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Pantani, il grande ciclista e l’uomo debole

Ho aspettato un po’, prima di scrivere questo articolo, per poter riflettere bene e trasmettere nel modo giusto l’esperienza. Il 14 febbraio per tanta gente è San Valentino, la “festa degli innamorati”, giorno in cui ci si scambia scatole di cioccolatini e regali in una delle tante trovate di business e di apparenza che ci riserva la società. Beffardamente, il 14 febbraio è anche il giorno in cui è morto Marco Pantani nel 2004, come se fosse una specie di scherzo, come a dire che lui non riceveva più quell’amore di un tempo dal ciclismo e, direi, dalla vita. Quel giorno era una domenica. Non avevo ancora internet per informarmi. Aprii quindi il televideo e lessi la notizia. Ero rimasto shockato, ma allo stesso tempo non ero nemmeno tanto sorpreso. Quel giorno non era morto solo Pantani, ma per me era morto il ciclismo come l’avevo amato anche se avrei praticato questo sport per ancora diversi anni. Ma le cose stavano cambiando già da prima, con le polemiche riguardo al doping, i controlli a sorpresa nel cuore della notte all’indomani di una tappa, in un contesto dove il ciclismo sembrava giusto una cornice. E in tale contesto, ci andò di mezzo proprio Marco che, ancora beffardamente, non è mai stato dopato! Infatti, Pantani fu temporaneamente squalificato per un livello di ematocrito troppo alto a scopo cautelare, per la sua salute, non per doping! In seguito, abbiamo tutti scoperto che qualcosa è successo in quelle analisi sull’ematocrito, ma ovviamente il reato è caduto in prescrizione e le prove rimangono pur sempre circostanziali (vedi “Il fallimento della giustizia italiana” e “Legge e giustizia non sono la stessa cosa!“). Sappiamo invece con certezza quali dei suoi avversari facevano sistematicamente uso di doping. Uno era americano, battuto proprio dal Pirata, un testimonial perfetto dopo aver sconfitto un tumore, serio e diligente, professionale. A me puzzava di marcio ancor prima di scoprire le frodi che ha compiuto, non per altro perché, con quell’aria seriosa e fin troppo “scientifica”, era troppo perfetto per essere realmente tale. Eppure i media e il mondo del ciclismo si accanirono contro Marco, che pian piano crollò sempre di più fino al tragico finale. Mamma Tonina ancora oggi combatte contro chi, forse nemmeno lei sa chi esattamente, a sua detta ha ammazzato suo figlio. Per certi versi, ha ragione lei. Siamo abituati a crearci quotidianamente un nuovo mito e ancora più in fretta lo distruggiamo. Spesso non conta chi si è, ma quello che si appare e quello che vende di più. E indubbiamente, la figura di Pantani a qualcuno faceva decisamente scomodo.

“Quando questo ragazzo scatta non ce n’è per nessuno” sentenziava Adriano De Zan. Questa frase spiega parecchio del carattere di Marco. Marco aveva quell’aria da incosciente, ma che in realtà nascondeva un gran talento. Perché a lui fregava relativamente di chi fosse il suo avversario. L’avversario era solo un modo per battere i suoi stessi limiti. Erano le sue “lepri”, come si direbbe nel gergo della corsa. Marco vinceva non perché ricercava ossessivamente la vittoria, ma perché voleva andare il più forte possibile, senza mai risparmiarsi. E accettava anche di perdere, ma mai senza averci provato. E vinceva anche perché aveva imparato a rialzarsi dopo essere stato ultimo, basta vedere gli infortuni gravissimi che ha più volte subito in tutta la sua vita. Marco rappresentava un ciclismo genuino, legato alla sua terra e al profumo delle piadine, al pedalare per il puro gusto di farlo e di mettersi alla prova con quella spensieratezza di chi forse neanche sapeva di essere nella vetrina internazionale del Tour o del Giro. Lui sapeva rimanere estraniato da tutto questo. A lui interessava pedalare, non essere in vetrina, non arrivare alla corsa a tappe perché aveva uno stipendio e tutto il mondo era lì a guardare aspettandosi un corridore atteggiato, serio, che insomma sta lavorando. Già all’epoca Marco c’entrava poco con quel tipo di sport business e mafioso, e ancora meno c’entrerebbe oggi (vedi “Il calcio di una volta che non c’è più“).

Un uomo incapace di vivere

Sfortunatamente per mamma Tonina, bisogna però anche considerare le lacune esistenziali di Marco. Era innegabilmente un grandissimo sportivo e nessuno nega che è stato vergognoso il modo in cui è stato linciato, perseguito e umiliato. Ma ora che non ho più 14 anni, e ne ho 30 compiuti, sinceramente mi domando: si è rialzato nei momenti più negativi della sua vita ed è tornato a vincere, dunque perché, da quel famoso giorno di Madonna di Campiglio, non ha reagito se non solo a sprazzi? Perché, anche quando aveva forma (ad Armstrong deve ancora bruciare di aver creato tutti quegli inganni e di essere stato lo stesso battuto, altro che averlo lasciato vincere!), si buttava nuovamente giù. Sostanzialmente, ho rilevato due personalità critiche in tutto questo susseguirsi di eventi drammatici: quella inibita e quella debole. Marco era inibito perché non accettava di essere dipinto come un dopato. Ne provava vergogna, una vergogna così eccessiva che lo ha fatto entrare in depressione, fino al consumo di cocaina e alla morte. Per lui, aveva poca importanza il fatto che fosse perfettamente consapevole di non essere dopato (e anche noi lo sappiamo!). Per lui, contava il fatto che comunque la gente ormai lo dipingeva come defraudatore, al pari di chi ruba i soldi ai pensionati. Si era assuefatto alla sua medesima leggenda, leggenda che si era andato a cercare e che gli altri gli avevano riconosciuto per poi buttarlo giù dall’altare e diffamarlo. Ed era debole perché tanti altri ciclisti sono stati squalificati per vero doping, ma hanno saputo riscattarsi e dimostrare che sanno vincere anche senza doping come Contador (vedi l’incredibile e tiratissima tappa della Vuelta 2016 dove lo spagnolo ha fatto vedere a tutti cosa vuol dire scattare senza risparmiarsi e lasciare tutti indietro). Ma lui no, non ha saputo “inspiegabilmente” reagire. Possibile che mamma Tonina non abbia considerato questo aspetto? Troppo facile accanirsi, seppur comprensibilmente, contro chi ha demolito umanamente suo figlio, rendendosi cieca sulla condizione di Marco a cui bastava tendere una mano e aiutarlo nelle sue difficoltà. Mano che invece non gli è stata tesa né da lei e né da tutti gli altri che gli stavano intorno, e molta di questa gente se n’è approfittata. Posso comprendere il dolore di mamma Tonina come madre, ma forse per lei è ancora più doloroso realizzare che anche lei ha mancato di tendere quella mano a Marco. E proprio essendo lei madre sono convinto che, dentro di sé, si senta in colpa proprio a tal punto da cercare riscatto proseguendo una guerra che non vincerà mai perché, alla fine, è stato pur sempre Marco a premere il grilletto contro di sé. Marco è uno che mi ha fatto appassionare e amare il ciclismo e, ancora oggi, non ho mai trovato nessun ciclista capace di emozionarmi allo stesso modo. Ma occorre anche ammettere che, umanamente, è stato un perdente, perché altrimenti non sarebbe finito in quell’hotel in preda a quell’agghiacciante psicosi dovuta all’uso di cocaina (è per questo che la stanza del residence era così assurdamente rivoltata come un’uragano). Nessuna pietà in questo senso. Marco è stato un leggendario campione, vittima degli avvoltoi intorno a lui, dello stesso mondo del ciclismo a cui aveva dato e da cui aveva ricevuto. Ma è stato anche egli stesso vittima e carnefice di se stesso, incapace di rialzarsi a causa dei suoi lati caratteriali critici.

Gli insegnamenti

Nonostante sia così duro con lui per la fine che ha fatto (sarebbe sciocco compatirlo in questo), non posso negare che Marco mi abbia insegnato molto della vita, nel bene e nel male. Se ho imparato a coltivare i miei oggetti d’amore dando tutto me stesso, traendo gratificazione dalla fatica proprio come faceva Marco quando saliva sulla sella e staccava tutti, è sicuramente anche merito suo. Ogni ragazzino tende ad avere un idolo e a cercare di emularlo. Io avevo Marco come idolo sportivo. Perché non mi importa se non sono un campione, se non primeggio, a me basta semplicemente dare tutto me stesso e imparare a rialzarmi ogni volta in cui cado, senza deprimermi se arrivo ultimo sapendo che, per arrivare a vincere, si parte sempre da ultimi. E nel realizzare tutto questo, Marco mi ha fatto da esempio. Ma ho anche imparato che, quando gli altri vogliono abbatterti, anziché distruggersi come Marco, bisogna continuare a lottare, mantenere la propria dignità, coltivare la capacità di amare e rimanere distaccati da giudizi di chi non ha di certo l’interesse a farti del bene e a migliorarti. È il senso dello spirito critico. Se volete sapere meglio perché, nonostante dica che Pantani è stato incapace di vivere, lo ringrazio per gli insegnamenti, leggete questo articolo. Voglio dire, non fermatevi solo a un aspetto della storia!

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