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Il romanticismo (moderno)

Il mio primo approcio al romanticismo è stato in quarta liceo, con Foscolo. Mi rivedevo in lui. Le sue peripezie sentimentali, il suo continuo errare senza mai trovare un luogo in cui fermarsi, lontano dalla sua Zante, l’immortalità dovuta all’arte, la lotta contro le ingiustizie (Foscolo, una volta, aveva aperto le porte di un ghetto ebraico perché trovava ingiusto una simile discriminazione) erano tutto ciò che sentivo già mio e quindi Foscolo impersonificava il mio essere. L’ho adorato e ho cercato di imitarlo in poesia. Condividevo anche la sua mentalità atea e razionalista, anche se lui non era propriamente del tutto non credente (era pur sempre figlio della sua età) a differenza mia che ho sviluppato un ateismo puro (sono pur sempre figlio della società moderna e della meccanica quantistica). Il mio scopo era quello di diventare il “romantico del 2000”. Una mia vecchia amica, che leggeva le mie poesie con attenzione e voleva farmi da editrice (sogna, sogna!), diceva che ero “l’ultimo dei romantici”. In realtà, non ho fatto nulla di nuovo sotto il sole, anche se ho raggiunto il mio obiettivo di essere il romantico del 2000 (per inciso, è una definizione data da altri e che ho accettato con un po’ di orgoglio). Leggete queste parole di Richard Feynman:

Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: “Guarda com’è bello”, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: “Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita”, e, allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. Il fatto che i colori dei fiori si siano evoluti per adescare gli insetti impollinatori, ad esempio, è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E allora uno si chiede: il senso estetico dell’uomo vale anche per le forme di vita inferiori? Perché è estetico? Domande affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati da un fiore. La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.

Ecco, è questo che intendo quando parlo di romanticismo del 2000. La scienza non annulla la bellezza di ciò che ci circonda, ma ci permette di apprezzarla di più, esattamente come la ragione non annulla i sentimenti ma li indirizza in senso positivo. Quando osservo il cielo stellato, il mio pensiero non si limita a un “wow, che bello”. No, è questo che vado a pensare:

“Laggiù, si desta, a nord, l’orso che viene
inseguito dal carro: danno grazia
alle sette sorelle, ma una nasce
gemellata e, compagne unite, danzano
nel loro moto di equilibrio ai più
sconosciuto. Non scorgo civiltà,
ma furiose tempeste nucleari
che generano vita. Non soltanto
l’elio, ma fino al carbonio, al magnesio,
e al ferro, poi il silicio e il nichel: siamo
figli di stelle. Non discerno in dio
il principio, se vi è, ma siete meno
sibilline di quando vi evocai
un lustro indietro. […]”

Il mio amore per la scienza mi permette di approfondire di più. Le stelle non sono solo dei puntini brillanti nello spazio, ma un mondo dove nulla è come sembra a uno sguardo superficiale, tutto da scoprire e di cui meravigliarsi. L’Orsa Maggiore, che noi vediamo come sistema di sette stelle, in realtà nasconde una stella binaria di cui in pochi sanno. E le reazioni nucleari delle stelle sono ciò che ci ha creati, altro che un dio barbuto che dice cosa è giusto e cosa no. “Beauty is truth, truth beauty” citava John Keats in Ode on a Grecian Urn (“verità è bellezza, vera bellezza”). È questo il senso della scienza.

Ugo Foscolo

I romantici dell’ottocento erano figli del loro tempo. La loro vita era decisamente più breve di quella di oggi, quindi tendevano alle “nobili imprese”, completamente asserviti al loro ideale. Oggi non è più così. Oggi, ognuno di noi può aspirare a vivere anche fino a 100 anni se segue uno stile di vita corretto ed è mentalmente equilibrato. Il romanticismo di oggi è vivere ogni giorno al massimo, il più a lungo possibile poiché ne abbiamo i mezzi, dove per massimo si intende amare le persone che ci stanno accanto, coltivare i propri interessi dedicando tempo, costanza e conoscenza. Ma sempre di vivere al massimo si parla. La sfida sta nel sentire il proprio corpo e vedere fin dove può arrivare correndo, se si può migliorare il proprio tempo nei 10 km di un minuto piuttosto che di 2 secondi. La vita è un continuo ricercare la sfida per migliorarsi e per divertirsi di più. È questo il romanticismo del 2000, che comunque è figlio di quello dell’ottocento. Sarebbe più corretto definire coloro che sono totalmente asserviti al loro ideale, di cui hanno disperatamente bisogno per sopravvivere (quando invece si dovrebbe vivere), degli idolatranti. Il loro ideale è la loro droga, senza il quale non esisterebbero e non sarebbero felici: in realtà sono già predisposti così all’infelicità, gettati autolesionisticamente nella tomba esistenziale.

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