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Sportivi o ricreativi?

Nel sito, parlo spesso del tipico jogger con il walkman per indicare una tipologia di attività lontana dal vero stile di vita sportivo. Anche nell’articolo sul alcol e sport parlo di ricreativi. Ma cosa si intende per ricreativi? Che differenza c’è con i veri sportivi. I ricreativi sono:

tutti coloro che hanno un approcio superficiale o soft nei confronti dello sport.

Può sembrare una definizione riduttiva, ma spiega i casi più comuni. Facciamo alcuni esempi di ricreativi per i maggiori sport a scopo cardiovascolare e salutistico, comprendendo anche quelli magari un po’ fuori mano ma validi.

Corsa
L’esempio del jogger con il walkman, appunto. Il jogger ha una paura tremenda del fiatone e non vuole mai faticare troppo. Spesso corre con il cardiofrequenzimetro perché ha sentito dire che a bassa intensità si bruciano i grassi. Pecccato che però il dispendio calorico sia sempre basso! Questo per via del fatto che le sedute non raggiungono mai una durata e una intensità sufficienti. Il jogger difficilmente si allena 4 volte a settimana per almeno un’ora. Tende a ripiegare sul week-end, perché nel resto della settimana è un “superimpegnato” (in realtà, non sa ottimizzare il suo tempo). In inverno, o non esce o lo fa imbacuccato come un eschimese. Teme infatti di ammalarsi, ma poi, proprio a causa della sua fobia di ammalarsi, finisce per ammalarsi lo stesso. Per non dire della pioggia: bastano poche gocce e si va troppo in depressione per uscire! In estate, invece, ha paura di disidratarsi e porta la bottiglietta in mano nel caso di necessità. Alcuni jogger addirittura escono a farsi i 30′ con la borsetta dove tengono i fazzoletti per il moccolo.

Ciclismo
Il cicloamatore che spesso non supera i 28 km/h in pianura. Ama la velocità, “sfrecciare”, ma è tutta un’illusione dovuta al mezzo meccanico. Le velocità non sono allenanti e non ha la “concentrazione” mentale per mantenerle in pianura. In salita, arranca come un matto o va così lento che quasi cade o potrebbe fermarsi e portare in spalla la bicicletta. Il fatto di viaggiare comunque a una velocità “alta” (rispetto a chi corre) gli dà l’illusione di aver fatto un bell’allenamento, quando in realtà si è solo fatto l’equivalente di una passeggiata di mezz’ora. Alcuni cicloamatori si fanno anche i 100 km della domenica o del sabato, ma sempre ad andature basse in termini prestativi. E una volta finita la pedalata, sono pronti a imbottirsi di vino e salsiccia ubriacandosi fino a quando riescono rimanere in piedi. Vedi anche “Potenza, andature e prestazione nel ciclismo“. L’ulteriore dramma dei cicloamatori è che non è affatto raro vedere molti di loro con pancetta e in sovrappeso. Vogliono andare veloci e comprano bici costose, non volendo capire che sono proprio la pancetta e il sovrappeso a peggiorare le loro prestazioni (campioni non lo diventano comunque).

Nuoto
Una delle attività preferite da chi è in sovrappeso. Detestano la corsa o stare all’aperto. Magari si lamentano di non avere tempo per correre, però poi vanno in piscina perdendo il tempo del tragitto. La loro abilità sta nell’imparare la tecnica e nello sfruttare l’acquaticità, ma sono in pochissimi a raggiungere il livello di 100 vasche in almeno un’ora (2.5 km, l’equivalente del moribondo della corsa). Amano farsi la nuotatina, senza mai davvero faticare, poi bagno turno o sauna vivendo nell’illusione di essersi allenati bene. In realtà, si sono poco più che rilassati.

Sci
Forse uno dei “migliori” esempi di ricreazione. Sono coloro che vanno a sciare al week-end o solo per la settimana in bianco. Cambiano sempre pista, altrimenti si annoiano. Sono più le perdite di tempo che l’attività vera e propria. Amano gli accessori e i comfort dell’impianto e spesso si ubriacano e abbuffano già alla pausa pranzo, quando invece uno sciatore sportivo serio non farebbe mai una cosa del genere (il grappino si fa solo a fine giornata quando si cena!). Per molti diventa una specie di status quo, come a dire “io posso permettermelo”. È quello che accadeva anche quando andavo a scuola. Avevo dei compagni che andavano a sciare, ma solo al week-end, senza capire come funzionassero i modelli di prestazione e lasciando gli sci nell’armadio per tutto il resto dell’anno. Chiedevano a tutti se sapessero sciare e una risposta negativa ti rendeva fuori moda. Oltre al fatto che questo modo di “sciare” è altamente pericoloso, magari perché ci si annoia e si provano i fuori pista… quanta gente è morta o ha rimediato delle fratture facendo così! Però, in estate non vanno mai a sciare, perché l’attività estiva prediletta è fare il bagnetto in spiaggia a Rimini o in Liguria.

I ricreativi non amano realmente quello che fanno. Mancano gli elementi fondamentali di conoscenza, stabilità e frequenza. Non hanno mai davvero idea di quello che fanno. Sono superficiali, e magari odiano coloro che si allenano con il cronometro perché li considerano ossessionati o maniaci. Non riescono a capire che il tempo è una motivazione che si fonda sulla salute, cioè il tempo non dev’essere per vincere gare o primeggiare ma per invecchiare bene. Non amano lo sforzo e la fatica, ne sono fortemente insofferenti. Mancando conoscenza, stabilità e frequenza, la loro attività dura finché sono giovani o non ci sono problemi particolarmente gravi. Come iniziano a invecchiare o arriva un lutto, ecco che smettono e magari si mettono a dire che “non hanno più l’età”.

Lo sport deve avere fondamenta solide ed essere parte integrante dello stile di vita. Per fare questo, non solo ne dobbiamo capire l’importanza a livello salutistico e in termini di corretto invecchiamento, ma dobbiamo anche capire come funziona. Il ricreativo non sa ascoltare il suo corpo. Non impara a conoscersi e non sa conoscere quello che fa. Al massimo, si fa dire dal guru di turno, ma siccome non sa ragionare finisce per mischiare la lana con la seta. Non ha proprio voglia di comprendere e studiare, ma ha praticamente un rifiuto perché fa troppo sforzo. Il jogger usa il walkman perché vede il correre come un sacrificio e quindi si aliena con la musica per qualcosa che non si gradisce del tutto. Il cicloamatore si bea vedendo sul computerino che “va veloce”, ma non sta veramente faticando. Quelli che fanno nuoto idem con l’acquaticità. I ricreativi che tirano fuori gli sci al week-end evadono da una vita quotidiana da sopravviventi, ma per cui non hanno il coraggio o la voglia di cambiare. È ovvio che questo tipo di approcio non può funzionare a lungo termine e, appunto, resiste solo finché si è giovani o non accade nulla di davvero grave. Sì, qualcuno potrà dire che, quando ti capita un lutto, è difficile fare qualcosa, ma è proprio qui che ciò che amiamo diventa importante per non soccombere.

E voi? Volete essere dei ricreativi, cioè vivere una vita superficiale e soft, o passare tra le fila di coloro che non vogliono arrendersi a una mentalità da vecchi?

Come non annoiarsi nella corsa

Runner africani forti o italiani pigri e sedentari?

I runner africani sono più forti dei bianchi? La risposta alla domanda è: “ni”. Ora però mi spiego. È evidente che la quasi totalità dei record mondiali appartengono a runner africani o di colore, ma il fatto che ci siano anche atleti bianchi tra i record porta a dover approfondire il discorso. La Radcliffe detiene il record femminile nella maratona ed è bianca (2h15’25”). Un altro grande campione bianco fu il nostro Francesco Panetta, che già nel 1989 corse la 10 mila metri piani in 27’24”. Quello di Panetta è un record che va visto in base al periodo, nel senso che oggigiorno sarebbe già un tempo mediocre rispetto ai migliori in assoluto, ma per il 1989 era stratosferico. Il record di Panetta ci dice che c’è qualcosa in più della mera constatazione per cui i runner africani sono i più forti.

È sempre paragonabile al discorso della differenza tra bianchi e neri, ma al contrario. In molti infatti ritengono che i neri siano più stupidi, ma fisici competenti come Clifford Johnson e Neil deGrasse Tyson (quello del programma “Cosmos: Odissea nello spazio”) ci dicono che non è affatto vero. Ecco, per la corsa il discorso è lo stesso, al contrario. Dove sta la spiegazione? La spiegazione sta nel fatto che:

gli africani sono abituati alla corsa fin da bambini!

È sicuramente vero che campioni si nasce. Benedetta genetica, questa sì che influisce e sarebbe sciocco negarlo, se ci confrontiamo con i record mondiali. Ma è anche facile notare che gli africani sono più abituati a macinare chilometri, poiché si ritrovano a percorrere decine di km per andare a scuola. E quindi, a mano a mano tanti di loro decidono di iniziare a correre. Pertanto, in pieno rispetto della legge dei grandi numeri, trovare campioni geneticamente dotati è più facile. Non ho la pretesa di fare una ricerca scientifica ad hoc, ma non è necessario. Basta saper osservare e avere lo spirito critico. Da noi, i nostri bambini sono tenuti imbacuccati come degli eschimesi anche con 12 gradi. Non diamo più la libertà di giocare all’aperto e li piazziamo alla TV, mentre magari si ingozzano di patatine o merendine e ingrassano. Rimangono attaccati allo smartphone o ai videogame. Ci sono tanti bambini che non sanno più neanche da che parte è la “gobba” della Luna crescente (a destra nell’emisfero boreale, n.d.r.) o il profumo di una viola. Niente, nulla di nulla, un vero e proprio paese allo sbando. La mia tesi diventa ancora più vera se andiamo a notare che, una volta, gli italiani stessi erano tra i migliori al mondo in atletica. Lo dimostra il medagliere alle Olimpiadi di Roma 1960, dove l’Italia giunse al terzo posto! Terzo posto nel medagliere, dietro solo alle superpotenze di Stati Uniti e Unione Sovietica. Il Regno Unito giungeva dodicesimo, mentre adesso la situazione è capovolta. Non è che gli altri sono diventati più bravi (anche, ma non solo). È che noi non facciamo più sport! Vedi anche “Rio 2016, lo sport non è in Italia“.

Sono sicuro che, se facessimo anche noi sport come lo fanno i runner africani, torneremmo a essere competitivi in atletica. D’altronde è più o meno lo stesso discorso che fa Neil deGrasse Tyson nel discorso razziale tra bianchi e neri. E cioè, prima di dire che uno è inferiore o superiore, si dovrebbe dare opportunità eguale a tutti. Un discorso decisamente diverso rispetto ad altri neri che la prendono sul vittimismo, ma razionale, sensato, intelligente (d’altronde, Neil è Neil!). Allora, e solo allora, si potranno fare dei distinguo, ma ora no. Ecco, per la corsa è la stessa identica cosa. Come possiamo competere con i runner africani se per noi italiani è già tanto camminare per 2 km in 20′? Come facciamo a competere con i runner africani se c’è ancora tantissima gente che odia correre e stare all’aperto, andandone praticamente fiera? La Radcliffe, con il suo 2h15’25” in maratona, ci dice che quello che sostengo è vero.

Perché i neri sono forti nell’atletica e i bianchi nel nuoto?

La stagione agonistica del runner

Quando si parla di stagione agonistica per un runner, si intende quello delle gare. Questo periodo è di solito da primavera ad autunno, con gare disputate spesso. Intanto, però, bisogna capire cosa si intende per disputare le gare. Un conto è lavorare in modo minuzioso e con allenamenti ad hoc per battere il personal best, mentre un altro gareggiare perché ci diverte farlo nella stagione apposita. E in questo secondo caso, non si dà mai davvero il 100%, ma diciamo almeno il 90%, senza però stremarsi troppo come invece faremmo per la cosiddetta “gara dell’anno”. Questo vuol dire che chi corre una 10 km in 46′ può arrivare a correre una gara almeno in 51′. Ci sono 5′ di differenza rispetto al proprio valore, ma in una stagione agonistica si deve fare così o l’organismo e la psiche vanno in tilt. In pratica, alla peggio si deve correre intorno al ritmo del fondo medio. Più lentamente, non avrebbe alcun senso.

L’obiettivo di lavorare sul personal best rende impraticabile una stagione agonistica. O fate una stagione agonistica, e solo in un paio di gare tirate fuori il massimo con la dovuta settimana di scarico e il conseguente recupero, o lavorate sul personal best. Non si possono fare entrambe le cose! È un po’ come quando i calciatori giocano il campionato, ma è pur vero che i calciatori si potenziano nel ritiro estivo e, se il ritiro viene eseguito male, il campionato può andare a farsi benedire. Sì, siamo noi tifosi che li vorremmo sempre vedere in campo dando il massimo ogni 3-4 giorni (considerando le coppe e i turni infrasettimanali), ma chi mastica seriamente lo sport sa bene che le cose stanno diversamente e bisogna imparare a risparmiare le energie nel miglior modo possibile (nel complesso di una stagione, si intende). Questo discorso vale per il calcio, per la corsa… per tutti gli sport! Il periodo in cui un podista dovrebbe riposare (senza smettere di correre!) è quello del mese più caldo in estate e durante le vacanze natalizie, proprio come fanno anche i calciatori. Facendo queste pause nell’arco dell’annata, sarà possibile ripartire più freschi e rigenerati. Il motivo per cui, nella stagione agonistica, non si deve assolutamente correre tirando sempre al limite è che il recupero diventerebbe praticamente impossibile e si starebbe sempre a pezzi. Pensate sempre al paragone con i calciatori, che vengono sistematicamente tenuti a riposo in alcune gare, e vi sarà tutto più comprensibile.

Tornando a noi, come si dovrebbe gestire un programma di allenamento settimanale che prevede di correre delle gare non tutte le domeniche, ma diciamo quasi? Ecco i fattori da considerare:

– gare basate esclusivamente sulla 10 km o inferiori (5-8 km);
– non allenarsi più di 5 volte;
– il picco massimo di fatica è tra le 36 e le 48 ore dalla gara;
– inserire, nei giorni infrasettimanali, 1 allenamento di qualità a patto che non sia troppo tirato (di solito il progressivo o delle ripetute non troppo forti);
– il martedì e il sabato sono sempre di riposo.

Il primo punto è basato sul vincolo di correre ogni domenica o quasi. Il tempo di recupero di una gara è la distanza della gara divisa per 2. Quindi, una 10 km ha un tempo di recupero di 5 giorni. Se vogliamo correre una maratona, il tempo di recupero è di 3 settimane, per molti verosimilmente un mese. Sconsiglio vivamente di correre una maratona o una mezza al mese, anche per via del fatto che la popolazione media non è portata per le lunghe distanze e dovrebbe preferire una miglior prestazione su una “normale” 10 km (vedi anche “Corri, ma che età fisica hai?“). Quelli che vi dicono di aver corso una maratona al giorno non sono eroi,  ma sono sono stupidi o imbroglioni!

L’esigenza di non fare prove di qualità tiratissime in settimana nasce dal fatto che non bisogna arrivare alla condizione di correre, in pratica, 2 gare a settimana. È un errore che fanno molti amatori. Addirittura ho conosciuto persone che fanno 2 sedute di ripetute a settimana e, non dando mai il giusto riposo all’organismo, finiscono inevitabilmente per crollare o non avere mai delle prestazioni ottimali. Siccome è la gara stessa la prova di massima intensità del programma, l’altro allenamento di qualità dovrebbe essere il progressivo. In alternativa, le ripetute sono sui 400 m o 1000 m, ma stando attendi a non devastarsi. Fatele con un certo margine di sicurezza, per tenere allenata la velocità, ma senza tirare alla morte o rischiate di arrivare scarichi alla gara. Il ritmo delle ripetute è soggettivo e va bene finché si arriva pronti alla gara. Se volete tirare un po’ il freno, la gara domenicale può essere corsa al ritmo del fondo medio, mantenendo sempre il progressivo.

Per quanto riguarda la frequenza, è sconsigliabile allenarsi per 6 volte a settimana (gara compresa) poiché, presupponendo che il sabato sia di tassativo riposo, ci ritroveremmo ad allenarci proprio al martedì che è il giorno di massima fatica post-gara. Ciò provocherebbe solamente un inutile stress per l’organismo già provato dalla gara. È altresì vero che allenarsi solo per 3 volte a settimana è controproducente e si arriverebbe alla gara sempre deallenati.

Da quanto finora detto, notate come il fondo lento abbia una funzione molto importante, oserei dire vitale, poiché fare troppe prove di qualità fa arrivare troppo stanchi alla gara, mentre allenarsi troppo poco porta deallenati alla gara.

Poi, lo ripeto, NON stiamo parlando di un programma per fare il personal best. È un programma basato esclusivamente su una stagione agonistica dove ci vogliamo divertire a gareggiare spesso. Se vi piace questa abitudine di corsa, fatelo pure. Certo, non dico che correndo in questo modo non faremo mai un personal best, ma non è questo l’obbiettivo di una stagione agonistica.  Non partite con l’intento di battere il tempo, perché sbagliereste. L’obbiettivo di una stagione agonistica è quello di gareggiare con una forma tenuta il più a lungo possibile, divertendosi nel confronto (sano!) con gli altri. Anche questo è indubbiamente una forma di stimolo!

Gara clou

La gara clou è una gara riservata a poche occasioni durante la stagione agonistica. Il motivo è che viene corsa ai propri limiti. È particolarmente impegnativa e bisogna arrivarci freschi. Pertanto, necessita della dovuta settimana di scarico. Come impostarla? Consideriamo i seguenti parametri:

– l’ultimo allenamento intenso prima della settimana di scarico è, per definizione, l’ultima gara domenicale;
– occorre ridurre del 20% circa il chilometraggio settimanale per arrivare ben freschi.

La riduzione del 20% è già sufficiente per un normale amatore. Ridurre di più non avrebbe senso, perché altrimenti diventa una settimana di totale riposo e ciò sarebbe controproducente. Nel senso che simulerebbe una condizione di rientro dall’infortunio. Da tutto questo, ne deriva che la settimana di scarico dovrebbe essere qualcosa del genere.

LUNEDÌ – Fondo lento
MARTEDÌ – Riposo
MERCOLEDÌ – 4×500 m (a ritmo gara) con recupero di 1’30” a fondo lento
GIOVEDÌ – Fondo lento
VENERDÌ – Riposo
SABATO – Riposo
DOMENICA – Gara clou

La scelta di riposare sia al venerdì che al sabato si spiega con il fatto di smaltire completamente ogni carico. Vengono penalizzati i protein burner, i quali hanno un’uremia più alta e quindi devono smaltire perfettamente ogni tossina. Questi soggetti si riconoscono con un’analisi delle urine. Visto che il comune amatore non può prendersi la briga di misurare l’uremia al venerdì mattina, come agire correttamente? Molto semplice: nel dubbio, riposare anche al venerdì. L’altra avvertenza è quella di seguire una dieta più morigerata per non arrivare appesantiti alla gara. Inoltre, come potete notare ci sono sempre delle ripetute corse all’esatto ritmo per non stare troppo molli prima della gara. Prima delle ripetute, naturalmente, non dimenticate il solito riscaldamento di almeno 20′.

Dopo una gara clou, non mettetevi in testa di correrne un’altra la settimana dopo. Non ce la fareste fisiologicamente. La settimana successiva a quella di una gara clou dovrà per forza essere piuttosto blanda, e solo in seguito si potrà riprendere la normale stagione agonistica.

Corsa e tecnica… e poi, ampiezza o falcata?

L’argomento falcata è molto dibattuto nella corsa, anche se può sembrare irrilevante. Se si guardano i grandi campioni, i più attenti noteranno che lo stile di corsa tende a essere con falcate ampie. È il cosiddetto “stile gazzella”. Basta guardare Usain Bolt sulla 100 m, che ha una falcata ampia come neanche un impala. Quindi, un principiante che inizia a correre potrebbe voler adottare lo stile gazzella. In realtà no, il discorso è un po’ più peculiare e le varie distanze sono molto differenti tra di loro, ma la risposta breve è: per gli amatori, conviene puntare sulla frequenza della falcata, e non all’ampiezza.

Correre non è “saltellare”!

Da bandire la pessima abitudine che alcuni hanno di “saltellare”. Saltellare non fa avanzare, non dà spinta in avanti ed è solo uno spreco di energia. In pratica, non è corsa! Quello del saltellare è un vizio che hanno assunto alcuni neofiti che tirano troppo (in proporzione al livello di principianti) nelle fasi del programma per iniziare a correre, e quindi non reggono fino in fondo i tratti di corsa seppur durino 2 soli minuti. E quindi saltellano, cercando di apprendere il gesto della corsa in modo per così dire “soft”. Ma è sbagliato. La falcata è una cosa, il saltellare è un’altra e con la corsa non c’entra un bel niente. I runner professionisti sembrano delle gazzelle, ma non saltellano, bensì compiono la falcata. Falcare vuol dire dare la spinta per avanzare, cosa che il saltellare non permette di fare perché è una cosa che non ci azzecca! Il motivo per cui molti top runner danno l’impressione (agli occhi di chi non guarda bene) di saltellare è che i top runner… sono top runner, appunto, quindi hanno dei ritmi molto veloci rispetto a noi tapascioni, mantenendo una fluidità impressionante. È per questo che danno l’impressione di essere delle gazzelle, ma anche loro stanno avanzando in avanti con la falcata.

Correre e camminare hanno lo stesso scopo: spostarsi in avanti. La falcata richiede un impegno maggiore e sottopone a maggior traumatismi, ma il concetto di avanzare è sempre lo stesso. Ora, se ci mettiamo a saltellare, come ho visto in un video su YouTube, mi dite come fate ad andare avanti? Sprecate solo energia inutilmente e impiegate ore per fare 10 km, come infatti avviene nel video che ho visto. Se si deve saltellare, tanto vale eseguire degli esercizi appositi per il balzo.

In realtà, anche le gazzelle (gli animali) fanno lo stesso tipo di gesto dei runner. Solo che ci mettono una propulsione umanamente inconcepibile che li permette di compiere un balzo pazzesco (per un essere umano). Invece, quello che fanno alcuni sostenitori del “saltellare” è molto più simile a quando cerchi di colpire una talpa che esce fuori dal buco nei divertimenti del Luna Park…

La falcata

Vediamo di analizzare meglio quello che ho detto all’inizio, che in ogni caso è una indicazione generica da non portare all’estremo (vedi quelli che usano apparecchi per misurare 180 passi al minuto e non tengono più d’occhio il ritmo al km…). Per capire il perché si dovrebbe preferire la frequenza, dobbiamo andare a vedere come funziona la falcata. La falcata si suddivide in tre fasi:

– fase di appoggio con il terreno;
– spinta;
– tempo di volo.

A pari distanza percorsa, la frequenza della falcata è inversamente proporzionale all’ampiezza. Maggiore è la frequenza, minore è l’ampiezza e viceversa.

Da notare come la spinta che diamo noi non sia in avanti, ma indietro. I nostri muscoli agiscono all’indietro e, per conseguenza delle leggi di Newton, il terreno reagisce mandandoci in avanti. Puntare sulla frequenza di falcata permette un maggior risparmio energetico. Fare una falcata più ampia vuol dire, al contrario, dover impiegare più energia. Cioè, per spingere di più ci vuole energia. Certo, non bisogna portare la cosa all’estremo e fare 200 passi al minuto, perché allora facciamo un passo che misura pochi cm e non ci fa avanzare lo stesso! Quindi, comunque uno pian piano migliora la tecnica e sa regolare da solo sia la frequenza che l’ampiezza della falcata. Ci vuole tempo per fare questo e bisogna macinare migliaia di chilometri. Ma poi uno ci arriva, gradualmente e in modo spontaneo. Io dico sempre che la falcata dev’essere naturale, così come il respiro e la postura. Solo per i bambini può essere utile fare esercizi di postura o balzi, ma i bambini è pur vero che sono in fase di crescita e devono imparare la coordinazione. Per gli adulti, il discorso non vale e non ci dev’essere nulla di forzato. In sostanza, i principianti e gli amatori dovrebbero:

– ridurre il tempo di volo;
– non dare una eccessiva spinta verticale;
– cercare di avanzare nel modo più facile ed economico possibile.

Spesso, i principianti “cascano” male quando fanno la falcata, pertanto si predispongono a maggior traumi, oltre al fatto che già non hanno ancora la muscolatura adatta alla corsa. Provate a immaginare di correre sul ghiaccio e di non far rumore (immaginando che non c’è il rischio di scivolare!). Vi accorgerete che sarà più facile correre e verrà spontaneo, con il tempo, aumentare la frequenza e quindi la velocità. Vi regolerete da soli e assumerete la vostra personale tecnica di corsa. Basta darsi tempo e mettere chilometri nelle gambe. L’obiettivo non dev’essere quello di spendere più calorie per correre, ma essere efficienti per poter migliorare le prestazioni in chiave salutistica. Come spiego anche nell’articolo per iniziare a correre, è vero che è importante saper apprendere la tecnica, ma non siamo mica a un dressage per cavalli! L’esempio del dressage per cavalli giuro che mi fa troppo ridere. L’ho sentito in un simpatico video che contestava questo famoso mito dei 180 passi al minuto (che sfortunatamente gira sui siti dedicati alla corsa!). Fa ridere, ma l’ho trovato geniale perché si vede davvero gente che “saltella” come se fosse a un dressage. Queste tecniche di corsa, però, non si imparano subito o forzando gli esercizi. Si imparano con il tempo e i km nelle gambe. A mano a mano, assumerete più velocità e imparerete come mettere giù il piede (e riducendo anche la probabilità di infortunio). Anche io, quando ero un novellino, avevo una falcata “pesante” e poco efficiente. Ero lento, ma soprattutto impacciato. Adesso sono rimasto lento, ma nel frattempo la falcata è diventata più agile e scattante. Sono stati i km macinati ad avermi fatto migliorare, non la ricerca specifica di una tecnica corretta.

Ma allora, dopo queste spiegazioni, come mai i runner d’élite puntano sull’ampiezza della falcata? Molto semplice. Ad alte velocità, conviene avere una falcata ampia. Il dispendio energetico è spesso identico a quello di una frequenza più elevata, pertanto meglio avere una falcata più ampia che permette di percorrere una distanza maggiore. Ma altre volte, è addirittura più economico avere una falcata più ampia! Questo funziona ad alte velocità, poiché ad alte velocità è più facile mantenersi “a regime”. Per un amatore, questo è impossibile perché non ha la genetica. La maggior parte di noi è solo a livelli di tapascione. I professionisti sono la crème de la crème della corsa, perché sono geneticamente nati così. Però, anche questo discorso non è sempre del tutto vero. Provate a guardare come correva Mennea… grandissimo campione, ma tecnica inguardabile! E poi, si dovrebbe anche fare i distinguo sulle distanze. Correre una 100 m non è come correre la maratona. Vuol dire che Bolt non corre come Gebrselassie… visto che l’etiope è  “alto” 164 cm contro i 195 cm del giamaicano! Mennea è invece alto 180 cm. Quindi, alla fine conta sempre l’autoregolazione personale di falcata, frequenza e ampiezza, trovando empiricamente e con i chilometri nelle gambe il gesto che ci permette di essere più efficienti e di ridurre il traumatismo.

Correre di avampiede

Spesso, si sente ripetere che bisogna correre di avampiede anziché di tallone. Di solito, i principianti corrono di tallone perché non sono ancora ben allenati alla velocità. Correndo di avampiede, si ha maggior propulsione e, in pratica, si corre più velocemente. Ciò è indubbiamente vero dal punto di vista della fisica. E non solo dal punto di vista della fisica, ma anche dal punto di vista di riduzione dei traumatismi (e quindi degli infortuni!). Urge specificare che correre di avampiede NON vuol dire affatto correre di punta. Correre di punta è un gesto che non ha senso tanto quanto il “saltellare” che purtroppo vedo ancora spesso in giro. Correre di avampiede vuol dire che la zona di impatto è nella zona del metatarso, cosa che riduce l’impulso del terreno e, anzi, ne restituisce una parte. In sostanza, si riducono i traumatismi e guadagniamo maggior propulsione. C’è però un “difetto” nel correre di avampiede: bisogna macinare km ed essere ben allenati! C’è poco da fare, le tecniche migliori e più efficienti di corsa si imparano e assimilano solo così. Forzarsi a correre di avampiede provocherebbe proprio degli infortuni. Allenatevi bene, mettete km di corsa nelle gambe e vedrete che correre di avampiede, e quindi meglio, vi verrà del tutto automatico! Io stesso corro spontaneamente di avampiede, perché ho imparato a farlo con pazienza e costanza negli allenamenti. So quanto questo modo di correre è migliore e più efficiente, ma impuntarsi a correre di avampiede per un principiante non lo trovo sensato perché il principiante dovrebbe concentrarsi a guadagnare esperienza e resistenza con gradualità.

Studiare per la vita… come fare?

Ci sono persone che si sforzano di imparare i concetti e di apprendere. Cercano di assimilare la lezione, magari incoraggiati dai metodi di apprendimento di qualche guru o da strategie motivazionali. Molti ancora usano il “metodo del pomodoro”. Per chi non lo sapesse, il pomodoro non è solo un ortaggio, ma anche uno strumento che serve a misurare un tempo prefissato. Chi propone il metodo del pomodoro indica, ad esempio, di instaurare 30′ in cui non esiste altro e si cerca di studiare. È curioso notare come il tempo prestabilito dal metodo del pomodoro sia sempre limitato. In genere, è difficile che si superi la mezz’ora, evidente segno che uno cerca di costringersi a studiare anche se ne farebbe volentieri a meno. Beh, magari queste tattiche possono funzionare per superare un esame o un’interrogazione, ma spesso chi usa il metodo del pomodoro o altro di simile tende sempre a tornare a ripetere per non dimenticare i concetti. Li ripetono proprio sistematicamente, con una certa costanza, nella speranza che i concetti rimangano in testa. Altre persone, invece, si impelagano in svariati corsi e lezioni nell’ottimismo che qualcosa appassioni, ma puntualmente non riescono ad appassionarsi a nulla. E finiscono puntualmente per mollare in cerca di altro, di una novità che si spegnerà anch’essa. Viaggiano in balia di “qualcosa” che li muova, il classico “tutto fa brodo” e, all’interno, qualcosa si troverà. Il problema è che, così facendo, non rimane quasi nulla e non si riesce ad amare mai nulla per davvero! Dove sta l’errore? L’errore sta qui:

lo studio, per essere efficace e duraturo, dev’essere vissuto e sentito dentro con un’esperienza personale.

In sostanza, bisogna avere spirito critico. Conosco tante persone che leggono a destra e a manca studi e ricerche, ma senza capirci nulla e mischiando la lana con la seta. Una volta, mi è capitato di “litigare” con una persona che aveva letto che lo sport fa essere efficienti e ottimizza le energie. E cos’ha capito questa persona, secondo voi? Complice anche il fatto che era la classica persona che faticava a dimagrire già con una dieta da fame, ha capito che lo sport peggiora il metabolismo e manda in allerta l’organismo! Ecco, queste cose succedono quando uno non sente e non vive quello che legge o tenta di studiare. Non indaga e non cerca di scendere nei dettagli. Legge, cerca di apprendere come un tonto e fa degli strafalcioni! Se uno non ha spirito critico, potrà anche avere 10 brodi davanti a sé da provare, ma non saprà mai neanche com’è fatto uno solo di quei brodi. Al massimo qualche ingrediente, buttato a sparare, in modo superficiale. Tanto, tutto fa brodo, no? A questo punto, non sarebbe meglio imparare una sola cosa, ma bene? D’altronde, quest’ultimo approcio è quello che usava un mio vecchio professore di inglese del liceo. Ci diceva che preferiva fare poco del programma, ma spiegandoci il metodo così da sapercela cavare da soli per il domani. Ringrazio ancora profondamente questo professore per gli insegnamenti che mi ha dato non tanto nella sua materia, ma per la vita, anche se all’epoca tendeva un po’ a sfuggirmi quello che diceva. Quello che ha fatto il mio professore di inglese è stato trasmettermi dei valori. Capisco che può essere difficile vedere lo studio in questa chiave, dato che i nostri programmi scolastici fanno sempre più pena. Si insegna tutto con troppo nozionismo. Si compra un sacco di materiale da cancelleria, ma poi non si pratica e non si impara granché rispetto ai paesi nordici. Ma è l’unico modo che esiste affinché lo studio serva a qualcosa. Non si deve imparare la lezioncina da ripetere come pappagalli, ma vivere i concetti sulla pelle, provarli. È un discorso paragonabile a quello che c’è scritto anche nell’articolo “I bisogni di un figlio e come educarlo“. Leggetelo e capirete meglio quello che sto dicendo qui. I due articoli, anche se trattano argomenti diversi, hanno molto più in comune di quello che potete pensare!

Alcune applicazioni

Provo a farvi alcuni esempi pratici per spiegare il discorso. A cosa servono i calcoli di aree e volume? Leggete questo articolo e lo scoprirete! A cosa serve la storia? Serve non tanto a sapere le cronache di secoli fa, ma ad individuare quei processi che magari sono andati storti per fare di meglio nel presente. A cosa serve studiare Boccaccio? Mi vengono in mente le dinamiche della dipendenza affettiva, che nella nostra società fa dei danni indicibili e porta ai casi di violenza sulle donne. In Boccaccio, si parla di “follia per amore”. Oppure si parla della diversità tra caste sociali e dei pregiudizi. Qual è il punto in comune tra l’utilità della storia e un Boccaccio? Il punto in comune è lo spirito critico, che è fondamento della mentalità scientifica. Sì, ho detto mentalità scientifica e non una laurea in scienze, perché la mentalità scientifica è globale e verte su tutti gli ambiti della vita. Uno, cioè, di per sé può avere anche la licenzia media, ma saper ragionare molto meglio di chi ha una laurea in ingegneria ma una vita personale pessima! È anche questo che deve saper fare la scuola. La scuola non deve formare un plotone di bravi ragazzi che non miglioreranno il paese e, anzi, lo manderanno allo sbando. La scuola deve saper formare delle persone intelligenti, che sanno cavarsela nella vita quotidiana. Non serve a nulla sapere tutti i testi della letteratura italiana e latina se poi, nei rapporti umani, siamo dei disastrati o in amore continuiamo a commettere sempre gli stessi sbagli. Insomma, quando manca lo “stimolo”, è impossibile rendere solido lo studio! Per “stimolo”, intendo qualcosa che ci attiri a sé e ci invogli, ma per fare questo dobbiamo partire noi con il primo passo.

“Sì, ma come faccio e da dove parto?”

Purtroppo, molti vorrebbero la lezioncina bella pronta e farsi dire. Ma così non imparano quasi niente per davvero. Per usare un termine che rimanda all’apprendimento, non assimilano. Fanno come i secchioni a scuola che sanno dire tutto a memoria delle dimostrazioni, ma poco dopo hanno già dimenticato tutto. Ormai, siamo diventati così insufficienti e incapaci che abbiamo bisogno di una app per sapere quanti centimetri ci sono in 225 metri. Non sto esagerando, purtroppo, e si possono fare svariati esempi simili. Uno deve avere la voglia di imparare e di fare. Se si aspetta il piatto pronto, beh, sbaglia. Così è ovvio che può anche stare lì sui libri per tutto il giorno, sentendosi però ancora più confuso di prima. Il fatto è che non c’è una via assoluta per tutti. Nel senso che io posso partire notando una breccia nel muro e avvicinarmi alla geologia e un altro da come le piastrine riparano le ferite per studiare medicina. Bisogna saper osservare, guardarsi intorno e riflettere. Bisogna avere la predisposizione non tanto a capire di più il mondo, ma a voler capire il mondo. Chi capisce la diversa sfumatura è già a un passo in avanti! Poi, sviluppando lo spirito critico sempre di più, arriverà per forza qualcosa che ci trascini a sé in modo preponderante e coinvolgente. Sarà qualcosa di spontaneo. Sì, alcuni mi diranno che così non ho detto niente e non ho detto che cosa fare nello specifico. Eccola lì, la pretesa della pappa pronta. C’è gente che non capisce che non esiste la bacchetta magica e non esiste la formula magica. Magari sono loro stessi a dirlo, ma poi, a conti fatti, hanno esattamente la pretesa di farsi dire. Non hanno voglia di provare, di sperimentare, di curiosare oltre il proprio orticello. In realtà, ho detto eccome che cosa fare: osservare, guardare, riflettere. Fate questo esercizio nel corso della giornata e vedrete che verrà tutto automatico! Provate a leggere una notizia di cronaca. Che cosa vi trasmette? State capendo quello che si sta dicendo? Approfondite, sia che ci abbiate capito sia che no. Cercate sulla tematica e formatevi un’opinione. Ovvio, bisogna affidarsi alle fonti giuste per non incappare nelle bufale, ma questo è sempre racchiuso nell’avere spirito critico. La vostra opinione è coerente o ci sono delle falle? Sottoponete l’opinione a un check-up. Se la vostra opinione ha delle falle, cambiatela e sviluppate idee migliori. Avete bisogno di un paio di scarpe nuove? Benissimo, informatevi su quali sono le parti di una scarpa, ad esempio la tomaia, il tacco. Informatevi sui materiali di costruzione della scarpa. Qual è il materiale più resistente? E perché quel materiale è resistente? Imparate a domandarvi, come fanno i bambini quando ripetono di continuo “e perché?” I bambini hanno una grandissima abilità a voler sapere e conoscere, ma purtroppo tanti adulti affossano il loro desiderio di conoscere (vedi il tipico “vai a guardare cosa c’è fuori”). È questo che vuol dire studiare per la vita. Se voi vi informate sui materiali di una scarpa, magari vi appassionate alla chimica e ne fate un oggetto d’amore, e magari vi ci laureate. Volete fare sport? Benissimo, allora dovete sapere cosa vuol dire potenza (in watt) o sistema sessagesimale. Quindi è fisica. Ma non state studiando fisica o chimica per prendere il voto. State studiando chimica e fisica per migliorare la qualità della vostra vita! Questo è anche ciò che non comprendono alcuni che ripetono e ripetono, diventando maniacali. Ripetono la lezione per colmare il bisogno di controllo e di perfezione, e questo è ben lontano dal reale senso dello studio che, appunto, è per la vita.

Capisco che le mie parole risultino fumose per chi ha ancora nella mente la domanda “sì, ma come faccio e da cosa parto?” A questo punto, però, oh, sveglia. Nessuno può fare le cose al posto di un altro. Non esiste una specie di iniezione che faccia avere la voglia, la predisposizione. Se siete giunti fin qui e vi chiedete ancora come fare, da cosa partire, allora forse siete spacciati. Possibile che non avete voglia di fare neanche un minimo di fatica per aprire la porta e uscire a vedere quello che c’è? Vi deve prendere qualcuno e accompagnarvi a braccetto? E allora amen.

Doctor Who, come imparare sulla vita e sul mondo
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Una scuola senza valori

Cani o gatti?

La domanda del titolo non è così ingenua come si può credere, ma è un modo per applicare lo spirito critico. Se trovate che la domanda che ho posto sia stupida, beh, forse siete limitati mentalmente. Non è mia intenzione fare un elogio di cani o gatti, ma solo dare uno spunto di interesse per coltivare la propria capacità di osservare il mondo. Tornando al discorso, spesso si dice che il cane è il miglior amico dell’uomo. Ed effettivamente, non si può negare che il cane sia un animale amorevole nei confronti dell’uomo. Sì, certo, esistono anche cani cattivi, ma questo vale anche per l’uomo. Per quanto riguarda i gatti, alcuni pensano che siano indifferenti e viziati. In quanti, però, hanno voluto indagare e andare oltre lo stereotipo classico?

In realtà, il gatto è tanto amorevole quanto il cane, ma ha semplicemente un diverso tipo di linguaggio per esprimerlo. Per carità, anche il cane ha forme di espressione di affetto facilmente equivocabili rispetto a quelle dell’uomo, ma il gatto ne ha altrettanto diverse. E questa differenza, tra l’altro, fa anche nascere il famoso mito di cani e gatti che si odiano tra di loro. Non c’è niente di vero, cani e gatti non si odiano, ma equivocano i gesti di simpatia e quindi litigano per questo! Gli appassionati di cani e gatti, però, sanno benissimo che, se i due animali crescono insieme, non si odiano affatto!

Come il gatto manifesta affetto verso l’uomo? Per capirlo, bisogna sapere che differenza c’è nella gestione dei legami da parte dei cani e da parte dei gatti. Il cane è più dedito alla socialità, nel bene e nel male (non è raro vedere cani che si azzuffano tra di loro!). I gatti, invece, tendono di più a ricercare un legame esclusivo, del tipo cucciolo-madre. Questo perché il gatto non è poi così “faccio tutto da solo” come si crede. Il gatto cerca protezione e cibo, vuole sentirsi al sicuro, e l’uomo incarna proprio questo ruolo. Io conosco gatti che si perdono persino appena escono dalla porta di casa o si spaventano per un nulla, a riprova del fatto che i gatti sono molto meno indipendenti e altezzosi di quello che si pensa comunemente. Un tipico gesto di affetto è il fare le fusa o l’allungare la zampa. I gatti non vogliono le “coccole” perché sono diffidenti e “insensibili”? Non è vero. Il loro pelo è ricco di terminazioni nervose, quindi se si fanno gesti troppo bruschi il gatto lo sente e giustamente si scansa. Quando si “coccola” o accarezza un gatto, lo si deve fare con calma, delicatezza e attenzione. Paradossalmente, il gatto manifesta il suo affetto con un gesto che erroneamente viene considerato come graffiare: la “panettiera” (detto anche “fare la pasta”). Questa azione risulta sgradevole quando magari viene fatto sul torace dell’essere umano, ma il gatto sta facendo un gesto che richiama all’allattamento. Il gatto, cioè, ti sta riconoscendo come figura materna o a cui è affezionato (il gatto può “fare la pasta” anche con un oggetto). Poi, beh, per quanto riguarda la presunta asocialità, non bisogna dimenticare che un gatto può dormire anche per 16 ore al giorno, quindi la sua giornata è piuttosto corta e, quando è sveglio, si dedica alla caccia o all’esplorazione del suo territorio. Non è che non vuole interagire. Il gatto interagisce eccome e mostra eccome i suoi gesti di affetto. Ma 16 ore di sonno sono pur sempre tante se paragonate al sonno dell’uomo. Anche i cani dormono mediamente più di un essere umano, ma i gatti ancora di più!

Tranne che in alcune culture (vedi gli antichi egizi), il mondo dei gatti è stato spesso sminuito per la tendenza dell’uomo a volere un animale su cui dominare e che esegua gli ordini. Il cane incarna questo tipo di figura. Possiamo imparare tante cose dai gatti. Ad esempio, per loro il conflitto è qualcosa che si dovrebbe cercare di evitare. Anche quando ci sono molti gatti su un territorio, cercano di non incontrarsi su uno spazio marcato. Non è codardia, ma la capacità di comprendere che non è sempre necessario creare il conflitto, a differenza dell’uomo che lo cerca addirittura per prendere voti. Tra i gatti di strada, sebbene non provino simpatia per quelli domestici, ci sono delle vere e proprie baby sitter. Ciò testimonia che sanno anche avere uno spirito di gruppo e di unione che li fa sopravvivere alla dura vita di strada. I gatti non vanno sottovalutati. La loro indole li porta a cercare sempre affetto e lo ricambiano. È vero che in passato sono stati usati per ripulire le case dai topi, ma sostanzialmente non chiedono altro se non l’affetto dell’uomo (visto che l’uomo, per loro, non è il capobranco ma una mamma). Ed è quello che, tante volte, dimentichiamo nei confronti dei nostri figli, che invece carichiamo di aspettative.

Questo articolo può sembrare di scarso di livello culturale o addirittura sciocco su un sito che parla di benessere. Ma ho voluto fare un esempio di conoscenza che può ispirare qualcuno a non fermarsi alla supercie delle cose. Inoltre, amare e conoscere il mondo vuol dire anche amare e conoscere gli animali (senza l’ipocrisia dei vegani e vegetariani). Non è vero che chi ama gli animali è una brava persona, questo no, non lo penso affatto (vedi i vegani e i vegetariani, appunto). Ma difficilmente si può sostenere che chi odia gli animali sia una brava persona!

Sport, chimica del benessere e disturbi mentali

Fare sport aumenta l’umore, fa bene alla salute fisica e alla mente. Lo si sente ripetere spesso nei soliti giornaletti stile Donna Moderna. In effetti, c’è del vero. Lo sport rilascia nell’organismo le endorfine, arrivando a livelli superiori del 500% rispetto a quelli normali. Questo effetto benefico dura per diverse ore dopo la fine dell’allenamento. Il dato non deve però ingannare. Affinché il rilascio delle endorfine sia efficace, ci dev’essere un certo stress ricevuto dall’organismo. Per stress, intendo che può essere sia positivo che negativo, cioè nel caso dello sport le endorfine vengono rilasciate per combattere la fatica, insegnando ad aumentare la tolleranza del dolore e della fatica. Per fare questo, è chiaro che:

per beneficiare davvero del rilascio di endorfine, bisogna fare sport a medio-alta intensità!

Per sapere cosa intendo per fare sport a intensità corrette, vi rimando all’articolo su quanto allenarsi per la salute. Il tipico jogger della domenica non ne può beneficiare, perché la seduta non è abbastanza lunga o la frequenza settimanale è insufficiente o manca la capacità di correre in soglia. Non a caso, chi sperimenta il tipico buon umore e la simpatia tra gli sportivi si allena seriamente, per 4-5 volte a settimana, con lavori di qualità.

Ma non c’è solo l’endorfina. Diverse sostanze chimiche vengono rilasciate dall’organismo grazie allo sport. Oltre all’endorfina, abbiamo anche la dopamina e i cannabinoidi (sì, avete letto bene… cannabinoidi!). Tutte queste sostanze formano un cocktail chimico perfetto del benessere. Ogni sostanza, interagendo con un’altra, si rinforza, portando il soggetto a sentirsi generalmente bene.

Come si spiega la dipendenza da sport? Cioè, cosa succede in chi perde la misura e si fa sopraffare dalla nevrosi, si sovrallena ecc? La teoria più corretta è che il rilascio di endorfine c’è, e su questo non ci sono dubbi, ma non influisce sulla personalità del soggetto. Chi parte già da una condizione non equilibrata o è poco equilibrato è più predisposto alla dipendenza da sport o comunque a vivere male l’attività sportiva. Infatti, come spiego nel proseguo dell’articolo, lo sport è un elemento nel quadro globale. Per dirla in termini “spocchiosi”, è condizione necessaria, ma non sufficiente!

Sport e disturbi mentali

L’approccio classico verso i disturbi mentali si basa sulla prescrizione degli psicofarmaci. Purtroppo, nonostante la comprovata efficacia, lo sport non viene considerato nella terapia (magari anche per i meccanismi della flat tax, che è una bastonata per i poveri). Lo sport sfrutterebbe il rilascio di sostanze chimiche presenti già naturalmente nell’organismo, in modo tale da ridurre i farmaci. Attenzione, non si sta dicendo che lo sport sostituisce gli psicofarmaci, ma che:

se si indirizzasse una persona a fare sport, educandolo sui vantaggi, si potrebbe evitare di somministrare dosi massicce di farmaci!

Esistono diversi studi che provano l’efficacia dello sport sui disturbi mentali. Ad esempio, uno è della University of Vermont, pubblicato su Global Advances in Health and Medicine. Dice David Tomasi, tra gli autori dello studio:

L’attività fisica non è mai stata considerata come una vera e propria opzione terapeutica, ma ora sappiamo che è così efficace da poter diventare importante quanto l’intervento farmacologico.

Si potrebbe obiettare che un malato psichiatrico, che già magari non ha voglia di vivere, sia restio a fare sport. Ma allora perché bombarlo di farmaci? Gli psichiatri non dicono, forse, che i farmaci non fanno magie, che ci vuole sempre la predisposizione della persona? Benissimo, rigiriamola e chiediamo a chi soffre di disturbi: preferisci una dose massiccia di farmaci o fare sport e prendere i farmaci in dose ridotta? Prendere la dose minima di farmaci non è la stessa cosa del prendere una dose massiccia. La colpa è della psichiatria, che non ha quasi mai considerato lo sport come opzione terapeutica. Per fortuna, oggigiorno esistono alcuni psichiatri che consigliano lo sport anche per uscire dall’anoressia. Purtroppo, globalmente siamo ancora indietro. Se non ci arriva direttamente la persona, è compito del medico o dello psichiatra spiegare i benefici dello sport a livello non solo di longevità, ma anche per la salute mentale. Non importa il livello di attività sportiva che una persona con disturbi può fare. Non andrà a fare le gare, ma potrà fare quell’ora di corsa, a medio-alta intensità, che gli porta benessere. Nello studio della University of Vermont, i pazienti soffrivano di malattie anche piuttosto gravi, come la schizofrenia (*). I pazienti erano ricoverati in un reparto psichiatrico, ma la presenza di una palestra, in cui poter fare attività cardiovascolare, ha portato dei concreti benefici. E se vale per chi è in ricovero, perché non deve valere per chi non necessita di un ricovero?

* Per evitare discriminazioni, la schizofrenia è un disturbo grave, ma è una malattia grave come ce ne sono altre al mondo. Gli schizofrenici non sono dei fuori di testa o psicopatici. È per questo che lo sport funziona anche per loro. Sono persone con una malattia grave, che richiede cure, ma normalissime. La psicopatia è un’altra cosa.

A dimostrazione di come la psichiatria classica sbagli, i dati della University of Vermont hanno riscontrato che:

– il 95% dei pazienti ha visto un miglioramento dell’umore;
– circa il 97% dei pazienti ha detto di voler continuare l’attività fisica.

Miglioramento dell’umore non vuol dire guarigione, ma il senso è che questo miglioramento deriva dallo sport e non dai farmaci. Si può fare sport e assumere meno farmaci! E meno farmaci significa ridurre gli effetti collaterali, un altro beneficio tutt’altro che irrilevante. E lo abbiamo già detto nell’articolo sugli psicofarmaci. Nel migliore dei casi, lo sport permette addirittura di azzerare l’assunzione di questi farmaci. E non ha praticamente effetti collaterali. L’unico “difetto” dello sport è che anch’esso dev’essere fatto bene, evitando gli infortuni, ma è tutto qui. Certo, non consideratevi sempre nel migliore dei casi o rischiate di avere un disturbo bipolare grave non curato…

Insomma, i farmaci ce li abbiamo già nel nostro organismo. Poi, se non bastano, possiamo dare una “integrazione” farmacologica. Ma bisogna imparare a considerare anche lo sport nella terapia! Ripeto, se è questione di predisposizione di una persona, allora la stessa cosa vale per i farmaci. Perché uno dev’essere predisposto a prendere i farmaci e non a fare sport? Capisco che siamo una società di pigri e sedentari, compresa gran parte degli stessi psichiatri, ma questo è un altro discorso. Il fatto è che alla psichiatria classica non interessa lo sport, nello stesso modo in cui non interessa alla media della società. Ma ciò è profondamente sbagliato! Ovviamente, intendo lo sport come la sua pratica, non la partita di calcio in TV con patatine. Lo sport è un fattore della terapia. Non è affatto la panacea di tutti i mali. Si sta parlando di una terapia multidisciplinare, in cui avremo sempre una parte psicoterapeutica.

Il delirio di onnipotenza

Se conoscete bene il sito, sapete che non sono affatto un complottista. Sapete che ho una sezione dedicata alle bufale, dove promuovo gli alimenti OGM, se davvero utili, e non demonizzo l’olio di palma. Tuttavia, ho anche spiegato che, spesso, i medici hanno una tendenza al delirio di onnipotenza (e ci sono scienziati veri come Dario Bressanini che la pensano come me). Sono gli psichiatri a dire che il farmaco non è la panacea di tutti i mali ma, nel frattempo, ignorano i benefici dello sport nel ridurre gli psicofarmaci. A mio parere, da un lato è vero che la gente ignora l’attività sportiva e gli psichiatri, allo stesso modo dei medici in generale, si accodano a questa media. Dall’altro lato, sono anche convinto che faccia comodo far assumere dosi massicce di psicofarmaci. Se si riducono gli psicofarmaci, le industrie non potrebbero fare affari così ricchi e colossali! Spesso, grazie allo sport, è possibile dare dosi davvero inferiori e più tollerabili, così da non sovraccaricare la persona con gli effetti collaterali. Non sono contro i farmaci in senso assoluto, perché allora sfocerei nell’estremo opposto e verrei facilmente tacciato di essere complottista. Io sono contro il delirio di onnipotenza degli psichiatri (e dei medici in generale). Questa categoria di persone si fa prendere troppo facilmente dalla prescrizione dei farmaci. E non va bene.

Sarà solo una mia esperienza personale, ma ho notato che, spesso, gli psichiatri che antepongono troppo i loro farmaci all’attività fisica sono sedentari o in sovrappeso. Provate a farci caso pure voi e sono convinto che la vostra esperienza non sarà molto dissimile dalla mia. Solo una persona, che conoscevo tempo fa, era seguita da uno psichiatra sportivo che aveva capito che lo sport, fatto bene, aiuta ad uscire dalla malattia. Molto più dei farmaci, probabilmente.

La spiritualità dello sport

Nel sito, ho parlato spesso di sport come un atto spirituale, che non si esaurisce meramente nell’esercizio in sé. Lo sport è una perfetta metafora della vita. Ci fa vedere il mondo sotto uno sguardo diverso, permettendoci un incontro reale, tangibile, tra noi e quello che ci sta intorno. Ci permette di uscire di casa e affrontare ciò che ci spaventa, senza fossilizzarsi sul malessere. È vero che occorre sempre la predisposizione a cambiare e migliorare, ma ormai lo sport dev’essere considerato, per il suo immenso valore, anche (ho detto anche!) per i disturbi mentali. Esistono diverse testimonianze, seppure rappresentino solo una goccia. Il trekking viene usato per l’alcolismo, poiché richiede concentrazione e spirito di gruppo. Gli sport di resistenza possono servire a chi soffre di DCA per rieducarsi ad avere una corretta alimentazione. Anche Jaycee Dugard, tenuta in prigionia fin da bambina per quasi 20 anni da una coppia di psicopatici, ha affrontato bene la terapia grazie alla semplice camminata insieme alla sua psicologa. Una psicoterapia classica sul lettino a “dover” parlare non l’avrebbe retta e ciò vale, in realtà, per tantissime persone. Lo sport non fa bene solo alla linea e non serve solo a ritardare la vecchiaia. Lo sport ci predispone ad essere più costruttivi nella vita quotidiana e nei problemi.

Trattamento sanitario obbligatorio (TSO) da cambiare

Quale nome per l’Italia? Come cambiare il paese?

Votare è importante per il futuro del paese. Anche fosse in bianco per mostrare lo sdegno verso tutti i partiti, bisogna recarsi in seggio. Anche se non sono molto ottimista per rimediare allo sbando degli ultimi anni, vediamo comunque com’è messa la nostra situazione politica per poter operare una scelta consapevole e razionale. Premetto che ho scritto questo articolo per le elezioni del 2018, ma la situazione è sempre più o meno la stessa. I partiti ora in gioco servono cioè anche a saper avere spirito critico, a riflettere su cosa stiamo facendo e su chi votiamo senza avere paraocchi. Detto questo, non sono tra coloro che danno sempre tutta la colpa ai politici. Se abbiamo certi politici, quindi, è specchio di un popolo mediocre. O viceversa, che dir si voglia: il concetto non cambia. Ma siccome non voglio fare il solito che ripete che tutti i politici sono uguali e corrotti, voglio spiegare cosa non va e quali devono essere i criteri per votare un partito, ma anche come agire come cittadini attivi.

PD e Renzi
Non c’è molto da dire. Solo in due casi si può votare per il PD e Renzi: lesioni cerebrali o appartenenza alla casta. Lo sguardo di Renzi quando parla dice già tutto, ed è traducibile in qualcosa del tipo “votatemi, tanto vi sto pigliando tutti quanti per il culo!” Probabilmente in pochi l’hanno notato perché l’italiano medio pecca in spirito critico, ma uno come Renzi è il classico furbastro che vuole infinocchiarci e rubarci i soldi. Il problema è che una grossa fetta di popolo dei vecchi continua a votare PD, impedendo all’Italia di diventare moderna. I media e lo stesso PD ha parlato di tracollo dopo le elezioni di marzo 2018. Ma non è affatto così. Qualunque paese con amor proprio lascerebbe fuori questa gentaglia dal parlamento. Invece no, c’è ancora chi crede nel PD. O semplicemente fa parte della casta. Il calo netto c’è stato, ovvio, ma la percentuale resta elevata in termini di cambiamento del paese.

Di Berlusconi, mi rifiuto proprio di parlare. Qualunque persona intelligente dovrebbe considerare un personaggio del genere come tossico per la società. Tutti gli altri partiti o sono troppo piccoli e basati sull’utopia (vedi LeU) o appartengono sempre alla vecchia politica fallimentare, magari schiava della Germania e di una UE che ha dimostrato, tra le altre cose, totale inefficienza sulla crisi della Catalogna.

Il problema dell’estremismo

La Lega
La Lega ha avuto il pregio di discutere sul problema dei migranti direttamente, senza buonismi, in modo duro. I lati positivi della Lega finiscono qui, poiché anche il problema migranti è più profondo di come descrive Salvini (ne parlo nell’articolo linkato). La Lega ribadisce lo slogan “prima gli italiani”. Bene, allora mi domando perché la Lega continui a dire sui migranti e nulla o quasi sul resto. Esistono pensionati e disabili, esiste la criminalità locale, c’è troppa inciviltà e non c’è giustizia. Ci sono persone con problemi psicologici che vengono trattate come subumani. I nostri giovani sono sempre più asini e sedentari, cresce l’obesità infantile, mancano professori che sappiano insegnare ecc. Gente come Salvini dà più l’impressione di voler cacciare gli immigrati piuttosto che interessarsi degli italiani. Chi crede che la Lega si stia occupando degli italiani è un illuso. Inoltre Salvini sembra quasi approvare le irruzioni squadriste, con il risultato che l’estremismo e le aggressioni agli immigrati sono cronaca. Decisamente palese è l’omofobia del partito, cosa inaccettabile visto che anche la cattolicissima Irlanda ha votato un premier omosessuale dimostrando di essere un paese moderno. Le gravi posizioni omofobe della Lega non sono poi così diverse dall’Islam che loro osteggiano. Personaggi come Fontana sono pericolosi, perché vogliono riportare la società indietro dopo le lotte degli ultimi 50 anni. Ovviamente, “l’allarme razzismo” è presente e non è una “invenzione della sinistra” (all’epoca c’erano i comunisti che mangiano bambini…). Ma in pochi criticano l’arretratezza della Lega in svariati aspetti sociali, dove nutre sempre una qualche forma di violenza, odio e pregiudizio. Non a caso, la Lega è consolidatissima al Nordest, cioè nelle regioni del nord (Veneto) più tradizionaliste e cattoliche. Poi, si parla di sicurezza, ma allora che dire della criminalità giovanile e degli psicopatici in giro di cui la Lega non ha interesse, tranne se sono immigrati? Per non dire della visione antiquata sul mondo del lavoro (vedi sul reddito di benessere universale, che non è quello di cittadinanza del M5S, sui robot e sulla possibilità di smettere di lavorare). Concordo sull’evidenziare il problema dell’immigrazione e le critiche a un’Europa incapace di ascoltare. Non condivido i toni, troppo aggressivi e sciovinisti. Per il resto, la Lega ragiona con una mentalità arretrata anche per il medioevo. Anche la facciata di ipocrisia non è da sottovalutare. Si dà contro quello che succede a Roma, ma poi molti membri della Lega sono coinvolti in simili tipi di corruzione. Non mi riferisco solo alla vicenda di Legnano, ma anche a quello che succede nelle mie zone. Sbagliatissima anche l’idea della flat tax, di cui ho discusso a parte. Chi sminuisce il fanatismo della Lega ha i paraocchi. Anche di Hitler dicevano che era solo un pazzo che sproloquiava!

I difetti della nuova politica

M5S
Le tematiche del M5S sono la lotta alla corruzione e agli sprechi, la difesa dell’ambiente (vedi “La crisi dell’edilizia e delle ‘grandi opere’ per salvarci!“) e il reddito di cittadinanza. Purtroppo, quest’ultimo non solo non è quello di benessere universale che propongo io, ma è un’autentica farsa. La potremmo chiamare “la bufala del reddito di cittadinanza”. Il M5S non ha ancora la capacità di sensibilizzare ed educare globalmente le persone ai valori moderni e positivi. Funziona troppo a “macchia di leopardo”. In alcuni posti, si è cercato di fare degli interventi, ma con scarsi risultati e non del tutto per colpa del Movimento. Vedi a Roma, dove il solo sentir parlare della raccolta differenziata sembra che sia un crimine. Altrove, l’inesperienza ha provocato l’autoattentato a Torino in occasione della finale di Champions League del 2016: organizzazione approssimativa, leggi infrante, panico di massa e migliaia di feriti come risultato! Così come alla Lega non basta alzare la voce sui migranti, al M5S non bastano solo le parole di modernità. Il M5S ha iniziato a dire qualcosa di più nuovo rispetto ai vecchi partiti (ma non per i paesi progrediti come ad esempio la Svezia). Ha iniziato a dire qualcosa di diverso, ma è ancora troppo superficiale o di comodo, come nel discorso legalità che fa più giustizialismo piuttosto che colpire i quotidiani atti di illegalità o inciviltà. E il reddito di cittadinanza, che è il più grande fallimento (o delusione) del M5S? Propagandato con tanto clamore mediatico, il reddito di cittadinanza del M5S è solo presa in giro in nome di un cambiamento fasullo. Ne ho comunque parlato meglio sia nell’articolo sulla possibilità di smettere di lavorare che in quello sul reddito di benessere universale. Le intenzioni possono anche essere buone per cambiare il paese, ma se poi annunci il cambiamento e le azioni sono perlopiù di risonanza (vitalizi, migranti) significa che è solo un po’ meglio della vecchia politica. La sensazione è che, nel M5S, ci sia chi ragiona con modernità e chi no. A me sembra che, dicendo di voler cambiare il paese e giocando sui temi di risonanza, il M5S non solo non mantenga le promesse, ma le snaturi completamente e faccia peggio di chi c’era prima. La smettano di parlare del reddito di cittadinanza e di promuoverlo come cambiamento epocale, visto che è una buffonata. Non so se avete notato, ma Di Maio ha lo stesso “sorrisetto” di Renzi quando ci prendeva per i fondelli. Personalmente, rispetto a Di Maio, ritengo che la mente equilibrata del M5S sia Fico, che però è osteggiato da Salvini e non ha quella faccia da celebrità che attira i like. Altri del M5S ragionano meglio e sanno fare bene, ma un partito che funziona in alcuni posti sì e in altri no deve ancora lavorare tanto.

Il “governo del cambiamento”

In breve: siamo ben lontani dal cambiamento vero!

Intanto, iniziamo a crearlo e non solo a livello di nomine politiche. Il PD, ad esempio, ha preso una bella botta di sfiducia. Ma il potere è rimasto e ci sono ancora troppi italiani che credono in valori così deboli, superati e che al massimo fanno sopravvivere (ma non vivere) gli italiani. Finché la vecchia politica, nonostante sia stata sfiduciata, continua in qualche modo a comandare, è impossibile fare un “governo del cambiamento”. Per non dire dell’assurda riabilitazione di Berlusconi, che lo rende nuovamente candidabile. In un paese serio e civile, un personaggio del genere sarebbe almeno interdetto a vita. Invece no. Il fatto è che non solo la vecchia politica e i media non vogliono il cambiamento, ma c’è ancora una grossa fetta di popolazione che crede in gente come Berlusconi o nel PD.

La cosa positiva è che un contratto Lega-M5S è stato fatto per concordare dei punti o per colmare le lacune dei rispettivi partiti. Il problema è che ci sono ancora tanti italiani legati alle vecchie idee, alla vecchia politica, all’estremismo o incivili. È positivo che siano venuti a galla diversi problemi che sono stati trascurati (legalità, immigrazione). Meglio rispetto al passato, d’accordo, ma non basta e, allo stato attuale, stiamo addirittura peggiorando. È un approccio ancora troppo soft o da bravo ragazzo (M5S sul lavoro e sulla legalità) o basato su slogan di risonanza (Lega sui migranti, M5S sui vitalizi – in ogni caso, è giusto eliminare i vitalizi).

Per quanto riguarda lo spread, di cui si fa un gran parlare di recente, non fatevi fregare. Ne ho discusso meglio nell’articolo sul fallimento dell’Europa e vi rimando lì.

Il fatto è che un paese non si cambia da un giorno all’altro. Io rimango scettico, ma non per i motivi che hanno i vecchi politici, i quali temono solo per se stessi. Alcune riforme del contratto sono buone e lo riconosco. Il problema è che l’italiano medio non è ancora del tutto pronto ad accogliere la modernità. Non diamo sempre la colpa ai politici e ai “poteri”, ma guardiamo anche a come noi cittadini ci comportiamo. E mediamente, ci comportiamo ancora troppo male. Sicuramente, la frangia estremista, violenta, incivile e vecchia dell’Italia resta un problema dell’Italia. Quindi, continuo a rimanere scettico. Affinché si abbia davvero un cambiamento, bisogna far calare la percentuale della parte marcia della popolazione. Ma, nel medio-breve periodo, è un’impresa molto ardua.

L’impressione è che più tutto cambia e più rimane tutto uguale, come si dice negli Stati Uniti sulla Guerra Civile. Il reddito di cittadinanza non è un vero reddito di cittadinanza. Salvini è contro il vaccino obbligatorio e sia lui che altri esponenti della Lega manifestano pensieri omofobi inaccettabili. Governo del cambiamento? Rimango scettico.

Essere cittadini attivi

Sono convinto che dovremmo pensare prima di tutto a cambiare noi come popolo, e solo poi potremo vedere qualche cambiamento positivo in politica. Sì, perché non serve entrare in politica direttamente. Basta che impariamo a essere cittadini attivi e a diffondere le idee moderne e rivoluzionare attraverso il passaparola. Ma la strada per fare questo è lunga, molto lunga. Per quanto riguarda l’oggi, io uno che possa governare il paese proprio non lo vedo, e lo dico, più che con sfiducia, con realismo. Sono sicuro che mi inimicherò molte persone che ritengono che i problemi siano “altri”. E questo non lo nego. Ma se non si sa fare lo sforzo di gettare le lattine nel cestino e di rispettare i pedoni sulle strisce, come si può pretendere di risolvere i problemi più grossi? Queste sono regole di base della civiltà e del rispetto. La Raggi, a Roma, ha fallito non perché è incapace come dicono i media, bensì perché si è scontrata contro un muro di cittadini incivili e un’amministrazione che si preoccupava di avere le Olimpiadi. E questo discorso vale per tutta l’Italia, anche nella “padanissima” provincia di Bergamo, dove continuo a vedere moto sui percorsi ciclabili, o a Verona, dove al semaforo della stazione Porta Nuova le macchine passano bellamente con il rosso (e il verde, per i pedoni, dura solo una manciata di secondi). Tutte amministrazioni di destra o leghiste, ma che sono incapaci di far rispettare le norme più basilari. Il problema è che:

se gli ingredienti sono scarsi (la gente), il piatto è altrettanto scadente (il paese)!

O, per dirla in inglese, garbage in, garbage out. Ecco spiegato il mio scetticismo verso il “governo del cambiamento” promosso dal M5S. Non perché le idee siano scarse, anzi, molte sono buone. Sono scettico perché la gente non recepisce questi atti di civiltà e rispetto delle leggi. A questo punto, vale sempre il detto di D’Azeglio, che in realtà ha detto che “non si fanno gli italiani” (e non che “bisogna fare gli italiani”, il concetto è diverso!).

A tal proposito, vedi anche “Prima del governo, manca la civiltà dei singoli“.

Una politica né di destra né di sinistra

Del M5S, sicuramente è positivo il non fare distinzione tra destra e sinistra. E infatti, destra e sinistra sono concetti che si devono superare, perché conta il benessere del popolo. Funziona così in quasi tutti i paesi più progrediti e moderni. In Svezia, ad esempio, c’è la Socialdemocrazia (SAP), che non è un partito di sinistra anche per il fatto che alcune idee sono associabili alla destra classica. Ma, appunto, non è di destra perché non c’è quel carattere tipicamente estremista della destra. L’errore della sinistra classica è quella di essere troppo buonista e troppo politicante, mentre l’errore della destra classica è quello di essere razzista. In entrambi i casi, i partiti agiscono secondo una politica vecchia di 50 anni, che non funziona più e che dev’essere abbandonata. Purtroppo, acculturare i cittadini ai valori moderni è molto difficile e qui sta la vera difficoltà per partiti teoricamente progressisti come il M5S. Ma non me la sento di dire che sia tutta colpa del Movimento, perché effettivamente è difficile trasmettere alcuni valori di educazione e civiltà (vedi l’ambiente) dove mancano cronicamente, come un cancro nello stadio più grave di metastasi.

La politica moderna deve cessare con le vecchie distinzioni di destra e sinistra. Devono contare le esigenze del popolo e, per adesso. Certo, possiamo avere partiti più conservatori, ma prima di tutto si devono mettere davanti le esigenze del popolo. La vecchia politica si è completamente disinteressata di questo per troppi anni e quindi è giusto che vada via (cosa che ancora non avviene, purtroppo, anzi). Attualmente, è il M5S che incarna questa nuova idea della politica non legata alla distinzione tra destra e sinistra. Ma per arrivare davvero a una politica moderna come quella scandinava, per via di tutti i punti deboli descritti sia nella Lega che nel M5S, c’è ancora parecchia strada da fare.

Chi votare?

Veniamo alla questione: chi votare? Come esprimere delle intenzioni di voto costruttive e coerenti? Come avete potuto comprendere, non si vota parteggiando destra o sinistra, ma vedendo chi fa i veri interessi del popolo. Se vi interessa il problema immigrazione, votate pure Lega, ma sapendo che resterebbero tanti altri gravi problemi. Diciamocelo, per quanto apprezzi la necessaria linea dura sui migranti, non esiste che Salvini provochi con il tag #colpadisalvini sul maliano ucciso in Calabria. Io credo che Salvini sia abile a mettere in discussione i parametri europei che non vanno e già più volte ho detto come l’attuale Europa sia un fallimento. Fin qui va bene e condivido. È giusto che l’Italia si faccia sentire e non sia più schiava della Germania o altri. Ma c’è un limite. La gente cova già una rabbia di fondo e le uscite forti o provocatorie istigano in qualche modo a reazioni violente in soggetti “predisposti” (l’ambiente fa il suo, come si dice). Qualche anno fa, la crisi aveva portato la Svezia a votare i conservatori. Era il bisogno immediato dell’epoca. Quando però i conservatori hanno esagerato secondo i parametri di democrazia svedese, alle successive elezioni è tornata la consueta socialdemocrazia (che, per inciso, NON è socialismo o comunismo!). Personalmente, ritengo che la corruzione, gli sprechi e l’ambiente siano i problemi fondamentali del paese. In particolare, l’ambiente è un problema gravemente ignorato e su cui c’è pochissima educazione. Vogliamo tutti diventare dei Berlusconi e intanto distruggiamo la natura senza ritegno e per arricchirci, di cui il risultato è la strage del ponte di Genova (ne ho parlato nell’articolo sull’edilizia che deve andare in crisi). Pertanto, alle elezioni di marzo 2018 ho votato M5S, perché è il partito che ha iniziato a dire qualcosa di più moderno rispetto al passato. C’era bisogno di mettere da parte i vecchi politici come Berlusconi e il PD, anche se purtroppo questo scopo non è stato per niente raggiunto. Inoltre, apprezzo l’onestà del M5S nel dire che un paese non cambia in poco tempo, ma che ci vogliono anni e bisogna fare educazione. Sentire un politico che ha il coraggio di dire questa cosa è positivo, perché le sanzioni non risolvono nulla se manca la cultura dei cittadini. La scelta non è stata del tutto buona per via della delusione sul reddito di cittadinanza, ma l’intento era almeno promuovere una tendenza che vuole abbattere i vecchi politici alla PD o Berlusconi. La Lega non è un’opzione valida. Apprezzo l’aver messo in luce il problema dei migranti, ma non voglio che l’Italia, già indietro rispetto ai paesi del benessere, ritorni a dover manifestare per i diritti conquistati duramente decenni fa. Sia ben inteso, non si deve tornare a votare i partiti classici. Se lo fate, siete doppiamente scemi. Ah no, aspetta, votare ancora PD e Forza Italia è quello che già gran parte degli italiani fa: ok, rimarremo spacciati ancora a lungo.

Chi voterò la prossima volta? Onestamente, non lo so ancora. Dovrò verificare chi ha davvero a cuore l’educazione dei cittadini, il vero rispetto dell’ambiente e della civiltà quotidiana, cioè quella che non agisce per risentimento o capri espiatori bensì con azioni che partono dal piccolo per arrivare a quelle grandi. Dobbiamo batterci e schierarci dalla parte dei politici che hanno a cuore l’ambiente. Battersi per l’ambiente vuol dire dare un futuro ai figli e ai nipoti! Ricordatevelo, quando andrete in seggio. Verdi o M5S che sia, votare chi è interessato con serietà all’ambiente (ho detto con serietà!) vuol dire votare anche per la famiglia. Ai figli e ai nipoti, non si può lasciare in eredità un mondo dove si respira nel cemento e nello smog, dove i boschi in cui passeggiare scompaiono. Ecco perché votare per l’ambiente vuol dire votare per la famiglia e il futuro dei figli e dei nipoti! Non metto il becco su chi bisogna votare nello specifico. Sarà compito vostro informarvi e decidere chi vi sta più congeniale. Quello che conta è il concetto, l’ideale che vi deve smuovere. Sostanzialmente, per quanto mi riguarda, penso che il movimento #FridaysForFuture abbia i suoi difetti. È comprensibile, dato che è nato tra i giovani e, per quanto loro abbiano aperto gli occhi, hanno ancora quella tipica inesperienza (e anche contraddizione, direi). Ma sono anche convinto che questa sia la via. Il messaggio dev’essere di questo tipo, ovvero non farsi più prendere in giro né dalla vecchia politica né da chi millanta un cambiamento che non avverrà mai in positivo. Il #FridaysForFuture sarà pure un movimento inesperto e, per certi versi, ingenuo. Se devo essere onesto, non condivido alcune utopie del movimento, come l’eliminazione dei combustibili fossili. Non è possibile farlo in modo assoluto, bensì è corretto smettere di essere dipendenti dal petrolio come lo siamo ora (spero che sia chiara la differenza!). Tuttavia, è un’azione forte e intensa, che chiede un vero cambiamento positivo. Dichiarare lo stato di emergenza climatica e ambientale sarebbe un primo successo, perché finora i problemi ambientali sono stati trattati solo negli aspetti che convenivano. Ci sono riusciti nel Regno Unito, ma ora tocca anche all’Italia e ad altri paesi.

La gente non vi vuole!

Al più, se siete delusi o disprezzate chiunque, andate a votare lo stesso. Votate in bianco, ma andate in seggio ed esprimete che i politici vi fanno schifo. Infatti, se in pochi vanno a votare, i politici con basse percentuali di voto continueranno sempre a dire che è ciò che vogliono gli italiani. Ma come si fa a dire che con il 30% è ciò che l’Italia vuole? Guardatela all’opposto. Non è il 30% degli italiani che ha votato a favore, ma è il 70% degli italiani che non vuole quei politici! Ma questo va fatto vedere e bisogna inculcarlo in testa ai politici affinché chi non fa il bene del popolo sia rottamato. Come può un partito salire al governo con il 17-20% dei voti? Io la trovo un’assurdità.

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La politica dell’emozione… cioè, tutto fumo e niente arrosto!
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L’universo non ha bisogno di Dio!

La percezione del divino da parte dell’uomo è antichissima. Già nella pittura rupestre, che si sviluppa per diversi millenni a partire dal 18000 a.C., troviamo raffigurazioni di metà uomini e metà umani, che verosimilmente erano stregoni. Quindi già così tanto tempo fa l’uomo intuiva che c’era “qualcosa”. Pian piano, attraverso scopiazzature, evoluzioni, e anche guerre, si sono sviluppate le religioni che oggigiorno praticano le persone. L’invenzione della religione da parte dell’uomo, se così si può definire, non deve stupire. Il punto di partenza è qui, cioè capire perché l’uomo a creato Dio. L’uomo osservava il mondo con gli occhi e i mezzi di quelle epoche e si faceva le sue idee di come funzionava l’universo. Doveva cercare delle spiegazioni e, soprattutto, doveva spiegare la morte, un evento naturale ma che appariva inspiegabile e drammatico agli occhi di un’umanità in crescita ma anche fragile. La morte includeva le malattie, le aggressioni degli animali, gli avvelenamenti del cibo, le carestie, i cataclismi naturali e tutto questo doveva avere una spiegazione. Dio era la spiegazione che l’uomo ha saputo dare per secoli e per millenni.

Ora, sarebbe interessante ripercorrere le varie tappe del rapporto tra l’uomo e il divino, dei progressi o dei declini nel corso del tempo, delle scomuniche per aver teorizzato cose che i testi sacri deprecavano. Ma sarebbe da corso universitario e non è questo il contesto. Quello che mi interessa è arrivare al vero e proprio spartiacque, cioè ai primi scienziati che hanno iniziato a distaccarsi dalla classica religione. Sto parlano di menti come Isaac Newton, Niccolò Copernico, Galileo Galilei, ma anche Giordano Bruno, e non dimentichiamo Charles Darwin o William Herschel e il figlio John Herschel. Ok, con i nomi potrei dilungarmi parecchio. In sostanza, sono nomi rivoluzionari che a partire dal ‘500 circa, e arrivando fino al settecento, anche ottocento, hanno dato il via alla scienza moderna. O forse, per certi versi, alcuni di loro sono stati gli ultimi della “vecchia” scienza. Ad esempio Newton era inizialmente legato all’alchimia. Ciò non deve stupire. Erano pur sempre uomini dei loro tempi. Ci vuole tempo perché la scienza, a mano a mano, scopra sempre più cose e si stacchi da una qualunque forma di divinità. Ma finalmente ci siamo arrivati. Se oggi un fisico dice di credere in Dio e che scienza e fede possono andare d’accordo, di solito nella comunità scientifica non è visto di buon occhio dai colleghi. Perché?

L’origine dell’universo

Oltre alla paura della morte e al tentativo di esorcizzarla, alla base c’è sempre anche il desiderio di arrivare all’origine, di spiegare come tutto è nato. Secoli o millenni fa, non c’erano ancora le conoscenze attuali e veniva spontaneo attribuire l’universo a Dio. Oggigiorno no, non va più così. D’altronde in molti, seppur non credendo più nelle comuni religioni, in qualche modo affermano di credere che ci sia una qualche “forza motrice”. Alcuni si professano magari panteisti. Altri genericamente parlano di una “essenza universale”. Tutto questo era già più o meno tipico degli scienziati di secoli fa che iniziavano il progresso scientifico moderno. Oggi vale la pena andare fino in fondo e smettere assolutamente di credere in qualcosa di divino, in Dio, in “essenze universali” ecc. Il motivo nasce dal fatto che l’universo può benissimo essere nato dal nulla. Uno dei promotori di questa teoria è il fisico Lawrence Krauss che, attraverso una serie di dimostrazioni (che ho trovato negli archivi del sito della Cornell University qualche anno fa), effettivamente dimostra che l’universo può benissimo essersi generato così, dal nulla, senza in alcun modo smentire il principio di conservazione dell’energia.

C’è da dire che il vuoto quantistico, in fisica, non è realmente vuoto. Mi spiego. Se anche noi prendiamo un vuoto puramente ideale, con misura della pressione a zero, in realtà noi non abbiamo mai un vero e proprio vuoto. Sono sempre presenti delle coppie di particelle virtuali che si formano e annichiliscono a vicenda. Il vuoto quantistico è pertanto un vero e proprio “ribollire”, come dicono i fisici. Ciò però implica che anche un “vuoto ideale” ha sempre e comunque una energia e vengono sempre rispettati il principi di conservazione dell’energia, di impulso, di carica e momento angolare (*). Quindi è tutto perfettamente coerente alle leggi della fisica che conosciamo. La differenza sta nel fatto che “mentalmente” ci è difficile immaginare un vuoto del genere, cioè quantistico. Discutere di vuoto quantistico è utilissimo, perché fa ben capire come l’attribuzione dell’universo a Dio debba essere superata. In sostanza: perché devo pensare che mi è entrato un ladro in casa se nulla mi fa credere al passaggio di un ladro? Certo, qualcuno dirà che “ci deve essere qualcosa”, che “Dio si vede tutto intorno, io lo vedo”. Nulla di più errato. Quel “qualcosa” è solo l’incapacità attuale di spiegare un fenomeno. L’origine dell’universo non ci è nota, certo, ma il non avere risposta è il modo corretto di progredire. Se siete tra coloro che danno la scontata risposta di Dio a quello che non sanno spiegare, riflettete sul paradosso di Buechner che ho descritto in questo articolo. Piuttosto rimandiamo il giudizio, perché solo così possiamo compiere la vera ricerca, sperimentare e raggiungere la conoscenza. Ma non attribuiamo più nulla a Dio, perché l’attribuzione a Dio è semplicistica e incoerente. Chi ha vera sete di conoscenza non può, non oggigiorno, affidarsi a Dio per spiegare un fenomeno, compresa l’origine dell’universo. La scienza ha fatto dei progressi notevoli negli ultimi secoli, a partire dai Newton e dai Galileo. È difficile immaginare di partire da quelle epoche e ritrovarsi alla meccanica quantistica. Però siamo qui e non dobbiamo buttare via quello che abbiamo raggiunto. No, anzi, dobbiamo andare avanti e, anziché litigare sulla carne di maiale o sui crocefissi a scuola, imparare a guardare il mondo con l’occhio di un bambino non indottrinato che si meraviglia dell’universo così com’è, senza scomodare una qualunque divinità. Smettere di credere in Dio è un atto di modernità, che omaggia la curiosità dell’essere umano senza dare risposte banali o fantasiose.

* Detto in modalità easy, “nulla si crea, niente si distrugge”. L’universo può tranquillamente essere sempre esistito e il Big Bang è solo una sua fase!

C’è un drago nel mio garage

Ecco a voi una interessante storiellina che serve ad allenare lo spirito critico. La storiellina è nota tra gli atei. Se non la conoscete già, benissimo, leggetela e riflettete. Non date per scontato quello che vi dice la religione, ma imparate a usare la vostra testa e a vedere il mondo con razionalità. Ed essere razionali, voglio ricordare, non vuol dire affatto perdere la meraviglia!

«Nel mio garage c’è un drago che sputa fuoco». Supponiamo (sto seguendo un approccio di terapia di gruppo praticato dallo psicologo Richard Franklin) che io vi dica seriamente una cosa del genere. Senza dubbio voi vorreste verificarla, vedere il drago con i vostri occhi. Nel corso dei secoli ci sono state innumerevoli storie di draghi, ma nessuna vera prova. Che opportunità fantastica!

«Ce lo mostri», mi dite. Vi conduco nel mio garage. Voi guardate e vedete una scala, dei barattoli vuoti, un vecchio triciclo, ma nessun drago. «Dov’è il drago?» chiedete. «Ah, è proprio qui», vi rispondo, facendo dei cenni vaghi. «Dimenticavo di dirvi che è un drago invisibile». Voi proponete di spargere della farina sul pavimento del garage per renderne visibili le orme. «Buona idea», dico io, «ma questo è un drago che si libra in aria». Allora proponete di usare dei sensori infrarossi per scoprire il suo fuoco invisibile. «Idea eccellente, se non fosse che il fuoco invisibile è anche privo di calore». Voi proponete allora di dipingere il drago con della vernice spray per renderlo visibile.

«Purtroppo, però, è un drago incorporeo e la vernice non fa presa su di lui». E così via. A ogni prova fisica che voi proponete, io ribatto adducendo una speciale spiegazione del perché essa non funzionerà.

Ora, qual è la differenza fra un drago volante invisibile, incorporeo, che sputa un fuoco privo di calore e un drago inesistente? Che senso ha la mia asserzione dell’esistenza del drago se non esiste alcun modo per invalidarla, alcun esperimento concepibile per confutarla? Il fatto che non si possa dimostrare che la mia ipotesi è falsa non equivale certo a dimostrare che è vera. Le affermazioni che non possono essere sottoposte al test dell’esperienza, le asserzioni non «falsificabili», non hanno alcun valore di verità, per quanto possano ispirarci o stimolare il nostro senso del meraviglioso. Quello che io vi chiedo, dicendovi che nel mio garage c’è un drago, è in pratica di credermi sulla parola, in assenza di alcuna prova.

L’unica cosa che voi avete realmente appreso dalla mia affermazione che nel mio garage c’è un drago è che c’è qualcosa di strano nella mia testa. In assenza di alcuna prova fisica, voi vi chiederete che cosa mi abbia convinto. Penserete certamente alla possibilità che io abbia fatto un sogno o abbia avuto un’allucinazione. Ma allora, perché sto prendendo tanto sul serio la mia idea? Forse ho bisogno di aiuto. Come minimo, può darsi che io abbia gravemente sottovalutato la fallibilità umana.

Immaginiamo che, benché nessuno dei test dia esito positivo, voi vogliate rimanere scrupolosamente aperti a qualsiasi possibilità. Perciò non rifiutate decisamente la nozione che nel mio garage ci sia un drago che sputa fiamme, ma adottate semplicemente una posizione di attesa sospendendo il giudizio. Le prove esistenti sono fortemente contrarie all’ipotesi del drago, ma se ne emergeranno altre voi siete pronti a esaminarle e a vedere se vi convincono. Senza dubbio non sarebbe bello se io mi offendessi perché non mi credete; o se vi criticassi accusandovi di essere noiosi e privi di immaginazione, semplicemente per avere espresso il giudizio di «non dimostrato».

Immaginiamo che il responso dell’esperienza fosse stato diverso. Il drago è invisibile, va bene, ma lascia delle impronte sulla farina. Il rivelatore nell’infrarosso segnala che esso emana calore. La vernice spray permette di vedere una cresta dentellata che danza in aria. Per quanto scettici possiate essere stati in precedenza sull’esistenza dei draghi – per non parlare dei draghi invisibili – ora dovete riconoscere che qui c’è qualcosa e che ciò che si osserva sembra conciliarsi con un drago invisibile che sputa fuoco.

Consideriamo ora un altro scenario. Supponiamo che a sostenere la strana idea dell’esistenza dei draghi non ci sia solo io. Supponiamo che anche vari altri vostri conoscenti – tra cui persone che non si conoscono certamente fra loro – vi dicano di avere dei draghi nei loro garage, ma che in ogni caso le prove siano terribilmente elusive. Tutti noi ammettiamo che ci dà fastidio dover credere a una convinzione tanto strana e così mal sostenuta da prove fisiche. Nessuno di noi è pazzo. Noi ci chiediamo che senso avrebbe se in tutto il mondo dei draghi invisibili fossero effettivamente nascosti nei nostri garage, con tutti noi a crederci. Io penso che non sia così. Ma se tutti quei miti antichi dell’Europa e della Cina, dopo tutto, non fossero solo dei miti…

Meno male che adesso c’è chi dice di aver visto delle impronte nella farina. Quelle impronte, però, non si producono mai alla presenza di persone scettiche. Si presenta allora una spiegazione alternativa: a un attento esame appare chiaro che le orme potrebbero essere una contraffazione. Un altro entusiasta dei draghi si presenta con un dito bruciato e lo attribuisce a una rara manifestazione fisica del respiro infuocato del drago. Anche questa volta, però, ci sono altre possibilità. È chiaro che per scottarsi le dita non occorre esporle all’alito infuocato di un drago invisibile. Tali «prove» – per quanto importanti possano considerarle i fautori dei draghi – non sono affatto conclusive. Ancora una volta, l’unico approccio ragionevole consiste nel rifiutare provvisoriamente l’ipotesi dei draghi, nell’essere disponibili a valutare futuri dati fisici che dovessero presentarsi, e nel chiedersi per quale motivo un così gran numero di persone sobrie e sane di mente condividano la stessa strana illusione

Sport americani e superleghe, perché lì funziona e da noi è una farsa

Negli ultimi anni, in Europa sta prendendo sempre più piede l’idea di “superlega”. Il calcio ha trovato una specie di compromesso con la Champions League (dal 2018-2019), ma continua a privilegiare pochi a discapito della meritocrazia (ben 20 squadre su 32 che formano i gironi provengono solo da 6 paesi senza fare qualificazioni – vedi “Il calcio di una volta che non c’è più“). Il basket è diviso, tra l’Euroleague delle licenze gestite da un’autarchia ristretta e una Champions League gestita dalla federazione europea. La critica che leggo spesso in giro è che questo è il futuro, che in America va così da anni. Ebbene, no, quello che sta avvenendo in Europa è solo una versione distorta e patetica del sistema sportivo americano. E questo lo dico da per niente simpatizzante degli americani. Ho già più volte avuto modo di dire che gli americani sono indietro come indice di benessere. Ma qui stiamo parlando di sport, un argomento a me caro. Certo, a voi dello sport di per sé può non fregare, ma provate a riflettere sul fatto che lo sport è specchio e conseguenza di com’è il popolo. L’Italia non partecipa ai Mondiali in Russia perché i giocatori sono mediocri, ma mediocri sono i giovani italiani in tutto (vedi “I somari nazionali, perché siamo allo sbando“). I troppi stranieri sono solo un effetto secondario che non cancella questa realtà. Comunque sia, tornando in discorso, siccome sento sempre ripetere la storiella dell’imitare gli americani, mi sono stancato e ho deciso di chiarire il discorso. Chi paragona le recenti evoluzioni nel panorama sportivo europeo dimentica due cose fondamentali:

– gli Stati Uniti sono una confederazione di stati, ognuno con proprie leggi con a capo il sistema federale (vedi l’FBI);
– gli americani devono garantire livelli alti in tutti gli sport.

L’interesse delle superleghe europee non è affatto quello di garantire un livello alto negli sport, ma quello di far governare una ristretta élite distruggendo tutte le altre società. Negli Stati Uniti, infatti, ogni grande città ha la sua tradizione sportiva e su questa basa ingenti somme di denaro per partecipare alle leghe di primo livello come lo è l’NBA o l’NHL. Solo così è possibile mantenere un livello competitivo elevato ad esempio nel basket, nell’hockey o nel baseball, sport dove storicamente gli americani dominano. Se una città non ha uno sport, ce n’è almeno un altro. Ad esempio nel Missouri non c’è nessuna squadra nell’NBA, ma ci sono il baseball, l’hockey e il football americano. Così è possibile, in generale, permettere a una grande città o a uno stato di avere almeno uno sport per tradizione. E sono tutti d’accordo a fare così, perché conviene. Infatti, quando poi gli Stati Uniti partecipano alle competizioni, sono spesso tra i primi. Basta vedere il medagliere alle Olimpiadi per accorgersene. Qualcuno obietterà: ma gli americani non sanno giocare a calcio, lo chiamano pure soccer! Errore. Anche qui vale sempre il concetto di “specializzazione”. Negli Stati Uniti, il calcio (o soccer, come dicono loro, anziché football come i britannici) è prettamente femminile e, guarda caso, la Nazionale di calcio femminile degli Stati Uniti è una delle più forti al mondo, l’equivalente del Brasile tra i maschi.

Tra l’altro, le maggiori leghe sportive negli States hanno comunque un sistema di campionati “minori”, vedi ad esempio la D-League nel basket, cioè una specie di nostrana Serie B dove far maturare i giocatori giovani o quelli da “smaltire” che non trovano posto nella rosa principale. Questo, soprattutto negli ultimi anni, ha permesso di avere molte più opportunità, ma ovviamente in cima arrivi solo se sei un campione com’è giusto che sia. Notate la differenza. A loro interessa che nelle leghe di primo livello arrivino i grandi campioni (superpagati, si intende), non che venga mantenuta l’élite di pochi come invece avviene da noi. Che poi parliamo sempre di franchigie (si chiamano così i loro club) straricche, è secondario. Alla fine, su 300 mln di abitanti (e circa 9 mln di km quadri di superficie, non scordiamolo!), da loro è sempre possibile trovare uno sbocco sportivo. Non sei bravo nel basket? Prova il football americano. Non sei bravo nel football americano? Prova il baseball. O prova l’hockey. E via dicendo. In questo sistema che può sembrare atipico, ma efficacissimo a garantire i massimi livelli, sono riusciti a entrare anche i canadesi che, “poverini”, sono solo 1 decimo degli americani e infatti le loro maggiori squadre sono dirottate nell’hockey. Già in Italia da noi le cose sono molto diverse e, se non fai calcio, praticamente sei out. A parte piccole realtà locali, ovvio, ma non è così che quel movimento cresce seriamente. Purtroppo da noi si vuole sempre in qualche modo “centralizzare”, “universalizzare”. Alla fine però si finisce per fare solo un sacco di confusione. E non solo non si riesce a competere, ma viene a mancare il principio di meritocrazia. Agli Stati Uniti non interessa che ci siano retrocessioni e promozioni. Non servono, perché ogni tipo di sport ha già uno standard, attraverso una “ramificazione” su tutto l’enorme territorio. Funziona così com’è e gli investimenti sono notevoli. Da noi non è possibile replicare questo sistema. Si finisce per scimmiottarlo. In Italia, se non giochi a calcio, come detto sei spacciato. Se ti piace il basket, è dura. Mi ricordo quando giocavo io da piccolo a basket. Ogni comune permetteva di giocare a calcio, mentre per giocare a basket bisognava spostarsi anche a 15-20 km di distanza per allenarsi in una squadra. E gli allenatori erano più che pessimi, praticamente improvvisati. Ma davvero vorremmo usare come alibi il sistema americano per approvare un sistema, cioè quello attuale europeo, che invece ha come obiettivo il mantenimento dello status quo di pochi? Ma sveglia, vi stanno prendendo per il culo!

Gli sport americani a livello sociale

Un motivo del successo degli sport americani è che permette ai giovani di salvarsi dalle cattive strade o di non incappare in esse. Se ne parla poco, credendo che sia solo una questione “teorica” (diciamo così) di investimenti, programmazione, infrastrutture. Insomma, i soliti discorsi da bar che sbucano fuori dopo ogni fallimento delle nazionali italiane. I plutomani del calcio vorrebbero creare una lega d’élite pensando di fare come nell’NBA, ma sbagliano completamente il paragone. L’NBA è un’élite, ma non gli sport americani, i quali cercano di formare i giovani e renderli sperabilmente campioni e maturi. Purtroppo, non è tutto rose e fiori (violenze, nonnismo, soldi sperperati ecc), ma è nella globalità che bisogna inquadrare il tutto. Molte grandi città americane sono abitate da persone povere, a forte rischio di criminalità. Le varie leghe americane danno l’opportunità di tirarsi fuori da questa criminalità o di scamparla. Ci guadagnano un potenziale campione da medaglia ma, anche se ciò non accadesse, questi giovani avranno un futuro migliore perché sapranno cavarsela con le doti umane e professionali. Magari saranno i futuri allenatori di un’altra generazione di “ragazzi di strada” e ciò continuerà ad alimentare il circolo virtuoso. 1 su 10 mila sarà il nuovo Lebron James, mentre agli altri rimarrà un insegnamento per la vita.

Chi diventa il nuovo LeBron James, inoltre, lo è non solo perché vuole, ma anche perché “deve”, magari per una borsa di studio. Ed è una forte motivazione rispetto ai nostri giovani che vengono viziati e non vogliono faticare. Gli sport americani comprendono un insieme di capacità economiche, didattiche, sociali e umane. Non è semplice vivere in questo sistema e, tante volte, accadono brutte cose. Ad esempio si imbroglia, ci si fa prendere dall’eccessiva competitività e si rischia la salute. Ma almeno si dà uno sbocco per far emergere i giovani da un futuro che, altrimenti, li vedrebbe prendere brutte strade. Ogni lega americana non va vista singolarmente, ma come un ingranaggio in un sistema più vasto e diversificato. O forse è meglio restare scarsi e mediocri come da noi?

È interessante notare come anche in Francia lo sport abbia scopi simili. Ne ho discusso in questo articolo. A giudicare dalle medaglie e dai titoli vinti dalla Francia nel calcio e nel basket, non mi pare affatto che il loro sistema sia sistema sbagliato.