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Si impara attraverso il divertimento (la morte di Super Quark)

È intricato spiegare il declino dell’Italia. Ci sono molti difetti, ma anche molti meccanismi contorti e non immediati da comprendere. Sono cose di cui ho già provato a discutere in questo articolo, ma il discorso è più ampio. Uno dei motivi per cui l’Italia è mediocre dal punto di vista della cultura scientifica e dello spirito critico è che non viene suscitato il giusto interesse. Ultimamente, ho provato a mettere a confronto i documentari a regia italiana con quelli a regia britannica e americana. Si notano subito delle differenze importanti:

– i documentari italiani sono tediosi, trattati in modo troppo accademico o semplicistico;
– i documentari anglosassoni, pur con stili diversi, accalappiano l’interesse del pubblico medio.

Mi viene in mente Super Quark nelle ultime stagioni. La parte più interessante è il documentario iniziale a regia straniera, che poi viene trasmesso anche su Rai Scuola. Il resto è noioso e, spesso, viene dato grande spazio agli sviluppi della medicina, ma senza coinvolgere lo spettatore. Viene a mancare il lato ludico dell’imparare e l’esperto di turno non ha un approccio entusiastico. Ironicamente, l’unico esperto veramente appassionato, insieme a Paco Lanciano, è Barbero. A Barbero, però, vengono concessi pochissimi minuti. In effetti, forse, ai nostri politici non fa piacere che uno storico di casa nostra dica che, quando il re francese scappa, in realtà ottiene proprio quello che voleva e gli italiani non hanno affatto vinto. Cattiva propaganda, non si fa! Il fatto è che Barbero è uno storico imparziale, che fa quello che uno con la sua professione deve fare. Però è vero altrettanto che lo fa con tono stuzzicante o provocatorio. Mi viene in mente quando presenta un documentario sul Neanderthal e dice che, sostanzialmente, non si sa come il Neanderthal si è estinto. Secondo alcune teorie, il Neanderthal si è estinto con l’arrivo del Sapiens. Ecco, vedete cosa vuol dire imparare? Barbero la rigira e dice di provare a pensare come questa teoria può essere strumentalizzata dalla politica. Sostiene che si può dire che noi, Sapiens, siamo arrivati in Europa e abbiamo soppiantato il Neanderthal, cioè il bianco (vedi sul razzismo). Ecco, allora non mi stupisco che la “vigilanza” metta un po’ in riga Barbero quando finisce a Super Quark, che è un programma visto da tutti e non solo dalla nicchia. Peccato che questo è il miglior modo per… renderci tutti ignoranti! Non a caso, uno degli elementi che contraddistingue la dittatura è la censura delle informazioni.

I due esempi

Gli anglosassoni agiscono in modo diverso. Gli inglesi hanno il loro carattere e gli americani altrettanto, ma l’obiettivo è centrato. Faccio un nome a testa di documentari che spiegano la scienza. Per gli americani, cito Sport Science e per i britannici The Story of Maths.

Sport Science
È la classica “americanata”. Ti ritrovi il campione delle arti marziali che fa lo sborone tutto il tempo e si vanta di essere il più forte. Oppure il giocatore di hockey che si toglie i guanti e tira pugni sul punchball, ricreando la situazione in cui alcuni giocatori di hockey si tolgono davvero i guanti per fare a botte (venendo espulsi, ovviamente). Sì, sono americani. Non ne possono fare a meno. Per loro è tutto uno show e più lo show è grande e più viene acclamato. Americani, appunto. E, omaggiando il Jackass dei vecchi tempi, c’è pure l’idiota di turno (viene epitetato proprio così) che accetta di farsi tirare una palla da baseball ai genitali! D’accordo, Sport Science non fa solo esempi di idioti e violenti, ma è lo stile che fa la differenza. È adatto al pubblico americano e, dietro al mega show, vengono spiegate le leggi più importanti della fisica. Sono concetti anche piuttosto complessi, diciamo da scuola superiore, ma che vengono fatti passare nel modo giusto per un americano.

The Story of Maths
Diverso è lo stile della BBC. Lo potremmo definire per certi versi kitsch. Marcus du Sautoy vuole spiegare la somma dell’inverso dei quadrati e, per farlo, si reca in Russia e usa dei bicchieri riempiti di vodka. Omaggio alla Russia e omaggio all’alcol, amatissimo dagli inglesi. In un’altra scena, il matematico tira giù dei drink di troppo insieme a un gruppo di altri amanti della matematica, tra cui un discendente di Bernoulli e uno di Euler. In un’altra puntata della serie (in tutto, le puntate sono quattro), si parla dei matematici orientali e la BBC decide di piazzare una musichetta allegra del genere di quel paese. Musichetta pop cinese per spiegare i matematici cinesi, e la stessa cosa avviene per quelli indiani e per quelli arabi. Kitsch, sì. È lo stile inglese. Eppure queste cose piacciono agli inglesi e attirano. E non è un caso se gli inglesi dominano ancora mezzo mondo.

Insomma, la caratteristica comune è che c’è il divertimento. Lo scopo non è quello di andare a scovare il futuro scienziato del CERN, ma di acculturare la gente media. E, per conseguenza, più attiri tra la gente media e più opportunità hai di avere uno scienziato importante. In Italia, abbiamo la pessima abitudine di porre una barriera tra gli esperti del settore e il pubblico medio. I primi stanno troppo spesso sul piedistallo, come se fossero gelosi delle proprie conoscenze. Il pubblico medio è poco interessato, ma lo è perché non viene stimolato nel modo giusto. È come se, da noi, gli esperti di turno fossero più interessati a un certo status quo, al pari dei politici attaccati alle poltrone. Non possiamo pensare che ognuno possa fare da solo. Non possiamo pensare che un bambino si appassioni spontaneamente alla scienza e, se non ci riesce, è una capra senza speranza. No, bisogna stimolare e il miglior modo per farlo è il divertimento. Inoltre, l’abilità dei programmi che ho citato è che ti spiegano a cosa serve la scienza nella vita quotidiana. Che sia come dividere una mela o sapere qual è il pugno più forte, sono tutti esempi concreti. Non sono formule scritte che, spiegate come nelle nostre scuole, sembrano qualcosa di astratto.

È tutto così negativo da noi?

Negli ultimi anni, a opera del digitale terrestre, qualcosa si sta muovendo in Italia. Trovo interessanti i programmi stile Memex di cui i conduttori, guarda caso, sono giovani. Mi ha colpito il modo in cui parlano dell’IgNobel, che è tutt’altro che un premio “ignobile”. È divertente, appunto, ma è anche un argomento su cui riflettere. Ancora non basta, purtroppo. Stiamo sempre parlando di cose più di nicchia. Inoltre, spesso vengono giocoforza chiamati in causa degli esperti anziani, che però non sempre discutono con passione e sembra che stiano parlando dietro a una cattedra universitaria. Non basta, appunto. C’è ancora tanto da fare, considerando che, comunque, i canali principali escludono questi programmi.

In internet, si trovano il blog e il canale YouTube di Dario Bressanini. Bressanini è stato furbissimo a capire come sfruttare la cucina per spiegare la chimica. La cucina calza a pennello, perché il buon cibo è l’amore per eccellenza degli italiani. Anche Bressanini, tuttavia, ha un campo limitato. Non è di certo popolare quanto i maggiori divulgatori americani, come ad esempio Neil deGrasse Tyson che presenta il revival di Cosmos (a proposito, vedetelo perché, grazie anche alle animazioni, è un programma meraviglioso!).

Insomma, in casa nostra c’è ancora tanto da lavorare per avvicinare le persone alla scienza…

Analfabetismo matematico e fallimento scolastico

Studiare per la vita… come fare?

Ci sono persone che si sforzano di imparare i concetti e di apprendere. Cercano di assimilare la lezione, magari incoraggiati dai metodi di apprendimento di qualche guru o da strategie motivazionali. Molti ancora usano il “metodo del pomodoro”. Per chi non lo sapesse, il pomodoro non è solo un ortaggio, ma anche uno strumento che serve a misurare un tempo prefissato. Chi propone il metodo del pomodoro indica, ad esempio, di instaurare 30′ in cui non esiste altro e si cerca di studiare. È curioso notare come il tempo prestabilito dal metodo del pomodoro sia sempre limitato. In genere, è difficile che si superi la mezz’ora, evidente segno che uno cerca di costringersi a studiare anche se ne farebbe volentieri a meno. Beh, magari queste tattiche possono funzionare per superare un esame o un’interrogazione, ma spesso chi usa il metodo del pomodoro o altro di simile tende sempre a tornare a ripetere per non dimenticare i concetti. Li ripetono proprio sistematicamente, con una certa costanza, nella speranza che i concetti rimangano in testa. Altre persone, invece, si impelagano in svariati corsi e lezioni nell’ottimismo che qualcosa appassioni, ma puntualmente non riescono ad appassionarsi a nulla. E finiscono puntualmente per mollare in cerca di altro, di una novità che si spegnerà anch’essa. Viaggiano in balia di “qualcosa” che li muova, il classico “tutto fa brodo” e, all’interno, qualcosa si troverà. Il problema è che, così facendo, non rimane quasi nulla e non si riesce ad amare mai nulla per davvero! Dove sta l’errore? L’errore sta qui:

lo studio, per essere efficace e duraturo, dev’essere vissuto e sentito dentro con un’esperienza personale.

In sostanza, bisogna avere spirito critico. Conosco tante persone che leggono a destra e a manca studi e ricerche, ma senza capirci nulla e mischiando la lana con la seta. Una volta, mi è capitato di “litigare” con una persona che aveva letto che lo sport fa essere efficienti e ottimizza le energie. E cos’ha capito questa persona, secondo voi? Complice anche il fatto che era la classica persona che faticava a dimagrire già con una dieta da fame, ha capito che lo sport peggiora il metabolismo e manda in allerta l’organismo! Ecco, queste cose succedono quando uno non sente e non vive quello che legge o tenta di studiare. Non indaga e non cerca di scendere nei dettagli. Legge, cerca di apprendere come un tonto e fa degli strafalcioni! Se uno non ha spirito critico, potrà anche avere 10 brodi davanti a sé da provare, ma non saprà mai neanche com’è fatto uno solo di quei brodi. Al massimo qualche ingrediente, buttato a sparare, in modo superficiale. Tanto, tutto fa brodo, no? A questo punto, non sarebbe meglio imparare una sola cosa, ma bene? D’altronde, quest’ultimo approcio è quello che usava un mio vecchio professore di inglese del liceo. Ci diceva che preferiva fare poco del programma, ma spiegandoci il metodo così da sapercela cavare da soli per il domani. Ringrazio ancora profondamente questo professore per gli insegnamenti che mi ha dato non tanto nella sua materia, ma per la vita, anche se all’epoca tendeva un po’ a sfuggirmi quello che diceva. Quello che ha fatto il mio professore di inglese è stato trasmettermi dei valori. Capisco che può essere difficile vedere lo studio in questa chiave, dato che i nostri programmi scolastici fanno sempre più pena. Si insegna tutto con troppo nozionismo. Si compra un sacco di materiale da cancelleria, ma poi non si pratica e non si impara granché rispetto ai paesi nordici. Ma è l’unico modo che esiste affinché lo studio serva a qualcosa. Non si deve imparare la lezioncina da ripetere come pappagalli, ma vivere i concetti sulla pelle, provarli. È un discorso paragonabile a quello che c’è scritto anche nell’articolo “I bisogni di un figlio e come educarlo“. Leggetelo e capirete meglio quello che sto dicendo qui. I due articoli, anche se trattano argomenti diversi, hanno molto più in comune di quello che potete pensare!

Alcune applicazioni

Provo a farvi alcuni esempi pratici per spiegare il discorso. A cosa servono i calcoli di aree e volume? Leggete questo articolo e lo scoprirete! A cosa serve la storia? Serve non tanto a sapere le cronache di secoli fa, ma ad individuare quei processi che magari sono andati storti per fare di meglio nel presente. A cosa serve studiare Boccaccio? Mi vengono in mente le dinamiche della dipendenza affettiva, che nella nostra società fa dei danni indicibili e porta ai casi di violenza sulle donne. In Boccaccio, si parla di “follia per amore”. Oppure si parla della diversità tra caste sociali e dei pregiudizi. Qual è il punto in comune tra l’utilità della storia e un Boccaccio? Il punto in comune è lo spirito critico, che è fondamento della mentalità scientifica. Sì, ho detto mentalità scientifica e non una laurea in scienze, perché la mentalità scientifica è globale e verte su tutti gli ambiti della vita. Uno, cioè, di per sé può avere anche la licenzia media, ma saper ragionare molto meglio di chi ha una laurea in ingegneria ma una vita personale pessima! È anche questo che deve saper fare la scuola. La scuola non deve formare un plotone di bravi ragazzi che non miglioreranno il paese e, anzi, lo manderanno allo sbando. La scuola deve saper formare delle persone intelligenti, che sanno cavarsela nella vita quotidiana. Non serve a nulla sapere tutti i testi della letteratura italiana e latina se poi, nei rapporti umani, siamo dei disastrati o in amore continuiamo a commettere sempre gli stessi sbagli. Insomma, quando manca lo “stimolo”, è impossibile rendere solido lo studio! Per “stimolo”, intendo qualcosa che ci attiri a sé e ci invogli, ma per fare questo dobbiamo partire noi con il primo passo.

“Sì, ma come faccio e da dove parto?”

Purtroppo, molti vorrebbero la lezioncina bella pronta e farsi dire. Ma così non imparano quasi niente per davvero. Per usare un termine che rimanda all’apprendimento, non assimilano. Fanno come i secchioni a scuola che sanno dire tutto a memoria delle dimostrazioni, ma poco dopo hanno già dimenticato tutto. Ormai, siamo diventati così insufficienti e incapaci che abbiamo bisogno di una app per sapere quanti centimetri ci sono in 225 metri. Non sto esagerando, purtroppo, e si possono fare svariati esempi simili. Uno deve avere la voglia di imparare e di fare. Se si aspetta il piatto pronto, beh, sbaglia. Così è ovvio che può anche stare lì sui libri per tutto il giorno, sentendosi però ancora più confuso di prima. Il fatto è che non c’è una via assoluta per tutti. Nel senso che io posso partire notando una breccia nel muro e avvicinarmi alla geologia e un altro da come le piastrine riparano le ferite per studiare medicina. Bisogna saper osservare, guardarsi intorno e riflettere. Bisogna avere la predisposizione non tanto a capire di più il mondo, ma a voler capire il mondo. Chi capisce la diversa sfumatura è già a un passo in avanti! Poi, sviluppando lo spirito critico sempre di più, arriverà per forza qualcosa che ci trascini a sé in modo preponderante e coinvolgente. Sarà qualcosa di spontaneo. Sì, alcuni mi diranno che così non ho detto niente e non ho detto che cosa fare nello specifico. Eccola lì, la pretesa della pappa pronta. C’è gente che non capisce che non esiste la bacchetta magica e non esiste la formula magica. Magari sono loro stessi a dirlo, ma poi, a conti fatti, hanno esattamente la pretesa di farsi dire. Non hanno voglia di provare, di sperimentare, di curiosare oltre il proprio orticello. In realtà, ho detto eccome che cosa fare: osservare, guardare, riflettere. Fate questo esercizio nel corso della giornata e vedrete che verrà tutto automatico! Provate a leggere una notizia di cronaca. Che cosa vi trasmette? State capendo quello che si sta dicendo? Approfondite, sia che ci abbiate capito sia che no. Cercate sulla tematica e formatevi un’opinione. Ovvio, bisogna affidarsi alle fonti giuste per non incappare nelle bufale, ma questo è sempre racchiuso nell’avere spirito critico. La vostra opinione è coerente o ci sono delle falle? Sottoponete l’opinione a un check-up. Se la vostra opinione ha delle falle, cambiatela e sviluppate idee migliori. Avete bisogno di un paio di scarpe nuove? Benissimo, informatevi su quali sono le parti di una scarpa, ad esempio la tomaia, il tacco. Informatevi sui materiali di costruzione della scarpa. Qual è il materiale più resistente? E perché quel materiale è resistente? Imparate a domandarvi, come fanno i bambini quando ripetono di continuo “e perché?” I bambini hanno una grandissima abilità a voler sapere e conoscere, ma purtroppo tanti adulti affossano il loro desiderio di conoscere (vedi il tipico “vai a guardare cosa c’è fuori”). È questo che vuol dire studiare per la vita. Se voi vi informate sui materiali di una scarpa, magari vi appassionate alla chimica e ne fate un oggetto d’amore, e magari vi ci laureate. Volete fare sport? Benissimo, allora dovete sapere cosa vuol dire potenza (in watt) o sistema sessagesimale. Quindi è fisica. Ma non state studiando fisica o chimica per prendere il voto. State studiando chimica e fisica per migliorare la qualità della vostra vita! Questo è anche ciò che non comprendono alcuni che ripetono e ripetono, diventando maniacali. Ripetono la lezione per colmare il bisogno di controllo e di perfezione, e questo è ben lontano dal reale senso dello studio che, appunto, è per la vita.

Capisco che le mie parole risultino fumose per chi ha ancora nella mente la domanda “sì, ma come faccio e da cosa parto?” A questo punto, però, oh, sveglia. Nessuno può fare le cose al posto di un altro. Non esiste una specie di iniezione che faccia avere la voglia, la predisposizione. Se siete giunti fin qui e vi chiedete ancora come fare, da cosa partire, allora forse siete spacciati. Possibile che non avete voglia di fare neanche un minimo di fatica per aprire la porta e uscire a vedere quello che c’è? Vi deve prendere qualcuno e accompagnarvi a braccetto? E allora amen.

Doctor Who, come imparare sulla vita e sul mondo
Il messaggio delle opere horror
Una scuola senza valori

Analfabetismo matematico e fallimento scolastico

Qualche tempo fa, scrissi un commento su un sito parlando di corsa. Il mio commento sembrava chiaro ai miei occhi, ma il commento di un’altra persona diceva che non si capiva nulla di quello che avevo scritto. Ho un po’ aggrottato la fronte, cercando di capire come mai il mio commento gli paresse così complesso. Poi ho capito:

la maggior parte della popolazione italica è afflitta da un’epidemia di analfabetismo matematico!

Cosa intendo per analfabetismo matematico? Intendo l’incapacità di utilizzare le nozioni base della matematica per risolvere problemi quotidiani. Io ho una conoscenza veramente basilare della matematica. Ho studiato a scuola e all’università quanto basta per sapere cosa sono derivate e integrali. Non raggiungo i livelli di abilità di chi è iscritto al Mensa (associazione di cervelloni con un QI di almeno 148). Ecco, benissimo, per cavarsela con i problemi quotidiani basta una conoscenza decisamente inferiore a quella che possiedo io. Così come si può dire che non è necessario essere poeti o drammaturghi per saper parlare bene l’italiano. Eppure tantissima gente non ci arriva, e parliamo di conoscenze da scuola elementare. I patiti delle materie umanistiche mi ribattono che esiste già il latino ad offrire le stesse capacità di logica e spirito critico, lasciando intendere che, sì, tanto comunque la matematica delle elementari non serve a nulla. Quindi per loro i problemi della vita quotidiana si risolvono sapendo il latino, una lingua morta e che il resto del mondo ignora (vedi “Arte, dipendenti dagli applausi e fanatici culturali“), o recitando a memoria la Divina Commedia! Ah beh…

Purtroppo mi rendo conto che le materie scientifiche sono insegnate molto male a scuola, in modo fin troppo nozionistico. Non si trasmette il senso di queste materie traslandone l’utilità nella vita pratica e quotidiana. Ma ciò non deve affatto giustificare l’ignoranza, anzi, proprio per questo bisogna dare più importanza alle materie scientifiche affinché il popolo non sia stupido. Invece no, come al solito in Italia si fa il contrario. Non solo c’è una grave carenza nelle materie scientifiche, una grave carenza che poi porta nella società un branco di incapaci. No, come se non bastasse, a ogni mandato politico la carenza è sempre più grave. Il programma televisivo “Cosmos – Odissea nello spazio” con Neil deGrasse Tyson spiega la fisica del liceo, formule a parte, molto meglio e con passione! Nelle nostre scuole si insegna tutto con troppo nozionismo e gli studenti non riescono a cogliere il senso. Purtroppo alle istituzioni e ai genitori non interessa formare persone con spirito critico, ma un plotone di bravi ragazzi che svolgono il compitino. Beh, ho delle cattive notizie. Ormai, il degrado scolastico è a tal punto che le nuove generazioni non sanno più fare neanche il compitino!

Un test elementare

Ora vi propongo quattro problemi semplicissimi di vita quotidiana e di esperienza scolastica per capire che la matematica, nella vita quotidiana, non è un optional, ma ci permette di vivere meglio. Se riuscite a risolvere al massimo solo due di questi tre problemi, siete appena sufficienti. Potete fare di meglio, approfondite di più. Se non riuscite a risolvere nessuno dei seguenti problemi, beh, allora correte ai ripari! Non è necessario conoscere l’analisi matematica da università per risolvere questi tre problemi. Bastano nozioni di base, da scuola elementare, quindi, se non riuscite a risolverli, non inventate alibi: rimediate alla carenza e basta. In appendice all’articolo, trovate le risoluzioni (e non guardatele prima, mi raccomando!).

1) Il vostro tempo su una 10 km correndo è di 45′. Qual è la vostra media in km/h? E qual è il vostro tempo al km, espresso in minuti e secondi?

2) Ho 1 probabilità su 10 mila di essere aggredito su una strada andando a lavoro. Se percorro la strada per 270 giorni all’anno considerando un andata e ritorno, quante probabilità ho di essere aggredito dopo 2 anni di lavoro?

3) Una ricetta è per 2 persone e prevede 140 g di pasta, 200 g di salsa di pomodoro, 300 g di melanzane e 20 g di olio. Improvvisamente, vi ritrovate 3 ospiti in più per cena e dovete riadattare la ricetta per 5 persone in tutto. A quanto corrispondono le nuove porzioni? E se la padella per 2 porzioni ha diametro di 26 cm, volendo fare per 5 porzioni, mantenendo invariata l’altezza della padella, di quanto dev’essere il diametro della nuova padella per farci stare le porzioni per 5?

4) Due rette parallele non si incontrano mai. Vero o falso?

Si potevano fare esempi un po’ differenti, ma in una salsa o in un’altra è questa la matematica che ci capita ogni giorno, mica la risoluzione dell’equazione di Schrödinger! Per chi ha le nozioni elementari sono problemi banalissimi e che si risolvono in brevissimo tempo. Per altri, affetti da analfabetismo matematico, sono un rompicapo impossibile. E allora è ovvio che vi farete fregare dalle slot machine o parlerete di sfortuna perché non avevate alcuna idea dei rischi di un’attività (ad esempio paracadutismo). Oppure ancora sprecherete i vostri soldi perché non vi renderete conto dei veri centri di costo nella vostra vita, accusando magari il caro benzina quando invece ogni sabato spendete molto di più per mangiare al ristorante. Pensate a tutti questi esempi di come vivete male ignorando o, peggio, disprezzando la matematica. E altro, altro, altro ancora che vi lascerà sempre come degli handicappati perché non sapete maneggiare con calcoli e numeri.

Paese allo sbando

Il fatto è che, nei casi più gravi di analfabetismo matematico, si hanno dei veri e propri drammi economici. Ad esempio, sprecare tonnellate di materiale perché non si sa calcolare l’esatta quantità da utilizzare causa il fallimento di un’azienda, con perdita dei posti di lavoro, e in alcuni casi è il popolo a dover magari ripianare il buco provocato. Basta pensare ad Alitalia, costantemente in rosso non solo per i paradisi fiscali dei suoi dirigenti, ma anche perché, evidentemente, c’è qualcuno che non ha delle basilari conoscenze della matematica. O a Trenitalia, che ogni volta aumenta poi il prezzo dei biglietti dei treni quando invece, se si padroneggiasse di più la matematica, si capirebbe dove conviene di più investire, quali sono le tratte più redditizie e quali conviene eliminare ecc. Di solito vanno a tentativi, a caso, sperando di aver azzeccato qualcosa e cercando di rimediare se non va secondo i piani. Quindi, l’analfabetismo matematico non provoca solo difficoltà quotidiane, ma anche lo sbando di un paese, come l’Italia, che è sempre più arretrato proprio perché molti sembrano quasi vantarsi beatamente di ignorare la matematica. Per approfondire sul discorso, vedi l’articolo “I somari nazionali, perché siamo allo sbando“.

Ah, ci tengo a precisare una cosa. Siamo un paese allo sbando. Abbiamo dei giovani tonti e ignoranti. Ma impariamo anche a fare un po’ di autocritica. I nostri giovani sono tonti perché, spesso, mancano gli stimoli. Insomma, non stiamo sempre a dare la colpa ai giovani. I giovani hanno dei genitori e degli insegnanti a scuola. Siamo sicuri che genitori, adulti e insegnanti operino sempre nel modo giusto e sia sempre colpa del giovane se è tonto? Onestamente, sono convinto che, tante volte, i giovani siano tonti perché è il fallimento della scuola stessa! Troppo spesso, gli adulti o gli insegnanti si pongono sul piedistallo o vogliono conservare la poltrona, non coltivando la capacità di mettersi sugli stessi livelli. E mettersi sugli stessi livelli è fondamentale per ottenere l’attenzione di un giovane. Come ho descritto nell’articolo appena linkato sull’imparare divertendosi, sapersi mettere sullo stesso livello è uno dei motivi che fa progredire gli altri paesi mentre l’Italia è ferma o cresce dello zero virgola.

Scienza per la vita quotidiana

C’è una serie molto bella, The Code, che spiega perché la matematica è importante. Nonostante il titolo possa far pensare ai libri di Dan Brown, si tratta di una serie illuminante dal punto di vista divulgativo. La serie è presentata da Marcus du Sautoy (che è un inglese, non un francese!). Si fanno parecchi esempi riscontrabili in natura e tutti i giorni sul come, anche nell’insospettabile, ci sia sempre la matematica. Marcus ci parla di api e di rocce. Ci spiega come i numeri immaginari vengono usati nelle torri di controllo degli aeroporti. Ci spiega principi della fisica come la conservazione dell’energia. Ci spiega come la natura tenda a restare nello stato di maggior efficienza con un gioco di bolle di sapone. Ci dice in che modo una figura geometrica in apparenza semplice, ovvero il triangolo, viene usata per creare le montagne nelle simulazioni virtuali. Vi consiglio di vedere questa serie, perché merita. A meno che non siate tra coloro che disprezzano la scienza a prescindere, ma in tal caso vi perdete delle opportunità. Purtroppo, a scuola capita raramente di spiegare le materie scientifiche come du Sautoy. Se si vedesse la scienza come fa lui, vedremmo il mondo con molta più fantasia e con molti più colori. La matematica non è risolvere meramente un’equazione, bensì capire cosa significa quell’equazione. Non si può spiegare a uno studente come risolvere un’equazione se non viene detto a cosa gli serve nella vita quotidiana. Poi certo, la natura si basa su leggi fisiche, ma non è perfetta. Non esisterebbe l’evoluzione se non fosse così, cioè se non ci fossero degli “errori”. Ma si dovrebbe spiegare agli studenti che la bellezza della matematica è vederla nella natura. Un’equazione è solo un’equazione finché devo risolverla su un quaderno. Ma se un’equazione mi fa vedere perché le api scelgono l’esagono per i loro nidi, ecco che cambia la nostra visione del mondo. La matematica diventa una meraviglia, perché è la natura ad esserlo. Inizierete a domandarvi se sia più sorprendente la natura o la matematica ma, di fatto, stiamo parlando della stessa cosa. La matematica è il linguaggio che adoperiamo noi uomini per descrivere il mondo. Non è un cumulo di nozioni e formule e basta. Un vero insegnante di scienze deve trasmettere questo valore, altrimenti è ovvio che avremo dei ragazzi che odiano la matematica.

Soluzioni

1) 45′ sono 0.75 ore (45/60 = 0.75), quindi la media in km/h è 13.3 km/h. In minuti al km, sono 4.5 minuti al km, cioè 4’30”/km (0.5*60 = 30).

3) Si tratta di una probabilità composta. La probabilità di 9999 su 10 mila (la probabilità in cui non vengo aggredito) va elevato alla 1080 (270*2 di andata e ritorno, e quindi ancora per 2 anni). Ciò che in apparenza sembra una strada sicura, in 2 anni mi porta a rischiare più 1 volta su 10 di essere aggredito! Da notare che occorre usare la percentuale di 99.99% perché devo valutare, dopo ogni volta, quante probabilità ho di scamparla! Se usassi la probabilità di 1 su 10 mila, andrei a calcolare una cosa diversa, cioè quante probabilità ho di essere aggredito più volte dopo che già sono stato aggredito!

3) 5 persone sono 2.5 volte rispetto a 2 persone. Quindi, le grammature, moltiplicate per 2.5, diventano 350 g di pasta, 500 g di salsa di pomodoro, 750 g di melanzane e 50 g di olio. Per quanto riguarda il diametro della padella, possiamo associare la sua forma a un cilindro. Conoscendo la formula del volume (V) del cilindro, aumentando di 2.5 volte V abbiamo che il diametro della padella dev’essere di 41 cm.

4) La risposta è: falso! La domanda da porsi è: quale geometria stiamo considerando? Nella geometria non euclidea, due rette parallele si possono incontrare eccome! Ad esempio, posso considerare due rette parallele incurvate, un po’ come avviene per le latitudini che si incontrano ai poli. La geometria non euclidea è quella su cui si basa la fisica moderna, compresa la relatività di Einstein. Tra l’altro, in matematica si usa uno stratagemma per far incontrare le rette parallele: farle incontrare all’infinito! A cosa serve la domanda che ho posto? Qualcuno la può trovare banale o che non c’entra nulla con l’articolo. La domanda, in realtà, serve a saper guardare ad ampio raggio e a non dare risposte frettolose (in pratica, ad evitare i pregiudizi). Se avete risposto subito che è vero… mi spiace, dovete coltivare di più il vostro spirito critico!

Studiare per la vita… come fare?
Una scuola senza valori

“Siamo tutti diversi”, l’alibi del perdente

Che siamo circa 7 mld di teste e caratteri diversi al mondo è una verità innegabile. Ognuno di noi ha la sua genetica (che eredità dai genitori), le sue abitudini, i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi gusti, il suo ambiente, i suoi insegnanti. Purtroppo il “siamo tutti diversi” diventa troppo spesso un alibi per chi non vuole migliorare nella vita. Il “siamo tutti diversi” è la frase ripetuta sistematicamente a ogni critica, senza riuscire a capire che, quando una critica è fatta in modo costruttivo, come minimo una persona ci riflette e poi valuta, razionalmente, se è il caso di accogliere la critica e cambiare. Una critica è dunque costruttiva quando evidenzia un comportamento o una scelta che, nel breve o nel lungo termine, porta problemi o predispone altamente ai problemi. Non è infatti una critica costruttiva lamentarsi di avere la scrivania in disordine o di pulire troppo poco la camera. Se uno ritrova tutti gli oggetti nel disordine della scrivania, che per lui è solo un differente ordine, nessun problema. Così come nessun problema se la camera è decente e non lercia per poterci vivere. Incredibilmente, è tipico di molti concentrarsi a criticare le venialità e sfuggire via con il più classico “siamo diversi” su difetti che sono tutt’altro che veniali! Non so, probabilmente è più facile pensare di pulire a lucido il pavimento piuttosto che concentrarsi sul migliorare se stessi e nell’approfondire ciò che viviamo. Non si deve dare importanza ai pregiudizi e alle critiche dettate per il puro gusto di dire qualcosa contro, ma è altrettanto da stupidi svignarsela con un “siamo tutti diversi” quando la critica evidenzia oggettivamente un problema. Per quello che ho notato nella mia esperienza, in particolare c’è una forte repulsione alla logica e al raziocinio. Mi sento spesso ripetere che una mentalità scientifica è un “mondo a metà” (è esattamente il contrario e lo spiego in questo articolo). Ridicolo. Si ha repulsione e si irride qualcosa che non si sa padroneggiare, come la volpe con l’uva. Peccato che poi sia proprio questo a scatenare una serie di problemi nella vita.

– Il matrimonio fallisce perché non si è scelto un partner compatibile;
– Si è vittime di fregature perché si è convinti che l’astrologia ha anche solo un po’ di verità;
– Si calcola male gli interessi di un mutuo perché si ha la repulsione per i numeri;
– Si è convinti che il veganesimo sia una dieta che salva dal tumore perché non si sa la differenza tra correlazione ed effetto-causa;
– Ecc.

L’assurdità di questo modo di fare sta nel trasformare i più comuni e maggiori vizi e difetti in qualcosa di normale, per alcuni è addirittura “fisiologico”! E se faccio notare tutto questo, ovviamente, la scusa è che “siamo tutti diversi”. Altri invece si difendono per risentimento, attaccano con i “ma tu chi sei per giudicare?” Non capiscono che è da persone intelligenti giudicare tanto quanto accettare di essere giudicati. Perché, se uno sa di agire bene, è coerente con la sua etica, è razionale, non c’è giudizio che possa ferire. Tutti, nella vita, giudichiamo, ma spesso non ce ne accorgiamo. Viviamo nel giudizio quotidiano e perenne, quindi essere insofferenti al giudizio significa di fatto essere incapaci di vivere e migliorarsi. Che poi si debba giudicare nel modo giusto, è ovvio, ma un giudizio dettato in modo sbagliato, magari per fare i bastian contrari, non è motivo per rinnegare il giudizio a priori. A questo punto, con la scusa del “siamo tutti diversi” si può difendere chiunque, anche un criminale. Arriva un pedofilo e dice:

“Chi sei tu per giudicarmi? Siamo tutti diversi!”

Offendetevi pure per il paragone. È facile sbottare quando qualcosa riguarda altri e poi nascondersi come struzzi quando qualcosa riguarda noi! La pedofilia è un reato, ma il pedofilo si può sempre difendere prendendo in causa il “siamo tutti diversi” sostenendo che è la società ad aver stabilito cosa è reato e cosa no, che è tutto relativo, che la società ha stabilito cos’è un comportamento deviato visto che gli antichi egizi praticavano l’incesto e che, appunto, “ognuno è diverso e non va giudicato”. Con la scusa del “siamo tutti diversi”, si può difendere qualunque posizione orrenda, criminale o che danneggia la qualità della vita. Si può difendere un fumatore, un sedentario, un drogato… chiunque! E allora la società diventa un’anarchia totale, un continuo vivere a caso e in balia degli eventi, senza mai assumersi la responsabilità di un’azione. Troppo facile difendersi dietro al “siamo tutti diversi” per non migliorare: è l’alibi del perdente!

Eroi o masochisti?
Sacrificheresti te stesso o uccideresti il partner?

Turismo sportivo e turismo gastronomico

Viaggiare per conoscere una nuova città perché si è amanti della cultura o per andare al mare o in montagna perché si ama la natura sono motivi validi per viaggiare. Bisogna però essere veramente amanti in questi ambiti. Chi va a visitare il Louvre giusto perché c’è la Gioconda e “ci vanno tutti” non è di certo un amante della cultura. E lasciamo poi perdere coloro che vanno alle Maldive perché dire Maldive “fa figo” o per rosolarsi su un fazzoletto di spiaggia a Rimini a fare quel cruciverba o Sudoku che basta per tutto l’anno. Ci sono però altri due motivi molto validi per fare turismo, ognuno con dei vantaggi e delle utilità di non poco conto.

Turismo sportivo

Negli ultimi anni, sta prendendo molto questo tipo di turismo, che fa girare l’economia locale offrendo molti posti di lavoro e fa conoscere le bellezze delle località che si attrezzano allo scopo. Il turismo sportivo serve sostanzialmente a chi, in ferie o nel fine settimana, si reca in un luogo più adatto per la pratica sportiva. Infatti, se si abita in città, nei giorni infrasettimanali di lavoro si dovrà correre al parco, ma al sabato e alla domenica si potrà andare in campagna con la famiglia e praticare meglio il proprio sport. Oppure, quando si è in estate, si sfrutterà quel mese di agosto di ferie per andare ad allenarsi al fresco della montagna, dove si potrà fare ciclismo su salite impegnative e serie o anche per correre con più fresco nelle zone di valle. Da notare che il turismo sportivo non cancella affatto i “bonus” della classica vacanza. In base allo sport che si pratica, alle proprie preferenze e al proprio stile di vita, si deciderà la meta più adatta per il turismo. Ad esempio, Nizza e la Costa Azzurra sono mete ideali per correre nei mesi più freddi, l’isola d’Elba nelle stagioni “di mezzo” va bene per qualunque tipo di sport, la montagna in inverno per sciare e in estate per correre o fare ciclismo con più fresco. Inoltre, il turismo sportivo ben si adatta anche agli amanti della natura. Infatti, chi ama la montagna potrà godersela bene con una giornata di trekking o di mountain bike, mentre chi ama il mare potrà praticare pesca subacquea. Il concetto principale è rendere attiva la vacanza, senza che essa sia dedicata all’appisolamento. Chi sfrutta le vacanze per appisolarsi è uno stanco della vita, che nel resto dell’anno sopporta o sopravvive le situazioni e non fa nulla per avere di meglio: uno zombie!

Un consiglio:

il turismo va fatto DOPO l’evento sportivo!

Può sembrare un consiglio banale, ma non lo è. Soprattutto nel caso in cui la gara sia la maratona, è assolutamente impensabile passare il giorno prima della gara camminando per ore o chilometri in giro per una città o in generale un luogo. Arrivate sul posto, ambientatevi un attimo, fate la gara e POI approfittatene per beneficiare dei tipici comfort del turismo.

Turismo gastronomico

Andrew Zimmern e Tony Bourdain sono indubbiamente tra i pioneri del turismo gastronomico. Ognuno ha poi sviluppato dei programmi televisivi molto famosi. Zimmern ha condotto Bizarre Foods (la traduzione italiana in “Orrori da gustare” è di cattivo gusto, il programma è ben diverso!), mentre di Bourdain voglio ricordare No Reservation. La caratteristica di questi programmi è di far conoscere, un po’ in forma di diario di viaggio, le abitudini gastronomiche dei paesi del mondo. Entrambi camminano e faticano molto durante i loro viaggi, con lo scopo di entrare in contatto con i locali. E il cibo, si sa, è uno dei modi più efficaci per farlo. Gli italiani purtroppo hanno spesso il brutto vizio di andare all’estero e aspettarsi gli spaghetti della mamma, salvo poi disgustarsi e dare per scontato che tutto ciò che non è nostrano fa schifo. Si tratta di un becero e infame pregiudizio tipico di persone ottuse. A questo punto, viene da domandarsi perché vanno all’estero. Analogamente al turismo sportivo che offre anche modo di immergersi nella natura per chi l’ama, il turismo gastronomico è anche un bel “bonus” per chi ama viaggiare da amante della cultura. Io condivido il pensiero di Zimmern secondo il quale nulla unisce più del cibo. Non so se non esista altro che unisca allo stesso modo. Credo di sì, ma indubbiamente il cibo è un metodo più che efficace per unire i popoli. Anche per il turismo gastronomico, però, si tratta di trasformare la vacanza in qualcosa di attivo, senza rimanere chiusi per gran parte della giornata in albergo. Si esce, si esplorano le bancarelle e i supermercati locali. Insomma, c’è uno sforzo fisico che occupa l’intera giornata, cosa non di poco conto perché permette anche di smaltire il cibo consumato. Non importa se si va in Cina piuttosto che tra i viottoli di San Gimignano. Quello che conta è… esplorare, conoscere, approfondire e gioire di ciò che fa parte del mondo, vedendo il mondo tutto colorato e non solo esteticamente piacevole e sereno.

Naturalmente, si possono abbinare insieme il turismo sportivo e il turismo gastronomico: a mio parere, questo è il top.

Chris McCandless e i suoi emulatori sbandati
Vacanzieri polli e apparenti e i perché del viaggiare

Insufficienti e ultima spiaggia

L’amore di coppia è l’idolo della nostra società per definizione. Film romantici e del genere “born romantic” spopolano, facendoci di fatto credere che una vita pienamente realizzata sia solamente con un partner. D’altronde fin da piccoli siamo condizionati con il mito del principe azzurro e della principessa. Particolarmente sensibili sono le donne, che fin da bambine sono indirizzate al ruolo di madre e moglie attraverso il gioco con le bambole. Tutto questo non fa altro che mietere un sacco di vittime in modo molto subdolo, forse più di quello che fanno, poiché si tratta di mente umana ed emotività, i comuni tumori. Il grande pericolo che provoca questo tipo di condizionamento è l’incapacità di essere indipendenti. Cosa si intende con questo? Siamo abituati a concepire l’insufficienza pensando ai classici “bamboccioni”, quindi sotto un aspetto materiale. Qui parliamo di un diverso tipo di “bamboccioni”, ovvero di coloro che hanno bisogno di una relazione sentimentale per andare avanti, per sentirsi pienamente appagati. Spesso ho sentito dire da questi soggetti che prima erano felici comunque, ma poi si scoprono frasi da rabbrividire come:

– “se perdessi il partner, non me lo perdonerei mai”;
– “senza di te, non vivo”;
– “sei tutta la mia vita, sei tutto ciò che desidero”.

Grandissime frasi ad effetto, ma un pericolosissimo boomerang esistenziale. Vuol dire che in realtà prima non si era affatto felici e ci si sta solo raccontando una bugia. Questo meccanismo diventa tanto più grave quanto più ci si avvicina a una fase di età più tarda e, anche qui, sono sempre le donne ad essere più sensibili. Perché un uomo single è visto semplicemente come uno scapolo, mentre una donna single è vista come una zitella. Ecco che allora, pur di non rimanere soli, si opta per la strategia dell’ultima spiaggia. Una volta, una ragazza sarda, studente universitaria, si trasferì in Inghilterra con il partner per allontanarsi da casa. Siccome nessuno di loro due aveva un oggetto d’amore vero e proprio, e dunque non sapevano realmente essere indipendenti dal punto di vista esistenziale, lei asserì che, siccome si sentiva sola e non aveva amici, voleva dei figli. No comment. Un altro episodio mi è capitato di recente, dove un’atea si è fidanzata con un religioso, non pensando a tutte le divergenze etiche. E se si hanno figli, come li si educa? Li si battezza? L’aborto è un crimine o no? Dio esiste o no? La frase “Io credo in Dio ma ognuno ha la sua individualità” che mi è stata riportata è del tutto priva di senso, letteralmente allucinante. Non vuol dire nulla, è solo una frase di nullo spessore razionale che ha il goffo tentativo di fare come gli struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia e sperano di non essere scoperti. Tutto questo avviene proprio perché si è incapaci di essere indipendenti, di reclamare la propria autonomia. Lei, con gli anni che passano inesorabilmente e quindi deve darsi da fare alla svelta, rinuncia ai suoi ideali o scende pilatescamente a compromessi per far funzionare la relazione. E dall’altra parte? Uno religioso che crede nel matrimonio, l’altra che bestemmia. Immaginare i figli in un contesto del genere causerebbe solo confusione. Ok, si decide di non avere figli per eliminare alla radice il problema? Va bene, ma rimane sempre il fatto che ognuno rinuncia a una parte importante di se stesso “pur di” avere un partner accanto. Si rinuncia alla propria libertà, a se stessi, a quello in cui crediamo, riadattando a uso e comodo la propria etica. A questo punto trattasi di un’etica piuttosto di cartapesta, che non vale nulla, o si ha un’etica solo in base alla persona con cui si vuole stare. So che a molti posso sembrare drastico nella descrizione degli scenari, ma chissà perché chi mi contesta è giusto alle prime fasi della relazione (che può anche essere di mesi o nel primo anno) e ancora si spera che magari l’altra persona cambi. Salvo rimanere delusi quando ciò non avviene. Il tutto causando pesanti drammi esistenziali.

Sarò sincero, questa insufficienza che ho appena descritto sembra, a quanto pare, un vero e proprio virus epidemico. È triste pensare che la gente, anziché imparare a camminare sulle proprie gambe non solo materialmente, basi la felicità “somma” esclusivamente sulla presenza di un partner. Ho visto tanta gente cadere in depressione, sfociare nell’autolesionismo, drogarsi e quanto di peggio a causa di questo micidiale virus. Eppure la “cura” è lì, così ovvia, ma così altrettanto snobbata. Si potrebbe avere il massimo della qualità della vita da soli piuttosto che farsi limitare nella propria individualità e nella propria libertà con un partner non del tutto compatibile, con punti di vista fortemente distanti. Il compromesso non è la soluzione e in amore non ci dovrebbe essere compromesso, non ci dovrebbe essere riadattamento. L’amore vero, sano, equilibrato, è quello che permette a ciascuno di esprimere pienamente se stessi e la propria libertà. O, nei casi estremi, diventa una patologia. Si dovrebbe prendere esempio da Robert Marchand. Con oltre 70 anni da vedovo e senza figli, a 105 anni ha realizzato un record dell’ora nel ciclismo nella sua categoria di età. Evidentemente, Marchand, dopo la perdita della moglie, non ha trovato un’altra donna a lui compatibile (o semplicemente era devoto alla moglie, ma il concetto non cambierebbe). Consapevole di ciò, è stato lo stesso capace di trascorrere una vita al 100%, da leggenda. Leggenda non tanto per i suoi record, ma per la sua globale capacità di amare la vita, cosa che non possiedono gli insufficienti descritti perché, quando non hanno il partner o lo perdono, crollano come crolla un edificio senza basi solide al primo soffio di vento forte.

Quasi sempre, non riesco a convincere l’interlocutore delle mie argomentazioni a riguardo di quanto trattato in questo articolo. E secondo me è un peccato, un vero peccato che ci fa perdere molto dalla vita. Ma non importa. Sarà sbagliato quel vecchio arrogante di orphaeusest, ma domani andrò ad allenarmi come al solito senza passeggiare con il walkman, integrandomi perfettamente con il clima e l’ambiente a me circostante, dando il massimo di me stesso anche se i tempi sono mediocri. Mi butterò nella sperimentazione di nuove ricette, perché amo il cibo e non temo di ingrassare al primo sgarro, facendo sport per mantenermi in salute. Guarderò una delle mie serie televisive come Law & Order o Doctor Who non solo per il piacere di vederle, ma per avere spunti per comprendere il mondo, andando ad approfondire le tematiche proposte. Parlerò di calcio con un mio amico che ho da più di dieci anni o leggerò qualche articolo scientifico e saprò di aver raggiunto un grande successo: la mia libertà. E in questa libertà, l’amore di coppia sarà una possibilità solo nel caso in cui troverò una donna a me realmente compatibile, senza farmi andare bene quella che più trovo simpatica, disposta e piacente a differenza di chi si muove il più in fretta possibile perché dietro la nuca ha una scadenza come quella del latte. Per questi ultimi, c’è solo una cosa da dire: amen.

Quando la prigione in coppia è una scelta

No alla musica per studiare e allenarsi!

Va sempre più di moda associare la musica alle attività giornaliere, in particolare lo sport e lo studio. Abbinare la palestra o la corsa alla musica in cuffia è così comune che poi finisco per risultare io quello strano. E sinceramente, non riesco nemmeno a studiare con su anche le band metal e rock che più mi piacciono. Insomma, o ascolto musica o studio o faccio sport, per ottenere il massimo dell’impegno in quella determinata attività. Purtroppo il multitasking è uno dei difetti della nostra società. È comunissimo non solo che qualcuno studi con la musica per “rilassarsi”, ma è altrettanto comune vedere gente che cammina guardando lo smartphone piuttosto che la strada. E questo provocando incidenti seri, che troppo superficialmente vengono additati come “cose che capitano”. Chi si allena in strada con il walkman è un incosciente e bisogna assolutamente evitare di farlo! Ma per questo argomento ho dedicato l’articolo “Come allenarsi in strada“. Il multitasking dev’essere di altro genere, cioè rivolto alle attività di gestione come ad esempio le pulizie. In questo caso, lo scopo è funzionale e ci fa risparmiare tempo per poterci dedicare a ciò che amiamo. Capite che, però, stiamo parlando di una cosa diversa!

Il fatto curioso è che tanti di quelli che studiano o fanno sport con su la playlist non sanno granché di musica. Io sono un appassionato e ho partecipato a tanti concerti nella mia vita. Ma se devo studiare o fare sport, la musica è “bandita”!

Ma poi, cos’è davvero il multitasking? Quello che alcuni credono sia il multitasking non è altro che il passaggio da un compito all’altro. Quindi, se state ascoltando musica mentre studiate, o vi state concentrando sulla musica e trascurate lo studio o viceversa. Al massimo la musica fa da “sottofondo”, ma non state ascoltando musica e studiando contemporaneamente! Quello che è interessante è scoprire perché c’è questo bisogno di “staccare” da un compito. Finché si tratta delle attività di gestione, può starci ed è sinonimo di saper ottimizzare il tempo. Ma se uno dice che gli piace fare sport, ma ha bisogno di mettere su la playlist, c’è qualcosa che non va!

Quando hai bisogno di “distrarti”

Sostanzialmente, il principale motivo per cui la gente mette su la musica per fare qualcosa è che:

non vive pienamente ciò che fa!

Attenzione, non sto dicendo che con la musica non si rende, ma che con la musica non si rende al meglio. È la comprensione della dicitura “al meglio” che fa la differenza. Certo, capisco che oggigiorno ormai sia comunissimo rimanere attaccati al cellulare mentre parliamo con qualcuno, quindi perché prendersela con la musica mentre si fa jogging o si sfogliano le pagine del libro da studiare? Il fatto è che concentrarsi pienamente in quello che si fa vuol dire entrare in totale sintonia. Con la musica, succede che invece si vive come in un mondo alternativo. E in questo caso non è positivo perché, siamo sinceri, chi si perde via ad ascoltare davvero la musica non starebbe a fare altro, bensì presterebbe attenzione a ogni nota. Cosa che chi mette su la musica mentre “studia” o fa jogging non fa! D’altronde, quando la mia mente è tutta concentrata a sentire il mio corpo mentre corro, a fare attenzione al ritmo e al percorso, non ho assolutamente motivo di ascoltare la musica. Oppure sono così coinvolto in quei calcoli e in quelle dimostrazioni che, se la musica è accesa, neanche la sento. E quest’ultima cosa è proprio ciò che hanno finito per ammettere diverse persone fermamente convinte che la musica “aiuta”. La musica come sottofondo? Sì, ma allora, se poi ammetti che tanto praticamente non l’ascolti… non fai prima a spegnerla definitivamente? Tutto questo l’ho sperimentato in prima persona. C’è stato un periodo delle scuole superiori dove avevo bisogno di mettermi le cuffie per fare sport. Era una cosa che non avevo mai fatto prima di allora. E infine ho capito perché, anche se a posteriori non è che ci volesse un genio a capirlo: mi annoiavo, e fare sport in quella fase della mia vita mi pesava terribilmente e dovevo in qualche modo arrivare alla fine. Ecco, è esattamente ciò che fa il classico jogger con il walkman. Si annoia, per lui fare quella corsettina di mezz’ora pesa troppo, è un supplizio così enorme da necessitare di un anestetico. Non sarebbe meglio imparare a fortificarsi e vivere con più coinvolgimento quello che si fa? Stessa cosa vale per lo studio. Come fate ad ascoltare musica quando siete concentratissimi? Mi vengono in mente tutte quelle persone che infatti non sopportano lo studio, e quindi magari sono degli analfabeti matematici. E allora mettono su la musica, nella speranza di “darsi la carica” o di riuscire a reggere lo studio, non assimilando in realtà quasi nulla. Non sarebbe meglio comprendere che chi è ignorante vivrà male? Non si deve studiare per il voto o per superare l’esame, ma per la vita. Chi è stupido non combina granché! Non si studia per imparare a memoria le nozioni e prendersi il voto. Si studia per vivere meglio, imparando anche dalle bocciature.

Quello che ho detto finora non vuol dire che se mettete su la musica verrete bocciati all’esame. Vuol dire che non state dando il massimo. Questo vale anche quando si è i più scarsi, perché nella vita non conta vincere per forza ma impegnarsi secondo le nostre potenzialità vere. L’atteggiamento del dare tutto manca proprio a chi ha “bisogno” della musica per fare qualcosa. Io dò il massimo anche quando faccio un fondo lento, quindi quando parlo di dare il massimo lo faccio in senso ampio. Il fondo lento fa parte del programma di allenamento e va eseguito come si deve. Pertanto sono così concentrato che usare le cuffie lo trovo scomodissimo, altro che “carica”! E non è un fatto soggettivo, ma quello che accade a chiunque sta pienamente vivendo quello che fa. Questo smentisce chi contesta affermando che alla maratona di New York hanno bandito le cuffie perché dopanti. Al massimo “esalta” chi è psicologicamente scarso, per gli altri invece la prestazione peggiora!

Non c’è veramente ragione per ficcarsi le cuffie nelle orecchie. Quando io corro, non ho bisogno di essere distratto dalle note musicali. Preferisco ascoltare musica in sede separata e dandole la giusta importanza! Ho imparato a conoscere me stesso, a capire il ritmo delle mie gambe. Il cronometro serve solo come verifica, per correggere quando vado troppo piano o troppo veloce. Ci sono invece tantissime persone che non riescono a capirci nulla e hanno sempre bisogno di app! Ecco, imparate a conoscere voi stessi, il vostro corpo e ciò che amate. Perché, se non imparate a farlo, dovrete sempre in qualche modo estraniarvi e userete la musica. Userete la musica per un’attività che non è del tutto gradita o non è vissuta del tutto al massimo. E questo è un peccato, un grande peccato, perché ci toglie molte opportunità di vita.

Gli studi

Sono sicuro che non avrò comunque convinto i più “irriducibili” della musica per fare sport o studiare. Termino quindi facendo presente che esistono diversi studi che evidenziano la dannosità del multitasking e alcuni addirittura rilevano un deficit nel quoziente intellettivo. Professori e ricercatori come Eyal Ophir, Earl Miller e Clifford Nass arrivano tutti alla conclusione che fare più attività le fa fare tutte male o addirittura comporta dei deficit cognitivi. Se penso alla classica casalinga che fa mille cose insieme, personalmente ho sempre l’immaginario di una persona distratta, un po’ fusa, che tante volte dimentica le cose. Bene, questo vale anche per chi studia o fa sport con la musica. Se impariamo a concentrarci solo su una cosa per volta, riusciamo automaticamente a farla meglio, in modo più veloce ed efficiente. Certo, se uno è psicologicamente debole… allora il discorso è un altro e spero che cambiate approccio. Ecco un articolo del sito che spiega perché il multitasking (quello non delle attività di gestione) è impossibile: “Ricerche spurie e articolisti gossippari“.

Vacanzieri polli e apparenti e i perché del viaggiare

Tante volte, mi capita di sentire gente che spende addirittura 2000-9000 euro per andare in luoghi esotici come il Sud America e l’Oriente. I più poveri, ovviamente, si accontentano di Sharm el Sheikh o delle Maldive. Altri, non hanno ancora i soldi e, complice le difficoltà quotidiane, sognano romanticamente di andare, un giorno, qui o lì. C’è gente che ha visitato mezza Asia o tutto il Sud America e non sa neanche quello che c’è a 40 km da casa sua. Che senso ha? Inutile dire che nessuno di loro abbia realmente capito il senso del viaggiare, che non è status quo con cui cercare di apparire e poter dire che ce lo si può permettere. Vediamo quindi di entrare nell’argomento e di comprenderlo con reale spirito critico.

Il vacanziere da spennare

Sinceramente, non capisco come si possa spendere 2000 euro di viaggio e poi mangiare quotidianamente male o dire che non si riesce a fare sport perché non si hanno soldi per un paio di scarpe da corsa. Io ritengo che viaggiare sia una grossa opportunità per conoscere il mondo, ma ci devono essere un concreto interesse e una seria organizzazione. Non ha alcun senso prenotare una settimana alle Maldive e poi rimanere spiaggiati su una pezza di 2 metri per 2 che posso tranquillamente trovare anche vicino a casa mia sull’Oglio. Anzi, in realtà l’Oglio è decisamente meglio, ve l’assicuro. È più tranquillo e non c’è bisogno di noleggiare un ombrellone per rifugiarsi dall’afa. Il punto è che il bistrattatissimo Oglio non ha lo stesso appeal delle Maldive. Se racconto di aver fatto una gita sull’Oglio o su un isolotto temporaneo sul Ticino a Pavia con le piante carnivore, chi penderebbe dalle mie labbra? Ticino e Oglio contro le Maldive, New York, safari in Kenya o nella neve ricreata a Dubai? Non scherziamo, sei un poveraccio se il tuo ideale è l’Oglio o il Ticino! Attenzione, però, anche chi va a spiaggiarsi a Rimini con quel libro letto per tutto l’anno fa esattamente la stessa cosa dei safaristi. Che sia Rimini o l’esotica spiaggia delle Maldive, il modello comportamentale del turista o vacanziere pollo è sempre lo uguale. Mah, sarà, ma quando vedo tutta quella gente ammassata in spiaggia mi vengono in mente gli animali (polli e maiali) tenuti stipati nelle batterie di allevamento intensivo. Con la differenza che questa gente è doppiamente fessa perché paga pure! Ma non dicono che c’è crisi? O che non arrivano a fine mese? E non parliamo del rituale dell’abbronzatura. Parola d’ordine: diventare neri il più possibile (e magari sono gli stessi che poi fanno razzismo). Si sa che ormai “prendere il sole” non fa affatto bene, ma per una qualche masochistica ragione si crede che abbronzarsi debba essere un must delle vacanze. E allora perché questa gente non fa nulla per essere abbronzata tutto l’anno?

Perché viaggiate?

Insomma, un viaggio deve avere un valido quid, che può essere un evento particolare, a cui si vuole abbinare il classico turismo, o perché qualcosa di quel luogo ci attrae. Ho notato che, per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, tanti viaggiatori non sono altro che compulsivi. A loro, non interessa il posto che visitano, ma poter tornare a casa e dire “sono stato qui, sono stato lì”. In quanti tornano in un posto che li ha davvero affascinati per scoprire nuove sfumature e nuovi dettagli di ciò che piace? È vero, il mondo è ampio e c’è tanto da scoprire, ma mai nessuno riuscirà a scoprire fino in fondo tutto il pianeta nell’arco della sua vita. Non è che quello che attrae è in realtà l’idea della novità? E una volta svanita la novità, si deve cercare altro per poter replicare le stesse sensazioni. Come una droga, per chi è annoiato dalla vita quotidiana. Chi pensa che il paragone sia eccessivo, rifletta su se stesso, anziché risentirsi. Ad altri, piace l’ebbrezza di prenotare, di prepararsi, salvo lamentarsi degli imprevisti (traffico, voli in ritardo o cancellati) e di quanto il viaggio sia stato faticoso e stressante. Non me ne vogliate, ma sto dicendo tutto questo con un’esperienza di viaggio di tanti anni che mi ha portato un po’ dovunque in Italia e in Europa, arrivando anche in Canada e negli Stati Uniti ma, quando qualcuno mi chiede il perché dei miei viaggi, so fornire spiegazioni coerenti e dettagliate. Ad esempio, sono un appassionato di cultura scandinava e vichinga. Mi sono anche cimentato a imparare un po’ il norvegese e lo svedese. So che i vichinghi erano una civiltà progredita, che veniva vista male per una cosa che, ad oggi, riteniamo comune: lavarsi ogni giorno. So cos’è lo smörgåsbord (una specie di buffet con pietanze tipiche) e so quanto sia diverso il clima tra Bergen (che riceve il calore della corrente del Golfo) e Oslo (che non riceve il calore della corrente del Golfo). I miei viaggi in Danimarca, Norvegia e Svezia sono stati quindi ispirati da una passione per questi paesi. Ora, in quanti di coloro che vanno a farsi la settimana alle Maldive sanno che si tratta di un paese estremista islamico, dove non esiste il reato di violenza sessuale e che chi non abbraccia la fede islamica non può avere la cittadinanza? Certo, se si è polli con il portafoglio da svuotare e si vive in villaggio turistico, si chiude volentieri un occhio, ma fuori dal villaggio turistico è tutto un altro mondo. Con i problemi di terrorismo degli ultimi anni, poi, sono sempre maggiori le limitazioni, i disagi e le rotture rispetto al divertimento. Posso capire che per chi ama davvero il viaggio, conoscere nuovi posti e fare esperienza interagendo con altre culture. Per questo tipo di persone, il gioco vale indubbiamente la candela. Ma che senso ha per chi viaggia così, tanto per passare il tempo o per uno svago illusorio in una vita da sopravvivente?

Vacanze oppure oggetti d’amore?

Sarò in controtendenza, ma credo che, se uno è felice della sua vita, non ha bisogno di fare un viaggio per forza. E non ha senso dover per forza allontanarsi facendo le vacanze altrove. Andare via nel periodo di ferie da lavoro ha senso se c’è un ragionevole motivo che, nel resto dell’anno, non c’è e impedisce di coltivare un proprio oggetto d’amore (vedi l’articolo “Turismo sportivo e turismo gastronomico“). Potrei dire che, spesso, ho fatto turismo in città italiane come appendice di un concerto musicale (da appassionato di musica) e ho avuto l’occasione di rimanere legato a determinate città come Roma e Firenze. Una volta, sono tornato a Parigi, sfruttando le offerte a basso costo (notare che, senza l’offerta, avrei desistito, riconoscendo i limiti della mia economia), perché mi interessava esplicitamente il Museo di Storia Naturale, in quanto all’epoca studente di geologia. Amo la scienza, quindi il viaggio a Parigi era ben giustificato. Oppure ho visitato il Lake District (nord dell’Inghilterra, quasi al confine con la Scozia) perché volevo fare delle escursioni su quelle colline che hanno ispirato i poeti romantici dell’ottocento che tanto amo letterariamente.lake discrict Ho camminato tutto il giorno, arrivando così stremato da mangiarmi senza problemi due pizze più vino in tarda serata. Chi lo farebbe? No, meglio parcheggiarsi in albergo sollazzandosi al bordo piscina e uscire ben vestiti e super profumati per due passi a vedere le vetrine che sono appositamente piazzate per far spendere chi non spenderebbe affatto se non fosse preso dall’estasi del viaggio. Oh, e poi, visto che sostanzialmente un posto non interessa, la noia viene compensata dagli spostamenti tra un luogo e l’altro: spostamenti anche di diverse ore per poi fermarsi praticamente nulla una volta giunti a meta, scattando la foto di rito con una macchina fotografica di cui, naturalmente, si conosce solo il 10% delle funzioni. Sarà ma, tra coloro che viaggiano, ne vedo ben pochi prendere una scelta ben motivata.

Viaggio e personalità

Ho identificato diversi tipi di soggetti che viaggiano. L’insoddisfatto e infelice della vita quotidiana che ha bisogno di essere sempre in movimento per “staccare” dalla realtà di tutti i giorni. E dopo ogni viaggio, attende con ansia il successivo, vivendo da depresso il periodo intermedio. Il maniacale che dà più importanza alle prenotazioni, agli orari e alle valigie piuttosto che a divertirsi e a vedere. Il lussuoso che vuole far vedere che “lui può” andando a fare safari in Africa o in Giappone. Il debole che viene trascinato dai condizionamenti e vuole apparire ciò che non è, di rango superiore, o costretto dal partner. Il superficiale che dice di voler conoscere un posto, però poi non assapora la vita di questo stesso posto, non ne approfondisce i dettagli e visita solo i siti più famosi e gettonati (ad esempio il Louvre a Parigi, ignorando magari i piccoli negozi di libri nei pressi del quartiere latino). Potrei elencarne altri, ma mi fermo qui perché sono sicuro di aver già tirato una mazzata a parecchia gente. Voi a quale categoria appartenete? Se vi sentite colpiti da questo articolo, non prendetevela. Potreste scoprire che è meglio risparmiare i soldi per mete e vacanze. Oppure il vostro approccio nei confronti dei viaggi muterà radicalmente e ve li godrete con maggior energia e spirito.

I viaggi di Greta Thunberg

Mi ha colpito molto la visione dei viaggi di Greta Thunberg. Io continuo a pensare che viva tutto ancora con troppo estremismo. Ad esempio, non condivido il suo viaggiare solamente in treno per non dipendere dall’oro nero. Alla fine, indirettamente, anche i treni dipendono dagli idrocarburi. I motivi del viaggiare in treno potrebbero essere i paesaggi fuori dal finestrino. Ma anche dall’aereo ci sono visioni spettacolari dall’alto. Le Alpi viste dall’aereo, ve l’assicuro, sono qualcosa di incredibile!

Insomma, non è sbagliato prendere l’aereo in senso assoluto, ma il modo in cui lo fai. Ed ecco dove mi trovo perfettamente d’accordo con la Thunberg. Se esiste un posto naturalistico intatto o quasi intatto, come ad esempio le Svalbard, non ci andare in aereo. Prova ad andarci con le tue gambe (o in slitta, in canoa ecc), ma non in aereo, così da minimizzare l’intervento umano. I posti belli e selvaggi sono ormai così rari che dovrebbero essere lasciati lì dove sono. Ve lo dico da amante dei viaggi. Sono stato per le interminabili colline del nord dell’Inghilterra e ho fatto tante gite in montagna, ma non andrei mai alle Svalbard. Perché dovrei? Per poter tornare a casa e dire di aver visto degli orsi? No, lasciamo gli orsi lì dove sono. Ci sono altri posti in cui andare normalmente.

La prova che ha ragione Greta? L’eruzione dello Stromboli del 3 luglio 2019. Lo Stromboli è noto da tempo per essere uno dei vulcani esplosivi più attivi al mondo. Eppure, il turismo non guarda in faccia a questi rischi. Il 3 luglio del 2019, lo Stromboli erutta più forte del solito e i turisti si buttano in mare. Qualcuno muore durante l’escursionismo. Scusate, sarò insensibile, ma non riesco a dispiacermi per chi muore per pollaggine…

Chris McCandless e i suoi emulatori sbandati

Il diritto di suicidarsi e l’eutanasia

Quanto sto per dire è in controtendenza rispetto al comune buon senso. Ebbene, per me, ciascuno ha ampiamente il diritto di suicidarsi. Ci indottrinano che bisogna sorridere alla vita e la vita ti sorriderà, che la vita è un bene prezioso da tutelare. Purtroppo, la realtà è diversa e capita che la vita sia infelice. Per questo motivo, chi ritiene che non ci sia altra via per sfuggirne deve essere libero di suicidarsi. Ovviamente, il mio non è un invito alle persone che soffrono a suicidarsi e non lo dico solo perché l’istigazione al suicidio è un reato. La mia non è una condanna morale. Non è morale perché una morale assoluta non esiste e ciascuno ha il diritto di perseguirla (*). Di contro, va ammesso che quasi sempre la soluzione c’è, ma è ritenuta non praticabile quando non inesistente. Ciò significa che il suicidio denota comunque il fallimento esistenziale di chi l’attua. Insomma, il concetto è che ne possiamo parlare, poi spetta a ciascuno decidere cosa fare.

Il suicidio come scelta sbagliata, ma libera

Il mio pensiero è che uccidersi rimane una scelta strettamente personale. Non voglio dire che “la vita è bella” e frasi simili che denotano una gran superficialità. Piuttosto, occorre far vedere, con i fatti e con gli esempi, che la vita non è solo nera, ma che ha migliaia di sfumature belle per cui vale la pena andare avanti. Se poi uno vuole continuare a essere convinto di uccidersi, starà a lui, dato che costringere qualcuno a vivere è un puro atto di violenza (**). Credo che vedere qualcuno che si vuole uccidere non sia solo omissione di soccorso, quindi un reato, bensì disumano. Siamo uomini per questo. Ma ciò non vuol dire che dobbiamo negare la libertà di una scelta a questa persona. Altrimenti, diventa un TSO, ovvero un “regime” fortemente sbagliato.

* Il diritto a perseguire la propria morale non vale per chi segue una morale che danneggia oggettivamente il prossimo. Se mi suicidio, i miei cari possono essere tristi, ma suicidarmi è una mia personale scelta e i miei cari devono capire che per me la situazione è insostenibile. La morale di un pedofilo (sì, anche il pedofilo può reclamare la sua morale!) è da censurare perché non può fare a meno di abusare di chi ancora non ha raggiunto l’età del consenso.

** La violenza è l’uso della forza in modo eticamente non accettabile al fine di piegare un soggetto alla propria volontà. Dove la forza non è solo fisica, ma anche psicologica, diretta, indiretta!

Preciso che il diritto al suicidio vale se l’aspirante suicida non intralcia l’ordine pubblico. Il caso tipico è quello di chi vuole buttarsi sotto un treno, provocando un disturbo da stress post-traumatico all’eventuale conducente. Queste cose non si fanno e, se uno si salva, non dovrebbe stupirsi se il conducente gli fa causa (d’altronde soffre anche lui per un gesto, in un caso di questo tipo, egoista e incosciente). Se siamo tu ed io e proviamo a discutere, allora va bene. Ti spiegherò perché non farlo, poi scegli tu.

Eutanasia e biotestamento

Recentemente (dicembre 2017), è stata finalmente approvata la legge del biotestamento. Purtroppo la legge nasconde sempre delle falle ed è stata approvata pur con parecchi no. Quindi, la strada verso una legge veramente giusta sul biotestamento è ancora lunga, lunghissima, poiché di fatto, come con l’aborto, è più facile incappare negli obiettori di coscienza che fanno di tutto per allungare i tempi e la sofferenza del malato. Vorrei che però fosse chiaro che stiamo parlando di una condizione diversa. Il suicidio è un fallimento esistenziale. Nessuno che è felice si suicida! Quando però si è in condizioni di malati terminali, ecco che l’eutanasia, la “dolce morte”, dev’essere garantita dallo Stato. Chi è depresso e vede la vita nera e negativa non ha diritto di chiedere ad altri di fare un’azione del genere. Ma chi soffre perché è affetto da una malattia “irreversibile” deve avere diritto all’eutanasia, altrimenti è solo sadismo. Possiamo discutere sul concetto di “irreversibilità” ma, una volta stabilite le regole, il diritto all’eutanasia deve esistere. Purtroppo siamo in un paese credente, di comodo o meno, e si parla di misericordia, di bontà cristiana. Assurdità! A me pare che sia solo sadismo, un atto di ulteriore violenza verso chi già soffre parecchio. La differenza tra il suicida depresso e il malato terminale sta nel fatto che il depresso non deve pretendere che un altro abbia il coraggio che lui non ha, mentre nel caso del malato terminale è dovere dello Stato garantire una “dolce morte”.

L’intolleranza di papa Bergoglio

Il nuovo papa (sempre volutamente minuscolo), alias Jorge Bergoglio, dietro alla sua faccia da buono dimostra di essere un intollerante. Ecco la sua sparata di fine 2014:

“Da molte parti – ha osservato il Pontefice – la qualità della vita è legata prevalentemente alle possibilità economiche, al ‘benessere’, alla bellezza e al godimento della vita fisica, dimenticando altre dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza […] in realtà, alla luce della fede e della retta ragione, la vita umana è sempre sacra e sempre di qualità”.

Osceno. Dire che la vita umana è sempre di qualità è un’evidente affermazione di chi ha sempre vissuto in panciolle senza vedere come stanno, ad esempio, coloro che soffrono di malattie neurodegenerative o gravi malformazioni. Facile starsene lì ricoperti d’oro, trovando sempre cibo e ricchezza, a sparare idiozie e giudizi senza guardarsi in casa propria. Sono il primo a dire che la vita è da apprezzare, ma cerchiamo di non essere ottusi e vediamo anche le cose brutte che purtroppo capitano. E fra le cose brutte, c’è chi ha perso la sua dignità e la sua autosufficienza. Vi consiglio il film “Amour” di Michael Henke per capire cosa voglio dire. E che il papa stia zitto per non fare figuracce, una buona volta.

Nessuno può valutare quanto un’altra persona soffra, o avanzare pretese sulla vita di quella persona: che si tratti di condannarla a morte o impedirle di suicidarsi. L’idea che il suicidio sia una violenza è estremamente riduttiva e semplicistica. In primo luogo, la morte può essere preferibile ad alcune situazioni, nelle quali l’individuo pur essendo vivo non si sente libero, non sente di appartenere alla realtà che ha attorno e quindi si riduce a “soprav-vivere”. Spesso le persone che si suicidano sono quelle che più cercano la vitalità: non è infatti detto che nella morte ci sia l’inferno, o il male. Se qualcuno si sente pronto o necessitato o semplicemente desideroso di intraprendere una via simile, sta a lui. La morte può significare l’ingresso in una nuova realtà, o semplicemente il compimento della vita. Bisogna avere un’idea molto limitata della vita, della morte, della libertà e anche di Dio per negare il diritto al suicidio. Ma sono convinta che qualora uno decidesse di uccidersi per l’impulso della rabbia o di un’apice di frustrazione, allora bisognerebbe invitarlo a calmarsi e riflettere, darsi un po’ di tempo prima di saltare a una decisione tanto grande. Il suicidio non deve scaturire da una crisi repentina ma dovrebbe piuttosto essere ponderato con consapevolezza e calma, dovrebbe essere l’esito di una lunga riflessione.

k.

Premesso che il suicidio rimane pur sempre una violenza contro se stessi, ineccepibile.

I bisogni di un figlio e come educarlo

Ho letto un articolo di Andrea Tibaldi (cibo360.it) che ritengo molto valido sulla trattazione del cibo alla scuola elementare. Condivido qui sul sito la parte finale dell’articolo perché ci aiuta a capire come possiamo prevenire che i bambini, una volta cresciuti (dall’età adolescenziale in poi, diciamo), sviluppino una serie di problemi che possono rivelarsi anche molto gravi. L’educazione, in sostanza, non dev’essere solo trasmessa, ma anche rafforzata nel momento in cui il bambino si ritrova nell’ambiente sociale esterno alla sua famiglia (leggasi: la scuola, le compagnie). Purtroppo, molti genitori finiscono per limitare l’educazione dei propri figli solo ai primi anni di vita, salvo poi parcheggiarli dai nonni o a scuola senza che venga insegnato come avere autonomia e stabilità emotiva. Questo “vademecum” non dice ovviamente tutto su come educare un figlio, ma è un buon punto di partenza a cui sono sicuro pochissimi arrivano. Buona lettura.

[…]
Cosa sapere

A contatto con i coetanei, con nuove conoscenze intellettuali ed interpersonali, il bambino sperimenta nuovi gusti, giochi, abilità. Gli adulti, specialmente i genitori, sono i modelli di riferimento, gli “specchi” rispetto ai quali il fanciullo scopre differenze e somiglianze che lo riguardano.

Durante questa fase si organizzano i processi di identificazione e differenziazione su cui si basa la costruzione dell’immagine di sé e in cui si attendono e verificano le proprie modalità di attaccamento ed emancipazione dalle figure significative, è la fase in cui possiamo notare le prime espressioni del carattere.

Si comincia a delineare un senso di sé strutturato e stabile.

Lo sviluppo cognitivo da ora e fino all’adolescenza è caratterizzato proprio dalle forme che assume il senso di sé del bambino e questo va sempre correlato con il senso degli altri che il bambino ha.

La fanciullezza rappresenta comunque un periodo di grande vulnerabilità in quanto i genitori hanno la possibilità di ridefinire completamente le emozioni del bambino, anticipandogliele e/o facendogliele provare a comando, tanto che il bambino finisce poi con l’avere un senso di sé ricavabile esclusivamente dagli altri – come accade in particolare proprio ai bambini che presentano disturbi della alimentazione.

Questa confusione tra i propri stati interni (scambiati infatti spesso per fame dai bambini obesi o per inappetenza da quelli sottopeso o anoressici) e i desideri o le aspettative degli altri può addirittura finire con il coinvolgere l’identità di ruolo, che tende a stabilizzarsi proprio intorno ai 5-6 anni.

Cosa fare

Bisogna assicurarsi della condizione dei vissuti tra genitori e figli, evitare di incorrere nella situazione ad alto rischio per il quale a genitori che giudicano i figli come “perfetti ed educati” corrispondono i figli con una percezione di sé di infelicità ed isolamento. È a questa età che, per tali motivi, possono comparire i primi disturbi della alimentazione e le incessanti attenzioni delle madri alla dieta.

Il bambino va aiutato a decifrare con chiarezza cosa va bene e cosa no, cosa è accettato/accettabile e cosa no, ad esprimere – fornendogliene un modello appropriato – le sue emozioni e senza che tema per questo la critica, gli va insegnato che sbagliando si impara e che non è obbligatorio essere perfetti.

Così il bambino acquisterà una maggiore stabilità emotiva e la capacità di cogliere il punto di vista altrui aumentando le sue abilità relazionali oltre alla sua autonomia.

Il genitore dello stesso sesso viene sempre più assunto a modello e sarà bene che ne sia consapevole e regoli di conseguenza il suo comportamento verso il figlio, mentre il genitore di sesso opposto da figura protettiva che era diventa sempre più il banco di prova della propria accettabilità sessuale prima del debutto adolescenziale.

Cosa non fare

Una particolare attenzione va fatta a non chiedere al bambino di provare una emozione piuttosto che un’altra (“stai tranquillo”, “non essere nervoso” ecc.) ma aiutarlo a decifrare da solo quello che prova.

Così è opportuno evitare di dedicare una eccessiva attenzione ai risultati delle sue prestazioni e soprattutto alle apparenze ed alle sue caratteristiche esteriori: con la sua modalità concreta di pensare il bambino comincerà altrimenti a credere di valere qualcosa solo se esprime una forma fisica adeguata o se ha prestazioni eccezionali e per questo sarà così in ansia da commettere più facilmente errori, anche alimentari.

Se il bambino impara a preoccuparsi troppo di essere ben accettato dall’esterno, non riuscirà a dedicare adeguata attenzione ai propri stati interni, ai suoi gusti, alle sue emozioni e di conseguenza gli risulterà particolarmente difficile raggiungere gli adeguati livelli di autonomia e di tutte quelle abilità di confronto e impegno con gli altri che possono dare quella sicurezza di sé utile al suo corretto sviluppo psicofisico.

Al genitore di sesso opposto la raccomandazione di essere qualitativamente presente per evitare che nel figlio si sviluppi una personalità da abbandonato, i cui tratti sono spesso presenti nei soggetti in sovrappeso.

La sculacciata

Davvero è desolante come molti genitori siano contro la violenza sui bambini ma tentino di inventarsene di ogni tipo per giustificare che la sculacciata è giusta, anche se “non sempre, quando ci vuole”. Per questo motivo, riporto due trafiletti da corriere.it basati su due studi diversi ma con medesime conclusioni. Il primo trafiletto è del 16 settembre 2009, il secondo del 24 ottobre 2013.

Sculacciare i bambini piccoli li rende più aggressivi quando cresceranno e ritarda il loro sviluppo mentale. Lo indica una studio condotto da un gruppo di ricercatori della Duke University, della University of Missouri-Columbia, la University of South Carolina, della Columbia University, della Harvard University e della University of North Carolina. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista «Child Development».

LO STUDIO – Lo studio ha coinvolto bambini di età compresa tra i 5 e i 16 anni. Dai risultati è emerso che i bambini che hanno ricevuto sculacciate come punizione hanno avuto un rischio triplicato di mostrare comportamenti anti-sociali rispetto ai bambini non castigati fisicamente. Non solo i bambini sculacciati hanno ottenuto risultati meno positivi ai test di misurazione delle loro capacità cognitive.[…]

 

[…]EFFETTI DEVASTANTI – Alcuni studiosi della Columbia university di New York hanno analizzato 1.900 bambini nati in 20 diverse città degli Stati Uniti tra il 1998 e il 2000, prendendo in esame l’eventualità che i piccoli fossero stati sculacciati a 3 e 5 anni, e nel caso quanto spesso. Lo studio, pubblicato sulla rivista Pediatrics, parla chiaro, dati alla mano: il 57% delle mamme e il 40% dei papà presi in esame ha sculacciato i propri figli a tre anni di età: quando i bambini hanno raggiunto i 5 anni la percentuale è scesa al 52% per le mamme e al 33% dei papà. I bambini sculacciati a 5 anni hanno successivamente evidenziato – in particolare negli anni della scuola elementare – comportamenti più aggressivi della norma, un vocabolario ridotto e capacità verbali inferiori alla media. Gli effetti più negativi sono stati individuati nei piccoli che erano stati sculacciati in media due volte a settimana dalle madri.[…]

Quindi? Quindi è esattamente quello che vado propagandando da sempre. Non si tratta solo di essere più aggressivi della norma, ma anche di avere ridotte capacità verbali e cognitive. In pratica, le sculacciate fanno diventare stupidi. Ciò è comprensibile perché un bambino, per diventare adulto autonomo, felice e capace di amare, che sa comprendere il mondo per prevenire i problemi che può, dev’essere educato attraverso il dialogo. Se un genitore deve arrivare anche solo a sculacciare suo figlio, la colpa non è del figlio che sbaglia ma del genitore che è incapace di far valere il suo punto di vista con raziocinio. D’altronde, considerando le scarse facoltà logico-razionali della maggior parte delle persone, nemmeno mi stupisco dei risultati delle due ricerche. Non sculacciate i vostri figli, ma dialogate con loro e spiegate come e perché hanno sbagliato. Non c’è alcuna argomentazione logico-razionale per cui si debba ricorrere alla sculacciata. Ma basta semplicemente il buon senso per capirlo, non serve essere Stephen Hawking o Richard Dawkins. Se non siete capaci di dialogare razionalmente, forse avreste dovuto pensarci meglio prima di fare un figlio. Da notare come chi sostiene che sculacciare sia un modo per educare non abbia studi a suo favore dove i bambini sculacciati sono meno aggressivi e più intelligenti della media, mentre ne esistono tanti che dicono il contrario.

Alla resa dei conti, il termine “sculacciata” non è altro se non un metodo alternativo per identificare una punizione corporale, minore delle classiche botte da Telefono Azzurro ma pur sempre un atto di violenza perpetuato da chi non sa gestire un discorso razionalmente. Insomma, chi sculaccia è senza dubbio un fallito come genitore. Chi ama (e i figli vanno fatti per amarli) è calmo e paziente, conosce e dialoga, non si fa deviare dallo stress e dal nervosismo. Non credete che i bambini non vi capiscano perché hanno 3 anni. I bambini capiscono più di quello che si crede e hanno un potenziale di apprendimento maggiore di quello degli adulti (provate a imparare una lingua a 4 anni e poi a 30 anni, a 30 anni avete più difficoltà!).

Se dovete usare la sculacciata o la violenza in genere per imporvi, siete solo dei poveracci che non sanno esporre le proprie idee in modo razionale e con le parole di cui madre natura ci ha dotati. Siete solo uno spreco di umanità, dei falliti esistenziali che se la prendono con i più deboli.

Le cattive compagnie

Molti genitori si interrogano, preoccupati, su come evitare che il proprio figlio incappi in amicizie sbagliate. È incredibile, spesso ci si preoccupa come allontanare il figlio da cattive ingerenze, ma si fa poco per essere vicini al figlio. Tanti genitori credono che crescere un figlio voglia solo dire fornire tetto, cibo, istruzione. Altri hanno una visione limitata che separa il ruolo di genitore da quello di amico. Sono tutti errori! 60 anni fa, la maggior preoccupazione era dedicata alla sopravvivenza e quindi si tendeva a trascurare l’aspetto emotivo di un figlio. Oggigiorno, questo approcio è del tutto fallimentare, perché il tempo libero viene interpretato in modo sbagliato. Pertanto è necessario che il genitore sappia ANCHE essere un amico. Solo così riuscirà a guadagnare la leadership e l’autostima del figlio. Solo così riuscirà ad essere un eroe per lui (o lei, si intende, chiaro!). Se sapete fare questo, vostro figlio avrà molta meno probabilità di finire in giri sbagliati e vi rispetterà automaticamente, fidandosi di voi. È però ovvio che, per fare questo, il genitore in primis dev’essere equilibrato! E se anche non lo fosse, almeno deve mostrare impegno nel migliorare. Non a caso, nell’articolo “La società dei falliti“, spiego che lo spacciato non è il drogato che cerca di risalire la china, ma chi non ha alcuna predisposizione a cambiare e migliorare! Questo aspetto è importante, perché poi è ovvio che succedano cose come quelle che ho scritto in “So ragazzi… dementi!” Imparate non solo a fare i genitori, ma anche a essere amici dei vostri figli. Coinvolgetevi, anziché limitarvi al solito “com’è andata a scuola?”. Imparate a sapere quale band musicale gli piace, quale film lo appassiona, quale sport vuole davvero praticare anziché quello che voi vorreste che praticasse. Solo così potrete tenere vostro figlio alla larga da quei tanti ragazzi che oggigiorno “infestano” (a causa di una cattiva educazione) la nostra società. Certo, il rischio c’è sempre, il sociopatico di turno che ammazza vostro figlio può sempre capitare. Ma un genitore che non trasmette dei buoni insegnamenti a suo figlio è un pessimo genitore, ancor prima che arrivino le cattive compagnie. Non è solo dalla classica famiglia violenta e disfunzionale che possono esserci problemi emotivi o comportamentali nei figli. Spesso questo tipo di problematiche avviene in famiglie del tutto normali, che però hanno trascurato tutto ciò che riguarda il saper vivere. Tantissimi genitori credono di aver fatto tutto al meglio e non sanno spiegare i perché di un comportamento del figlio. Poi, però, la lacuna si trova sempre. Non siate così arroganti!

La malattia di essere giudici della società
La vera autostima non dipende dall’esterno