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L’onere della prova

C’è un comportamento sistematico e preconfezionato tipico dei ciarlatani. Che si tratti di chi millanta di saper leggere nel pensiero o di guarire la gente con un pendolo o ancora di riuscire a trovare l’acqua nel deserto con un pezzo di legno, tutti hanno una caratteristica in comune: sfuggire all’onere della prova e ribaltarlo. Per intenderci, si tratta di un errato approcio che hanno anche gli avvocati che accusano: “Io ti accuso, quindi tu dimostra di non aver fatto ciò che io dico che invece hai fatto!” Infatti, molti avvocati non sono molto diversi dall’essere dei ciarlatani. L’onere della prova sta a chi afferma. Quindi, se uno dice di saper leggere nel pensiero, deve dare le prove per dimostrare le sue capacità. Ed è proprio per questo che è stato istituito il CICAP, che secondo i ciarlatani è addirittura un’organizzazione inquisitoria: un concetto piuttosto distorto di inquisizione, direi…

Lo shaolin che buca il vetro con un ago

L’ispirazione per questo articolo mi è venuta da un episodio che, nel programma televisivo “Te l’avevo detto”, ha giustamente vinto il premio di miglior video. Cos’ha di particolare il nostro shaolin? Molto semplice. In apparenza, fa qualcosa di incredibile, quasi da risultare paranormale, cioè riesce a bucare un vetro con un ago e far scoppiare un palloncino posto oltre il vetro. Guardi il video e la sensazione che hai subito è qualcosa del tipo: “Ma che diavolo è successo?” Quello che sembra paranormale non lo è, ma è una tecnica appresa con ben 15 anni di esercizio. Decisamente non una cosa da poco. Eppure il principio fisico è… quasi banale! Come riesce lo shaolin a bucare il vetro? Sfruttando la pressione dell’ago stesso sul vetro. Un ago, infatti, è molto appuntito. Pertanto, la superficie di pressione diminuisce e, diminuendo la superficie di pressione, aumenta la pressione stessa sull’area. Risultato? Dopo 15 anni di esercizio, il nostro eroe shaolin riesce a bucare il vetro con un ago, facendo passare quest’ultimo dall’altra parte del vetro e scoppiando un palloncino posto oltre il vetro. Incredibile? No, fisica! Certo, l’esercizio è un altro paio di maniche… o di aghi!

L’onere della prova

Lo shaolin che ha bucato il vetro con l’ago, consapevole di avere davvero la dote esibita, non si è tirato indietro all’onere della prova e ha ripetuto l’esperimento con una videocamera ad alta velocità per capire cosa stesse succedendo, se fosse reale quanto visto. Cosa fanno i ciarlatani, invece? Si tirano indietro! Le scuse che usano sono di solito per ribaltare l’onere della prova sono le seguenti:

– ti accusano che sei chiuso mentalmente;
– scivolano via dicendo di andare tu a informarti.

Sono tutti tentativi di spostare altrove il discorso, di sviare, un po’ come fanno i prestigiatori (un prestigiatore NON è un mago!) che ti fanno vedere una cosa mentre ne stanno facendo un’altra di nascosto per compiere il trucco. Con il primo stratagemma, si difendono per risentimento. Con il secondo stratagemma, fanno invece perdere tempo e fatica alla controparte. Troppo comodo così: mentre loro impiegano due secondi a millantare una stronzata e se ne restano a bearsi, tu dovresti spendere un sacco di tempo ad “approfondire” su una cosa che, appunto, è una stronzata senza dimostrarti nulla? Ma per favore! Va detto che non tutti sono realmente dei ciarlatani. Alcuni sono “solo” dei deliranti, convinti di avere davvero dei poteri magici, ma tendenzialmente usano sempre i due metodi detti sopra per ribaltare l’onere della prova. Ma se uno sa di avere una determinata capacità, perché deve scappare all’onere della prova? Sarà allora per questo che il famoso milione di dollari messo in palio dallo sbugiardatore di ciarlatani James Randi non è ancora è stato riscosso da nessuno. In ogni caso, è intuibile la pericolosità, diretta o indiretta, di questi soggetti se non vengono opportunatamente controllati e tenuti a bada.

Onere della prova ed esistenza di Dio

Da notare che il ribaltamento dell’onere della prova, a volte, è usato anche in ambito religioso per contestare un ateo: “Io credo in Dio, so che esiste, sei tu che devi dimostrare che Dio non esiste!” Posizione assurda, più assurda che mai! Come si fa a dimostrare qualcosa che, per definizione, non esiste? Provarci sarebbe da stupidi, perché se qualcosa non esiste… non esiste! Il che dimostra quanta irrazionalità ci sia nella fede e nel credere in Dio. Un ateo non crede in Dio perché nulla nella vita gli fa pensare che esista Dio. Si può comprendere il credere in Dio all’epoca degli antichi romani o degli antichi greci, dove non esistevano le conoscenze scientifiche di oggi. Ma oggi, appunto, con le conoscenze che abbiamo, non ha senso credere in Dio. Come si può dire che un ladro è entrato in casa nostra se vediamo che tutto è a posto e non c’è nulla di concreto che ci faccia pensare a un ladro? Credere che sia entrato un ladro sarebbe da paranoici.

Attenzione alla credunoleria!
Giornalisti e ricerche (?) da budinocerebrati

L’illusione del naturale
La pericolosità della medicina alternativa

Come e quanto dormire bene

Partiamo dal quanto si deve dormire. È comune prassi consigliare di dormire 8 ore a notte, ma il discorso è decisamente più ampio e flessibile. Bisogna fare dei distinguo, perché le ore di sonno dipendono molto da genetica, età e attività giornaliera. Ad alcuni adulti sono necessarie 8 ore, mentre ad altri possono bastare intorno alle 7 ore. Mediamente, gli adulti dormono tra le 7 e le 8 ore a notte. Allargando un po’, potremmo dire dalle 7 alle 9 ore. Va inoltre precisato che le ore totali di sonno non bastano per poter identificare un vero e proprio disturbo del sonno. Esistono molti fattori e si deve valutare tutto il complesso dello stile di vita e della salute. Non è possibile dire, a priori, che uno ha disturbi del sonno se non dorme per 8 ore a notte. Ad esempio la stagionalità e la genetica sono due fattori che incidono sulla soggettiva quantità del sonno di cui si ha bisogno. In genere, chi ha disturbi di sonno, che si dorma tanto o poco, tende a dormire male. E sì, dimenticate pure strumenti come le fitness tracker che monitorano il sonno. Sono fuorvianti e non sono in grado di considerare le variabili personali, tanto che c’è chi ha coniato, per chi usa questi tracker, il termine ortosonnia (ossessione per il sonno perfetto, in analogia con l’ortoressia). Quindi? Quindi, non è possibile stabilire a priori le ore di cui si ha bisogno. Occorre sperimentare un po’ e verificare quante sono le ore necessarie per non avere abbiocchi ed essere performanti. Alcuni possono benissimo dormire per appena 7 ore, mentre altri, ad esempio chi si allena molto, potrebbero aver bisogno di 9 ore! Purtroppo, è anche vero che i disturbi del sonno non sono molto studiati o lo sono con superficialità. La cosa è dimostrata dal fatto che i medici, spesso, non sanno che pesci pigliare su questi disturbi. E non trovando una terapia efficace, finiscono per somministrare farmaci con troppa facilità. E i farmaci non sono la soluzione giusta per l’insonnia, tranne che in alcuni specifici casi. Vedremo più avanti alcune indicazioni per la corretta igiene del sonno.

Le fasi del sonno

Il sonno è diviso in cicli che durano all’incirca 70-90 minuti. Ogni ciclo è formato da 4 fasi non-REM e dalla fase REM (Rapid Eye Movement). Sia il sonno non-REM che il sonno REM sono molto importanti per l’organismo, quindi cercare di forzarli come fanno alcune teorie alternative è fortemente dannoso. Il sonno REM, quello che conosciamo per i sogni che ricordiamo, rappresenta circa 1/4 del sonno totale. Al termine di ogni ciclo, che vanno da 4 a 6, è possibile avere momenti di veglia.

Sonno polifasico e bifasico

Ultimamente, si sta diffondendo la “moda” del sonno polifasico cioè, per intenderci, il dormire a “spezzoni” di poche ore. A prescindere dal fatto che nella pratica è un tipo di sonno non perseguibile nella normale routine quotidiana (mica si può dire, durante un film, che si deve fare il pisolino!), non ci sono fondamenti scientifici sul sonno polifasico. Nessuno studio serio ha dimostrato la validità del sonno polifasico rispetto a un sonno normale. Sono tutte teorie alternative che, se non intaccano la salute, lo fanno in termini di socialità e routine. Il sonno polifasico è tipico dei neonati, che dormono 14-17 ore suddivise in più momenti. L’efficacia di queste teorie alternative (ce ne sono a bizzeffe, ognuna più pericolosa dell’altra) è sostenuta esclusivamente da chi le promuove. E ovviamente, chissà perché nessuno di loro fa sport in modo veramente ottimale (cioè no jogging, ma allenamenti seri di qualità!). Ci sarà sempre chi dice che si trova bene, è normale, visto che c’è pure chi fuma e campa 90 anni… ma non credo che uno con sale in zucca consiglierebbe di fumare!

Voglio considerare anche il sonno bifasico. Effettivamente, una volta si dormiva davvero in due parti, con un intervallo nel corso della notte prima di riprendere a dormire fino al mattino. Ma questa era una necessità, perché durante la notte era necessario svolgere alcune mansioni o sorvegliare. Il sonno bifasico, ben diverso da quello polifasico, aveva uno scopo pratico che garantiva la sopravvivenza dell’uomo. Esistono molte testimonianze storiche sul sonno bifasico e la società dell’epoca funzionava bene così. Ovviamente, all’epoca non si usava il termine “bifasico”. Ma si sa, spesso gli alternativi tendono a dare interpretazioni singolari per apparire i guru di turno. Io non sono contro il sonno bifasico che, anzi, per alcuni è una buona soluzione. Come detto, nel passato era normale dormire in due spezzoni. Non è errato dire che il sonno continuativo di 7-8 ore è una cosa moderna! Tuttavia, bisogna stare attenti ai guru che si diffondono sempre di più e propongono metodi che non fanno bene alla salute. Inoltre, il sonno bifasico non dev’essere la pezza per rimediare a un cattivo sonno di notte.

Per chi non fosse convinto che le teorie alternative sono da abbandonare, sappiate che:

il cattivo o insufficiente sonno favorisce l’intolleranza agli zuccheri, riduce la sintesi del glicogeno (vale per gli sportivi), abbassa il metabolismo e fa aumentare di peso.

Come fare?

Ci sono tre regole molto pratiche per avere un corretto sonno:

1) occorre dormire in base a quanto serve per le attività giornaliere;
2) dormire sempre le stesse ore ogni giorno;
3) andare a dormire alla stessa ora e svegliarsi alla stessa ora ogni giorno.

Cosa vogliono dire le tre regole? Che non è normale che una persona sedentaria, con lavoro d’ufficio, dorma 10 ore, così come chi ha una giornata molto impegnativa avrà crolli di salute se dorme per 5 ore a notte. E questo pur considerando la soggettività di ognuno. Probabilmente, è proprio per questo che in molti non riescono a evitare gli abbiocchi a lavoro o gli occhi che cadono sul banco di scuola. Se si è abituati a dormire per 10 ore, psicologicamente si è portati ad aver sempre bisogno di dormire, direi sostanzialmente per mancanza di stimoli e oggetti d’amore. Allo stesso modo, se la sera prima siamo stati in discoteca fino alle 3 del mattino, non è una sorpresa se tornare a scuola o al lavoro diventa un dramma. Prendere a modello personaggi storici o uscirsene con frasi come “se non dormo 10 ore, rimango stanco tutto il giorno” non ha alcun pregio. Noto spesso la tendenza a sovrastimare le ore necessarie di sonno e, per contro, altri dormono troppo poco.

Va però detto che, effettivamente, ci sono fasce di età in cui c’è più bisogno di sonno. I bambini possono fare la pennichella del pomeriggio, mentre gli adolescenti dormono in media un’ora in più degli adulti. Da adulti, appunto, ci si stabilizza a 7-8 ore. Attenzione, non è una giustificazione a presentarsi come degli zombie a scuola. È invece meglio abituarsi a non tirare troppo tardi, mantenendo uno stile di vita corretto anziché passare la nottata a giocare ai videogame come purtroppo va di “moda” oggigiorno. E questo vale anche per chi è maggiorenne, ovviamente. Se uno passa il sabato sera a sballarsi in discoteca, passerà la domenica con il mal di testa e il lunedì sarà ancora un mezzo catorcio: un comportamento non di certo da intelligenti né da responsabili.

Per quanto riguarda gli anziani, essi lamentano spesso di dormire meno, ma la verità è che i disturbi di sonno sono quasi sempre legati a un cattivo stile di vita. Chi fa costantemente sport, infatti, tende sempre a mantenere le stesse ore di sonno anche in vecchiaia, magari davvero un po’ meno ma non le 5-6 ore che dicono alcuni. È più probabile che, giunta la pensione, l’anziano (o vecchio?) perda gli stimoli e abbia una “giornata” allungata (come i cavernicoli…) in cui dorme in due o più fasi, con i relativi problemi di salute e disorientamento. Esattamente come chi passa tutto il giorno davanti ai videogiochi. Il discorso è quindi sotto l’aspetto esistenziale, tant’è vero che molti di questi soggetti pensionati finiscono poi per addormentarsi con la TV proprio perché non hanno nulla da amare che li tenga in piedi per 16 ore di fila. In sostanza è un vero e proprio disturbo, che affonda le radici nella personalità.

Molti non riescono a seguire le 3 regole perché vivono sotto stress, ansia, a orari sregolati dove mangiano a caso e quando capita, senza avere una precisa routine quotidiana. Inoltre magari eccedono con gli alcolici, si mettono a giocare al cellulare o al computer quando in teoria si avvicina l’ora di dormire o ancora bevono caffè o aperitivi in serata. Ecco, tutte queste abitudini sono da bandire. È veramente incredibile come ci sia tantissima gente con una cattiva igiene del sonno a causa di un pessimo stile di vita.

Vita da nottambuli o da sregolati?

Dalla regola 3 che abbiamo riportato a inizio articolo e da quanto detto nell’ultima frase qui sopra sul riuscire a seguire le 3 regole, intuiamo che l’usanza per cui si deve necessariamente dormire di notte è un mito e ha motivazioni di regole sociali ormai radicate e non necessariamente a torto. Se così non fosse, non esisterebbero lavori con turni notturni e in Norvegia si dovrebbe dormire quasi tutto il giorno nei mesi invernali! Ma se tutto dipendesse solo dalla luce, come mai in Norvegia dormono quanto noi e seguono ritmi sociali simili ai nostri? D’accordo, loro cenano alle 18:00, ma tra le 18:00 degli scandinavi e le 19:00 dei lombardi non mi pare che ci siano 6 ore di differenza come tra Milano e New York. Esistono diversi meccanismi che mettono in moto o alterano il ciclo veglia-sonno, come ad esempio il lavoro, lo sport, le riunioni sociali, ma anche, sì, come dicono alcuni, gli elettronici e la TV. Se non ne siete convinti, alcuni studi hanno verificato che, in assenza di stimoli che facciano capire che ora è, il ciclo circadiano (cioè la “giornata” totale) si attesta fino a una durata di 36 ore rispetto a 24-25 ore. È una reazione naturale e spontanea, perché il cervello conserva dei feedback e reagisce di conseguenza, diciamo che “sa”. Se questo feedback manca, si sballa tutto. Una “giornata” di 36 ore è tipica di chi vive nelle caverne o, nei tempi moderni, non esce di casa e si rintana in camera a giocare ai videogame. E per vivere in salute e felici, è necessario avere stimoli, oggetti d’amore e passioni. Se i vostri figli devono andare a scuola, ma li vedete tirare tardi stando al computer, preoccupatevi.

Ma a proposito, i popoli scandinavi sono tra i paesi più felici al mondo. Evidentemente la teoria per cui la carenza di luce porta alla depressione e al suicidio è una leggenda metropolitana. Giappone e Corea del Sud sì che hanno un altissimo tasso di suicidio, non gli scandinavi. Guarda caso, Giappone e Corea del Sud hanno la cosiddetta cultura dell’ammazzarsi di lavoro, mentre gli scandinavi lavorano poco (vedi “Sì al reddito di benessere universale!“). Prima di correre il rischio dire cavolate, quindi, informatevi! È interessante notare come i paesi dove si dorme meno sono anche quelli con un preoccupante ed elevato tasso di suicidio: Giappone e Sud Corea.

Insomma, non c’entra un bel nulla quando si va a dormire, se di giorno o di notte. E non è solo, semplicisticamente, un discorso di luce solare. Come se, avendo 16 ore da svegli, possiamo prendere il sole solo svegliandoci alle sette del mattino. Certo, se uno si sveglia e non fa altro che giocare ai videogame e non esce mai di casa è un altro discorso, ma allora questo vale a prescindere dalla sveglia alle sette del mattino piuttosto che di sera. Quello che conta è dormire quanto ci serve, mantenendo sempre le stesse ore e la stessa regolarità. Non cambia niente se andiamo a dormire alle 22:00 e ci svegliamo alle 6:00 rispetto all’andare a dormire alle 6:00 e svegliarci alle 14:00. Non a caso, di recente hanno dato la definizione dei cronotipi “gufo” e “allodola”, cioè rispettivamente soggetti che “naturalmente” vanno a dormire 2 ore dopo e 2 ore prima della media. Ma la media rispetto a chi e a che cosa? Parliamo di un contadino che si sveglia con le galline, di uno studente o di un barista che rimane a servire fino a tardi? Sono tutti stili di vita diversi! Capirete che il discorso è decisamente molto vago, soggettivo, improntato su regole e abitudini sociali che variano da paese a paese o tra regione e regione (pensiamo ad esempio tra il nord e il sud dell’Italia o tra Svezia e Spagna!). Per non dire poi di chi definisce i cronotipi “dodo”, “rondone”, “colibrì”, cioè in pratica tutti gli animali del pianeta, compresi quelli estinti e quelli che devono ancora evolversi! I  “gufi” sono in realtà statisticamente 2/10 della popolazione, cioè il doppio delle “allodole”. Gli altri si attestano in una condizione intermedia. Insomma, se le ore di sonno sono giuste e si continua a mantenere questa regolarità, non si sbaglia.

Esistono studi dove viene fatto notare che i nottambuli sono più reattivi dopo 10 ore e mezza dal risveglio rispetto ai mattinieri, a patto di dormire le ore giuste, mentre a 90′ di distanza dal risveglio la reattività è la stessa. Sono solo correlazioni, ma sufficienti per dimostrare che non è questione di mattinieri o nottambuli, bensì di avere una regolarità quotidiana. Il motivo per cui si dorme di notte è semplicemente legato a un fatto di socialità, che permette le normali attività di giorno. Il problema è che in pochi riescono a mantenere regolarità anche per quanto riguarda i turni di lavoro. Anni fa, infatti, avevo fatto un lavoro che prevedeva di fare tre tipi di turni di lavoro a rotazione per i lavoratori: 6:00-14:00, 14:00-22:00 e 22:00-6:00. È ovvio che, per quanto non sia una missione impossibile gestirsi, dal punto di vista di uno stile di vita corretto non è il massimo per l’organismo e la salute… e non è un caso che proprio molti di questi lavoratori turnisti sperimentano disturbi del sonno. Ciò che frega i lavoratori turnisti non è quindi il dover lavorare in orari socialmente diversi, quanto piuttosto il fatto che non viene perseguita una continua regolarità. In quanti possono dire di seguire gli stessi ritmi e gli stessi orari, senza avere “periodi” di stress e ansia dove gli orari vengono stravolti, senza i fine settimana in discoteca che sballano tutto? Semmai, sulla regola 2) potete considerare un margine tollerabile (tipo mezz’ora), senza essere troppo fiscali: ci sta! Ma se fate 5 ore in settimana, vi addormentate al pomeriggio quando vi capita e poi crollate al fine settimana fino a mezzogiorno è il caso di correre ai ripari. Chi si sballa al sabato sera vive un vero e proprio jet-lag che dura fino al lunedì e poi nei giorni feriali si rimane in debito di sonno. La regolarità è importante e chi si sballa al sabato sera si comporta da stupido!

Il problema non è essere nottambuli. Non esiste una vera dimostrazione scientifica per cui “scambiare” la notte e il giorno faccia davvero male. Al più è vero che si hanno difficoltà nelle abitudini sociali, ma se uno fa il lavoro di notte o il panettiere dove sta il problema? Il problema in realtà sta nel non avere delle regolari abitudini. Come detto, se vedete che i vostri figli tirano tardi a giocare ai videogame o saltano i pasti, allora sì, preoccupatevi. È qui che le cose non sono normali, che non vanno bene. Non è normale che chi deve andare a scuola rimanga fino a tarda notte a giocare ai videogame o al computer o allo smartphone, svegliandosi poi presto e saltando la colazione perché “non hanno tempo” (vai a dormire prima e vedi che il tempo per fare colazione ce l’hai!).

Leggi anche “Essere nottambuli fa male?

Il sonno nello sportivo

Lo sport è un’attività molto importante per riuscire a dormire bene. Tuttavia, come dico sempre, bisogna capire come. Una regolare attività sportiva concilia bene il sonno, lo migliora, ma non va fatto a distanza ravvicinata dal sonno. Ho quindi dedicato un articolo apposito, cioè “Sonno, attività sportiva e allenamento“. Se proprio uno soffre di grave e debilitante insonnia, potete cercare di spostare l’allenamento al mattino o al pomeriggio, verificando se però non si tratti di uno stress gestibile cambiando lo stile di vita.

I disturbi del sonno

Per chi dovesse sperimentare disturbi del sonno, se la situazione non è grave e non richiede la presenza di un medico, seguite queste importanti regole per un sonno migliore e ristoratore:

– no alla TV in camera e all’uso del cellulare o del computer prima di coricarsi;
– spegnete ogni luce e create un ambiente silenzioso (al più usate dei tappi per le orecchie se abitate in centri trafficati…);
– mantenete la camera da letto sufficientemente al fresco in estate e sufficientemente al caldo in inverno (diciamo sui 18 °C);
– adoperate letti comodi e ortopedici, con dei buoni materassi, e cambiate il materasso quando è troppo usurato (il materasso non dura tutta la vita!);
– indossate abiti comodi o addirittura dormite in biancheria se fa troppo caldo;
– non abbuffatevi ed evitate cibi troppo speziati, troppo salati o troppo piccanti;
– specularmente al punto sopra, non andate a dormire mangiando troppo poco o addirittura a digiuno;
– evitate di consumare tè, caffè, alcolici e sostanze simili alla caffeina (Red Bull, drink energy ecc) a poche ore dal riposo notturno (sappiate che l’emivita della caffeina dura anche 5 ore, quindi non si dovrebbe bere caffè dal tardo pomeriggi in poi);
– non fumate o smettete di fumare (per molti purtroppo non è così scontato);
– bandire l’abitudine della siesta (*) dopo il pranzo o, addirittura, il sonnellino “serotino” dopo cena prima del sonno notturno (tipico di chi si addormenta alla TV in divano…);
– se dovete fare il bagno o la doccia, fatelo almeno 3 ore prima di coricarvi;
– non coricatevi troppo presto e non poltrite a letto una volta svegli.

* Per inciso, il termine “siesta” in spagnolo non identifica la pennichella. La classica scena del messicano che fa la dormita pomeridiana non esiste e non esiste nemmeno in Spagna dormire al pomeriggio. In Spagna, la siesta identifica la pausa pranzo. Probabilmente, il mito dello spagnolo che si fa la dormita al pomeriggio nasce dal fatto che la loro pausa pranzo è più lunga. Ecco che allora diamo per scontato che loro ne approfittino per dormire, perché è ciò che faremmo noi italiani che siamo cronicamente in privazione di sonno. Nulla di più falso!

Le direttive possono sembrare banali, ma incredibilmente fidatevi che molte persone sballano tutto e dormono male. Faticano ad addormentarsi, continuano a rimanere assonnati in giornata o hanno bisogno di pisolini. Quindi, non sottovalutate i consigli appena dati! Seguendo le indicazioni date, in teoria vi dovreste addormentare entro al massimo 30′.

Tutto questo fermo restando di non compiere attività impegnative e stimolanti quando si avvicina l’ora di dormire. Non studiate, non lavorate, non giocate al computer ecc. E assolutamente da bandire qualunque ricorso a farmaci o sonniferi, a meno che non vi sia una concreta necessità. Se soffrite di stress, imparate ad affrontare le situazioni e le difficoltà, anziché cercare di rimediare con sonniferi o benzodiazepine. Se desiderate, leggete un libro leggero prima di andare a dormire o, se volete guardare la TV, scegliete programmi che non mantengano alta l’adrenalina. Un film d’azione prima di andare a dormire può non essere una buona idea se ne siete suscettibili, poiché il cervello percepisce uno stato di allerta e l’organismo rimane attivato quando invece deve dormire. Un film tranquillo e rilassante, invece, può funzionare. Quanto detto, ovviamente, vale anche per lavoro, studio o discussioni delicate. E, ripeto, niente videogame, che è uno dei peggiori modi per rilassarsi. Nel caso, spegnete TV ed elettronici un’ora prima di coricarvi, ripiegando su una lettura leggera. Prendetevi, con calma, il giusto tempo per addormentarvi e non scattate bruscamente dal letto al risveglio (l’importante è non poltrire!).

Alcol
Gli alcolici non vanno consumati prima di dormire. Quello del bicchiere di vino che aiuta a dormire è solo un falso mito. Funziona a breve termine e poi vi ritrovate con gli occhi sbarrati o il sonno disturbato. Una volta che l’alcol è stato smaltito, a meno di non essere ubriachi da svenire (cosa da stupidi), l’organismo rimane eccitato, come se fosse in astinenza. Quindi, non bevete alcolici quando si avvicina l’ora di coricarvi. Se volete bere un alcolico, fatelo prima, ma solo se non è previsto un allenamento o se non si deve lavorare o guidare. Cercate di evitare gli alcolici dal tardo pomeriggio in poi. La birra al pub con gli amici, intendo quella del dopocena, può essere una piacevole abitudine, ma non se avete problemi di sonno. Nei casi di alcolismo, l’alcol può portare a una vera e propria insonnia, in particolare quando ci si astiene (e infatti, l’alcolista torna a bere anche per questo!).

La pennichella
La classica dormita breve post-pranzo è da bandire perché, nonostante la si voglia vedere come “integrazione” delle mancate ore di sonno dalla notte precedente, nella pratica si finisce per sprecare più tempo rispetto a una tirata unica. Ci si ritrova a doversi organizzare su come poter dedicare il momento per recuperare quelle ore di sonno che mancano. Tutto questo toglie tempo prezioso e induce a difficoltà pratiche. Il fatto contraddice, di nuovo, tutte le teorie alternative sul sonno polifasico che farebbero risparmiare ore di sonno (come se fosse un gioco al risparmio, tra l’altro…). C’è ancora chi vorrebbe salvare la pennichella post-prandiale per assecondare la parte più debosciata della popolazione, quando invece l’esigenza di farsi il riposino dopo pranzo è solo la testimonianza della più totale inefficienza fisica di chi segue un cattivo stile di vita. Mentre tutti continuano a lavorare, chi si fa la pennichella ha “bisogno” di fermarsi per ripartire… il che non è decisamente una bella attrattiva! Se proprio non potete farne a meno, potete fare un breve sonnellino solamente dopo pranzo, mentre è da bandire negli altri orari (soprattutto quello “serotino” che rovina il normale riposo notturno!).

Regolarità
Il concetto di non coricarsi troppo presto e di non poltrire troppo a letto può sembrare banale, ma non lo è perché, facendo in questo modo, non si fa altro che alterare continuamente il ciclo di sonno-veglia. Per molti, appare più banale il non poltrire troppo a letto al risveglio, ma altrettanto fallimentare è coricarsi troppo presto nella speranza di svegliarsi prima. Come già detto, bisogna imparare ad essere regolari in base al proprio stile di vita senza dover mettere delle pezze qua e là.

Quanto detto finora vale per la popolazione in generale, che spesso sperimenta una cattiva igiene del sonno e ha routine malsane. Poi, se il disturbo è davvero serio, dovremo rivolgerci a un medico. In questo caso, le direttive risulteranno purtroppo di limitata efficacia, anche se non del tutto inutili. Anzi, è sempre bene seguire una precisa regolarità e impegnarsi a eliminare tutto ciò che di base altera il sonno. Nella maggioranza dei casi, c’è una situazione di stress alla base del cattivo sonno, quindi è una situazione gestibile con un corretto stile di vita. Se il disturbo è molto grave, si può optare per rieducazione cognitivo-comportamentale. I farmaci, come detto, devono essere considerati con estrema cautela e attenzione, perché rischiano di mantenere l’insonnia alla cessazione e proseguire il circolo vizioso.

Come risolvere l’insonnia?

L’insonnia può essere causata da diversi motivi. Fermo restando che cause gravi di ansia devono essere trattati in campo medico, ci sono due possibilità:

1) incapacità a mantenere gli orari;
2) eccitazione condizionata.

Il caso 1) è molto comune (vedi chi mangia sregolato, eccede con gli alcolici e sfasa al fine settimana). In tal caso, dovete abituarvi ad avere il coricamento e la sveglia sempre alla stessa ora. Fissatevi un orario per mettervi a letto e non sgarrate mai. Non importa se se finite per dormire meno passando ore a letto con occhi sbarrati. Fatelo, a meno che non stiate proprio sfasando tra il fuso dell’Australia e quello dell’Italia. Rimanete lì e alzatevi lo stesso a quell’ora. Può sembrare una rottura, ma l’obiettivo è rieducare il corpo e il cervello a non rimanere attivo in quella fase. Ma non fate assolutamente sonnellini nella giornata! I sonnellini diurni sono vietati! Insistete facendo così per il tempo necessario, diciamo anche per 2-3 settimane, e solo in seguito si può pensare di rivolgersi a un medico. Non sgarrate mai e non fate mai pisolini, così da dare modo all’organismo di recepire la nuova routine. Dovete tenervi impegnati con oggetti d’amore e, infatti, è anche per questo che in tanti si abbioccano… hanno una scarsa energia vitale!

Nel caso 2), è sempre importante rispettare gli orari e la routine. Quello che cambia è la causa e quindi, a parte il rispetto della routine, cambia l’approccio. In questo tipo di insonnia, il soggetto interpreta il letto come un momento di ansia o pensieri. Tante persone sono stanche, ma iniziano ad avere insonnia proprio quando si mettono a letto! Ecco perché si parla di eccitazione condizionata. Un consiglio importante, che può andare contro la logica, è quello di accettare l’insonnia e non frustrarsi. Non pensateci e fate come se non soffriste di insonnia. Può sembrare facile a dirsi, ma in realtà ci si accorgerà che non è così difficile. È importante non alimentare l’ansia, altrimenti non se ne viene fuori. Questo tipo di insonnia può richiedere l’aiuto di un medico, perché c’è un fattore psicologico scatenante che, se particolarmente grave, può essere risolto solo rivolgendosi a uno specialista. Una cosa è sicura: tentare di dormire a tutti i costi è sbagliato e peggiora la situazione. Mettetevi a letto solo per il tempo in cui siete sicuri di dormire, altrimenti alzatevi e fate altro, senza mai tornarci per null’altro che non sia dormire. E, ovviamente, anche se richiede uno sforzo non minimale, evitate i sonnellini durante il giorno! Ingegnatevi e arricchite gli orari di veglia con degli impegni. Nel frattempo, seguite una terapia combinata come quella di cui si è parlato prima. Inoltre, può essere utile tenere traccia delle abitudini tramite un diario.

Il ruolo dello stress, nell’igiene del sonno, è importante. Se siete sempre con la mente in allerta o vivete sotto stress, nell’organismo avrete alti livelli di cortisolo, che appunto alimenteranno l’insonnia. Così facendo, si scatena un circolo vizioso. Più siete sotto stress e più aumentano i livelli di cortisolo. E, rimanendo insonni, il cortisolo rimane in circolo perpetuando l’insonnia.

Le abbuffate di sonno del week-end

Da ultimo concludo chiarendo su quello che viene definito come debito di sonno. Molte persone hanno l’abitudine a recuperare il sonno carente nel fine settimana. In realtà, questa abitudine denota la scarsa capacità di gestione da parte del soggetto. Anziché tirare tardi in discoteca, meglio seguire uno stile di vita più equilibrato e andare a dormire prima per essere freschi al mattino per scuola o lavoro. Inoltre, chi al week-end dorme fino a mezzogiorno sperando di recuperare non recupera un bel niente. È come essere in sovrappeso: l’eccesso di fabbisogno calorico non si compensa con giornate di digiuno, anzi, sappiamo che questo fa più male che bene! Certo, abbuffarsi di sonno al sabato e alla domenica può dare quella sensazione di benessere, ma l’unico modo per recuperare il debito di sonno è imparare a seguire uno stile di vita corretto che permetta di dormire il giusto ogni giorno, seguendo la medesima routine e gli stessi orari. Sfasare al fine settimana per andare in discoteca non solo predispone ai disturbi del sonno, ma è anche un atteggiamento immaturo e poco intelligente.

Non è possibile recuperare il debito di sonno con una lunga dormita al fine settimana. Uno degli scopi del sonno è rigenerare l’organismo. Se avviene un debito di sonno, a mano a mano il cervello si “cannibalizza” per preservare l’equilibrio energetico. Vero, come detto, una dormita massiccia a fine settimana può dare una sensazione di benessere, ma è temporanea. Se in settimana si riprende a dormire poco e male, siamo punto e a capo e non risolviamo nulla. Possiamo dormire 7, 8 o anche 9 ore. Non importa, questo è soggettivo. L’importante è che la necessità fisiologica di sonno sia costante e, durante la giornata, venga mantenuta la routine.

Il banking sleep

Ho parlato del debito di sonno, ma volevo dire che il contrario delle abbuffate di sonno, effettivamente, funziona. È un metodo adottato da chi dev’essere sottoposto a performance in cui il sonno è limitato, come nel caso dei velisti o di chi corre per 24h. Come funziona? Diciamo che a parole è semplice, mentre in realtà ci vogliono buona volontà ed esperienza per riuscirci. Si cerca di accumulare il sonno in anticipo, prevedendo che, in quell’evento, dovremo rimanere svegli a lungo. A prescindere dal fatto che non è banale apprendere il metodo, notate la differenza con le abbuffate del week-end. Con il banking sleep, noi facciamo un periodo, più o meno lungo, in cui dormiamo di più. Nella situazione di chi crolla nel week-end, andiamo a forzare la resistenza al sonno durante la settimana, ma poi l’organismo finisce lo stesso per crollare. Quando ritorna il lunedì, siamo punto e a capo!

Considerazioni finali

Per concludere il discorso, come abbiamo potuto scoprire, spesso si sottovaluta l’importanza del sonno, protraendo cattive abitudini ed errati stili di vita. Tuttavia, il mondo del sonno non è così categorico e semplicistico. Non basta dire che bisogna dormire 8 ore e alzarsi al mattino presto. Possiamo adottare diversi tipi di strategie e diverse abitudini. Occorre avere una flessibilità e bisogna ascoltare le necessità dell’organismo, senza però seguire ritmi puramente sballati. Se individuate un’abitudine che vi fa dormire male, cambiatela (ad esempio, allenatevi al mattino o non bevete il caffè dopo la cena). Allo stesso modo, se individuate un’abitudine che vi fa dormire meglio, adottatela (vedi la tisana, un film o una lettura che ci rilassano). Magari avrà una funzione meramente psicologica, ma anche questo è un fattore importante.

Poisonous Shadows (Megadeth)

Canzone: Poisonous Shadows
Artista: Megadeth
Album: Dystopia (2016)

La canzone che voglio analizzare stavolta è molto bella quanto drammatica. Dave Mustaine (leader dei Megadeth, appunto) ha sempre questa sua peculiarità di parlare di un argomento specifico ma anche di lasciare una personale interpretazione all’ascoltatore. I suoi temi sono spesso molto forti, delicati, e Poisonous Shadows n’è la prova. Per inciso, adoro capolavori come i Rust in Peace o i Peace Sells dei tempi, ma ho preso una canzone da un album recente come prova del fatto che, seppur senza essere nel periodo “recordman” della propria carriera, se ci si mantiene bene e lontani dagli eccessi si è ancora molto ispirati. Per quanto riguarda Poisonous Shadows, la bellezza della canzone sta nel come Mustaine descrive l’oscurità dell’animo umano, afflitto dai propri demoni (“ombre velenose”), dai propri tormenti, dai propri errori e dalle incertezze. Il modo ossessivo con cui si ripetono le domande generano nell’ascoltare una inevitabile riflessione sulle parole dette, portandolo a cercare una consapevolezza di se stesso e sulla propria vita. E Dave lo fa con il suo consueto tono graffiante, ma allo stesso tempo sensibile e lontano dai tipici buonismi.

Testo

How much pain, do you need to feel
How much shame, do you have to conceal
There is no sunshine, just endless nights
Nobody’s there, nobody cares when you cry

Is it my face you see?
Do I haunt you in your sleep?
On your hands and knees when you crawl
Through your nightmares

When there’s no more grace
Does your heartbeat start to race?
Crawling everywhere in the dark
Poisonous shadows

How many secrets, do you keep inside?
How many sins, do you have to hide?
The haunting masses, have blackened the sun
You’ll pay for everything you’ve done
One by one

Is it my face you see?
Do I mock you in your sleep?
On your hands and knees when you crawl
Through your nightmares

When there’s no more grace
Does your heartbeat start to race?
Crawling everywhere in the dark
Poisonous shadows

Is it my face you see?
Do I haunt you in your sleep?
On your hands and knees when you crawl
Through your nightmares

When there’s no more grace
Does your heartbeat start to race?
Crawling everywhere in the dark
Poisonous shadows

Is it my face you see?
Do I haunt you in your sleep?
On your hands and knees when you crawl
Through your nightmares
When there’s no more grace
Does your heartbeat start to race?
Crawling everywhere in the dark
Poisonous shadows
(It’s like I woke up and she was right there
You know, I can almost touch her
Although she’s been gone for years now
I can feel her
I can feel her watching me)

Auto a metano, a benzina… o ibrida?

Ultimamente, si parla molto di alternative come il metano e l’elettrico al posto delle comuni auto a benzina. Poiché i distributori a metano sono comunque, per quanto non capillari come i benzinai classici, più a maggior portata del consumatore, il metano è la scelta di punta per molti. Spesso la motivazione è un mix di rispetto per l’ambiente e la convenienza economica del gas in questione. In tanti sfruttano anche gli incentivi statali, ma va chiarito subito questo aspetto. Il governo non è stupido. Con la scusa dell’aria pulita, del traffico e dell’ambiente, auto ecosostenibili sono incentivate dal governo. Peccato che la maggior parte della clientela rimanga sempre per la benzina. Se tale maggioranza fosse dirottata al metano, fidatevi che il governo non si farà problemi non solo a togliere gli incentivi, ma a tassare il metano. Quindi la scelta di ripiegare sul metano per gli incentivi statali non è molto forte. Come valutare, dunque, la scelta tra metano e benzina?

Metano vs benzina

L’errore di molti è quello di valutare la scelta in base al costo del carburante, ignorando gli altri costi che sono di: assicurazione, bollo, usura, controlli ecc. Sorprendentemente, ci si accorge che il costo del carburante, quando si tratta di motore a benzina, influisce solo per una parte. Questo considerando un utilizzo “medio” su percorsi quotidiani di casa-lavoro e spesa, più ogni tanto qualche viaggio medio-lungo con l’allegra famiglia. Il contro di un’auto a benzina è il maggior costo del carburante. Con un litro di benzina, si fanno decisamente meno km rispetto a 1 kg di metano. Il punto è che il metano perde tutto il vantaggio nell’affidabilità, che non è elevata rispetto a un motore a benzina il quale, se di qualità, può anche fare 350000 km, ovvero, per lo stesso chilometraggio considerato poco sopra, parliamo di 20 anni di vita. Oltre al fatto che, a parità di condizioni, un’auto a metano è un po’ più costosa alla base per via del tipo di impianto. L’inaffidabilità del metano non si vede nel breve termine, ma nel lungo periodo. È inutile risparmiare in carburante per i primi anni e poi dover riparare o cambiare la testata. Il risparmio economico va dunque a farsi benedire se, ad esempio, dopo 100000 km devo rifare la testata. Il discorso ambientale può essere eticamente comprensibile, ma personalmente ritengo che non abbia senso se l’etica mi penalizza la qualità della vita. La mia non è una campagna alla Trump contro il metano. Il metano è una buona scelta se il chilometraggio annuo è elevato, diciamo superiore ai 25000 km almeno, cioè all’incirca 70 km in media al giorno. L’utente medio automobilistico, compreso chi fa ogni tanto dei viaggi in macchina, non arriva a percorrere così tanti chilometri quotidianamente. È lo stesso tipo di ragionamento che si faceva diversi anni fa tra benzina e diesel, quest’ultimo che pure ha dei costi di gestione e manutenzione maggiori rispetto alla benzina!

Facciamo due conti per verificare che è vero che il metano conviene quanti più chilometri si macinano all’anno. Standardizziamo i costi per bollo, assicurazione e normale usura in un costo mensile di 200 euro sia per un’auto a metano che per un’auto a benzina. Il tragitto casa-lavoro è di 30 km tra andata e ritorno. Più ogni tanto la spesa e qualche viaggetto possiamo stabilire una media annua di 15 mila km. Quanto ci costa la benzina? Anche ammesso che costi tanto, 1.90 €/l, in benzina spendiamo 6.30 € al giorno (considerando un consumo di 8 l/100 km). Al mese quindi abbiamo 389 € da spendere per la macchina. Se avessimo un’auto a metano, spenderemmo invece circa 1.20 € al giorno, quindi 236 € al mese. Tuttavia, le recenti normative europee prevedono che le auto a metano debbano essere revisionate ogni quattro anni. La revisione non è di solito mai inferiore ai 120 euro e per un impianto da 4-5 bombole si può arrivare a un costo di 350-450 euro. Non solo, dopo 100000 km è molto probabile che si debba rifare la testata e sono altri ALMENO 1200-2000 euro. In alcuni casi, la testata cede molto prima di 100000 km. E se se si deve cambiare la bombola? Insomma, con i conti si finisce per scoprire che, per il normale utente che fa casa-lavoro, spesa e qualche viaggio ogni tanto la soluzione tra metano e benzina è la benzina. Capisco la sorpresa e l’accusa di peccare in etica ambientale, ma la matematica non è un’opinione, anzi, probabilmente un utente standard è proprio scegliendo il metano che danneggia l’ambiente! O forse che le bombole e le testate difettose o da rifare non si debbano smaltire in qualche modo? Il discorso cambia radicalmente quando si aumenta il chilometraggio. In questo caso, il costo di manutenzione e della revisione per l’impianto a metano viene ampiamente ammortizzato dal costo del carburante più economico, mentre è l’auto a benzina a perdere tutti i vantaggi di affidabilità a causa del costo maggiore della benzina. Inoltre, ammettiamolo, al giorno d’oggi con i voli low-cost ha anche poco senso fare un viaggio di 1000 km in macchina come si faceva 20 anni fa. Trovo sinceramente inutile spendere una giornata intera in macchina quando potrei essere a Parigi nel tempo massimo di 4-5 ore tra attese, navette ecc. E per fare Milano-Roma o Milano-Firenze, per rimanere in territorio nazionale, esiste ormai la soluzione Italo rispetto ai costosissimi Frecciarossa. Sono pur sempre delle “eccezioni” e anche il tempo, si sa, è considerato denaro. Quindi di fatto l’auto permette un utilizzo di pochi km giornalieri o quello di lavoratori che ogni giorno devono spostarsi molto, e solo nel secondo caso si può pensare al metano. Il concetto è: imparate a scegliere quantificando in numeri, non con i “viva il metano” piuttosto che i “viva il benzina” a prescindere!

E il prezzo della macchina?

Naturalmente, ai costi detti occorre aggiungere quello della macchina alla base. Acquistare un’auto da 30 mila euro e che ha un motore che potenzialmente dura 20 anni in base all’utilizzo vuol dire aggiungere 125 euro in più ogni mese. È un costo che va necessariamente calcolato e che fa aumentare la spesa per la macchina non di poco. A questo punto, a molti converrebbe riabilitare i cari e vecchi mezzi pubblici, sempre così cronicamente carenti e in ritardo…

La soluzione ibrida

Vale la pena citare l’auto ibrida come soluzione. Il vantaggio dell’auto ibrida è proprio quella di sfruttare la doppia alimentazione benzina + elettrico. In questo modo, l’auto “intelligentemente” sa come basare i consumi sfruttando le due tipologie di energia. Le auto ibride di ultima generazione, a differenza di quelle solamente elettriche, non hanno bisogno di essere ricaricate alla colonnina (e su questa cosa ci stanno marciando approfittandosi del consumatore che viene lobotomizzato dalla propaganda ambientale che di ambientale non ha invece nulla!), ma recuperano energia già in moto o nelle fasi di decelerazione. Si tratta di un sistema molto sofisticato e intelligente, ma che nella pratica funziona alla grande. Non importa se il tragitto dura 1000 km o 100 km, con l’ibrida non si rischia mai di rimanere a batterie scariche, fattore di non poco conto rispetto alle auto solamente elettriche. A mio avviso, questa è un’idea che non vale solo per le auto, ma in generale quando si tratta di forme di energia alternativa. Non ne esiste UNA sola da usare al posto dei combustibili fossili, ma ci vuole una sinergia di più forme di energia dove c’è ancora anche il combustibile fossile. Per quanto riguarda le auto ibride, a parità di condizioni, il costo medio mensile sul carburante per il nostro consueto utente standard da casa-lavoro, spesa e saltuari viaggi è di poco superiore alla soluzione a metano, ma con l’abolizione dei costi di revisione e manutenzione del metano perché l’efficienza di un’auto ibrida è molto elevata, quasi “eterna”. Lo svantaggio? Il costo dell’auto, purtroppo nella maggior parte dei casi non accessibile (vedi la Tesa, un gran bel macchinone ma… voglio vedere chi ha i soldi!) e quindi occorre valutare come al solito attentamente nel fare i dovuti calcoli tra tutte le soluzioni esistenti. L’unico modello interessante e più abbordabile che c’è nel mercato è la Yaris Hybrid della Toyota. Certo, gli amanti dei motori potrebbero dire che l’efficienza ci sta, ma la guida di un’auto ibrida non è propriamente sportiva…

I somari nazionali, perché siamo allo sbando

Ho già discusso di come la televisione sia uno dei tanti modi per comprendere il mondo, se la si commisura correttamente, con spirito critico. E proprio con questo approcio mi è venuto da fare una riflessione dopo aver visto una puntata di Law & Order, nello spin-off Special Victims Unit. La protagonista della puntata era la Kathleen, la figlia adolescente del detective Stabler. Nella puntata, a Kathleen viene diagnosticato il disturbo di personalità bipolare, ma viene commesso un errore nella diagnosi (errore da parte degli autori, si intende). Kathleen non si comporta da bipolare, quanto piuttosto da borderline. Psichiatria in pillole: nel bipolarismo, si hanno fasi maniacali iperattive, di grande euforia, alternate a fasi di depressione. Il punto è che i comportamenti di Kathleen sono estremi, con uso di droga, furti e infrazioni (la si vede fare la doccia in una casa non sua e rubare una collana costosa), dipendenza da sesso. Il che descrive un disturbo di personalità borderline, come da traduzione letterale, non tanto bipolare pur essendo presenti dei tratti stessi di bipolarismo, ma nella puntata si dava rilievo ad altre manifestazioni cliniche. Ho sempre apprezzato la franchigia Law & Order (con i suoi due spin-off più la serie madre) per la sua verosimiglianza alla realtà, senza finti buonismi, ma con un’etica e la sensibilità nel trattare argomenti tosti, difficili. Stavolta però, va ammesso, la troupe di Dick Wolf (ideatore della franchigia) ha toppato.

Serie TV di somari per somari nazionali

Ma veniamo alla riflessione. Paragonando Law & Order e, in generale, un po’ tutte le serie crime straniere alle nostre serie di genere crime, queste ultime ne escono sconfitte in modo desolante. Perché un conto è l’impossibilità di essere perfetti. D’altronde, Dick Wolf & Co. non sono di certo degli psichiatri professionisti, ma raggiungono lo stesso un obiettivo di storie che, sinceramente, in alcuni casi non raggiungono la stessa incredulità della realtà (basterebbe leggere alcuni fatti di cronaca per accorgersene). Quando vedo una serie crime di produzione nazionale, noto questi aspetti:

– l’esaltazione della somarologia (*);
– la trasformazione di una serie crime in, di fatto, una soap opera.

* Detto così, può sembrare offensivo verso l’animale vero e proprio. Me ne scuso per il paragone. In effetti, l’asino, inteso come l’animale, è più che altro testardo e indubbiamente dal quoziente intellettivo maggiore rispetto a molti individui umani.

Cioè, ma davvero, da “Carabinieri” all’ispettore Coliandro, non si salva quasi nessuno. In tutte le serie crime italiane, in qualche modo si stuzzica il lato inibito dell’italiano medio, dall’attrazione dell’uomo di mezza età per la giovane adolescente o per la modella prosperosa ma oca. A questo punto, non sarebbe meglio trasmettere un film porno anziché fare la parte dei “perbene”? Le uscite “filosofiche” dei personaggi sono di una banalità allucinante e sembra che siano citazioni dal libretto dell’oroscopo o dal biglietto dei Perugina. Particolarmente ridicolo è poi quando queste pirlate provengono dal prete di turno o dal bambino ciocciotto stile figurino di mammà. No comment. Il problema è che le nostre serie sono così perché mediamente il pubblico italiano medio (e perdonate la ripetizione) è così. Tanto sono convinto che film buoni come Nuovo Cinema Paradiso o “La grande bellezza” siano limitati agli intenditori. Non offendetevi. È ovvio che non tutti siano messi così male. Si tratta di una statistica, che però non si può negare visto che, nelle ricerche, si constata che gli italiani hanno un grave problema di analfabetismo funzionale. Sinceramente, è preoccupante che le nostre forze d’ordine, che in teoria ci dovrebbero tutelare, siano così somari da non saper maneggiare nemmeno un computer o uno smartphone. Non ridete e non sminuite la cosa, perché poi questo handicap si ripercuote sulle indagini. Qualcuno ricorda il gran casino che hanno fatto per trovare l’assassino di Yara prendendo, in massa, il DNA dei cittadini della zona? Erano così allo sbando che hanno contattato cittadini su cittadini per avere delle corrispondenze. Non mi interessa se è stato davvero Bossetti o no, non è questo il senso. Ma se si arriva a fare una cosa del genere vuol dire brancolare proprio nel buio, non capirci assolutamente nulla. Abbiamo carabinieri e poliziotti così somari che lo stesso Law & Order ha indirettamente “deriso” questo censimento di DNA per trovare l’assassino di Yara. Nella serie, ovviamente non si fa ciò che è avvenuto in Italia perché lede i diritti di privacy del cittadino, indubbiamente il pensiero comune di tanti di coloro che si sono recati in caserma per farsi prelevare la saliva. Ma a noi sta benissimo così, perché se volessimo un reale cambiamento l’avremmo già fatto. L’importante è tornare a vedere la partita di calcio e fingere di aver vinto qualcosa immedesimandosi nella squadra del cuore o continuare a sbavare sulle ragazzine o sulle top model prosperose stile Fantozzi. Laurea in somarologia per tutti quanti.

Perché siamo un paese allo sbando

Dal discorso fatto finora, si capisce perché il nostro paese è allo sbando. Quando faccio delle critiche ed evidenzio caratteristiche comuni della popolazione, mi contestano che non devo generalizzare e che “non tutti sono così”. Altri invece negano e si arrabbiano senza alcun ritegno. Il problema è che metti un 2% qui, un 10% lì, un 5% là e hai fatto un paese statisticamente di dementi. È il classico esempio di chi non crede nell’astrologia, ma nella propria religione sì! Oppure è un pacifista, ma in casa comanda l’autoritarismo. Vediamo alcune personalità tipiche che continuano a mandare in rovina il paese. Non sono tutte, ma quelle che ritengo le principali. Ovviamente, tanti più caratteri si possiede, tanto più è grave. E quest’ultima condizione è purtroppo comunissima!

Inciviltà
Sicuramente uno dei più grossi problemi dell’Italia, ma ho approfondito meglio qui.

Giustizia fai da te e arte dell’arrangiarsi
Con la scusa che il sistema non funziona, che le forze dell’ordine non intervengono, l’italiano ha il brutto vizio di fare da sé. Ne ho discusso in questo articolo. Il punto è che non serve a nulla farsi giustizia da sé. Occorre invece impegnarsi fermamente per migliorare la sicurezza e le istituzioni. Altrimenti i nostri carabinieri continueranno a essere raffigurati come nelle nostrane serie TV.

Corruzione ed evasione fiscale
Qui in tanti concorderanno con me. Le tasse si devono pagare e servono per finanziare benefit e pensioni (vedi anche sulla flat tax, che è sbagliata). Attualmente, c’è un grado di corruzione allucinante nel nostro paese. Di fatto non si salva nessun politico e anche il tanto “virtuoso” M5S ha delle lacune. Benissimo, peccato che anche il piccolo cittadino sfrutti ogni occasione possibile per evadere le tasse. La scusa tipica è “tengo famiglia”. Nessuno ti vieta di farti una famiglia, ma bisogna capire che uno dovrebbe avere solo ciò che può permettersi! Se vuole quella cosa, che lavori e si impegni senza evadere le tasse! Attenzione al discorso della corruzione, però. Non pensate che la corruzione riguardi solo intascare soldi. Spesso, lo si fa per sete di potere o ambizione personale. Vedi Renzi, Berlusconi e molti leghisti. Se poi lo si fa anche per i soldi, abbiamo il peggio del peggio. Un esempio è quanto successo a Legnano, dove la corruzione riguardava lo scambi di voti e favori, le attività aggressive per indirizzare una politica o le opere pubbliche. Nel caso di Legnano, i soldi venivano presi o spesi per mantenere il potere, non per arricchirsi. E ci sono tantissime altre amministrazioni corrotte in questo modo, cioè non per cercare il mero profitto di soldi. Il vero problema è che tutti questi individui corrotti si dichiarano innocenti, perché nella nostra società si vede l’ambizione o il potere come una virtù. La vera virtù è la semplicità e il successo dev’essere conseguenza delle proprie capacità!

Violenza
Non siamo ai livelli degli americani, chiaro. O meglio, la nostra è una violenza differente, cioè quella del debole sui più deboli. Siamo tutti pronti a sparare contro il ladro, ma poi, rispetto agli americani, è già tanto se non riusciamo a spararci addosso con il rinculo della pistola. O i linciaggi, addirittura sportivi, di quando abbiamo già deciso come sono andate le cose e chi è il colpevole, e tutto questo su fatti di cui conosciamo solo una minima parte. Facciamo i chiacchieroni da bar, vogliamo fare noi la formazione, cacciare questo o quell’allenatore. Oppure vogliamo impiccare quello stupratore o assassino. Insomma, tutti episodi di violenza, rabbia e prepotenza che non fanno per niente bene. A questo, aggiungiamo la recente ondata di razzismo dovuta al problema dei migranti. E aggiungete ulteriormente che anche alcuni programmi televisivi istigano svariate forme di violenza e linciaggio e abbiamo un quadro davvero desolante della nostra società (vedi l’articolo “Scherzi… da dementi!“).

Credunoleria
Ho già discusso in questo articolo su quanto faccia male la credunoleria. Ce n’è di tutti i colori. Astrologia, teorie del complotto, vegecazzari. Noi italiani siamo afflitti da un grave problema di analfabetismo matematico, di cui le conseguenze sono gravi. Dai casi più piccoli come non sapere quale misura della padella scegliere a problemi via via maggiori come non saper gestire i propri soldi o il fallimento di aziende, incidenti come quelli della Costa Concordia ecc. Insomma, un paese di gente che non sa neanche più dividere 60 per 40 dove vuole andare? Ma no, figurati, tanto il vaccino provoca l’autismo! Per quanto riguarda la mancanza di mentalità scientifica, tuttavia, non darei la colpa solo alla gente. Ne ho discusso nell’articolo in cui spiego che, per imparare, bisogna divertirsi.

Fannulloni
Di solito li si chiama anche bamboccioni, ma in realtà è un’ampia categoria della popolazione. Sono quei tipici ragazzi che infatti magari lavorano eccome, ma lo fanno sempre alla sufficienza, scazzati, svogliati. Gente che quindi non ha particolari oggetti d’amore, al massimo delle blande passioni in un contesto di vita soft. Il danno che fanno al paese è quello di non essere efficienti, di non rendere al massimo, con conseguente spreco di soldi. È tutta gente che effettivamente dovrebbe essere cacciata via a pedate, motivo per cui è necessaria l’introduzione del reddito di benessere universale. Chi si lamenta degli immigrati che tolgono il posto di lavoro dovrebbe riflettere sul fatto che ci sono ragazzini mediocri o scansafatiche che lavorano da schifo, quindi gli immigrati non hanno nessuna colpa se non quella di lavorare meglio! I fannulloni spesso coincidono con la figura del neet, che appunto non è detto che sia uno che non lavora (anche le casalinghe a tempo pieno non lavorano!). Sono le persone passive, con cui al massimo puoi discutere di personaggi immaginari di serie televisive o videogame, con un bagaglio di studi appena sufficiente o addirittura non hanno nemmeno la maturità. Molti lavoratori, senza il lavoro, sarebbero a tutti gli effetti dei neet! E attenzione, non confondete il neet con il nerd. Il nerd infatti un qualche stimolo mentale ce l’ha. Il neet no, se si fa un esame della sua scatola cranica rischiamo di non trovare nemmeno la scimmia che suona i piatti come nella testa di Homer Simpson.

Colpa degli stranieri?

Gli stranieri sono spesso un capro espiatorio quando il paese non se la passa bene. Se è vero che l’immigrazione attuale è da cambiare, non si può dare la colpa agli stranieri per non guardare i propri difetti. La verità è che, come avviene anche nell’atletica, gli stranieri che si integrano, inizialmente derisi per la loro diversità, hanno più voglia dell’italiano medio che prende il diploma con la sufficienza risicata. Sì, lo so, ci sarà il leghista che parla di razzismo al contrario. Sono d’accordo, c’è sicuramente un razzismo al contrario da parte di alcuni buonisti. Ma cosa dire a una persona che non vuole fare lavori “umili” perché pretende di avere un posto di lavoro ben retribuito, ma senza avere le capacità adatte? Magari, quel posto è stato dato non a uno straniero, ma a un altro italiano che, evidentemente, ha avuto più voglia di fare. Abbiamo una generazione di giovani scema, ignorante e incapace. E questo non è colpa degli stranieri. Questi ultimi, facendosi furbi, si prendono semplicemente quei lavori ritenuti “umili” che gli italiani non vogliono fare. Non a caso, molti africani che si integrano, a volte prendono proprio i difetti degli italiani. Mi è capitato di andare a correre e sentirmi dare del “pazzo” (in modo comunque non cattivo, ma direi ingenuo) da alcuni bambini africani perché avevo finito velocemente il mio giro. E io che sono pure un lento tapascione. Ovviamente, Salvini dirà che sono gli italiani a dover fare più figli. Sì, peccato che, se i figli che facciamo vengono su tonti, allora preferisco quel meglio degli africani che lui disprezza. Ma capisco che dire che siamo un popolo di cretini non attiri voti e sia più semplice incolpare gli stranieri.

Come cacciare Salvini e i bambini a cui si negano le risposte
La tecnologia rende stupidi?
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Prima del governo, manca la civiltà dei singoli
Siamo ancora nel Medioevo?
So’ ragazzi… dementi!
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Untori, baby gang e “giornalismo” demenziale

Fai sport e mangia tanta pasta

Lo so, il titolo dell’articolo sa di clickbait. Ma scoprirete che la realtà non è molto lontana. Nel vademecum per la corretta alimentazione, la trattazione teorica sulla ripartizione dei macronutrienti ci ha permesso di comprendere che, nel sedentario, gran parte dell’energia è attinta dai grassi. I carboidrati, infatti, si attestano sul 45%, mentre il fabbisogno proteico è decisamente sovrastimato. Il fabbisogno proteico per un sedentario è pari al 15% delle calorie, convenzionalmente a 1 g di proteine per chilo di peso corporeo. Quindi, per un soggetto di 50 kg, sono 50 g, che in una dieta da puro sedentario (solo lavori d’ufficio e pochi spostamenti a piedi) diventano, appunto, il 15%. Quando si inizia a fare sport, cambia tutto. Vediamo in che modo.

Ah, una doverosa precisazione prima di proseguire. Non si fa sport per abbuffarsi, ma si mangia di più per poter fare sport in modo ottimale. E quest’ultimo concetto è assai diverso dal primo!

I macronutrienti per uno sportivo

Come cambia la ripartizione dei macronutrienti quando si inizia a fare sport? Beh, cambia tantissimo! Se noi consideriamo un normale sportivo amatore che segue anche un semplice programma per la salute, arriviamo a una ripartizione di macronutrienti del tipo 50% carboidrati, 20% proteine e 30% grassi. Solo che, rispetto a un sedentario, si consumano molte più calorie e quindi si possono mangiare molti più carboidrati. Una donna sedentaria (160 cm) con un fabbisogno di 1600 kcal ottiene il 45% di carboidrati, pari a 180 g. Se fa 4 ore di corsa a settimana, il fabbisogno calorico sale a 1900 kcal (il peso è più ottimizzato) e il 50% di carboidrati corrisponde a 80 g di pasta in più! Quindi, la differenza non è solo in termini percentuali, ma anche in assoluto. Poter mangiare 80-100 g di pasta in più al giorno non è poco, perché vale un primo piatto. Il sedentario incallito sminuirà, ma è ovvio che 400-500 kcal in più al giorno è meglio averle. Al sedentario incallito sembrano poche, ma provate a vedere cosa significa davvero concedersi un primo piatto in più al giorno. Significa che le tanto temute occasioni conviviali ce le possiamo godere senza sensi di colpa né ansie! Osservate e giudicate chi vive peggio (o meglio) il cibo a parità di condizioni. Provate a riflettere meglio su questo guadagno. È vero che andare a correre per almeno 3 volte a settimana richiede uno sforzo. Quanto pensate di guadagnare con le tisane o altre strategie da sedentari? Facendo sport, non brucerete solo più calorie, ma avrete anche un metabolismo migliore e, complessivamente, il dispendio calorico sarà elevato.

La mia personale soluzione è 50% carboidrati, 20% proteine e 30% grassi. Si può arrivare fino al 55% di carboidrati, ma bisogna guadagnarsi tutta questa pasta (e non è facile). Occorre evitare di abbuffarsi di carboidrati, perché la fame si sente e rischia di trasformarsi tutto in eccesso. Imparate a sfruttare la potenza lipidica (di cui ho parlato bene nell’articolo sul medio), in modo tale da essere più efficienti e subire meno i crolli. Insomma, è evidente, chi deve stare attento con i carboidrati è il sedentario. Questo spiega che la tipica ripartizione con il 60% di carboidrati della dieta mediterranea è sbagliata, poco saziante, e l’eccesso di carboidrati finisce comunque in grasso. Tuttavia, uno sportivo potrà mangiare più liberamente i carboidrati ad alto indice glicemico e in maggior quantità. Tanto più si fa sport, tanto più si devono assumere carboidrati. Non c’è bisogno di arrivare ai casi estremi dei maratoneti, gara salutisticamente controindicata, ma è anche bene capire che, per mangiare bene, occorre faticare non facendo la fame, bensì facendo sport! Lo sportivo non è che vuole abbuffarsi di pasta. No, questo è sbagliato, tant’è vero che dipendere troppo dai carboidrati non sviluppa l’uso dei grassi per migliorare le prestazioni. I carboidrati che lo sportivo assume sono una necessità e il godersi un bel piatto di carbonara è una piacevole conseguenza. Per comprendere come funziona la rigenerazione nello sport, leggete pure l’articolo “Alimentazione prima e dopo l’allenamento“.

Non temete i carboidrati!

Il concetto vero e importante di questo articolo è che, se uno è sportivo e segue uno stile di vita corretto (e il sedentario non ha uno stile di vita corretto!), non bisogna aver paura dei carboidrati. Essi rappresentano una forma pulita e pregiata di energia per l’organismo che si deve esprimere al top. Ancora troppo, troppo spesso si sentono assurdità incredibili, ad esempio che i carboidrati creano dipendenza, che i carboidrati fanno ingrassare. Ecco, no! Se siete sportivi, non abbiate paura dei carboidrati. Anzi, in termini di rigenerazione (post-allenamento), sono proprio quelli ad alto indice glicemico che devono essere preferiti. Assumere il giusto quantitativo di carboidrati ci fa avere le scorte di glicogeno belle piene. E averle belle piene ci porta a esprimerci al massimo. Se uno è sedentario, sta già sbagliando, e allora non è colpa dei carboidrati perché l’organismo umano, avendo degli arti, è fatto per muoversi. Ma appunto, la colpa non è dei carboidrati. Non sono loro il male ma, anzi, una bella “botta” di carboidrati ad alto indice glicemico dopo l’allenamento è ciò che ci vuole. Altrimenti, saremo in deficit e non avremo modo di fare bene il successivo allenamento. Purtroppo, ci sono anche alcuni grandi campioni che si lasciano comprare dai messaggi contro i carboidrati. Vedi Baldini che, in un video sponsorizzato dall’Enervit (ma dai?), propone una dieta tendente alla zona quando non ci si allena. Il discorso di Baldini (presumo dettato dallo sponsor) può funzionare per chi fa sport in modo sporadico e a basse intensità (le appena 2-3 volte a settimana dello sportivo del week-end), magari faticando a mantenere il peso a causa di una frequenza insufficiente. Ma per chi ha capito cos’è il vero sport e come praticarlo per essere davvero in salute è un’informazione fuorviante e dannosa.

La carenza di carboidrati si sente, perché se le riserve di glicogeno sono troppo scarse e non sono state ricaricate almeno a sufficienza, di solito ci si sente stanchi o affaticati. Le gambe sembrano non girare quando corriamo e fatichiamo ad accelerare anche se cerchiamo di comandarlo mentalmente. No, non dovete assumere integratori, ma capire che correre con scarse riserve di glicogeno fa questo effetto. E, manco a dirlo, si rischiano gli infortuni. I carboidrati non devono spaventare. Per me, ad esempio, dopo l’allenamento vuol dire mangiare anche 200 g di pasta per rigenerare il glicogeno. Il glicogeno speso (come può essere in un fondo progressivo) e il fabbisogno calorico totale giustificano un quantitativo così elevato di carboidrati (si intende DOPO l’allenamento!). Se vi allenate 3 volte, avrete i carboidrati più bassi. Se vi allenate 5 o 6 volte, li avrete più alti. Con 4 allenamenti, sarete più una via di mezzo. Va benissimo tutto. L’importante è che si comprenda che i carboidrati non sono un pericolo, bensì contribuiscono a ottenere una buona prestazione. In linea generale, una ripartizione del tipo 50-20-30 è corretta. Le differenze non sono mai notevoli come, ad esempio, con una low carb. Fidatevi che, se siete sportivi, 250 g di carboidrati per una donna che brucia 2000 kcal non sono pochi. Anche io, tante volte, ho difficoltà con i miei 300 g o giù di lì che rappresentano il 50%, perché bisogna sempre stare attenti a non esagerare con i grassi di condimento. Ecco, magari state attenti a non arrivare vuoti per le ripetute, ma è sufficiente seguire le regole per l’alimentazione sportiva (che ho linkato più su). Ora, non è che uno deve stare a fare i calcoli precisi, ma almeno possiamo dire, indicativamente, i carboidrati che ci servono.

Pertanto, sì, mi trovo d’accordo sul fatto che non contano solo i carboidrati. Conta anche assumere sempre un buon quantitativo di grassi per essere sazi e le proteine per la ricostituzione muscolare. Oltre al fatto che correre un po’ in deplezione, facendo un lento (no prove tirate!), abitua a non usare solo il glicogeno come fonte energetica, ottenendo così una maggior efficienza. Non si deve eccedere e questo vale per tutto. L’importante è che si capisca che i carboidrati non devono essere temuti e avere le scorte di glicogeno piene ci permette rendere al massimo. Intendo rendere al massimo per il nostro potenziale. Nella maggioranza dei casi, un quantitativo ragionevole di carboidrati è del 50%. Non occorre essere fiscali e precisi, però questi carboidrati ci vogliono. Per riassumere, vale sempre il famoso proverbio popolare:

né troppo né troppo poco.

Se trascuriamo l’assunzione corretta di carboidrati (senza eccedere), sicuramente la prestazione scadrà rispetto a quello che possiamo compiere. Allo stesso tempo, ricordatevi che è sempre importante allenare l’organismo a non dipendere troppo dai carboidrati. Ma non dipendere troppo dai carboidrati non vuol dire che non bisogna assumerli, passando da un estremo all’altro. Imparate a dare il carico glicidico per gli allenamenti più intensi, ma sfruttate anche il consumo dei grassi e il protein burning per quelli che non lo sono. Nel senso, dovete imparare a cavarvela senza avere sempre i carboidrati. I carboidrati faranno sempre la parte del leone. Semplicemente, chi attinge bene anche dai grassi e dalle proteine è più efficiente! Subisce meno cali se è in giornata meno fresca o non ha le scorte di glicogeno del tutto piene. Lo ribadisco, al fine di evitare che i concetti vengano stravolti o estremizzati. Non bisogna dipendere troppo dai carboidrati, ma non fate le diete low carb (altrimenti, l’allenamento sarà scadente!) e mangiatevi pure il vostro bel piatto di pasta dopo l’allenamento. Anzi, dopo l’allenamento è obbligatorio farlo!

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Aborto

L’aborto è un argomento delicato su cui è facile parlare senza tuttavia averne la profondità. Di solito, i due schieramenti sono quello dei religioso contro l’aborto e quello dei progressisti che sono a favore. Essere favorevoli all’aborto, a mio avviso, è un buon indicatore di modernità di un paese e, anche qui, sono sempre i paesi scandinavi a uscirne vincitori. Sorprendentemente, paesi gettonati per emigrare permettono sì l’aborto, ma in modo limitato. Il Regno Unito, ad esempio, incredibilmente non ammette l’aborto in caso di stupro, il che conferma che, tutto sommato, i paesi veramente top sono pochi. Tornando al discorso sull’aborto, la legge italiana (la famosa “legge 194) prevede che l’aborto sia concesso entro i primi 90 giorni. Dopo i 90 giorni, l’aborto viene concesso solo in caso di pericolo per il futuro nascituro o per la donna. Questo tipo legislazione permette alla donna di avere il tempo per riflettere se vuole davvero avere un figlio e, per farlo, ha un tempo di 90 giorni. Qui la donna è tenuta a riflettere se il ruolo di madre potrà avere problematiche fisiche o mentali per lei o per il figlio, se è nelle condizioni economiche per occuparsi del figlio, se le condizioni sociali o familiari sono ideali, e ovviamente la condizione per cui è avvenuto il concepimento. In quest’ultimo caso, leggasi di fatto: stupro (ma non solo). Dopo i 90 giorni, si presume che la donna abbia potuto riflettere a sufficienza per stabilire se abortire o meno e solo nei casi descritti è ancora possibile abortire.

Qualità della vita

La legge 194 è chiara, eppure incredibilmente gli antiborzionisti non ne recepiscono il senso e stabiliscono un no a prescindere, considerando la vita come sacra in modo assoluto. Ma come si può ritenere un bambino con sindrome di Down come un bambino che ha una buona qualità della vita? Certo, può essere accettabile, ma quando ero a scuola conoscevo un bambino che soffriva della sindrome di Down. Se non veniva preso in giro, le coetanee lo rifiutavano. Una volta all’oratorio (lo ammetto, ho vissuto un periodo da “bravo ragazzo” anche io) lo vidi piangere perché aveva una cotta per una ragazzina. Avevo assistito alla scena con un senso di impotenza, perché, non prendiamoci in giro, se è da criminali discriminare, dall’altro lato bisogna ammettere che non sia esattamente il “grande amore dei sogni” quello con un soggetto affetto da sindrome di Down. Ma la “cattiveria” è proprio nei suoi confronti, che vivrà magari con l’affetto dei genitori ma poi avrà dei forti limiti con il sesso opposto. Sinceramente, mi sentirei egoista e crudele a fare qualcosa del genere a mio figlio, perché metterei in primo piano, appunto egoisticamente, il mio desiderio di essere genitore e non la qualità della vita di mio figlio. Ma mentre il discorso della disabilità è recepito da tanti, altre condizioni non lo sono. Tanta gente ad esempio vuole punire una donna che è rimasta incita per incoscienza, per “errore di gioventù”. In realtà, anche in questo caso la punizione è sempre nei confronti del figlio. Si vuole punire l’immaturità della donna o della coppia, ma finisce come al solito per pagarsela il figlio. E indubbiamente, i film dove la donna si convince nel gran lieto finale a non abortire, proprio come le bambole da piccoli che indirizzano già le bambine alla maternità, non aiutano a scegliere con razionalità e buon senso. Proviamo a riflettere:

come si può credere che un figlio riceva il meglio se la donna non abortisce perché ha ricevuto pressioni?

Certo, la donna può anche dare in affido il bambino, ma questa dev’essere una scelta e non un obbligo. Anche perché, a questo punto, si può obiettare che, se tutte le donne danno in affido, gli orfanotrofi rimarrebbero pieni e non si riuscirebbe più a “smaltirli”! Una donna che non abortisce per via delle pressioni finisce inevitabilmente per amare a metà il proprio figlio o il figlio finisce per subire le lamentele di una madre che accusa il figlio di averle rovinato l’esistenza nascendo. Attenzione, perché con questo approcio si rischia seriamente di provocare dei gravi drammi, ovviamente da parte del bambino, bambino a cui verrà ovviamente data la colpa anche per gli eventuali disturbi che svilupperà. Sono eccessivo con la critica? Direi di no, basta guardare la realtà quotidiana e non mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi.

L’inizio della vita

L’unica vera e accettabile critica degli antiaborzionisti dovrebbe essere questa, cioè sul quando inizia la vita. L’argomento è controverso. Il problema sta nel fatto che stabilire quando una vita inizia non è come superare il confine tra un paese e l’altro. Non è come fare un passo e dire “ora sono passato dall’Italia alla Svizzera”! Gli scienziati infatti sanno che una specie si evolve nel corso di milioni di anni, di mutazione genetica in mutazione genetica. Forse rimarreste sorpresi se scopriste che l’uomo ha iniziato la sua evoluzione 65 mln di anni fa circa, a partire da un animale simile al procione. Eppure, nel corso dei milioni di anni, tra estinzioni e ramificazioni varie, da quell’animale siamo arrivati noi. Ma non è possibile dire “adesso sono uomo, ieri ero procione”! Lo stesso vale per quando si parla di feto umano. L’evidenza scientifica ci dice, infatti, che un feto umano ha probabilità di vivere a partire dalla 18esima settimana. Alla 18esima settimana, per la verità, le probabilità sono basse, mentre è dalla 22esima settimana che il feto a lungo andare può sopravvivere bene. Ciò nonostante, possiamo considerare il feto come vitale dalla 18esima settimana in poi. La 194 è dunque più restrittiva rispetto alle evidenze scientifiche, proprio per scongiurare critiche sul fatto che il feto potrebbe anche essere vitale una settimana prima. 18 settimane corrispondono a 4 mesi e mezzo e la legge prevede che si può abortire senza particolari motivazioni entro i 90 giorni, quindi abbiamo un “limite di sicurezza” molto ampio di un mese e mezzo. Io trovo che la legge 194 sia pertanto giusta e valida così com’è e, fidatevi, detto da uno che critica spesso la legislazione e l’autorità, detto da uno che non prova affatto simpatia per poliziotti e carabinieri (vedi il “caso Cucchi” e il concetto di legge e giustizia non equiparabili), vorrà pur dire qualcosa.

Abolire la TV?

È innegabile che molto di quello che passa sullo schermo televisivo sia immondizia. Il problema, come al solito, è che i soliti estremisti fanatici intraprendono una guerra contro la TV, con la pretesa di abolirla. Già il termine “pretesa” ne spiega l’atteggiamento violento. Mi ricordo che, quando ero alle elementari, i genitori di una mia amichetta dell’epoca di fatto bandivano la TV dalla vita della figlia, considerandola non salutare e da limitare a un’oretta al giorno. Io consideravo quel modo di fare piuttosto ottuso. “La TV è la TV” era quello che pensavo ingenuamente dentro di me, mentre a posteriori riconosco che quella forma di educazione era autoritaria piuttosto che un modo per insegnare sulla vita. Le principali motivazioni di chi vuole proibire la TV sono due: l’immondizia che diffonde e la pigrizia che porta all’eccesso di peso.

Se la TV è immondizia…

Come ho già detto, è innegabile che passi tanta robaccia in TV. La RAI è assoggettata al governo (qualunque sia) e al papa (volutamente in minuscolo), mentre Mediaset è Teleberlusconi. Ma è anche vero che, ora che c’è il digitale terrestre, anche chi non può spendere il lauto abbonamento di Sky ha canali tematici dove poter trovare parecchi programmi interessanti. A me ad esempio piacciono Focus e ogni tanto RAI Storia per i documentari, Giallo e TOP Crime per le serie di genere crime e poliziesco. E benché passino anche, ad esempio, quei ridicoli “documentari” sugli UFO o le nostrane serie televisive dove il carabiniere di turno, come nella realtà, è più scemo di un ciuccio, ci sono anche programmazioni molto interessanti come quelle sugli antichi Egizi, sulla natura e sugli animali, “Com’è fatto” o “Le città ai raggi X”, o ancora la franchigia di Law & Order, The Mentalist e Lie to Me. Questi programmi ci permettono di conoscere nuove cose. Non importa se sono documentari superficiali e lontani dall’accademia. Quello che è importante è che il soggetto venga stimolato ed è da qui che poi andrà ad approfondire. Il mio carattere scientifico ad esempio deriva anche dai programmi di Piero e Alberto Angela (Super Quark e Ulisse), purtroppo oggigiorno, va amaramente ammesso, ormai sconosciuti dalla gente rispetto alla mia infanzia. Con lo spin-off di Law & Order dedicato ai crimini sessuali, Special Victims Unit, ho scoperto e in seguito approfondito argomenti delicati come il disturbo da attaccamento, oppure ho scoperto cos’è la sindrome di Turner, quella di Williams, su cui poi ovviamente mi sono informato meglio. Il fatto che gli argomenti trattati siano sensibili è un problema che a mio avviso non esiste. Non si può vivere nel paese dei balocchi e, se si ha paura che il proprio figlioletto rimanga scandalizzato nel vedere una donna che viene stuprata durante Special Victims Unit (in ogni caso le scene non sono mai realmente violente proprio perché la serie stessa vuole far conoscere e sensibilizzare), sarebbe meglio spiegargli con bontà e raziocinio sulla problematica. Altrimenti il bambino rischia di diventare un handicappato che crede nelle favole. La questione è del tutto paragonabile a quello che ho scritto sulla musica metal. Vi consiglio di leggere l’articolo in questione per capire meglio cosa intendo, senza che qui mi debba ripetere. Mediamente, non posso negare che ci sia tanta spazzatura in TV. Ma ci sono buone cose che vale la pena di scoprire. Tra le nuove serie, ad esempio, mi ha colpito Shetland perché descrive la realtà diretta di un luogo che, in teoria, dovrebbe essere un paradiso. Le storie di Shetland sono storie di persone comuni ed è per questo che ci sentiamo vicini. Il bello di questa serie, di genere crime, è il saper descrivere le storie con profondità e mai in modo banale. Non è la pochezza di roba come Beautiful o Il segreto. Non c’è proprio paragone! Abolire la TV e perdersi ciò che di buono resta ancora? Lo trovo profondamente sbagliato, un grave sintomo di insofferenza e incapacità di tenere il passo con i tempi.

TV, patatine e ciccia

È la seconda motivazione per cui i fanatici vorrebbero abolire la TV. Una motivazione che a mio avviso non ha senso. Quando ero piccolo, guardavo la TV al pomeriggio, ma uscivo anche a giocare per ore. È su questo che si dovrebbe discutere. È inutile abolire la TV, se poi non si spinge i propri figli ad uscire fuori a giocare. Se i nostri figli non sono abituati solo alla TV, ma giocano e si divertono fuori e fanno attività fisica, sono perfettamente liberi di guardare la televisione. Un conto è rimanere incollati da mattina a notte con il telecomando in mano stile Fantozzi (tanto oggigiorno ci sono cellulari e computer), magari sviluppando disturbi del sonno. Un altro è rendersi attivi per tutto il giorno e dedicare un pomeriggio o la serata ai programmi preferiti. E se le programmazioni sono scadenti, tornate al capitolo sopra. Il dispendio calorico tra il vedere la TV e lo studiare è lo stesso (una decina di kcal per ora al massimo). Certo, si può obiettare che chi studia si prepara per il futuro nel mondo del lavoro, ma vorrei far notare che non è un caso se il classico nerd ciccione e brufoloso viene descritto come uno sfigato. Ma forse il punto è che i genitori stessi sono dei sedentari, con panzetta o cellulite, quindi di certo non possono dire ai propri figli che devono fare sport visto che loro per primi non lo fanno. E allora qual è la soluzione secondo loro? Ovviamente puntare il dito contro la TV, senza capire che il problema non è la TV, ma l’attitudine in primis degli adulti a essere pigri.

Capisco che la mia visione sulla TV sia in controtendenza rispetto all’opinione di tanti genitori. Ma la TV, se ben gestita, è uno dei tanti modi per conoscere il mondo. Anche quando si tratta di programmi spazzatura, perché conoscere non è sinonimo di apprezzare. E conoscere il mondo vuol dire saper stare nel mondo, saper avere spirito critico. Fermatevi sui programmi più interessanti e fate audience ma, ogni tanto, fate anche zapping sul resto. State lì 5 minuti, conoscete, rideteci anche su e poi cambiate pure canale. Non date troppa importanza alla spazzatura e non siate insofferenti, e allo stesso tempo valorizzate quello che di buono c’è, nutrendo il proprio spirito critico. Abolire la TV perché c’è troppa spazzatura vuol dire essere insofferenti e non adattarsi al mondo. Imparate invece a sfruttare la TV per quello che offre di buono. Non state più di 5 minuti per pura conoscenza sui reality o sulle serie più stupide come il giudice Mastrangelo. Fermatevi invece sulle programmazioni stimolanti per la mente, come se fosse leggere un buon libro. Ecco, è questo il modo equilibrato per usufruire della TV a proprio vantaggio. Certo, se il vostro uso della TV è vedere Undressed o Striscia allora non ci siamo, ma in tal caso è anche probabile che questa non sia la vostra unica lacuna esistenziale.

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Si può correre in gravidanza?

A causa più dei condizionamenti sociali più che per un vero svantaggio biologico (le donne vanno più “lente”, a parità di condizioni, del 10% circa rispetto ai maschi), le donne sono ancora restie allo sport a medio-alta intensità. Tuttavia, per fortuna ci sono anche donne che sanno cos’è uno stile di vita corretto e si allenano. Lo sport più praticato è indubbiamente la corsa, il più pratico, versatile e genuino sia per uomini che donne. È però vero che ci sono donne che desiderano la maternità. Dunque, com’è possibile gestire il periodo della gravidanza senza perdere troppo la forma? È possibile correre in gravidanza? Sorprendentemente, la risposta è: sì. Bisogna però fare una raccomandazione:

ogni attività deve avere, come priorità, la salute del feto e quindi del futuro bambino.

Assurdamente, una pratica che si sta diffondendo negli ultimi tempi è quello della corsa con la carrozzina, per mamme che vogliono occuparsi del bambino e allo stesso tempo continuare a correre abbinando maternità e salute fisica. Io sinceramente toglierei a queste “madri” il bambino, perché chi tratta il proprio figlio come un pacco è da abbattere senza pietà. Con tutto il rispetto per Marianna Zarcone che, sul sito della Gazzetta, parlando di mamme che corrono, come immagine di copertina ha messo proprio una foto che ritrae questa becera forma di attività (chissà perché, però, i consigli dati fossero ben confezionati per il popolo pigro e svogliato). Detto questo, dall’altro lato ci sono donne che, con l’alibi della gravidanza, si buttano via e arrivano all’obesità o la sfiorano. Sapevate che l’aumento di fabbisogno calorico in gravidanza è, mediamente, di 300 kcal e un po’ di più negli ultimi mesi? Come al solito, ci vuole una via di mezzo. Per chi contesta che sia osceno correre in gravidanza, si consideri che ci sono molte atlete professioniste che lo fanno, ma ovviamente rispettando la regola di cui sopra e quelle che descriverò nel prossimo paragrafo. E la Radcliffe, poco tempo dopo il parto, era già smagliante per le Olimpiadi! A me viene da pensare che le donne che contestano siano semplicemente delle pigre che malignamente invidiano quelle che hanno un fisico più forte. E, si sa, dicono che le donne abbiano il vizio dell’invidia! Anzi, alcune donne affermano che correre le aiuta a sentire meno la nausea. Magari è un fattore soggettivo e legato al rilascio di endorfine (e quindi si può correre anche con le mestruazioni). Ad ogni modo, loro comunque corrono e non inventano scuse. Basterebbe informarsi e vedere la testimonianza di Gwen Jorgensen che corre 95 km a settimana. Ovvio, lei è una professionista dotata, ma se lei riesce a fare 95 km come fa una donna normale a non saper fare una mezz’oretta blanda?

Regole per correre in gravidanza

La regola principale e più importante è, ovviamente, quella appena detta. E mi pare anche scontato. Chi si cimenta nella corsa in gravidanza, poi, deve seguire queste dritte:

– allenamenti di massimo 45-60 minuti e non più di 4 volte a settimana;
– mantenersi a intensità relativamente blande o “medie”;
– cessare la corsa nell’ultimo trimestre, ripiegando su attività meno traumatiche (vedi il nuoto).

In sostanza, nessun allenamento di qualità tirato. La durata dell’esercizio è soggettiva. Dipende da qual è il limite che permette di non provare disagio. Sicuramente si possono reggere 45′, ma non più di un’ora. Si deve correre giusto per il piacere, sciolti e rilassati. Questo permetterà alla futura madre di non buttarsi via nel periodo della gravidanza, mantenendosi abbastanza in forma. Non si deve sentire molta fatica e la temperatura corporea non deve salire eccessivamente. Insomma, per correre si può correre eccome, a patto che non si vada mai in debito di fiato. Negli ultimi mesi, tassativamente bisogna fermarsi e ripiegare su attività meno traumatiche come il nuoto, senza nessuna pretesa di qualità. Si dovrebbe attuare questo passaggio dalla corsa al nuoto negli ultimi tre mesi circa. Questo eviterà di dover ripartire in condizioni praticamente da sedentari quando, superate le prime settimane dal parto (3-4 se il parto è stato normale e 7-10 se il parto è stato cesareo), si riprenderà con i consueti allenamenti.

I fenomeni al contrario… e quei tristi salutisti!

Comunemente, siamo abituati a pensare che i dissoluti siano i soggetti che vivono allo sbando dedicandosi all’abuso di alcol, alla droga e al sesso. E questo non voglio di certo smentirlo. Quello che però viene poco considerato è che esistono gradi di dissolutezza più blandi, che nel breve periodo non causano problemi ma a lungo andare sì. Mi riferisco al sovrappeso e all’assenza di un’attività sportiva continuata (equivalenti a 4 ore di corsa che si possono anche suddividere tra più sport). Eppure queste persone dicono di sentirsi benissimo. Non capiscono che un conto è sentirsi benissimo e un altro esserlo per davvero! Chi dice di sentirsi bene lo deve anche dimostrare a fatti, sul campo. Non serve a nulla sentirsi benissimo se poi, come mi capita tante volte, quella persona fatica a fare una rampa di scale. Chi ritiene che la dissolutezza sia limitata al consumo di alcol e droga e all’essere dipendenti dal sesso sbaglia e ha una visione limitata, perché in base ai parametri stabiliti dall’OMS il sovrappeso da solo toglie 7.4 anni di vita e la sedentarietà da sola toglie 3.3 anni di vita. Questo vuol dire che, se abbiamo un potenziale di vita di 100 anni, da sedentari e con il sovrappeso ne viviamo appena 90. Ma questo solo scorrelando le condizioni! Cioè, nella pratica, chi è sovrappeso e sedentario ha anche colesterolo alto e ipertensione, il che fa scendere l’aspettativa di vita ai classici 80-85 anni di cui gli ultimi ovviamente vissuti con un pannolone in ospedale. Chi non riesce ad avere un IMC non superiore a 22 (20 le donne) e dice che un IMC simile sia troppo basso, da malati, beh… non so, io vedo che il campione di atletica Kipchoge ha un IMC addirittura inferiore a 19. Intanto però Kipchoge ha corso la maratona di Londra (2016) in 2h3’05”, mentre chi parla di IMC troppo basso e da malati ha il fiatone già per 200 metri tirati al massimo. Chi è il malato? Secondo il ragionamento di chi parla di IMC troppo basso e da malati, Kipchoge dovrebbe essere già schiattato da un pezzo! E come lui, tutti gli altri runner che non hanno sicuramente le doti genetiche del campione keniota ma tengono un IMC di 20-22 (18-20 le donne).

Chi mi contesta che avere uno stile di vita corretto sia “triste e azzardato” è incapace di vedere, o non vuole farlo, che gli arzilli ottuagenari con un corretto stile di vita sono molto più energici di questi 20-30enni. Un vecchio ottuagenario con uno stile di vita corretto lo vedo di solito camminare 5 km per andare a fare la spesa, dedicarsi al giardino, leggere, insomma avere delle giornate piene dove la capacità di amare è coltivata in ogni aspetto. Se invece vedo un 20-30enne che mi accusa che uno stile di vita corretto come il mio sia triste, beh, non so se sia triste svegliarsi il giorno dopo con il mal di testa per la sbronza e dover riposare per forza o aver già smaltito l’allenamento del giorno prima ed essere pronti per girare in città per tutto il giorno camminando, per poi godersi una bella cena al ristorante senza avere l’ossessione di dover mantenere la linea. Solo chi è in malafede o è stupido direbbe che il primo caso sia sinonimo di vita vissuta alla grande! La scappatoia del dissoluto è che per ora sta bene e non vede motivo di dover cambiare. Ma il punto è questo. A lungo andare avrà comunque dei problemi, ma a quel punto la realtà dice che sarà troppo tardi e si potrà solo limitare i danni. Non serve a niente continuare a vivere da sbandati e poi accorgersi a 40-50 anni che è il caso di cambiare rotta, perché a quest’età i danni causati dallo stile di vita cattivo sono quasi sempre irrimediabili. Infatti, chiunque, fino ai 60 anni, può riuscire a correre piuttosto agevolmente i 10 km in almeno un’ora dopo almeno sei mesi di allenamento, ma se nel frattempo ci siamo già rovinati con sovrappeso e sedentarietà le articolazioni e il fisico sono già compromessi. In sostanza, chi non previene fin da giovane e aspetta che sorgano i primi seri problemi per correre ai ripari è solo uno stupido con scarso amore per se stesso e per il proprio corpo. La sedentarietà, infatti, se proseguita troppo a lungo è per certi versi irreversibile. Cosa vuol dire questo? Che il 50enne che ha vissuto male per i 10-15 anni precedenti può superare il test dei 10 km in almeno un’ora, ma questo sarà verosimilmente il massimo a cui potrà aspirare perché si è già perso degli anni di vita e il suo obiettivo non è più quello di ritardare la vecchiaia, ma di contenere i problemi che già si è causato senza peggiorarli.

I 30enni vecchi e gli ultracentenari giovani

Ho già parlato in diversi casi del francese Robert Marchand, arzillo 105enne e vedovo da oltre 70 anni che, di recente, ha stabilito un record nel ciclismo per la sua età. Marchand ha appena stabilito il suo record percorrendo, in un’ora, 22 km. Non so se 22 km sia il massimo a cui un 105enne possa aspirare. Mi viene da dire di no, ma non ho dati significativi per dirlo con certezza. Ma non è questo che mi interessa, tant’è vero che Marchand è andato meglio nella prova nel 2014, quando fece quasi 27 km in un’ora, rispetto al 2012 quando ne fece poco più di 24. Quello che mi è interessa è far notare come tanti 30enni si facciano battere da questo tizio di 105 anni con i capelli grigi e le rughe. Eccezionale e geneticamente dotato lui? Alibi ridicolo. La verità è che Marchand non è un fenomeno, ma sono questi 30enni sbandati ad essere dei fenomeni al contrario. Marchand non ha nulla di speciale rispetto a noi e non è mai stato uno sportivo professionista. Semplicemente, Marchand è uno spirito vitale, che ha capito che l’amore di coppia non è necessario alla felicità (al più è una possibilità!) e quanto sia importante mantenersi sempre attivi anche in età non più giovane. Insomma, nulla di miracoloso e nessun segreto misterioso. Quando andavo all’università, le facce, soprattutto dopo il fine settimana dei bagordi, erano di persone per la maggior parte stanche, depresse, affaticate, stressate. Alcuni lamentavano mal di testa, ansia. E contestavano l’aver dormito poco, a mio avviso non tanto per lo studio forsennato (anche io, prima degli esami, facevo delle gran tirate di studio!) quanto piuttosto per i loro bagordi e la mancanza di attività sportiva che rendeva il loro fisico più molle del burro a temperatura ambiente. Mi sembrava di assistere a un plotone di zombie (*) e non di gente che stava lavorando per il proprio futuro.

* In realtà, almeno gli zombie degli horror hanno una ragione di “vita”, cioè andare in cerca di cervelli da mangiare.

Poi vedo un 105enne molto più smagliante e sorridente di loro e capisco che tutto questo non sia normale. Ma loro stano benissimo, io e gente come Marchand invece siamo tristi. Chissà se non ci sia anche una punta di invidia nelle loro ingenuità.

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