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Scelta e durata delle scarpe da corsa

Nel sito, ho spesso detto che, per uno stile di vita corretto, occorre necessariamente praticare uno sport. E chiarisco: sport, vero, non la camminata da 20-30 minuti. Come esempi, ho citato la corsa e il ciclismo, cioè due attività con componente principale l’aerobica, ma anche il trekking (se si riesce a praticarlo in modo continuativo), lo sci di fondo (stagionalità permettendo) e il nuoto di fondo vanno bene. Tra tutti questi sport, quello più alla portata è indubbiamente la corsa: non serve una bicicletta, non si deve dipendere dalla stagione né nulla. La corsa è, tutto sommato, uno sport di minor impatto tecnico rispetto al ciclismo dove postura e manutenzione sono fondamentali. Il primo passo per approcciarsi alla corsa è dunque, inevitabilmente, l’acquisto di un paio di scarpe adatte. La domanda allora è: quali scarpe? Risolviamo subito un dubbio. I runner più “navigati” spesso usano ASICS o Mizuno, ma non esiste una marca in assoluto di scarpe da preferire. ASICS offre maggior morbidezza, mentre le Mizuno sono più secche. Nessuna delle due è migliore delll’altra, ma dipende da come ognuno si trova. E una volta acquistate le scarpe, quanto durano? Esistono tre tipi di scarpe, due da gara e una per amatori, con diversa durata.

Tipologie di scarpe

1) Scarpe superleggere
Sono scarpe adatte solamente per le gare e per atleti veloci. Hanno un peso inferiore ai 200 g. La loro durata va da 150 km a 300 km.

2) Scarpe intermedie
Con peso tra i 200 g e i 300 g, vanno bene per le gare e per atleti medio/veloci, ma possono essere usate anche per gli allenamenti. Rispetto alle superleggere, la scelta va in base a come si trova bene il runner. La loro durata va da 250 km a 500 km.

3) Scarpe con massimo ammortizzamento
Sono scarpe che pesano intorno ai 300 g. Puntano principalmente sull’ammortizzamento, ma non sono adatte alle gare. Queste sono le scarpe che devono preferire gli amatori, cioè coloro che corrono per la salute. La durata va da 700 km a 1000 km.

Informatevi sulle caratteristiche della vostra scarpa e chiedete al commesso di dirvi il suo chilometraggio medio, perché non è un dettaglio di poco conto ma che può salvarvi dagli infortuni capendo, anche con l’esperienza, quando occorre pensionare un paio di scarpe.

Di fatto, appunto, gli amatori devono ripiegare sulle scarpe con massimo ammortizzamento, cioè le cosiddette A3. I runner molto veloci possono azzardare con delle scarpe più leggere, ma spesso non è necessario. È bene avere delle scarpe idonee per correre, ma non bisogna darne un’eccessiva rilevanza. Molti runner, addirittura, danno un ruolo quasi mistico alle scarpe. E non lo sto dicendo per esagerare! Gli infortuni, gira e rigira, anche se potrà sembrare semplicistico, avvengono per due motivi: condizione di principianti e sovraccarico.

Un particolare tipo di scarpe è adatto per i pronatori (vedi l’immagine qui sotto) e sono definite come scarpe stabili. Queste scarpe pesano solitamente più delle scarpe con massimo ammortizzamento. Devono essere preferite dai pronatori eccessivi. Un minimo di tendenza alla pronazione ci può stare, ma se diventa eccessiva il ginocchio rischia infortuni seri e quindi si deve ripiegare su scarpe apposite. Parola d’ordine: mai cambiare lo stile di corsa. Molti personal trainer spingono il novizio a correre diversamente, a correggere, senza stupidamente accorgersi che così si peggiora e che un cambio dello stile di corsa è del tutto naturale in base all’adattamento dell’atleta e a come si allena man mano.

Pronazione e supinazione

Non lavate mai (MAI!) le scarpe da corsa in lavatrice (si lavano a mano con acqua fredda o al massimo tiepida e un sapone sgrassante delicato) e non asciugatele mai (MAI!) sotto al calorifero, poiché i materiali di costruzione si rovinano e si rischia l’infortunio. Ne sono testimone. Sono uscito a correre quando pioveva ancora leggero, poi la pioggia è aumentata fino a diluviare e ci ho provato lo stesso fino a quando ho detto basta e sono tornato a casa. Provando ad asciugare le scarpe in fretta, per via dell’inesperienza che avevo all’epoca le ho messe sotto il calorifero. Risultato? I materiali di ammortizzazione si sono rovinati e mi sono fatto male al fianco esterno del piede sinistro: una contusione di qualche giorno, ma significativa per capire quanto siano sensibili le scarpe da corsa e vadano trattate a modo. Non lavate mai in lavatrice nemmeno a bassa temperatura e fate sempre asciugare a temperatura ambiente, preferibilmente in un luogo abbastanza ventilato per accelerare questa fase.

Una importante osservazione: non avere scarpe adatte peggiora drammaticamente la prestazione e aumenta il rischio di infortunio, ma un’ottima scarpa non vi fa diventare Speedy Gonzales!

Un normale amatore che corre per la salute deve fare attenzione alle protezioni sul tallone e sull’avampiede, che sono parti molto sensibili e a rischio di infortunio. Guardate anche se ci sono protezioni sotto il piede che scarichino l’impatto, un dettaglio che sembra in apparenza insignificante ma che, ve lo assicuro, fa tanta differenza!

L’importanza delle scarpe civili

Una volta che le scarpe da corsa hanno esaurito la loro vita tecnica, non è necessario buttarle: si trasformano in normali scarpe civili, da passeggio. Sì, lo so, un runner che corre per anni può ritrovarsi con un armadio di scarpe a disposizione, ma almeno il runner, a differenza di chi acquista per shopping, investe e usa al massimo del potenziale e poi ricicla. Anzi, in realtà la soluzione ideale per la calzatura civile è quella di indossare sempre scarpe sportive con soletta anatomica e, in casa, degli zoccoli ortopedici (simili alle ciabatte da ospedale, per intenderci). Molti infortuni nella corsa, infatti, avvengono per un sovraccarico da calzatura quotidiana. È ovvio che, se uno sta in piedi a lavoro per 8 ore (come ad esempio un operaio da catena di montaggio), senza scarpe adeguate soffrirà molto in allenamento o subirà addirittura infortuni.

Da uomo o da donna?

Spesso, i negozi di sport vendono anche un modello per le donne. In effetti, la conformazione del piede della donna è diverso da quello dell’uomo. Il problema è che le scarpe da donna hanno il problema di essere meno protettive. I venditori sanno che le donne tendono a fare corsa per dimagrire o a fare jogging. Ciò è rivelato anche dal prezzo, che a volte è inferiore. Ma un costo inferiore rischia di denotare materiali più scadenti. Quindi, queste scarpe sono anche progettate per avere una durata inferiore. Inoltre, le donne pesano meno degli uomini e i produttori risparmiano nella protezione.

Qual è la scelta giusta? A mio parere, prima si dovrebbe provare una scarpa da uomo. Cercate di capire come “calza” un numero rispetto a un altro. Eventualmente, potrete valutare un modello per donne ben progettato, ma prima provate il modello da uomo (che in realtà è unisex). Se volete correre bene, riducendo la probabilità di infortunio, non prendete quei tipici modelli da jogging a basso costo.

Il drop

Il drop è forse l’unico elemento tecnico della scarpa che riscuote importanza rispetto ad altri più in secondo piano come tomaia, linguetta ecc. Il drop è la differenza di altezza tra la punta e il tallone. Perché il drop è così importante? Perché il drop deve andare di pari passo con lo stile di corsa di ognuno. I runner professionisti e migliori al mondo tendono a correre con l’avampiede (* ), mentre il tipico runner salutista da 5’/km tende a correre con il tallone. Dunque, il professionista agile, scattante e veloce preferirà drop più neutri o ridotti. Correre con l’avampiede richiede una notevole preparazione, tanto quanto è la velocità che si riesce a mantenere. Un runner salutista non è in grado di correre in questo modo, e provandoci rischia peggio. Per un runner salutista, il drop indicato va da 8 mm a 10-12 mm. Diverse case optano per la loro soluzione, ma in genere il runner salutista si mantiene su queste misure di drop.

* Per chiarire il discorso della corsa di avampiede, leggete l’articolo “Corsa e tecnica… e poi, ampiezza o frequenza?

Costo

Un paio di ottime scarpe da corsa non si trova quasi mai a meno di 80 euro in offerta: quindi si parte dai 100 euro in su con prezzo pieno. Per molti di noi che sono scamorze ha poco senso spendere oltre i 140 euro di scarpe da corsa, così come è chiaro che scarpe da jogging da 60-70 euro non abbiano senso, si scassano e non hanno ammortizzazione sufficiente. Il range per un paio di scarpe di corsa è dagli 80 euro (in offerta) ai 140 euro. Assolutamente non fidatevi della dicitura “jogging” con cui vengono vendute diverse scarpe anche da Decathlon o delle offerte a basso costo di supermercati come Auchan!

Per i principianti

Per chi inizia appena a correre o è ancora nel primo anno di costanza negli allenamenti, e dunque non è ancora partito alla ricerca di una prestazione, è importante avere avere delle scarpe che ammortizzino bene. Per un soggetto del genere, scarpe leggere e che diano velocità non hanno senso, paradossalmente è così che si rischia di farsi male. Il fisico di un novizio non è ancora costruito. Ha bisogno di più attenzione e gradualità. Tendini, tendine d’Achille, ginocchia, fascia plantare… beh, sono tutte zone ancora molto sensibili. Andateci piano!

Ecco un articolo di approfondimento per i principianti:

I dolori del principiante nella corsa.

Una cosa da imparare per i principianti è anche quella di allacciarsi correttamente le stringhe. Contrariamente a quello che si crede, non siete obbligati a usare tutti gli occhielli della scarpa. Io non li uso! Quello che è fondamentale è che le stringhe siano ben allacciate, permettendo alla scarpa di aderire al piede ma senza stringere troppo. Se si stringe troppo, potete avere dolori al collo del piede. Se invece non stringete a sufficienza, rischiate che l’impatto sulla strada venga ammortizzato male. Dovete sentire che la falcata è comoda, agile ed elastica, senza fastidi.

Il sovrappeso

Il peso è un fattore decisivo nella durata delle scarpe. Un peso eccessivo riduce la durata delle scarpe almeno fino all’80%. Questo vuol dire che, se si è in sovrappeso, nel migliore dei casi un paio di scarpe da 700-800 km vi durerà 560-640 km, cioè l’equivalente di 3-4 settimane di allenamento che sprecate per ogni paio di scarpa. Per perdere il 20% di autonomia ed efficienza, bastano anche 2-3 kg in più (rispetto all’IMC di massimo 22 per gli uomini e di massimo 20 per le donne). Una volta, ho provato a leggere consigli sulle scarpe su un famoso forum dedicato alla corsa. Erano runner anche da 4’30″/km. Ognuno di loro cercava ossessivamente difetti e dettagli delle varie scarpe e, incredibilmente, gran parte di loro decantava quasi come se nulla fosse 5-10 kg di sovrappeso di media. E non capivano come mai la durata si riduceva di un centinaio di km rispetto ad altri…

Capire quando cambiare le scarpe

Esistono diversi indizi per capire quando è giunto il momento di cambiare scarpe. Molti runner lo capiscono purtroppo facendosi male. Si tratta di infortuni che possono essere gravi soprattutto se si è runner di mezza età. Gli indizi più comuni per capire quando è l’ora della pensione sono i seguenti:

– si vede l’imbottitura interna, anche se è solo un piccolo buco;
– deformazioni che provocano un cattivo e instabile appoggio della scarpa;
– l’alluce tende a sentirsi schiacciato o sotto sfregamento;
– sensazione di sentire le scarpe “scariche” o che si schiacciano facilmente;
– difficoltà a percepire la scarpa leggera, senso di pesantezza con falcata più lenta e forzata;
– le scarpe sembrano come essere diventate più larghe e con meno ammortizzamento ed elasticità.

Se non siete ancora esperti, per avere certezza dell’usura rivolgetevi al vostro rivenditore per fare un test, perché altrimenti potrebbe essere un paio di scarpe che ha proprio un difetto di fabbrica e, fidatevi, statisticamente succede! L’ideale è quello di informarsi sulla durata media del modello di scarpa e tenere a mente i km percorsi in allenamento nel corso delle settimane e dei mesi.

L’errore che fanno in tanti è quello di vedere che le scarpe non sono ancora distrutte, ma provando un paio nuovo si nota una netta differenza. Differenza che può anche segnare il confine con l’infortunio. Ancora una volta, avere un peso corretto è importantissimo. Non si parla di soglie da obesi, ma anche di pochi chili che però per il runner diventano micidiali. Se si ha qualche chilo di troppo, avere delle scarpe che durano sulla carta 800 km e farle invece durare 500-600 km (come succede a tantissimi runner che non vogliono dimagrire) fa differenza anche in termini di portafoglio. Se potete permettervi 3 paia di scarpe da corsa all’anno con un peso corretto, con il sovrappeso dovrete acquistare 4 paia di scarpe, quindi ogni anno spenderete inutilmente un centinaio di euro in più! Pertanto, se siete in sovrappeso, fatevi un favore anziché raccontare bugie come l’avere poca massa grassa: dimagrite! Ne guadagnerete su tutti i fronti.

Poi un consiglio spassionato. È meglio un paio di scarpe buone che proteggono bene ma durano 500 km piuttosto che un paio di scarpe che durano 1000 km ma che diventano a ogni allenamento delle trappole mortali. Se ci si fa male, i costi infatti diventano ben maggiori. Fare troppo i tirchi con le scarpe da corsa può rivelarsi una scommessa pericolosa.

ASICS GT-2000

Non è per fare pubblicità alla casa giapponese. Serve solo per farvi capire come si ragiona con un paio di scarpe da corsa. Partiamo dalla durata. ASICS consiglia un cambio tra i 700 km e i 900 km. Mi raccomando, controllate sempre la serietà di un’azienda con le informazioni che vi danno sul modello.

Qual è il ragionamento che ho perseguito? Fino a 500 km, le scarpe sono performanti, dopo un dovuto periodo iniziale di rodaggio in cui si va più cauti. Dai 500 km agli 800 km, le scarpe sono sempre ottime. In extremis, le scarpe possono durare 900 km. Come fanno a durare 900 km? Grazie ai seguenti fattori.

1) Le andature non sono tirate spesso;
2) le sedute durano uno standard salutistico di un’ora (vedi sul fondo progressivo);
3) il peso è ottimizzato (IMC inferiore a 22 per gli uomini e inferiore a 20 per le donne);
4) l’organismo è abituato alla corsa (leggasi: esperienza e allenamento).

Mettendo insieme tutti i punti, ho anche corso senza problemi con una scarpa un poco (poco!) rovinata su di un lato. Lo so, in teoria non si fa, ma fa comprendere che allenarsi bene, anziché “stancarsi di più”, è più importante per prevenire gli infortuni piuttosto che avere una scarpa costosa.

Il ragionamento che ho fatto per le GT-2000 si può benissimo fare per altre marche. Scegliete quella con cui vi trovate meglio e usate lo spirito critico!

Inizia a correre

In quale paese si vive meglio?

In questo articolo, ho trattato di come la religione influisca nel progresso di un paese. Nella fattispecie, si è scoperto che, più un paese è progredito, più la religione è in secondo piano. A questo punto, la domanda è: quali sono i paesi più progrediti nel mondo, dove magari emigrare per una migliore qualità della vita? Lo so, di primo impatto, starete quasi tutti pensando ai soliti paesi: Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti. Sbagliato: a sorpresa, questo articolo chiarirà che cosa si intende davvero per indice di benessere e sfaterà diversi falsi miti.

Il World Happiness Report

Il riferimento maggiore per capire quali sono i paesi del benessere è il celebre World Happiness Report. Con i suoi pro e contro, ad oggi è la statistica migliore e più universale per capire dove si vive meglio. Qual Vengono presi in esame nove parametri su cui è impossibile equivocare, sommandoli fra loro per ottenere un dato finale che stabilisce la classifica. I nove parametri sono i seguenti: reddito pro capite, distribuzione equa del reddito, democrazia, la salute, lavoro, l’istruzione, sicurezza, ambiente e tempo libero.

Il World Happiness Report viene pubblicato annualmente e, va ammesso, nella pubblicazione c’è un gran bel lavoro. La prima cosa che salta subito all’occhio è che, anche se le posizioni di testa possono cambiare leggermente, sono sempre i paesi scandinavi e la Svizzera a primeggiare, cioè quelli con il maggior grado di benessere. Accanto ad Olanda, Canada, ma anche Australia e Nuova Zelanda. Ci sono comunque delle “anomalie”, ovvero paesi come Israele, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti che, pur non essendo in testa, sono in posizioni più alte di quello che diremmo. Come mai? La ricchezza, ovviamente. Infatti, né Stati Uniti né Israele brillano nel fattore libertà. Per intenderci, Israele ha lo stesso grado di libertà dell’Arabia Saudita e ha un elevatissimo tasso di corruzione. È interessante far notare queste anomalie, che ci possono stare. Anzi, danno uno spunto in più per capire i vari meccanismi e come, alla fine, la ricchezza riesca a mettere in secondo piano altri gravissimi problemi (la violenza negli Stati Uniti, la corruzione in Israele). In ogni caso, come detto, Israele ed Emirati Arabi Uniti non sono avanti negli indici, ma restano sempre anni luce indietro rispetto ai Paesi virtuosi. La ricchezza fa molto, ma solo fino a un certo punto se manca il resto.

E l’Italia? L’Italia, come ci si aspetta da un paese praticamente fallito e che scende sempre più in basso, è al 47 esimo posto (pubblicazione del 2018). Siamo tra i più arretrati in Europa. E i problemi sono sempre i soliti: corruzione, mancanza di libertà, mancanza di fiducia nella politica, gravi problemi di analfabetismo funzionale. Siamo proprio allo sbando. Ci sono tantissimi paesi sulla carta più poveri che ci surclassano nel parametro della libertà, vedi ad esempio la Slovenia che, tra l’altro, è uno dei migliori paesi dell’OCSE a livello di sicurezza. Ma tutto questo lo sapevamo già, vero? Purtroppo, non è una sorpresa. Quello che però si nota è che i paesi più acclamati per emigrare non primeggiano affatto in benessere. Per carità, se facciamo il confronto con la nostra Repubblica delle Banane, ci stanno sempre anni luce davanti, ma è anche molto comune vedere un italiano che emigra in Inghilterra, ad esempio, e si accorge che non è poi questo gran paradiso. Francia, Germania e Regno Unito, in sostanza, rispetto agli scandinavi e alla Svizzera sono in un “limbo”, dove ci sono dei benefit sociali che noi ci sogniamo, ma allo stesso tempo mascherati a delle forme di “ricatto” o con situazioni ambigue. Vediamo quali sono gli aspetti negativi di questi paesi, più gli Stati Uniti che, sinceramente, non mi sento nemmeno di inserire nei “paesi limbo”. Il motivo per cui inserisco anche gli Stati Uniti è che anche lì si tende a emigrare spesso, non per altro.

Francia
Il pregio della Francia è quello di valorizzare il tempo libero. Se cioè siete ricchi e volete godervi la pensione, scegliendo la Francia non sbagliate. La Francia è però deficitaria in termini di tolleranza e libertà. Sì, sembra un paradosso visto che il loro motto è proprio “libertà, uguaglianza e fraternità”, ma all’atto pratico non rispettano granché il motto della Rivoluzione. Per capire quanto sia problematica la situazione in Francia, vedi anche “Razzismo francese, integrazione, Iwobi… quale insegnamento?” (più che altro per noi, per capire come NON agire!).

Germania
La Germania, tra i “big 4”, è il paese che sta meglio. Non ha particolari acuti, ma nemmeno bassi tranne che nell’ambiente. La Germania è in pratica una super metropoli totalmente antropizzata. Pulita, sì, per fortuna, ma della natura vera non c’è quasi nulla. E la Foresta Nera, nonostante la sua grandezza, sa molto stile nativi americani nelle riserve. Il punto è che l’Italia è capace di fare peggio! La Germania ha una buona occupazione, ma attenzione: se vengono spregiativamente chiamati “crucchi”, c’è un fondo di verità. La loro istruzione, infatti, è scadente (sì, lo so, non come in Italia ma è il caso di dirlo: ahi, ahi, ahi!). La riprova della scarsa istruzione dei tedeschi risiede anche nel fatto che molte correnti alternative trovano nicchia proprio in Germania.

Regno Unito
Dio salvi la Regina? Mi sa di sì, visto che sta affondando. La distribuzione della ricchezza è ancora da migliorare. C’è da dire che i britannici hanno un grado di istruzione più elevato e questo è probabile che comporti un’occupazione lievemente migliore rispetto all’Italia, ma temo che il celebre “orgoglio british” termini qui. Il paese è piuttosto mediocre anche in democrazia e sicurezza. Per essere orgogliosi della Regina, si dovrebbe decisamente fare di più. Inoltre, i benefit nel Regno Unito sono sempre sotto forma di “ricatto”, cosa assurda in una vera società del benessere. E non solo, con i cambiamenti della frangia conservatrice i benefit non solo hanno il controsenso del ricatto, ma sono anche sempre minori e il popolo soffre sempre di più. Nel corso degli anni, io stesso ho notato come la presenza dei senzatetto in Inghilterra sia aumentata (essere senzatetto è “illegale” in Inghilterra, ma peccato che non ci siano più i benefit!). C’era una volta il welfare britannico. Ad ogni modo, sugli inglesi ho scritto questo articolo per approfondire, perché è una storia molto particolare.

Stati Uniti
Malissima la distribuzione della ricchezza. Governano i plutomani, che si arricchiscono sempre di più, in contrasto con una popolazione povera e indigente. Da notare come, tuttavia, la criminalità non è così elevata come comunemente si pensa seppur con i suoi difetti che scopriamo tramite i fatti di cronaca. Grazie all’ambiente, all’istruzione per quei pochi che se lo possono permettere e ai plutomani che governano sui tantissimi poveri, gli Stati Uniti riescono ad essere in una posizione tutto sommato dignitosa, perché altrimenti parleremmo di un paese paragonabile al Messico o alla Grecia.

Sì, i “big 4” hanno i loro difetti, alcuni veramente gravi. Il fatto è che loro hanno dei difetti, mentre noi arretriamo sempre di più. Il Regno Unito non sarà al top del benessere, ma è sempre anni luce avanti rispetto a noi. Ad esempio, per i britannici Doctor Who è una serie, molto costruttiva ed educativa, per i bambini e per le famiglie. E, mentre loro hanno Doctor Who o Shetland, noi non ci siamo mossi molto da sitcom del tipo Nonno Felice. Il mio intento era quello di farvi capire qual è il vero esempio di democrazia e benessere, cioè quello dei paesi scandinavi. Il modello scandinavo è quello a cui ispirarsi. Se vogliamo migliorare, dobbiamo prendere a modello i paesi scandinavi. È questo il modello da seguire e, a riguardo, ho spiegato meglio in questo articolo. Smettiamola di scimmiottare inglesi, francesi, tedeschi o gli americani. La politica del benessere si basa su principi ben precisi (quelli che vi ho riportato prima), senza i quali non ci si può definire moderni. Ad esempio, bisogna capire che la flat tax è una bastonata per i poveri. Da un lato, è assurdo cercare di nascondersi dietro a un dito. L’Italia è un paese che, se anche non arretra, resta fermo mentre gli altri crescono. Non a caso, ho spiegato che la Germania, pur avendo i nostri stessi problemi con l’estrema destra, sa distinguersi in positivo (è spiegato alla fine dell’articolo linkato). Ma il vero modello di benessere è quello scandinavo, non quello britannico, tedesco o americano.

L’Irlanda è più avanti!

Per chi non fosse aggiornato sulle classifiche del benessere, la cattolicissima Irlanda (almeno stando al World Happiness Report del 2018) è avanti a tutti i paesi del “big 4”, davanti anche alla Germania che è quella messa meglio. Per un paese che, in passato, ha vissuto momenti bui si tratta di una grandissima rivoluzione. Non ha particolari acuti, ma è cresciuta la libertà di scelta e sono bassi i livelli di corruzione. Tutto questo si è concretizzato con la legalizzazione dei matrimoni tra omosessuali e il referendum che ha portato all’aborto libero, nonché a un premier stesso omosessuale (Leo Varadkar). L’Irlanda avanza, l’Italia arretra e i paesi che, in teoria, fanno la geopolitica non sono così rosei come si crede.

Quale nome per l’Italia? Come cambiare il paese?
Sì al reddito di benessere universale!

Siamo ancora nel Medioevo?

Cibo (spesa) ed economia

I prezzi aumentano sempre di più, la disoccupazione rimane sempre stabile (checché ne dica Renzi, vantarsi dell’1 per cento di miglioramento è una presa per i fondelli), c’è precarietà e bla bla. Tutto questo fa ricoprire un ruolo importante alla spesa e quindi a cosa mangiamo. Sono in molti a lamentarsi di non arrivare a fine mese e quindi ho deciso di stilare una guida che possa essere di aiuto per gestire l’economia al supermercato. Partiamo da una considerazione:

non si può penalizzare la propria alimentazione a monte di altri errori!

Cosa vuol dire l’ultima affermazione? Che è giusto non spendere in modo scriteriato, ma nemmeno ha senso vivere di pane e acqua. È infatti facile scoprire che chi fatica ad arrivare a fine mese commette degli sbagli:

– chi lava la macchina ogni settimana a 8 euro e 8 euro per 4 volte al mese sono 32 euro;
– chi va a mangiare tutti i giorni, alla pausa pranzo, al ristorante e 10 euro per 20 giorni sono 200 euro;
– chi deve pulire il tappeto una volta ogni due settimane e sono 100 euro al mese.

È sufficiente lavare la macchina una volta al mese, purché sia lavata bene, o quando occorre davvero. Anziché mangiare al ristorante, portatevi qualcosa da casa, di cui almeno conoscete i valori nutrizionali. Un tappeto di qualità può anche essere lavato una volta all’anno oppure ogni sei mesi.

E per finire, non dimentichiamo il mutuo o l’affitto e/o una famiglia troppo larga per lo stipendio del nucleo familiare. Se ho uno stipendio di 800 euro al mese, come in molti, che senso ha pagare 500 euro di affitto più bolletta? Così si cerca di andare a nozze con i fichi secchi ed è un quadro comunissimo. Non si deve vivere in una catapecchia, ma preferisco un piccolo monolocale con affitto da 300 euro e mangiare bene piuttosto che spendere 500 euro di affitto e mangiare male. Non si tratta solo di ignoranza economica da bambini dell’asilo, ma un voler aspirare a qualcosa oltre il proprio potenziale. L’errore è commesso anche da chi ha uno stipendio più gonfio. Ok, guadagni 2000 euro. Chiunque, basandosi sulla media, direbbe che è benestante. Invece si scopre che anche chi guadagna 2000 euro fatica ad arrivare a fine mese! Perché? È ovvio. Ha due figli da mantenere tra scuola e attività varie, una moglie che pretende di passare in famiglia ogni sabato a mangiare al ristorante, un mutuo da 1000 euro per la villa dei sogni… eccetera, eccetera, eccetera. Rimuovete tutti questi errori esistenziali e vi accorgerete che la spesa non sarà più un evento drammatico. Fatto? Allora i consigli non sono in realtà dissimili da tanti altri che si trovano in rete.

Spesa

1) Offerte
Alcuni supermercati come Esselunga offrono prodotti di qualità medio-alta molto spesso scontati al 40-50% o almeno al 30%. Approfittatene. Il 30% dovrebbe essere la soglia minima per acquistare un prodotto in offerta, altrimenti il risparmio è notevolmente più ridotto. Se sono prodotti deperibili, munitevi di un congelatore buono. A patto ovviamente di saper congelare ad hoc, poiché la congelazione casalinga avviene a temperature superiori rispetto alla surgelazione industriale (vedi il punto 5) e dunque i tessuti cellulari dell’alimento rischiano di rompersi danneggiando inevitabilmente la bontà di ciò che si mangia.

2) Non seguire la moda
Il salmone della Rio Mare non costa tanto perché è buono, ma perché l’azienda spende in cachet e pubblicità. Aguzzate la vista verso gli angoli che i supermercati cercano di nascondervi. Troverete dei prodotti a medio costo, che però sono qualitativamente superiori. Al posto della Rio Mare, io preferisco un bel salmone dell’Alaska, per altro anche molto più ricco di omega-3. Stessa cosa vale per la carne e altri prodotti. Non fatevi fregare dagli slogan in bella mostra del tipo “pochi grassi”, “zero grassi” ecc. Se comprate una confezione di pollo a pochi grassi, pagherete di più solo per il fatto di essere a pochi grassi. Tra l’altro, come spiego nell’articolo sulla qualità, il pollo è un alimento scadente o di lusso. Non siate schizzinosi e ripiegate anche sui tagli grassi del maiale, che costano meno rispetto al pollo magro o al filetto (di maiale). Non sono i grassi a fare male, ma l’eccesso di calorico. Inoltre, se per rendere appetibile un taglio magro dovete abbondare con i grassi, a questo punto è meglio il caro e vecchio maiale di cui non si butta via nulla!

3) Porzioni
Quando acquistate prodotti confezionati, in scatola o in bottiglia, fatelo considerando la vostra porzione, affinché sia divisibile senza dover sprecare o mangiare in eccesso. Vi accorgerete che le confezioni piccole sono spesso la scelta migliore in termini di risparmio (vedi il successivo punto).

4) Qualità e non quantità
Chi è sovrappeso tende a mangiare di più rispetto a chi è normopeso, ovvio. Bisogna preferire i cibi di qualità, piuttosto che, magari, buoni ma scadenti. Ringrazieranno sia il vostro palato che la vostra linea. Tante volte, poi, si è convinti di risparmiare acquistando versioni maxi di un prodotto con offerta sulla quantità, salvo sprecare parecchio cibo perché non si riesce a finire tutto. E il risparmio iniziale non è nemmeno così eclatante. Ci si lamenta del prezzo del pane o della pasta, senza accorgersi di quanto pane viene buttato perché avanza o di quanto se ne mangia in eccesso: tutto questo è uno spreco!

5) Surgelati
La surgelazione industriale è diversa dalla congelazione casalinga. La surgelazione, infatti, avviene a temperature molto più basse, il che permette di portare brevemente a temperatura il cibo formando cristalli di ghiaccio più piccoli rispetto alla congelazione casalinga. Questo comporta che, di fatto, un alimento surgelato è come se rimanesse quasi del tutto integro una volta che viene scongelato. Ciò che si altera nei surgelati è l’organolettica, ma i valori nutrizionali sono identici. L’unico modo per avere prodotti sempre freschi davvero è coltivare un orto e allevare da sé cucinando tutto al momento. I surgelati costano tante volte meno di un alimento “fresco” e fanno anche risparmiare tempo. Alcuni alimenti sono però obiettivamente immangiabili da surgelati, vedi i fagiolini (altre volte, invece, sono più buoni, come ad esempio i piselli). In tal caso, orientarsi su offerte di stagione o di svuotamento delle scorte tra i “freschi”. Rimando all’articolo sui surgelati per l’approfondimento.

6) Cibi in scatola e pronti
Il discorso è simile a quello per i surgelati. L’organolettica perde, ma nutrizionalmente non cambia praticamente nulla. Occorre solo assicurarsi che non ci siano sostanze obiettivamente nocive (nitriti, polifosfati, grassi idrogenati (*)) o indice di scarsa qualità (glutammato monosodico, dolcificanti, zucchero aggiunto). Il tempo risparmiato sarà più di quello che pensate e il tempo, come si dice, è denaro. Sui piatti pronti, non necessariamente il costo è maggiore e non necessariamente tutti i prodotti sono scarsi. Bisogna valutare le varie offerte, gli sconti, la serietà dell’azienda. Nella scelta, fate attenzione al sale, poiché scatolame e cibi pronti sono categorie dove il sale viene usato a sproposito e in modo eccessivo.

* Ci sarebbero anche i nitrati, ma essi diventano tossici solo in condizioni di ossidazione (leggasi: esposizione all’aria) e calore (che riguarda comunque l’ossidazione).

7) Stagionalità
Il discorso non è così scontato. Cioè, non è affatto detto che un prodotto sotto casa sia meno costoso e meno inquinante di un prodotto che viene dall’estero (altrimenti nei paesi del nord non esporterebbero tanta verdura dal Marocco o dal Cile). In linea puramente generale, però, un prodotto di stagione costa molto meno di un prodotto fuori stagione. Confrontate il costo delle zucchine al chilo in inverno rispetto al costo delle zucchine in estate. La differenza può anche essere doppia o tripla e, in una dieta sana che prevede di mangiare tanta frutta e verdura, a fine mese il nostro portafoglio ringrazierà se ci sforziamo di seguire quanto più possibile la stagionalità. Seguire il normale ciclo di frutta e verdura non fa solo risparmiare, ma permette anche di goderlo nella sua maggior maturità. Io, a parte eccezioni (ad esempio i peperoni), preferisco non mangiare le zucchine in inverno o i broccoli  in estate. In inverno, le zucchine mi costano 3.00 al kg da Esselunga, però il cavolfiore viene venduto anche a 90 centesimi al chilo! Tanta gente, al contrario, basa la sua alimentazione solo su quelle poche verdure, cioè peperoni, zucchine, melanzane e pomodori perché non amplia il suo orto. Così facendo, sbaglia. Per approfondimenti sulla stagionalità, leggete questo articolo (dove chiarisco, anche in altri modi, che la stagionalità fa risparmiare).

8) Frequenza della spesa
Fare la spesa quotidianamente, magari con l’illusione di avere prodotti sempre freschi, è un dispendio di tempo ed economico per via del carburante consumato. Provate a fare i conti su quanti litri di carburante consumate in una settimana e in un anno facendo la spesa tutti i giorni o comunque passando al supermercato più volte in settimana perché manca questo o quello. Organizzatevi e fate la spesa una volta a settimana, o anche due volte al mese per quanto riguarda prodotti con conservazione più lunga e non deperibili.

9) Diversificare i fornitori
Anche se ogni supermercato invoglia alla “fedeltà” e all’essere per voi come azienda di fiducia con le loro carte, non vuol dire che dovete fare la spesa sempre in quel supermercato. Ogni azienda ha i suoi prodotti di punta e ciascuno si spartisce una fetta del mercato. Dovete scoprire cosa conviene in un supermercato e cosa in un altro. Non che una catena di supermercati sia “buona” e l’altra “cattiva”. Semplicemente, è il cliente che deve capire come sfruttare i punti forti di un supermercato e avvantaggiarsene!

Una spesa ragionevole dovrebbe essere sul 30%-40% del reddito del nucleo familiare. Se si guadagna 800 euro al mese e si è single (sfamare una famiglia con un reddito di 800 euro al mese è da stupidi!), 240 euro al mese per la spesa (30%) ci stanno tutti. Si avrà modo di pagare affitto più bolletta (400 euro al mese circa) avanzando qualcosa per altro (trasporti, emergenze, divertimenti ecc). Stessa cosa per il padre di famiglia con figlio unico (meglio dare il massimo a un figlio piuttosto che poco a più figli) e reddito mensile da 2000 euro che potrà pagare il mega mutuo da 1000 euro per la villa dei sogni.

Termino con un’ultima considerazione. Avete pensato che, se imparate a fare seriamente sport, c’è una CORRELAZIONE sul risparmio nella spesa? Non ci credete? Leggete questo articolo e capirete il perché di una tale correlazione, che assolutamente non è una regola, ma fa riflettere sul proprio stile di vita!

Calendario stagionale di frutta e verdura

La solidarietà dev’essere legge

La solidarietà e le donazioni sono incoraggiate dalle varie associazioni. Chi mette l’euro per devolvere a questa o a quella causa o dà la moneta al mendicante, a sua volta, si sente più buono (quando poi magari non conosce nemmeno le abitudini della moglie o del marito…). Io la penso diversamente: la solidarietà, per come ci viene proposta, è il fallimento della nostra società e dello Stato. Che senso ha dare la moneta al mendicante se poi, il giorno dopo, il problema rimarrà lo stesso? Mendicante Che senso ha rifornire di viveri i paesi dell’Africa se anche loro, il giorno dopo, avranno sempre lo stesso problema? Che senso ha devolvere una quota di fatto simbolica a un’associazione per quel tumore se poi, all’indomani, mancheranno sempre fondi di finanziamento che dovranno sempre essere chiesti come donazione alle persone? Insomma, la solidarietà, per com’è concepita comunemente, è un mero aggirare il problema e un mettersi a posto la coscienza da parte di tutti: il cittadino che ha una vita misera e, impiegando l’euro tramite messaggio da cellulare, si illude di essere buono nei confronti del prossimo e il politico che, pensando ai propri interessi e non al bene del popolo, se ne lava le mani perché tanto ci sono le associazioni e i volontari. La domanda è:

se la solidarietà è un valore così positivo, perché non metterla a legge?

Perché ciò che è giusto non dovrebbe essere messo a legge affinché un diritto sia rispettato da chiunque? Il voto alle donne non è forse messo a legge? Le tasse (giuste o sbagliate che siano nella forma attuale – per inciso, io le trovo sbagliate perché non combattono i plutomani alla Berlusconi) non sono forse giuste e quindi messe a legge? La solidarietà messa a legge, in questo modo, diventerebbe un valore sociale che coinvolge tutti quanti e che può fare molto meglio rispetto a come funziona ora perché ognuno di noi, in base al reddito, dovrebbe impiegare una determinata quota (maggiore per chi guadagna tanto) per aiutare chi sta male e i deboli. Una società che vive nell’anarchia e non considera il bene del collettivo, una società alla “homo homini lupus”, è una società arretrata, che non ha futuro. In alcuni paesi poveri, paradossalmente, si ha più senso di questo concetto perché chi ha tanto (cibo) si sente in dovere di condividere con chi non ha perché, magari, un giorno potrebbe essere lui a non avere niente. In occidente, la solidarietà deve quindi avere lo stesso scopo, dando a chi non ha ciò di cui ha bisogno per raggiungere uno standard minimo (poi è compito della persona) per vivere dignitosamente. E lo Stato non deve fregarsene, ma essere garante dei risultati ottenuti. Senza questa garanzia, cade tutto il discorso. Questo vuol dire che un politico, fra i suoi temi di programma, deve considerare la solidarietà come legge. Altrimenti, non è un buon politico e, almeno da parte mia, non avrà mai il mio voto. Nei paesi più progrediti, la solidarietà è legge e viene definita con un benefit. Ci sono benefit di diverso genere: disoccupazione, disabilità (e non si intende solo non avere una gamba, ma anche problematiche più complesse di stampo psicologico), per i figli, per reddito insufficiente e via dicendo. Avere una società dove si dà a tutti il diritto di raggiungere il benessere sociale vuol dire avere una società migliore e questo è un ritorno per il collettivo stesso e lo Stato (meno senzatetto, meno gente che spaccia o si suicida perché non ha lavoro, malati con cure migliori).

Il principio di solidarietà sociale è concreto e razionale e, fra le altre cose, fa capire perché la flat tax è un modello sbagliato.

Bontà o apparenza di bontà?

Per molti sembra un grande gesto di bontà e solidarietà dare l’euro per SMS per questa o quella campagna. Vediamo un club di calcio che devolve 50-100 mila euro per la causa dei terremotati e applaudiamo. Ma riflettete. 1 euro per SMS sono tutto sommato un’inezia, così come 50-100 mila euro lo sono per una società di calcio. 50-100 mila euro sono briciole per chi ha perso la casa per un terremoto. Lo sfamerai per un attimo e il problema continuerà ad esserci! Perché non ci battiamo, invece, affinché sia lo Stato a occuparsi in prima persona, con dei veri sforzi e concreti, per risolvere o prevenire i problemi dei più deboli e degli sfortunati? Accettiamo che i Briatore di turno irridano alla povertà e decantino di essersi creati i paradisi fiscali senza che nessuno faccia un controllino. Il nostro Stato incassa 500 mld di euro di tasse e tributi vari (vedi “Sì al reddito di benessere universale!“). Non sarebbe meglio battersi in modo più drastico per risolvere tutti questi problemi? 1 euro dato a un senzatetto non cambia la vita, ma ci dà solo l’illusione di essere più buoni: un’apparenza di bontà, dove il bene del povero senzatetto non viene fatto. Non buttatela lì dicendo che tanto il senzatetto non vuole lavorare. Può anche darsi che sia finito barbone per questo motivo, ma questo è un alibi semplicistico che vorrebbe metterci a posto la coscienza sul fatto che ce ne restiamo con le braccia in mano. E magari siamo noi stessi i primi a non aver voglia di lavorare, solo che noi lo stipendio riusciamo a rubarlo!

È del tutto inutile far sopravvivere le persone con un pezzo di pane. È la stessa cosa che faceva madre Teresa di Calcutta, che faceva sopravvivere le persone con una ciotola di riso fino alla loro morte. Della sua figura, ho discusso con molta critica nell’articolo “Più benessere, meno religione“. Nel nostro paese, purtroppo domina la mentalità cattolica della misericordia, ma non del benessere, bensì dello sfruttamento dei miserabili. E certo, è comodo così. Se le società progredisse, come spiego nell’articolo appena linkato, non si potrebbe più convertire facilmente le persone.