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Arte, dipendenti dagli applausi e fanatici culturali

L’arte è stata una parte importante nella mia vita, ma già da diversi anni ho rivalutato la sua importanza secondo criteri più realistici e razionali. Anni fa, avevo anche frequentato un paio di forum dedicati alla scrittura, ma ho sempre finito per levare le tende. Le motivazioni erano diverse, ma riporto le due che reputo fondamentali. Non per altro, ma approfitto per fare l’esempio della scrittura in quanto esperienza personale che vivo con gioia. E l’esperienza è più che valida anche per altri tipi di arte, dalla musica al cinema, dalla scrittura alla pittura.

1) Dipendenza dagli applausi

Può sembrare assurdo, ma era così. Ognuno in quei forum si sbatteva quanto più possibile a scrivere e postare, con l’aspettativa di essere letto e, ovviamente, elogiato ma non criticato! La sciocca giustificazione era che chiunque scrive vuole per forza farsi leggere. È una giustificazione ridicola e che non contraddice l’atteggiamento della ricerca degli applausi. È comprensibile, più che lecito, che uno voglia essere letto e diffondere il suo messaggio, ma questo è conseguenza del proprio amore e non l’obiettivo! Un test per scrittori e artisti di ogni genere. Rispondete alla mia domanda:

se solo una vecchietta e un cane leggessero per sbaglio il vostro libro o la vostra poesia, sareste felici lo stesso?

Ovviamente, per chi non è scrittore ma pratica altre forme d’arte rivaluti la domanda in base al contesto (avete poi notato la citazione nella domanda?). Sono convinto che solo una manciata di persone risponderebbe affermativamente alla domanda (e magari sono proprio coloro che raggiungono il successo!), mentre tutti gli altri sarebbero afflitti dalla più classica autostima da risultato, che dunque non è basata sulla capacità di amare ma quello che guadagniamo, guadagno che diventa il vero motore di quello che si fa e non, appunto, una conseguenza gradita. Anche perché, ammettiamolo, nel XXI secolo chi vuole campare di arte finisce (quasi sempre) per vivere come uno straccione! Non è un’offesa e non c’è da farne un dramma o una guerra “contro l’ignoranza dei giovani di oggi”, ma la banale constatazione che la società è andata avanti e servono cose concrete.

Si può contestare il fatto che, ad oggi, la poesia sia per me niente più di un hobby, dunque la mia constatazione non ha valore. È però curioso che tanti altri scribacchini siano così follemente drogati degli applausi da non sapere nemmeno cos’è un endecasillabo. E per prevenire, no, la risposta non è quella che si dà ancora spesso, erroneamente, a scuola: “l’endecasillabo è un verso dove l’ultimo accento cade sulla decima sillaba”. Ripeto, non è un crimine avere successo, ma se quello è l’obiettivo dello scrivere, e non una conseguenza che non mina la nostra autostima quando non raggiunta, allora qualcosa non va.

2) Fanatismo culturale e spacciati

Io sono un appassionato di rock e metal, due generi oggigiorno di nicchia ma che offrono spunti attuali e su cui riflettere per imparare sul mondo. Ma devo essere onesto: tra un Beethoven e una Lady Gaga, è molto più attuale Lady Gaga. Per i miei amici metallari ho appena detto una bestemmia (da notare che ascolterei comunque Beethoven e non Lady Gaga!), ma ecco un errore tipico di chi sovrastima la cultura: compiere una specie di razzismo culturale se non si fa parte di quella cerchia che “unanimemente” riconosce un oggetto come capolavoro. Ci sono un sacco di persone che conoscono a memoria vita, morte e miracoli di ogni scrittore esistente ma, detto sinceramente, cosa me ne frega del 5 maggio di Manzoni se poi sono un disastrato pieno di problemi? Ed è il caso di tantissimi “amanti della cultura”. Molto meglio i Guns N’ Roses che lanciano messaggi attuali da cui possiamo imparare per migliorarci (avete presente Rocket Queen? il sesso non dev’essere un tabù!), mentre le tematiche del 5 maggio, la potete rigirare come e quanto volete, sono per gran parte superate e utili solo a chi ama la letteratura. Appunto, per chi ama la letteratura, ma una persona equilibrata, di per sé, vive benissimo senza sapere nulla di un Pascoli o Carducci. Questo vale anche per i fanatici del latino, che mi insistono ancora spesso sul fatto che il latino sia necessario (in pratica a tutti) per far comprendere la propria individualità, a saper ragionare, ad avere logica. Mah, sarà, io ho notato che il 99% di chi fa questa affermazione poi non sa neanche la differenza tra condizione necessaria e condizione sufficiente e non sa neanche avere un senso statistico che, invece, il muratore con la licenza di scuola media possiede. La Norvegia è tra i paesi top del benessere e lo è tranquillamente senza sapere il latino. Attenzione, io parlo di Guns, così come potrei dire gli 883 o chi altro per intendere che non è necessario atteggiarsi e scrivere come secoli fa per lasciare dei messaggi importanti. E non è nemmeno necessario dire cose “giuste”, quanto piuttosto descrivere una realtà che sentiamo. Nel 5 maggio o per gran parte di Dante, c’è ben poco di attuale e che possiamo sentire. Non è affatto un caso se, nello stereotipo, si dice che solo l’Inferno di Dante è bello. L’Inferno di Dante rispecchia molto di più la realtà attuale o si concilia con il fantasy e l’horror.

Naturalmente, i maliziosi mi contesteranno che sono solo invidioso di chi ha cultura perché a scuola andavo male in latino e in letteratura. Nulla di più falso. Il latino era una delle materie in cui andavo bene e prendevo 8 e 9. Il mio professore di italiano nei primi quattro anni (prima di trasferirmi) è stato per me un esempio positivo. Lo stesso Pascoli può essere utile per comprendere le dinamiche dell’evasione dal mondo (vedi il “fanciullino”) e si può fare il confronto con chi, oggigiorno, evade con alcol e droga. Ho apprezzato le opere letterarie di Foscolo, Keats, Shelley, ho studiato Dante e ne potevo parlare tranquillamente al di fuori dell’interrogazione a scuola. Ho visitato molti musei senza fermarmi a vedere giusto l’opera più famosa, vedi ad esempio quante volte ho visitato il solo museo Louvre. Ed è proprio così che ho maturato la mia opinione nei confronti dell’arte e, quando mi sento “ispirato”, ogni tanto tiro ancora fuori qualche centinaio di endecasillabi per una poesia, ma senza nessuna aspettativa di essere pubblicato. E questo non perché temo il confronto (come diranno ancora i maliziosi), ma perché ho già il mio pubblico tra gli amici e sono felicissimo così. Non disprezzerei affatto una pubblicazione, ma il concetto è questo: non sono un drogato di applausi e, se per cercare gli applausi devo perdere attimi di vita in cui posso amare anche altro (e ne ho, fidatevi), sarà da vigliacco che non regge il confronto ma io passo. In sostanza, per me l’arte deve saper compiere due cose:

– essere attuale (il resto è utile agli accademici, ma non al popolino);
– dare spunti sulla vita mantenendo una mentalità scientifica.

Aspettate, aspettate… sì, ho parlato proprio di mentalità scientifica! Non ho sbagliato. La mentalità scientifica infatti non è relativo solo alla fisica o alla chimica. La mentalità scientifica è un modo di ragionare globale, applicabile, come dice il buon Albert Ellis, in ogni campo della propria vita. Ma forse questo, per certi scrittori gobbi da scrivania, è un po’ troppo da capire. A tal proposito, comunque, leggete sul problema dell’analfabetismo matematico.

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Perché la corsa e non altri sport?

Nel sito, faccio spesso esempi di stile di vita corretto ragionando sulla corsa. Questo può sembrare una discriminazione, ma non è così, visto che propongo anche la strategia del multisport. E ho già discusso su come si può benissimo fare ciclismo come sport a fini salutistici. Io stesso ho praticato più sport fin da piccolo e so quali sono i vantaggi del praticare più sport. D’altro canto, appunto, il ciclismo stesso, rispetto alla corsa, non sottopone ai traumatismi che comporta la corsa. In diversi articoli spiego come la corsa offra molti benefici, ma allo stesso tempo bisogna stare molto attenti, non essere in sovrappeso (tranne che per gli ultimi chili quando si deve dimagrire) e scegliere delle buone scarpe senza usarle quando si sono ormai esaurite. Ma se bisogna stare così attenti per prevenire gli infortuni, mentre sport come il nuoto di fondo e il ciclismo non hanno i traumi da gravità della corsa, perché nel sito insisto principalmente con la corsa? I motivi sono due e molto semplici.

Quello che sconsiglio di fare è raggiungere i massimi benefici salutistici, pari a 50 km o più di corsa, con la sola corsa (infatti, sono 50 km equivalenti alla corsa!). Potete andare a correre per 3-4 volte a settimana, risparmiando tantissimo tempo e organizzazione. Poi, però, dovreste cercare di fare altro. È tutto spiegato nell’articolo sul multisport, a cui vi rimando per non andare fuori tema.

Ma vediamo quali sono i vantaggi dell’avere la corsa come lo sport principale (attraverso il multisport o meno).

1) Praticità

Banalmente, uscire in bicicletta alle 5:30 del mattino in inverno, prima del lavoro, non è la stessa cosa rispetto all’uscire a correre nella medesima situazione. Non tanto per questione di freddo (in bici si sente, almeno inizialmente). Ma per via del buio. Pedalare al buio, e lo posso testimoniare per esperienza diretta, è molto più difficile che correre al buio. Correre al buio non è uno scherzo, ma arrangiarsi a fare ciclismo al buio è ancora più difficile. Lo stesso problema si presenta con lo sci di fondo. A meno di non abitare già in montagna, accanto a una pista di sci, lo sci di fondo non è certamente uno sport alla portata di tutti, e in ogni caso è limitato all’inverno. Ed è questo il grande plus della corsa. La corsa permette di ottimizzare i tempi e di non dipendere dalla stagione. Chiunque può uscire a correre alle 5:30 del mattino o fare un lungo dalle 18:30 alle 20:00. Chiunque può uscire a fare 10 km e, nel giro di un’oretta e mezza, ha già finito la doccia. Chiunque può facilmente correre in estate a 30 gradi o in inverno a -2. In inverno, a me è capitato anche di correre sotto la neve. Non con quella già depositata, ma con l’inizio della nevicata e la strada ancora libera. Sì, si può fare, a patto che non sia la bufera. In bicicletta sarebbe stato molto rischioso, sotto la neve. Il nuoto è uno sport gettonato per chi ha tanti chili da perdere, ma bisogna pur sempre recarsi in piscina e, se uno lavora fino alle 18:00, qualcuno obietterebbe che poi non rimane tempo per dedicarsi ad altro o alla famiglia. In termini di praticità e “disponibilità”, la corsa vince su tutti gli altri sport, che non sono certamente inferiori, anzi (!), ma presentano dei limiti.

2) Tecnica

Sci di fondo, nuoto di fondo, ciclismo. Sono gli altri tre sport cosiddetti “fit” (cioè salutistici). Ma, oltre al problema praticità, presentano anche il problema della tecnica. Nella corsa, la tecnica è molto più ridotta e spontanea (diffidare di chi vuole forzare respirazione e postura!). Nello sci di fondo, nel nuoto di fondo e nel ciclismo la tecnica è probabilmente metà delle stesse discipline. Nel ciclismo occorre imparare a usare i cambi e a impostare bene la sella, senza considerare poi il fatto che un conto è avere una mountain bike da 200 euro e un altro una Pinarello da 6000 euro. Nel nuoto, tantissimi, anche obesi, sfruttano proprio l’acquaticità e la tecnica, di fatto traendo un beneficio salutistico paragonabile a quello di una passeggiata di 20-30 minuti che fa giusto bene all’umore. E anche nel ciclismo è facilissimo mollare di un paio di chilometri all’ora per gettare via un allenamento. In sostanza, la necessità della tecnica rende lo sci di fondo, il nuoto di fondo e il ciclismo degli sport dove la concentrazione mentale dev’essere notevole. La corsa, banalmente… è solo corsa! Questo non vuol dire che nella corsa non ci sia il fattore mentale (motivo per cui non bisogna correre con il walkman!), ma che è un fattore meno “imbastardito”, diciamo. Chi vuole fare ciclismo e parte da zero può impiegare anche sei mesi per arrivare alla corretta tecnica e solo per saper stare in sella. Chi parte da zero nella corsa, nel giro di sei mesi, sa già fare i 10 km in almeno un’ora, cosa che nel ciclismo è più difficile.

Sia chiaro, un amante dello sport a livello globale prova più sport e li sfrutta per tutte le loro qualità, dal punto di vista dei benefici fisici e cerebrali (è risaputo che il multisport incentiva l’apertura di nuovi circuiti cerebrali). Può tenere la corsa come sport costante da praticare 2-3 volte a settimana, per poi concentrarsi stagionalmente su nuoto di fondo, sci di fondo, ciclismo e pure trekking. Ma voglio ricordare che, in generale, io mi rivolgo a persone nella media, a cui basta raggiungere 4 ore di settimanali di corsa per essere in salute (vedi “Quanto allenarsi per la salute?“). Più che altro, bisogna avere l’abitudine di essere sempre molto attivi!

Come non annoiarsi nella corsa

Pantani, il grande ciclista e l’uomo debole

Ho aspettato un po’, prima di scrivere questo articolo, per poter riflettere bene e trasmettere nel modo giusto l’esperienza. Il 14 febbraio per tanta gente è San Valentino, la “festa degli innamorati”, giorno in cui ci si scambia scatole di cioccolatini e regali in una delle tante trovate di business e di apparenza che ci riserva la società. Beffardamente, il 14 febbraio è anche il giorno in cui è morto Marco Pantani nel 2004, come se fosse una specie di scherzo, come a dire che lui non riceveva più quell’amore di un tempo dal ciclismo e, direi, dalla vita. Quel giorno era una domenica. Non avevo ancora internet per informarmi. Aprii quindi il televideo e lessi la notizia. Ero rimasto shockato, ma allo stesso tempo non ero nemmeno tanto sorpreso. Quel giorno non era morto solo Pantani, ma per me era morto il ciclismo come l’avevo amato anche se avrei praticato questo sport per ancora diversi anni. Ma le cose stavano cambiando già da prima, con le polemiche riguardo al doping, i controlli a sorpresa nel cuore della notte all’indomani di una tappa, in un contesto dove il ciclismo sembrava giusto una cornice. E in tale contesto, ci andò di mezzo proprio Marco che, ancora beffardamente, non è mai stato dopato! Infatti, Pantani fu temporaneamente squalificato per un livello di ematocrito troppo alto a scopo cautelare, per la sua salute, non per doping! In seguito, abbiamo tutti scoperto che qualcosa è successo in quelle analisi sull’ematocrito, ma ovviamente il reato è caduto in prescrizione e le prove rimangono pur sempre circostanziali (vedi “Il fallimento della giustizia italiana” e “Legge e giustizia non sono la stessa cosa!“). Sappiamo invece con certezza quali dei suoi avversari facevano sistematicamente uso di doping. Uno era americano, battuto proprio dal Pirata, un testimonial perfetto dopo aver sconfitto un tumore, serio e diligente, professionale. A me puzzava di marcio ancor prima di scoprire le frodi che ha compiuto, non per altro perché, con quell’aria seriosa e fin troppo “scientifica”, era troppo perfetto per essere realmente tale. Eppure i media e il mondo del ciclismo si accanirono contro Marco, che pian piano crollò sempre di più fino al tragico finale. Mamma Tonina ancora oggi combatte contro chi, forse nemmeno lei sa chi esattamente, a sua detta ha ammazzato suo figlio. Per certi versi, ha ragione lei. Siamo abituati a crearci quotidianamente un nuovo mito e ancora più in fretta lo distruggiamo. Spesso non conta chi si è, ma quello che si appare e quello che vende di più. E indubbiamente, la figura di Pantani a qualcuno faceva decisamente scomodo.

“Quando questo ragazzo scatta non ce n’è per nessuno” sentenziava Adriano De Zan. Questa frase spiega parecchio del carattere di Marco. Marco aveva quell’aria da incosciente, ma che in realtà nascondeva un gran talento. Perché a lui fregava relativamente di chi fosse il suo avversario. L’avversario era solo un modo per battere i suoi stessi limiti. Erano le sue “lepri”, come si direbbe nel gergo della corsa. Marco vinceva non perché ricercava ossessivamente la vittoria, ma perché voleva andare il più forte possibile, senza mai risparmiarsi. E accettava anche di perdere, ma mai senza averci provato. E vinceva anche perché aveva imparato a rialzarsi dopo essere stato ultimo, basta vedere gli infortuni gravissimi che ha più volte subito in tutta la sua vita. Marco rappresentava un ciclismo genuino, legato alla sua terra e al profumo delle piadine, al pedalare per il puro gusto di farlo e di mettersi alla prova con quella spensieratezza di chi forse neanche sapeva di essere nella vetrina internazionale del Tour o del Giro. Lui sapeva rimanere estraniato da tutto questo. A lui interessava pedalare, non essere in vetrina, non arrivare alla corsa a tappe perché aveva uno stipendio e tutto il mondo era lì a guardare aspettandosi un corridore atteggiato, serio, che insomma sta lavorando. Già all’epoca Marco c’entrava poco con quel tipo di sport business e mafioso, e ancora meno c’entrerebbe oggi (vedi “Il calcio di una volta che non c’è più“).

Un uomo incapace di vivere

Sfortunatamente per mamma Tonina, bisogna però anche considerare le lacune esistenziali di Marco. Era innegabilmente un grandissimo sportivo e nessuno nega che è stato vergognoso il modo in cui è stato linciato, perseguito e umiliato. Ma ora che non ho più 14 anni, e ne ho 30 compiuti, sinceramente mi domando: si è rialzato nei momenti più negativi della sua vita ed è tornato a vincere, dunque perché, da quel famoso giorno di Madonna di Campiglio, non ha reagito se non solo a sprazzi? Perché, anche quando aveva forma (ad Armstrong deve ancora bruciare di aver creato tutti quegli inganni e di essere stato lo stesso battuto, altro che averlo lasciato vincere!), si buttava nuovamente giù. Sostanzialmente, ho rilevato due personalità critiche in tutto questo susseguirsi di eventi drammatici: quella inibita e quella debole. Marco era inibito perché non accettava di essere dipinto come un dopato. Ne provava vergogna, una vergogna così eccessiva che lo ha fatto entrare in depressione, fino al consumo di cocaina e alla morte. Per lui, aveva poca importanza il fatto che fosse perfettamente consapevole di non essere dopato (e anche noi lo sappiamo!). Per lui, contava il fatto che comunque la gente ormai lo dipingeva come defraudatore, al pari di chi ruba i soldi ai pensionati. Si era assuefatto alla sua medesima leggenda, leggenda che si era andato a cercare e che gli altri gli avevano riconosciuto per poi buttarlo giù dall’altare e diffamarlo. Ed era debole perché tanti altri ciclisti sono stati squalificati per vero doping, ma hanno saputo riscattarsi e dimostrare che sanno vincere anche senza doping come Contador (vedi l’incredibile e tiratissima tappa della Vuelta 2016 dove lo spagnolo ha fatto vedere a tutti cosa vuol dire scattare senza risparmiarsi e lasciare tutti indietro). Ma lui no, non ha saputo “inspiegabilmente” reagire. Possibile che mamma Tonina non abbia considerato questo aspetto? Troppo facile accanirsi, seppur comprensibilmente, contro chi ha demolito umanamente suo figlio, rendendosi cieca sulla condizione di Marco a cui bastava tendere una mano e aiutarlo nelle sue difficoltà. Mano che invece non gli è stata tesa né da lei e né da tutti gli altri che gli stavano intorno, e molta di questa gente se n’è approfittata. Posso comprendere il dolore di mamma Tonina come madre, ma forse per lei è ancora più doloroso realizzare che anche lei ha mancato di tendere quella mano a Marco. E proprio essendo lei madre sono convinto che, dentro di sé, si senta in colpa proprio a tal punto da cercare riscatto proseguendo una guerra che non vincerà mai perché, alla fine, è stato pur sempre Marco a premere il grilletto contro di sé. Marco è uno che mi ha fatto appassionare e amare il ciclismo e, ancora oggi, non ho mai trovato nessun ciclista capace di emozionarmi allo stesso modo. Ma occorre anche ammettere che, umanamente, è stato un perdente, perché altrimenti non sarebbe finito in quell’hotel in preda a quell’agghiacciante psicosi dovuta all’uso di cocaina (è per questo che la stanza del residence era così assurdamente rivoltata come un’uragano). Nessuna pietà in questo senso. Marco è stato un leggendario campione, vittima degli avvoltoi intorno a lui, dello stesso mondo del ciclismo a cui aveva dato e da cui aveva ricevuto. Ma è stato anche egli stesso vittima e carnefice di se stesso, incapace di rialzarsi a causa dei suoi lati caratteriali critici.

Gli insegnamenti

Nonostante sia così duro con lui per la fine che ha fatto (sarebbe sciocco compatirlo in questo), non posso negare che Marco mi abbia insegnato molto della vita, nel bene e nel male. Se ho imparato a coltivare i miei oggetti d’amore dando tutto me stesso, traendo gratificazione dalla fatica proprio come faceva Marco quando saliva sulla sella e staccava tutti, è sicuramente anche merito suo. Ogni ragazzino tende ad avere un idolo e a cercare di emularlo. Io avevo Marco come idolo sportivo. Perché non mi importa se non sono un campione, se non primeggio, a me basta semplicemente dare tutto me stesso e imparare a rialzarmi ogni volta in cui cado, senza deprimermi se arrivo ultimo sapendo che, per arrivare a vincere, si parte sempre da ultimi. E nel realizzare tutto questo, Marco mi ha fatto da esempio. Ma ho anche imparato che, quando gli altri vogliono abbatterti, anziché distruggersi come Marco, bisogna continuare a lottare, mantenere la propria dignità, coltivare la capacità di amare e rimanere distaccati da giudizi di chi non ha di certo l’interesse a farti del bene e a migliorarti. È il senso dello spirito critico. Se volete sapere meglio perché, nonostante dica che Pantani è stato incapace di vivere, lo ringrazio per gli insegnamenti, leggete questo articolo. Voglio dire, non fermatevi solo a un aspetto della storia!

Vere intolleranze e psicosi di massa?

Ho voluto scrivere questo articolo dopo aver letto una cosa agghiacciante. Ovvero, in un forum si parlava di intolleranze come qualcosa di scientificamente assodato e dimostrato. Benissimo, peccato che poi si andava a parlare di intolleranza… alle cipolle! È assurdo che, al giorno d’oggi, si abbiano ancora credenze del genere, in termini di paragone decisamente più gravi rispetto a quando, nel medioevo, la dietologia si basava sugli “umori”, semplicemente perché nella nostra epoca abbiamo gli strumenti scientifci e tecnologici per capirci. Non esistono le intolleranze agli alimenti! Esistono le intolleranze a delle sostanze e, finora, solo 4 sostanze sono scientificamente riconosciute come scatenanti l’intolleranza:

– lattosio;
– glutine;
– fruttosio;
– sorbitolo.

Le intolleranze al lattosio e al glutine sono quelle più famose, ma notare come ci siano anche il fruttosio e il sorbitolo. Sarebbe interessante vedere la reazione di un fruttariano intollerante al sorbitolo, visto che questo zucchero è contenuto in mele, pere, susine, ciliege!

Le intolleranze non vanno assolutamente confuse con le allergie, queste ultime che riguardano il sistema immunitario. Cioè, l’intolleranza riguarda la metabolizzazione della sostanza, mentre nel caso dell’allergia si ha una errata risposta da parte del nostro corpo nei confronti della sostanza. Non a caso, nell’intolleranza il sintomo più comune e noto è la diarrea, mentre nell’allergia si hanno rush cutanei e shock anafilattico. Ad ogni modo, sono convinto che anche il discorso delle allergie sia sovrastimato. Le allergie esistono, come le intolleranze, ma di solito tendono a svanire man mano che si diventa adulti. Quello che poi sfugge è che, spesso, l’intolleranza è dipendente dalla dose. Anche chi soffre di intolleranza al lattosio può in realtà bere latte, ma deve capire fino a che dose facendo qualche esperimento su se stesso, gradualmente, fino a quando vede che incomincia a stare male: quella sarà la sua dose limite!

Diagnosi di intolleranza

Per stabilire una intolleranza, si usano dei test specifici, ma sono da evitare quelli che classicamente vanno di moda e si effettuano ad esempio al centro commerciale sotto casa. I test non convenzionali, che non sono validi per diagnosticare una intolleranza, sono il Vega, il DRIA e il citotest. Vediamo perché questi test non sono validi.

Vega test
Il Vega test si basa sul principio di misurare quanta corrente passa attraverso il corpo umano. La corrente che passa è bassa. Chi effettua il test va poi a leggere il dato, che va da 0 a 100. In base al valore riscontrato, si stabilisce se il soggetto è intollerante o meno all’alimento. L’apparente complessità del meccanismo non inganni. Si tratta di un rimedio paragonabile a quello usato dal Dr. Frankenstein per animare il mostro, e infatti in nessuna sperimentazione scientifica normale questo test è stato promosso.

DRIA test
Altro rimedio da stregoni. In questo test, viene messo un alimento a contatto del soggetto e, attraverso procedimenti tanto astrusi quanto ridicoli, si va a valutare il decadimento della forza muscolare dovuto al contatto con l’alimento. Ma ve lo devo proprio dire che è una cazzata colossale?

Citotest
In questo test, si mette a contatto l’alimento con il sangue, verificando poi il suo stato di alterazione in seguito al contatto. In particolare, si valuta in che modo si gonfiano i granulociti, cioè cellule coinvolte nella risposta all’infiammazione. La ripetibilità di questo test è molto bassa. A questo punto, perché non andiamo a cercare l’acqua nel deserto con un pezzo di legno?

Il metodo per iniziare a capire se si ha una intolleranza è andare per esclusione nella dieta. Questo si riesce a fare seguendo una alimentazione basata sui cosiddetti “alimenti base”, che sono i seguenti:

– riso, fiocchi d’avena, gallette di riso;
– carne (non quella bovina)
– pesce (no crostacei);
– frutta e verdura.

Soia, legumi, pomodori, melanzane, peperoni, patate, agrumi vengono esclusi da questa dieta base, che dev’essere perseguita nell’arco di 10-15 giorni. Vorrei poi far notare che, se si sospetta di essere intolleranti, bisogna considerare che è impossibile che ci sia qualcosa nel melone se non si mangia mai il melone. Al termine dei 10-15 giorni, si valuta la situazione e ci sono due alternative:

– non è cambiato nulla e quindi bisogna considerare altro;
– la situazione è nettamente migliorata.

Non valgono miglioramenti parziali. Il problema, pian piano, deve subire un drastico miglioramento, una differenza di condizione che permetta di dire “ora sto proprio bene!” A questo punto, però, non è finita. Si devono pian piano reintrodurre tutti gli altri alimenti e, valutando cosa viene reintrodotto, si verifica con che alimento si torna a stare male. Se reintroducendo quell’alimento si torna a stare male, evidentemente in quell’alimento c’è qualcosa. Ma, ripeto, che sia allergia o intolleranza, occorre verificare quale sia la dose per cui fa male. È infatti rarissimo avere l’intolleranza congenita al latte, cioè arrivare a stare male anche con 1 grammo di latte!

Lo stile di vita

A vedere la popolazione, secondo il mercato delle intolleranze (ricordiamo che i vari test costano) e degli alternativi metà della popolazione soffrirebbe di intolleranza. Ma non è così, raggruppando tutte le forme di intolleranza siamo probabilmente a non più del 5%, comunque tanto ma non da giustificare il vero e proprio terrorismo che se ne fa. Prima di parlare di intolleranza, bisogna riflettere sullo stile di vita. Quasi sempre scopro che chi millanta una intolleranza segue uno stile di vita cattivo, e quindi ovviamente il suo corpo è così scarso che sta male quando mangia! Ma non sta male per quello che mangia. Sta male perché:

– è sovrappeso;
– non fa sport;
– è ansioso o stressato o depresso.

Fate sport? Siete normopeso, con IMC non oltre 22 per gli uomini e non oltre 20 per le donne? Lavorate magari come dei muli per 10 ore e siete nervosi e stressati a causa di questo? Beh, se prima di tutto non seguite uno stile di vita corretto, inutile pensare di avere qualche intolleranza. Emblematico il caso di una mia vecchia amica, che non beveva latte vaccino perché diceva di non digerirlo. Sì, peccato che non avesse una mente equilibrata, decantasse una vita senza sport e fosse sovrappeso. Ci credo che poi non digerisce il latte vaccino! Ma il problema non è il latte vaccino, il problema è TUTTO! A mio avviso, il fenomeno delle intolleranze è ormai una specie di psicosi di massa, un condizionamento psicologico. Anziché puntare il dito contro il cattivo stile di vita, lo si punta contro uno specifico alimento. Il soggetto facilmente manipolabile, in buona o cattiva fede, ci crede, mentalmente si predispone, ed elimina quell’alimento. Poi nota che “va meglio” e si convince che il problema era il latte vaccino o la pasta con glutine. E con il passaparola, la psicosi finisce per diffondersi. Ah beh…

Quanto allenarsi per la salute?

Generalmente, anche le direttive più “sedentarie” consigliano di fare sport per uno stile di vita corretto. In pochi, però, indicano una frequenza e un volume di attività ottimali, cioè non si stabilisce in soldoni “quanto” sport bisogna fare per stare bene salutisticamente. È infatti ovvio da numerose ricerche che la classica direttiva di 20-30 minuti di passeggiata al giorno sia del tutto inutile in termini di modifica dell’organismo. Chi propone attività fisiche del genere o gli esercizi di ellittica e via dicendo sta solo raccontando delle bufale.

Lo studio di Harvard… quanto sport?

Esistono diversi studi che cercano di dire quanto sport serve per mantenersi in salute. Gli studi sono un po’ diversi tra di loro, ma tutti sono concordi che serve un buon quantitativo di sport per essere in salute. Mi riferisco a studi seri e forti, non ai 20-30′ di camminata delle riviste tipo Donna Moderna. In particolare, quello più famoso è lo studio di Harvard. Lo studio di Harvard ha analizzato 17 mila soggetti tra il 1916 e il 1950, stabilendo che i massimi benefici, in termini di riduzione della mortalità, si ottengono con 6-8 ore di attività fisica a settimana. Il fatto che lo studio sia “vecchio” è esattamente la conferma della sua validità, perché lo studio viene ripreso o proposto in diverse varianti senza mai cambiare il concetto. Oltre le 6-8 ore, la mortalità torna a salire, semplicemente perché il troppo fa sempre male!

I dati dello studio di Harvard dovrebbero essere mediati con una sufficiente quota di intensità e volume che permette di essere ben allenati attraverso lo sport. Esistono diversi modi per farlo. Quello più semplice (o almeno in apparenza, ma lo vedremo) è correre per 5 ore a settimana. Tante persone organizzano gli allenamenti su 3-4 sedute settimanali (40 km di corsa). Va benissimo, a patto che si curi la qualità. 4 uscite fanno già un programma settimanale soddisfacente (un’ora di corsa per seduta è ok). In ottica wellrunner, un buon programma è quello del fondo progressivo. Probabilmente, con 60 km di jogging bruciate più calorie, ma avete un blando effetto cardiovascolare. Leggete anche questo articolo e, forse, ve ne convincerete di più. Per dirla in breve:

l’allenamento aerobico, senza l’aspetto qualitativo (quello del jogger), non permette una corretta strategia contro la vecchiaia!

Persino i metodi creati per il fitness, escludendo che non è tutto oro quel che luccica, fanno notare che la qualità è importante. In sostanza, eseguire quasi soltanto la corsa lenta o i lunghi minimizza i benefici. In genere, si dovrebbe imparare ad avere una vita attiva. L’attività fisica non è compresa solo nello sport ma, indubbiamente, lo sport di resistenza a medio-alta intensità fa la parte grossa per raggiungere i livelli necessari. Chi spera di mantenersi in salute solo camminando, a meno che non inserisca l’opzione del trekking con salite impegnative, è un ottimista. La corsa è solitamente lo sport più pratico ed efficiente che abbiamo a disposizione. Nel ciclismo, ad esempio, ci sono tratti a blanda intensità paragonabili alla camminata, pertanto una seduta potrà durare di più (ad esempio un’ora e mezza). Se poi vogliamo fare più tipi di sport, come spiego più avanti sul multisport, tanto di guadagnato! Con un simile carico, possiamo ritardare (ma non annullare!) la vecchiaia di 20 anni, cosa tutt’altro che di poco conto. Se decidete di correre, preferite la frequenza, puntando su una corretta qualità, ed evitate le lunghe distanze per ridurre i traumatismi e la probabilità di infortunio. Personalmente, non approvo chi, senza che sia davvero portato geneticamente (e sono in pochi, al massimo si finisce e basta), si incaponisce sulle lunghe distanze. Ma questo è un altro discorso. Il concetto è che fare sport per la salute è alla portata di tutti quanti.

Il fortificarsi con lo sport non riguarda solo l’organismo, ma anche la psiche, perché si è portati ad affrontare la vita con più voglia, con più “sprint”.

Chi fa sport, e lo fa con equilibrio, è più dinamico e più attivo nella vita!

Ci tengo sempre a ribadirlo. Se posso concordare che non tutti sono geneticamente portati a correre al meglio una maratona, sicuramente l’uomo è fatto per essere molto attivo. Ricordatevi che la vera strategia antinvecchiamento, oltre a una mente equilibrata, è proprio lo sport. Non esistono alimenti miracolosi, non esistono cure di fango, non esistono creme, non esistono integratori né altro. Così come è assurdo sprecare soldi per ricerche da Focus in cerca del miracoloso farmaco contro la vecchiaia (dico Focus perché a quella gente piacciono i documentari sulla metformina che riduce la mortalità…). Non è così difficile come alcuni possono credere. Senza esagerare e senza farsi prendere troppo, si tratta di fare un attimo di sforzo al cambio di enormi benefici. E allora, vedrete che fare sport non vi costerà neanche molta fatica rispetto a quello che vi dà in cambio. Il discorso sul corretto invecchiamento lo spiego meglio nell’articolo su come lo sport ci rende longevi, in cui riporto uno studio sull’analisi dei telomeri di un gruppo di gemelli. E le conclusioni dello studio sui gemelli arriva sempre alle conclusioni dello studio di Harvard. Ovviamente, bisogna considerare anche l’impegno delle attività lavorative, ma ciò dovrebbe essere valutato solo da chi fa realmente dei lavori molto faticosi (fisicamente, non per lo stress mentale!).

Poi, le ricerche possono dire cose in un verso o in un altro, ma ritornano sempre allo stesso punto. Ad esempio, alcune ricerche dicono che sotto le 2-3 ore non si ottengono molti benefici o, addirittura, i benefici si perdono (troppo poco predispone agli infortuni!). È esattamente l’errore dello sportivo del week-end. Idealmente, i massimi benefici per la salute corrispondono a 50 km o più di corsa a settimana. Precisamente, si può andare da 50 a 90 km, in base alle doti di ognuno. È un range, a partire da una soglia minima, perché non esiste un volume fisso e unico per tutti. Il minimo sindacale corrisponde a 3 ore di corsa. Ma, attenzione, sono 50 km equivalenti. Cioè, trovando il dispendio calorico e l’intensità equivalenti alla corsa, possiamo fare qualunque altro tipo di attività fisica. Rispetto al minimo sindacale di 3 uscite, riuscite anche a ottimizzare meglio il peso, ruolo fondamentale soprattutto quando non si è più giovani (almeno in teoria, se non commettete alcuni errori). Il mio consiglio, se potete o avete problemi di sovraccarico, è di correre per 3-4 volte a settimana, perché la corsa è pratica e versatile, e poi fare altro. Potete nuotare, camminare, fare trekking, palestra o ciclismo. Quello che volete, insomma. L’importante è che, oltre alle 3-4 uscite di corsa, venga aggiunto qualcosa in più di equivalente. Fare sempre un solo sport può comportare rischi come la noia e gli infortuni. Alcuni riescono a farlo ma, in ottica salutistica, imparare a trovarsi altre cose non è per niente sbagliato. E lo dico da amante della corsa. L’articolo sul multisport, citato più avanti, vi spiega meglio cosa vuol dire questo discorso.

La qualità conta!

È molto importante che le sedute mantengano la qualità. Tenetelo a mente. Ormai tanti studi sottolineano l’importanza dell’intensità, a discapito dell’esercizio a bassa intensità o del jogging. Cosa si intende per intensità? Per chi corre, vedi per esempio il fondo progressivo di cui parlo in un capitolo più avanti. Un jogger può anche correre tutti i giorni e fare 60 km a settimana, ma senza la qualità non fornisce i corretti stimoli all’organismo e, spesso, anche la durata della seduta è insufficiente. Lo sport praticato a bassa intensità, come il jogging o il ciclismo ad andature turistiche, non garantisce un invecchiamento ottimale.

L’intensità di allenamento è molto importante per formare un organismo forte, efficiente e resistente!

Probabilmente si correrà qualche km in meno, ma il metabolismo sarà migliore. È ovvio che non si deve esagerare con la qualità (altrimenti vi infortunate!), ma nemmeno passeggiare da jogger per 60 km a settimana con la smania di essere sempre in pista. Il jogger non modifica i parametri organici e non ricava alcun vantaggio salutistico, o almeno i benefici sono minimi (sì, lo so, ci sarà sempre chi sostiene che poco è meglio di niente). Certo, non c’è bisogno di andare in paradiso a ogni allenamento, ma se l’idea di fare quei 10′ finali di un progressivo con il fiatone vi spaventa, dovreste imparare a fortificarvi di più. Che ci crediate o no, l’approccio anche dei professionisti è di recente cambiato e si cerca di mantenere di più la qualità rispetto al fare sempre più km. Un esempio che lo chiarisce bene è il record in maratona di Kipchoge. Il fatto è che ci vuole sempre quella predisposizione ad essere “veloci”, senza la quale non si danno stimoli metabolici. È più facile di quello che si crede. Non dev’essere una cosa nevrotica e non è roba da professionisti. Senza farsi prendere dall’eccesso di agonismo, la differenza sta nella capacità di dare qualcosa in più. Non sempre e non bisogna strafare, ma dobbiamo avere questa capacità. Una volta che ci siamo abituati, diventa incredibilmente normalissimo e spontaneo.

Le scelte personali… ma no agli alibi!

È importante chiarire che il target salutistico può essere raggiunto con diversi sport, sapendo valutare a quanto equivalgono i chilometri di corsa rispetto a un altro sport. Questo permetterà anche a coloro che hanno problemi ortopedici di non usurarsi con la corsa. L’importante è scegliere un’attività sportiva vera, come nuoto e sci di fondo, corsa, ma anche trekking (sì, il trekking vale a tutti gli effetti come sport se fatto con serietà!). Il problema è che, spesso, la gente si aggrappa a soluzioni precarie, incastrate a forza con svariate bugie, o ad attività blande che danno la “sensazione” di faticare, come ad esempio il fitness. Ovviamente, tutto questo non funziona. Parcheggiare lontano, prendere le scale al posto dell’ascensore, contare i passi ecc… sono tutti rimedi che non fanno agire concretamente e illudono gli svogliati che possono cambiare senza troppa fatica. Anzi, in realtà con questi rimedi perdiamo più tempo e non impariamo ad essere efficienti, visto che tanto non si brucia quasi nulla (vedi “Fare sport è un affare… perché rifiutarlo?“). Sì, lo so, ci sarà sempre chi dice che poco è meglio di niente: nessuna speranza per loro. Gli sport VERI a disposizione sono tanti. C’è solo l’imbarazzo della scelta e ognuno sceglie, tra tutte le possibili opzioni, quella che trova più congeniale. Chi considera che allenarsi per 4 volte a settimana sia troppo fa l’errore di basarsi sulla popolazione sedentaria, che è notoriamente scarsa e debosciata. Personalmente, sono convinto che non ha senso fare poco piuttosto che niente. Il nostro scopo è quello di rendere lo sport uno stile di vita globale, un’attività che ci accompagna per tutta la vita per invecchiare bene. Dobbiamo arrivare a cambiare la nostra vita in modo radicale. Le pezze, le scorciatoie e le vie di mezzo non funzionano mai, come spiego anche nell’articolo sulla differenza tra sportivi e ricreativi. Se vogliamo cambiare la nostra vita, facciamolo fino in fondo! Potete anche aumentare di 2 km al mese e adattarvi con tempistiche da ere geologiche, ma lo potete fare e fatelo senza cercare alibi. Leggetevi l’articolo sullo sport come stile di vita globale e capirete meglio quanto sia importante fare sport per tutto, per amare la vita, e non si deve avere il tipico approccio fanatico o da esaltato dei forum.

Io mantengo sempre una filosofia di sport per la salute. Non conta vincere alle gare o ammazzarsi per migliorare il tempo di una manciata di secondi. L’efficacia del mio modo di pensare sta proprio qui, perché annienta gli alibi per non fare sport e, se uno ha voglia di migliorare la sua vita, si convince che lo sport non è solo per i professionisti. Inizia a capire che, se in precedenza trovava mille scuse per non fare sport, adesso non ne ha più e diventa uno sportivo “impegnato”. Facendo così, anche la prestazione non sarà correlata a un surrogato di autostima, ma proprio alla salute, e la fatica avrà sempre una motivazione forte a lungo andare (vedi “Prestazione sportiva e motivazione“). L’attività aerobica di resistenza vince su tutti i fronti se parliamo di benessere. Se vogliamo dare qualcosa in più in termini di forza ed estetica, possiamo inserire la palestra.

Il multisport è utile?

Quando si parla di avere più scelte a disposizione, può sorgere l’idea di fare più sport anziché solo uno. Il multisport può diventare una notevole opportunità. Poiché è un argomento importante, da non banalizzare sotto numerosi aspetti, vi rimando a questo articolo in cui ho approfondito come si deve.

Sia ben inteso, non è che siamo obbligati a fare più sport ma, se vi accorgete che avete problemi di sovraccarico, acciacchi o infortuni, provate a pensare che fare solo uno sport potrebbe non convenire. Non incaponitevi e non ritenete normale avere alcuni problemi. Se accade, cambiate strategia! La corsa non si esprime al suo massimo livello solo se si corre la maratona. E non sta scritto da nessuna parte che bisogna fare interminabili trail. Il punto è che si crea una specie di conflitto. Per essere in salute, quel volume ci vuole, ma non possiamo pretendere che tutti ci riescano con un solo sport (di solito la corsa). Se ci riuscite senza mai annoiarvi e senza avere i tipici malanni del runner, bene, altrimenti virate in altra maniera. Ci sono tanti fattori in gioco, come psicologici, pregressi di infortuni, età ecc.

Potete uscire a correre 5 volte a settimana e impostare un programma con lenti e progressivi. Anzi, è meglio rispetto a 3 sedute con ripetute sempre tirate. Di certo non sbagliate, perché la corsa resta lo sport più economico, efficiente e versatile. Se però avete o volete altre opportunità, sfruttatele. Quello che non bisogna fare è cercare delle scorciatoie!

Capacità di recupero e numero di sedute

Chi si allena per la salute deve saper avere delle buone doti di recupero. Deve saper ottimizzare le energie e avere un organismo efficiente. Ciò permetterà anche di evitare gli infortuni. Dobbiamo sempre teoricamente essere in grado di allenarci il giorno dopo. Non importa il tipo di allenamento. È vero che bisogna piazzare i dovuti giorni di riposo, ma le doti di recupero si allenano anche correndo un po’ stanchi, a passo tranquillo e portando a casa. Ecco perché il fondo lento è così importante! Magari vi sembrerà difficile all’inizio, ma con il tempo e la pazienza diventerà tutto normale. Fare sport non vuol dire correre le maratone, perché ciò che paga è la frequenza e, per ottenere questo, le lunghe distanze sono controindicate. La capacità di recupero è una dote sottostimata. Tante volte, chi corre 3 volte a settimana lo fa perché vuole correre sempre da riposato e spremersi ogni volta, ma così non si allenano le doti di recupero. Se lo facciamo perché ci piace sentirci sempre freschi come una rosa, non riusciremo ad essere resilienti. Per allenare le doti di recupero, non si deve esagerare con la qualità e non ci si deve ammazzare, ma allenarsi a ritmo blando anche un po’ da stanchi, senza troppa fatica. Un classico esempio è quello del runner che esegue un’oretta di lento (10-12 km) il giorno dopo una seduta di ripetute. Mantenere la frequenza è importante anche per non lasciarsi andare al classico “oggi non ho voglia”. Possiamo prenderci un periodo di minor carico, e questo ci sta o è addirittura obbligatorio, ma mantenendo sempre una frequenza abitudinaria che non ci faccia mollare. Ho approfondito meglio questo discorso nell’articolo sullo sportivo del week-end.

Diciamo che l’errore tipico dello sportivo del week-end è quello di dare una bassa priorità allo sport, ritrovandosi ad arrangiare quel poco di sport che riesce a fare. Se vogliamo bene alla nostra salute, dobbiamo metterci della buona volontà e capacità di organizzazione, senza accampare ad alibi o falsi impedimenti. Ad esempio, si usa sempre il fine settimana (sabato e domenica), ma poi si inserisce almeno un altro allenamento infrasettimanale anziché solo uno. Se non si è disposti a farlo, raccogliamo solo le pezze e vuol dire che non abbiamo davvero deciso di cambiare la nostra vita. Fate dello sport il vostro stile di vita globale e, fidatevi, i benefici saranno notevoli. Chi non si convince di questo non è destinato a fare strada o al massimo si ferma a strategie palliative e arrabattate. La frequenza è importante perché permette di trasformare i parametri  fisiologici. Questo passaggio si ha solo se ci evolviamo da 3 ad almeno 4 allenamenti. Da un lato, per un amatore può essere accettabile correre solo 3 volte a settimana e andare più piano di una decina di secondi al km rispetto a 6 volte (tra 45′ e 43′ su 10 km, non ci vedo differenza). Se però non si fanno altri tipi di attività fisica a una sufficiente intensità allenante, i benefici in salute si riducono. Chi usa la strategia dello sportivo del week-end ha un organismo praticamente identico a quello di un sedentario, quindi si fa male appena tira un po’ di più (vedi quelli che partecipano alla partitella della domenica pomeriggio e prendono subito uno strappo…).

Le sedute non devono essere inferiori a un’ora. Un’ora è infatti la durata ottimale per un allenamento nella corsa, al di sotto del quale si brucia poco e serve a ben poco dal punto di vista allenante. Per questa serie di ragioni, non è affatto strano vedere jogger che hanno addirittura difficoltà a mantenere il peso. È che passeggiano anziché correre! E magari, danno la colpa a improbabili disfunzioni metaboliche. Per chi fa ciclismo, la durata standard diventa di un’ora e mezza (tolte le sedute lunghe) e il motivo è spiegato nell’articolo già linkato su come allenarsi per la salute con il ciclismo. Prima ho detto che, se abbiamo disponibili le 3-4 sedute tipiche dell’amatore, l’intensità è importantissima. Ma la seduta dev’essere fatta bene. Intensità non vuol dire ammazzarsi per 20′ sul tapis roulant fino a scoppiare!

Fare sport per la salute vuol dire mantenere l’abitudine per tutta la vita. Dev’essere una cosa valutata nel lungo termine, quindi è sempre importante mantenere un volume e un’intensità senza fare né troppo né troppo poco. A parte che la scarsa priorità per lo sport porta facilmente alla noia, così come il troppo all’infortunio. Bisogna trovare il giusto equilibrio per garantire gli stimoli e adattarsi a sforzi maggiori, ma tenendosi alla larga dagli infortuni, con l’obbiettivo di fare sport fino alla vecchiaia. Anche allenarsi solo 3 volte non è detto che sia sempre sbagliato, perché magari abbiamo spontaneamente una vita fisicamente molto impegnativa (fisicamente, non parlo di stress mentale!). Non è tutto così incasinato o ambiguo come sembra. Il senso è che ognuno può giocarsela avendo delle scelte. In base alla scelta che prendiamo (tempo, impegni, lavoro ecc), dovremo trovare la miglior soluzione possibile per restare in forma (o anche preparare una distanza, volendo). Se però ci limitiamo alla mezz’oretta di jogging o all’attività cardio in palestra, siamo fuori strada. Occorre capire che non esiste un solo metodo per fare sport e rimanere in salute. Ognuno avrà le sue possibilità e i suoi metodi. Quello che resta imprescindibile è che ci vuole anche la fatica. Se uno non ha voglia di faticare, sarà sempre succube dei guru di turno e otterrà poco. L’importante è non smettere. Andrete un po’ più piano in alcuni periodi, ma non smettete. Se si smette, bastano pochi mesi per perdere del tutto i benefici.

Gradualità

Naturalmente, per raggiungere i livelli di benessere, occorre sempre andare graduali. Ad esempio, chi vuole iniziare correre, deve alternare tratti di corsa leggera a tratti di cammino e pian piano aumentare i tratti di corsa. In questo articolo ho spiegato come aumentare il volume nella corsa, ma il discorso vale in generale per tutti gli sport. La gradualità importante. Non vince chi arriva prima, ma chi dura per tutta la vita!

Non bisogna temere che sia troppo o che sia impossibile. L’errore è quello di sottovalutare le capacità del nostro corpo perché ormai siamo abituati a una società sedentaria e che vive tutto con terrore. Andate con gradualità e rispettate il giusto recupero. Permettete al vostro corpo di adattarsi pian piano e vedrete che lui vi sorprenderà, perché è quello per cui è fatto geneticamente! Voglio ricordare che non c’è bisogno di avere chissà quale scopo agonistico, di correre la maratona, di vincere gare ecc. Si tratta semplicemente di dare modo al nostro corpo di esprimere il suo potenziale e questo è alla portata di tutti!

L’importanza di essere graduali, lo so, va in contrasto con molte persone che vogliono arrivare subito a “grandi” traguardi, come ad esempio la prima maratona. Io vado controcorrente, perché poi, magari, i frettolosi sono gli stessi che, non raggiungendo l’obiettivo, mollano. Centellinate pure i progressi e, fidatevi, è meglio così. Non abbiate fretta. L’importante non è arrivare dall’oggi al domani, ma arrivarci! La gradualità vi farà apprezzare ogni sfumatura dello sport e ve la godrete di più! Mi preme parecchio sottolineare la gradualità. Come abbiamo detto, per ottenere i massimi benefici dallo sport occorre un volume non minimale. Un errore tipico è avere l’ideale di arrivare “stanchi come si voleva”, che è una cosa sbagliatissima perché il sovraccarico rischierà di farvi infortunare. La gradualità è fondamentale per:

– prevenire gli infortuni e ridurre i traumi dagli aumenti improvvisi;
– abituarsi ad avere l’allenamento nella routine quotidiana.

Gli aumenti di volume e carico, se non avvengono correttamente, possono essere micidiali per chi è principiante. Siate pazienti e rispettate le esigenze dell’organismo. Vedrete che, con la dovuta saggezza, sarete in grado di allenarvi più di quello che pensate con incredibile facilità.

Il divertimento

Il concetto da capire è che, prima di tutto, si fa sport per la salute. Non ha alcun senso trascurare gli affetti e ridursi a dei cadaveri perché si spera di riuscire a correre la maratona in 3 ore. Lo sport deve saper divertire e rendere consapevole il soggetto di avere un fisico efficiente, più resistente di quello di un sedentario della stessa età. Non vuol dire che non ci si deve allenare come dei professionisti, ma che non ha senso farlo se poi ci si deve distruggere. Non bisogna mai dimenticare che conta divertirsi: se uno deve rovinarsi il divertimento per cercare di raggiungere obbiettivi troppo ambiziosi rispetto allo sforzo da impiegare, che senso ha? Se si va in bici, in discesa tanto vale tirare il freno e godersi un po’ l’ambiente circostante piuttosto che gettarsi in scia come se fossimo al Tour. L’importante non è primeggiare e arrivare ai limiti a tutti i costi, ma dare sempre il massimo di se stessi e gettare lo sguardo oltre, rispettando se stessi e il proprio corpo.

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Difficoltà nella programmazione sportiva?

La preoccupazione di quando, nella vita, entra in maniera rilevante lo sport, necessario a un corretto stile di vita, è sempre il solito: il tempo, e dunque, la programmazione settimanale. Complice il lavoro e la famiglia, gli amici o altro, in molti hanno difficoltà a combaciare lo sport nella vita di tutti i giorni. Sono convinto che molte delle persone che lamentano la carenza di tempo siano semplicemente svogliate. Per altri, invece, effettivamente risulta difficile una programmazione settimanale, dato che, se si lavora, la maggior parte del tempo libero è al fine settimana, momento che pertanto per diverse persone diventa l’unico per fare sport. Il punto è che, tra una scusa e l’altra, il motivo per cui non si riesce a programmare gli allenamenti è dovuto a una bassa priorità per lo sport. Ma una bassa priorità per lo sport significa una bassa priorità nei confronti della salute e una predisposizione maggiore allo stress, all’ansia, oltre a una vecchiaia precoce e peggiore rispetto a un soggetto sportivo. Se siete convinti di non avere tempo per lo sport, riflettete sulle vostre priorità. Lo sport dev’essere un appuntamento improrogabile, un appuntamento da valorizzare per se stessi e con se stessi, con la propria salute. E non può assolutamente essere un appuntamento opzionale, di bassa priorità. Deve diventare una sana abitudine al pari di lavarsi i denti. D’altronde questo è anche un modo per ribadire la propria libertà. Chi non si allena perché in settimana ha il lavoro provi a pensare a tutti coloro che si allenano al mattino presto o dopo il lavoro. Basta ricordarsi, ad esempio, che quel giorno, dalle 18:30 alle 20:00, c’è l’allenamento e nulla può impedire di saltarlo!

Intanto, voglio ricordare una cosa che, in teoria, dovrebbe farvi rivedere tutto il punto di vista se siete tra coloro che si lamentano del tempo che non c’è per lo sport:

per essere sportivi, non è necessario correre la maratona o essere professionisti!

La frase appena detta è importante da tenere a mente, perché alcuni credono, erroneamente, che per fare sport serva uno sforzo ingente di tempo e si debba fare sacrifici come gli atleti della Nazionale. E allora, ecco che ci si inventa delle scuse per non fare sport. Ma non è così! Si torna da lavoro, ci si cambia e un’ora da dedicare alla corsa, prima della cena, c’è sempre. Il tempo da dedicare alla famiglia e ad altro non è tolto, ma guadagnato e di maggior qualità perché si è più forti e più resistenti! E, lo ripeto, è un’attività salutistica tranquillamente alla portata di tutti. Pertanto, no alle scuse e no agli alibi! In pochi comprendono che fare sport è indubbiamente faticoso, ma non farlo, prima o poi, provoca problemi ed è un errore.

Organizzarsi

Sinceramente, non è il massimo della vita far parte di quei trasandati della domenica che solo per quella mezz’oretta del fine settimana fanno jogging. Organizzarsi vuol dire che dobbiamo trovare 3-4 allenamenti a settimana per uno sport che dia una sufficiente soddisfazione (e magari aggiungeremo altro per ottenere i massimi benefici). È difficile che, anche con una vita ricca di attività, non si trovi questo tempo. Se accade, è perché non avete ancora compreso l’importanza dello sport per la salute. Perché gettare via questa opportunità? Vedi anche “Quanto allenarsi per la salute?” È vero che possiamo preparare una distanza solo con 3 allenamenti ma, a parte il fatto che saranno sedute impegnative (*), il volume necessario per i massimi benefici resta quello. Risicare solo 2-3 allenamenti, magari di neanche un’ora, è controproducente. Per chi corre e ha il tempo limitato (sedute da un’ora), semmai potete optare per il progressivo. E se anche così dite di non avere tempo… beh, mi spiace, ma siete spacciati! Alcuni svolgono lavori fisicamente (fisicamente!) molto faticosi, quindi avremo chi si allena di più e chi di meno. Ma se la scusa è il tempo e fate un lavoro tipicamente d’ufficio, non c’è scusa che tenga.

* Però ritorniamo sempre al solito discorso. Il fattore determinante per la prestazione è il volume. Se scegliete di farlo su 3 sedute, va benissimo, ma non dev’essere una scappatoia per chi non vuole impegnarsi a dare la giusta priorità allo sport. In un modo o nell’altro, qualunque sia la scelta che prendete, non si scappa da quello che è davvero necessario per la salute. Se fate un programma su 3 sedute, anche per via di altri impegni e lavoro, lo dovete organizzare bene e non dev’essere una scusa per fare del blando fitness o l’HIIT.

Sicuramente, anziché scoppiare (vedi sul sonno e lo sport), è meglio allenarsi 3 volte se già si fa un lavoro fisicamente molto impegnativo. Ma non si può generalizzare questa situazione a tutti. Al giorno d’oggi, è difficile che si faccia un lavoro del genere (lo stress mentale è un’altra cosa e bisogna imparare a gestirlo). Anzi, lo sport adatta l’organismo ad essere più efficiente nel lavoro e nelle attività quotidiane! Se avete un lavoro d’ufficio, non c’è scusa che tenga per l’incapacità di ritagliarsi il tempo per lo sport. Io sono il primo a dire che allenarsi troppo è assurdo. Critico sempre chi dorme poco o penalizza i rapporti perché ha perso il senso della misura e dell’equilibrio. Ma questi sono casi di dipendenza da sport o fanatismo da lunghe distanze. Fare sport per la salute vuol dire che allenarsi per 3-4 volte a settimana è una cosa del tutto normale. E questo tempo si può trovare con una buona capacità di gestione del tempo. Vedetela anche come una sfida per capire quello che nella vita è superfluo… e lo sport non lo è! Bastano 4 uscite, anche da un’ora di corsa, per avere un programma settimanale soddisfacente. Francamente, non ci credo che non le sappiate trovare. I giocatori dell’NBA, ad esempio, corrono per un equivalente di sole 3 ore a settimana. Tuttavia, fanno anche pesi, studiano le tattiche e devono sostenere viaggi fisicamente provanti. Al netto della corsa, sono tutte attività che un normale impiegato d’ufficio non ha (lo stress mentale è un altro discorso e va gestito).

Un esempio per ottimizzare il tempo: le pulizie casalinghe. Io ho l’abitudine, dopo la doccia dell’allenamento, di dare una passata al pavimento delle stanze più vicine. Nel frattempo, si cuoce la pasta e lavo gli indumenti a modalità veloce (il lavaggio completo è inutile). Sono tutte azioni quotidiane, in apparenza piccole e inutili, che però fanno risparmiare molto tempo. Ecco come si trova il tempo per lo sport!

Nel sito, ho già detto altre volte che non bisogna farsi prendere troppo dalla prestazione. Bisogna imparare ad avere tanti altri oggetti d’amore oltre allo sport. Tuttavia, questo non dev’essere una scusa. Non fate confusione tra chi fa sport per la salute e il professionista. Ognuno di noi amatori dovrebbe facilmente incastrare almeno 3 allenamenti settimanali che considera insindacabili (*). Chi ragiona da sportivo del weekend deve comprendere che, per ottenere i massimi benefici salutistici, dobbiamo correre per 50 km o più a settimana. Questo target può essere raggiunto con qualunque tipo di attività, tenendo magari la corsa per le canoniche 3-4 volte a settimana e aggiungendo altro. Ma se ragionate come uno sportivo del weekend e inventate mille scuse per non fare attività fisica, non ci arriverete mai. Il discorso è ben chiaro se ci si cala nella mentalità del multisport. È una mentalità che consiglio vivamente per raggiungere i massimi benefici dello sport, senza sovraccaricarsi con un solo sport. Il punto, però, è sempre quello. Lo sport deve ricoprire una priorità e non può essere tirato fuori dal cassetto soltanto nel weekend. Potete anche correre 3 volte a settimana ma, se per il resto ve ne state in poltrona o sulla sedia, avete capito male.

* Il problema di allenarsi solo 3 volte, senza fare altro, potrebbe essere anche una maggior probabilità di infortunio. Le doti di recupero, cioè il saper rendere frequente l’allenamento, sono importanti. Chi si allena 3 volte, magari, vorrebbe tirare troppo perché ragiona che, se esce 3 volte, deve massimizzare. E si rompe! In sostanza, 3 allenamenti dovrebbero essere ritenuti quelli immancabili in caso di impedimenti momentanei. Inoltre, è più difficile mantenere un peso corretto (si potrebbe fare per dimagrire, perché siamo già in ipocalorica).

Riflettete. I paesi scandinavi, che sono tra quelli con il maggior benessere, sono mediamente più attivi. Non esitano a uscire e anche solo camminare in inverno, quando fa freddo e il sole cala presto. La loro è una mentalità diversa e non si fermano alle difficoltà, come in questo caso il clima. Quindi, non esiste giustificazione per non riuscire a fare sport. Così come gli scandinavi si sono adattati, anche noi possiamo farlo. Basta trovare l’opportunità che più ci conviene, senza alibi o scuse. Fare sport è una cosa che non si deve barattare!

Al bando la noia!

Voglio far notare come il non ridurre lo sport a un’attività secondaria permette anche di non annoiarsi. E non annoiarsi vuol dire mantenere sempre gli stimoli, e per conseguenza questo ci permetterà di fare sport e restare in salute a lungo. Leggete l’articolo su corsa e noia e capirete meglio cosa intendo. Gira e rigira, dare la priorità allo sport ci fa divertire di più, apportando grandi benefici nella salute e nella mente.

Lo sportivo del week-end

Una strategia indubbiamente scorretta è quella di sopperire alla presunta mancanza di tempo per lo sport con l’abitudine di concentrare tutto al fine settimana, cioè sabato e domenica. Questa soluzione è fallimentare e controproducente perché porta a un sovraccarico eccessivo in quell’unico momento in cui ci si dedica allo sport. Tante persone non si allenano per tutta la settimana e lo fanno solo al sabato o alla domenica con dell’inutile jogging! Se riduciamo all’osso gli allenamenti, è impossibile allenarsi correttamente e ottimizzare le energie. Chi macina parecchi km in un allenamento è uno che ha una distanza critica maggiore rispetto ai normali amatori e quindi si allena anche 6 volte a settimana, magari con dei bigiornalieri.

Allenarsi solo al week-end non è una buona soluzione. Di solito, è indice di un cambiamento esistenziale ancora non del tutto avvenuto. Imparate a vedere lo sport come il vostro stile di vita globale e quotidiano. Vedrete che ne verrete ripagati! Se non si è capaci di farlo, vuol dire che non si è liberi, perché si tratta di uno sforzo fattibile. Chi non ci riesce deve imparare a gestirsi meglio! Lo ripeto sempre, piuttosto che cercare di spremersi (e farsi male) con poche sedute perché non si ha tempo, si deve puntare sulla frequenza. Possiamo sempre continuare ad allenarci al sabato e alla domenica, ma poi dobbiamo trovare anche due giorni infrasettimanali. E, fidatevi, con il weekend sempre disponibile, è facile. Se ci alleniamo solo al fine settimana, allora no, non funziona più. È troppo poco! Mancano le qualità di recupero, manca l’adattamento al gesto, ci si infortuna e non si raggiungono i veri benefici salutistici.

Insomma, praticamene è impossibile avere un allenamento ottimale con la strategia dello sportivo del weekend. Gli effetti negativi sono tanti anche dal punto di vista fisiologico:

– il peso non si ottimizza, perché la frequenza è insufficiente per bruciare calorie quotidianamente (e dovete anche capire questo articolo);
– aumentano la dolorabilità e la probabilità di infortunio (sempre a causa della scarsa frequenza);
– non aumentano significativamente i valori di colesterolo buono;

I parametri fisiologici di chi corre solo al fine settimana tendono ad essere più simili a quelli di un sedentario. Così, non c’è modo di abbassare significativamente la mortalità ma, anzi, è più probabile infortunarsi. Nello sportivo del weekend, addirittura ci si può far male! Può sembrare un controsenso visto che il carico è minimo, ma il punto è che fanno male sia il troppo che il poco. Avete presente quelli che giocano a calcetto al martedì o al mercoledì sera tra scapoli e ammogliati e prendono subito uno strappo? Ecco, ci siamo intesi. Fate uno sforzo in più e vedrete che i benefici in cambio saranno molto maggiori dello sforzo. Se si guardano i benefici in cambio, lo sforzo vi sembrerà addirittura misero! Vi posso garantire che, se siete persone positive e con stimoli, succede proprio così. In genere, si inizia a correre per 3 volte, poi ci si prende gusto e si progredisce (rispettando la gradualità) perché si comprende il valore dello sport nella vita (l’importante è non diventare fanatici delle lunghe distanze!). Il vero salto di qualità in salute, organismo e prestazioni, si ha passando da 3 a 4 allenamenti. Solo così avrete un peso ottimizzato, perché ciò che paga è la frequenza.

L’incapacità di ritagliarsi il tempo per lo sport significa che non abbiamo ancora davvero cambiato la nostra vita e cerchiamo sempre di metterci delle pezze. Dove sta l’errore dello sportivo del week-end? Lo sportivo del week-end dà una bassa priorità allo sport e quindi finisce per dover mettere delle pezze che inevitabilmente gli si ritorcono contro. Solo i professionisti, che sono geneticamente portati, riescono a gestire con facilità una seduta con tanti km, ma è anche vero che un professionista riposa solo al sabato. Il normale amatore dovrebbe imparare a dare la giusta priorità allo sport, senza la quale non ne verrà mai fuori. L’errore è sempre il solito, cioè dobbiamo capire che lo sport deve diventare uno stile di vita globale. Solo così potremo davvero nutrire dei benefici in salute. L’errore comune è quello di considerare lo sport come qualcosa di noioso, troppo faticoso, da incastrare in qualche modo perché si è obbligati per dimagrire o per mantenere la linea. E tutto questo è un errore! Fare dello sport uno stile di vita globale vuol dire fare un cambiamento radicale per se stessi, che abbraccia tutti gli ambiti della vita. Come spiego nell’articolo sullo sport come stile di vita globale, è qualcosa di così profondo che va ben oltre il semplice fare sport in quell’oretta. Ecco perché tante persone trovano sempre problemi (se non li hanno, li inventano!) o alibi. Ed ecco perché tante persone o mollano presto o riducono il tempo per lo sport a un misero angolino raffazzonato. Ma io dico: come ci si può perdere tutti questi vantaggi?

Mantenere l’abitudine

Come ho spiegato anche nell’articolo su quanto allenarsi per la salute, in un’attività sportiva per la salute conta rispettare la frequenza, anziché ammazzarsi di km. Si deve puntare sulla frequenza, perché i benefici non vanno solo raggiunti, ma anche mantenuti (soprattutto quando si passano i 30 anni!). Ora, possiamo accettare che, per svariati motivi, abbiamo la necessità di scaricare un po’ o ridurre il carico, ma si deve sempre mantenere una frequenza per non abbandonarsi al classico “oggi non ho voglia”. Più si mantiene la costanza e più l’abitudine di fare sport si radica, arrivando a praticarlo anche quando le giornate sono più negative o stressanti. Anzi, è proprio in questi casi che lo sport può tornare utile grazie allo stimolo dell’endorfina! Pertanto, si capisce bene che la strategia dello sportivo del week-end è sempre fallimentare. Ci può stare che possa capitare un evento, una difficoltà o un imprevisto che faccia saltare l’allenamento. È normale. Quello che bisogna fare è porsi nelle condizioni di stabilire una soglia che consideriamo senza se e senza ma. Ad esempio, possiamo strutturare un programma per correre 4 volte a settimana. Se accade qualcosa, dobbiamo essere capaci di allenarci per almeno 3 volte, tornando al programma consueto appena possibile. Altrimenti, sarà facile abbandonare tutto e perdere i benefici dello sport.

Lo so, ci sono diverse riviste sul fitness che propongono visioni soft spacciate come il toccasana. Se abbiamo spirito critico, ci accorgiamo che lo scopo di queste visioni è vendere e guadagnare sfruttando i pigri. Il classico esempio è quello di allenarsi a intensità “vigorosa” per la quantità ridicola di 75′ a settimana. Si vende di più, si attirano più clienti, ma i benefici sono trascurabili. Lo sport non è una medicina sgradevole da prendere perché ce lo dicono le linee guide, ma una bellissima opportunità di migliorare la qualità della vita. Volete davvero cambiare in meglio? Date una priorità insindacabile allo sport e fatevi un grandissimo favore. Anche a me capita di saltare un allenamento, ad esempio quando diluvia troppo forte o tira la bufera di neve. Però mi sono organizzato per mantenere almeno 3 allenamenti fatti come si deve. È la mia soglia per non perdere l’abitudine, ma poi torno al mio solito programma quando il meteo torna favorevole. Trovare queste sedute non è solo un’abilità, ma anche questione di libertà. Fra l’altro, imparare a mantenere l’abitudine vi fa vincere le condizioni meteo sfavorevoli, ad esempio quando piove. Creare un’abitudine vuol dire che, se vi dovete allenare e non lo fate, avrete la sensazione che manchi qualcosa e nutrirete un richiamo impellente (a meno che il clima non sia davvero proibitivo). Per farlo, occorrono almeno 3-4 sedute settimanali. Con il tempo, mi sono accorto che il difficile non è allenarsi, ma pensare di doverlo fare. Alla fine, allenarmi è diventato un gesto spontaneo e naturale come lavarmi i denti.

Le priorità della vita

Il punto è che le soluzioni per gestirsi sono tante. Ad esempio uno può anche riposare al sabato e alla domenica (perché magari fa la scampagnata in famiglia, cosa più che lecita!) e concentrare tutto in settimana, e la scusa del lavoro non ce l’ha così come non ce l’hanno coloro che non mettono lo sport in secondo piano, cioè nell’angolino come qualcosa da incastrare a forza in mezzo a tutto il resto. Come si può dire di non trovare almeno un’oretta per allenarsi? Provate a pensare a quanto tempo vi porta via il lavoro. Oppure provate a pensare a quanto altro tempo buttate via in cose inutili o superflue, quindi:

– è inutile lamentarsi di non avere tempo per lo sport quando puliamo a lucido la casa ogni giorno per 2 ore;
– è inutile lamentarsi di non avere tempo per lo sport se poi facciamo i pendolari per 3 ore al giorno per guadagnare quei 100 euro in più di stipendio con l’illusione di mantenere un certo standard;
– è inutile lamentarsi di non avere tempo per fare sport se poi si è disposti ad aspettare mezz’ora (MEZZ’ORA!) fuori da un ristorante per entrare, e aspettare ancora per l’ordinazione;
– ecc.

E non dimentichiamo quelli che non lavorano e hanno tanto tempo libero, ma passano tutto il giorno a giocare ai videogame o su Facebook postando i selfie al cesso. È curioso, perché ci sono tanti lavoratori che riescono a incastrare i corretti allenamenti, mentre non ci arriva chi studia e ha il pomeriggio libero. Accumulate tutti questi esempi di tempo perso, non vissuto, e avrete un tempo decisamente maggiore di quello impiegato per allenarsi. Si dovrebbe spiegare che non si vive per lavorare o per fare le pulizie. Si lavora per avere il pane con cui vivere, che è diverso! Così come si pulisce la casa perché sia decente, non lercia, e averla brillante non ha senso se ci fa perdere il tempo per noi stessi e per la nostra salute. Aspettare mezz’ora fuori da un ristorante? E che senso ha? Neanche fosse la lista d’attesa per la Scala! Della serie, se non ci si complica la vita non siamo contenti! I pendolari, invece… beh, se è una fase limitata della vita ci sta, vedi ad esempio gli universitari. Ma, appunto, è un “disagio” temporaneo. Vedere un operaio che ogni giorno spreca un’ora di viaggio per andare a lavoro, come mi è capitato quando facevo io il pendolare, vuol dire buttare via gran parte della giornata e della vita. Qualcuno dirà che non c’è niente di male a mangiare al ristorante, che ci si deve anche divertire. Ma il problema non è nel mangiare al ristorante. Il problema sta nell’aspettare mezz’ora solo per entrare e poi ordinare del cibo che è peggio di quello alla mensa aziendale ma servito su piatti eleganti. Allora la colpa non è del fatto che non c’è tempo per lo sport, ma della gente che non sa dare valore al tempo e alla vita!

Come riuscire a trovare il tempo per lo sport, dandone la priorità che merita? Ci si può allenare al mattino prima di andare a lavoro, sfruttare la pausa pranzo (se è lunga come capita ad alcuni), il dopolavoro. Non importa come si decide. L’importante è riuscire a trovare la soluzione più comoda per sé, senza tirare in ballo alibi come la mancanza di tempo, perché ci sono persone che riescono tranquillamente a venirne fuori. Se persino i coniugi Obama riescono a svegliarsi all’alba per fare jogging con tutti gli impegni della Casa Bianca, perché noi non possiamo riuscire a trovare il giusto tempo per lo sport? Ci riescono gli Obama che sono sempre super impegnati e noi no? Volete essere liberi o imprigionati? Il tempo per lo sport è un toccasana per la salute, per l’umore, per impiegare le energie in qualcosa che si ama e per averne maggiori in tutte le varie attività quotidiane, e sapere che il corpo funziona bene. Chiedetevi che cosa potete fare per migliorare la situazione, senza accettarne una precaria. Quotidianamente, buttiamo letteralmente via un sacco di tempo in cose del tutto inutili o poco importanti. Trovare il tempo per lo sport, quindi, significa anche capire che cosa conta davvero nella vita, senza perderci in inutilità, apprezzando al massimo il tempo che abbiamo, senza sprecarlo. La gente è abituata a tappare i buchi della giornata, almeno quando non lavora, e poi crede di non avere tempo per lo sport quando in realtà non è così. È solo una gran bugia che ci si racconta per non riflettere sulla propria vita e sulle proprie priorità vere. Un giorno “dovete” lavare la macchina, un giorno “dovete” mangiare dai genitori o suoceri con cui esaurite ogni discussione in 30′ al massimo. Un altro giorno “dovete” andare a quella cerimonia di quel lontano cugino che vedete una volta ogni 20 anni. Dovete, dovete e dovete… e invece non dovete proprio nulla! Pensate sempre che sia tutto importante e necessario, ma ciò a cui vi dedicate è solo superficiale, un passatempo con cui sopravvivere a ogni giornata. E proprio voi magari dite che uno deve “pur” vivere, ma si vive decisamente meglio con amici che hanno i nostri stessi oggetti d’amore. È meglio andare ad allenarsi con chi ama altrettanto correre e poi mangiare un bell’hamburger con lui anziché ritrovarsi con persone con cui non si sta male, d’accordo, ma che più del tempo di una pizza e quattro chiacchiere non ci danno. Quello che fanno in molti è il classico male non fa, ma che alla fine non lascia di per sé molto.

Se uno ragiona che lo sport è una pena da espiare o cerca di ficcarlo a forza nel più umiliante buco del fine settimana, non ne viene a capo. Imparate a sfruttare ogni occasione possibile per allenarvi. È anche questo che vuol dire trasformare lo sport in uno stile di vita globale. Vedrete che un “incastro” lo troverete sempre, adattandovi alle situazioni. E vedrete anche che non trascurerete affatto “le altre cose”. Anzi, ne darete maggior importanza, proprio perché imparerete a dare valore al tempo e alle persone. Il classico “non ho tempo” è solo una gran bugia! Nemmeno il maltempo o il freddo vi fermerà, perché sarete così coinvolti che saprete affrontare le avversità (a meno che non tiri la bufera di neve o non diluvi!). Ecco, questo vuol dire fortificarsi davvero e migliorare la qualità della vita, mica i pesetti o l’ellittica in palestra.

Se state a contestare di dover rinunciare alla discoteca, allora alzo le braccia perché siete dei poveracci senza speranza. Se invece siete delle normali persone con “tutte le altre cose”, quell’oretta fidatevi che la trovate senza problemi e senza rinunciare a nulla che conti davvero. Si tratta anche di libertà e di non farsi imbrigliare nel superfluo! Non dico che troverete la vostra personalissima quadratura da un giorno all’altro, ma chi tiene a cuore la sua salute e la sua libertà ci arriva anche sperimentando più soluzioni. L’importante è non arrendersi ai soliti “ma non ho tempo”, “è impossibile” ecc! Tutto questo discorso del tempo è spiegato sempre nell’articolo sullo sport come stile di vita globale, dove spiego che uno sportivo ben allenato ha più tempo per dedicarsi a ciò che ama!

Campioni si nasce, e debosciati?
Fare sport è un affare… perché rifiutarlo?

Patatine fritte, sì o no?

Le patatine fritte sono probabilmente l’alimento per eccellenza della categoria dei “junk food”, demonizzate dal salutista medio, il Satana di ogni dieta e accerrime e irresisbili tentatrici della linea. Come al solito, le cose stanno diversamente. Partiamo dalla definizione di “junk food”, letteralmente “cibo spazzatura”. È una definizione che non ha senso perché, in base a qualunque definizione se ne voglia dare, chissà perché chi vorrebbe mettere al rogo le patatine fritte tace pilatescamente su quante porcherie ci sono nei nostri genuinissimi salumi. Provate a leggere l’etichetta di una normalissima confezione di bresaola della Valtellina al supermercato e scoprirete da voi quello che sto dicendo. D’altro canto, è però anche innegabile che le patatine non siano un alimento da inserire quotidianamente nella dieta, per via del loro elevato apporto calorico che è di 185 kcal/100 g. Parliamo di patatine fritte artigianali, fatte in casa, fritte in abbondante olio caldo e asciugate bene dell’olio in eccesso con carta assorbente. Nella ristorazione, esse vengono servite come contorno, ma il loro valore energetico non le permette di considerarle realmente tali. Basti pensare che io cucino i miei primi da 100 kcal/100 g con l’aggiuta di verdure come parte integrante della ricetta (e non come contorno!). Dunque, le patatine fritte, o french fries in inglese, sono uno sfizio da concedersi ogni tanto, accompagnandole magari con del pesce fritto secondo l’anglosassone accostamento del fish and chips, il tutto condito con una salsa di piselli, maionese o ketchup e/o piselli stufati. A mio parere, questo è il top, anche perché in Inghilterra il fish and chips, rispetto al classico fast food all’americana, è ancora un piatto locale che, a parte l’olio di frittura, viene preparato con ingredienti genuini. Tornando alle patatine fritte, questo è il classico esempio di come non esista un cibo che fa male o bene, quanto piuttosto è la dose a fare il veleno. In sostanza, il concetto è:

chi è in pesoforma, con IMC di 20-22 (18-20 le donne) e fa regolarmente attività sportiva a medio-alta intensità per almeno 3-4 volte a settimana, non si deve preoccupare.

Per chiarimenti su cosa si intende per attività sportiva, leggete qui. Chi è sedentario e sovrappeso deve invece stare attento a quello che mangia, e quindi anche alle patatine fritte. Ma, appunto, non solo alle patatine fritte! Questo non nega che la frittura sia un metodo di cottura poco salutistico, ma se ci dobbiamo limitare a questo ci accorgiamo che tutto quello che mangiamo può diventare nocivo, anche l’acqua e la verdura! È lo stesso discorso che vale per i biscotti con olio di palma. E rispondete a questa domanda, per capire se avete una buona coscienza alimentare: così come per i biscotti, le patatine fritte possono essere consumate regolarmente in una dieta? Se la risposta è affermativa, non avete una buona coscienza alimentare, e probabilmente siete sovrappeso. Se la risposta è negativa, non c’è nulla di cui preoccuparsi e le patatine fritte diventano uno dei tanti alimenti con cui proseguite una dieta variegata e piacevole.

Scelta delle patate e frittura

Per chi desidera sbizzarrirsi a fare le patatine fritte in casa, è molto importante scegliere le patate giuste e l’olio giusto. Le patate migliori per friggere sono quelle a pasta gialla, perché rimangono più sode. Non usate delle patate qualsiasi perché magari le vedete in offerta. Esistono un sacco di varietà di patate e ognuna ha il suo valore. Le patate bianche, ad esempio, vanno bene per purè e gnocchi. Se le usate per le patatine fritte, otterrete un risultato aberrante, perché tenderanno a sfaldarsi! Anche la scelta dell’olio è fondamentale. Le patatine fritte sono così buone e dorate perché vengono scatenate le reazioni di Maillard, ed essere avvengono a temperature elevate (dai 140° C in su, mentre per la frittura parliamo di temperature dai 180° C in su). Quindi, contrariamente a quello che si pensa e al comune credo, l’olio d’oliva extravergine non va bene! Occorre usare un olio che resista a temperature elevate, di semi. L’olio extravergine d’oliva supererebbe inevitabilmente il punto di fumo, e allora sì che le patatine fritte diventerebbero una bomba concentrata di sostanze tossiche e cancerogene. Per ottenere una frittura ideale, asciugate bene le patate sbucciate e tagliate a listarelle. La frittura dev’essere breve, sui 6-7 minuti (a seconda della forma e della grandezza delle listarelle), e ovviamente bisogna usare la carta da cucina per asciugare tutto l’eccesso di olio. Infine, si sala a piacere ed eventualmente si accompagna con qualche salsa, che sia ketchup, maionese, ma anche salsa Worcester, salsa barbecue, tabasco ecc.

Un’alternativa alle patatine fritte casalinghe è quella di acquistare le patatine fritte già prefritte dal supermercato. Le patatine migliori che ho trovato sono quelle con la dicitura “originali” della McCain, utilizzando una porzione standard di 250-300 g. Io le faccio cuocere, disponendole per un solo strato sul piatto, per 10-12 minuti con funzione grill + microonde. Infine salo a piacere. Il mio accostamento preferito è indubbiamente quello con i bastoncini di pesce (marchio Esselunga, più genuino della più costosa Findus), che pure si possono cuocere al microonde per circa 2 minuti e mezzo con funzione solo microonde. Così, nel giro di pochi minuti, anche se non è come negli artigianali chioschi del luogo, mi godo qualcosa che si avvicina al genuino fish and chips britannico. L’importante è ricordarsi di acquistare patatine già prefritte. Di solito lo sono anche se non è esplicitato, perché il valore energetico riportato sulla confezione risulta già elevato.

Ridiamo dignità al kebab!

Turismo sportivo e turismo gastronomico

Viaggiare per conoscere una nuova città perché si è amanti della cultura o per andare al mare o in montagna perché si ama la natura sono motivi validi per viaggiare. Bisogna però essere veramente amanti in questi ambiti. Chi va a visitare il Louvre giusto perché c’è la Gioconda e “ci vanno tutti” non è di certo un amante della cultura. E lasciamo poi perdere coloro che vanno alle Maldive perché dire Maldive “fa figo” o per rosolarsi su un fazzoletto di spiaggia a Rimini a fare quel cruciverba o Sudoku che basta per tutto l’anno. Ci sono però altri due motivi molto validi per fare turismo, ognuno con dei vantaggi e delle utilità di non poco conto.

Turismo sportivo

Negli ultimi anni, sta prendendo molto questo tipo di turismo, che fa girare l’economia locale offrendo molti posti di lavoro e fa conoscere le bellezze delle località che si attrezzano allo scopo. Il turismo sportivo serve sostanzialmente a chi, in ferie o nel fine settimana, si reca in un luogo più adatto per la pratica sportiva. Infatti, se si abita in città, nei giorni infrasettimanali di lavoro si dovrà correre al parco, ma al sabato e alla domenica si potrà andare in campagna con la famiglia e praticare meglio il proprio sport. Oppure, quando si è in estate, si sfrutterà quel mese di agosto di ferie per andare ad allenarsi al fresco della montagna, dove si potrà fare ciclismo su salite impegnative e serie o anche per correre con più fresco nelle zone di valle. Da notare che il turismo sportivo non cancella affatto i “bonus” della classica vacanza. In base allo sport che si pratica, alle proprie preferenze e al proprio stile di vita, si deciderà la meta più adatta per il turismo. Ad esempio, Nizza e la Costa Azzurra sono mete ideali per correre nei mesi più freddi, l’isola d’Elba nelle stagioni “di mezzo” va bene per qualunque tipo di sport, la montagna in inverno per sciare e in estate per correre o fare ciclismo con più fresco. Inoltre, il turismo sportivo ben si adatta anche agli amanti della natura. Infatti, chi ama la montagna potrà godersela bene con una giornata di trekking o di mountain bike, mentre chi ama il mare potrà praticare pesca subacquea. Il concetto principale è rendere attiva la vacanza, senza che essa sia dedicata all’appisolamento. Chi sfrutta le vacanze per appisolarsi è uno stanco della vita, che nel resto dell’anno sopporta o sopravvive le situazioni e non fa nulla per avere di meglio: uno zombie!

Un consiglio:

il turismo va fatto DOPO l’evento sportivo!

Può sembrare un consiglio banale, ma non lo è. Soprattutto nel caso in cui la gara sia la maratona, è assolutamente impensabile passare il giorno prima della gara camminando per ore o chilometri in giro per una città o in generale un luogo. Arrivate sul posto, ambientatevi un attimo, fate la gara e POI approfittatene per beneficiare dei tipici comfort del turismo.

Turismo gastronomico

Andrew Zimmern e Tony Bourdain sono indubbiamente tra i pioneri del turismo gastronomico. Ognuno ha poi sviluppato dei programmi televisivi molto famosi. Zimmern ha condotto Bizarre Foods (la traduzione italiana in “Orrori da gustare” è di cattivo gusto, il programma è ben diverso!), mentre di Bourdain voglio ricordare No Reservation. La caratteristica di questi programmi è di far conoscere, un po’ in forma di diario di viaggio, le abitudini gastronomiche dei paesi del mondo. Entrambi camminano e faticano molto durante i loro viaggi, con lo scopo di entrare in contatto con i locali. E il cibo, si sa, è uno dei modi più efficaci per farlo. Gli italiani purtroppo hanno spesso il brutto vizio di andare all’estero e aspettarsi gli spaghetti della mamma, salvo poi disgustarsi e dare per scontato che tutto ciò che non è nostrano fa schifo. Si tratta di un becero e infame pregiudizio tipico di persone ottuse. A questo punto, viene da domandarsi perché vanno all’estero. Analogamente al turismo sportivo che offre anche modo di immergersi nella natura per chi l’ama, il turismo gastronomico è anche un bel “bonus” per chi ama viaggiare da amante della cultura. Io condivido il pensiero di Zimmern secondo il quale nulla unisce più del cibo. Non so se non esista altro che unisca allo stesso modo. Credo di sì, ma indubbiamente il cibo è un metodo più che efficace per unire i popoli. Anche per il turismo gastronomico, però, si tratta di trasformare la vacanza in qualcosa di attivo, senza rimanere chiusi per gran parte della giornata in albergo. Si esce, si esplorano le bancarelle e i supermercati locali. Insomma, c’è uno sforzo fisico che occupa l’intera giornata, cosa non di poco conto perché permette anche di smaltire il cibo consumato. Non importa se si va in Cina piuttosto che tra i viottoli di San Gimignano. Quello che conta è… esplorare, conoscere, approfondire e gioire di ciò che fa parte del mondo, vedendo il mondo tutto colorato e non solo esteticamente piacevole e sereno.

Naturalmente, si possono abbinare insieme il turismo sportivo e il turismo gastronomico: a mio parere, questo è il top.

Chris McCandless e i suoi emulatori sbandati
Vacanzieri polli e apparenti e i perché del viaggiare

Il problema dei migranti e dell’immigrazione

L’immigrazione è un tema delicato su cui noto che in pochi hanno un punto di vista equilibrato, razionale ed intelligente. Questo tema diventa scottante proprio in questo periodo dove il fenomeno dei migranti dilaga e siamo spaventati dal terrorismo. Sostanzialmente, ci sono due posizioni sbagliate, contrapposte, di concepire l’immigrazione.

1) La Lega e la destra classica che, partendo da posizioni condivisibili, finiscono per sfociare nel razzismo. Razzismo che, ricordo, è una forma di violenza di cui ho già discusso. Generalmente, il razzismo della Lega è ben visibile dai discorsi di discriminazione nei confronti dei meridionali e dei neri che hanno la “colpa”, appunto, di essere meridionali e neri, non considerando che un uomo va giudicato in base a quello che è come persona e non per la sua etnia.

2) La sinistra e gli “hippie” che sono a favore dell’integrazione a oltranza, non capendo che questa visione dell’integrazione è una forzatura perché ci saranno sempre gruppi di persone che, se messi nella stessa gabbia, finiranno per ammazzarsi. Se volete sapere cosa intendo per vera integrazione, leggete questo articolo.

Riflettendo sul punto 1 e sul punto 2, se ne desume che una corretta immigrazione si ha quando si ha modo di entrare in contatto tra popoli che traggono beneficio da un contatto. Questo è ovvio tra un italiano e uno svedese (anche se, in realtà, gli italiani in Svezia non sono ben visti perché hanno un grado di civiltà inferiore, anche se accettabile). Ma proviamo a prendere un africano cristiano. La Lega qui già insorge. Un africano cristiano è perfettamente compatibile alla nostra società. La mia posizione sulla religione è negativa, ma ora questo discorso è relativo. Checché se ne dica, l’Italia, che siano credenti di comodo o veri, è per maggioranza a stampo cristiano. Ho scelto di fare l’esempio dell’africano cristiano perché spiega bene il discorso della compatibilità. L’Africa è un continente enorme. Ci sono popoli islamici, popoli cristiani, popoli violenti e popoli tranquilli. Discriminare l’Africa facendone un “unicum” non ha senso. Chi prova fastidio perché l’africano cristiano ha danze “strambe” ha seri problemi di intolleranza e razzismo, visto che anche noi abbiamo usanze che possono essere reputate strambe anche da una regione all’altra, come il mangiare le lumache o il travestirsi per carnevale o la polenta che è gradita al nord Italia ma non al sud. Quelli di sinistra integrazionisti però non esultino, perché il discorso non vale per un islamico. Un islamico entrerebbe in netto contrasto con il mondo occidentale, banalmente anche solo per questioni alimentari visto che esistono sostanze provenienti dal maiale tranquillamente usate in prodotti vegetariani. Figuriamoci poi stupidaggini come il burkini, un goffo tentativo di far convivere sotto uno stesso tetto due culture che non possono andare d’accordo. Abbiamo già noi i nostri bigotti cristiani, e se mettiamo insieme anche gli islamici creiamo una nuova guerra santa. Non a caso, gli islamici che riescono a convivere pacificamente da noi sono quelli di comodo, che non si fanno scrupoli a vendere pizze con würstel e alcolici.

In sostanza, per quanto riguarda l’Islam, un’integrazione è teoricamente possibile attraverso la laicizzazione. Ci sono però due problemi:

1) l’Italia crea già lo scontro religioso con la devozione al papa (volutamente in minuscolo) e i crocifissi in aula, prova del fatto che l’Italia, all’atto pratico, non è affatto un paese laico;
2) il mondo islamico è ancora al “suo” medioevo in termini di importanza religiosa (qualcosa si smuove, ma è ancora pochissimo).

A scanso di equivoci, non si sta dicendo che islam e cristianesimo sono assolutamente incompatibili. Affinché la convivenza possa esistere, si deve creare una società laica, in cui la religione è vissuta nella sfera personale. Come arriva la Lega di turno a decantare l’Europa cristiana, la convivenza è impossibile anche se l’islamico è un credente parziale. Si viene a creare uno scontro, che non permette di convivere. La destra italiana non accetta la diversità culturale, negando l’opportunità agli islamici moderati di convivere tutti insieme.

L’insegnamento degli Hutu e i Tutsi

Persino in alcuni paesi africani, vedi il Ruanda con i Tutsi e gli Hutu, sono riusciti a conciliare (non senza difficoltà) etnie che si sono sempre sterminate a vicenda. Al contrario, non ci riescono i protestanti e i cattolici nell’Irlanda del Nord, e sono persone della stessa nazionalità. Accettare che la religione non è una questione di Stato, ma solo privata, è l’unica via per la convivenza. In Italia, siamo ancora molto lontani da questo traguardo! Da notare come la suddivisione tra Hutu e Tutsi sia puramente artificiale, proveniente dai colonizzatori tedeschi e belgi (vedi l’articolo sul razzismo). È molto curioso il modo in cui Hutu e Tutsi, seppur con difficoltà e resistenze, sono riusciti a riappacificarsi. Molti Hutu e Tutsi, dopo essersi uccisi a vicenda, si ritrovano al bar ridendo e scherzando. Ciò è ben testimoniato da una puntata di Overland 20 che ho visto. L’italiano in viaggio in Ruanda rimaneva scandalizzato dal loro modo di scherzare. Uno diceva che non aveva ucciso l’altro perché quel giorno non aveva mira. L’altro, per contro, replicava di essere stato bravo a schivarlo e, per questo, si meritava la birra! A noi questa cosa scandalizza, ma a mio parere è corretto il punto di vista dei ruandesi che scherzano al bar. Loro vanno avanti, mentre noi dobbiamo ancora combattere i residui del fascismo. Il Ruanda ha imparato a superare le divergenze attraverso l’educazione e la cultura, senza il timore di fare scelte che un occidentale potrebbe ritenere assurde. Noi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, abbiamo agito più per vendetta che per giustizia (vedi il processo di Norimberga). Non abbiamo educato le generazioni per convivere civilmente e con rispetto o abbiamo smesso di farlo. Perché, no, il razzismo non è un disturbo mentale e si può limitare con l’educazione. Il viaggiatore di Overland 20 non ha messo cattiveria nel suo scandalizzarsi. Si tratta di un suo imprinting educativo, che però prende il problema dal verso sbagliato. È proprio per evitare di cadere in queste forme di imprinting che ho scritto l’articolo sulla malattia di essere giudici della società. Come ho scritto nell’articolo sul Vicino Oriente, bisogna evitare le varie forme di colonialismo, errore molto più comune di quello che si crede.

Hutu e Tutsi non sono l’unico esempio di riconciliazione in Africa. La stessa politica è stata adottata dal primo ministro etiope, Abiy Ahmed Ali. Probabilmente, le sue visioni democratiche e di riconciliazione (nello specifico verso l’Eritrea) sono dovute anche al fatto di essere nato da padre musulmano e madre cristiana ortodossa. Ad ogni modo, le politiche pacifiste di Abiy Ahmed Ali sono state così importanti da fargli avere il premio Nobel per la pace nel 2019. La Spagna ha usato la mano dura con i catalani, che per questo si sono ribellati ancora a ottobre 2019. Noi occidentali abbiamo molto da imparare! Però, attenzione. Riconciliazione è un bel termine. Ma non significa che, in Europa, volteremo pagina dando la cittadinanza onoraria Liliana Segre e, al contempo, intitolando la via ai firmatari delle leggi razziali. Andare avanti vuol dire mantenere la memoria, educando i cittadini ad essere civili e rispettosi. Vuol dire agire non per vendetta, ma per un paese migliore fatto da cittadini buoni. È questo l’esempio da seguire degli Hutu e dei Tutsi o di Abiy Ahmed Ali. Tra Hutu e Tutsi, prima del colonialismo, non c’è mai stato razzismo, mentre da parte di individui come Almirante sì. La vera pacificazione, in Europa, ci sarà quando il residuo di nazifascismo, anche nei partiti politici in apparenza normali, sarà stato debellato (sì, non sarà mai allo 0% ma ci siamo intesi). E questo si fa con l’educazione. Con l’educazione perché questo è lo strumento , potentissimo, che hanno usato persone intelligenti come Abiy Ahmed Ali. Cos’abbiamo fatto noi europei, invece? Prima la vendetta e poi un colpo di spugna! Peccato che, nel frattempo, i fascisti si siano già infiltrati in partiti come la Democrazia Cristiana prima e la Lega adesso.

E i migranti?

Il discorso dei migranti, a mio avviso, è un caso su cui si sfocia facilmente in patosensibilità. Sono disperati o solo i più abbienti tra i disperati, che hanno potuto permettersi il viaggio? Perché non pensiamo a chi è ancora costretto a rimanere nel paese d’origine? Chi soffre di più? Chi rimane nel paese d’origine o chi riesce a sbarcare in Europa? Quindi, piantiamola con il buonismo. Quello che a me stupisce è che vogliamo curare gli interessi di chi è arrivato qui con il barcone, fregandocene però della situazione nel paese d’origine. Questa è pura ipocrisia. Perché i governi non si impegnano ad aiutare questi paesi direttamente? Aiutare la gente che ha più mezzi per fare un viaggio in barcone è inutile. I paesi più deboli e poveri vanno aiutati concretamente, con una seria legislazione che imponga a ogni cittadino di contribuire in base al principio di solidarietà sociale. Dev’essere fermamente bloccata l’immigrazione senza limiti e senza regole, ma allo stesso tempo bisogna fare sforzi politici per aiutare i paesi più poveri a progredire, senza che debbano migrare o invadere in massa altri paesi. Ma come al solito, ai governi questo non interessa e ci accontentiamo, spinti dalle pubblicità progresso, di salvare quelle poche anime a discapito di milioni di altre che continuano a soffrire. Alla fine, ai poteri più alti fa comodo che gran parte del mondo rimanga nella povertà e nella fame, facendo poi campagne di accoglienza o di lotta all’immigrazione che in entrambi i casi sono delle pagliacciate. Vedete dove sta l’assurdità dei regolamenti internazionali? Se in un paese africano c’è povertà e da questo subiamo un’immigrazione ingestibile e fuori controllo, va bene. Se però al presidente americano non piace che la Corea del Nord abbia il nucleare, allora la guerra è giustificata. Per carità, non nego affatto la pericolosità del nucleare della Corea del Nord o dell’Iran. Ma è evidente che i regolamenti internazionali non funzionino. L’accoglienza di per sé non è sbagliata e ci sono tanti paesi poveri perfettamente compatibili con la civiltà occidentale. Il problema è che non si fa nulla per migliorare le condizioni dei paesi più poveri affinché non ci sia bisogno di migrare come dei disperati. Accettiamo che si faccia la guerra per mantenere un qualche fantomatico potere geopolitico, ma non va bene aiutare chi è più debole. Ci mettiamo in bocca paroloni come “spirito di accoglienza”, ma non facciamo nulla per far arrivare il benessere dove esso manca. E allora amen, che l’umanità riposi in pace.

Sul fallimento dell’Europa così com’è oggi, ho comunque discusso nell’articolo “Fallimento dell’Europa, Brexit ed esempio catalano“.

Un’altra cosa che non si dice sui migranti è che i politici favorevoli alla fantomatica “accoglienza” intascano delle tangenti per questo genere di “attività”. In realtà, è una vera e propria attività criminale gestita tra la mafia italiana, i politici corrotti e i trafficanti locali senza scrupoli. Quindi, piantiamola di nasconderci dietro allo spirito di accoglienza. Qui non c’è alcuno spirito di accoglienza, ma una tratta di esseri umani che arrivano come disperati in paesi dove non riescono a integrarsi. Lo spirito di accoglienza è un’altra cosa! Si accolgono i migranti per foraggiare la mafia, i politici corrotti e i criminali, non facendo però niente per aiutare queste popolazioni “in casa loro”. Con che coraggio si vorrebbe parlare di accoglienza? Chiamiamo questa cosa con il vero nome: schiavismo. Una volta c’erano le navi che trasportavano i neri. I primi a contrastare la tratta degli schiavi neri furono i britannici. Benissimo, perché oggigiorno non si fa qualcosa di simile per risolvere un problema di tale gravità internazionale? Stiamo parlando di esseri umani che vengono usati come merce per la criminalità… altro che accoglienza, è sfruttamento! Purtroppo, in Italia questo problema sfocia nel razzismo e la xenofobia (*). Vedi il caso del maliano ucciso in Calabria, che deriva da una situazione pregressa di sfruttamento. È ovvio che, più ci sono sbarchi, più ci sono braccianti da sfruttare. I migranti sono il nuovo schiavismo del terzo millennio. Possibile che i buonisti non ci arrivino? La mafia dei migranti esiste ed esiste il traffico illegale dei migranti che arrivano con il barcone. Non limitatevi alla visione tipica di Forza Nuova. Sono d’accordo che questi individui di estrema destra dovrebbero essere rinchiusi in galera buttando via la chiave, ma la mafia che gestisce i migranti c’è e dev’essere fermata.

* Non è del tutto vero! La Francia è molto più intollerante dell’Italia e la Germania ha gravi problemi di neonazismo. Anche l’Austria, recentemente, sta prendendo sempre più caratteri intolleranti.

Sicuramente, se la sinistra classica vive di un ingenuo buonismo sull’accoglienza sempre e comunque, un Salvini non ha nelle politiche la solidarietà sociale, ma l’odio, a volte esplicito e altre volte mascherato da slogan fasulli. Se un paese vuole essere moderno, deve attuare il principio della solidarietà sociale. Nessun razzismo, cioè quello tipico della Lega, e nessun buonismo che favorisce l’accoglienza totale (o utopica?). Ma sì alla solidarietà sociale tra i paesi attraverso accordi internazionali, che permette di portare il benessere dove manca.

Le responsabilità dell’Europa

In molti paesi dell’Africa e dell’Asia, le guerre civili sono conseguenza del vecchio colonialismo europeo. Nel passato, quindi, l’occidente ha avuto influenza nelle dinamiche poi sviluppatesi a mano a mano dov’è venuta a mancare la democrazia “all’improvviso”. Oggigiorno l’Europa sembra svegliarsi di colpo e accorgersi che c’è questo problema, ma la situazione non è un problema di oggi. È un problema che deriva da secoli indietro. Non si tratta di accoglienza o di respingere. Respingere è facile, ma la radice di quanto sta accadendo è più profonda e l’Europa ha contribuito. Non si sta dicendo che è tutta colpa dell’Europa, ma che indubbiamente ha avuto il suo peso. È vero che non si può fare una politica di totale e scriteriata accoglienza (sarebbe una follia, visto che non sono tutti compatibili con l’occidente!), ma l’Europa che ora si preoccupa dei migranti dov’era prima? Se a Salvini si possono imputare toni esagerati e che istigano continuamente il razzismo, è altrettanto vero che l’Europa di oggi è un fallimento totale, penosa e ridicola. È un’Europa che non è mai intervenuta seriamente nel problema, lasciando che fosse la sola Italia a sobbarcarsene. Un’Europa che ha sempre fatto solo gli interessi dei paesi più potenti come la Francia o la Germania. E sono paesi che si sono lamentati dell’Italia, ma nel frattempo facendo anche peggio. Ricordatevi sempre di quello che è avvenuto con il genocidio ruandese tra Hutu e Tutsu, di cui ho parlato meglio nell’articolo sul razzismo. Il concetto di razza o etnia, prima del colonialismo, non esisteva in Ruanda. Il genocidio ruandese è uno dei maggiori esempi di responsabilità dell’Europa sui problemi dei paesi poveri.

Le navi Ong

Ultimamente, si parla molto delle navi Ong che trasportano i migranti. È interessante come in tanti non abbiano capito a riguardo. Non sono trafficanti perché l’intento è teoricamente buono. I trafficanti con il barcone, purtroppo, esistono e sono da contrastare. Le navi Ong salvano le persone dai trafficanti, che altrimenti sarebbero lasciati a morire in mare. L’errore delle Ong, però, è che si limitano a salvare quelle persone pretendendo lo sbarco, ma non si battono come si deve sul problema. Onore e merito per salvare tante persone a cui nessuno si interessa, ma devono anche scendere in piazza per chiedere un intervento internazionale dei governi. Perché il viaggio in mare, con navi inadeguate, è sempre rischioso. Tante volte, le Ong sono subdole, perché avanzano la pretesa di sbarcare giocando sulla patosensibilità verso i migranti. C’è una notevole differenza tra la solidarietà sociale che coinvolge tutti i governi e l’atteggiamento da disperati delle Ong. Nessuno nega che bisogna salvare le persone in mare, ma bisogna farlo con criterio e un programma serio internazionale. Gli americani sono scesi in piazza per i migranti messicani. Le proteste in piazza contro Trump in favore del Messico sono di tutt’altro livello rispetto agli aspiranti madre Teresa di Calcutta delle Ong. Se voi leggete l’articolo sulla solidarietà sociale, capirete che cosa voglio dire e che aspirare ad essere dei madre Teresa di Calcutta non è affatto un complimento. Chi scappa da situazioni difficili o di guerra deve poter essere accolto portando la valigia e in sicurezza. Con i traghettamenti, le condizioni di salute sono precarie e le persone rischiano sempre la vita, pertanto gli sbarchi non sono una soluzione efficace. È chiaro che non bisogna essere indifferenti o razzisti. Io sono favorevole alla cosiddetta accoglienza, ma dev’essere ben gestita. Se le soluzioni non sono attuate con la sinergia dei governi e un piano di vera solidarietà sociale, avremo sempre caos e sfruttamento. Battevi per questo (ad esempio attraverso il voto) e abbandonate la patosensibilità fine a sé!

Riconosco che molti comandanti sono in buonafede. Operano scelte coraggiose e umane. Per fortuna, non esiste solo gente che aspira egoisticamente alla santità, quindi non si può additare in tal modo tutte le navi che portano i migranti. Alcuni cercano di diventare dei madre Teresa di Calcutta, nutrendo in realtà solo il proprio ego. Altri agiscono per motivi etici condivisibili, spinti da un genuino sentimento di bontà. Il punto è che l’azione non dev’essere alla disperata, raffazzonata e precaria. Bisogna battersi affinché i governi si interessino del problema, senza sfociare nel pericoloso sciovinismo di Salvini, Orban, Trump e chi come loro.

Aggiungo un’altra cosa sulle navi. L’innominabile (lo chiamo così) ha detto che, grazie alle sue misure, sono morte solo 2 persone in mare nei primi mesi del 2019. È obiettivamente una bufala. Cercate i dati e scoprirete che sono morte parecchie persone. Il fatto è che, proprio per colpa sua, le navi Ong perdono completamente il senno e lo vedono come una sfida, facendo rischiare ancora di più la vita ai migranti. L’atteggiamento dell’innominabile sa tanto di quel nazismo che sbandierava di far lavorare gli ebrei, che nei campi concentramento (secondo la loro propaganda) stavano bene. Sostegno che non si può far viaggiare queste persone in nave a simili condizioni, clandestinamente. Ma non si può neanche affrontare l’immigrazione con la violenza e il razzismo. Diminuire gli sbarchi non vuol dire che le navi non ci sono. Quindi, non vedere gli sbarchi non vuol dire che in mare non muore la gente. Anche un cane capisce che l’innominabile ha detto una cavolata, mentre molti italiani, carenti di spirito critico e razionalità, ci credono (magari perché presi dalla foga del “sovranismo”). L’UNICEF dice 365 morti nei primi tre mesi del 2019. A livello assoluto, siamo ad oltre il 60% rispetto a tutti i morti nel 2018. Non direi proprio che stanno salvando le vite. Se proprio dobbiamo trovare qualcosa di positivo in questo “sovranismo”, credo che almeno ora sappiamo che c’è un problema. Bisogna imparare ad aprire gli occhi. Le soluzioni “sovraniste” sono sbagliate, perché con la violenza e la discriminazione non si risolve nulla. Faccio presente che le bugie della Lega e dei “sovranisti” non sono nuove. Fanno parte di una strategia di negazionismo che già i nazifascisti attuavano (ne discuto nell’articolo sul perché è importante la memoria).

In conclusione, sull’argomento ong, in realtà le navi non sono affatto illegali. Possiamo ribattere che alcuni lo fanno per sentirsi qualcuno, ma legalmente le navi non sono illegali. È una legge di mare, che è perfettamente chiarita. Le navi hanno tutto il diritto di salvare le persone in mare, portandole in un porto sicuro. Anzi, non solo è un diritto, ma è anche un obbligo (così dice la legge). La Lega dice che sono illegali, ma è una bufala. Le navi che vogliono uno sbarco stanno rispettando la legge. Non sono le navi che salvano le persone ad essere illegali, ma i mafiosi locali ed europei che trasportano le persone sui barconi. Salvini o chi per lui può mettere qualunque multa vuole, ma legalmente è diritto di mare salvare le persone e cercare un porto sicuro. Piaccia o no ai leghisti, le ong non stanno violando nulla. Le multe si scavalcano con estrema facilità. L’immigrazione clandestina è una cosa, mentre è un’altra rispettare le leggi di mare che prevedono l’obbligo di salvare le persone. Tale obbligo ha la priorità sulle multe e qualunque giudice imparziale le renderebbe nulle. Il problema nasce alla radice, cioè nello sfruttamento delle popolazioni povere. Ma su questo, come detto in precedenza, l’Europa ha le sue responsabilità.

L’Italia è stata lasciata sola?

La risposta è: non esattamente. I paesi che non si affacciano sul Mediterraneo non hanno compreso quanto sia grave il problema degli sbarchi. La Germania l’ha compreso solo di recente. Ma non è corretto dire che è l’Italia che si becca tutti i migranti e gli sbarchi. Malta viene accusata dalla Lega di non concedere mai gli sbarchi, ma non è vero. Malta è un piccolo paese, con un territorio che, complessivamente, è circa un terzo del territorio comunale di Roma (316 km² per l’arcipelago della piccola repubblica sul mare). Vuol dire che Malta prende quel poco che può prendere e gli altri devono per forza essere mandati altrove. Anche la Grecia subisce molti sbarchi. Inoltre, una buona parte dei migranti arrivati in Italia, appena può, fugge proprio nella tanto criticata Germania (i tedeschi saranno arroganti quanto volete, ma la Germania si prende eccome parecchi migranti). È una bugia bella e grossa quella che dice la Lega, con lo scopo di creare sentimenti di odio. È la Germania stessa ad essere il secondo paese al mondo con più immigrati, preceduta solo dagli Stati Uniti. La Germania può essere accusata di non aver capito la gravità del problema degli sbarchi, mentre è un’assurdità sostenere che l’Italia si prende sempre gli immigrati e i tedeschi no. I paesi scandinavi criticano l’Europa, o almeno alcuni paesi di essa, per il dilagante egoismo. Loro vedono un’opportunità nell’Europa per essere tutti più vicini e, quando assistono agli egoismi, si arrabbiano. La Svezia è uno dei paesi storicamente più umanitari al mondo ma, per essere davvero tutti uniti, occorre che tutti i paesi membri dimostrino solidarietà. I governi sovranisti non vogliono unire i paesi per affrontare l’immigrazione con equilibrio, bensì distruggere l’Europa e promuovere l’odio.

Ma non vogliono integrarsi!

Uno degli esempi che si fanno in merito è quello dei rom. Da un lato, è vero che ci sono i rom che sfruttano i bambini per fare accattonaggio. C’è poco da dire su questi soggetti: vanno messi in galera, togliendo l’affidamento dei figli. Ma non bisogna farne un discorso assoluto. Esistono anche i rom che vivono come degli “invisibili”. Arrivano a un livello di disperazione che li porta ad accendere un falò per cacciare gli animali selvatici. La disperazione li porta a mangiare la frutta dagli alberi nella zona. Molti di loro sono malati. Ma, rispetto a quelli che sfruttano i bambini, vorrebbero che i figli andassero a scuola. E gli sgomberi di alcuni governi fanno perdere i diritti in questo verso. Quindi, una Meloni di turno dice che loro non vogliono integrarsi per giustificare l’odio. Molti tra loro non vogliono, altri sì ma vivono come dei disperati a cui basterebbe insegnare le norme civili e far andare i figli a scuola. Il fatto è che molti rom sono in Italia da 10 o 20 anni, con i figli nati in Italia e che sono italiani ma, al contempo, è come se non lo fossero. Senza una vera politica di integrazione, sia da parte della sinistra che della destra, questi figli saranno a loro volta a forte rischio criminalità.

L’errore verso i rom sta sia nella sinistra buonista che nella destra xenofoba. Il buonista di sinistra vedrà un bambino che fa accattonaggio e gli darà l’euro. Lo xenofobo di destra discriminerà, indistintamente, tutti i rom. Le cose non stanno così e bisogna saper distinguere il singolo. Se un rom sfrutta i bambini, non bisogna dare l’euro, ma sbatterlo in galera. Se un rom vuole che suo figlio vada a scuola, ed esistono eccome questi rom, dev’essere concessa questa opportunità. Inoltre, non dimentichiamo alcuni meccanismi della criminalità. Ci sono rom che vogliono cambiare vita ma, venendo emarginati e discriminati, tornano nella criminalità, alimentando il circolo vizioso. In questo modo, il pregiudizio si rinforza, quando invece vanno puniti solo i rom che sfruttano i bambini e gli anziani per fare accattonaggio (o altri crimini, si intende). Questo si fa, anziché sgombrando e basta, offrendo delle opportunità. Se non ci sono le alternative, la percentuale dei rom che compie crimini sarà sempre alta, alimentando le paure e i pregiudizi.

Ho fatto l’esempio sui rom perché vengono menzionati spesso, ma il discorso vale per tutte le forme di pregiudizio. In pratica il messaggio distorto è che “non siamo noi ad essere razzisti, sono loro che non vogliono integrarsi”. Prima di essere frettolosi a concordare con questo pensiero, sappiate che è la stessa cosa che i nazisti dicevano degli ebrei per giustificare i ghetti. Gli sgomberi sono funzionali alla politica dell’odio (oltre che alla criminalità!). Poiché non ci sono soluzioni concrete una volta fatto lo sgombero, anche la parte onesta dei rom finisce per sopravvivere con la criminalità. Il risultato è che la destra, in questo modo, può dire che i rom spacciano, rubano e stuprano. È vero che una parte dei rom camperà sempre con la criminalità ma, per eliminare il rischio di empatizzare con la parte buona, è meglio non dare chance nemmeno ad essa.

Il senso dell’asilo politico

Ovviamente, non esistono solo i cosiddetti “migranti economici”. Vedi il drammatico scenario del Vicino Oriente. Ma si tratta di un argomento difficile e che ha soluzioni a sé, quindi per approfondire vi rimando all’articolo sul Vicino Oriente. I profughi dalla guerra o dalle persecuzioni arrivano da tanti paesi, ma forse oggigiorno, con il terrorismo e la primavera araba, conosciamo di più quelli dalla Siria e dall’Afghanistan. Per questo, valeva la pena dire qualcosa sul Vicino Oriente. C’è chi è e abituato agli slogan degli estremisti e vede tutto il male nell’invasione dei migranti. Se quelli “economici” (o forse meglio dire della mafia?) sono da contrastare duramente, non è che si parla di asilo politico per fare i santi. Ci sono situazioni veramente ardue da risolvere, nel Vicino Oriente, in Africa o altrove. E, come tengo sempre a ribadire, qui i paesi occidentali devono intervenire per fornire il corretto aiuto. Non è un discorso legato al mero “spirito di accoglienza”, che detto così, alla buonista, non vuol dire proprio niente e sfocia nell’ipocrisia. Vuol dire trasmettere valori di democrazia e bontà, cercando di portarlo globalmente dove ancora tutto questo non c’è. Non importa se sono guerre dichiarate o persecuzioni nel sud del Sudan. Il discorso è paragonabile e si tratta sempre di violenze su cui è doveroso fornire aiuto. È facile dire “aiutiamoli in casa loro”, ma poi quale paese occidentale lo fa? Lo dice spesso la destra, ma ovviamente non lo fa! Mi viene difficile immaginare una Meloni o un Salvini che si batte per inviare insegnanti in Somalia per dare istruzione ai bambini. Anzi, finora il loro “aiutiamoli in casa loro” era un piano per costruire dei campi di concentramento in Libia! È interessante notare come siano i temuti cinesi ad aiutare di più i paesi africani. La Cina ha capito le falle del sistema occidentale (vedi anche sul lavoro) e sta portando la tecnologia in Africa, traendone un vantaggio economico. Inoltre, ha capito dove hanno sbagliato i vecchi colonialisti occidentali, rendendosi attraente nella sua forma di sfruttamento.

Chi richiede l’asilo politico deve comunque essere distribuito nei paesi dell’Europa. Altrimenti sono troppi da gestire per un solo paese. E sono troppi tanto quanto lo sono le situazioni di gravità in diversi paesi. L’importante è che non solo ci sia una ridistribuzione equa dei richiedenti asilo, ma che si faccia anche una corretta e vera integrazione (l’integrazione è tuttora una lacuna in alcuni paesi decantati per essere multiculturali come la Francia…). C’è bisogno di rimettere le cose in ordine, non di violenza, rabbia e risentimento. Quella di Salvini e altri populisti di destra è la più classica politica dell’emozione, che prende gli applausi da chi è privo di spirito critico, ma che a conti fatti non risolve niente (o addirittura peggiora la situazione, vedi le ondate di violenza contro i migranti). È vero che siamo stufi del buonismo di sinistra, ma chi prende a calci un nero non è neanche paragonabile a un animale. Ovviamente, un Salvini di turno non usa alcune sue tipiche espressioni, come ad esempio “infami”, verso questi soggetti… chissà perché!

Ad ogni modo, per evitare di scadere negli stereotipi, la guerra non è solo in Africa. Agli inizi degli anni 2000, Ucraina e Russia sono entrate in crisi, fino a giungere alla guerra vera e propria nel 2014. Da allora, la guerra del Donbass ha fatto circa 10 mila morti e il conflitto non accenna a fermarsi. Se ne parla poco, ma abbiamo la guerra non troppo lontana da noi, come fu anche nella ex Jugoslavia negli anni ’90. Come detto, poi, non scordiamoci dei paesi dove non c’è ufficialmente la guerra, ma è come se ci fosse. Cito l’Honduras come esempio perché è attuale. Se è vero che non si possono accettare, in massa, milioni di profughi honduregni, nemmeno bisogna perdere l’umanità, magari facendo paragoni improbabili. Paesi come l’India, infatti, pur avendo ancora molti problemi di povertà e disuguaglianza, hanno un governo sufficientemente stabile da aver sviluppato un nazionalismo (intendo tralasciando il fatto che anche lì c’è una terribile corruzione e si distrugge l’ambiente senza pietà, provocando anche suicidi). Bene, in Honduras il governo praticamente non esiste. La corruzione dilaga e la legge è dettata dalle bande (che poi vendono droga agli americani, per inciso). Per questo motivo, l’Honduras è uno dei paesi più pericolosi al mondo, con un elevato tasso di omicidi. Il dovere dei paesi occidentali dovrebbe essere non tanto accogliere indiscriminatamente tutti gli honduregni (ovviamente non si può), bensì trovare una soluzione percorribile nei limiti, ma seria e concreta, per tirare fuori questo paese dalla criminalità. San Pedro Sula, la città da cui è partita la famosa carovana nel 2018, è la città più pericolosa al mondo. Persino Baghdad ha un tasso di omicidi di 10 volte inferiore! San Pedro Sula, la seconda città dell’Honduras dopo la capitale Tegucigalpa, è dove sono stati rimpatriati (o scaricati?) molti criminali honduregni dagli Stati Uniti. Quindi, non solo i barconi nel Mediterraneo, ma una serie di problematiche migratorie a cui non si dà la giusta importanza. La situazione dell’Honduras è una di quelle tipiche che vengono ignorate. Solo di recente, con la carovana, qualcuno ha iniziato a parlare anche di questo paese, ma le dinamiche sono molto difficili per pensare che un paese messo così male ce la faccia da solo.

La storia che non insegna

Sarebbe più corretto dire che la storia non può insegnare se non la si conosce. È quello che ho spiegato anche nell’articolo sul giorno della memoria e in quello sul perché la memoria è importante. La stessa mancanza di solidarietà dell’epoca è quella che ci affligge oggigiorno. Nessuno dice che bisogna accogliere in massa gli immigrati di tutto il mondo. Ma non vanno bene l’egoismo e lo sciovinismo a cui stiamo gravemente assistendo. Gli ebrei dell’epoca fuggivano a causa di riforme volte a cacciarli. Infatti, non da subito è partito lo sterminio. È uno scenario non molto diverso da oggi, con i vari decreti sicurezza, che hanno lo scopo di emarginare gli indesiderati (che non sono soltanto gli stranieri, anzi!). Non importa se alcune norme non passano, poiché è chiaro l’intento. Ebbene, gli ebrei a inizio novecento furono respinti anche dai paesi alleati, da Cuba… da dovunque! Gli ebrei hanno cercato di essere accolti dovunque e da tutti sono stati rifiutati. Moltissimi di loro sono morti nei campi di concentramento per cecità verso il problema.

Il vantaggio degli anni 2000 è che possiamo informarci e capire come sono le situazioni in alcuni posti. Il problema è che, dopo quanto accaduto agli ebrei nel novecento, non abbiamo imparato granché. La memoria non è un valore fine a sé. Ci serve. Ci serve per imparare e migliorare la società. Ma la storia va trasmessa per poterne ricavare un’utilità!

Immigrazione e surriscaldamento globale

Quando si parla di immigrazione, vengono menzionati svariati aspetti. Un aspetto di cui però si tace o si parla pochissimo è il surriscaldamento globale. In questo articolo, ho detto come lo scioglimento dei ghiacciai dell’Hindu Kush metterà a rischio, direttamente o indirettamente, circa 1.5 mld di persone. Sì, avete capito bene: un miliardo e mezzo di persone! E “solo” ai piedi dell’Hindu Kush. Ciò provocherà una migrazione senza eguali. Adesso, i “sovranisti” gonfiano il petto perché chiudono i porti e i confini, con la sicumera di aver portato più sicurezza. Stanno ancora comodi e viziati e possono permetterselo. Ma tra 20 o 50 anni, quando il surriscaldamento globale sarà sempre più drammatico, non ci sarà alcun “sovranista” che tenga. Purtroppo, al surriscaldamento globale non c’è soluzione. Siamo già nel punto di non ritorno (come spiegato nell’articolo linkato). Adattarci sarà complicato e sarebbe azzardato riportare una soluzione semplicistica ora. Quello che è certo è che anche l’ondata del “sovranismo” sarà abbattuto e ci attenderanno tempi duri. E chi non riuscirà a scappare dalla fame sarà lasciato a morire, dato che ad alcuni partiti non interessa affatto “aiutarli in casa loro”.

Il surriscaldamento globale spiega bene perché non è possibile un’accoglienza totale. Non possiamo accogliere miliardi di persone da tutto il mondo. È pura follia, oltre al fatto che “il mondo è bello perché vario”. Possiamo accogliere solo una parte di queste popolazioni. Ma è proprio questo che spiega perché è necessario un intervento internazionale. I paesi più poveri o in difficoltà devono disporre dei mezzi per affrontare il cambiamento climatico. Come dice bene anche il movimento #FridaysForFuture, non dobbiamo cambiare il clima, ma il sistema!

Alcuni contestano le migrazioni dovute al cambiamento climatico notando che, sulle navi, ci sono donne africane in sovrappeso con bambini. È lo stesso discorso del caso di Josephine. Se tu hai un bestiame e hai mangiato fino a ieri, adesso arriva il surriscaldamento globale. Nel giro di pochi anni, come in alcune zone della Somalia, zone rigogliose si trasformano in deserto. Quindi, non fai in tempo a morire di fame, ma ad esempio di dissenteria. Ormai siamo così assuefatti dal sovranismo e dal “complotto dei migranti” da non riuscire a capire i vari meccanismi. Ci manca la sensibilità prima di tutto. Quello che è vero è che, sì, chi resta è l’ultimo degli ultimi. Pertanto, ripeto:

ci vuole una soluzione integrata e internazionale, cessando le forme di sovranismo.

Non bisogna sottovalutare la disperazione legata ai cambiamenti climatici. Quello che stiamo vivendo è ancora nulla. Se non iniziamo ad adottare delle politiche internazionali, le migrazioni saranno devastanti. E non ci sarà porto chiuso che tenga! A questi popoli, non frega nulla se rischiano di morire nel deserto o annegati. Laddove sentiranno che c’è anche solo uno zero virgola percento di possibilità, vorranno rischiare. I sovranisti temono già la futura invasione dai popoli indigenti. È su questo che si basa lo slogan dell’aiutarli in casa loro, ma anche la fobia della sostituzione razziale (*). L’aiutarli in casa loro è uno slogan, al pari dell’arbeit macht frei nazista, per accalappiare voti adesso che siamo solo agli albori dei cambiamenti climatici. Se non avremo un vero senso di solidarietà sociale internazionale, che non è portare il pacco di riso a chi muore di fame, i confini verranno facilmente sbaragliati da milioni di migranti per volta. Sarà la normale conseguenza di un occidente ancora troppo indifferente ed egoista.

* Curioso che parlino proprio di sostituzione razziale. In effetti è quello che hanno già fatto i nazisti e i fascisti nel novecento (vedi sulle bufale del fascismo e il proselitismo della Lega).

Immigrazione e razzismo

Purtroppo in Italia è ancora molto difficile trovare qualcuno che ragiona correttamente. E spesso si fa confusione tra il volere un’immigrazione gestita meglio e il razzismo. È giusto dire che da noi l’immigrazione dev’essere rivista e che ci vogliono dei regolamenti migliori. Ma è altrettanto becero che questo diventi motivo per fare razzismo. Un recente episodio (novembre 2017) di una ragazza minorenne di origini africane, ma con madre italiana, ha messo alla luce questa incapacità di attivare il cervello dell’italiano medio. Metà delle persone in pratica arrivava a “giustificare”, attraverso tutto un giro di sviamenti, il 60enne che ha picchiato la ragazza minorenne. È un atteggiamento molto pericoloso. Regolarizzare meglio l’immigrazione sì, razzismo no! È invece veramente incredibile come gran parte degli italiani reputi le due cose di fatto come sinonimi e sfoghi la rabbia e la violenza su chi è innocente. Quindi, anche se magari può sembrare scontato, attenzione a non usare l’immigrazione deficitaria come una “scusa” per sfogare il razzismo. I “veri” patrioti, visto che viene tirato in ballo il patriottismo in queste vicende, sono persone che diffondono messaggi di democrazia e si difendono quando necessario, ma non prevaricano e non sfogano violenza. Sono persone che studiano, vanno all’università e danno un contributo sociale. O sono persone che semplicemente insegnano ai propri figli la capacità di amare. I razzisti non c’entrano nulla con il patriottismo, sono solo dei mentecatti!

Se pensate che il razzismo non c’entra, basta pensare ai menu vegetariani nelle scuole. Molti vegetariani e vegani sono persone violente, che vogliono imporre le loro ideologie e usano epiteti dispregiativi e di odio verso gli onnivori. Ma, siccome non si vuole dare la colpa alla sedentarietà, i media e i politici cedono alle loro visioni. Quando però si chiedono i menu halal, scatta lo sdegno e si ribatte che siamo una cultura cristiana. Peccato che la cultura cristiana fonda le sue basi sul mangiare carne e pesce! Per me hanno tutti il diritto di avere la loro dieta, se è possibile, ma è evidente la discriminazione.

Gli insulti a Liliana Segre e la tattica dell’elettore spaventato

I vantaggi dello sport nella dieta

Lo sport non ha solo benefici per il nostro organismo, che diventa più efficiente, ma in concreto anche nella dieta. Si nota infatti subito che uno sportivo, spendendo parecchie calorie, se è equilibrato mangia di più e questo implica una vita a tavola con maggior benessere psicologico rispetto a chi, sedentario, deve tirare la cinghia. Ma ci sono dei vantaggi dietetici di stampo puramente “accademico” derivanti dallo sport. Vediamoli.

Grassi saturi e calcio

I grassi saturi sono ancora lo spauracchio di molti rimasti indietro di 50 anni. Ho già spiegato a tempo debito che i grassi saturi non fanno male, però è anche vero che l’eccesso fa sempre male. Cosa c’entra tutto questo con il calcio? È molto semplice. Le dosi raccomandate di calcio sono di 1000 mg al giorno per un adulto ma, come spiego nel relativo articolo, si può arrivare anche a 1200-1500 mg. Il problema è che le fonti di calcio sono genericamente molto caloriche e ricche di grassi saturi, motivo per cui, per assumere le adeguati dosi di calcio, si rischia inevitabilmente di eccedere. Ma questo è un discorso che vale per un sedentario, cioè per chi comunque è già spacciato. Nello sportivo, un fabbisogno calorico più alto scongiura il problema di eccesso dei grassi saturi! È la stessa cosa che hanno rivelato alcuni studi, ovvero che gli sportivi tendono ad assumere più grassi saturi, ma in percentuale il quantitativo è nella norma! Infatti, un conto è assumere 30 g di grassi saturi su una dieta di 2300 kcal da sportivi, un altro assumerne 20 g su una dieta di 1200-1400 kcal da sedentari. Ciò che frega non sono i grassi saturi, ma la sedentarietà che rende l’organismo inefficiente!

Sostanze nutritive

Le pubblicità ci bombardano di nuovi integratori, ogni volta sempre più miracolosi e fondamentali, senza i quali rischiamo di morire. Anche qui, però, chi fa sport, mangiando di più rispetto a un sedentario, tranne che per il calcio in alcuni casi, un’integrazione non è necessaria. È sufficiente una corretta alimentazione. Vedo tanta gente che si preoccupa di assumere folati, vitamina C, licopene e via dicendo. Uno sportivo non si deve preoccupare di tutto questo perché ha una dieta più ampia e libera tale per cui assume di base tutto ciò che gli serve. L’unico elemento a rischio di carenza è il calcio, di cui si è già parlato sopra.

Il piacere del mangiare

Se i due motivi riportati non fossero sufficienti, questo dovrebbe definitivamente convincervi sull’utilità dello sport nella dieta. Una volta ho riportato a una persona quello che avevo appena mangiato per cena. Mi ha risposto che mi tratto bene. Avevo mangiato pasta con cavolfiore e seppie, patatine McCain e un filetto di merluzzo. Il punto è che io mangio così tutti i giorni, non era una giornata di eccezione. Mi posso permettere di non avere problemi quando metto i piedi sotto un tavolo semplicemente perché, impegnandomi a fare sport, so come e quanto mangiare e non devo essere costretto a seguire una dieta morigerata per mantenere la linea. Se non facessi sport, dovrei per forza controllarmi di più e a 50 anni sarebbe davvero dura. Da notare che il mangiare, grazie allo sport, è una piacevole conseguenza. Non è una strategia anti-caloria. La comprensione di questa differenza può sembrare insignificante, ma in realtà è fondamentale!

Sport… ed economia domestica!

Forse penserete che sia un azzardo e che non c’entri molto. Tuttavia, se ci riflettete, vi accorgerete che c’è effettivamente una correlazione tra sport e risparmio sulla spesa. Chi “è a dieta” e non fa sport ha bisogno di limitarsi e di dover ripiegare su alimenti per così dire “salutari”. Non è assolutamente una legge scientifica, ma solo uno spunto riflessione basato su alcuni fatti reali. I cibi più dietetici, diciamo così, tendono a costare di più. Basta pensare al costo delle barrette sostitutive del pasto, all’insalata leggera che ordinate al bar o al McDonald’s, ai burger per vegeteriani che costano quanto un mutuo. Un motivo in più per cambiare stile di vita e passare tra le fila degli sportivi! Essere sportivi vuol dire avere meno maniacalità per il cibo, ma più possibilità e meno limitazioni. Ed è ovvio che, se uno è sedentario, le sue limitazioni gli faranno avere meno possibilità a disposizione e quindi meno possibilità di risparmio economico a parità di condizione.

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