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So’ ragazzi… dementi!

Ieri è stata la serata di Halloween e sono uscito ad allenarmi per delle ripetute perché era il giorno già prefissato. Qualcuno immaginerà Halloween stile all’americana, con i bambini che escono di casa travestiti per fare “dolcetto o scherzetto”. Purtroppo le cose stanno diversamente e mi chiedo sempre più spesso quale “destino” abbia il nostro paese. A Modena tre ragazzini minorenni, con la scusa del “dolcetto o scherzetto”, hanno compiuto un furto domestico. Nel mio paese invece sembrava di stare peggio che nei quartieri malfamati di Milano, Roma o Napoli. La cosa è che, appunto, non stiamo parlando di delinquenti stile serial killer, spacciatori o stupratori, ma di ragazzini minorenni, spesso delle scuole medie. 13enni che vanno in giro a rompere bottiglie di birra facendo rischiare agli automobilisti di forare o che non si fanno problemi a scoppiarti un petardo in faccia. E se ammazzano qualcuno, hanno anche il coraggio di dire che è stato uno scherzo. Mi è venuto spontaneo pensare che è tutta marmaglia da mandare a zappare, ma sfortunatamente sono così decerebrati che non sanno neanche cosa sia una zappa. E i genitori dove sono in tutto questo? “Ma sono ragazzi!” Ecco, questa è la tipica risposta che mi sento ripetere. Ma sarà anche perché i genitori di adesso sono quelli più o meno della mia età e che hanno fatto i ribelli tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90. E che pertanto trasmettono la parte peggiore di questa ribellione ai ragazzini di oggi, questi ultimi che poi finiscono per andare in giro da arroganti e deturpando o facendo bullismo, senza avere rispetto per niente e nessuno. Ecco, sicuramente la responsabilità è dei genitori (vedi l’articolo “I bisogni di un figlio e come educarlo“). Gente che dovrebbe aver trasformato la ribellione dell’epoca in un comportamento adulto e maturo, e che invece va in giro con “bigiotteria” da 4 soldi per illudersi di avere ancora 20 anni. Per carità, di per sé nel tatuarsi o nel fare la tinta non c’è nessun male, anzi, i tatuaggi possono davvero essere una forma d’arte. Il problema sta nel come tutto questo viene assimilato, cioè come un pacchiano e ridicolo tentativo di nascondere le rughe dietro chili di trucco. E quindi, alla fine, che messaggi trasmettono ai loro figli? Genitori sbandati e col cervello bacato, figli sbandati e con il cervello bacato. È la stessa cosa che ho spiegato anche sul binge drinking nell’articolo sui danni dell’alcol.

Tuttavia, nonostante la responsabilità dei genitori sia chiara, è anche un errore continuare con questa scusa del “sono ragazzi”. Vedi anche quello che ho scritto nell’articolo “Untori, baby gang e “giornalismo” demenziale“. Nell’articolo appena linkato, spiego che comunque ci sono altri meccanismi, ad esempio la sociopatia, che è più comune di quello che si crede. Il punto è: ma ragazzi che? Hanno 12 anni, alcuni di loro 17 e altri sono appena maggiorenni. Quindi il cervello di capire le cose ce l’hanno! Hanno una testa e sanno bene quello che fanno, ma semplicemente non gliene frega nulla perché così sono stati “educati”. “Educati”, cioè ineducati, a poter fare tutto quello che pare, a non avere rispetto, e a passarla liscia perché “sono ragazzi”. Sì, e poi quando cresceranno diventeranno nel migliore dei casi i tipici neet. Saranno i fannulloni della prossima generazione e faranno andare ancora di più allo sbando il nostro paese. Ci sono dei ragazzini veramente molto stupidi in giro e che vanno praticamente fieri di essere dei totali analfabeti o di non sapere le tabelline, di essere ignoranti in matematica. Nel peggiore dei casi il petardo scoppiato per “divertimento” diventa criminalità più grave. Il petardo diventerà la pistola, la bottiglia rotta per strada diventerà lo stupro. Tutte forme di eccesso di una situazione che è già grave e problematica alla radice. E allora smettiamola, per favore, con l’alibi del “sono ragazzi”. E se pensate che sia eccessivo parlare di fenomeni come lo stupro, beh, aggiornatevi sui fatti di cronaca. Andate a vedervi l’episodio dei turisti polacchi, dove lui è stato malmenato e lei stuprata. Episodio in cui questi ragazzini, non ancora soddisfatti delle loro gesta, hanno violentato anche un trans peruviano. Erano ragazzini, appunto. E per favore, non fatene una questione di stranieri o immigrati, perché se uno non ha imparato il rispetto e la civiltà non l’ha imparato nemmeno se è italiano e infatti la realtà testimonia che sia italiani che stranieri hanno gravi lacune di rispetto e civiltà. Troppo facile dare sempre la colpa allo straniero, cioè la stessa cosa che i nazisti facevano con gli ebrei. I ragazzini che a Roma hanno massacrato un bengalese erano italianissimi, non zingari o romeni. E però, appunto, sempre ragazzini! E che dire delle baby gang? Un’espressione che vuole quasi raddolcire, come a dire sempre che “so’ ragazzi”. Eh no, sono minorenni, sì, ma sono anche criminali e come tali vanno trattati! Che abbiano 15 anni, non cambia assolutamente nulla, perché la ferocia è la stessa degli adulti. Un 15enne che ha il “coraggio” di accoltellare chi è più grande per un cellulare (vedi l’episodio a Napoli di dicembre 2017) non è un bambino che fa la marachella, ma un criminale a tutti gli effetti. E no, le baby gang non sono prerogativa solo del sud, vedi l’episodio della madre aggredita davanti al figlio avvenuto a Grugliasco (provincia di Torino). La “colpa” della donna? Aver detto ai ragazzini di non essere scurrili! Il fenomeno è molto grave, e non deve essere minimizzato. Impariamo a responsabilizzare questi ragazzini. Trattiamoli da adulti, non da incapaci di intendere e di volere. Mettiamoli di fronte alle conseguenze dei loro gesti. Altrimenti andremo sempre, e sempre di più allo sbando. Un ragazzino di 13 o 17 anni sa distinguere il bene dal male. Quando compie un crimine, sa benissimo cosa sta facendo, che sia anche “solo” rubare. Non è un handicappato mentale! È perfettamente dotato della facoltà di intendere e volere. Non stiamo parlando di uno schizofrenico che ha perso le medicine o a cui le medicine non fanno effetto (può succedere). Stiamo parlando di chi non viene mai responsabilizzato per i suoi gravi gesti. È assurdo che un ragazzino che brutalmente dà alle fiamme, stupra o picchia una persona venga considerato come uno che ha solo fatto una marachella. No, non ci siamo.

Il passo dei genitori

Il primo passo sta nei genitori. Sono loro che per primi devono capire che stanno completamente sbagliando con i loro figli. Ah no, dimenticavo. Dimenticavo che da “madri” che si preoccupano di più di andare a farsi la tinta e spettegolare c’è poca maturità da aspettarsi. Così come da questi “padri” che all’epoca erano loro stessi i bulletti o razzisti della scuola. I ragazzini di oggi non hanno fatto altro, se non imparare dai genitori facendo “meglio”. Mi ricordo perfettamente com’erano i miei coetanei. È vero che non c’era ancora il cellulare e si poteva giocare all’aperto trovando un po’ tutti in giro. Non era ancora la vera epoca dei fannulloni senza passioni né nulla. Ma c’era anche una parte marcia che stava “emergendo” in modo preoccupante. L’auspicio è che i genitori che hanno davvero a cuore i loro figli agiscano e si confrontino a vicenda e con gli insegnanti per venirne fuori. Ma non riesco ad essere ottimista, perché spesso chi ha un figlio che sta prendendo cattive strade fin da ragazzino risponde con le tipiche frasi da risentimento, come ad esempio “mio figlio è un bravo ragazzo, “io so cos’è bene per mio figlio”. E tutti gli altri genitori sembrano invece così impotenti, o magari si ritrovano a dover piangere il figlio perché un coetaneo l’ha accoltellato per un cellulare. Vero, non tutti i genitori sono i bulli dell’epoca che trasmettono i loro “insegnamenti” ai figli. Molti genitori sono assenti e non si accorgono di quello che fanno i figli, chi frequentano. Ma allora, che cosa ci stanno a fare? Il lavoro non può essere un alibi. Chi fa il genitore deve saper essere presente, fa parte del suo ruolo. Alcuni di questi genitori si svegliano come d’improvviso, ritrovandosi in un incubo reale e drammatico. Ammettono i loro sbagli, ma ormai il danno è stato fatto. E ammettere di aver sbagliato non cambierà il peso di avere un figlio criminale o assassino. Sì, purtroppo sono pessimista quando si tratta di questi argomenti, ma per me è più realismo che pessimismo quando vedo la media della popolazione. È veramente difficile cambiare qualcosa che nella società è così radicata ed epidemica. Una cosa che però so è che comunque tutto questo di certo non cambierà il tempo che ho da dedicare a ciò che amo, perché probabilmente, giunti a questi livelli, il paese è spacciato e non mi riguarda più.

Una scuola senza valori

Scherzi… da dementi!

Facendo zapping in TV dopo un allenamento, per curiosare un po’ su quello che passano i canali (vedi “Abolire la TV?“), mi sono fermato su “Le iene”. E facevano uno scherzo al “baffo” delle televendite (Roberto Da Crema), facendolo rilassare da un finto barbiere e tagliandogli la barba mentre era in una specie di trance, quindi senza che se ne accorgesse e lo sapesse. Sono rimasto assai sconcertato da questa cosa, perché per loro era uno “scherzo”, condito pure da risate preregistrate in sottofondo. Bah, a mio parere questi programmi sono il lato spazzatura della televisione. Ci vuole coraggio a chiamarlo “scherzo”, e giustamente il “baffo” si è incazzato di brutto. E loro che continuavano con “ma è uno scherzo!” Assurdo. Chi reputa tutto questo normale ha dei seri problemi e probabilmente considera solo una goliardata i tipici atti di bullismo a scuola o quando fanno le foto alle ragazze negli spogliatoi per pubblicarle in rete.

Programmi come “Le iene”, “Striscia la notizia”, “Scherzi a parte”, “Paperissima” ecc sono quanto di più penoso ci sia sui teleschermi. Non si capisce perché si dovrebbe chiamare intrattenimento dei programmi basati sul ridere vedendo gente che cade e si fa male o facendo “scherzi” che sono decisamente di cattivo gusto. Non si capisce perché si dovrebbe chiamare giornalismo un programma come “Striscia la notizia” dove il linciaggio è la filosofia del programma. Sono tutti programmi che non sono affatto interessati alla giustizia, ma a istigare il lato peggiore, quello violento e becero, del popolo. Non educano la gente ad attivarsi per migliorare la società, ma sono una valvola di sfogo alla rabbia, al linciaggio, alla gelosia. Perché è facile prendersela con i politici, ma quando vanno a dare del truffatore a fisici o scienziati perché evidentemente Staffelli dormiva nell’ora di scienze, beh, ti rendi conto di quanto la gente media sia scarsa. Sì, perché comunque, se esiste ancora questa robaccia, è perché purtroppo la gente la gradisce. È inutile fare campagne contro il bullismo se poi la gente ride su “Paperissima” o mentre tagliano mezzo baffo al “baffo”. Per carità, il “baffo” esprime tutt’altro che una figura equilibrata, ma che bisogno c’è di divertirsi facendogli dei veri e propri atti di bullismo? Non ci siamo, quando mi capita di incrociare questi programmi girando per i canali rimango sconcertato.

Se anche voi trovate divertenti e di interesse culturale certi “programmi” (e ora uso le virgolette perché definirli programmi veri è un complimento immeritato), meditate. Chi ama conoscere e informarsi non guarda queste porcherie. Guardatevi un bel documentario o leggete un buon libro di storia o di fisica. Gli scherzi? Ma mi sa che la gente non sa nemmeno il significato delle parole. Ritengo che chi non sa essere ironico e autoironico non sia una persona costruttiva e positiva. Ma lo scherzo si basa su un gesto che prende in giro, sì, ma simpatico e divertente. Scambiarlo per bullismo vuol dire o non sapere l’italiano o essere dei dementi! È lo stesso discorso di Charlie Hebdo. Ovvio che il terrorismo sia inqualificabile, ma chi all’epoca pubblicava la bandiera francese non si era accorto che quelle schifezze erano tutt’altro che satira? Se ne sono accorti solo quando le vignette disgustose le hanno pubblicate sugli italiani? L’insulto e la mancanza di rispetto non sono satira. Così come gli scherzi fatti da “Le iene” non sono scherzi, ma atti di bullismo.

Chris McCandless e i suoi emulatori sbandati

Il personaggio di Chris McCandless a molti non dirà nulla, mentre altri lo avranno sentito con il celebre film di Sean Penn e la meravigliosa colonna sonora di Eddie Vedder. Negli ultimi anni, sono in tanti a intraprendere le medesime gesta, ma sinceramente tutto questo è ormai diventato stucchevole e il messaggio di base è andato perduto, sempre ammesso che qualcuno lo abbia realmente compreso. Stufo dopo l’ennesimo racconto dell’ennesimo soggetto incapace di vivere che tenta di emulare “l’originale” McCandless, ho deciso di scrivere questo articolo per dire onestamente quello che penso a riguardo.

Chi è Chris McCandless

Partiamo dal principio. Per capire il discorso, è necessario sapere chi è Chris McCandless. Chris è nato il 12 febbraio del 1968, a El Segundo, in California. Nel novembre del 2014, la sorella Chris, ovvero Carine, fa uscire un libro intitolato Into the Wild Truth. In questo libro, Carine descrive bene diversi fatti risalenti all’infanzia dei due, evidenziando come Chris fosse già molto sensibile ai problemi familiari e nei confronti di una società che non lo rispecchiava. I genitori di Chris e Carine hanno contestato il libro, tuttavia, qualunque sia la verità su molti fatti descritti, risulta ben chiara l’insofferenza di Chris verso molti meccanismi di un’umanità alla deriva. Per colmare tutta questa insofferenza, sentendosi stretto nel vivere quotidiano, Chris decise di abbandonare tutto e partire viaggiando dopo aver preso una laurea in Storia e Antropologia, per altro con una media universitaria alta. Donò i suoi 24 mila dollari e iniziò quindi a viaggiare con lo pseudonimo di Alexander Supertramp. Sfortunatamente, a causa di un incidente fi costretto ad abbandonare la sua Datsun gialla B210 del 1982, una vecchia macchina a cui era però molto legato. Si mise a fare l’autostop e attraversò in lungo e in largo gli Stati Uniti occidentali e arrivò persino in Messico. Le sue compagnie erano le persone che incontrava man mano e i libri di Tolstoj, London e Thoreau. La sua ultima sfida fu in Alaska, dove morì in circostanze non ancora completamente chiarite ma si pensa a causa di una neurotossina contenuta in alcuni semi che lo paralizzò lentamente. La sua “tomba” fu un vecchio autobus abbandonato, soprannominato Magic Bus.

Piccoli uomini apparenti

Alla base dell’intento di Chris c’era il desiderio di riscoprire la vita nella sua più profonda essenza ed essenzialità. La sua famiglia era benestante e lui era un ragazzo molto intelligente. Aveva davanti un futuro, potremmo dire, roseo, di successo. Eppure Chris preferì mollare tutto, lasciarsi dietro le sicurezze della vita quotidiana per ricercare l’avventura quotidiana. Il suo modello di vita era semplice. Non gli serviva la ricchezza, e non gli serviva il matrimonio come condizioni necessarie alla felicità. Gli bastava vivere con poche cose, con i suoi libri, a contatto con la natura e incontrando gente con cui ricavare uno scambio reciproco sulla vita, basato sul capire il mondo. Ma come spesso accade, da un messaggio lodevole per molti nasce il fanatismo. Infatti il Magic Bus è preso d’assalto da gente in pellegrinaggio, neanche fosse La Mecca o la tomba di Gesù Cristo. Tutti cercano di fare come lui. Prendono, partono e viaggiano, ma la verità è che si illudono soltanto di essere come il “vero” McCandless. Questo perché, alla base di chi lo vuole emulare, ci sono due personalità critiche:

1) vogliono apparire e diventare famosi;
2) lo fanno per sentirsi vivi e di avere uno scopo.

Naturalmente le due personalità critiche non sono sempre presenti contemporaneamente, ma molto spesso lo sono: è sempre assenza di equilibrio. Di per sé, non c’è nessun male nel viaggiare. Anzi, è bello che oggigiorno sia diventato facile prendere un aereo a basso costo e raggiungere Londra in meno di 5 ore. Il viaggio offre indubbiamente esperienze, emozioni e sentimenti che ti lasciano qualcosa di straordinario. Ti offre insegnamenti che ti porti dietro per tutta la vita. Ma chi parte cercando di diventare McCandless in che reali motivazioni pone il suo viaggio? Si parla di contatto con la natura e gli animali, di scoprire le origini del mondo. Altri parlano addirittura della sensazione di fame e di sperimentare cosa significa lottare per sopravvivere. Beh, detto sinceramente,

c’è bisogno di fare gli sbandati per scoprire tutte queste cose?

La fame, poi? È un viaggio spirituale o masochismo? Se fosse veramente qualcosa di spirituale, atto a scoprire se stessi, le proprie potenzialità, per avere consapevolezza di sé, che bisogno c’è allora di documentare tutto tramite Facebook e video da mettere in condivisione?

Quindi, fammi capire, tu parti camminando per 900 km e ti consideri un eroe, mentre chi rimane a casa ad amare la propria famiglia è un idiota che non ha ancora scoperto il mondo? Che bisogno c’è di scappare via per scoprire valori come la semplicità e l’armonia con il mondo e la natura? E, appunto, è necessario doverlo per forza condividere in mondovisione affinché tutti sappiano che sei un grande, un eroe? Mi spiace, ma io questa gente non la applaudo affatto. Notate la differenza tra il comportamento di McCandless e chi lo emula.

McCandless viveva un disagio, ma aveva una sua personalità, una sua autostima, e aveva ben chiaro cosa desiderava. Chi lo emula e sente questo impellente bisogno di farlo sapere a tutti, invece, sfrutta il viaggio come mezzo per identificarsi e sentire di avere uno scopo, di essere forte e per mettersi in mostra davanti agli altri.

Imparate a capire questa fondamentale differenza. Diciamoci la verità, uno può professare i più grandi valori etici ed esistenziali, ma già quando pensi a dover aggiornare su Facebook perché tutti vedano quello che stai facendo ti svaluti da solo per definizione. Il viaggio non deve servire per poterlo sbandierare al mondo intero, ma come oggetto d’amore o passione per imparare qualcosa di nuovo, per trarre esperienza. Non va invece usato come mezzo per guadagnare un’autostima che alla base non c’è! Il viaggio va visto come mezzo per arricchire e mettere alla prova la propria capacità di amare e di apprezzare il mondo nelle sue innumerevoli sfumature e diversità, non come mezzo per avere uno scopo che nella vita di tutti i giorni non c’è. Non serve fare mega imprese per selve e deserti per apprezzare la solitudine, la pace, la serenità, la natura. Così, anzi, si dimostra di non aver capito nulla del mondo. Si rivela una personalità debole, fobica, quando invece i problemi vanno affrontati. Non a caso, McCandless ha pagato la sua incoscienza nella sua sfida in Alaska trovando drammaticamente la morte nel Magic Bus.

La perduta positività del viaggio

Sicuramente, è una cosa positiva che viaggiare sia diventato alla portata di tutti, oggigiorno. Mi ricordo quando ho fatto i miei primi viaggi negli anni ’90, quando attraversare l’Atlantico in aereo era ancora per pochi. È bene che le frontiere cadano e che si prenda quello che di positivo arriva da altre terre e da altre culture. Purtroppo, dall’altro lato per molti il viaggio è un’altra moda che serve all’affermazione di sé, per apparire davanti a chi ancora “non può” o non ha il coraggio o, semplicemente, ha altre cose da amare. La mia passione per il viaggio risale ai tempi della mia infanzia. Non ho l’esperienza di chi un mese è in Cina e quello dopo in Amazzonia, ma qualcosa l’ho imparata anche io. E si può pensare che, quando leggo di un novello McCandless, provi stima. In realtà fatico anche a provare compassione per persone che della vita hanno capito poco e hanno bisogno di fuggire per ritrovare se stesse. Come uomini, non li trovo affatto “grandi”, ma decisamente piccoli e apparenti.

Sono sicuro che in tanti concorderanno con la mia opinione. Altri che vogliono seguire le orme del loro sommo maestro me ne diranno contro e si risentiranno. Amen, è quello che mi succede sempre proprio perché non è nel mio carattere apparire o parlare politichese. Dico quello che penso e lo manifesto con logica, razionalità e coerenza. Da notare che non sto contestando il viaggiare con zaino in spalla di per sé, ma l’apparenza e la mancanza di autostima che spinge certi individui a voler emulare McCandless. Non a caso, la “gente comune” rimane ancorata alla sopravvivenza di tutti i giorni. E non potrebbe essere altrimenti. L’idea che danno questi emulatori non è di equilibro, ma di incoscienza, di incapacità di vivere. È vero che alla gente manca spesso il coraggio di fare scelte di vita che portano a una vera felicità. È vero che la gente si fa affossare dai tipici “problemi di tutti”. È vero che tantissimi preferiscono sopravvivere e non vivere. È vero che tantissimi aspettano ogni venerdì come boccata d’aria fuori dalla prigione finché, di venerdì in venerdì, arriva anche l’ultimo venerdì. Ma per essere davvero diversi ci vuole equilibrio, cosa che gli emulatori di McCandless di certo non hanno.

Mettersi uno zaino in spalla e viaggiare è una fantastica opportunità di vita, che ci dà in cambio molte emozioni e gioie. È una possibile scelta (ma non l’unica!) per chi non vuole rimanere imprigionato in una società di sopravviventi e spacciati. Ma diventa qualcosa di positivo solo se la sappiamo vivere nella vera essenza spirituale, quella che ci rende consapevoli di noi stessi, e non per autoaffermarci o apparire o per vanità. Va fatto amando, e per amare intendo in modo incondizionato e indipendente, come se fosse fatto per nulla, per vivere la propria personale leggenda a prescindere da tutto. E fidatevi, quando viaggiate così, c’è decisamente poco tempo per Facebook.

Ah, ci tenevo a precisare una cosa. Sto parlando di viaggiare con lo zaino in spalla, non di prendere l’aereo per le Svalbard a vedere gli orsi. Per questo discorso, leggete l’articolo “Vacanzieri polli e apparenti e i perché del viaggiare“.

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I perché della vita

Nella vita, alla gente piace fare tante cose. E fin qui niente di male. Anche a me piace fare sport, così come mi piace ascoltare musica o vedere gli show televisivi di Crozza. Purtroppo, a molti manca la capacità di capire le motivazioni di qualcosa che piace.

A tutto quello che facciamo, dobbiamo saper dare delle motivazioni valide, coerenti e concrete!

Sembra una cosa scontata, ma molto spesso l’unica motivazione che molti riescono a darmi sul perché di quella cosa si ferma a un “mi piace”. Se provo a mettere in discussione ciò che fanno, mi ribattono che “male non fa”. Non capiscono che non c’entra che non fa male. Ciò che fanno può fare male o no, ma la mia contestazione è sui perché. “Mi piace” non è un reale perché, ma segno di un punto di vista superficiale. Perché piace fare quella cosa? Ed è qui che tante persone cascano! Ribattendo che “male non fa”, appunto. Questa mancanza di saper motivare denota un’incapacità di osservazione e spirito critico nella vita, predisponendosi a un comportamento da gregge. Si possono fare tantissimi esempi a riguardo, e in ognuno di questi esempi la gente media non si interroga sulle motivazioni. A volte mi dicono che non esistono solo oggetti d’amore, che esistono anche attività più “soft”, che non si approfondiscono come un vero oggetto d’amore. Il punto è che continua a mancare una motivazione concreta, coerente, valida e credibile! Manca la capacità di capire, di osservare, di chiedersi, di interrogarsi su ciò che vediamo, viviamo, facciamo.

La tradizione e Dio: due esempi

Uno degli esempi canonici sulla mancata capacità di arrivare alle motivazioni è rappresentato dalla tradizione. La tradizione ha senso quando ancora nell’attuale sono capaci di migliorare la qualità della vita, altrimenti vanno bene come studio per gli amanti o appassionati. Ma tante persone non ci arrivano. Accettano acriticamente e senza porsi nessuna domanda! E per conseguenza, questo comporta una mancata modernizzazione del soggetto o della società. Ad esempio, i senesi non saranno d’accordo, il palio come tradizione non ha alcun senso. Mette inutilmente a rischio la vita sia dell’uomo che quella del cavallo. Non c’è alcun motivo per cui si debba tenere una simile tradizione. È solo una parata di qualcosa di arcaico e che alla maggioranza della popolazione non interessa! È interessante per chi vuole conoscere la storia di Siena, ma per il resto è cosa superata. O proviamo a pensare, in termini filosofici, all’esistenza di Dio. In Italia, nasciamo, veniamo battezzati e ci crescono dando per scontato che Dio esiste, è dovunque e il mondo è opera sua. Se uno non sottopone a critica, continuerà a dare per scontato che Dio esiste, non capendo che l’universo non ha assolutamente bisogno di Dio per esistere! Perché credi in Dio? Perché è lui che ha creato tutto questo? Ok, ma le recenti scoperte scientifiche dimostrano che le particelle possono benissimo nascere e svanire nel nulla a livello quantistico. Quindi sei così sicuro che Dio esista? Chi spegne il cervello fuggirà comunque via e continuerà a non preoccuparsi, mentre altri inizieranno a quel punto a vedere le cose in chiave diversa. La fede è sicuramente uno dei maggiori esempi di disattivazione dello spirito critico, visto che per definizione la fede non implica alcuna analisi: si crede, è così, e stop!

Hai un cervello? Usalo!

Io non faccio sport perché mi piace, ma amo fare sport in quanto lo sport ritarda la vecchiaia di 15-20 anni. Riduce la probabilità di rischio cardiovascolare e mi rafforza le ossa, renendomi più efficiente nelle attività comuni che per altri sono un peso. Non ascolto la musica perché mi piace, ma mi piace la musica perché è bello il modo con cui, attraverso note e testo, mi arrivano dei messaggi su cui poter riflettere: il ritmo rabbioso di Chuck Schuldiner che soffre una società di “zombie”, il tonante ritmo di un Ligabue sulla freneticità della vita… e così via! Non guardo i programmi di Crozza perché mi piacciono, ma mi piacciono perché sono uno specchio della nostra società. Crozza usa l’umorismo per evidenziare i nostri caratteri critici, lasciandoci una sorta di sorriso amaro per la realtà in cui viviamo. Queste sono motivazini valide, concrete e coerenti. Da notare che, tra gli esempi fatti, solo sport lo vivo come oggetto d’amore, a conferma del fatto che qui non sto distinguendo una semplice passione da un oggetto d’amore. Sto dando dei perché! Tu invece perché vai al cinema? Perché vai al bar? Perché “devi” comprare un vestito nuovo? Se la tua risposta non va oltre a un “mi piace”, beh, impara ad approfondire di più. Spesso così si scopre quante cose facciamo inutilmente, seguendo semplicemente la massa. Cose di cui potremmo fare a meno, oppure cose che, con uno sguardo critico e costruttivo, potremmo vivere meglio. È così che si ottiene il meglio dalla vita, ovvero attivando il cervello su ciò che ci circonda. Bisogna imparare a riflettere. Siccome faccio sport, spesso la gente mi dice che non ha tempo per fare sport e tira fuori una lista di altre presunte attività che la impegna impedendo di fare sport. Alla fine però si scopre che gran parte di quelle attività è del tutto superflua, ma portata avanti lo stesso perché manca la capacità di discernere, di dare priorità, di capire cosa ci torna realmente utile e cosa no. Se manca questo tipo di capacità, si sarà sempre sovrastati dalla vita, o al più si sopravviverà precludendosi la possibilità di avere il meglio, in un trascorrere quotidiano fragile e pronto a crollare alle prime vere difficoltà.

La discriminazione dei capelli lunghi

Una vita in catene

Era legato a quelle catene da non sapeva più nemmeno lui quanto tempo. Era diventato normale vivere lì, al buio di quella caverna, con le giornate che erano tutte uguali. Ma non sapeva che concetto avessero esattamente il giorno e la notte. Notava solo che lì, in quello spiraglio, la luce si alternava al buio, quello stesso buio della sua caverna. Era tutto ciò che notava da quello spiraglio lontano. Più il tempo passava e più era incuriosito di vedere cosa c’era là fuori. Le chiavi delle sue catene erano lì accanto, ma per un motivo o per un altro non trovava mai il coraggio di afferrarle per liberarsi. Perché avrebbe dovuto, d’altronde? Quelle catene erano così sicure, normali. Erano la sua più totale protezione rispetto all’ignoto. Poi, un bel giorno, non ce la fece più. Prese le chiavi, che incredibilmente qualcuno aveva lasciato tanto da non sembrargli vero, e si liberò dalle catene. Andò verso la luce, che iniziava ad accecarlo così tanto. Quando uscì, gli sembrò di essere diventato cieco. Aveva dolore agli occhi. Ci vollero dei minuti, ma ecco che finalmente riuscì a vedere. Gli alberi, il cielo, gli uccelli che volavano. Non riusciva a crederci! Era così bello, meraviglioso. L’uomo si riempì di stupore e si chiese come aveva potuto non accorgersi prima di tanta bellezza, come aveva potuto non trovare prima il coraggio per liberarsi e andare a vedere cosa c’era in quello spiraglio. Fece in tempo di guardarsi le mani. Erano piene di rughe, ma non sapeva cosa fossero le rughe. Ebbe un infarto e morì. Non si era accorto di essere invecchiato e che la sua ora era ormai finita.

La storia che ho voluto raccontare deriva dal famoso mito della caverna di Platone, che ho riadattato con un finale più tragico. Come con il mito della caverna di Platone, è una metafora. Una metafora di come viviamo quotidianamente imprigionati dai condizionamenti e con il dovere di seguire strade che accettiamo di seguire acriticamente, pensando che non possa esistere di meglio, che è così che uno è tenuto a stare al mondo, che è così che fanno tutti, che è così che si è dei “bravi ragazzi” (e non è un complimento, in questo caso). Accettiamo di sacrificarci per un qualche ideale o idolo come la famiglia, il lavoro. Chi si sacrifica per tutto questo viene addirittura considerato un eroe. Peccato che la medaglia che ricevi per il tuo sacrificio non sia placcata d’oro come quella dei militari. Il tuo “premio”, se così si può definire, è un lavoro che ti uccide l’esistenza per 12 ore al giorno per uno schioppo di stipendio, con datori di lavoro che ti sfruttano e colleghi che ti scaricano tutto il lavoro che non vogliono fare, salvo poi prendersi il merito. Ti immoli per la “causa del lavoro”, arrivando alla pensione dicendoti che, forse, fare il barbone sarebbe stato più dignitoso. Ti immoli per la famiglia, in una vita di coppia che dall’euforia dei primi tempi si è trasformata in una quotidiana lotta per la sopravvivenza, cercando di allevare i propri figli alla meglio e pensando ai suoi bisogni arrangiandosi in tutti i modi possibili. Sì, la gioia della famiglia, i figli sono sempre un miracolo di Dio, poi non importa se sei costretto a prendere pillole per tirare avanti e il partner ti tradisce con la segretaria più giovane o se tua moglie si è fatta l’amante perché è stufa della monotonia della vita coniugale. Ed ecco che quei folti capelli che avevi a 20 anni o quelle lunghe e rigogliose fronde che avevi quando eri una bella ragazza desiderata da tutti cadono di pari passo allo scorrere della tua esistenza. Il governo continua a tassarti, il mutuo della banca ti strozza peggio di un serial killer. Inizi a pensare che davvero sarebbe meglio se un serial killer ti facesse fuori. Tutto quello che riesci a guadagnare in stipendio si brucia così: per pagare il mega mutuo, per mantenere la famiglia e la prole e tutte quelle necessità come la bella macchina e le cene al ristorante. Non esistono più le partite a calcetto con gli amici, al massimo gli unici ritrovi che ci sono avvengono di quando in quando e sempre costantemente accompagnati dalla prole che semina la tempesta dovunque.

Così, inizi a guardare un po’ con invidia chi parte e gira per il mondo con uno zaino in spalla, alla Chris McCandless. Lo invidi, poi fai un po’ come la volpe con l’uva e ti dici che hai dei doveri e delle responsabilità. E quindi pensi a quanto sia immaturo l’aspirante McCandless! Ma sono doveri e responsabilità che TU ti sei sobbarcato, doveri e responsabilità che TU hai accettato senza sottoporre a critica. Hai ignorato le ricerche che dicevano che i figli minano statisticamente la felicità della vita di coppia, perché i tuoi genitori, fervidi cristiani, ti hanno insegnato che nella vita tutti fanno sacrifici e che i figli sono un dovere e un dono di Dio. E così, dopo anni e anni di prigione, inizi finalmente a pensare come avrebbe potuto cambiare la tua vita se avessi scelto la via della libertà, mettendoti anche tu in spalla quello zaino per viaggiare e conoscere il mondo. Una via dove sei libero di poter scegliere il partner che sia realmente compatibile, il lavoro che ti permetta di campare senza ammazzarti per pagare il super mutuo. La libertà di fare un figlio per amarlo, non per dovere sociale o religioso, non come proiezione dei tuoi desideri e delle tue ambizioni, cose che saranno puntualmente deluse se il figlio vedrà che c’è di meglio. La libertà di non sopravvivere aggrappandosi a un dio, ma con la consapevolezza che la dignità sta nel coltivare al massimo ciò che si ama e accettando la morte come qualcosa di normale, il meritato riposo dopo un’esistenza vissuta da leggenda. Ma ormai è troppo tardi: hai sprecato la tua chance.

Eroi o masochisti?

Osservando la società e le persone, noto spesso una caratteristica: lo stoico immolarsi, il sacrificarsi a tutti i costi, al proprio idolo. Per quanto riguarda il discorso sugli idoli, ho già scritto l’articolo “La ciotola di cibo“. In breve, l’idolo è ciò che ci fa sopravvivere, ma non vivere, tenendoci legati a una catena: non c’è libertà! L’argomento è però così comune che mi ha spinto a spendere qualche parola in più. E la Pasqua è stata una scusa giusta, perché esce fuori bene questo comportamento masochistico delle persone nei confronti di tradizioni e condizionamenti che non vengono posti ad alcuna critica, ma che si subiscono e accettano anche se oggettivamente rovinano la qualità della vita. Mettiamola così. Cosa pensereste di chi va da un bullo e chiede di essere picchiato? Cosa pensereste di una donna che viene stuprata e, volontariamente, decide di stare nella stessa stanza da sola sapendo che verrà ancora stuprata? Definireste questi soggetti come degli eroi? Direi proprio di no. Eppure, nella nostra società, ci sono tante situazioni di puro masochismo ma che vengono spacciate per eroismo:

– quello che si ammazza di lavoro per 12 ore al giorno e poi bada ai figli come può e non ha tempo per altro;
– il ritrovo delle festività comandate, ben sapendo che si troveranno familiari con cui non si ha nulla da spartire o si litiga;
– il partner che disperatamente cerchiamo di cambiare, o che speriamo cambi, rinunciando al nostro io.

Solo un ingenuo può credere che tutto questo sia eroico! Ah sì, poi c’è il solito mantra del “ognuno è fatto a sé, le situazioni vanno valutate, non esiste una soluzione in assoluto e non si deve giudicare”. Ah beh, allora torniamo all’esempio del bullo e dello stupro. Chi direbbe che quel tipo di comportamento è eroico? Non sono paragoni assurdi, anzi, proprio perché sono esempi limite funzionano. Se il ragionamento fatto per gli idoli è giusto, allora si dovrebbe accettare che una donna voglia farsi violentare dal suo stupratore che l’ha già stuprata e che uno si faccia volutamente picchiare da un bullo! Riconoscere l’assurdità di questo comportamento, di fatto, ammette l’assurdità di chi, masochisticamente, si sacrifica per i suoi idoli, perdendo la qualità della sua vita.

Valutate criticamente quello che fate nella vita. Non date per scontato che non si possa avere di meglio, che sia necessario fare sacrifici. Imparare a vivere meglio significa capire come prevenire i quotidiani problemi che, troppo spesso e superficialmente, accettiamo come fardello, neanche fossimo Gesù Cristo che porta la croce. Problemi e difficoltà che riteniamo come inevitabili, ignorando che chi vive felice ha trovato la via per eliminare questi problemi e queste difficoltà e non di certo per benedizione divina. In amore non ci sono sacrifici e c’è completa libertà. Il legame di sangue è relativo, e un amico che si comporta come mio fratello diventa automaticamente mio fratello, rispetto a un genitore che mi denigra o svaluta. Ed è meglio lavorare meno ore al giorno, con una vita più semplice ma senza affossarsi cercando di arrivare vivi alla pensione. Si potrebbero fare molti altri esempi, ma di base a me viene sempre da chiedere: “Ma chi te lo fa fare?” Probabilmente, per molti avere degli oneri nella vita è un modo per sentire di essere vivi, di avere uno scopo, ed è per questo che, essendo incapaci di ottenere il meglio dalla vita, si spaccia per eroe chi è solo uno stupido. A mio avviso, un comportamento del genere è un’incapacità di avere dei veri oggetti d’amore. Ci si basa su dogmi che non hanno senso. La differenza tra un onere e un oggetto d’amore è che un onere ci penalizza nella qualità della vita, non ci rende felici e liberi, mentre faticare per coltivare ciò che amiamo e ci migliora è un onore!

“Siamo tutti diversi”, l’alibi del perdente
Una vita in catene

Storia di una incomprensione chiarita

Non sempre i litigi nascono da una reale incompatibilità. Sarà che sono un pignolo, ma a volte capita che il litigio si basi su una incomprensione dei nessi logici. Un nesso logico su cui spesso si basano le incomprensioni è quello di non riuscire a distinguere tra condizione sufficiente e condizione necessaria. L’episodio che vi voglio raccontare mi è accaduto la scorsa estate. Prendete le seguenti affermazioni:

1) “La vita non si basa sui numeri!”;
2) “La vita non si basa solo sui numeri!”.

Per molti non c’è differenza tra le due affermazioni. Ed ecco il litigio, appunto! Le due frasi sono molto diverse tra di loro. La prima vuole dire, implicitamente o meno, che i numeri fanno schifo, che sono roba per maniaci delle facoltà scientifiche, per i nerd. La seconda significa invece che nella vita è necessario conoscere i numeri, altrimenti si rimane degli handicappati, ma non è ovviamente una condizione sufficiente a vivere bene: è una condizione, appunto, necessaria, ma non sufficiente. È quel “solo” che trasforma radicalmente il significato. In tanti diranno che sono fissazioni, che non c’è bisogno di stare a menarla, ma chi ama approfondire le cose apprezzerà la sfumatura.

Per fortuna, all’epoca litigio si è risolto con il chiarimento e la spiegazione del nesso logico dove c’è stata la falla. E tra l’altro, n’è pure nato un buon rapporto, dove ho scoperto che quella persona ha comunque tante altre qualità. È questa la differenza tra un somaro nazionale, che non ha alcuna predisposizione a migliorare, e una persona, pur ingenua, che è buona d’animo e che si fa voler bene. Abbiamo passato il tempo a giocare a calcetto e a vedere la serie televisiva Quantum Leap, e ovviamente a parlare parecchio. Io mi sono anche divertito a vedere come sapesse leggere le carte, non perché ci credessi, ma per mettermi alla pari. E alla fine, ho lanciato lo spunto, senza arroganza né aria di superiorità, dicendo che tanto lei mi conosceva ed era facile indovinare! L’ho coinvolta, facendola sentire a proprio agio. Poi ci siamo persi di vista, ma mi auguro che stia bene e non combini disastri…

Cosa insegna la storia che vi ho raccontato? Che, prima di passare a false conclusioni, bisogna verificare ogni possibilità (ecco come una mente razionale sia dunque facilitata rispetto a chi vive a caso e rifugge dalla razionalità). È vero che ci sono persone che rimarranno sempre spacciate, ma non date per scontato nulla e verificate se, magari, non vengono capiti i nessi logici che esprimete. A volte basta poco per litigare, altre volte basta altrettanto poco per chiarirsi. Probabilmente, la persona che ho incontrato mi ha, anzi, trasmesso molto più di quanto mi hanno dato alcuni degli articoli di scienze che ho letto nella mia vita.

La discriminazione dei capelli lunghi

Non ridete per il titolo dell’articolo. Avrei potuto fare l’esempio con i tatuaggi, i piercing, la barba. Ma il concetto non sarebbe cambiato di molto. Il mio è semplicemente un test per mettere alla prova la capacità di avere spirito critico. Nella nostra società, molti lavori richiedono che gli uomini portino i capelli corti. Se non li hanno, sono tenuti a tagliarseli per poter avere quel posto di lavoro. Non è mio intento dire se sia giusto o meno farlo. D’altronde anche il mondo della moda richiede determinati standard e ognuno ha la libertà di scegliere se aderirvi. Il mio intento è invece quello di discutere sulle motivazioni per cui si è tenuti a tagliarsi i capelli. Una delle motivazioni più gettonate è che avere i capelli lunghi non è igienico. Sì, peccato che poi, per quello stesso lavoro, vengano accettate le donne con i capelli lunghi! E in una macelleria seria, uomini e donne indistintamente sono obbligati a indossare le cuffie per non contaminare il cibo. Quindi perché un uomo dovrebbe portare i capelli corti? Alla fine, si scopre che non è altro che un condizionamento sociale dove conta l’apparenza a discapito dell’essere e della semplicità. Noi in occidente siamo abituati ad accettare la donna con i capelli lunghi e l’uomo con i capelli corti. Ovviamente, se uno ha fastidio ad avere i capelli lunghi ha il diritto di tenerli corti. Credo che sia così per la maggioranza dei maschi, tanto che anche molte donne optano per i capelli corti (tuttavia senza però essere discriminate come gli uomini con i capelli lunghi!). Ma è pure evidente che non ci sia alcuna concreta motivazione per cui “si deve” avere i capelli corti. È un classico condizionamento sociale e ciò si dimostra notando che ci sono culture dove portare i capelli lunghi è un pregio anche per il maschio. Poi, possiamo prendere in considerazione che portare i capelli corti, non avere tatuaggi e piercing infonda fiducia nel cliente in ambito lavorativo. La nonnina d’altronde non si fiderebbe di lasciare la propria nipote a un omone tatuato con la barba rispetto a un bel ragazzotto con vestiti di marca. Ma è proprio questo il punto: il condizionamento che sta dietro. Certo, possiamo anche ribattere che ci siano persone che portano i capelli lunghi per fare i ribelli, che i piercing sono una forma di autolesionismo, ma questo non motiva perché un uomo con i capelli lunghi sia un cattivo ragazzo rispetto a uno che ha i capelli “normali”.

Nella vita, imparate a porvi domande, a chiedervi i perché. Imparate a non dare nulla per scontato e non accettate nulla ciecamente. Ognuno è libero di avere i capelli corti o lunghi, di avere o non avere piercing, di avere o no la barba. Ma se uno porta i capelli corti perché così gli è stato insegnato, perché così si comportano i bravi ragazzi, beh, allora quello che manca nella vita è la capacità di approfondire le cose, di sviluppare senso critico, di conoscere il mondo e apprezzarlo per vivere meglio in un universo che sia tutto colorato. È una persona che non sa realmente vivere, che baratta la sua libertà e il suo modo di essere per avere qualcosa di materiale ed effimero in cambio, cioè più l’apparenza che i soldi che permettono di vivere. E allora, scusate il paragone forte, perché lamentarci della prostituzione sessuale? Non mi pare che a livello concettuale cambi qualcosa, giusto perché per molti il sesso è un tabù. Così come la donna baratta il suo corpo per avere soldi, altri barattano la propria estetica e la propria libertà. E in entrambi i casi sono coinvolti capi sfruttatori, clienti più fastidiosi. Anzi, probabilmente una prostituta che vende il suo corpo ha più dignità, perché lo fa meramente per i soldi e non le frega nulla di apparire per il giudizio altrui, per essere una brava ragazza ma vuota d’animo. La vita è strana. Mentre c’è chi soffre di calvizie e pagherebbe oro per avere i capelli, dall’altro lato c’è chi è sfortunato perché non soffre di calvizie per genetica. Il manager in giacca e cravatta, con capelli corti e ordinati e con il volto lindo come quello di un bambino è considerato in una buona posizione sociale, un uomo di buon partito. Boh, sarà così, ma a me sembra solo uno con un triste vestito da funerale. E, mi spiace, da ateo non sono un tipo da funerali così come non sono un apparente.

I perché della vita

I “mangiacadaveri” che conoscono gli animali

Alcuni cacciatori mi dicevano di andare a caccia perché amavano gli animali. Quando ero piccolo, non capivo il perché di una simile e contraddittoria affermazione. Devo ammettere che gran parte dei cacciatori andrebbe senza pietà abbattuta come un fagiano, ma ce ne sono alcuni che mi hanno portato a riflettere: com’è possibile che un cacciatore conosca la natura e gli animali meglio di tanti vegetariani e vegani (veg) che, invece, decantano così tanto la loro sensibilità per la vita degli animali? Ed è un’esperienza che ho vissuto in prima persona. Anni fa, conobbi una ragazza vegana. Lasciando perdere il fatto che avesse diversi cani ovviamente nutriti con carne, aveva paura e schifo per i gecko. Ma un vegano non dovrebbe amare tutti gli animali? O l’amore per gli animali c’è solo quando si tratta di teneri agnelli e cagnoloni? Quanti veg possono dire sapere quanto segue?

– la differenza tra una capra e un tahr;
– come fa un gecko a rimanere attaccato alle pareti;
– la differenza tra un amazzone dalla fronte blu e un cacatua bianco;
– le abitudini sessuali di un comune gufo;
– dove vivono le formiche giganti.

Ne potrei dire altre, ma mi fermo qui e sono convinto che la maggioranza dei veg cascherà dal pero (troverete le risposte alla fine dell’articolo). A mio avviso, i veg sono sostanzialmente afflitti da un problema di moda e patosensibilità. Vedono l’agnello al mattatoio e subiscono una risonanza sentimentale, decidendo di cambiare la propria dieta per apparire sensibili, ma senza realmente esserlo. D’altronde è il trucco usato dai veg che vogliono convertire la parte più patosensibile della popolazione. Insistono dicendo che, se tu vedessi come vengono trattati gli animali al mattatoio, smetteresti di mangiare carne. Beh, io ho visto i video che descrivono la scena e non ho smesso di mangiare carne. Piuttosto, preferisco il pesce grasso per gli omega-3 e mangio la carne come alternativa (oltre al fatto che i produttori locali non sono sempre una garanzia!). C’è una differenza non di poco conto tra la sensibilità e la patosensibilità. La sensibilità è la capacità di sentire e percepire noi stessi e ciò che ci circonda. Essa ci porta a scendere nei dettagli, a entrare in sintonia con il mondo e a vedere tutto colorato e non solo esteticamente bello e piacevole. Ci aiuta a comprendere il mondo, ad avere la capacità di amare. La patosensibilità è invece una distorsione, cioè un coinvolgimento del dolore che non viene vissuto con un distacco equilibrato. Contrariamente a quello che si crede, un patosensibile NON è sensibile, cioè almeno non è detto che lo sia! E questo spiega perché la maggioranza dei veg non sa rispondere sugli argomenti che ho posto sopra. E questo spiega perché alcuni cacciatori mostrano così tanta energia vitale e così tanta conoscenza della natura e degli animali. Un cacciatore dotato di sensibilità non uccide gli animali perché ha voglia di ammazzare, ma per nutrirsi e non spreca mai nulla. Avete visto i documentari di Andrew Zimmern con il suo programma televisivo Bizarre Foods (e, per piacere, smettetela di chiamarlo “Orrori da gustare”!)? Quando gli allevatori uccidono un animale, non sprecano nulla. Mangiano cuori e cervello e usano il sangue per fare il sanguinaccio. Sanno avere rispetto per ciò che la natura ha loro offerto, un po’ come facevano le civiltà antiche quando offrivano sacrifici animali agli dei. Sono invece sicuro che molti veg buttano via un pezzo di verdura perché “a occhio” lo vedono un po’ macchiato e malandato quando in realtà è ancora mangiabile: per loro, grande patosensibilità, ma zero sensibilità. È il valore del rispetto che ho spiegato sui vegani e vegetariani che uccidono gli animali (in altre forme che non sia mangiare la carne). Se caratterialmente sei una persona maleducata e incivile, lo sei a prescindere dal mangiare la carne o meno. Ho conosciuto vegani che mi sparavano addosso il fumo passivo e cacciatori eccezionalmente dotati di cuore.

Le risposte

Veniamo alle risposte.

Capra e tahr
La capra è il genere animale, appartenente alla famiglia dei bovidi e alla sottofamiglia dei caprini. Il tahr appartiene a una specie diversa da quella che viene considerata la capra domestica, quest’ultima che deriva dalla capra selvatica. Sono cioè tutte specie differenti! Mentre la capra domestica è ormai comune in tutto il mondo, il tahr è diffuso nelle zone dell’Himalaya, del Kashmir e in diverse parti della Cina. “Trusty Tahr”, sistema operativo di Linux, dunque non si traduce come “capra fedele”, ma piuttosto come “fedele tahr”!

Il gecko
Il gecko riesce a rimanere appeso alle pareti grazie alle microscopiche scaglie poste sotto le sue zampe. Esse riescono aderire così tanto alle pareti che sarebbe come se un arrampicatore umano riuscisse a rimanere appeso a una parete rocciosa con una mano e una massa di 1 tonnellata attaccata al piede!

I pappagalli
Amazzone e cacatua sono ovviamente due specie diverse di pappagalli. Entrambe le specie sono ovviamente molto vivaci ma, al di là dell’aspetto fisico, gli amazzoni dalla fronte blu hanno delle spiccate doti da intrattenitori e amano molto vocalizzare. I cacatua bianchi, invece, richiedono attenzioni a tal punto da sviluppare una morbosissima dipendenza verso l’oggetto che reputano caro, che può essere il compagno o il proprio padrone o un oggetto. Se non ricevono le dovute attenzioni, i cacatua bianchi arrivano anche a strillare molto forte. Ad alcuni possono sembrare pappagalli e basta, ma per un amante degli animali la sfumatura è notevole!

Il gufo comune
Il gufo comune tende ad avere abitudini monogame, che dunque non è solo una caratteristica umana (vedi proprio i pappagalli soprannominati “inseparabili”!). Inoltre, il gufo ha spesso un albero a cui è attaccato, esattamente come l’Anacleto del film Disney.

Formiche giganti
Le formiche giganti (quelle che si vedono nel quarto capitolo di Indiana Jones, per intenderci) sono le Dorylus. Esse vivono nell’Africa centrale e nell’Asia tropicale (e non in Sud America come si vede in Indiana Jones 4). Benché il loro morso sia molto doloroso, la presenza delle Dorylus è in realtà utile alle popolazioni locali perché queste formiche ripuliscono dai parassiti, dagli insetti e dai topi che minano le coltivazioni agricole.

Può sembrare assurdo il fatto che chieda ai veg se sanno tutte queste cose. Ma se loro amano così tanto gli animali, come fanno a non saperle? D’altronde io non sono un etologo, anzi, e mangio carne e pesce meritandomi l’appellativo di “mangiacadaveri”. Ma è singolare che, da “mangiacadaveri”, sappia molte più cose io sugli animali dei veg, e senza essere un esperto etologo. Che non si dica che ho fatto degli esempi assurdi. Avrei potuto fare degli esempi diversi, ma il concetto non cambia. Come si può dire di amare qualcosa che non si conosce? Dovunque non ci sia conoscenza, non vi è nemmeno amore! È assurdo che vegetariani e vegani vari mi accusino e loro non conoscano in realtà un bel nulla degli animali. È assurdo che dicano di amare gli animali e poi al massimo si limitano ai cani e ai gatti, perché giustamente loro sono carini e teneri mentre un crotalo no. Anzi, sono convinto che molti veg non sappiano neanche la differenza tra un pitbull e un corso o tra un siamese e il norvegese delle foreste. Insomma, questi fantomatici veg sono davvero amanti degli animali o solo sedicenti tali? Bah, a me sembra proprio che siano sedicenti amanti degli animali!

Cani o gatti?
Carne e carboidrati? Sì, grazie!
Vegani e vegetariani che uccidono gli animali

Poisonous Shadows (Megadeth)

Canzone: Poisonous Shadows
Artista: Megadeth
Album: Dystopia (2016)

La canzone che voglio analizzare stavolta è molto bella quanto drammatica. Dave Mustaine (leader dei Megadeth, appunto) ha sempre questa sua peculiarità di parlare di un argomento specifico ma anche di lasciare una personale interpretazione all’ascoltatore. I suoi temi sono spesso molto forti, delicati, e Poisonous Shadows n’è la prova. Per inciso, adoro capolavori come i Rust in Peace o i Peace Sells dei tempi, ma ho preso una canzone da un album recente come prova del fatto che, seppur senza essere nel periodo “recordman” della propria carriera, se ci si mantiene bene e lontani dagli eccessi si è ancora molto ispirati. Per quanto riguarda Poisonous Shadows, la bellezza della canzone sta nel come Mustaine descrive l’oscurità dell’animo umano, afflitto dai propri demoni (“ombre velenose”), dai propri tormenti, dai propri errori e dalle incertezze. Il modo ossessivo con cui si ripetono le domande generano nell’ascoltare una inevitabile riflessione sulle parole dette, portandolo a cercare una consapevolezza di se stesso e sulla propria vita. E Dave lo fa con il suo consueto tono graffiante, ma allo stesso tempo sensibile e lontano dai tipici buonismi.

Testo

How much pain, do you need to feel
How much shame, do you have to conceal
There is no sunshine, just endless nights
Nobody’s there, nobody cares when you cry

Is it my face you see?
Do I haunt you in your sleep?
On your hands and knees when you crawl
Through your nightmares

When there’s no more grace
Does your heartbeat start to race?
Crawling everywhere in the dark
Poisonous shadows

How many secrets, do you keep inside?
How many sins, do you have to hide?
The haunting masses, have blackened the sun
You’ll pay for everything you’ve done
One by one

Is it my face you see?
Do I mock you in your sleep?
On your hands and knees when you crawl
Through your nightmares

When there’s no more grace
Does your heartbeat start to race?
Crawling everywhere in the dark
Poisonous shadows

Is it my face you see?
Do I haunt you in your sleep?
On your hands and knees when you crawl
Through your nightmares

When there’s no more grace
Does your heartbeat start to race?
Crawling everywhere in the dark
Poisonous shadows

Is it my face you see?
Do I haunt you in your sleep?
On your hands and knees when you crawl
Through your nightmares
When there’s no more grace
Does your heartbeat start to race?
Crawling everywhere in the dark
Poisonous shadows
(It’s like I woke up and she was right there
You know, I can almost touch her
Although she’s been gone for years now
I can feel her
I can feel her watching me)