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Fallimento dell’Europa, Brexit ed esempio catalano

Si è iniziato a parlare di Europa “unita” da oltre mezzo secolo, almeno da dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’idea era quella di restare insieme ed evitare i conflitti che in precedenza avevano martoriato il nostro continente e il mondo. Oggi, far parte dell’Unione Europea è sinonimo di far parte della democrazia, opponendosi ai regimi, alla violenza. È sinonimo di voler dialogare, di entrare in sintonia con i paesi. Ecco, bella utopia! Peccato che all’atto pratico le cose stiano diversamente. I recenti episodi della crisi catalana e la Brexit testimoniano che il quadro è assai diverso da quello che vorremmo credere nascondendoci dietro la bandiera blu a stelle d’oro.

Una politica che non ascolta i cittadini

Crisi della Catalogna

Il primo esempio di Europa che non ascolta è la crisi della Catalogna. È sufficiente pensare alla differenza di opinione tra la crisi catalana e la Russia. Perché le sanzioni alla Russia sì e sulla crisi catalana invece sostegno alla Spagna? Non dovrebbe ricevere sanzioni anche la Spagna? D’accordo, se disubbidisci, è lecito aspettarsi che ci siano feriti e, purtroppo, morti. Ma cos’è questo silenzio nei confronti della Guardia Civil che ha riempito di botte persone che hanno organizzato eventi culturali e sociali e che hanno alzato le braccia in segno di resa? Nulla, zero, silenzio di tomba. Dopo aver comunque sostenuto la Spagna, quindi di fatto approvando la violenta repressione del regime di Madrid. Ma allora come concordare questo con le sanzioni alla Russia? Incoerenza pura. Il movimento di indipendenza della Catalogna quasi non esisteva diversi anni fa, ma è cresciuto a mano a mano che il governo centrale ignorava i catalani. In Ruanda e in Etiopia, la pace è arrivata, anche se l’opera non è finita, con una politica della riconciliazione. La Spagna ha usato la mano dura e i catalani si sono nuovamente ribellati a ottobre 2019. L’Europa fa da spettatore ignavo. La stessa Europa che non vuole i migranti, ma poi rimane al palo sull’attacco della Turchia ai curdi.

Brexit

L’altro esempio è quello della Brexit, ma qui le cose si complicano un bel po’. Chi ha votato Brexit nel Regno Unito, contrariamente a quello che si crede, non l’ha fatto perché è xenofobo come forse faremmo noi italiani al loro posto. Europa e Regno Unito, per quanto ad alcuni possa sembrare strano, si scontrano parecchio. Essendo che il Regno Unito è parte del Commonwealth, gli inglesi non hanno quelle ideologie tipicamente autarchiche della Lega. La Brexit è stata votata non per odio verso l’Europa (come fanno i classici sovranisti), ma perché i britannici vogliono essere liberi di seguire il proprio sistema (che, appunto, rispetto ai sovranisti è molto grande). Giustamente, gli irlandesi (che sono più felici dei tedeschi!) hanno la loro visione del mondo e non saranno d’accordo con le motivazioni inglesi. E non è finita qui. Se è vero che la Brexit è stata votata per motivi diversi dalla xenofobia, è altrettanto vero che i giovani britannici si sentono europei (vedi il capitolo finale in cui spiego perché, pur criticandola, rimango a favore dell’Europa). Ma non è solo questo. Se i giovani britannici si sentono europei, ci sono indiani e pakistani che si sentono discriminati a vantaggio di emigrati europei (specialmente italiani e polacchi) che, spesso, non vogliono nemmeno la cittadinanza britannica. Mi vengono in mente le paure di alcuni emigrati italiani, che vivono da 10 anni o più in Inghilterra ma non hanno mai preso la cittadinanza britannica. Emigrati che vivono come se lo fossero eternamente o come se fossero sempre nel sogno dell’Erasmus. Tutto questo fa nascere il conflitto tra l’Europa e il sistema Commonwealth. Indiani, pakistani e via dicendo hanno convissuto con gli inglesi, nel bene o nel male, da secoli! Ecco perché si parla di Brexit con accordo, ovvero bisogna mettere d’accordo, nella tipica mentalità inglese di avere il consenso globale, sia gli inglesi che si sentono europei sia quelli che avvertono la discriminazione verso i membri del Commonwealth. Chi ascoltare? Gli italiani che non vogliono naturalizzarsi, ma continuano a ricavarne profitto, o milioni di persone che provengono dalle ex colonie (attualmente Commonwealth) e pensano che sia ingiusto avere meno diritti degli europei? Dopotutto, le ex colonie hanno combattuto per avere una dignità agli occhi dei vecchi dominatori. Insomma, da un lato è vero che l’Europa offre delle opportunità ma, dall’altro, ci sono le esigenze dei paesi del Commonwealth che, nel sistema Europa, perdono i diritti perché diventano extracomunitari. È per questo che è così difficile trovare il modo di attuare la Brexit!

Spiego meglio il discorso. La cittadinanza britannica si può richiedere dopo 5 anni di residenza continua nel paese. Non è come in Italia che, anche dopo 200 anni di naturalizzazione, sarai sempre straniero. Gli inglesi accettano volentieri che uno straniero si naturalizzi come cittadino britannico (è una risorsa, come direbbe una Boldrini). Però lo deve fare! Se vive sul territorio britannico da 10 anni e non ne ha preso la cittadinanza, come ho sentito da alcuni emigrati italiani impauriti della Brexit, francamente trovo comprensibile che il lavoro non venga dato. A loro non piace che uno straniero vada e venga a piacere o che viva come se fosse sempre in vacanza (il cosiddetto “sogno inglese” degli studenti). Capite bene la differenza. Agli inglesi non interessa se uno è bianco, giallo o nero come fa la Lega di casa nostra. Quello che conta è giurare fedeltà alla regina fino alla morte! Se vivi a Londra da 10 anni e non l’hai ancora fatto, per loro è meglio se te ne torni nel tuo paese e lasci spazio a un indiano che lavora per Sua Maestà. La prova che quanto detto è vero? Gli allenatori italiani non hanno avuto alcuna difficoltà a godere della ricchezza inglese. Vero, poi sono andati via, com’è normale che sia per un professionista internazionale, ma così diffondono il verbo della regina. Avete mai sentito Ancelotti, Ranieri o Mancini parlare male degli inglesi? Sarà pure un modo contorto di ragionare, ma probabilmente è solo il razzismo del futuro. Ovviamente, quando anche gli altri paesi saranno arrivati a questa “evoluzione”, gli inglesi avranno anticipato altri scenari.

Politica incoerente e inaffidabile

La differenza nella presa di posizione tra la crisi catalana e la Russia è fondamentale. Un politico è affidabile quando sa dimostrare coerenza nel perseguire le sue idee. Non si tratta di essere perfetti in assoluto, no, non è di questo che si sta parlando. Si sta parlando di come uno reagisce negli eventi o nelle decisioni più importanti. E in questo, l’Europa ha fallito. Un politico incapace di essere coerente è un pessimo politico, che non sa dare solidità e giustizia al popolo. Il Regno Unito è uscito, gli scandinavi, tranne la Finlandia, non hanno neanche l’euro e la Norvegia è solo nei trattati di Schenghen. Vorrà pur dire qualcosa, ed evidentemente una sottospecie di Europa dominata dalla Germania, con i suoi paesi “vassalli” (quelli dell’ex Unione Sovietica o sotto ex influenza comunista), non ha senso. Non c’è una convergenza nelle linee politiche, né per quanto riguarda la politica interna né per quanto riguarda la politica estera o al di fuori dell’Europa. Niente, zero, si fa e si dice il contrario di tutto. Ma che prospettive ha l’Europa di avanzare così?

Ah, e ovviamente non dimentichiamo quello che accade in Siria, che è solo un altro esempio di come i politici classici che ci governano sono da mandare via.

Incompatibilità politica

Se fossi stato britannico, avrei votato anche io per la Brexit. Se fossi stato catalano, avrei votato per l’indipendenza. Perché? Perché quello che a molti sfugge è che esistono delle incompatibilità politiche e sociali che giustificano la separazione. Troppo facile fare discorsi di “siamo tutti uniti”, “conta l’Europa”, “conta la Spagna”. Facile, ma poi a conti fatti ci si scontra e andare tutti d’accordo è un’impresa titanica. Prendiamo il caso della Catalogna vs Spagna. La Spagna ha la monarchia ed è frutto dei discendenti franchisti. La Catalogna è “popolare”, predilige la Repubblica. Per “popolare” non si si intende né di destra né di sinistra, come chiariscono anche i catalani. Basta notare anche la differenza nello sport tra il Real Madrid, che mira a centralizzare tutto, e il Barcellona, che invece confida sull’azionariato popolare. Mettete insieme tutto e ottenete una netta incompatibilità tra le rispettive due visioni politiche. Da notare che, nella crisi catalana, comunque in tanti non si sarebbero staccati, ma con la repressione violenta tanti indecisi o per il NO hanno cambiato il voto in SÌ. Certo, poi magari finisce come con la Scozia che ha votato NO per la scissione dal Regno Unito per oltre il 50%. Ma questa è la chiave. Far capire che così non va, che la vecchia politica è da rottamare, da cambiare drasticamente fin dalle radici, dovunque. Non stupiamoci dell’elezione di Trump negli USA. La Clinton rispecchiava proprio questa politica vecchia e fallimentare che abbiamo in Europa e gli americani, piuttosto, hanno preferito un demente, sì, ma un demente che ha saputo essere deciso e fuori dal coro, cosa che tanti popoli stanno chiedendo negli ultimi anni. Chiaro, l’indipendenza non significa che non si possa fare trattati comunitari. Ma questo lo fa già la Norvegia che, guarda caso, è tra i paesi più progrediti al mondo. Obbligare due mondi che non vanno d’accordo a restare insieme è un atto violento e contro la democrazia. Violento perché si fa un uso della forza che non coincide con il rispetto etico di una incompatibilità tra due parti. Forse che voi accettereste di essere fidanzati a forza con qualcuno che la pensa al vostro opposto? Tra l’altro, nel caso della Catalogna non si capisce la critica sull’affluenza al referendum del 38%. Forse che noi italiani facciamo diversamente? Spesso noi italiani mandiamo al governo gente con molti meno voti o addirittura ce li facciamo scegliere da chi è già in parlamento! Inoltre nel caso catalano va anche considerata la massiccia repressione attuata da Rajoy, un dettaglio che forse sfugge ad alcuni. Però no, parlano addirittura di referendum illegale, dimenticando che, seguendo un simile ragionamento, tutti i vari patrioti dovrebbero essere considerati come criminali, compresi Garibaldi e coloro che hanno liberato l’Italia dal nazifascismo. Non avremmo la rivoluzione francese, i pari diritti, l’aborto, il divorzio ecc. Purtroppo in pochi ragionano senza essere condizionati. Parlano a vanvera di democrazia e unione, senza accorgersi che invece stanno sputando sopra questi valori.

La bufala dello spread

Una delle maggiori farse dell’Europa è lo spread, a cui i giornali, di recente, dedicano almeno un articolo al giorno. Non voglio entrare granché nei dettagli tecnici. Ma basta far notare che la misura è basata sulla differenza rispetto alla Germania. Ok, l’economia è importante, ma allora perché non fare uno spread sul benessere? Forse perché si scoprirebbe che i normalissimi irlandesi sono più avanti di potenze come la Germania e la Francia? In pratica, lo spread fa parte di quel sistema che privilegia pochi e non porta globalmente il benessere al cosiddetto “ceto medio”. Ogni volta, i giornali mettono su titoloni come “Sale lo spread, Italia in crisi” (o varianti simili per dirci, fra le righe, che dobbiamo essere i pecoroni dell’Euro-Germania o ce la fanno pagare). E c’è gente che ci casca. Bene, se l’acquisto di titoli italiani non conviene, allora si comprino quelli tedeschi, no? Semplice. La tattica dello spread è usata dalla Germania e dall’UE per scoraggiare il cambiamento. Non interessa, in questo caso, dire se il cambiamento è positivo o negativo (la Lega porta un cambiamento negativo). Quello che conta è far notare che lo spread serve per minacciare chi è stufo di essere schiavo e di farsi prendere per i fondelli dalla vecchia politica. Ormai, anche la Francia e la Germania sono in crisi ed ecco che si usa lo spread come ultima, disperata arma per tenere buono chi si vuole ribellare a questo tipo di Europa fallimentare. Non dico che bisogna uscire dall’UE. Ci si potrebbe benissimo sedere a tavolino e accettare i cambiamenti, se lo si vuole e si vuole migliorare. Se invece ci si comporta come con la crisi catalana, la rabbia di gruppi come i gilet gialli in Francia (che sono sia di destra che di sinistra!) crescerà sempre di più. Ogni volta che leggo i titoloni sull’ANSA dello spread che sale, mi viene da ridere, perché è un’idiozia, ma purtroppo c’è sempre chi, non avendo spirito critico, si fa prendere dallo spavento e non si unisce alla ribellione. Come sottolinea anche il M5S, non c’è bisogno di essere “sovranisti”, di uscire dall’UE. Bisogna lavorare per cambiare l’Unione Europea com’è adesso. In pratica lo spread crea una sorta di debito immaginario. Quando un governo tenta una manovra rivoluzionaria, nel bene o nel male che sia, lo spread viene fatto sistematicamente salire. L’intento è spaventare la gente che la nuova manovra ci farà diventare poveri. Come appena detto, la manovra può essere giusta o sbagliata. L’atto esecrabile è quello di non fermarsi a discutere sui cambiamenti, usando questi mezzi di ricatto e minacce. Se proprio non volete perdere soldi, comprate pure i titoli tedeschi e finita lì, senza il bisogno di spaventare il popolo. E di per sé, nessuno è obbligato, con la pistola puntata alla tempia, a comprare o vendere titoli.

Scimmiottare i potenti

Purtroppo vorremmo un’Europa che compete con forze mondiali come Stati Uniti e Cina. Già la bandiera europea è un emblema. La bandiera dell’UE a me ricorda la bandiera a stelle e strisce degli USA e quella a stelle d’oro della Cina. Solo un caso? A pensar male, come si dice, spesso ci si azzecca. Quello che però si dimentica pilatescamente è che il primo è un paese con pochi super ricchi che campano alle spalle dei tanti poveri, dove l’università è solo per chi ha tanti soldi e quindi d’élite. Il secondo invece è un paese sotto dittatura dove vigono la censura e il controllo delle informazioni, dove l’operaio viene sfruttato e non ha diritti. L’Europa, se davvero vuole essere competitiva, deve puntare su qualcosa di diverso, vedi il modello scandinavo. Così non fa altro che fare concorrenza ai potenti mondiali, ma finisce solo per rendersi ridicola e incoerente, per scimmiottare. Brexit e referendum catalano confermano proprio questa incapacità di cui una buona fetta della popolazione è stufa marcia. Allo stato attuale delle cose, l’Europa ha malamente fallito.

Ma sei contro l’Europa?

Può sorgere questo sospetto, leggendo tutto quello che ho scritto finora. La risposta è: no, affatto. Non sono contro l’Europa. Sono sempre stato europeista e credo che l’Europa sia qualcosa di speciale. L’Europa fa sentire alcuni paesi meno soli e meno isolati, come la Svezia e l’Irlanda, sviluppando un senso di condivisione. La maggioranza degli svedesi vi dirà che, pur non avendo adottato l’Euro, è felice di far parte dell’UE. Quindi, non fatevi fregare da quello che vedete nel vostro orticello. Uscite e guardate fuori, perché non esistono solo Orban, Salvini e altri “sovranisti”. Siamo europei e dobbiamo restare europei.

Il fatto è che essere europei non vuol dire restare con le braccia conserte quando ci sono problemi. Non vuol dire che non si può criticare ciò che non funziona o è stato fallimentare. L’Europa di oggi ha obiettivamente parecchi problemi e chi governa non ascolta come dovrebbe. Non è una novità. Anche gli Stati Uniti hanno vissuto una terribile guerra civile. Noi non arriveremo a questo punto, ma la rottura c’è. Da un lato, gli sciovinisti come Salvini e Orban. Dall’altro, la Germania e i suoi “vassalli” che vogliono imporre un’Europa teutonica. E continuo a credere che il voto resti un’arma potente, in qualunque modo lo facciate. Ma è un’arma che va usata bene, altrimenti qualcuno ci toglierà la democrazia. La stessa Svezia, che si sente fortemente europea, critica il modo in cui si è affrontato il problema dell’immigrazione. Alcuni di loro sostengono che è mancata la solidarietà tra i paesi dell’Unione a riguardo. Lo dicono gli svedesi, che mai vorrebbero uscire dall’UE perché hanno questo senso della condivisione e di unità.

In sintesi:

non bisogna cancellare l’Europa, ma bisogna cambiarla!

La politica dell’emozione… cioè, tutto fumo e niente arrosto!

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