. Vuol dire consumare mediamente 80-85 g di pesce grasso al giorno, ma è sufficiente mangiare pesce per 2-3 volte a settimana in quantità adeguata. Per base, se fate un pasto con burro o formaggio (**), l’altro dev’essere a base di olio d’oliva extravergine e/o semi oleosi come noci e pistacchi o ancora olive. Insomma, la parola chiave non è bandire, ma variare!

Salmone

* Il pesce grasso contiene gli omega-3 definiti come EPA e DHA. Non sono esattamente grassi essenziali, ma ai fini di un cuore protetto sono notevolmente più efficaci dell’acido alfa-linoleico (ALA) contenuto nei vegetali.

** Se usiamo burro e formaggio insieme, le dosi per ciascun alimento saranno piuttosto minime, ad esempio 5 g di burro e 20-25 g di formaggio per un primo a base di risotto (la cremosità del risotto è dovuta a una buona tostatura, non ai grassi!)

Leggete questo articolo per approfondire sugli omega-3.

3) Calcio e micronutrienti

I micronutrienti, a dire il vero, non sono un problema. Se si è abituati a consumare molta verdura e a variare, ogni micronutriente è di base garantito. Il problema serio è nel fabbisogno di calcio, di cui gran parte della popolazione è carente e quindi maggiormente predisposta all’osteoporosi o in generale ai problemi ossei. Il fabbisogno di calcio è pari a 1000 mg al giorno per un adulto. Tale quantitativo sale a 1200 mg/die per gli sportivi di resistenza e per gli anziani. Il calcio è un argomento talmente importante per cui ho deciso di dedicare un articolo a parte, dove spiego anche come gestirsi nella pratica.

4) Disabituarsi al salato

Può sembrare scontato, ma non lo è. Una persona sana e che fa regolarmente sport dovrebbe assumere, in una dieta normosodica, tra i 6 g e i 9 g di sale. Non scandalizzatevi per un intervallo così flessibile! Le cose stanno diversamente da quello che dicono le linee guida tradizionali. Poiché è una tematica molto dibattuta, ho scritto un articolo di approfondimento. L’articolo di approfondimento serve a chiarire che non è il sale che dev’essere demonizzato, ma siamo noi che non facciamo sport e mangiamo troppo… quindi è ovvio che assumiamo anche troppo sale!

Conclusioni finali

Siamo arrivati alla fine del vademecum. Abbiamo imparato molte cose, con questo articolo. Abbiamo imparato che:

– non esiste una dieta corretta senza che sia abbinata a un’attività sportiva aerobica;
– i grassi sono utilissimi nella dieta;
– le diete iperproteiche sono dannose;
– i grassi saturi fanno bene, è il loro eccesso che fa male;
– bisogna assumere i grassi essenziali;
– è buona la direttiva di mangiare pesce per 2-3 volte a settimana, ma dev’essere pesce grasso (1 g di EPA e DHA al giorno);
– è importante variare e mangiare verdura;
– bisogna assumere il corretto fabbisogno di calcio;
– occorre limitare gli alimenti con eccessivo sale e calorie (salumi, insaccati, pizza… non solo il fast food!).

Il punto fondamentale, forse, è che abbiamo anche scoperto che, per seguire queste direttive, non serve stravolgere le proprie abitudini. E per chi vuole seguire uno stile di vita corretto per tutta la vita, si tratta di un vantaggio tutt’altro che indifferente. Infine una considerazione importante sugli alcolici. I nutrizionisti nostrani sostengono che bere vino “moderatamente” protegge il cuore e allunga la vita. Le cose stanno ben diversamente e ho discusso sui limiti tollerabili di alcol in questo articolo.

Il giorno di pausa nella dieta
La dieta dello sportivo sulle orme dei nostri antenati

Più benessere, meno religione

Interessante notare una correlazione fra irreligiosità e benessere di un paese. Per la precisione, un paese del benessere tende a limitare la religione. Infatti, fra i paesi meno religiosi (fra parentesi, la percentuale di irreligiosi), troviamo Svezia (88%), Danimarca (83%) e Norvegia (78%). Da notare che la Gallup ha stabilito la percentuale di irreligiosità ponendo la domanda: “La religione è una parte importante della vostra vita quotidiana?” La domanda pertanto considera un ampio spettro di religiosità, non solo l’appartenenza a una religione ufficiale. Guarda caso, Svezia, Danimarca e Norvegia sono anche nella top 10 dei paesi con il più alto grado di benessere. La felicità è stata calcolata basandosi non solo sul reddito pro capite ma anche sui comuni aspetti di un cittadino come la distribuzione equa del reddito, la democrazia, la salute, il lavoro, l’istruzione, la sicurezza, l’ambiente e il tempo libero: un totale di nove parametri considerati.

Gli altri paesi

Provate a “giocare” con la classifica dei paesi con il più alto grado di benessere, se volete, e noterete che nessuno dei primi dieci paesi è a maggioranza religiosa. Non sorprende dunque la posizione degli Stati Uniti in questa classifica. Sono molto più felici degli italiani, ma non sono di certo dei luminari e, soprattutto, hanno un disastroso indice di Gini a ridosso dei paesi del terzo mondo con un valore di 39. Gli Stati Uniti non sono un paese del benessere! Infatti gli irreligiosi sono poco più degli italiani, pari al 36%.

Modernità

Potete dire che stabilire il benessere con i nove parametri detti sia riduttivo. Può darsi, ma è anche vero che sono condizioni sia necessarie che sufficienti. Cioè, non potendo fare a meno di questi nove dati, anche aggiungendone altri scopriremo sempre che non esistono paesi con un elevato livello di benessere dove la maggioranza è religiosa. Non significa che gli atei sono migliori, ma che il benessere fa abbandonare la religione perché l’universo esiste senza Dio.

L’unica eccezione è rappresentata dall’Irlanda. Nonostante non sia al top come benessere, riesce ad essere più avanti di Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Germania (come spiego nell’articolo sui paesi del benessere). Ma si tratta di un’eccezione fino a un certo punto, perché l’Irlanda ci spiega bene che la religione è fatta dagli uomini. E se l’uomo vuole progredire, anche la religione va di pari passo. L’Irlanda ha deciso di seguire un cattolicesimo che va di pari passo con l’evoluzione della società, quindi in pratica è come se fosse laica.

Donare a tutti il benessere

Per una società migliorare, lo scopo non dev’essere quello di riportare la fede a chi l’ha perduta (?), bensì quello di dare benessere anche ai paesi più poveri attraverso l’aiuto dei paesi che sono più avanti (ed evitare così anche fenomeni di immigrazione incontrollata). Leggete l’articolo “La solidarietà dev’essere legge“, a tal proposito. In un paese povero, dove la mortalità è alta e l’aspettativa di vita è bassa di conseguenza, dove i vaccini ancora sono deficitari e ci sono malattie, la religione offre una speranza di vita ultraterrena o comunque una ricompensa. Quindi, se vogliamo progredire, non ha senso tornare al medioevo, ma permettere anche ai paesi poveri di trovare il benessere, in modo tale che non ci sia più bisogno di credere in una divinità. I primi scienziati dell’era moderna, come Newton, non credevano in una divinità, ma genericamente in una “forza”. Fu il primo passo per progredire verso l’ateismo in un’epoca ancora martoriata dalla superstizione. Anche Einstein parla di giocare a dadi con Dio in senso puramente metaforico! Così come la “particella di Dio”, il bosone di Higgs, non ha nulla a che vedere con Dio, perché l’originale in inglese è “goddamn”, ovvero diventa “maledetta particella”, semplicemente perché non si riusciva a trovare. E un paese credulone e fortemente religioso come l’Italia non poteva che tradurre in modo così becero!

Per ottenere il benessere, comunque rimane implicito che il paese si deve laicizzare, perché oggigiorno non abbiamo più bisogno di un dio per spiegare l’universo (vedi “L’universo non ha bisogno di Dio!“). Attenzione, laicizzare il paese non vuol dire che nessuno deve più credere in una religione, ma che la religione dev’essere strettamente personale e non deve interferire con la crescita del paese (leggasi, via i crocefissi dalle scuole pubbliche!).

Madre Teresa dei miserabili

Uno dei maggiori esempi dei danni che fa la religione è la figura di madre Teresa di Calcutta. Troppo semplicisticamente viene descritta come un’eroina, quando in realtà il suo operato si basava sullo sfruttamento dei miserabili per convertirle al cristianesimo. Le condizioni in cui viveva quella gente erano terribili. Tanta gente poteva essere salvata, ma lei preferiva farle morire “con misericordia”. Non le interessavano veramente le persone, ma convertire e, per farlo, sfruttava i poveri e i malati. Non faceva assolutamente nulla per farle guarire, ma le faceva sopravvivere fino alla morte. L’importante era convertirle, altro che santa o beata! So che in un paese fortemente religioso come l’Italia mi attirerò antipatie perché parlo male di madre Teresa di Calcutta, ma se uscite dal vostro orticello vi renderete conto che è la stessa opinione che hanno i paesi più laici e moderni. Canadesi, francesi, britannici… sono tutti paesi dove si critica duramente madre Teresa di Calcutta! Il britannico Christopher Hitchens usa proprio l’espressione “culto della morte e della sofferenza”. Vogliamo poi dire delle sue ideologie bigotte sui temi sociali, come ad esempio l’aborto? A me madre Teresa di Calcutta sembra decisamente una fondamentalista cattolica mascherata da agnello. Ti faceva una carezza, costringendoti a convertirti, e poi potevi morire in un luogo più fatiscente di un lager nazista!

L’inconsistenza del cristianesimo… ma Gesù è esistito?
Siamo ancora nel Medioevo?

Perché non fumare

Pensate che il fumo arrechi danni solo ai polmoni? No! Vi sbagliate! Il fumo infatti:

– aumenta le rughe del viso, facendo assumere alla pelle una colorazione giallastra;
– aumenta il rischio di ictus cerebrale e quello di infarto;
– aumenta la frequenza cardiaca;
– favorisce il deposito di grassi sulle pareti delle arterie;
– restringe i vasi sanguigni.

Bisogna poi aggiungere una lista enorme di tumori a: rene, mammella, bocca, vescica, pancreas, stomaco. Ho visto fumatori che hanno addirittura subito amputazioni perché, con la restrizione dei vasi, il sangue non riusciva più a passare. Dopo tutto questo, siete ancora convinti di fumare? Se volete vivere a lungo in salute, e non attaccati a un macchinario per respirare, dovete smettere di fumare. Dovete smettere anche per dignità e non c’è differenza tra chi fuma pacchi interi e chi fuma occasionalmente. Siete privi di dignità perché chi fuma non ha rispetto né per se stesso per via dei danni fatti subire al proprio corpo né per gli altri che vengono danneggiati con il fumo passivo (*). Che persona può essere una che non rispetta se stesso e gli altri? Senza considerare la spesa sanitaria. Come ci si può lamentare dei politici che rubano e poi “rubare” allo Stato quando ci si ammala per il fumo? Se il prezzo delle sigarette aumenta non è per guadagnarci, ma perché evidentemente non riescono a rientrare sufficienti soldi che devono successivamente essere spesi per la sanità. E chi pensate che ci rimetta? Ovviamente lo Stato, quindi gli altri cittadini che non fumano. Troppo facile dare la colpa alle industrie del tabacco per giustificare il proprio vizio! Se smettete di fumare, vedrete che i colossi del tabacco chiuderanno e si dedicheranno forse ad altro (ma magari!). Se volete riacquistare dignità o almeno darne una parvenza, dovete per forza smettere di fumare. La salute non è solo un fatto vostro, ma di tutti. Non sarebbe meglio spendere quei soldi per cose più utili come la ricerca medica o i precari, le infrastrutture? Pensate a quanto risparmiereste se smetteste di fumare. Se consideriamo un pacchetto di sigarette al giorno in media, ogni anno risparmiate 1825 euro, pari a 152 euro al mese che potete conservare per togliervi sfizi più salutari o per i vostri figli o ancora per emergenze varie. “Ogni soldo risparmiato è un soldo guadagnato” si dice. Se nulla di tutto questo vi convince a smettere, allora siete spacciati. Purtroppo non sarete solo voi a rimetterci, ma anche il collettivo.

Fumi

* Nel 2004, l’Organizzazione Mondiale della la Sanità (OMS), basandosi sugli studi dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (AIRC), ha stabilito che il fumo passivo è una delle cause del cancro ai polmoni nei soggetti in salute. Un rapporto della European Respiratory Society stima che, nel 2002, i morti in Italia causati dal fumo passivo sono stati ben 7180, di cui 965 per esposizione negli ambienti di lavoro. Come potete continuare a fumare avendo sulla coscienza tutte queste persone morte? Lo sapevate che una sola sigaretta inquina molto più dello scarico di un autocarro? Eppure è quello che ha scoperto l’Istituto dei Tumori di Milano.

Alcol e fumo

I danni del fumo crescono notevolmente se si fuma e beve. È una situazione comune tra i giovani, che spesso iniziano a bere e fumare già a 17 anni (evidentemente, la legge viene scavalcata e il rispetto di essa vale meno di zero). Questi danni arrivano già a questa età, con un aumento di probabilità di ictus e infarto. Fortunatamente, se si inizia a bere e fumare da giovani, i danni sono reversibili se altrettanto da giovani si smette. Purtroppo, spesso si smette solo in età avanzata, cioè quando è troppo tardi.

La crisi dell’edilizia e delle “grandi opere” per salvarci!

Seppur con ritardo rispetto ai paesi più moderni (vedi Germania e Danimarca), in Italia l’ambientalismo ha iniziato a muovere i primi passi dagli anni ’90. Mi ricordo quando ero alle elementari (sono classe ’86) e ci portarono in visita a una discarica per farci vedere come funzionava lo smaltimento dei rifiuti. A scuola, tennero anche delle lezioni sulla raccolta differenziata (*), che proprio in quegli anni stava per diventare una legge definitiva. È superfluo dire che tutto ciò sia stato interessante e costruttivo, visto che l’Italia doveva tenere il passo con la modernità e non si poteva più continuare ad ammassare i rifiuti in discarica. Oggigiorno, si parla di lampade a basso consumo, di non tenere le luci accese se non necessarie, di staccare le prese non utilizzate. Lodevole, nulla da dire. Ma mentre si lotta per salvare la specie protetta dell’Amazzonia, non ho potuto fare a meno di guardarmi intorno e notare che, in realtà, per l’ambiente è stato fatto ancora ben poco. La riflessione mi è venuta notando che il Belgio ha una densità di popolazione di quasi il doppio dell’Italia. Eppure, il Belgio è ambientalmente più avanti dell’Italia secondo i dati ufficiali dell’OCSE. Perché? Perché in Belgio sono accentrati in città e, intorno, le campagne sono libere di sopravvivere. In Italia, si fa esattamente il contrario. Tutti vogliono costruire dovunque e in ogni angolo possibile. Senza andare a vedere cosa accade in Abruzzo, anche tra le montagne di Bergamo ci sono dei grossi buchi cementificati perché il riccone di turno vuole farsi la casetta che poi lascia a marcire per 9 mesi all’anno. E suvvia, anche chi riccone non è, vuol farmi credere che non desidera la super mega villa dei sogni? E così, per un imprenditore che vuole aprire un nuovo centro commerciale, un sindaco che vuole costruire una nuova strada per risparmiare 5 minuti di traffico, un riccone che si vuole fare la villa al mare e la casetta in montagna, ecco che il paesaggio naturalistico scompare. Ah, giusto, per ogni pezzo di verde che viene distrutto, creiamo dei parchi che ci illudano di essere sempre circondati dalla natura (vedi “Cappa di smog, c’era una volta la natura…“). Chi guadagna da tutto questo? Di certo non il popolo. Al massimo, ci guadagna l’imprenditore edile di turno, che tanto non deve rendere conto ai posteri che la “vera” natura potranno forse ricordarla solo attraverso i loro nonni. Questa smania di costruire sempre e dappertutto è, scusate il gioco di parole, dovunque. Il discorso delle strade riguarda sempre il cemento ma, poiché è un serissimo problema, ho scritto un articolo a parte. E scoprirete che non è vero che una nuova strada fa risparmiare tempo!

* Le cose non sono più come 20 anni fa. Riciclare è sempre meno economico. È per questo che i roghi ai rifiuti sono diventati un problema, la nuova frontiera (per così dire) della mafia. Sono le società di riciclaggio stesse ad appiccare gli incendi. Non guadagnano più come prima. Allora cosa fanno? Riciclano solo una parte dei rifiuti. Il resto viene dato alle fiamme in qualche cantiere abbandonato. Tutto ciò nasce dalla crescente popolazione. Più c’è gente e più aumenta l’energia consumata, quindi anche gli sprechi. Riciclare diventa più costoso e alimenta la mafia con gli incendi ai rifiuti. Ma il problema non è riciclare, bensì l’aumento eccessivo della popolazione. E questo problema non si risolve tornando agli inceneritori come vogliono fare alcuni politici stile Salvini.

Da appassionato di calcio, ogni tanto dò un’occhiata ai commenti sui siti sportivi ed è incredibile come nessuno si accorga che costruire uno stadio ex novo, in una nuova zona, comporta altro verde che scompare. L’esempio positivo è partito dalla Juventus, che ha abbattuto il vecchio e obsoleto Delle Alpi per costruire lo Juventus Stadium (*), “sacrificandosi” per qualche anno a giocare in un altro stadio (l’Olimpico, dov’è rimasto il Torino). Tutti gli altri si impelagano a cercare un terreno dove costruire, chi a Portello (vedi il Milan) e chi in cima al Monte Paradiso… e si lamentano pure se non viene dato il permesso! Non sono tifoso della Juventus, anzi, tutt’altro, e pur da appassionato di calcio non posso non far notare che il paese non deve stare ai servizi e alla dipendenza di un gioco: sarebbe come voler obbligare tutti ad ascoltare la musica metal perché a me piace. Certo, si può dire che abitare in una grande e incasinata città piuttosto che nel paese tranquillo di campagna non sia il massimo…

* Qualcuno ribatterà che lo stadio della Juventus è piccolo perché ci sono più tifosi nel resto d’Italia che a Torino. Si ribatterà che la società Juventus crea disuguaglianza, promuovendo interessi economici d’élite (vedi le polemiche sulla cosiddetta Super Champions). Tutto verissimo, ma sono discorsi che ora non c’entrano.

L’edilizia e le opere pubbliche sono tra i maggiori sprechi del nostro paese. Ci sono politici della vecchia scuola (vedi il PD) che ci fanno una testa così sul debito pubblico che noi cittadini dobbiamo ripagare con sacrifici. Ma i debiti pubblici sono causati anche (ma non solo!) da questa estrema corruzione sull’edilizia e sulle opere pubbliche. Secondo alcune stime, il progetto Mose per salvare Venezia dall’acqua alta avrebbe potuto costare il 40% in meno, e invece noi cittadini dobbiamo pagare per aggiustarne la cattiva costruzione per chissà quanti anni! E che dire del ponte sullo stretto di Messina? Gran parte dei messinesi vive in baraccopoli come nelle favelas brasiliane o nelle città ad alta densità dell’India e questi pensano al ponte sullo stretto!

Ovviamente, ai politici e alla gente di oggi non importa di annientare la natura selvaggia, perché le conseguenze saranno subite tra 50 o 150 anni. Così come i nostri genitori o nonni se ne sono fregati del surriscaldamento globale. Altri si preoccupano dell’ambiente, ma in modo superficiale. Personalmente, condannando i gesti di violenza, sono d’accordo con i No TAV. I media riportano il conflitto tra chi è contro e chi la vuole costruire, ma nessuno ha spiegato che il No alla TAV non è una negazione del progresso. Il no si riferisce ad evitare di consumare un enorme pezzo di territorio che andrà perduto per sempre. Forse collegherà meglio l’Italia e la Francia, ma aumenta l’inquinamento e c’è meno benessere inteso come salute. In realtà, sono stati fatti degli studi e si è evidenziato che la linea della TAV verso la Francia è stata sovrastimata, che il traffico è molto minore di quello che i favorevoli sostengono. Chi è interessato alla TAV, o ad altre opere simili, è una minoranza formata da persone con interessi personali, soprattutto economici, ma a danno dell’ambiente. Non ve ne importa? E allora anche voi siete come chi, decenni fa, non si è preoccupato del clima! Votate sempre un politico che abbia un interesse vero per l’ambiente. I politici che promuovono le “grandi opere” non hanno a cuore il benessere della comunità, ma vogliono solo foraggiare la ricchezza di pochi. Anche perché comunque, a me in tasca concretamente, non ne viene proprio un bel nulla (i paroloni sull’immagine del paese servono per ingannare i tonti, come fu per gli stadi di Italia ’90).

La cosa esilarante è che, quando si tratta di cantieri, il desiderio di profitto è così forte che riesce a far alleare due forze politiche opposte. Mi riferisco a Forza e al PD che, per sfiduciare Toninelli, a marzo del 2019 hanno realizzato un’alleanza più unica che rara. Toninelli non sarà una cima in competenza, ma vedete come, se si tratta di fare profitto danneggiando l’ambiente, non ci sia distinzione tra sinistra e destra classiche?

Costruire sul costruito: stop al decentramento

L’unica soluzione è questa, se si vuole fare il bene dell’ambiente. Poiché, a ritroso, si sono già fatti diversi danni, occorre rivalutare tutti quegli edifici che sono stati abbandonati, magari a causa dei soliti giri mafiosi che, una volta costruito, hanno lasciato tutto abbandonato a prendere la muffa. Rivalutiamo tutti questi edifici, tutti questi spazi. Costa rivalutare uno spazio dismesso? E perché, costruire su un terreno che poi rivela svariate problematiche come alluvioni, allagamenti ecc non costa, successivamente alla costruzione, ancora più soldi della costruzione stessa? Quanto costa rifare una città colpita da un terremoto, su un territorio, quindi, sismico dove è saggio non costruire affatto? Quindi, bando alle ciance e diciamo le cose come stanno per davvero: stop all’espansione dei confini dell’edilizia e iniziamo a recuperare le zone dismesse! Riprendendo l’esempio calcistico, il comune di Torino non ha agevolato la costruzione dello Juventus Stadium per raccomandazione, ma perché veniva decisamente comodo a ciascuna parte buttare giù il Delle Alpi per rifare da capo un altro stadio. Sì, è vero, il Delle Alpi era storia del calcio, ma ci sono interessi che superano questa storicità: il guadagno, per la Juventus (e per il comune) è stato molto maggiore.Juventus Stadium Chi non è convinto che bisogna smettere di decentrarsi, provi a pensare che decentrare è un costo. In qualche modo, quel cucuzzulo sul monte dovrà pur essere raggiunto, no? E come lo si raggiunge? Con il teletrasporto? No, ovvio, servono dei trasporti e i trasporti… costano! Perché non vogliamo mica lasciare quei poveri quattro gatti isolati, no. Per loro, bisogna poi costruire dei supermercati, portare turismo: costi su costi su costi, in un circolo vizioso che non finisce più. Se la popolazione è notevole (gli scandinavi, complice anche il clima, si sono ben tutelati), non resta che fare come i belgi, e cioè accentrarsi nelle grandi città: la regione Bruxelles-Capitale (una specie di area metropolitana di Bruxelles grande poco meno di Milano e Verona) conta oltre 1 mln di abitanti, pari al 10% della popolazione belga, mentre l’area metropolitana di Milano ne conta 3.2 mln, pari ad appena il 5% della popolazione italiana. Non si vuole vivere ammassati in città? Allora facciamo meno figli, visto che si parla a non finire della scarsità di risorse, di insostenibilità del petrolio e dell’allevamento. No, macché, ogni famiglia cristiana che si rispetti deve avere almeno due pargoli, che giustamente cresceranno con problemi esistenziali perché non riceveranno la corretta educazione per vivere felici. Che senso ha lottare per i diritti dell’Amazzonia e pensare a non consumare elettricità in bolletta se poi ognuno distrugge intorno a sé con gli interessi? Si potrebbe dire: occhio non vede, cuore non duole. E la natura, intanto, se ne va, perché paesaggi come quello del Lake District, in cui ho avuto il piacere di fare escursionismo e dove le abitazioni sono limitate allo stretto necessario per questa attività, diventano sempre più rare a favore del Dio cemento.

Anche l’Atalanta Bergamasca Calcio (Atalanta B.C.) segue la scelta della Juventus, in chiave più ridimensionata per ovvi motivi. Qualcuno può obiettare che è facile quando il comune ti regala o svende lo stadio. Ma anziché provare invidia, si chiedano perché i loro comuni non si accordano allo stesso modo, dando per scontato che si debba per forza spendere centinaia di milioni per costruire ex novo uno stadio su un territorio che verrà perduto per sempre. La riqualificazione edilizia è la soluzione migliore, rispetto al distruggere ogni volta nuove aree e altri boschi.

L’allarme sul consumo di suolo non è una cosa mia perché voglio fare l’ambientalista. I geologi professionisti come Mario Tozzi conoscono benissimo i rischi ambientali e i rischi ambientali legati al consumo di suolo. L’Italia è un territorio sismico o a rischio idrogeologico e di frane. Giustamente, Tozzi ci dice che non solo dobbiamo smetterla di consumare il suolo, ma anche adattarci e sapere che possono esserci danni. E sempre giustamente, sostiene che non si può pensare di costruire muri sempre più alti per difendersi dall’acqua, perché altrimenti si penalizza anche il paesaggio (si vuole attirare il turismo, ma poi pur di costruire a tutti i costi si fanno muri alti per difendersi, rovinando il paesaggio: un paradosso!). Purtroppo, anche a causa di una cattiva etica ambientale dei cittadini, la nostra classe politica non si interessa di questa prevenzione. Mi viene in mente il centro commerciale che c’è qui a Curno (provincia di Bergamo), cioè un grosso complesso di 50 negozi tutto su un piano. Ma lo scempio più grande è il mega parcheggio esterno, in cui si finisce per perdersi. Il centro commerciale di Curno è uno dei tanti esempi di scempio edilizio del nostro paese. E non si può più permettere che tutto ciò avvenga.

Preservare il verde per vivere a lungo

La corsa all’edilizia è un retaggio del dopoguerra, quando c’era la necessità di ricostruire. Ma quel tempo è ormai passato e abbiamo finito per costruire troppo o abusivamente. Con i limiti all’edilizia, io difendo l’ambiente, ma non lo faccio perché mi gira e voglio fare il verde alternativo. Difendere l’ambiente vuol dire avere a cuore se stessi e la propria salute. Avere a cuore se stessi e la propria salute vuol dire, ad esempio, fare sport. Ma se diventiamo matti nella corsa all’edilizia, ecco che la natura viene sradicata e ciò vuol dire che ci sono sempre meno percorsi per correre o andare in bicicletta. Se era sensato ricostruire nel dopoguerra, oggigiorno non c’è più bisogno di ricostruire ma, anzi, c’è bisogno di preservare il verde per la nostra salute. Se non ci sono più spazi per fare sport, non guadagniamo più quegli anni di vita che ci fanno potenzialmente essere dei centenari. Non si contrasta la corsa all’edilizia perché si è dei pacifisti che difendono l’albero dell’Amazzonia, bensì perché difendere l’ambiente vuol dire fare gli interessi del proprio benessere e della propria salute.

Anche una puntata di Super Quark del 2018, parlando di inquinamento del mare, esprime il mio medesimo concetto: noi pensiamo di gettare tutto in mare e sbarazzarcene, ma ci torna tutto indietro! Nella puntata di Super Quark, questo “tornare indietro” è stato evidenziato con uno studio statistico sui surfisti che hanno più problemi intestinali della popolazione normale. I maggiori problemi intestinali derivano proprio dall’inquinamento del mare! Ovviamente, se il mare fosse pulito, i surfisti sarebbero sanissimi (a meno che non siano già malati). Per la natura, è la stessa cosa. La natura ci serve, perché ad esempio alcuni animali, che con l’edilizia scompaiono, contrastano i parassiti o gli insetti che danno fastidio. La natura ci serve, perché possiamo fare sport e vivere a lungo. Se uno continua a correre con l’edilizia, costruisce e costruisce senza sosta, non rimarrà più traccia di natura selvaggia, con grossi danni all’umanità stessa. Quello che Piero Angela vuole far trapelare è che:

l’uomo distrugge la natura, ma alla fine sarà la natura a ribellarsi e distruggerci.

Sì, è proprio così. Se l’uomo continuerà a consumare suolo e a crescere troppo come popolazione, la natura cercherà di preservarsi distruggendo chi non la rispetta: l’uomo. L’uomo è causa del suo stesso male. È ciò che dovrebbero comprendere tutti coloro che decantano il “Sì Tav” e i politici alla Salvini che ci incoraggiano a fare tanti figli. I danni si ripercuotono nella storia umana, non in quelli della Terra. La Terra sopravviverà e creerà un nuovo equilibrio, ma l’uomo non ci sarà più. E sarà colpa sua, perché quello che “getta via” gli ritorna indietro.

I movimenti giovanili che protestano contro il clima si stanno diffondendo. Il loro motto, nei confronti dei politici e di chi non si interessa dell’ambiente (PD o Lega che sia, cioè sia destra che sinistra), è “è a noi giovani che state rubando il futuro“. Beh, in realtà non esattamente. Ce lo hanno già rubato. Lo hanno rubato, e non solo con il cemento, a quella generazione che viene definita come quella dei “millennial” (i nati tra la fine degli anni ’80’ e il 2000). Se vogliamo che le cose cambino, bisogna smettere di votare chi ricava profitto con il cemento. È questo che vuol dire battersi per l’ambiente. Non è difendere l’alberello dell’Amazzonia facendo un gesto fine a sé. Si tratta di un’azione globale, che ci porti a vivere più in salute e con una migliore qualità della vita. Una delle battaglie maggiori che possiamo fare è quella contro il cemento e il consumo di suolo.

La strage del ponte di Genova

Nessuno vorrebbe mai dire di aver ragione dopo una tragedia come quella del ponte di Genova (agosto 2018). Purtroppo, è proprio questa assurda e folle rincorsa all’edilizia che ha provocato la strage del ponte di Genova. 43 morti e danni ingenti per un’opera edilizia che non si può neanche definire un obbrobrio, ma di più. Va detto che, in India, i monsoni provocano centinaia di morti, non decine. E di queste centinaia di morti i nostri media dedicano al massimo pochi secondi. Quello che ci deve preoccupare del ponte di Genova è il dolo di chi ha ricavato profitto sulla pelle della gente. I monsoni in India non hanno l’intenzione di uccidere, mentre in quello che è accaduto al ponte Morandi c’è la responsabilità della mafia edilizia e degli imprenditori che pensano solo ad arricchirsi. La revoca ad Autostrade? Ci sta, è sacrosanto. Ma vorrei far presente che, in Italia, esistono tanti altri ponti di Genova ed esistono tante altre opere edilizie di questo genere. Togliere le concessioni va bene, ma bisogna agire affinché i Benetton di turno (*) non abbiano la libertà di fare ciò che hanno fatto. Ci sono migliaia di Benetton in giro per l’Italia e ognuno di loro dev’essere controllato. Chi ha permesso ad Autostrade di fare quel ponte? I politici, ovviamente. E i politici vengono eletti! Si potrà dire che nessuno poteva prevedere la tragedia, ma diamine, se uno va a fare una verifica sul territorio lo vede che quella roba è una pazzia! Facciamo i funerali per coloro che sono morti ed è doveroso. Ma l’episodio ci deve anche far riflettere. Impariamo ad eleggere i politici che blocchino quanti più Benetton possibili ancora a piede libero (e sono tanti… prenderli tutti sarebbe ottimistico!). Circa metà degli italiani ha votato o vota ancora PD e Forza Italia. Due partiti in teoria opposti politicamente, ma entrambi responsabili di aver dato certi permessi. Se vogliamo evitare che si provochino altri morti, iniziamo ad agire smettendo di votare questi partiti.

* Notate come queste società formino spesso una specie di “matrioska” o siano in qualche modo correlate tra di loro.

Gli eventi del malaffare
La sesta grande estinzione (cambiamento climatico)

La pericolosità della medicina alternativa

Sono tante le persone che, in Italia, si rivolgono alla cosiddetta medicina alternativa. In realtà, va detto che la percentuale di chi fa affidamento a questa branca è in diminuzione, negli ultimi anni. Ad esempio, nel 1991 le persone che si rivolgevano all’omeopatia erano il 2.5% della popolazione. Nel 2000, la percentuale è salita all’8.2%, ma dal 2000 al 2005 si è scesi al 7%. Da un lato, è positivo il calo (vuol dire che la gente si accorge che non funziona), ma sinceramente aspetterei ancora un po’ di anni prima di cantare vittoria. Nonostante il calo, infatti, il 7% è comunque una percentuale molto alta. Basti considerare che, sempre in Italia, l’obesità è del 10%: l’alternativo va di pari passo all’obesità. Dunque, ho deciso di parlare un po’ di medicina alternativa per spiegare una volta per tutte quanto essa possa essere pericolosa.

Cos’è la medicina alternativa

Esistono diverse definizioni a riguardo, ma alla fine tutte equivalenti. La National Science Foundation (NSF) definisce la medicina alternativa come “tutti quei trattamenti che non hanno mostrato alcuna efficacia quando sottoposti a verifica scientifica”. Basandosi sullo stesso principio, il neoevoluzionista Richard Dawkins ha affermato che “non esiste la medicina alternativa, esiste solo una medicina che funziona e una che non funziona”. La medicina alternativa, dunque, non è un’alternativa perché l’alternativa si avrebbe se funzionasse. Una cosa che non funziona, non è un’alternativa: semplice.

E allora, dove sta il pericolo?

Bisogna precisare che l’inefficacia riguarda la cura. Cioè, con la medicina alternativa, non si cura un bel niente. Ma se non cura la malattia, non vuol dire che non faccia danni di altro tipo. Celebre alle cronache (purtroppo) il caso del piccolo Ryan Pitzer di due mesi che, nel 1978, è morto dopo che i genitori gli avevano fatto un’iniezione endovena di cloruro di potassio. I genitori avevano letto sul libro di un naturopata (di cui mi rifiuto di rivelare il nome) che il potassio poteva essere efficace nel trattamento delle coliche. Senza considerare che affidarsi all’alternativo è pericoloso anche per il fatto che porta alla morte i pazienti che abbandonano le cure e le terapie classiche. Chiedete ai malati di tumore che si affidano all’alternativo, oltre alla medicina tradizionale, se abbandonerebbero la medicina tradizionale per affidarsi totalmente all’alternativo. Nel concreto, per le malattie gravi affidarsi all’alternativo equivale a morire a meno di non proseguire simultaneamente anche cure e terapie classiche. Ma allora, che senso ha affidarsi all’alternativo?

La disperazione

Capisco che ci sono persone talmente disperate che, vedendo che nulla più funziona, finiscono nel giogo dei guru alternativi. La delusione per la medicina tradizionale che non ha saputo fare niente, arricchita magari dalle solite teorie complottiste, dagli interessi delle industrie farmaceutiche ecc. Non per spegnere le speranze di qualcuno (lungi da me dal farlo), il punto è che la medicina tradizionale non è una legge sempre valida, ma indubbiamente offre più probabilità di sopravvivere rispetto al non fare niente. Non si nega che la medicina tradizionale abbia le sue lacune, e infatti la medicina sta lavorando per trovare soluzioni migliori. Ma, per favore, affidarsi all’alternativo nei casi gravi è un suicidio. Metodo Di Bella, il caso stamina… sono tutti esempi di quando i metodi alternativi non fanno altro che peggiorare ancora di più una situazione già difficile e provante, rimettendoci magari economicamente. Sì, è vero, ci sono fior di testimonianze che proverebbero che questi metodi fanno guarire, ma fateci caso: nessuno vi porterà mai documentazioni dettagliate, statistiche, dati in peer-review né nulla. Che egoisti questi alternativi: hanno la pillola magica e non vogliono mostrarla! Per la medicina tradizionale è tutto condiviso e consultabile in peer-review. Se non volete più proseguire alcuna cura, bene, è una vostra scelta che va rispettata, ma se vi volete curare insistete con la medicina tradizionale. Magari non ce la fate lo stesso, ma almeno avrete veramente fatto tutto il possibile per guarire.

Attenzione alla credunoleria!
Giornalisti e ricerche (?) da budinocerebrati

L’illusione del naturale
L’onere della prova

Il sale fa male e causa ipertensione?

Da anni, siamo costantemente martellati dalle direttive dei nutrizionisti e dei media che demonizzano il sale da cucina (cloruro di sodio, NaCl) poiché ritenuto responsabile di parecchie patologie fra cui soprattutto l’ipertensione (*). In realtà, il dito puntato è contro il sodio, ma di solito si fa riferimento al sale. Ma quanto di vero c’è in quello che si afferma? Personalmente, ho sempre tenuto una posizione di critica nei confronti di affermazioni così grossolane. Sicuramente, un dato che viene rilevato è l’abuso di sale nei soggetti che soffrono di sovrappeso oppure obesità e relative patologie correlate. E proprio per questo motivo, si tende ad accusare il sale di essere la causa dei problemi. Cosa assurda, perché non è il sale a essere il colpevole ma il cattivo stile di vita (vedi “Come vivere in salute a lungo“). Cosa c’entra il sale nello stile di vita? C’entra perché, in effetti, gli alimenti più scadenti e/o ipercalorici tendono anche a contenere molto sale. Pensate ai salumi, agli insaccati, ai formaggi: sono tutti alimenti molto calorici e che contengono tanto sale! Ma allora, la colpa non è del sale bensì della scorretta alimentazione e magari della scarsa attività fisica. Modificate il vostro stile di vita in questo senso:

– indice di massa corporea (IMC) fra 20 e 22 (tra 18 e 20 le donne);
– dieta normosodica tra i 6 g e i 9 g di sale (2400-3500 mg di sodio);
– alimentazione con frutta e verdura;
– regolare sport di resistenza con una frequenza ottimale;
limitazione degli alcolici;
– abolizione del fumo;
– niente stress né ansia.

* L’ipertensione è una condizione di eccessiva pressione del sangue nella “grande circolazione”, cioè quella che porta il sangue nei vari tessuti. Avere una pressione minima superiore a 90 mmHg e quella massima di 140 mmHg vuol dire essere ipertesi, ma in realtà bisogna valutare anche singolarmente se è il caso (una pressione minima di 80 mmHg e una massima di 210 mmHg è comunque una situazione da monitorare).

Fatto? Se sì, noterete che qualsiasi parametro legato allo stato di salute (trigliceridi, colesterolo, pressione arteriosa ecc) sarà migliorato. In caso contrario, è molto probabile che ci sia dietro una predisposizione genetica per cui è necessario rivolgersi a un medico ed eventualmente seguire una terapia farmacologica. Il sale infatti non causa l’ipertensione, ma aggrava quella preesistente. E se c’è già ipertensione, gli studi rilevano che una dieta iposodica da sola, pur indubbiamente necessaria, non è così efficace come si crede. Quindi la soluzione è sempre la solita: non andarsele a cercare ma seguire uno stile di vita corretto e, se si è sfortunati da essere predisposti geneticamente, valutare cosa fare con il proprio medico.

Può sembrare un azzardo indicare un intervallo poco restrittivo. E ogni direttiva tradizionale sembra sempre di più abbassare, a tal punto che dovremmo ormai mangiare solo verdura sciapa. Chi propone livelli di raccomandazione così bassi sta in pratica proponendo una dieta iposodica a lungo termine, per cui il quantitativo di sodio si attesta a 1500-1800 mg (4-5 g di sale). Ma una dieta iposodica del genere viene data a chi è già malato, non a una persona sana e sportiva! Il fatto è che si trascura sempre lo stile di vita. Se è sbagliato mangiare pizza e panini ogni giorno, cioè alimenti altamente ricchi di sale, ancora in tanti non arrivano a capire che il problema non è del sale, ma dell’eccesso. Siamo ormai tutti sempre più sedentari e mangiamo sempre più schifezze. Ma davvero poi la colpa è del sale? Non è magari colpa del fatto che mangiamo troppo e non facciamo attività fisica sufficiente? Spingere a ridurre troppo il sale, tra l’altro, è molto pericoloso per lo sportivo, specialmente in estate. E uno sportivo può benissimo avere una richiesta di sale un po’ più alta per rigenerare i sali minerali. Questo vuol dire che una dieta normosodica può variare, come detto, tra 6 g e 9 g di sale. Questo intervallo è del tutto ragionevole considerando le differenze dei soggetti in esame, ad esempio il peso, l’attività sportiva ecc. Non basatevi sulle direttive per i sedentari, perché altrimenti rischiate di non capire come vanno le cose per davvero.

Il fatto è che un sedentario deve fare più attenzione al sale, ma perché il suo stile di vita è già pessimo. E infatti è per questo che le direttive sono sempre più restrittive. Non si spiega alle persone di fare sport, quindi si dà la colpa al sale come ad altro (vedi anche i dolci, il colesterolo, i grassi saturi). Gli italiani consumano mediamente 10 g/die di sale. Le donne un po’ meno, ma anche loro superano spesso gli 8 g (e le donne pesano meno, quindi in teoria dovrebbero assumere meno sale). Allora non ci piove, come al solito il vero problema è l’eccesso. Ma come al solito, dire la verità, e cioè che siamo sedentari e mangiamo troppo, sembra che non piaccia. Faccio presente una cosa a chi demonizza il sale. Se il sale fa così male e provoca una serie infinita di malattie, come mai nel nostro organismo ci sono circa 90 g di sodio? Lo sapevate? E allora di che stiamo a parlare?

Lo sport aiuta ad eliminare il sodio in eccesso. Basta una sola seduta, a buone intensità, e possiamo smaltire una cena troppo salata del giorno prima. In condizioni normali, servirebbero 2-3 giorni a smaltire un pasto del genere. Certo è che, se uno è sedentario e continua ad eccedere con il sale, vivrà in perenne ritenzione idrica. Ma la colpa non è del sale, bensì dell’eccesso!

Riduzione del sale e dimagrimento

Alcuni credono che la riduzione del sale faccia dimagrire. È un ragionamento sbagliato, perché funziona nel momento in cui si mangia troppo. Infatti, se aumenta l’introito calorico, verosimilmente aumenta anche l’apporto di sale. Inoltre, la riduzione del sale, a parità di condizioni, provoca un dimagrimento fittizio. Dimagrire vuol dire perdere la massa grassa e ciò si fa con un deficit calorico ragionevole e l’attività fisica (vedi “Dimagrimento equilibrato“). Un dimagrimento fittizio, per quanto possa psicologicamente appagare, resta sempre fittizio. Basterà tornare a mangiare normalmente e la ritenzione idrica tornerà alla normalità, senza che la massa grassa sia stata intaccata. Non si può pensare di dimagrire riducendo (più del dovuto) il sale. Si deve distinguere la perdita di peso fittizia da quella vera, cioè quella con riduzione della massa grassa. La perdita di peso fittizia è quella che notate quando eliminate il sale o, peggio, perdete glicogeno e muscoli come nelle dannose diete low-carb.

Come agire

Gli alimenti critici per il contenuto di sale sono i seguenti:

– pane e alcuni cereali da colazione;
– sughi e cibi pronti (anche zuppe e minestre);
– legumi in scatola;
– salumi e formaggi;
– gamberetti, cozze e vongole in salamoia;
– patatine in sacchetto e snack salati;

Come notate, ci sono alcuni alimenti insospettabili. Chi sapeva che una scatola di legumi in scatola può contenere anche 2 g di sale? Quindi non si tratta solo di “junk food”. Per le salse come la salsa di soia, il ketchup e la senape, di solito se ne usa in poca quantità ed è un introito trascurabile tranne che per chi deve seguire una dieta iposodica per cause maggiori. La soluzione non è quella di mangiare pasta o verdura sciapa, ma bisogna stare attenti a certe categorie di alimenti a rischio, come dovrebbe essere in una dieta equilibrata per definizione. Alcuni cibi si eliminano da sé nella dieta (salumi e prosciutti con nitriti), mentre altri non vanno assunti troppo spesso o insieme. Se non si è già malati, esistono studi che rilevano che ridurre il sodio a meno di 2.3 g/die (pari a 6 g di sale) non apporta dei significativi vantaggi. Questo perché, anche se saltuariamente ne assumiamo in eccesso (vedi la pizza del sabato sera), il nostro corpo riesce perfettamente a smaltire il sale. Però è anche ovvio che un’alimentazione sballata con un quantitativo eccessivo di alimenti a rischio porti dei danni, ma il fatto è correlato proprio a un’alimentazione sregolata e al sovrappeso. L’avvertenza di buon senso è quella di non avere assunzioni concomitanti. Ad esempio, se si mangiano affettati in un pasto, nell’altro pasto non si deve mangiare la pizza o il salmone affumicato. Alla fine, si scopre che seguire le regole di buon senso è molto semplice. Si tratta solo di fare un attimo di attenzione e conoscere gli alimenti a rischio. Non c’è assolutamente bisogno di farne un’ossessione o una fobia, bensì si deve evitare di fare le peggiori scelte quando scegliamo gli alimenti da mangiare quotidianamente. Non piacerà a chi vede il sale come il demonio (andatelo a dire agli antichi che consideravano il sale preziosissimo!), ma all’atto pratico si scopre che è il modo di agire più corretto.

In teoria, un alimento si dovrebbe considerare a rischio se supera 1 g di sale per 100 g. Dico “dovrebbe”, perché è un dato da prendere in senso relativo. Ad esempio, la pancetta è molto salata, ma per una porzione di carbonara o amatriciana sono sufficienti 30-40 g. Al contrario, se si è particolarmente ghiotti, si può benissimo eccedere con il pane integrale che, di solito, contiene meno sale del pane bianco. Cosa intuite da questo ragionamento? Intuite che:

se si rispetta il fabbisogno calorico, non si è in sovrappeso e si fa sport, si riesce automaticamente a non eccedere con sale!

È lo stesso identico ragionamento dei grassi saturi. Quello che bisogna fare è mangiare con più coscienza, riconoscendo i cibi che ci piacciono senza caricarli di sale. È invece sbagliato accanirsi contro il sale perché, anche eliminando il sale dalla dieta, se si mangia troppo si hanno sempre problemi presto o tardi. Cambiate stile di vita!

Le più grandi bufale alimentari

Il razzismo, una forma di violenza

Il razzismo è una forma particolare di violenza a cui ho preferito dedicare un articolo a parte. Ripetiamo la definizione di violenza, prima di tutto:

“La violenza è un abuso della forza che ha il fine di piegare qualcuno alla volontà di chi la commette”.

La violenza è uno dei gravi problemi che affligge il nostro paese, e ne discuto nell’articolo sul perché siamo un paese allo sbando.

Ora, il razzismo è la pretesa di stabilire una gerarchia secondo cui alcuni raggruppamenti umani (cioè le razze) sono inferiori e altri superiori. L’abuso della forza sta in questa pretesa, poiché in biologia e nella scienza non esiste il concetto di razza (*).

* Il termine “razza” viene usato solo ed esclusivamente in zootecnica (cioè allevamento) per riferirsi ad animali creati dall’uomo (i cani soprattutto). Gli animali appartengono sempre a una stessa specie, ma condividono tratti ereditari comuni tali da parlare di “sottoinsiemi”. Nell’uomo, le razze non esistono e al più si parla di cline, cioè la variazione di una caratteristica morfologica (fenotipo) in base all’adattamento in un’area geografica. La differenza tra le razze umane non esiste anche per un altro motivo. Ogni essere umano, dallo svedese all’africano, ha una corrispondenza genetica pari al 99.9%. Il concetto di cline è ben chiaro se però consideriamo che, nello 0.1% diverso, abbiamo quasi il 90% delle differenze genetiche. Forse è detto in modo un po’ contorto, ma questo discorso spiega che siamo una sola specie. Con le scimmie, condividiamo il 98% dei geni e siamo due specie diverse (parenti, ma due specie diverse).

Il razzismo in realtà è un fenomeno molto più ampio e non si limita solo alla razza. Prendete un cristiano e un ateo abortista. Possono andare d’accordo? Riflettete bene sulla vostra risposta. Il cristiano (se non è un falso credente) non può andare d’accordo con l’ateo abortista perché considera l’aborto un omicidio. Qui non c’è razzismo, è incompatibilità. Finché ognuno è libero di professare la sua morale nel proprio spazio, non posso parlare di razzismo. Se però uno dei due pretende di stabilire una gerarchia per cui l’altro è inferiore, sfociando nell’intolleranza, c’è razzismo. Esistono quindi diverse forme di razzismo, fra cui vale la pena segnalare proprio quello morale che è molto comune in Italia da parte della Chiesa e dei credenti. Risulta fondamentale notare che non basta non essere d’accordo su qualcosa per avere razzismo. Io posso considerare sbagliata un’idea, ma solo se discrimino divento razzista. Ovviamente il discorso non vale nel caso in cui si discrimini o emargini un comportamento oggettivamente (oggettivamente!) dannoso per la comunità (vedi il fumo), che sia direttamente o indirettamente.

Ah, una cosa da chiarire, che spiego alla fine dell’articolo sullo squadrismo fascista ancora presente in Italia. Alcuni gesti di violenza criminale sfociano nel razzismo, ma il razzismo è per così dire “secondario”. È più corretto dire che sono psicopatici, cioè un rischio per tutti quanti, che compiono anche crimini di razzismo. La differenza è molto importante per capire le cose!

Una delle tante prove di come il razzismo sia davvero una forma di violenza? Il genocidio ruandese tra Hutu e Tutsi. La suddivisione tra le etnie è puramente artificiale, messa in atto dai colonizzatori tedeschi e belgi. La discriminazione, a mano a mano, è sfociata nel genocidio, uno dei peggiori nella storia dell’umanità. La suddivisione tra Hutu e Tutsti, prima del colonialismo, non esisteva affatto. Tendenzialmente, Hutu e Tutsi avevano ruoli diversi nella società, ma non si facevano alcun problema a sposarsi fra di loro. L’odio etnico (o razziale) è nato quando i colonialisti hanno separato gli Hutu e i Tutsi in base a differenze fisiche puramente inventate. Secondo i colonizzatori, i Tutsi erano razzialmente superiori, in quanto si avvicinavano, “ovviamente”, ai caucasici. Come riconosce benissimo la scienza di oggi, la teoria era una totale bufala, ma non ha impedito il massacro di centinaia di migliaia di persone. Sulle responsabilità dell’Europa nei problemi dei paesi più poveri, ho discusso anche nell’articolo sull’immigrazione. L’articolo spiega anche il curioso modo in cui gli Hutu e i Tutsi si sono riappacificati. E, come racconto sempre nell’articolo sull’immigrazione, Hutu e Tutsi non sono l’unico esempio di riconciliazione in Africa! Leggete quella spiegazione, perché è veramente interessante. Fra le altre cose, la spiegazione sugli Hutu e i Tutsi insegna bene che, come dico più avanti, il razzismo non è un disturbo mentale.

Razzismo e xenofobia

Spesso, razzismo e xenofobia vengono considerati sinonimi, termini intercambiabili, ma non lo sono. Il razzismo si basa sulla gerarchizzazione tra superiore e inferiore (sulla discriminazione), mentre la xenofobia, letteralmente la “paura del diverso” (dal greco “xenos”, che vuol dire “estraneo”, più “phobos”, che vuol dire “paura”), come da termine, è una fobia. Nella pratica razzismo e xenofobia quasi sempre coincidono (vedi l’odio per gli immigrati a prescindere dalle loro reali qualità morali) e la distinzione lascia il tempo che trova. Comunque sia, quando si parla di razze, ricordatevi che i nazisti diffondevano teorie del tutto inventate e avevano descritto un ideale di ariano che però era esattamente l’opposto di quei “profeti”! A voi trarre le dovute conclusioni a riguardo.

Bisogna stare molto attenti a non passare dalla necessità di una miglior riforma dell’immigrazione al razzismo e alla xenofobia. Spesso, i razzisti e gli xenofobi si nascondono proprio dietro ai problemi di immigrazione, giocando sulla paura della gente di essere invasa. Paura che, da un lato, è perfettamente comprensibile, ma che poi serve a mascherare la vera indole di certa gentaglia. Le parole di Fontana in occasione delle elezioni 2018, che ha parlato di “razza bianca”, devono destare un serio allarme. Poco cambia se ha cambiato il tiro. Un politico deve saper attivare il cervello, prima di dire bestialità. E un politico che non sa attivare il cervello può solo fare disastri. Ma non è solo questo. È anche scandaloso che qualcuno difenda questo tipo di parole anziché condannarle.

Un disturbo mentale?

Negli ultimi tempi, è apparsa l’opinione di ritenere il razzismo come una malattia mentale. In effetti, in alcuni processi americani si punta a questo come difesa. Forse, attribuire al razzismo un disturbo mentale avrebbe, per alcuni, l’intento di rendere più grave il problema. Ma i disturbi mentali non c’entrano e tutto finisce per sortire l’effetto contrario a quello voluto. L’errore è basarsi sul fatto che il disturbo mentale è qualcosa di “cattivo”. Ma attribuire un disturbo mentale al razzismo non ha pregio, perché toglie la responsabilità di gravi atti come ad esempio quello di Traini a Macerata. Magari hanno davvero delle problematiche, ma quando compiono quegli atti sanno quello che stanno facendo, sono capaci di intendere e volere e sono responsabili. È qui che nasce la confusione. Il razzismo non è un disturbo mentale. Un problema culturale, una forma di violenza… tutto questo sì e ne possiamo discutere, ma non è un disturbo mentale.

Come ho spiegato nell’articolo sulle bufale del fascismo (che ho linkato prima), i gruppi come quelli di Forza Nuova sono formati da psicopatici. La psicopatia è un disturbo mentale, ma c’è sempre la capacità di intendere e volere. Non è il razzismo ad essere un disturbo mentale, ma la psicopatia (il termine corretto sarebbe disturbo antisociale della personalità, ma ne esistono diverse tipologie). E questo disturbo, sì, provoca danno agli altri. Ma essere psicopatici comprende sempre la responsabilità. Lo psicopatico di Forza Nuova sa quello che sta facendo e crede che sia giusto. Non gli importa di fare del male a qualcuno. È la sua ideologia e sa intendere e volere perfettamente. E queste persone psicopatiche possono apparire normalissime nella vita quotidiana. Possono avere una famiglia, dei figli, un lavoro normale, traendo in inganno chi li vede solo superficialmente.

Razza ed evoluzione

Sbugiardiamo le assurde teorie sulla razza con la scienza. L’umanità, dai suoi albori, ha dovuto lottare contro le condizioni climatiche. Una condizione climatica grave è il sole, che invecchia la pelle e provoca ustioni e scottature. La reazione migliore per affrontare tutto questo è produrre melanina, quindi scurire la pelle. A rigor di logica, allora si dovrebbe dire che il più “forte” è l’africano. E che dire della genetica? Tra carattere chiaro e carattere scuro, nell’ereditarietà “vince” statisticamente il carattere più scuro. La scienza pertanto non rende così vantaggioso essere chiari. Non siete d’accordo e lo trovate razzista? Ovviamente sì, lo sarebbe se si facesse una discriminazione “al contrario” verso i bianchi. Bianchi che però, a loro volta, sono avvantaggiati nei climi freddi. Conclusione:

non esiste una “razza” superiore o inferiore, ma esistono ambienti e situazioni diverse in cui l’uomo si adatta!

L’ideologia di “preservazione della razza” non ha alcun pregio dal punto di vista evolutivo. È un dato di fatto scientifico che le specie interagiscono con altri gruppi e si mescolano. Ciò permette di evitare la trasmissione di malattie genetiche e avere quei cambiamenti che evolvono la specie. Basta vedere come le popolazioni umane isolate sono rimaste primitive! L’uomo non è bianco perché appartiene a una razza diversa, ma perché è emigrato nei climi freddi e le carnagioni chiare, che sono casualmente comparse, si sono adattate meglio. Sono i principi basilari della teoria dell’evoluzione descritti nell’ottocento da Charles Darwin. Darwin non ha mai detto che sopravvive il più forte, ma chi si adatta meglio all’ambiente (difficilmente l’uomo sopravviverebbe tra i dinosauri). E accadrà ancora che l’uomo si evolverà così, ovvero mischiandosi ed emigrando. Pertanto, tra 200 anni ce ne fregheremo bellamente delle “razze” come le conosciamo ora. Paradossalmente, le ideologie razziste vengono diffuse proprio sfruttando Darwin (darwinismo sociale). Ecco come infangare il buon nome di uno dei più grandi scienziati al mondo! L’uomo si è continuamente mescolato ed è sempre emigrato nel corso della sua storia. Si è mischiato anche con il Neanderthal, di cui le popolazioni non africane conservano un patrimonio genetico che va dall’1% al 4%, per un complessivo di patrimonio genetico del Neanderthal che arriva al 20% circa.

Cheddar Man, le differenze saranno individuali

A dimostrazione di come le ideologie razziste siano tutte bufale, esiste una scoperta molto interessante. Cheddar Man (*) è un uomo risalente a circa 10 mila anni fa, di cui abbiamo tutte le ossa. La sua caratteristica è quella di avere gli occhi azzurri, ma con una carnagione scura, non tipica di quella che oggi riallacciamo all’Inghilterra. Cheddar Man aveva anche i capelli scuri, forse ricci (non si sa se lo fossero per davvero, mentre si sa sicuramente che erano scuri). Il 10% della popolazione inglese odierna, che non ha storia di migrazioni, deriva da Cheddar Man. Erroneamente a quello che a volte si dice in giro, Cheddar Man non è un africano, ma fa capire benissimo l’assurdità del razzismo. La cosa stupefacente di Cheddar Man è la combinazione dei tratti e la forma del volto. Gli studiosi sono concordi che, alla fine, l’evoluzione farà il suo corso e le etnie si diluiranno. Questo discorso è stato spiegato bene anche in una puntata di Nautilus su Rai Scuola. Non baderemo più alla provenienza di qualcuno e le differenze saranno tra individuo e individuo. Tutto questo avverrà perché è così che funziona l’evoluzione. Se ci pensate, anche gli eschimesi abitano nei climi freddi, ma non sono affatto biondi con la carnagione chiara. Probabilmente avremo altre forme di razzismo, ma almeno su questo gli estremisti di destra dovranno arrendersi. La natura segue il suo corso ed elimina chi non è in grado di adattarsi, perché non esiste una specie superiore ad un’altra o viceversa. Un esempio odierno di come le differenze, a mano a mano, saranno individuali? Il giocatore di basket giapponese Rui Hachimura, con padre del Benin e madre giapponese. Ognuno di noi eredita metà dei geni dal padre e metà dalla madre. Ciò è avvenuto, ovviamente, anche per Rui Hachimura di cui, tuttavia, i tratti orientali non sono subito riconoscibili. Eppure, se si fa attenzione, i tratti orientali ci sono eccome! La peculiarità è che, probabilmente, in pochi noterebbero questi tratti se non venisse detto che la madre è giapponese. Se lo si guarda nelle foto in cui è rasato, passa tranquillamente per un tipico afroamericano. Peccato che Rui sia giapponese! I discorsi sui “lineamenti propri di un paese” sono pericolosi e ne abbiamo già pagato le conseguenze.

* Sì, come il formaggio, ma in realtà Cheddar Man deriva dalla gola di Cheddar nel Somerset.

Attenzione, capite bene il discorso sul colore della pelle. Se avete letto la spiegazione sul cline, sapete già cosa intendo. Il colore della pelle si diffonde come adattamento. In quel tipo di clima, quella carnagione denota gli uomini più in salute, i quali si riproducono e proliferano. Ma non è la carnagione che cambia perché l’uomo si deve adattare al clima. È la carnagione che appare casualmente e si rivela più adatta al clima e, poi, si diffonde! La stessa cosa vale per l’enzima lattasi e la capacità di digerire il latte, in barba a chi dice che è innaturale bere latte. Sono cose che avvengono naturalmente, come se non ce ne accorgessimo. L’adattamento del colore della pelle e dei tratti somatici può avvenire in diversi modi in un determinato clima. Esistono mille modi, come dimostrano gli eschimesi che, nei climi freddi, non sono affatto chiari e biondi. Questo è il pregio dell’essere umano, che non sarà forte come un leone ma ha le sue belle strategie. Charles Darwin ha sempre ragione! Notate come la teoria dell’evoluzione funzioni in tanti contesti, come quello della resistenza agli antibiotici. I batteri non sviluppano la resistenza perché sono abituati a “combattere” contro gli antibiotici. I batteri, come le piante e gli animali, subiscono delle mutazioni e, se queste sanno resistere agli antibiotici, proliferano. La vecchia generazione di batteri scompare ad opera degli antibiotici, ma viene sostituita da quelle nuove che hanno la resistenza!

Razzismo francese, integrazione, Iwobi… quale insegnamento?

Il microonde è pericoloso?

Uno degli strumenti più contestati in cucina da anni è il famoso forno a microonde, utilizzato per svariate preparazioni, per riscaldare e per scongelare i cibi. Sono ormai diffusissimi gli articoli in rete che allarmano gli utenti della pericolosità del microonde, probabilmente per via della sua complessità che richiede un minimo di conoscenza tecnica per capire come funziona. Insomma, perché il microonde dovrebbe essere pericoloso? Ma è ovvio! Perché le radiazioni elettromagnetiche penetrano nei cibi, cibi contaminati che poi ingeriamo per subire mutazioni genetiche incontrollate! No, scherzi a parte (meglio precisare che sto scherzando, non si sa mai, ho letto teorie veramente molto fantasiose sulla pericolosità del microonde), quando uno non conosce è facile che si terrorizzi e, invocando il principio di precauzione, perde molte opportunità per vivere meglio, come nel caso del microonde che, precisiamo subito, non è cancerogeno. Sono tanti i motivi per cui il microonde non può essere cancerogeno. Banalmente, la loro frequenza è troppo bassa e la lunghezza d’onda troppo lunga (perdonate il gioco di parole) per arrivare a fare dei seri danni. Basti pensare che la luce visibile ha lunghezze d’onda molto più corte (le radiazioni più pericolose sono quelle con lunghezza d’onda corte, come l’ultravioletto, i raggi X e i raggi gamma), ma forse che qualcuno si è mai lamentato di prendere un po’ di Sole? E anche se veramente potessero danneggiare a causa della potenza (il microonde si regola sulla potenza, non sulla temperatura), gli apparecchi sono schermati, quindi ogni rischio è inconsistente. Come sempre accade, quando l’apparecchio è difettoso si possono correre rischi, come spiega in maniera chiara anche l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC):

Cucinare con il microonde provoca tumori

FALSO, non c’è alcuna relazione tra questi due fattori. I forni a microonde, come peraltro le radio, emettono campi elettromagnetici a radiofrequenza. Sono stati svolti diversi studi in merito, e si è verificato che non ci sono rischi per la salute. Peraltro, i microonde sono schermati: solo gli apparecchi molto vecchi, deteriorati o con la porta che non chiude bene potrebbero essere potenzialmente pericolosi (perché scaldano i tessuti), ma solo se si sosta a lungo nelle loro vicinanze mentre sono in funzione.

Cioè, in soldoni, nulla di più né meno di quando entriamo in contatto con la fiamma dei fornelli normali! Da notare che chi accusa il microonde di causare il cancro magari cita proprio l’AIRC ma, se uno si prendesse la briga di andare a leggere cosa veramente dice l’AIRC, si accorgerebbe che in realtà l’AIRC non dice assolutamente che il microonde causa il cancro, bensì esattamente il contrario!

Microonde

Il forno a microonde funziona grazie a un dispositivo, il magnetron, che genera le onde, agendo sulle molecole d’acqua che, messe in “agitazione”, riscaldano i cibi. In parole “papale”, è così che funziona il microonde. Funziona anche con oli e grassi in generale, ma l’effetto è notevolmente più ridotto. Il microonde possiede determinati punti dove le onde si annullano e quindi il cibo si riscalda meno (detti nodi) e dove le onde invece si concentrano (detti hotspot) scaldando di più, ed è anche per questo che il cibo viene fatto ruotare mentre si riscalda.

In definitiva, il microonde è un apparecchio assolutamente sicuro (a patto che funzioni). Purtroppo, come al solito, i miei chiarimenti non sortiranno alcun effetto nei classici maniaci dei complotti o dei paurosi cronici. Non importa, perché tanto sono loro a perdere gli indubbi benefici del microonde. Il mio obiettivo era quello di spiegare come funziona il microonde a persone semplicemente curiose o dubbiose e che esso non causa affatto il cancro come alcuni articoli puramente terroristici diffondono.

Attenzione alla credunoleria!
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