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Il fallimento della giustizia italiana

La sentenza emessa sull’omicidio di Stefano Cucchi (risalente al 2014) mi diede molto da pensare all’epoca. L’occasione riporta alla luce un argomento spiacevole ma che, volenti o nolenti, rappresenta la realtà: legge non vuol dire giustizia. In realtà, non mi interessa tanto il caso in sé, quanto adoperare il caso per parlare della tematica e descrivere il più classico quadro all’italiana. Ecco il quadro:

– un soggetto (Stefano) di certo non santo che, per una serie di circostanze di cui è responsabile in parte, si ritrova morto;
– il linciaggio della folla che non capisce che fa parte anch’essa dello Stato additato come colpevole dell’ingiustizia;
– i furbastri di turno (coloro che, per negligenza o per il pestaggio, hanno ucciso Stefano) che irridono la legge felici di averla fatta franca;
– politici (Giovanardi) e sindacato (della polizia) che non hanno alcuna dignità e fanno dichiarazioni non diverse da quelle dei nazisti sull’olocausto da loro perpetuato per anni;
– l’incapacità degli organi investigativi di trovare la verità.

Sull’ultimo punto, è la solita ma reale critica per cui, ahimé, abbiamo metodi di indagine che fanno ridere, con una miriade di casi riesumati dopo anni, poi contraddetti e riaperti ancora. Non è un caso se gli agenti investigativi tedeschi (l’ispettore Derrick), francesi (il commissario Cordier) e inglesi (l’ispettore Barnaby) sono descritti come arguti e intelligenti mentre quelli italiani, subordinati compresi, come degli idioti che a mala pena hanno superato la scuola elementare.

I politici come Giovanardi e il sindacato non hanno alcuna dignità perché sapere che un cittadino, non esemplare ma pur sempre con dei diritti, è stato ucciso dai funzionari dello Stato, cioè persone con cui ogni giorno collaborano o difendono nel loro lavoro, e dire che in pratica o si è picchiato da solo o nessuno l’ha picchiato e l’hanno ucciso i fantasmi (cit.) vuol dire avere un problema serio. Ma d’altronde, Giovanardi è un’habitué alle uscite talebanistiche (vedi l’omofobia). No comment poi sui classici insulti a suon di “ignorante” (violenza anche questa) rifilati alla controparte da parte del sindacato della polizia. Certo, avere il coltello dalla parte del manico aiuta a garantirsi autorità e a minacciare querele.

E i furbastri di turno che la fanno franca. Ogni tanto sono mafiosi, altre volte sono imprenditori, banchieri ecc. Stavolta è toccato a poliziotti e medici. I poliziotti perché hanno abusato del loro potere su un cittadino reo di spaccio ma, appunto, se uno spaccia non lo si può ripagare picchiandolo e causandone la morte. I medici per neglienza perché Stefano era già in condizioni pessime durante il processo, a cui si è presentato già con parecchie ecchimosi che testimoniavano il pestaggio. Avrebbe dovuto essere ricoverato, cosa che non è mai avvenuta. E questo è incredibile, considerando che Stefano era anoressico con IMC inferiore a 14 e spesso si elargiscono TSO come caramelle per molto meno. Un mix di abuso e negligenza allucinante.

La sentenza… giusta

Cercasi giustizia

Ma è questo il nocciolo del discorso. I responsabili della morte di Cucchi sono degli autentici sacchi di immondizia. Eppure, per la serie di fattori, la sentenza è stata (purtroppo) giusta. Non essendoci prove “oltre ogni ragionevole dubbio”, non avendo scoperto chi l’ha ucciso e in quali modalità, il giudice non può prendersi la responsabilità di dare una sentenza che non è possibile dare. Bisogna assolvere. Tutti quanti. I sacchi di immondizia coinvolti vogliono convincere che l’assoluzione voglia dire innocenza, ma è un errore razionale che nemmeno un bambino dell’asilo fa. Siccome non credo che i soggetti siano stupidi, è ovvio che siano in malafede e quindi giustamente li chiamo sacchi di immondizia. È però inutile indignarsi. Le prove erano solo indiziarie e non si è riusciti a trovare la verità con certezza: è per questo che sono stati assolti, non perché sono innocenti! Non serve a nulla indignarsi, perché se si vuole dare la colpa allo Stato per un’ingiustizia dobbiamo ricordare che tutti noi cittadini facciamo parte dello Stato. Chi manda al governo quei funzionari? Anche qui potremmo chiedere: forse i fantasmi? No, siamo noi a mandarli al governo e siamo noi che quindi decidiamo dove i Giovanardi e i Capece o i medici e i poliziotti assolti devono stare. Smettiamola di indignarci e facciamo del nostro meglio per essere cittadini attivi e diffondere a chi ci sta vicino cos’è la giustizia e i principi di una legge che incastri i furbastri anziché assolverli permettendo loro pure di irriderci. Indignarci, gridare al linciaggio e rivoltarsi in aula non servono a un bel niente. Ma qualcosa mi dice che Stefano Cucchi non sarà l’ultimo della lista. Ci indigneremo ancora e di nuovo altri Stefano Cucchi: un circolo vizioso. Così, se è vero che una giustizia perfetta al 100% non esiste, comunque in Italia saremo sempre molto, molto lontani anche dal 99%. E avremo altri sacchi di immondizia a uccidere i Cucchi, perché tanto di un drogato a nessuno frega e nessuno chiede giustizia.

Caso Cucchi, quasi 10 anni dopo

Finalmente, dopo tanti anni, è stata riconosciuta la verità che tutti sapevano sulla morte di Cucchi: il ragazzo è morto per pestaggio da parte dei carabinieri. Una verità che tutti sapevano, appunto, ma che non ha portato alle giuste condanne a causa di occultismo e cavilli legali. Molti cittadini hanno esultato ma, siccome devo sempre trovare quello che non va, onestamente sono rimasto inorridito dalle dichiarazioni di politici e magistrati. Secondo l’avvocato difensore del carabiniere che si è fatto avanti, si tratta di un riscatto per l’arma dei carabinieri. Riscatto? Ma stiamo scherzando? Nulla da dire, si apprezza il coraggio di Tedesco nel raccontare ciò che è avvenuto, sapendo di essere linciato da molti suoi colleghi. Ma qui non si tratta di riscatto, bensì di fare giustizia. Ci vogliono le scuse, altro che riscatto! Se si ha davvero voglia di cambiare il sistema e diminuire il divario che ci separa da una giustizia “ideale”, la prima cosa da fare è chiedere scusa, anche se non basterà di certo a riportare in vita tutti cosiddetti morti di Stato. Parlare di riscatto significa che si vuole solamente salvare la faccia. E finché si ragionerà così, e non per la tutela delle persone e dei loro diritti, fidatevi che la morte di Cucchi non ci insegnerà un bel niente. I nostri magistrati e politici sono più interessati a conservare la bella faccia e le apparenze. Ogni giorno qualunque cittadino comune si recherà dai carabinieri e verrà sminuito. Si agirà solo se si rischia il posto o la reputazione. Perché l’importante è sempre quello: la faccia, ma non la giustizia. Solo Trenta (M5S) è la “pecora nera” ad aver detto che “in tanti dobbiamo chiedere scusa”. Il resto è da soprassedere. E allora amen.

L’italiano e l’arte di arrangiarsi
Legge e giustizia non sono la stessa cosa!

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