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Birra artigianale o industriale? Una sincera opinione!

Questo articolo non vuole discutere della birra, perché tanto troverete in rete tantissimi articoli su tecniche e produzione e marchi vari. Voglio invece discutere su quello che sta avvenendo intorno a questa bevanda da parte della gente. Negli ultimi anni, infatti, sicuramente ci sono molti più appassionati della brasseria in Italia. Anche i più profani sanno ormai cosa sono le lager (fermentazione bassa a circa 10 °C) e le ale (alta fermentazione a circa 20 °C). Poi, ovviamente, i più esperti si addentrano tra birre d’abbazia, lambic, stout, fruttate, corpose, beverine ecc. Da notare che però, in Germania, non si dice lager per motivi che potete intuire. Non vi azzardate a chiedere una lager in Germania. Ordinate una helles, che è il termine con cui si identificano le lager in Germania. Insomma, dire birra è come aprire un vaso di pandora con dentro tutto l’universo. Sono due i punti che ritengo quelli più scottanti e controversi riguardo alla birra: il fanatismo per l’artigianale e la birra artigianale italiana.

Fanatismo filoartigianale

A riguardo, la mia opinione è che è positivo che ci si stia aprendo di più anche alla birra in un paese dove c’è ancora la (falsissima!) leggenda del buon vino che fa buon sangue. Dall’altro lato, però, come sempre quando arrivano le mode, si perde il contatto con la ragione. I fanatici della birra infatti disprezzano la birra industriale e non vogliono sentire nulla al di fuori dell’artigianale. Ma cosa si intende per birra industriale? Perché, com’è noto, per birra artigianale intendiamo una birra non pastorizzata e non filtrata. Il che permette di conservare degli aromi e di rendere ogni birra “un’esperienza unica e viva”. Questo è vero, ma per industriale che si intende? Girano un sacco di definizioni create ad arte e ad hoc, ma è chiaro che il processo di produzione della birra sia SEMPRE industriale, perché la tecnologia usata lo è. Certo, chi beve birra come se fosse aranciata è probabile che abbia qualche problema. Ma vorrei sapere quanti di quei sapientoni e fanatici dell’artigianale riescono davvero a distinguere una birra artigianale da 9 euro per 75 cl da una buonissima birra “industriale” che però costa 3 euro al litro. Io sostengo che tutti questi “intenditori” dell’artigianale vogliano solo darsi arie e riescono a fare gli esperti fintanto che leggono sull’etichetta che birra è e riescono a leggere sugli scaffali il prezzo. Attenzione, non sto dicendo che non sanno distinguere birra buona da birra pessima o una stout da una chiara. Sto dicendo che, in una prova in cieco, la stragrande maggioranza di loro non distingue una buonissima ma “normalissima” non filtrata della Kaiserdom (da non confondere con quella a latta blu filtrata e che fa schifo!) venduta in promozione all’Eurospin da una birra prodotta nell’abbazia ignota e che costa 9 euro per 75 cl. Il concetto è ben diverso. Se riuscite a percepire di più, allora avete il superpalato. Ma non credo proprio che al mondo ce ne siano così tanti. Si vedono in giro dei veri e propri fanatici, che disprezzano e si atteggiano a degustatori mega esperti e invece è tutta fuffa. Non contesto assolutamente la birra artigianale, che effettivamente ha una qualità superiore, ma chi vuole fare quello che ne sa e invece ne sa ancora meno di me e si limita solo a fornire dei nomi per fare il figo di turno. Mi sembra un po’ come i soliti vegan, anti-OGM, anti-qualcosa, fanbenisti. E infatti è esattamente così. Ad esempio, ho letto il promo di una birra artigianale venduta a peso d’oro che recitava “birra luppolata”. Ma che diamine vuol dire? Nella birra il luppolo c’è per definizione e il suo retrogusto si sente SEMPRE, quindi per definizione TUTTE le birre sono luppolate!

L’artigianale nazionale

Per quanto riguarda la birra artigianale italiana, il problema è diverso, anche se poi ci sono fattori correlati. Intanto, ritengo che la birra artigianale italiana non sia affatto inferiore a quella belga o tedesca. E in alcuni casi la trovo anche migliore! Anche se poi si va a gusti, ma sinceramente non noto differenze tra birra artigianale italiana e birra artigianale estera se non, appunto, nelle preferenze. Tantissimi fanatici vorrebbero decantarmi la superiorità di questa o quella birra, ma a la prova in cieco dimostra sempre che, a certi livelli, il nostro palato distingue semplicemente birra buona da birra cattiva o una scura da una chiara. Il vero problema della birra artigianale italiana è che, riprendendo l’abusatissimo paragone con il vino, la birra artigianale italiana purtroppo subisce dei costi a monte molto elevati. In sostanza, il governo ha deciso che l’Italia dev’essere prettamente a stampo vinicolo e non c’è spazio per mastri artigiani della brasseria. Il che inevitabilmente penalizza il cliente. E questo, a sua volta, comporta che si consumi ancora poca birra artigianale italiana. E consumandone poca, le tasse chiaramente continuano a rimanere alte, portando avanti un circolo vizioso senza fine. Almeno fino a quando non cambieranno le leggi e si smetterà di voler sempre appoggiare sempre e solo il vino.

È vero, tanti birrai se ne approfittano e, sapendo che sappiamo che ci sono grosse spese ordinate dal governo, essi tendono a gonfiare i prezzi in modo ingiustificato. E questo è verissimo, ma non è solo questo, cioè è innegabile che il governo boicotti davvero la produzione nazionale di birra artigianale. Cosa fare, dunque? Beh, il mercato è semplicemente fatto da ciò che il cliente vuole. Fermo restando quanto discusso sulla distinzione di una birra da 9 euro per 75 cl da una Kaiserdom non filtrata (ma non “industriale”!) che costa meno di un terzo al litro, chi può e apprezza davvero, chi coglie veramente le differenze e le peculiarità è libero di comprare birra artigianale italiana. I prezzi, tra l’altro, sono sicuramente più alti rispetto alle birre artigianali straniere, ma il prezzo medio è sempre di circa un euro in più rispetto ai 3-4 euro al litro delle birre artigianali straniere, che però in questo prezzo comprendono ovviamente le tasse e l’esportazione dal loro paese. Ciò vale per il supermercato o agli spacci. Se al contrario pretendete di berla in birreria e con personale pagato per servirvi e riverirvi con il sorriso come se fosse una degustazione di un vino invecchiato per 200 anni, beh, allora è ovvio che vi facciano pagare 10-12 euro, permettetemi il termine, inculandovi! E a mio parare, gli apparenti meritano di essere spennati come polli fino all’ultimo centesimo.

La birra doppio malto non esiste!

A riprova di come il nostro governo piloti il mercato, sappiate che la birra doppio malto non esiste! Il governo italiano ha dato la definizione “doppio malto” per birre con un maggior quantitativo zuccherino, che si traduce in una gradazione alcolica un po’ più alta (lo zucchero viene convertito in alcol dai lieviti). Non è una birra di maggior pregio. A volte lo è, altre volte no. È una definizione tutta italiana (del nostro governo) per mettere una tassa in più. La birra “doppio malto” in Inghilterra, in Germania, in Austria o in Belgio non sanno cosa sia!

Gli ingredienti zuccherini

Termino con un’ultima considerazione. Le birre artigianali sono viste come opere d’arte e amore per la brasseria. Ultimamente, però, le birre artigianali sono spesso arricchite con ingredienti zuccherini, come lo sciroppo. Ciò rende le birre artigianali più calorie di quelle industriali o non filtrate. Questi ingredienti servono a conferire un particolare gusto o ad arricchire quello di base della birra. Questi zuccheri non hanno lo scopo di aumentare la gradazione, ma di dare particolari retrogusti. In genere si usa lo sciroppo di glucosio, ma non solo. Si possono usare anche il succo di mango, il caramello, l’uvetta ecc. E non sto scherzando. Se avete dimestichezza con l’artigianale, avrete sicuramente visto di tutto e di più. Fatto sta che sono birre più caloriche, a parità di gradazione e tipologia. Io non sono un amante di questi ingredienti, come non lo sono delle belghe che vanno tanto di moda. Esistono delle weissbier non filtrate buonissime, che non hanno alcuna traccia di sciroppo e con il gusto puro della birra. Però, sappiate che la birra artigianale può avere molte più calorie delle altre birre. E sono calorie che, ovviamente, nella dieta influiscono parecchio se l’abitudine è frequente.

Quanto alcol possiamo bere nella dieta?

Come creare ricette ipocaloriche (l’importanza delle verdure)

Nel sito, ripeto che un’attività sportiva a medio-alta intensità è necessaria a uno stile di vita corretto. Questo comporta anche una dieta più umana, rispetto a quelle molto dure e restrittive che si leggono sui soliti giornaletti. Tuttavia, è anche evidente che l’eccessivo apporto calorico sia un bel problema nella società moderna. Pur facendo sport, nessuno di noi fa ormai così tanta attività fisica da poter mangiare come Lucullo (che in realtà era magro proprio perché bruciava tante calorie!). Come risolvere, quindi? Molto semplice: abbinando le verdure agli ingredienti più calorici e usando i grassi in quantità ragionevole. Questo è il più giusto compromesso tra sazietà e calorie. È infatti ovvio che non basta solo assumere poche calorie, ma dare anche alla pancia quel che è suo. Si opta per accostamenti opportuni e ben mirati per esaltare i sapori. L’idea di abbassare la densità calorica usando verdure, liquidi e salse ipocaloriche è già presente in alcune particolari tipologie di cucina tradizionale, come quella toscana (vedi acquacotta, zimino, zuppa di pesce) o quella orientale che fa abbondante uso di verdura saltata nel wok e salse. È questa la vera cucina povera e dietetica, non tanto il ragù dei giorni di festa o della domenica. Ma ci avevate mai pensato o davate per scontato che era necessario ridurre la carbonara a due spaghetti per mantenere la linea?

Il concetto è che non è geniale chi fa un piatto buono abbondando con i grassi. D’altronde dicono che anche una ciabatta è buona, se fritta! La genialità sta, appunto, nel riuscire a fare un piatto ipocalorico e gustoso, equilibrato, con abbinamenti originali e che spazino nella varietà di prodotti di cui disponiamo. Con questo tipo di cucina, la cucina tradizionale non muore, ma viene riadattata in chiave più salutistica e in base alle esigenze di oggi. Non è così banale come si crede, proprio perché i grassi servono, ma non si può rimediare a un risotto venuto male abbondando con il burro. Questo metodo per “barare” viene molto spesso usato nei ristoranti! Occorre trovare le combinazioni che più si adattano, e anche il taglio della verdura o la forma della pasta fa parte di tutta quella ricerca da veri amanti della cucina. Con i grassi, non si deve eccedere, ma è anche importante usarli nella quantità utile ad avere appetibilità e per permettere di cuocere meglio gli alimenti. Anzi, in realtà ci si accorge di poter usare molto più grasso di quello che si crede, a patto solamente di non esagerare con i carboidrati! E poi, lo ripeto sempre, i grassi svolgono anche una importante funzione plastica per far funzionare meglio le cellule e gli organi.

Densità calorica

La densità calorica è ciò che permette di rimanere sazi, oltre alla suddivisione dei macronutrienti (per dettagli, vi rimando all’articolo “Vademecum per l’alimentazione corretta“). Esistono delle densità caloriche che permettono di saziare a dovere? Beh, sì, ma è anche una questione soggettiva e dipende dallo stile di vita che ognuno ha. È dunque chiaro che, tanto più il fabbisogno calorico è basso, tanto più si dovrà ripiegare su ricette a bassa densità calorica (per approfondimenti sul fabbisogno calorico, leggete pure qui). Al contrario, tanto più uno è sportivo, tanto più potrà essere libero di variare tra cucina normale tradizionale o altro. Come sempre, è importante mantenere il fattore di libertà, ma è anche ovvio che lo sport aiuta tantissimo ad avere più libertà e di conseguenza anche scelta. Ma questo è un discorso che ho già spiegato in questo articolo.

Proviamo a dare delle indicazioni per spiegare il concetto.

– Un primo piatto o un piatto unico di pasta può mantenersi a 120 kcal/100 g. Ma come al solito, dipende sempre dallo stile di vita. Un uomo sportivo che brucia 2500 kcal al giorno potrà alzare la densità calorica a 150 kcal/100 g o anche di più, perché altrimenti si ingerirebbe troppa verdura in una porzione (sì, anche troppa verdura fa male… NO ai piattoni!). Così come una “cofana” di cacio e pepe dopo un intenso allenamento ci sta tutta! Al contrario, una donna sedentaria di mezza età dovrà per forza abbassare a 100 kcal/100 g, perché in questo caso diventa molto difficile saziarsi.
– I dolci al cucchiaio e i dessert possono andare da 120 kcal/100 g a 170 kcal/100 g, mentre per le torte salate siamo intorno alle 200 kcal/100 g. I dolci da forno vanno invece dalle 250 kcal/100 g alle 300 kcal/100 g. Voglio ricordarvi che le comuni crostate con marmellata hanno 400 kcal/100 g, quindi la differenza è netta!
– Per zuppe e minestre cambia ancora radicalmente il concetto e, poiché “vanno giù” facilmente, si attestano a 50-60 kcal/100 g, ma mai meno come tante minestre e zuppe già pronte perché ci vuole sempre un quantitativo di grassi per saziare.
– I secondi sono sulle 100 kcal/100 g, semplicemente perché in genere hanno un quantitativo calorico inferiore rispetto ai primi.

Provate e trovate la vostra quadratura. L’importante è capire che, senza verdura, è difficile saziarsi senza eccedere con le calorie, per non dire impossibile, a meno che non veniate da un allenamento intenso. Dopo un piatto saziante con verdure, anche del gelato alla crema o un po’ di cioccolato non causa problemi, ma ormai avrete capito bene come funziona. Gli stessi esempi di diete sul sito adottano questo sistema. Anche il tipo di ricetta fa la differenza. Un piatto di pasta corta con verdure fa parecchio volume rispetto a un risotto che pesa uguale, ma fa meno volume. Un piatto di pasta con formati corti si “mastica di più”, il risotto invece no. La strategia è sempre quella: abbinare una verdura in quantità adeguata da soddisfare!

Io stesso mangio come ho spiegato. Se sono a riposo, ho infatti bisogno di saziarmi e le verdure servono a questo scopo, oltre al fatto che mi piacciono. Dopo l’allenamento, devo brutalmente ricaricare il glicogeno speso e quindi opto per un bel piatto di amatriciana o altro. Allo stesso modo, se prevedo test o ripetute rimango più leggero e faccio pasti prevalentemente carboidratici. Quello che è certo è che, se ho un fabbisogno calorico basso, ad esempio 1400 kcal come molte donne sedentarie, difficilmente ci si potrà sentire sazi con una normale carbonara. Ecco che quindi dovrò adoperare una verdura (150-200 g) per abbassare la densità calorica. È una cosa che è facile da capire, ma spesso incredibilmente quello che si fa è cercare capri espiatori o astruse spiegazioni metaboliche, o ancora si bandiscono intere categorie di alimenti buoni e utili. Parlando invece di densità calorica, non si demonizza nulla. Si possono usare più grassi e così facendo possiamo saziarci anche a lungo. Le verdure servono per riempire la pancia, mentre i grassi, che possono essere aumentati grazie alla densità calorica più bassa, non ci faranno venire crisi di fame dopo due ore.

Ci vuole la verdura!

Andrea Tibaldi propone dei vincoli nella densità calorica descrivendo la sua Cucina Sì. A mio parere, però, il pregio della sua ideazione non è nei vincoli. I vincoli, come ho potuto spiegare, sono piuttosto soggettivi e non possono valere in senso assoluto. Il vero pregio della Cucina Sì è quello di spiegare che una dieta senza verdura non è equilibrata. Infatti, Tibaldi stesso ha in seguito ritoccato le densità caloriche della Cucina Sì, proprio perché si è accorto che i vincoli precedenti non avevano senso all’atto pratico o erano, addirittura, “impossibili” (tipo per uno sportivo che brucia molto). Bisogna bandire nel modo più assoluto i piattoni di verdura per riempirsi, ma se uno non mangia quotidianamente quella porzione di verdura non sta seguendo una corretta alimentazione. Imparate a mangiare la verdura, ad apprezzarla e ad abbinarla a ricette gustose!

Una porzione di verdura può essere di 150 g, ma ci vuole. Non serve farsi i piattoni perché ottenete l’effetto opposto, magari mentre vi state allenando (e non è una cosa piacevole, ve l’assicuro).

Poi, come detto, sulla densità calorica dei piatti con verdura, non si possono dare indicazioni assolute. Io che sono sportivo arrivo anche a 150-160 kcal/100 g. Anzi, vi accorgerete che potrebbe addirittura essere necessario. È il concetto che conta: ci vuole la verdura! Ovvio che poi, appena dopo l’allenamento, va benissimo la cacio e pepe. Ma ci vorrà anche una quantità adeguata di fibre per il corretto funzionamento dell’apparato digerente e per la sazietà. Starà a noi decidere come gestire il piatto. Possiamo usare 150 g di verdura per 80 g di pasta o 200 g per 70 g. O esiste un “mondo” del tutto particolare con 120 g di pasta per fare i piatti unici. Non si può dare un diktat assoluto. Provate a partire anche con “solo” 100 g di verdura e vedete come funziona la sazietà. Ora, lo scopo non è dire quanta verdura usare per una ricetta, bensì capire che la verdura dev’essere presente quotidianamente nella dieta.

Per quanto riguarda le fibre, quante ne occorrono in una dieta? Contrariamente al credo comune, non esiste una quantità raccomandata. Esiste il non estremizzare i concetti. Se mangiate un piattone di verdura prima di un allenamento, probabilmente avrete i crampi durante la seduta. Ma nemmeno va bene campare con la cacio e pepe, perché altrimenti diventerete stitici. Ognuno avrà la sua tolleranza e digerirà a modo suo le verdure. L’importante è che esse non manchino mai!

Alcuni consigli

Ecco alcuni consigli pratici per imparare a creare da sé le proprie ricette a basso contenuto calorico. Non voglio fare un manuale, ma poiché cucino quasi quotidianamente una ricetta di questo genere ho imparato qualche “trucchetto” del mestiere. Questi sono i miei personali consigli:
– adoperate padelle antiaderenti, in modo tale che i grassi usati siano ridotti e gli alimenti non si attacchino;
– per i grassi, preferite quelli solidi come pancetta (possibilmente senza nitriti), salmone al naturale, tonno sott’olio sgocciolato, olive, prosciutto crudo ecc.
– utilizzate soluzioni alternative per insaporire con poche calorie, come ad esempio erbe, aromi, spezie, aglio, ma anche filetti di acciuga, ketchup, senape, salsa di soia, salsa Worcester ecc;
– per i dolci, valorizzate alimenti ipocalorici come la ricotta, lo yogurt o la frutta come ripieno o decorazione (vedi la torta di mele o la crostata di frutta!);
– verificate il peso della ricetta con una bilancia digitale e, se non si sbaglia di troppo rispetto ai vincoli dettati, standardizzate la ricetta nel vostro menù.

P.S. Non usate troppa acqua quando cuocete la pasta e la verdura nella stessa pentola. Troppa acqua aumenta la solubilità, con il risultato che la verdura si spappola.

I dolci causano dipendenza e fanno male?
Indice glicemico e irrisione delle calorie

Potenza, andature e prestazione nel ciclismo

Nell’articolo sull’allenamento per il ciclismo, abbiamo detto che, nel ciclismo, non è facile calcolare la prestazione e le andature come nella corsa. Abbiamo anche detto che, in pianura, il moribondo si supera con 28 km in almeno un’ora per gli uomini e 25 km in almeno un’ora per le donne. Oppure, 600 m di dislivello per gli uomini e 500 m di dislivello per le donne, sempre in almeno un’ora. Solo se si ha una mountain bike si possono togliere, rispettivamente, 3 km e 100 m di dislivello. Ma la vera e propria misura si ha con la potenza. La potenza è data dalla forza (F) per la velocità (v). Ma in pianura, considerando la miriade di fattori che entra in gioco in uno sport come il ciclismo, fare i calcoli non è per niente semplice. Discorso totalmente diverso per quanto riguarda la salita, dove la velocità, la pendenza (ideale 5-7%), la massa (ciclista + bicicletta) e la gravità danno già un buon valore della potenza. Abbiate pazienza, se vi interessa davvero fare ciclismo, il discorso può sembrare palloso, ma è indispensabile per capire. So che, quando si tratta di matematica, a tante persone viene il mal di testa. Ma vi invito caldamente a metterci del tempo, vi sarà utile. Una volta che avrete imparato, sarà tutto più semplice e potrete divertirvi parecchio con il ciclismo!

Se leggete l’articolo sul programma per il ciclista amatore, vi accorgerete dai calcoli sul dispendio calorico che è importante per il ciclista mantenere la sua potenza media.

La potenza in salita

La formula per calcolare la potenza (W) del ciclista in salita, un po’ artificiosa ma più semplice di quel che si crede, è la seguente:

W = [[P*(p/(100 + a)) + (Ks*v*v)]*v]*9.81

P = massa del ciclista + bicicletta;
p = pendenza;
a = coefficiente d’attrito, fissato a 0.01 per asfalto in buone condizioni;
Ks = coefficiente aerodinamico (mediamente 0.021);
v = velocità in metri al secondo (si divide i km/h per 3.6);
9.81 = accelerazione di gravità.

Ovviamente, anche la postura in sella, che è peggiore per un dilettante, fa il suo (mentre ad esempio per la corsa di fatto è quasi irrilevante). L’importante è capire il discorso globale, poi gli aggiustamenti vengono da sé. Avvertenza: la massa del ciclista è da vestiti più la bicicletta!

È bene misurare la potenza non in pianura, ma in salita. La misura della potenza in pianura è più complessa ed è anche difficile mantenere la velocità senza “mollare” di quel km/h. Scegliete una buona salita, non troppo ripida (diciamo 5-7% di pendenza) e trovate così la vostra potenza. Il bello del ciclismo è proprio la salita!

Es.

Consideriamo un ciclista maschio, con peso di 60 kg, con peso della bicicletta (da corsa) e vestiti di 10 kg. Dislivello di 600 m su una lunghezza di 10 km (6% di pendenza). Velocità media: 16 km/h, cioè 4.2 m/s. I calcoli diventano i seguenti (fate attenzione alle precedenze delle parentesi!):

[[70*(6/(100 + 0.01)) + (0.021*4.2*4.2)]*4.2]*9.81 = 28,617*9,81 = 198.8 W.

La salita sarà percorsa in 37’30”. Parliamo quindi di un ciclista con un buon allenamento, ma non certamente un professionista. Proviamo a rifare i conti e mettiamo 13 km/h di media, una differenza che in apparenza sembra poca di 3 km/h. Cosa succede? Succede che la potenza arriva a circa 160 watt. La salita sarà percorsa in 46′, che praticamente corrisponde al moribondo del ciclismo per gli uomini. Il motivo per cui ho portato il dislivello a 600 m in un’ora (anzi, in realtà il bike-test “originale” è di Andrea Tibaldi) è che chi è principiante non riesce a stare bene in sella e ha magari una bici vecchia o non esattamente leggerissima. Quindi sono stato relativamente buono, diciamo. 13 km/h su una salita al 6% di pendenza e lunga 10 km possono sembrare una cavolata. In realtà no, è solo il FONDO LENTO di un normale e mediocre ciclista che esprime una P30 (vedi a fine articolo) sui 200 watt. Provate a spararvi la stessa salita in soglia anaerobica e ne riparliamo! Quello che conta è che le salite, più che molto pendenti, siano abbastanza lunghe, altrimenti è difficile rimanere in sella andando troppo lenti. Si dovrebbe accelerare, ma accelerare rischia di mandarci fuori soglia e farci scoppiare! A proposito, perché parlo di P30? Perché è un discorso comparabile a quello della corsa. La soglia anaerobica funziona in una miscela per le diverse distanze. Dire P30 nel ciclismo (potenza massima sui 30′) è, molto grossolanamente, come dire 10 km nella corsa. Ma la SAN, nella corsa, non è il personal best su 10 km, visto che c’è solo il 3.5% di contributo anaerobico. Bene, per il ciclismo si fa la stessa cosa. Oddio, non esattamente la stessa cosa, ma ci siamo intesi. Solitamente, si usa la P30 perché la P60 (su 60′) è più difficile da compiere. Sarebbe come avere un tempo sulla 10 km nella corsa e ottenere una prestazione ottimizzata in maratona, cosa che difficilmente avviene per un amatore. Nemmeno così è del tutto corretto da dire, ma anche stavolta ci siamo capiti.

Per calcolare precisamente la potenza espressa, esistono degli apparecchi che però costano molto. Il loro acquisto non ha senso per un normale programma salutistisco. È per questo che, in quest’ultimo tipo di programma, si dovranno correre 60′ a settimana in soglia o in prossimità, accettando un margine che non cambia ai fini dell’allenamento.

Prestazione e sovrappeso

È sempre bene ricordare che il sovrappeso fa calare le prestazioni e c’è bisogno di più potenza per fare una salita, a parità di pendenza e velocità. Tanti pensano di andare più veloci con una Pinarello da 6000 euro, ma non è affatto raro vedere ciclisti gravemente in sovrappeso e con la pancetta. Non è quindi questione di bici, ma di mantenere il peso. La prestazione è vista in chiave peggiorativa. Dimagrendo, non diventate dei fulmini, ma il sovrappeso vi rende dei macigni!

Quanto fa perdere il sovrappeso nel ciclismo? Bene o male, più o meno come nella corsa, cioè 2.5”/km per ogni chilo in più in una salita “normale” al 5-7% di pendenza. Ma si può arrivare anche a 3.5”/km su una pendenza da 10%. È tantissimo, perché se consideriamo una Gran Fondo o una tappa dei grandi giri… è facile intuire il disastro a causa del sovrappeso! Ovviamente, come per la corsa, la perdita è indicativa. Non prendete questo valore come oro colato, perché altrimenti rischiate di ottenere delle previsioni grottesche all’atto pratico (vedi per un culturista che dimagrisce di 15 kg!). Il valore serve per far capire che il peso non è un parametro irrilevante!

La potenza in pianura

In pianura, il discorso si fa molto, molto più complesso e preferisco risparmiarvi i calcoli. In questo caso, è utile avere delle tabelle di riferimento, che non sono legge ma utili a far capire. Io parto sempre dalla considerazione che i dilettanti hanno un’efficienza minore rispetto a chi è navigato, il quale può alzare le medie di 1-2 km/h se lo ritiene opportuno. La potenza di 160 watt (130 watt per le donne) si mantiene con una media di 28 km/h (25 km/h per le donne). Se siamo andiamo oltre il moribondo, otteniamo questi valori. Per le donne, dovete sempre togliere 3 km/h e circa 20-30 watt. Ovviamente, non sono valori di assoluta perfezione scientifica. Anzi, se avete capito che il ciclismo è davvero complesso, questi numeri sono utili, ma alla fine relativi. Tuttavia, è sempre meglio avere un’idea del genere piuttosto che non avere la più pallida idea di cosa si sta facendo.

30 km/h —> 186 watt
32 km/h —> 215 watt
34 km/h —> 248 watt
36 km/h —> 284 watt

Vorrei far presente che, per un amatore, è già difficile mantenersi a 30-32 km/h in pianura. Quanti sono i ciclisti che vedete in strada con questa media? Io sinceramente, in anni, non ne ho proprio visti, tranne i gruppi di società organizzate. Capite quindi quanta differenza c’è tra pianura e salita? Ce n’è moltissima! Una pendenza dell’8%, per un dilettante, è già un bell’impegno, ve lo posso assicurare.

E le andature?

Nella corsa, sappiamo che esistono ritmi di fondo lento, fondo medio e soglia anaerobica. Beh, nel ciclismo è la stessa cosa. Solo che la soglia anaerobica si misura con un calcolo sulla potenza che sappiamo esprimere in 30′ (ed esistono diversi test per farlo, meglio su una salita del 5-7% e usando poi la formula della potenza in salita). E poi è la stessa identica cosa della corsa. Il fondo lento sarà all’80-85% della P30 (potenza sui 30′) e il medio dell’8% più veloce del lento. Ovviamente, sempre come nella corsa, il fondo lento ha una forbice un po’ flessibile e va rallentato o velocizzato in base a diversi parametri. Un ciclista con una potenza di 220 watt corrisponde, in modo grossolano, a un runner che sulla 10 km vale 50′ (vedi “Corri, ma che età fisica hai?“). Il fondo lento di un ciclista del genere è di 170-180 watt (cioè il limite del moribondo) e il medio è di 200 watt. E come per la corsa, è bene non avere un lento inferiore al ritmo del moribondo se non si ha una buona P30, cioè anche nel ciclismo il lento è un po’ flessibile a seconda del ritmo di soglia ma in ogni caso mai inferiore del moribondo. Comunque sia, se volete allenarvi per la prestazione e per la salute, sconsiglio di allenarvi in pianura per via di tutto quanto finora detto. Preferite le salite, che a mio parere sono più divertenti.

Pian piano, imparerete ad avere la giusta esperienza e saprete conoscervi. Potrete basarvi sulle valutazioni teoriche e associarle a quelle fisiche per comprendere come funziona la vostra prestazione. L’esperienza che uno accumula man mano fa sempre una notevole differenza, a patto di approfondire con serietà ciò che si sta facendo.

A quale categoria appartieni?

Se volete sapere qual è il vostro livello di allenamento, consultate pure l’immagine sottostante (fate click per vederla meglio). Ho preso questa immagine dal sito Pianeta Ciclismo. Così potete verificare se siete ben allenati o no, un po’ il discorso fatto per la corsa e l’età fisica. Rispetto alla corsa, la componente tecnica è maggiore, quindi non è così facile discriminare una prestazione in base all’età fisica. La cosa più ragionevole da fare è imparare a capirci un po’ e avere esperienza. L’ultima categoria, l’ottava, è quella dei cicloamatori, cioè quelli che vanno ad andature ridicole e sono sempre fuori forma o addirittura in sovrappeso. La penultima (P30) è quella del bike-test di Tibaldi.

Pianeta Ciclismo spiega che la tabella è per ciclisti con un peso di 70 kg (compreso il peso di bicicletta e abbigliamento). Se si vuole standardizzare la potenza effettiva, si devono dividere i watt della tabella per il peso differente e moltiplicare il risultato per 70 (kg). Nella formula vista in precedenza, non serve fare nessuna conversione e otteniamo già la potenza effettiva. Uno dei più forti ciclisti al mondo è Marco Pantani, che sull’Alpe d’Huez (13.8 km), nel 1995, ha sprigionato una potenza standardizzata di 461 watt!

Ridiamo dignità al kebab!

In rete, si trovano centinaia di migliaia di articoli che demonizzano il kebab (o kebap se l’insegna è di un turco doc). Tutti lo mangiano, ma tutti ne nutrono sospetto e quasi tutti, quando ne mangiano uno, si mettono l’animo in pace di concedersi ogni tanto un bel colpo al diabete. Ma quante calorie ha davvero il kebab? Ed è così dannoso alla salute come vanno a dire in giro? Ho deciso di scrivere questo articolo apposta per sbugiardare i soliti falsi miti che circolano. Se provate a cercare in rete, troverete tantissimi articoli che segnano 1000-1200 kcal, alcuni addirittura 1900 kcal con studi e ricerche molto grossolane e false (esattamente come per le patatine del McDonald’s con migliaia di ingredienti). Beh, ve ne stupirete, ma in realtà il kebab ha molte meno calorie di quello che si crede. Il suo computo delle calorie è in linea con la nostrana pizza e anche la salubrità non si discosta. Nel bene e male, si intende. Tenete a mente il paragone con la pizza, un paragone ormai mitologico e che pertanto sfrutto, perché avere i paraocchi e i condizionamenti non è mai positivo. In questo articolo, non voglio demonizzare né il kebab né la pizza, che sono entrambi alimenti buonissimi e tradizionali. Entrambi hanno difetti e aspetti negativi e sono molto più simili di quello che si può immaginare. L’intento è far capire che il non conoscere le cose porta a prendere molti strafalcioni. D’altronde ci sono alcune città dove il kebab, a momenti, costa così poco (vedi Brescia) che te lo tirano pure in testa… quindi ci dev’essere la fregatura, l’imbroglio! No, nessuna fregatura e nessun imbroglio, ve lo assicuro, e chi si lamenta dell’igiene forse non sa che anche nelle nostre amatissime trattorie della pausa pranzo ne accadono di ogni genere. Quindi, non facciamone assolutamente una stupida questione ideologica. Ci sono trattorie e pizzerie pessime e ci sono kebabbari pessimi. Gustatevi pizza e kebab (o magari pizza kebab se vogliamo proprio strafare!) in santa pace e non litigate su quale sia meglio o peggio. A me piacciono sia pizza che kebab e trovo decisamente stupido che se ne faccia una guerra, specie da parte dei tradizionalisti e di slow food che vedono tutto ciò che è etnico come non salutare.

Come si fa il kebab

In realtà, il kebab “originale” è l’iskender, di origine turca (dal nome del suo inventore Iskender Efendi), molto diverso da quello che mangiamo noi quando ci vengono gli attacchi di fame mentre siamo in giro per il paese a fare baldoria sorseggiando una birra. L’iskender kebab, che prevede solo carne di agnello, si serve rigorosamente al piatto e molti turchi servono questo tipo di kebab alla gente. Il kebab che noi comunemente mangiamo è il döner kebab, ovvero “kebab rotante” ma detto anche “kebab da passeggio”, anche se la prima traduzione è quella corretta. È il classico panino che spesso chiediamo di portare via nel sacchetto. La carne viene affettata o tagliata dall’addetto, che gergalmente siamo abituati a chiamare kebabbaro. Carne che viene sagomata, marinata con spezie e aromi e quindi infilzata in uno spiedo che ruota sotto una fonte di calore, in modo tale che venga cotta lentamente per raggiungere la giusta temperatura. È una cottura molto paziente e complessa. Con questo tipo di cottura, si previene l’eccessivo essiccamento della carne che altrimenti comporterebbe una consistenza asciutta anziché morbida e succosa. Ciò che voi vedete colare dallo spiedo, infatti, non è solo grasso, di cui certamente la carne non è priva, ma sono anche i succhi e che, se evaporassero troppo, renderebbero la carne più secca e, ovviamente, anche più calorica! Ma qui parliamo di una teoria della cottura della carne che probabilmente è ignota a molti italiani (e no, non si tratta della fantomatica sigillatura della carne, cosa assurda e che non esiste). I tagli di carne possono essere variabili, anche in mix, ma di solito mai di maiale per motivi religiosi. E questo è il kebab, di fatto, servito dentro un panino arabo o, in alternativa, in una specie di piadina arrotolata che si chiama yufka. Non si fa nulla di diverso rispetto a quando facciamo i nostri barbecue o la carne arrosto. E il termine “kebab” significa, appunto, “arrosto”. Per chi contesta che si usano scarti di animali, beh, provi a pensare che anche la nostra cucina tradizionale è basata su scarti di animale. Avete presente i durilli nei tortellini al ripieno di carne di Parma? E che dire della buonissima mortadella piena di nitriti che sono universalmente riconosciuti come sostanze cancerogene? Ecco… perché contestare il kebab, allora?

Le calorie del kebab

Certo, non stiamo parlando di un cibo da consumare quotidianamente. Come per la pizza, stabilire quante calorie ha il kebab non può che essere solamente indicativo, ma possiamo rimanere in un range accettabile di errore se mangiamo il kebab come eccezione alimentare. Infatti le calorie dipendono dalle dimensioni del kebab e dagli ingredienti desiderati. Un kebab con sola carne ha cioè sicuramente più calorie di un kebab con carne, cipolla, insalata e pomodoro! La salsa è quasi trascurabile come calorie, poiché non ne viene aggiunta molta anche trattandosi di maionese (che non è esattamente usanza turca…). Il panino arabo è piuttosto calorico. Si aggira intorno alle 270 kcal/100 g, ed è ovviamente molto salato. La carne dipende. I vari tagli non sono egualmente calorici. Cioè, dire agnello non è come dire pollo. E anche le varie parti dell’animale sono variabili. In genere, possiamo considerare che la carne abbia 160-180 kcal/100 g. La carne del kebab non è magra, ma nemmeno così grassa come dicono. Mettendo quindi insieme il tutto, scopriamo che la densità calorica di un kebab è paragonabile a quella di una pizza, che pure diventa più o meno calorica a seconda degli ingredienti che scegliamo. Un döner kebab “medio” ha intorno alle 800 kcal. Ho fatto delle prove e questo è stato il valore nutrizionale di riferimento. Il dato è stato ricavato con un panino di 150 g più 200 g di carne (il resto è verdura e salsa). Solo nelle versioni super maxi potete avere molte più calorie, ma ormai i kebabbari si sono adeguati a servire porzioni umane. I dati che riportano 1000 kcal o più sono inventati di sana pianta, con porzioni gigantesche che quasi nessuno vende, a meno di non metterci le patatine fritte (che non è sicuramente usanza locale, ma nostra). Soprattutto, sono dati inventati per scoraggiare il consumo di questo cibo tipico per il solito campanilismo. Addirittura c’è chi spara 1990 kcal (preciso proprio così!), che è solo un numero buttato a caso per dirla grossa. Anzi, è molto più facile che sia la pizza a essere più calorica, per via della limitatezza di un panino. Inoltre, le proteine della carne rendono il kebab più saziante della pizza. La pizza è un alimento prevalentemente glicidico e, pertanto, poco saziante!

Ovviamente sì, non sono mai spiccioli di calorie. Non parliamo di un cibo da consumare spesso, ma solo ogni tanto, esattamente come si fa con la pizza. Ed esattamente come la pizza, il kebab è inevitabilmente anche un alimento parecchio salato. Basterebbe solo il quantitativo di sale, più che tutti i falsi miti che circolano, a rendere il kebab un alimento da non poter assunto nella dieta di tutti i giorni. Il sale contenuto nel kebab può anche essere l’80% della dose giornaliera di sale da non superare nella dieta. E questo quantitativo di sale provoca un aumento di peso dovuto al richiamo di acqua. È il sale, unitamente alla carne, a creare questo senso di pesantezza. Non le calorie! E nulla vieta di chiedere un kebab con abbondante verdura e meno carne, visto che ti chiedono liberamente quello che desideri. Inoltre, un panino si tende a mangiare in fretta, affaticando la digestione. Sia chiaro, a me piace il kebab, ma se si contesta il kebab si dovrebbe contestare anche la pizza. Andate a leggervi le etichette nutrizionali di tutte quelle pizze surgelate versione famiglia e avrete una brutta sorpresa… alcune sono delle pizzone da 1200 kcal senza accorgervene!

Per chi vuole mangiarsi un kebab ogni tanto, lo faccia e lo tratti come eccezione saltuaria. E quando lo fate, rassegnatevi, rimangono pur sempre tante calorie. Ma lo stesso discorso vale per la pizza, ricordatevelo. Per una persona attiva e sportiva, gustarsi una tantum un kebab non è di certo un problema e non ci morite. Se preferite la pizza, ci sta, ma non facciamone una guerra ideologica perché una guerra ideologica non ha senso. Il kebab rappresenta il cibo da strada etnico per definizione, quello di chi girovaga per il paese o si ferma in piazza e, quando ha fame, non sa su cosa ripiegare di veloce. Ed eccolo lì, allora, l’amato kebabbaro che ci salva dal dramma! Un cibo un po’ alla moda, un po’ chic, e assai da squattrinati. Beh, non importa quale sia il pessimo immaginario che ha il comune amante del kebab, ma fatto sta che, a mio parere, anche una volta a settimana una serata con birra ghiacciata ignorante e kebab ci sta alla grande!

Patatine fritte, sì o no?
Sulla cucina tradizionale, tra storia e dieta

Cambiamento climatico e surriscaldamento globale

Scrivo questo articolo perché ogni estate da diversi anni, puntualmente, sbucano come funghi numerosissimi articoli che decantano che ogni anno è l’estate più calda di sempre. Questo giochetto c’era già quando ero ragazzino e, da allora, non è mai cessato, anzi credo che il trend sia peggiorato e sempre più scribaioli usano questo titolone per attirare.

Ma come stanno davvero le cose? Il clima è davvero cambiato? Per quanto riguarda il surriscaldamento globale, si possono fornire diverse argomentazioni, ma la risposta è sempre che il riscaldamento globale sta avvenendo e a livelli drammatici. Il seguente grafico dissipa ogni dubbio sulla concretezza del problema. Fate click sull’immagine per vederla meglio.

Probabilmente Trump non se ne accorge perché se ne resta al fresco del climatizzatore nel lusso delle sue case. Per noi comuni mortali che il climatizzatore non ce l’abbiamo, il caldo che cuoce la nostra pelle lo sentiamo eccome. Non sminuite un innalzamento di un grado della media globale. Per gli altri animali e le piante è un innalzamento allarmante, perché loro non possono regolarsi come noi con riscaldamento e, appunto, climatizzatore. Non vivono al protetto nelle case, ma nelle giungle, nelle savane, nella tundra e al ghiaccio che si sta sciogliendo nel corso dei decenni. Il fenomeno è quindi obiettivamente di gravissima portata! E coincide, tra l’altro, con la sovrappopolazione umana e il conseguente aumento delle risorse necessarie. Ergo, quando vi dicono che bisogna chiudere i rubinetti o spegnere le luci, c’è poco da fare. Se la popolazione mondiale aumenta, serviranno sempre più risorse e come concausa peggiora anche il surriscaldamento! L’anidride carbonica gettata fuori dalle eruzioni vulcaniche, per quanto possano sembrare mostruose, rappresentano solo una parte delle emissioni totali annue di CO2. Secondo alcune stime, i vulcani, di ogni genere, emettono circa 0.26 Gt (gigatone, cioè miliardi di tonnellate) al massimo, mentre l’uomo emette ben 35 Gt all’anno. È fin troppo evidente il contributo umano nel surriscaldamento del pianeta.

Certo, possiamo dire che all’epoca dei dinosauri faceva molto più caldo anche di oggi. Per dirla tutta, sulla Terra abbiamo anche avuto coccodrilli alle latitudini della Groenlandia. Ciò significa che la Terra, per andare avanti, andrà comunque avanti. Il problema si ripercuote sull’uomo che, per quanto abbia portato acqua da sprecare nel deserto del Nevada o nei paesi arabi, a livello di agricoltura, allevamento e attività in generale subisce delle difficoltà di non poco conto. D’altronde anche noi in Italia ci lamentiamo della siccità e dei raccolti rovinati. Il pianeta sa benissimo come trovare nuovi equilibri e come far evolvere nuove specie, più adatte. Il punto è: perché l’uomo dev’essere responsabile della sua stessa estinzione?

Il surriscaldamento globale in Italia

Se studiamo l’Italia, più o meno il surriscaldamento globale è avvenuto in questo modo.

1) spartiacque negli anni ’90;
2) graduale peggioramento nel corso degli anni 2000;
3) periodi di caldo intenso sempre maggiori tra la fine degli anni 2000 e gli inizi degli anni 2010.

E siamo arrivati all’attuale situazione (dal 2015 in poi). Guarda caso, tutto di pari passo con la cementificazione del paese sempre più assidua. Negli anni ’70 e ’80, avevamo gli stessi valori massimi di caldo, ma cessavano dopo pochi giorni e si stava abbastanza bene. Io invece ricordo diverse annate del terzo millennio con caldo ad almeno 30 °C per più di due settimane senza sosta! È così che la temperatura media è aumentata negli ultimi anni.

Ecco allora la classica frase “non esistono più le stagioni di una volta!” Sono andato a rovistare negli archivi delle temperature di Milano a partire dagli anni ’70 e quello che si nota è che, negli anni ’70 e negli anni ’80, faceva decisamente più fresco in estate. Non è un fatto di temperature massime, perché anche allora si raggiungevano i 34 °C. Il discorso è squisitamente di durata del caldo. Se noi scorriamo le temperature MASSIME (!) di agosto 1980, ad esempio, ci accorgiamo che ci sono diverse giornate con 22-24 °C e spesso non si raggiungono i 30 °C. Probabilmente i più attempati se lo ricorderanno, mentre i più giovani ne possono trarre testimonianza dagli archivi. Nelle estati degli ultimi anni, invece, le temperature massime non sono tanto diverse rispetto all’epoca, ma le giornate di almeno 30 °C sono decisamente maggiori! Negli anni ’60, è stato rilevato che c’era 1 giornata su 10 di maggior disagio legato al caldo. Oggigiorno siamo a 1 su 4, quindi un cambiamento (in peggio) decisamente netto e allarmante. E non è affatto raro che alle 20:00 ci siano ancora 30 °C nelle più terribili bolle africane. Questo può effettivamente disturbare chi fa sport (vedi “Come correre in estate“) e le categorie di soggetti più a rischio. Ora ho fatto il discorso riferendomi alla Lombardia, ma è allargabile a tutto il paese. Vi potete divertire a controllare i dati di altre città o regioni. Comunque vuol sempre dire che le medie climatiche si sono alzate, ma non a causa dei valori massimi come erroneamente si può pensare.

Bisogna dire le cose onestamente, e cioè che le estati sono molto più calde negli ultimi anni e questo dato è un’ulteriore prova del surriscaldamento globale che percepiamo direttamente noi italiani. Gli inverni di oggi sono leggermente più caldi e un po’ meno umidi, cosa che non provoca più le grandi nevicate del passato. Per nevicare, infatti, non è sufficiente solo una temperatura intorno allo zero, ma serve anche una sufficiente umidità, che oggigiorno c’è ancora, ma che si sente molto di più in estate e meno in inverno rispetto a 30-40 anni fa. In pratica, oggigiorno in Italia è come essere in Florida, dove gli inverni sono secchi e le estati calde e afose. È vero che esistono fenomeni eccezionali di nevicate nel deserto, ma chiunque di una certa età vi dirà che almeno al nord Italia le nevicate sono più lievi e contenute. E questo, ancora una volta, dimostra che le temperature globali sono davvero in aumento, con le dovute conseguenze.

Meteo o clima? Come si spiegano le anomalie?

Purtroppo Trump non finisce mai di sorprendere in negativo. Nel dicembre del 2017, parte della costa atlantica e del midwest degli Stati Uniti è colpita da una eccezionale ondata di gelo che ha portato addirittura a far ghiacciare il Niagara. Trump ci ha ironizzato, suscitando l’indignazione di molti. Cosa significa questa ondata di gelo nel contesto di surriscaldamento globale? Significa che un evento straordinario ci può stare. Può sempre avvenire ed è sempre stato così. Il meteo implica una previsione aleatoria, imprecisa per definizione con gli strumenti che abbiamo. È come quando andiamo in bicicletta e compiamo delle oscillazioni per aggiustare la traiettoria. Ma la traiettoria quella rimane! Non dobbiamo guardare gli eventi straordinari, ma la globalità e la globalità indica senza alcun dubbio che la Terra è sempre più calda a causa dell’uomo. Il surriscaldamento globale è un dato di fatto, ed è un fenomeno molto grave che prima o dopo ci costringerà ad agire.

A riprova della teoria, il Nord America ha vissuto l’estate 2018 con un rialzo sopra la media, con parecchi disagi, tra cui incendi e siccità, in alcune aree come la California e il Canada. Diverse persone sono morte in Canada, che non è di certo abituato ad avere 35 gradi e alta umidità, mentre la California ha lottato contro gli incendi. Tutto questo dopo che Trump ha ironizzato sul surriscaldamento globale qualche mese prima. Problemi simili si sono avuti anche in Italia. Inizialmente, si è creduto che fosse un’estate anomala rispetto al trend degli ultimi anni, ma normale rispetto alle estati di una volta. Dopodiché, è arrivato un periodo molto tosto e duraturo di aria rovente che ci ha fatti tornare alla consueta estate calda e afosa degli ultimi anni. Alla fine, è stata rispettata la media delle giornate più calde. Nulla di anomalo per davvero, purtroppo. Come già detto, anche se avviene un’anomalia, il rialzo delle medie è dovuto al numero di giorni di maggior caldo, ovviamente in base alla regione su cui confrontiamo i dati. Può anche esserci un calo termico molto gradevole in estate ma, se poi fanno due settimane senza sosta di caldo più intenso, siamo già oltre la media rispetto a ciò che accadeva decenni fa.

Chi si basa sul meteo o sull’anomalia stagionale sbaglia. La tendenza globale dice che il rialzo c’è. Il surriscaldamento globale non è una bufala e ha portate enormi su tutto il pianeta. Gli effetti non si vedono da un giorno all’altro, perché il pianeta attraversa una fase di riequilibrio che può portare, appunto, a delle anomalie. Nel lungo termine, il surriscaldamento è un dato di fatto. E su questo dovremmo meditare su quello che stiamo provocando…

C’è speranza?

Onestamente no, non credo che si possa risolvere la tendenza. Si leggono articoli o studi che ci vorrebbero spiegare come “salvarci”. Vedi l’obiettivo, praticamente utopico, di limitare l’aumento della temperatura globale a 1.5 °C (fate voi, ma già adesso, in Italia, abbiamo estati intorno ai +2 °C). Il punto è che, poiché siamo in troppi, al massimo possiamo ritardare il dramma, ma non salvarci. È come un malato terminale, che al massimo, con grande sforzo, può prolungare l’esistenza di un tot. Ma poi, purtroppo, non la si scampa. La stessa cosa vale per il surriscaldamento globale. Prima o dopo, saremo obbligati ad adattarci, ma la tendenza non si aggiusterà. Quello a cui stiamo assistendo attualmente non è nulla rispetto a quando la popolazione sarà di 10 mld e gli eventi estremi (*) saranno molto più gravi. Ritengo che alcune misure siano di buon senso etico e ambientale, come la riduzione degli sprechi e della plastica (**). E gli italiani, nello specifico, dovrebbero imparare a non usare la macchina anche per fare 200 m per prendere il pane o il figlio a scuola. Ma questo tipo di atti non cambierà quello che sta avvenendo. Se fossimo 1 mld di persone, sarebbe tutto più semplice! Purtroppo, la popolazione è sempre più in crescita smisurata e, se c’è chi continua a votare politici alla Salvini che vogliono il baby boom, è chiaro che siamo spacciati. Altri propongono la dieta vegetariana come soluzione, che diventa flexitariana quando la si vuole vendere alla popolazione comune (la dieta flexitariana prevede di mangiare carne e pesce occasionalmente, puntando sugli alimenti vegetali). A parte il fatto che, da sportivo assiduo, per me sarebbe da masochista (vedi l’articolo sulle proteine nello sportivo), se nel frattempo la popolazione continua ad aumentare in modo folle non cambierà nulla. Ricordiamoci che noi occidentali abbiamo la percezione distorta che sia tutto uguale perché non vediamo le tragedie che il surriscaldamento provoca ai paesi più poveri.

* Da chiarire cosa si intende per evento estremo. Un evento estremo è tale se non è tipico di un luogo, ma può essere normale in un altro. La domanda è: se gli eventi estremi diventano normali, come sempre più sta accadendo, ha senso parlare di eventi estremi?

** Riciclare e non sprecare sono capisaldi dell’ambientalismo. Voglio però spendere due parole sul riciclo. Le cose non sono più come 20 anni fa. Riciclare è sempre meno economico. È per questo che i roghi ai rifiuti sono diventati un problema, la nuova frontiera (per così dire) della mafia. Sono le società di riciclaggio stesse ad appiccare gli incendi. Non guadagnano più come prima. Allora cosa fanno? Riciclano solo una parte dei rifiuti. Il resto viene dato alle fiamme in qualche cantiere abbandonato. Tutto ciò nasce dalla crescente popolazione. Più c’è gente e più aumenta l’energia consumata, quindi anche gli sprechi. Riciclare diventa più costoso e alimenta la mafia con gli incendi ai rifiuti. Ma il problema non è riciclare, bensì l’aumento eccessivo della popolazione. E questo problema non si risolve tornando agli inceneritori come vogliono fare alcuni politici stile Salvini. Un’altra cosa che mi fa pensare che non cambierà nulla per molto tempo, dal punto di vista politico, è la grande risonanza del #Fridays for Future. Tutti, a parte Trump e i negazionisti, dicono che bisogna ascoltare il movimento. Ma si tratta solo di farsi belli per i voti del popolino! C’è chi si mostra sensibile alle proteste, ma poi fa sempre comodo assegnare i Mondiali al Qatar che viola i diritti degli operai e spreca energia per condizionare gli stadi. Un Mondiale in Qatar, un parcheggio nuovo, un cantiere in più e siamo sempre allo stesso punto. Ah sì, dimenticavo gli ettari di bosco che spariscono di continuo per coltivare (in Brasile così come in Europa, perché d’altronde gli europei l’hanno già fatto prima). Non stupiamoci se la povera Greta è ancora più arrabbiata di prima! Comunque sia, sul #Fridays for Future ho discusso meglio nell’articolo, già linkato in precedenza, sulla sesta grande estinzione.

Non sono pessimista, bensì è un dato di fatto. Non è l’apocalisse, ma quello che ci siamo creati da soli per colpa dei politici e dei cittadini con scarsa coscienza ambientale. Quello che dovremo imparare a fare è adattarci, perché ormai il danno è stato fatto da decenni e nessuno si è fermato in tempo. Ma siamo indietro anche sull’adattarci. Ogni volta leggo vademecum su come fare gesti per l’ambiente. Mi parlano di fare docce brevi per non sprecare l’acqua (*), di usare spazzolini di bambù perché sono ecologici, di mangiare vegetale ecc. Ma non dicono che i problemi principali sono la sovrappopolazione e il cemento. D’accordo, ormai la popolazione è questa. Bene, allora impegniamoci a non crescere più di così, puntando sulla qualità della vita. E smettiamola di votare tutti coloro che fanno campagna elettorale con lo slogan dello “sblocca-cantieri” o del “Sì Tav”. Queste sono azioni concrete, che non cambieranno il trend ma puntano dirette al problema.

* L’argomentazione ha poco senso. È vero che non bisogna sprecare l’acqua, ma il problema non si risolve facendo docce brevi. Tutto quello che usiamo e indossiamo impiega molta più acqua di quella con cui ci facciamo la doccia. Quest’acqua viene chiamata “acqua virtuale”, ma è ben più reale di quella del rubinetto o delle docce.

Addio, mia natura selvaggia!
Cappa di smog, c’era una volta la natura…
Moon Day, che cosa davvero ci lascia esistenzialmente?
Non abbiamo bisogno di altre strade!