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Terrorismo islamico e scenario del Vicino Oriente

Nell’articolo sull’immigrazione, ho scritto che Islam e mondo occidentale sono incompatibili, a meno che anche gli islamici non si laicizzino (obiettivo ancora lontano!). Sulle vicende del Vicino Oriente (il termine “mediorientali” è una invenzione degli americani), però, c’è ancora molta superficialità. Eppure, il problema ci riguarda, perché in un modo o nell’altro ne paghiamo le conseguenze. E no, non si tratta solo degli attentati o dei camion che stendono la gente nelle città europee. Lo so, già così è drammatico, ma in realtà la situazione è ben più drammatica.

La domanda che vi pongo è: chi sono i cattivi? Sono convinto che la maggior parte delle persone sbaglierà la risposta. Certo, posso capire che il Vicino Oriente è così lontano geograficamente, ma nella politica di oggi dovremmo conoscere di più quello che accade lì. Ovviamente, nel mondo ci sono molte situazioni complicate e difficili. Vedi la guerra del Donbass nella nostra Europa (dal 2014 ad oggi, tale guerra ha fatto circa 10 mila morti). Tuttavia, una discussione sui problemi del Vicino Oriente merita per come la politica si sta evolvendo.

Può sembrare banale e sconvolgente allo stesso tempo, ma la risposta alla domanda su chi è il cattivo è: un po’ tutti! Noi conosciamo l’Isis, in passato era Al Qaeda. Ma l’Isis uccide gli stessi “fratelli” islamici. L’Isis, infatti, si basa sull’Islam sunnita e ammazza gli sciiti. Quindi, i sunniti sono quelli cattivi e gli sciiti così buoni? Neanche per idea! Quello che l’Isis fa agli sciiti, gli sciiti lo fanno ai sunniti, senza che questi ultimi siano necessariamente dell’Isis. Nemmeno la posizione di paesi “canaglia” (altro termine tutto americano) come l’Iran è netta. Da un lato, il governo iraniano combatte l’Isis, ma abbattendo l’Isis si generano sempre lotte e discriminazioni interne. Quindi, capite perché l’attacco in Siria da parte degli “alleati” (?) è una cosa stupida? È lo stesso errore fatto in Afghanistan. Si decide, quasi a caso, chi è il cattivo, ma poi quelli che hai considerato come i buoni ti si rivoltano contro e iniziano ad ammazzare anche loro. E non è nemmeno un errore nuovo. Le ingerenze occidentali avevano già fatto fallire i tentativi di modernizzazione dell’Iran nel novecento, da cui alla fine degli anni ’70 l’antica Persia si trasformò definitivamente, dopo una rivolta, in una Repubblica Islamica. Un’altra cosa poco nota è che anche la mafia italiana foraggia il terrorismo, in cambio di reperti archeologici trafugati illegalmente. Sì, il terrorismo fa male in tanti ambiti e non solo in diritti umani, morti, e politica.

La realtà del Vicino Oriente è ancora poco nota. Ci sono giornalisti che iniziano a descrivere questi scenari, rischiando tra l’altro la vita e dimostrando che c’è chi non fa solo gossip. Ma ci si ammazza, c’è sempre guerra, poi arrivano gli “alleati” che decidono chi è il cattivo e diventano pure loro i cattivi con i miliziani locali o membri corrotti del governo. Noi siamo abituati che il problema sono i migranti. E ciò è vero, ma i migranti sono solo una piccola parte di un problema molto più grosso.

L’errore comune è pensare che i terroristi fanno la Jihad contro l’occidente, mettendo nei promotori della Jihad tutti gli islamici. Errore. Non fanno solo la Jihad contro l’occidente, ma genocidi e stupri nei confronti dei locali, che sono altrettanto islamici. È un continuo di violenza sistematica e reciproca, dove coloro che pagano sono i normali civili, le famiglia e i deboli. Se poi vogliamo sottolineare che l’Islam è incompatibile con l’occidente, allora va bene, ma la realtà tragica del Vicino Oriente è questa. I terroristi sono islamici che non fanno solo attentati nelle città europee, ma uccidono anche altri islamici che hanno interpretazioni diverse del Corano. Ma d’altronde, questa cosa l’ha fatta pure la Chiesa cristiana per secoli…

È un bel casino, sì, e questo spiega come sia come la religione faccia danni, a meno che non si viri verso il laicismo (pretendere di essere atei sarebbe ottimistico…), sia come i paesi occidentali abbiano capito veramente poco (per dolo, ignoranza o comodo) di queste dinamiche. Come dovrebbero intervenire i paesi occidentali? Non di certo bombardando per puro gusto di fare i guerrafondai. In mezzo a quella gente, ci sono cattivi da tutte le parti, ma anche tanti civili onesti e che vogliono vivere in pace. Civili che, purtroppo, finiscono vittime dei soldati occidentali tanto quanto dei terroristi o dei miliziani. Il compito dei paesi occidentali è pertanto molto più difficile di quello che appare e, purtroppo, non sarà risolto in tempi brevi. L’obiettivo dovrà essere, gradualmente, formare un dialogo con chi è più ricettivo, in maniera tale da coinvolgere tutti gli altri. È un processo lungo, difficilissimo, ma solo così potremo evitare di creare sempre più odio e guerra. Paradossalmente, viene quasi da dire che era proprio Saddam Hussein a mantenere calme le acque in Iraq! Il fatto è che questi paesi non sono ancora pronti alla democrazia. Per questo, il processo è così lungo e deve basarsi su una educazione attraverso le generazioni. Se invece stiamo a bombardare perché piace farlo o perché si cerca un “nemico comune”, allora continueremo a subire le conseguenze anche noi. Tanto, possiamo abbattere Bin Laden, possiamo abbattere l’Isis, ma domani sarà qualcos’altro. Anzi, sicuramente sarà qualcos’altro.

Forse, potrei sembrare pessimista a descrivere lo scenario. Non è così. Quello che ho scritto sul Vicino Oriente serve per far capire che è un quadro complesso, veramente molto complesso, ma è dalla comprensione di esso che si può intervenire correttamente. Come possono avvenire il dialogo e l’educazione? Ci sono vari mezzi e questo spetta ai politici, se si decidessero a voler sapere cosa davvero accade. E no, non sono contrario in senso assoluto alle armi. Ma, semplicemente, le armi devono essere usate se strettamente necessarie e valutando in che contesto usarle. Indubbiamente, occorre schierarsi apertamente dalla parte dei normali civili, affinché non passino tra le fila di terroristi o miliziani. Il problema è che, dagli attacchi degli “alleati”, ci rimettono pure loro perché vengono confusi con qualunque altro terrorista o perché tanto sono tutti uguali e vanno tutti ammazzati. Purtroppo, quest’ultimo ragionamento è tipico. E quando questo ragionamento è seguito dai soldati che vanno su quel fronte, è ancora peggio e la vedo sempre più dura sistemare qualcosa. Sono civili che poi svilupperanno odio, diventeranno terroristi e faranno qualche attentato in Europa. In pratica, siamo anche noi occidentali che foraggiamo i terroristi. Brutto da dire, politicamente scorretto e sicuramente gli islamofobi si risentiranno. È anche così (ma non solo, chiaro!) che i terroristi fanno proseliti, ci puntano spietatamente e ci marciano trionfanti. Provate a mettervi nei panni di un normalissimo civile a cui viene ammazzata la famiglia da un americano per cui tutti gli islamici sono uguali e cattivi. Un conto è l’incompatibilità e quindi ognuno per conto suo, un altro andare lì ad ammazzare gli innocenti! Un esempio di come sia intricata la situazione del Vicino Oriente è l’annuncio di Trump di voler ritirare le truppe. I pacifisti rimarranno confusi da una scelta controintuiva per un personaggio così violento, misogino e megalomane. In realtà, senza le truppe americane nel Vicino Oriente, si lascerebbe campo libero ai terroristi, con il rischio di provocare una guerra ben peggiore. Stati Uniti e Russia detengono il 90% delle armi nucleari nel mondo e ognuno ha i suoi interessi in quelle regioni. Oggigiorno, come spiego anche nell’articolo sulla Siria, le guerre fra le potenze più grandi non sono combattute in occidente, ma nei paesi più poveri o tramite dazi e minacce. Leggete anche quello che ho scritto sulla Siria e capirete meglio. La prova che quanto detto non è fantasia? L’attacco della Turchia ai curdi, avvenuto proprio in seguito al ritiro dei soldati americani. E i terroristi dell’Isis, guarda un po’, sono fuggiti dalle prigioni! Ora i russi dovrebbero essere gli eroi della situazione, cioè quelli che hanno attaccato l’Ucraina nella guerra del Donbass…

Un razzismo ambivalente

Ricordiamo che i cattivi, in queste vicende, non sono mai solo da una parte. Vedi quanto accaduto con la chiusura delle moschee in Austria. È evidente che il terrorismo stia diventando un alibi per promuovere idee di razzismo e xenofobia. Nell’episodio, però, c’entrava la Turchia. Chi nega l’intento quasi neo-nazista dell’austriaco Kurz non si sta accorgendo di quello che accade. Ma vorrei ricordare che la Turchia discrimina sistematicamente i curdi e non ha ancora riconosciuto di aver commesso il genocidio armeno.

Alla fine, sono sempre i normali civili a pagare le conseguenze di questa guerra. Pagano i locali a causa del terrorismo, dei miliziani e degli attacchi degli occidentali. E paghiamo noi europei con le vittime degli attentati. La cosa più ragionevole da fare è:

intervenire nelle zone lasciate libere, con il fine di educare le popolazioni locali a rispettarsi, attraverso un graduale (ma non impositivo) processo di acculturamento.

Non è facile, ma sicuramente, a meno che non ci siano di mezzo i terroristi che vanno combattuti, è sbagliato schierarsi a prescindere da una parte. Gli USA ne sanno qualcosa. Hanno sostenuto i talebani contro la Russia durante la guerra fredda e, in seguito, hanno dovuto combattere i talebani stessi. L’obiettivo, nel lungo periodo, sarà “contagiare” sempre più persone ad abbandonare le rivalità e le guerre. L’approccio non dev’essere mai di imposizione ma, appunto, costruttivo e acculturante. Anche se è difficile, non è un obbiettivo impossibile. In alcune zone di Israele, dove non è sentita la politica classica, ci sono già israeliani e palestinesi che collaborano insieme per difendere le risorse locali. Sono luoghi di nicchia, ma vanno presi come esempio per espanderli.

Israele, pochi km e tante differenze

Un esempio che si può fare per capire quanto sia intricata la questione è Israele. Forse alcuni penseranno che Israele è un popolo ebreo in lotta contro i palestinesi. Ma questa visione è riduttiva, per non dire sbagliata. Il discorso è molto più complesso. Prendiamo due città israeliane: Gerusalemme e Tel Aviv. Premesso che Israele non ha una vera capitale riconosciuta e che Tel Aviv lo è stata ufficialmente a fine anni ’40 del novecento, la distanza tra le due città è di 60 km circa. Eppure, in 60 km abbiamo una differenza sociale e culturale abissale. Lo dimostrano le elezioni del 2019. Mentre Gerusalemme ha visto il trionfo della destra, a Tel Aviv ha trionfato la sinistra di Gantz. Tel Aviv è una città vivace, intellettuale, dove i giovani vogliono decidere le sorti del loro futuro. Se a Gerusalemme un omosessuale può essere preso a sassate da un fanatico religioso (anche ebreo!), a Tel Aviv è meno probabile. La stessa cosa vale per Haifa, città multietnica, con diversi eventi culturali e artistici. Non a caso, esiste il detto:

“A Gerusalemme si prega, a Tel Aviv ci si diverte e ad Haifa si lavora”.

E stiamo parlando di pochi km di differenza, non di paesi diversi o migliaia di km. Il Vicino Oriente è una polveriera, in cui tra confini brevi trovi mondi completamente diversi.

Evitare le forme di colonialismo

Quando si vogliono aiutare i paesi che hanno certe difficoltà, bisogna evitare di avere un approccio colonialista. Non scandalizzatevi, non è un’esagerazione. Capita, per imprinting educativo, più facilmente di quello che si crede. È per questo che, nell’articolo sull’immigrazione, ho raccontato la storia degli Hutu e dei Tutsi in Ruanda e di Abiy Ahmed Ali in Etiopia. Andatelo a leggere e vi sarà tutto più chiaro.

Per spiegare cosa intendo, basti pensare alla tribù degli Emberà, nel Darién, una regione tra Panama e Colombia. Gli Emberà non vengono trattati come dei selvaggi da convertire. Prendono dalla società “civilizzata” quello che ritengono utile, come la lingua e i motori per le barche. Al contempo, vengono rispettati per il loro desiderio di vivere nella giungla dove, secondo le usanze locali, possono ritrovarsi tutti insieme, senza separazioni. Aiutare vuol dire mettersi alla pari, senza guardare dall’alto verso il basso (vedi sulla malattia di essere giudici della società).

La follia della disperazione

Da quanto detto, possiamo far uscire una parola: disperazione. Questa è gente che soffre davvero, in contrasto ai cosiddetti “migranti economici” di cui ci lamentiamo spesso (e non a torto). E, per sperare di essere libera, passa da un comandante a un altro. Non sanno nemmeno loro con chi stare, chi è il buono o il cattivo. Ora sei tu il buono, domani sei tu il cattivo. E avanti così. Disperazione, appunto. E quando uno è disperato, può anche arrivare a scegliere male, vedi appunto chi si schiera con i terroristi. Purtroppo, la disperazione di questi popoli viene interpretata male dall’occidente. Da un lato, c’è chi vuole accogliere tutti indiscriminatamente, non capendo che l’incompatibilità con l’Islam c’è. Dall’altro lato, il tipico razzista che deve solo ringraziare di essere nato qui e non merita neanche di essere considerato un essere umano. Io propongo una solidarietà sociale che arrivi ad aiutare direttamente i paesi deboli o in difficoltà, senza che ci sia accoglienza indiscriminata ma nemmeno lasciandoli abbandonati a morire a causa della guerra. Chi scappa dalla guerra nei paesi del Vicino Oriente è islamico e quindi è incompatibile con i paesi occidentali? Va bene, allora possiamo rilocarli in paesi dove non c’è la guerra e possono mantenere la loro religione. Ma è dovere dei paesi occidentali agire a difesa dei più deboli, indirizzandoli verso la strada giusta senza buonismi così come senza il razzismo delle frangi estremiste.

Attualmente, nessun paese tra quelli potenti a livello mondiale attua questa soluzione della solidarietà sociale. È più probabile che l’area del Vicino Oriente interessi da un mero punto di vista geopolitico (in cui sono coinvolti anche alcuni paesi islamici “esterni”), cioè di fatto è una variante del colonialismo di una volta. Tant’è vero che l’Africa non interessa più come secoli fa e nel Vicino Oriente c’è pur sempre il petrolio.

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