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Gli eventi del malaffare

Negli ultimi giorni, si sta parlando molto delle Olimpiadi a Roma nel 2024 e voglio sfruttare l’argomento per dire come la penso su alcune questioni. La Vezzali, e non me ne vogliano ovviamente le sue vittorie, è uscita con una frase raccapricciante, descrivendo il “no” della neo-sindaco Virginia Raggi alle Olimpiadi a Roma nel 2024, come un sogno di un paese intero infranto. Per quanto abbia seguito le Olimpiadi e le Paralimpiadi di Rio quest’anno, la domanda che mi sono fatto è: il sogno di chi? Mio non di certo. Siamo alle solite. Un gruppo di persone lotta e sostiene qualcosa. E questo ci può stare, siamo pur sempre in democrazia. Ma non mi sta bene quando questo gruppo di persone vuole spacciare una cosa sua per il sogno e la volontà di tutti quanti. Personalmente, non voglio le Olimpiadi a Roma, sostenendo il punto di vista della Raggi per cui hanno priorità altre spese. Portando le Olimpiadi a Roma, si farebbe lo stesso errore di Italia ’90: una valanga di soldi spesi per alimentare la corruzione e la mafia, e ad oggi abbiamo ancora come testimoni quegli stadi che cadono a pezzi e che, durante le partite del campionato, sono mezzi vuoti. Vorrei chiedere a chi si lamenta del “no” della Raggi cosa guadagno io da italiano da una manifestazione del genere. Mi arriveranno benefit sanitari? Sarà sistemata l’occupazione in Italia? Miglioreranno i trasporti pubblici, cioè treni, tram, metro, bus? Ci sarà qualche finanziamento per scuole e università? Verranno sistemate le strade messe male e con cartelli di dubbia legalità o chiarezza? No? Niente di tutto questo? Cioè, il mio guadagno, da italiano, sarebbe un fantomatico ritorno di immagine? Sarà, buon per quei pochi che ci potrebbero guadagnare, ma se a me, da cittadino, non viene in mano nulla di concreto e utile, non mi interessa. All’epoca degli antichi romani, il popolo era tenuto a bada a panem et circenses. Oggi abbiamo il panem et Olimpiadi (o qualsiasi altro evento con cui mangiare alle spalle del popolo: chi ha parlato di EXPO?). Cara Vezzali (e chi altri con lei), leggiti un po’ di commenti per la rete e chiedi in giro alla gente se è davvero un sogno di tutto il paese. A me sinceramente non sembra. Rifiutarsi di sostenere le Olimpiadi a Roma non è una sconfitta, ma una vittoria. Non so quanto significativa, perché sicuramente ci sarà altro con cui succhiare soldi alla gente. Penso infatti alle cattedrali nel nulla costate milioni di euro, nuovi centri commerciali al posto di boschi, nuove strade al posto di una campagna per creare un nuovo svincolo autostradale. Intanto, però, un grosso errore viene scongiurato. Roma e tutto il resto d’Italia non riescono a sistemare nemmeno due buche o due lampadine in strada. I treni, spesso, devono ancora chiamare con il telefono quando passano su un tragitto a binario unico. Tanti ospedali non hanno nemmeno l’acqua calda nelle docce. E questi vorrebbero organizzare delle Olimpiadi? Solo i paesi più progrediti e senza marcio meritano di organizzare questo tipo di eventi, l’Italia no. Non si organizzano le Olimpiadi per dare un’illusione al popolo che si sta facendo qualcosa, che si avrà qualche beneficio in cambio. Prima si sistema ciò che non va nel paese, poi si valuta se organizzare un grande evento perché, se devo andare a sostenere un esame in università, posso pensare di passarlo solo se ho studiato e ho seguito le lezioni. Ah, forse ho capito cosa intende la Vezzali parlando di sogno: Roma 2024 è il sogno della mafia e dei politici corrotti di poter spillare soldi ai cittadini… ancora una volta.  A questo giro, a quanto pare non c’è trippa per gatti.

La crisi dell’edilizia e delle “grandi opere” per salvarci!

Rio 2016, lo sport non è in Italia

È finita. Con la cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi, sono terminate le grandi manifestazioni a Rio de Janierio per le Olimpiadi e per le Olimpiadi parallele (Paralimpiadi, appunto), queste ultime riservate agli atleti disabili. Mentre mi è piaciuto che la cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi abbia visto, tra i tanti musicisti, la partecipazione di Andreas Kisser dei Sepultura che, quando ha intonato Refuse/Resist, ha fatto scattare la bolgia del Maracanà, ho subito fatto delle riflessioni. Mi sono domandato: ma l’Italia come si è comportata? Tutti la elogiano, ma c’è ragione per l’elogio o è il solito condizionamento con cui ci vogliono far credere qualcosa che non è? Beh, nulla nega la capacità dei singoli che hanno ottenuto medaglie, ma alle Olimpiadi l’Italia è tornata a casa con un mesto 0 negli ori delle discipline atletiche. Meglio alle Paralimpiadi (vedi la Caironi nei 100 metri), ma il risultato è stato un nono posto sia alle Olimpiadi che alle Paralimpiadi. Non ingannino le 39 medaglie delle Paralimpiadi, perché le medaglie alle Paralimpiadi sono molte di più rispetto alle Olimpiadi. Certo, i nostri connazionali alle Paralimpiadi hanno vinto più medaglie rispetto a Londra 2012 e rispetto alle Olimpiadi di quest’anno, ma siamo pur sempre in una posizione mediocre, sempre alle spalle dei big. Non nego il fatto che dagli atleti paralimpici si sia visto un maggior impegno rispetto ai colleghi normodotati e che il movimento paralimpico italiano ha fatto progressi negli ultimi anni, ma globalmente siamo sempre su livelli mediocri. Qualcuno dice che non ha senso fare il confronto con certi paesi perché sono più grandi, hanno più popolazione, ma la tesi non regge neanche per sogno. Altrimenti, perché la Gran Bretagna, con una popolazione paragonabile a quella dell’Italia, è arrivata seconda nel medagliere delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi pure? L’Australia, alle Paralimpiadi, si è classificata quinta, mentre alle Olimpiadi ci è arrivata alle spalle, decima. Ma se fosse vero che è questione di popolazione, non si spiega come mai l’Australia abbia guadagnato 8 ori e una medaglia in più in totale alle Olimpiadi su una popolazione di un terzo rispetto all’Italia, ovvero una medaglia per 790 mila abitanti circa contro una medaglia per 2 mln circa dell’Italia. Evidentemente, qualcosa non funziona. Non è questa la spiegazione. La Germania e la Francia hanno 42 medaglie entrambe e la Francia ha una popolazione di 66 mln di abitanti circa, più o meno quanto l’Italia, contro gli 80 mln circa della Germania. Non funziona proprio la proporzione, è cannata in pieno la teoria.

La vera spiegazione

La vera spiegazione sul perché l’Italia non vada bene alle Olimpiadi e alle Paralimpiadi è dovuta a un fatto di cultura sportiva: noi italiani non ne abbiamo. Siamo un popolo dove lo sport non è incentivato e quindi in pochi lo praticano, oppure ci si dedica a discipline di nicchia. Il sovrappeso e l’obesità dilagano e l’Italia ha tristemente un problema di obesità infantile dove le regioni del sud sono quelle messe peggio (ma non doveva essere colpa dei fast food?). Statisticamente, meno persone che praticano sport significa avere un serbatoio minore di potenziali campioni alle Olimpiadi o alle Paralimpiadi. Gli Stati Uniti, checché se ne dica sui loro grassi hamburger, incentivano molto di più lo sport dando anche ad atleti che non arriveranno mai nell’NBA, per dire, una borsa di studio al college per meriti sportivi. Il Regno Unito, in modo giusto o sbagliato che sia (gli sport che non decollano non ricevono finanziamenti), ha speso tanti soldi nello sport, aumentando il proprio serbatoio. Sì, poi ci sarà sempre chi si riempe di birra e fish and chips, ma è una questione di grandi numeri. Su 10 abitanti britannici, 5 si riempono di birra e fish and chips, 4 praticano sport e 1 solo è magro e sedentario. In Italia, 3 si riempono di porcherie, ma 6 sono i magri che non praticano sport e solo 1 pratica sport. Risultato? L’Italia perde molti potenziali campioni, appunto. Sia chiaro, l’Italia ha tradizione in discipline come il volley o la scherma, ma perde nella globalità delle discipline, specialmente in quelle atletiche dove non andare bene per me è vergognoso. Del resto, anche quando vedo qualcuno che si cimenta in qualche forma di sport, non è raro che incontri cicloamatori con medie da passeggio o improvvisanti runner con berretto e sciarpa quando fa freddo. E certo, se no poi viene un malanno. Peccato che chi fa così è il primo ad ammalarsi (*). Insomma, dove vogliamo andare, sportivamente (e non solo) parlando, in un paese che pensa di fare sport con la zumba? Dove vogliamo andare, sportivamente (e non solo) parlando, in un paese dove c’è chi va fiero di praticare lo sport sul divano? Mi raccomando, poi, bevetevi gli elogi dei media.

* Accade perché, quando si suda e si porta una sciarpa pensando di proteggersi dal freddo, una volta che l’allenamento finisce, il sudore “ristagna” lì e, togliendo di colpo la sciarpa, si raffredda. Risultato? Un bel malanno. Non dico che bisogna correre nudi a -10 gradi, però… riflettete sulla fobia di chi esce a correre conciato come un eschimese.

Nel 2018, dopo 39 anni (!), Filippo Tortu ha battuto il record italiano di Mennea sulla 100 m. I media hanno subito iniziano a elogiarlo come un fenomeno. Beh, sicuramente Tortu ha qualcosa in più rispetto a agli altri, però resta sempre un record di livello nazionale, ben lontano dai migliori al mondo. All’epoca di Mennea, i mezzi per allenarsi erano tecnologicamente inferiori e Mennea era un campione mondiale. Compimenti a Tortu, ma è sempre tutto circoscritto ai confini italiani. Lo so che faccio il solito guastafeste, ma questa è la realtà. L’impegno di Tortu è sicuramente apprezzabile, ma come al solito i nostri media sono abili a nascondere le realtà negative. Per loro, battere Mennea è un punto d’arrivo, quando invece dovrebbe essere una (ri)partenza per riportare in alto l’atletica italiana. Stiamo parlando di un record nazionale che non veniva battuto da due generazioni, mentre altri paesi sono andati avanti. Come però lo stesso Tortu ha fatto capire, i nostri governanti non hanno alcuna volontà di operare in questo senso. La mosca bianca (ora è Tortu, ma vale per chiunque altro come lui) continua a fare il suo, ma l’atletica italiana rimane complessivamente nella mediocrità.

Essere sportivi o atteggiarsi?

Quando parlo di avere la cultura dello sport, non intendo le persone che si atteggiano. C’è una differenza enorme tra chi fa davvero sport e chi si atteggia, magari preso dalla risonanza mediatica di programmi bufala come Oltre il limite. Di certo non è sportivo chi fa quel po’ di cardio in palestra! Paradossalmente, da noi c’è tanta gente che si atteggia a fare lo sportivo, senza però esserlo. Gente che acquista cardiofrequenzimetri o cianfrusaglie varie, che installa decine di app o spende migliaia di euro per la bicicletta elegante e leggerissima, ma che poi non sa usare o fare nulla. Si deve “far vedere” di essere sportivi, ma quando si tratta di impegnarsi e capire quello che si sta facendo non rimane quasi nessuno. E per favore, non menatemela più con la storia che non posso fare paragoni con gli altri paesi. Passino gli americani e la Cina, ma paesi più o meno equivalenti a noi sono sempre davanti e l’Australia ha vinto a Rio 2016 una medaglia in più con 1/3 circa degli abitanti italiani. E se vogliamo andare fino in fondo, considerando anche gli italiani all’estero ne usciamo numericamente ancora peggio. Un paese dove non c’è la cultura dello sport è un paese che non può avere successo nello sport. Semplice. Voglio ricordare che l’Italia arrivava terza nel medagliere alle Olimpiadi di Roma del 1960, dietro soltanto a Cina e Stati Uniti. Negli anni ’80, c’erano dei grandi campioni come Panetta, Antibo o Mennea. Il record europeo sui 200 m appartiene proprio a Mennea e dura dal 1979. Sulla 10000 piani, il record nazionale è di Antibo ed è anch’esso imbattuto dal 1989. Oggigiorno non c’è praticamente nessuno di quei livelli, di un Panetta o Mennea, proprio perché c’è un serbatoio da cui si deve raschiare il fondo per trovare qualcosa di decente e presentabile alle competizioni internazionali. La cosa preoccupante è che gli altri paesi, tra quelli più forti e non, riescono in generale a progredire rispetto agli anni indietro, mentre l’Italia arretra. Il livello nazionale di oggi corrisponde a quello regionale degli anni ’70 e ’80. Ah già, dimenticavo che l’Italia ha pure mancato i Mondiali di calcio in Russia del 2018. Giusto, ma infatti la mancanza di cultura per lo sport in Italia va di pari passo con un paese che va allo sbando a livello globale.

Il (mancato) ruolo della scuola

La vera istituzione che può riportare in alto l’atletica italiana è la scuola. Mi ricordo che, quando ero giovane, si facevano i giochi della gioventù e c’era un’atmosfera di allegria. Qualcuno si appassionava e, a mano a mano, poteva anche emergere. Altri no, ma non importa. Ci si divertiva e si capiva l’importanza dell’attività fisica. E lo si faceva praticandola, non con le odierne buffonate dei talk show. Il ruolo della scuola è oggigiorno assente. E come potrebbe essere altrimenti, visto che comunque dalle nostre scuole escono asini con professori, se possibili, anche peggiori?

Eppure, da noi non si capiscono le cose. Non si vogliono capire e si continua a fare interessi da poltrona. Poi si esalta il fenomeno del momento e si fa la bella faccia, salvo criticarlo se, giustamente, fa flop perché non riesce a compere a livello olimpico. Vedi proprio Tortu, a cui la Gazzetta dello Sport ha dedicato un titolo con scritto “delusione”. Sempre sulla Gazzetta, per descrivere il fallimento agli Europei del 2018 hanno scritto che “chi non vive all’interno di questi centri [tipo Formia] non può fare l’atletica di alto livello”. Assurdo. Si critica chi ha fallito e chi critica farebbe anche peggio. Ma lo vogliamo capire che non sono centri come Formia che creano i campioni? Sono i campioni che, semmai, completano la loro maturazione a Formia! E i campioni si possono scovare solo se avviene una riforma che riporti lo sport a scuola. Come si possono scovare campioni se l’ora di ginnastica è un passatempo per fare altri compiti o per bighellonare? E non c’è bisogno di farlo solo per avere più probabilità di trovare un campione. Cioè, non è il modello americano che va copiato. La promozione dello sport a scuola va fatta per:

formare la personalità di un futuro adulto e trasmettere il valore della fatica.

Perché, sì, comunque chi snobba lo sport, invecchiando, sarà un rottame. Non dico handicappato, perché le Paralimpiadi dimostrano che anche un grave handicap non impedisce di fare sport. I nostri giovani non sanno più cosa sia la fatica. Hanno un’efficienza fisica scadente e passano le serate a fare gli sbandati o insonni davanti ai videogame. A scanso di equivoci, preciso che la fatica non è sinonimo di sacrificio. No, lo preciso perché il termine “sacrificio” è comune, ma poi il valore della fatica, che è naturale per chi sta amando qualcosa (e qui sta la differenza), è raro. In tutto questo, i dirigenti e i capi sono irritati da Tortu che viene allenato dal padre. Invece, dovrebbero domandarsi perché loro, in quasi 40 anni, non hanno trovato qualcuno che battesse il record di Mennea! Record di Mennea che in ogni caso, ad oggi, vuol dire non prendere alcuna medaglia alle Olimpiadi perché gli altri paesi sono andati avanti. Non comprendono che, se la gente non pratica sport, partendo dalla scuola e quindi da giovani, l’atletica italiana continuerà a fallire. Eppure, sembra che interessi di più fare i permalosi perché i centri non possono prendersi il merito su Tortu.

Allora, è comprensibile se la nostra nazionale di atletica è fatta da tante persone originarie dell’Africa. Non sono oriundi alla Camoranesi che a malapena ricorda di aver vinto il Mondiale di calcio nel 2006, ma gente che è arrivata in Italia da bambino ed è perfettamente integrata. Gente che, inizialmente, veniva presa in giro dai coetanei bianchi per la sua diversità, ma che si è impegnata e ha ottenuto con orgoglio la maglia azzurra. Per molti, il problema è sempre degli stranieri, ma non comprendono che gli italiani “bianchi” non vengono educati (scolasticamente e dai genitori) alla stessa fatica di chi arriva dai paesi poveri dell’Africa.

Runner africani forti o italiani pigri e sedentari?

L’approccio ai disturbi alimentari e all’autolesionismo

Inizialmente, pensavo di scrivere articoli separatamente per trattare i vari disturbi alimentari (DCA) e fenomeni come l’autolesionismo. Alla fine, è una scelta che ho deciso di non compiere. Perché? Perché credo che gli articoli che spiegano cosa sono l’anoressia o la bulimia, così come il bing eating disorder e l’autolesionismo, ormai si sprechino e sarebbe del tutto inutile utilizzare questo tipo di approccio. Per alcuni, sembra incomprensibile e senza senso arrivare ad affamarsi per perdere peso, senza fermarsi nemmeno quando si è oggettivamente sottopeso. Sembra inconcepibile che si arrivi a ingurgitare chili di cibo in pochi minuti e poi magari a vomitare tutto rovinandosi i denti. E sembra del tutto stupido arrivare a tagliarsi il braccio come forma di dipendenza (tagliarsi rilascia le endorfine, come nel sesso). Il punto è che, per quanto questi fenomeni sembrino assurdi, tutto scatta dalla mente, dal vissuto di una persona e dai traumi che hanno influito nella psiche. Stiamo infatti parlando di persone che soffrono, chi per un motivo e chi per un altro. Quando ci fu la strage della Columbia High School nel 1999, Marilyn Manson fu accusato di aver istigato i due ragazzi autori della strage. Gli fu chiesto che cosa avrebbe detto a quei ragazzi e Manson, evidentemente più intelligente di quello che in molti credono, rispose che non avrebbe detto nulla, ma che li avrebbe ascoltati. Ecco, è proprio questo che chi sta male vuole dire, in modo sbagliato ma a modo suo sincero. Perché una adolescente arriva ad ambire di essere come una top model in pelle e ossa? Perché magari ha subito una delusione amorosa, perché vuole ribellarsi ai genitori. Perché uno arriva a ingozzarsi di cibo? Perché si sente solo, perché i compagni di scuola lo prendono in giro. Perché uno arriva a tagliarsi? Perché non riesce a gestire in modo corretto quello che prova, perché non è consapevole di se stesso. Insomma, eccetera, eccetera ed eccetera. Un discorso del genere può essere fatto, ovviamente, anche per chi è fa abuso di alcol o è tossicodipendente.

Anoressia e religione

Ci tenevo a fare un chiarimento sull’anoressia. Oggigiorno spesso si collega l’anoressia al modello delle riviste di moda e all’ideale di bellezza magro. A prescindere dal fatto che la vera bellezza è essere magri e forti (cioè seguendo un buon stile di vita!), al limite questi fattori aggravano un problema già presente alla radice. Ed è poi anche vero che il “valore” dell’anoressia è cambiato nel corso dei secoli. Secoli fa, l’anoressia era collegata alla religione. Cosa credete che facessero personaggi come Caterina da Siena e Francesco d’Assisi digiunando? Santi per i credenti, ma a tutti gli effetti il loro atteggiamento era tipico dell’anoressia! Cambiava il “modello” da seguire… che all’epoca era la religione! L’anoressia è una malattia che è sempre esistita. Ciò che è cambiato è il modello sociale.

Il ruolo dei genitori

Se pensate di volere un figlio, leggete questo articolo e non fate gli errori che fanno in tanti altri. Essere genitori non è uno scherzo e un figlio non è un giocattolo. Essere genitori vuol dire avere una laurea, in pratica: la laurea del saper vivere e comprendere il mondo. Se non si sa educare bene un figlio, questi sarà un handicappato bisognoso nella vita, debole. E magari svilupperà seri problemi e disturbi. Cosa fare, quando i disturbi e i problemi sono già in atto? Chiaro che sarebbe stato meglio prevenire con una buona educazione ma, quando ormai la frittata è fatta, non ci resta che farci un bel bagno di modestia e cambiare. Abbiamo sbagliato, punto e stop. Forse non verremo ascoltati e, probabilmente, la controparte non avrà voglia di risollevarsi, ma sarebbe anche sbagliato rivelarsi superficiali e con leggerezza. Chi ha determinati disturbi sta comunicando qualcosa, un bisogno. È ovvio che abbia bisogno di un supporto terapeutico e che le sue manifestazioni siano sbagliate, ma sta cercando di dire qualcosa di importante o che lui ritiene tale. E tutto questo non va sottovalutato, non va preso sotto gamba o ignorato. Sta cercando di attirare l’attenzione? Beh, cerchiamo di capire perché sta cercando di attirare l’attenzione. Non capitemi male, capire perché sta cercando di attirare l’attenzione non vuol dire assecondare chi sta male, ma mettersi nei suoi panni per poter agire nel modo corretto. Poi potremo anche usare parole dure (del tipo, a un’anoressica potrei dire “e tu, uccidendoti, pensi di risolvere qualcosa? ma non vedi che stai solamente perdendo la tua dignità?”), ma lo faremo in modo costruttivo. È da mettere in conto la difesa per risentimento. D’altronde è questo che differenzia uno spacciato da una persona che vuole reagire e cambiare. Chi vuole reagire e cambiare magari si arrabbia, però poi una voce nella sua testa scatta e dice “no, non deve andare così”. Il nodo cruciale sta nel metterci bontà nella critica, per quanto dura e micidiale. Ma il problema è a monte: si ascolta così poco che tagliarsi o dipendere dalla bilancia è visto come un banale capriccio o qualcosa di perverso e basta, tanto noi abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare per essere dei buoni genitori e la colpa è dei media o di quei cantanti metal con quei testi violenti.

Il ruolo degli altri: quando perseverare e quando mollare

Chi ha un amico o un partner che soffre di un disturbo come i DCA o l’autolesionismo non è esente dalle considerazioni fatte sul ruolo dei genitori, con una sostanziale differenza. Ovvero, se un genitore può insistere fino alla fine sulla guarigione del figlio (sarebbe “naturale”, sono pur sempre i genitori), l’amico o il partner non può di certo rovinarsi l’esistenza per i disturbi dell’altro. Resta da verificare una cosa: se l’altra persona è spacciata o no. Possiamo concedere del tempo (ad esempio sei mesi) per vedere se fa dei progressi. Se sì, possiamo fare la scelta di restare, altrimenti… beh, sarà duro da dire, ma nessuno merita di rovinarsi l’esistenza in questo modo. Può sembrare egoistico, ma è come quando cerchi di salvare una persona che sta affogando e questa ti tira giù sotto l’acqua. Cosa facciamo? Ci facciamo ammazzare? Il bene verso gli altri non deve mai superare il bene verso noi stessi, altrimenti è masochistico. Se il male altrui ci porta alla rovina, è meglio andare via. Purtroppo succede. Ascolto, consigli e critiche costruttive, critiche dure ma buone sì ma, se tutto questo non funziona, si dice basta. Sono convinto che, quando si vuole bene a qualcuno, non si può abbandonarlo con leggerezza e senza prima aver fatto un tentativo, ma spesso le cose non vanno come vogliamo e siamo costretti a compiere la dolorosa scelta, che però ci salva da un annegamento comune.

Specifico che, nel caso in cui non siano coinvolti i genitori o i parenti a maggior contatto, non è sbagliato pazientare. Sono convinto che, quando si vuole bene a un amico o si ama un partner, si deve dare l’occasione di reagire dall’altra parte. Questo vuol dire essere persone buone. Non siamo robot e non siamo razionalità estrema. Quello che è sbagliato fare è dare chance a oltranza. Date del tempo ma, se l’altra persona non mostra di voler davvero cambiare, allora sì che bisogna essere “spietati” e mollare la presa. Non bisogna essere fieramente cinici e dimostrare di essere l’esempio perfetto di equilibrio. Anzi, chi ostenta questo carattere è, quasi sempre, il primo a essere squilibrato, magari senza darlo a vedere perché nasconde bene quella parte. Se però proseguite per anni e vi affossate, vi fate trascinare e sommergere, è il caso di prendere una via diversa.

Forse, alcuni che non hanno mai approfondito queste tematiche penseranno qualcosa del tipo “ma che diamine sta dicendo?”, eppure, se magari hanno dei cari che soffrono, con il mio articolo possono iniziare a capire qualcosa e donare un sostegno concreto. Altri che invece vivono questi problemi possono dire che è crudele abbandonare chi sta male, ma sfortunatamente va così. Sicuramente, ci vuole una gran dose di empatia e pazienza per sostenere chi soffre e ci vuole una gran voglia di cambiare e vivere per uscire da questi malesseri. Non lo nego. Però bisogna anche saper essere realistici e valutare cosa conviene fare a seconda delle situazioni. Certo, potrei stare qui a discutere per pagine e pagine su altro ancora, ma credo che il resto spetti a ognuno e che il mio articolo sia solo uno spunto di partenza.

Il ruolo della società

Ho detto che, in alcuni casi, per non soccombere bisogna saper mollare. Ma non interpretate male il discorso, perché tutti quanti dovremmo riflettere su qualcosa. Il punto è che:

il vero e proprio problema non è un disturbo, bensì il contesto sociale e l’ambiente.

Mi spiego. Se anche c’è una predisposizione genetica, l’ambiente favorisce questa predisposizione. Ognuno di noi è geneticamente predisposto a qualcosa, ma non tutti quelli che sono predisposti al cancro si ammalano di cancro! Insomma, è vero che è il singolo individuo a scegliere di farsi del male, ma non si può mascherare che ciò che ci circonda ha un contributo. Viene sottovalutato tutto il contesto di disagio e disadattamento che parte, spesso, dall’infanzia. Molti medici e psichiatri, quando hanno a che fare con chi soffre di DCA, problemi vari o dipendenze, si concentrano sul “sintomo”, ma non su quello che sta alla base. Per dolo o per miopia, in effetti è più semplice fare così. È più semplice perché, altrimenti, la società sarebbe costretta a farsi un bel bagno di autocritica. Dovrebbe rivedere i suoi modelli e i suoi condizionamenti. E, no, le riviste di moda non possono essere il reale cattivo di turno. Le riviste di moda sono solo un capro espiatorio che toglie le responsabilità agli adulti o ai genitori. È più facile prendere un anoressico o imbottirlo di farmaci, così si può restare nella cecità.

Purtroppo, la tendenza va sempre in verso miope. I media parlano spesso dei giovani che abusano di alcol, consumano droghe e sono dipendenti dai social network. Nascondono pilatescamente che questi comportamenti sono ereditati dagli adulti (non necessariamente dai genitori… dall’ambiente, diremmo). Una volta si insultava il forestiero al bar con la cricca, ora lo si fa sui social network. Una volta si entrava in osteria alla sera e si usciva al mattino sbronzi marci, e ora lo si fa in discoteca. Una volta si stuprava in paese, e ora lo si fa alle feste. Non vedo la differenza ma, anzi, il tentativo di dare sempre la colpa ad altro o a qualcun altro (come gli immigrati). Il cattivo esempio parte dagli adulti, poi i giovani assorbono e replicano gli atteggiamenti. Vale anche per i DCA. Se viviamo in una società dove, pur essendo sempre più in sovrappeso, discriminiamo il grasso, è facile che una persona fragile caschi nei meccanismi dannosi. Attenzione al termine “discriminazione”, perché sappiamo tutti che il sovrappeso è un fattore di rischio. Quello che si sviluppa è una visione meramente estetica che porta alcune persone a un calo di autostima e, per conseguenza, alle ossessioni. Non è una cosa che si sviluppa nella testa di qualcuno perché è nato così, ma da situazioni che esistono già.

La malattia di essere giudici della società

La vera autostima non dipende dall’esterno

Avere autostima è un caposaldo per essere persone forti nel mondo. Incredibilmente, però, questo caposaldo è assimilato nel modo sbagliato da molti, ovvero dipende dall’esterno. Proviamo a domandarci quante volte ci sentiamo falliti o scarsi per le seguenti situazioni:

– per non aver superato un esame;
– per non aver vinto una partita;
– per non essere accettati dal partner o dai genitori;
– per non riuscire a perdere peso;
– per non aver ottenuto una promozione;
– per una relazione fallita;
– ecc.

Per “non”, per aver fallito. E pensiamo a quante volte ci siamo sentiti appagati per l’esatto contrario degli scenari descritti. No. Non è questa l’autostima vera. Questo è solo un surrogato dell’autostima e, tolto il surrogato, non ci resta nulla. La vera autostima è quella che proviene da dentro di noi. Questo tipo di autostima dipende non dal risultato ottenuto, ma dall’impegno che ci abbiamo messo. Ovvero, strano a dirsi, non conta il raggiungimento dell’obiettivo, ma quanto “cuore” ci mettiamo. Rivediamo gli scenari descritti in precedenza e diamo una risoluzione cambiando il punto di vista.

1) Non sono riuscito a superare un esame? Pazienza, si vede che devo metterci più impegno e studiare meglio. Se non ho passato, avrò avuto delle lacune e posso porvi rimedio al prossimo appello.
2) Capita di perdere. Se ho perso, è stato perché l’avversario ha mostrato di essere più forte di me. Ne ho tratto una lezione. Mi allenerò di più e proverò a migliorarmi, altrimenti sono già felice di giocare dando il massimo e di amare quello che faccio.
3) I genitori che non mi accettano sono genitori con cui non si andrà d’accordo. Meglio proseguire sulla propria strada e staccarsi rendendosi autonomi. Il partner non ci apprezza? È meglio essere single piuttosto che danneggiarsi nel tentativo di farsi approvare da chi non ha intenzione di farlo.
4) Si dimagrisce per la salute. La nostra felicità non dipende dal numero sulla bilancia, ma da quello che stiamo facendo per amore di noi stessi. Se non riesco a dimagrire, magari non faccio sufficiente attività fisica o sbaglio qualcosa nella dieta.
5) Se non ho ricevuto una promozione, vuol dire che un altro è stato più capace di me. È stato raccomandato? Vuol dire che, prima o poi, provocherà dei casini. Se lui ha scalato di grado, ha meno tempo da dedicare a se stesso e rimane più stressato, io no e quindi ci ho guadagnato.
6) Se una relazione è fallita, vuol dire che qualcosa è andato storto. Anziché deprimermi, colgo l’opportunità di capire cosa non va di me e nella persona con cui sono stato. Ne trarrò insegnamento e non ripeterò gli stessi errori, scegliendo una persona più compatibile a me se capiterà un’altra storia.

Il concetto chiave nella rivalutazione degli scenari proposti è nell’avere la coscienza a posto. Certo, possiamo migliorare e correggere gli errori ma, se in quella circostanza abbiamo tirato fuori il meglio di noi stessi, non abbiamo nulla su cui recriminare e disperarci. Alcuni vivono la situazione con particolare nevrosi, ad esempio tirando fino ad alba con litri di caffè per arrivare pronti all’esame. Altri sviluppano disturbi veri e propri, come la dipendenza affettiva nel caso di chi cerca “disperatamente” di farsi accettare dal partner o l’anoressia per chi cerca di perdere peso, per non dire di chi si suicida dopo la fine di una relazione. Sono tutti casi di persone che non sanno vivere con equilibrio e che non possiedono una vera autostima. A loro dico: cambiate!

Ci tengo a dirvi un’altra cosa, poi: chi vale non ha bisogno di dimostrarlo.

Il manipolatore affettivo

Diverso tempo fa, avevo parlato della dipendenza affettiva. Ma se esiste una vittima, è perché esiste anche un carnefice. I carnefici sono i manipolatori affettivi, che appunto soggiogano il dipendente affettivo nelle loro grinfie. Chi cade nel tranello del manipolatore affettivo non è uno stupido, ma una persona che ha dei bisogni, delle carenze affettive, che ama tanto e vorrebbe essere amato altrettanto ma non riesce a vivere tutto questo in modo sano. Il manipolatore affettivo “caccia” questo tipo di personalità e tende il suo tranello, senza che il novello dipendente affettivo possa accorgersene, come un insetto che finisce, senza immaginarlo, nella tela del ragno. Le caratteristiche del manipolatore affettivo sono svariate. A volte è un soggetto che soffre di narcisismo. Ha un’alta idea di sé, esagera le proprie capacità e si considera superiore, incapace di responsabilizzarsi sui propri errori che vengono scaricati sugli altri senza una discussione costruttiva. Altre volte è un sociopatico, irresponsabile, aggressivo e disonesto. E pure i sociopatici, a loro volta, non sono tutti uguali. Esistono sociopatici che sanno provare affetto ed empatia, ma in modo manipolatorio, fasullo, poi ci sono sociopatici che violano la legge e hanno precedenti. Tante volte, sociopatia e narcisismo vanno a braccetto e anche questo può rappresentare un classico manipolatore affettivo. Tante altre volte, il manipolatore affettivo è anche uno che soffre di disturbo evitante di personalità. Insomma, come si può evincere, la gamma è vasta. Possono benissimo essere persone normalissime e gentili nella vita sociale, trasformandosi in perversi con il partner. Precisato questo, possiamo dire che il manipolatore affettivo abbia determinate caratteristiche comuni. Il manipolatore affettivo:

– è un bugiardo o tende a non dire in modo chiaro le cose, o ancora le dice in modo distorto;
– non considera il punto di vista dell’altra persona e vuole sempre avere ragione;
– conosce i punti deboli dell’altra persona e li usa per sfiancarla attraverso la denigrazione, la critica e la colpevolizzazione;
– mostra lusinghe e falsa tenerezza per poi andare a colpire nel momento di fragilità;
– è incapace di riconoscere di far soffrire l’altra persona;
– utilizza minacce e ricatti per infondere la paura dell’abbandono e l’insicurezza nell’altra persona;
– ha la tendenza a maltrattare l’altra persona, alternando fasi di dolcezza;
– vuole soddisfare il proprio ego.

Sia chiaro, il manipolatore affettivo non è un mostro. È una persona che ha subito dei traumi, come un abuso sessuale o una grave esperienza di morte. Attenzione: non sempre, poi, il manipolatore affettivo è realmente consapevole del meccanismo che mette in atto. Il manipolatore affettivo, tuttavia, è sicuramente un soggetto pericoloso, che fa dell’inganno la sua arte. Le vittime dei manipolatori affettivi arrivano anche a pensare al suicidio o a tentarlo, a non riconoscere più il proprio io. Staccarsi sembra impossibile, perché il manipolatore affettivo riesce a trasmettere la convinzione che la sua vittima non vale nulla senza di lui. Lo status diventa come una tossicodipendenza a tutti gli effetti. Chi cade in balia di un manipolatore affettivo deve innanzitutto ritrovare la propria autonomia e la propria autostima per essere libero, perché sono questi i punti su cui il manipolatore affettivo batte a suo vantaggio. Il processo che porta all’autonomia e all’autostima è complicato e arduo. Ci vuole molto impegno e occorre capire, per prima cosa, che il nostro valore non dipende da altro se non dalla nostra capacità di amare che non si manifesta di certo in una relazione dove ci si fa umiliare, dove si sceglie (brutto da dire, ma è così) di farsi umiliare perché non si è forti per affrontare il mondo e le emozioni.

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Inizia a correre

Tante persone si accorgono che lo sport è fondamentale per la salute (una condizione necessaria!). Quello più pratico, versatile ed economico per definizione è ovviamente la corsa: bastano degli indumenti adatti, un paio di scarpe apposite e nulla di più. Molte di loro, tuttavia, dopo aver tentato si accorgono che non sono portate. Dove sbagliano? Quello che noto di solito è che non hanno un programma valido. Partono troppo forte, non ce la fanno e concludono che la corsa non fa per loro. La parola chiave è dunque: gradualità, alternando tratti di corsa a tratti di cammino. Faccio però una premessa: la corsa, a causa della gravità, soprattutto se ci sono salite e discese (scegliete accuratamente un percorso più o meno pianeggiante!), è uno sport traumatico. Non pensate di partire con 10-15 kg di zavorra e correre. Se dovete dimagrire, usate la corsa per gli ultimi kg, altrimenti è meglio ripiegare su altro come la camminata sportiva  (vedi l’ultimo paragrafo dell’articolo). Per chi ha un IMC superiore a 27 (25 le donne), la corsa non dev’essere praticata e l’attività per dimagrire è la camminata (vedi a fine articolo). Leggete l’articolo sugli infortuni e potrete capire quanto sia devastante correre in sovrappeso. Eventualmente, se il peso è accettabile, per dimagrire si può correre un giorno e quello dopo camminare per poter bruciare più calorie. Tornando alla corsa, l’obiettivo è raggiungere la sufficienza: 10 km in (almeno) un’ora. Per chi inizia da zero o proviene da un lungo periodo da sedentario ad esempio a causa di un infortunio, non bisogna esagerare. Fate 2-3 allenamenti a settimana. Andate piano e non guardate la velocità: solo all’ultimo livello guarderete il cronometro. Se proprio volete, guardate la velocità solo per curiosità, per imparare cosa vuol dire correre in minuti al km e ascoltare il proprio corpo. Ma non per altri motivi, dimenticate la prestazione durante questo programma. Tanto, non riuscirete comunque ad “andare forte” anche avendo la sensazione di aver corso come Bolt. Ci sono persone che si lamentano di non riuscire a terminare nemmeno il minutino di corsa, però poi si scopre che tendevano ad andare troppo veloci. E se uno magari non ha mai corso in vita sua, è ovvio dove sta l’errore. Per chi non ha mai corso, anche andare a 8 km/h può essere una fatica immane. Andate piano, lentamente. I primi step servono solo come infarinatura e non dovete neanche pensare alla tecnica.

Abbigliamento

Particolare importanza va data all’abbigliamento. I principianti commettono infatti degli errori. Spesso chi inizia a correre ha ancora l’immagine di Donna Moderna con la felpetta legata alla vita e i leggins. Quindi, scegliete degli indumenti appositi, tecnici e traspiranti. Non indossate mai magliette di cotone o seta. In inverno, non conciatevi come eschimesi. Sudare di più non fa bene, ma vi disidrata e vi fa durare meno! Se correte al caldo, seguite pure questi consigli, ma non usate stratagemmi per sudare di più e sperare di dimagrire. Ciò vale sia quando fa caldo sia in inverno! E per favore, evitate anche il walkman.

Programma 10 km in un’ora

Dedicate circa due settimane a ciascuna fase, o almeno fino a quando sentite che è stato tutto troppo facile (alcuni impiegano una settimana, altri una settimana e mezzo). Ci sono già tanti programmi in rete, tutti più o meno equivalenti. Io ho preferito basarmi sul programma che propone Andrea Tibaldi (cibo360.it), con cui mi sono sempre personalmente trovato bene. Tibaldi consiglia di partire dalla fase 3 solo se si fa già un’attività fisica, ma mai dalle fasi superiori. Fidatevi: rimanere fermi per più di 3 mesi com’è capitato a me e poi riprendere anche dalla fase 3 è micidiale.

Fase 1
Iniziate da questa fase se non avete mai fatto sport o provenite da un lungo periodo da sedentari.
Allenamento – 3 minuti di camminata + 2 minuti di corsa per 6 volte.

Fase 2
Mi raccomando di andare sempre piano e smaltire bene.
Allenamento – 3 minuti di camminata + 4 minuti di corsa per 5 volte

Fase 3
Iniziate da questa fase solo se fate già dell’attività fisica.
Allenamento – 3 minuti di camminata + 6 minuti di corsa per 5 volte

Fase 4
Smaltite bene questa fase, perché quella successiva è tosta.
Allenamento – 3 minuti di camminata + 8 minuti di corsa per 5 volte

Fase 5
Questa fase comprende ben 4 test di Cooper. Dovete arrivarci dopo aver smaltito bene la fase 4. Servirà un po’ di tempo per metabolizzare la fase 5, ma con impegno ce la farete. Da ora in poi, tutte le fasi possono richiedere un po’ più tempo rispetto alle prime 4.
Allenamento – 3 minuti di camminata + 12 minuti di corsa per 4 volte

Fase 6
Aumentiamo di molto il tratto continuo di corsa. Andateci piano e metabolizzate sempre bene prima di andare avanti. Questa è la fase da cui si può ripartire per chi subisce un fermo che va da un mese a due mesi, non oltre. Non sottovalutate un fermo di un mese o due. L’obiettivo non è riprendere massacrandosi già subito, ma non subire ricadute. Questa è la fase da cui può iniziare anche un ciclista che supera il bike-test.
Allenamento – 5 minuti di camminata + 20 minuti di corsa per 2 volte

Fase 7
Un piccolo aumento dei tratti continui di corsa.
Allenamento – 5 minuti di camminata + 25 minuti di corsa per 2 volte

Fase 8
Siamo quasi all’ora di corsa, siete quasi alla fine del programma.
Allenamento – 5 minuti di camminata + 45 minuti di corsa

Fase 9
Eccoci qui: finalmente sapete correre per un’ora di fila!
Allenamento – 5 minuti di camminata + 60 minuti di corsa

Fase 10
Ho notato che in tanti riescono a superare il test dei 10 km in un’ora già alla fase 9. Se non siete tra coloro che ci riescono, ci riuscirete in questa fase. In un percorso ben calcolato, cercate a mano a mano di andare sempre più forti.
Allenamento – 10 km misurando il tempo.

Per facilitarvi nella misurazione del percorso, vi consiglio il pedometro di Google.

Siate graduali, non c’è fretta!

Riposate bene tra un allenamento e l’altro. Sarà normale avere dei dolorini di adattamento, quindi anche il riposo diventa una parte fondamentale del programma. È importante non farsi male per evitare di fermarsi, poiché fermarsi significa allungare il raggiungimento degli obbiettivi. Se volete dare di più (vedi “Quanto allenarsi per la salute?“), lo farete successivamente quando sarete esperti e avrete superato il test dei 10 km. Abbiate pazienza. Non si può pretendere il top e il massimo da chi inizia la corsa. Chi va con pazienza va sano e lontano. Accettate di andare gradualmente ora, di avere qualche fisiologico doloretto da adattamento, e avrete il resto della vita per fare i fenomeni, quando il vostro corpo sarà adatto alla corsa (e allo sport in generale, direi) e potrete esprimere al meglio il suo potenziale genetico (vedi “Varia gli allenamenti e abbi pazienza… correrai meglio!“). Non ci dev’essere fretta. Andare gradualmente vuol dire sfruttare anche il meccanismo di sovraccarico. Cioè, per adattarsi a un nuovo sforzo e a un nuovo stimolo, è importante riposare correttamente. Altrimenti non solo il principio del sovraccarico non avviene, ma ci si fa anche del male! Posso comprendere che chi inizia a correre abbia una particolare smania, ma non dovete nemmeno trascurare la statistica sugli infortuni nella corsa che ho riportato, appunto, nell’articolo sugli infortuni (l’ho già linkato in precedenza).

Non giocatevi da subito la vostra salute sportiva strafacendo!

In questa fase, state andando a costruire la base per i successivi progressi. Se vi bruciate questa fase, poi sono dolori. Quanto ci si mette in tutto per finire il programma? Dipende. Partendo dalla fase 1, c’è chi riesce in 4 mesi e chi in 6 mesi, chi in 3 mesi e chi in 7 mesi. Questo dice che, come naturale conseguenza, ci vuole del tempo anche per guadagnare dei benefici fisiologici. Tempo e pazienza, mi raccomando. Ricordatevi che chi esagera dura poco! Quando saprete correre bene per un’ora e superate facilmente il moribondo, potete cimentarvi con un tipico programma per il wellrunner. Ma abbiate pazienza, prima di arrivarci! Ricordate che bruciare le tappe aumenta il rischio di infortunio. Molti ignorano questo rischio e sperano di essere fortunati passando indenni. Per molti altri, però, diventa un calvario e magari concludono che la corsa non fa per loro. Eh no, mi spiace, se uno non segue la gradualità, non è la corsa che fa male!

Correte il più spontaneamente possibile. Non date retta a nessuno che vi dica che postura avere, come tenere le braccia, come fare la falcata. È meglio correre in modo poco estetico ma naturale, piuttosto che forzare a correggere dei presunti errori. La postura, la falcata, il ritmo, il movimento oscillatorio delle braccia (*) ecc… sono tutte cose che arrivano con i km nelle gambe, quindi con il tempo. Ognuno assumerà la tecnica man mano, senza neanche accorgersene. Respirate naturalmente e non forzate la respirazione. Altrimenti, rischiate di sperimentare il classico “dolore al fianco” che ho spiegato nell’articolo linkato sui dolori del principiante nella corsa. Ve l’ho detto, non dovete guardare il cronometro e ammazzarvi, ma rendere la corsa un gesto spontaneo. Purtroppo, a volte si sentono indicazioni veramente assurde. La cosa assolutamente da evitare è quella di “saltellare”. Per approfondire a riguardo (sul perché non si deve saltellare e altro), leggete anche “Corsa e tecnica… e poi, ampiezza o frequenza?

Una volta superato il moribondo, il mio consiglio è quello di cercare di correre il più velocemente e arrivare ad almeno 56′. E solo allora potrete diventare veri e propri runner facendo gli allenamenti di qualità e prestazione. E lo ripeto, prendetevi il tempo necessario. Non abbiate mai fretta. Il bello arriverà dopo, ma con la fretta, tra acciacchi o infortuni, vi rovinate tutto!

Scelta delle scarpe

La scelta delle scarpe è importante. Potete trovare l’approfondimento nell’articolo già linkato in precedenza. Per chi inizia a correre, la scelta delle scarpe dev’essere ben indirizzata all’ammortizzamento e alla protezione. Questo perché il principiante non ha ancora una falcata agile, non ha la giusta esperienza e quindi tende a impattare in modo peggiore sul terreno. Per questo motivo, è di vitale importanza scegliere delle scarpe adatte!

Per le donne

Le donne sono mediamente più basse e hanno per costituzione una minor massa muscolare. A parità di ogni altra condizione, tutto ciò comporta una prestazione inferiore del 10%. Quindi si può pensare che il test debba essere tarato su una distanza minore per le donne. In realtà no, perché basta un minimo di sforzo per correre 10 km in un’ora anche per loro. Inoltre le comuni gare e le prospettive sull’età fisica si fanno di solito sulla distanza dei 10 km. Bisogna sempre ricordare che non si corre per primeggiare, ma per la salute. E questo vale sia per gli uomini che per le donne!

Camminata sportiva e trekking

Se sostituite i tratti di corsa con la camminata veloce, potete usare lo stesso programma per superare il walk-test. Per chi ha tanti chili da perdere, non potendo correre per via dei traumatismi che la corsa comporta, il walk-test è il miglior modo per perdere peso. Ma il walk-test non è solo per chi è in forte sovrappeso. Se visto nella chiave giusta e disponendo di un buon quantitativo di tempo (e tante persone ne hanno!), diventa addirittura allenante in chiave salutistica. Rimando all’articolo sul walk-test per capire come funziona meglio. Il mio consiglio, se si non si hanno degli oggettivi problemi fisici, è quello di fare uno sport “vero”. In molti rifiutano la corsa (o altro) più per blocco mentale che per reali impedimenti. Conviene sbloccare questo meccanismo, se si vuole ottenere il meglio dalla vita e imparare ad essere efficienti e ad ottimizzare il proprio tempo. Ma se proprio, c’è anche la soluzione per chi davvero vuole camminare. A mio parere, la camminata ha senso se interpretata come trekking, ma anche questo l’ho spiegato nell’articolo relativo. Certo, potrete dire che amate camminare, piuttosto che correre. Ma allora sapete superare il walk-test o è solo perché non avete voglia di faticare?

Corri, ma che età fisica hai?
Prestazione sportiva e motivazione