Crea sito

Trattamento sanitario obbligatorio (TSO) da cambiare

Il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) in genere è sottoposto ad obbligo per chi ha bisogno di cure e le rifiuta. Sembrerebbe un bene, ma non è così. Personalmente, sono d’accordo che chi è un male per il pubblico, se rifiuta le cure, sia sottoposto a TSO. Diverso, invece, il caso in cui uno decida di suicidarsi, che potrà essere uno sbaglio grossolano ma resta una scelta (*).

* A scanso di equivoci, io posso provare a convincere l’aspirante suicida a non farlo. Ma non dovrò usare la forza o il ricovero coatto. Chi non prova a impedire che qualcuno si suicidi non è un essere umano, ma non bisogna fare il tentativo con la forza. Ovviamente, tutto ciò vale se l’aspirante suicida non intralcia la giustizia, ad esempio provando a gettarsi sotto un treno. Se si salva, dovrebbe essere cosciente di essere stato… incosciente ed egoista. L’eventuale conducente potrebbe soffrire di disturbo da stress post-traumatico.

Praticamente solo difetti

Per quanto riguarda il TSO, ci sono dei difetti evidenti:

1) la richiesta è fatta al sindaco e servono due medici, di cui uno non dev’essere per forza psichiatra;
2) di fatto, possono scrivere qualunque cosa per giustificare un ricovero coatto, a discrezione solo dei medici in questione e del direttore.

Il primo punto dice che, se io sono un fisiatra o un babbaluco, posso accordare un TSO. Un’altra richiesta per il TSO è che:

3) non è possibile adottare tempestive misure extraospedaliere.

Il punto 3 dice che, in realtà, la cosa è possibile eccome nella maggioranza dei casi. Un vagabondo che non vuole mangiare in mensa lo farà cercando cibo nei boschi. È giusto o sbagliato? Forse no, ma ha il diritto di farlo e, piuttosto, è meglio che finisca in galera ma non in TSO. In sostanza, la brutta realtà è che un TSO può essere dato anche a un vagabondo che rifiuta di mangiare (è un suo diritto, per quanto spiacevole; cosa non va? che ti fanno stare peggio imbottendoti di farmaci, ma senza davvero aiutarti!). Ed è capitato, purtroppo, a persone come Massimiliano Malzone che, anziché essere aiutato nei suoi problemi, è stato ucciso da un TSO. La regola 3, spesso, non viene fatta affatto rispettare. A proposito, il nostro sito chiede giustizia, VERA, anche per Malzone. Non ha senso “sentirsi” causa civile. Bisogna condannare i responsabili con una durissima pena equiparabile a quanto subito da Malzone, punto e stop.

Attualmente, una forma di ingiustizia

Legge, purtroppo, non aiuta perché, chiunque “giustifichi” un TSO, si appella al diritto di necessità (necessità spesso false, perché il soggetto viene imbottito di farmaci). Inoltre, spesso è un ricovero volontario, avvenuto in ambulatorio, a trasformarsi in TSO, perché cambiano le condizioni e uno o più medici decide o decidono diversamente. Esiste il diritto di appellarsi, ma alla fine sei coatto per 7 giorni. Infatti, il sindaco ha l’obbligo di rispondere entro 10 giorni. E sei già ridotto a uno zombie. Se conoscete il sito, sapete che non sono affatto contro i farmaci, ma non così. In pratica, il sindaco ha l’obbligo di rispondere entro 10 giorni, ma entro 10 giorni il TSO è già stato fatto. E qualcuno, nel frattempo, può essere morto. Una misura chiaramente ingiusta, a tutto vantaggio dell’abuso di potere che, purtroppo, avviene spesso. Manca solo far tornare i manicomi e siamo a posto…

Durante il TSO, la persona subisce un durissimo trattamento fisico e psicologico atto a renderlo “docile e innocuo”. Di fatto, arriva a uno stato di spersonalizzazione, con un grave trauma della persona che si sente violentato e violato nel suo essere. Spesso, la persona viene anche “portata via” con una eccessiva forza. Anche quando i 7 giorni di TSO finiscono, la persona ha tutto il sacrosanto diritto di andarsene ma, se non resta con trattamento sanitario volontario (TSV), continuano a infliggere il TSO. Invece, la legge Basaglia del 1978 prevede che ognuno possa andarsene, altrimenti diventa un reato di sequestro di persona. Ma è come il toro che si morde la coda. I medici o presunti tali giocheranno sempre la carta della necessità, impedendo che la persona abbia una concreta facoltà legale. Tante volte, poi, specialmente nei posti più disagiati, gli infermieri sono come dei carcerieri che torturano (un esempio è la struttura di Cetraro, in Calabria). Un TSO può far avere conseguenze, fisiche e psicologiche, anche molto a lungo.

Cosa fare?

Come detto prima, possiamo fare ricorso e il sindaco ha l’obbligo di rispondere entro 10 giorni. Ciò, purtroppo, non sempre è possibile. Purtroppo, nei reparti peggiori, in qualche modo, la possibilità di ricorso viene scoraggiata. Ma ricordatevi che è un diritto. È fondamentale avere qualcuno all’esterno che renda possibile il ricorso. Però il problema è quello: la durata di risposta supera quella del TSO, quindi uno è fregato! L’unica soluzione percorribile è, legalmente, quella di invalidare il TSO individuando le irregolarità nella forma e nel contenuto. E fidatevi, può accadere spesso! Solo che in pochi lo sanno, accettando, rassegnati, il regime o perché le cose vengono nascoste. È l’unica via, poiché il buon senso, in questi casi, è raro che sia di casa. Se si fa ricorso, è bene farlo il prima possibile, entro le 48 ore, in modo tale da far avere una copia al Giudice Tutelare chiedendogli di non convalidare il TSO. La via in extremis è il Tribunale. Ricordatevi che, in linea teorica, è vietato usare la violenza di qualsiasi tipo, ma proveranno, sempre legalmente, a provocarvi. E questo potrà provocare il rigetto del ricorso. Abbiate calma e sangue freddo e, anche se può sembrare difficile da mandar giù, fate buon viso a cattivo gioco.

Un’altra cosa da ricordare è che la persona non può rifiutare la terapia, ma ha il diritto di essere informato su cosa sta avvenendo. E può segnalare le terapie che considera invasive, scegliendo quella che ritiene più adatta. Tutto questo premesso che, per natura del TSO, non si possono rifiutare le cure. Ma “almeno” la scelta c’è ed è un diritto!

Può essere necessario?

È chiaro che esistono casi necessari di contenzione, ma il nostro sito lotta contro gli abusi e per negare giustificazioni fasulle a procedimenti molto dannosi per una persona. La richiesta di obiettare al TSO deve avvenire PRIMA che il TSO avvenga. La nostra è una proposta vera di modifica di una legge ingiusta, la quale viene prevista da presunti medici che non lo sono affatto e da un sindaco che di certo non ha una laurea in psichiatria.

Il nostro sito NON chiede affatto che il TSO venga rimosso, ma che venga gestito diversamente e, soprattutto, che possa essere contestato prima, tramite un avvocato (che, in caso, dev’essere ammesso d’ufficio), in modo che chi lo subisce abbia tutti i diritti di opporsi, senza che venga inventata una diagnosi per giustificare, alla fine, il delirio di onnipotenza dei medici (e anche di chi medico o psichiatra non lo è, ma vuole prendersi la fetta di una torta). Non esiste che prima si faccia il TSO e solo POI si possa fare ricorso, perché così il TSO sarebbe già stato eseguito. Sarebbe come dare una pena a qualcuno e dargli il diritto di difendersi in tribunale solo a pena eseguita o in corso!

Il TSO può anche esistere, ma non come oggi. Il fine del TSO di oggi è quello di piegare la volontà della persona, al limite tra lavaggio del cervello e violenza. E non è detto che tutto ciò non avvenga davvero dal punto di vista legale. Lo scopo dei medici è quello di aiutare attraverso un processo di fiducia e onestà. Il che non vuol dire non essere duri, ma senza tecniche da coazione. La coazione va bene per gli psicopatici, giusto per rendere l’idea. Al contrario, purtroppo a volte accade addirittura (testimonianza di psichiatri stessi) che i moduli siano precompilati con la firma del sindaco.

Il potere mediatico del camice bianco (di Dario Bressanini)

Essere “profiler” nella vita quotidiana

Le tecniche che il BAU (*) usa in Criminal Minds sono un approcio accettato negli Stati Uniti. In Italia, purtroppo questo lato della crimonologia non è ancora stata accolta del tutto (sarà anche per questo che abbiamo una giustizia fallimentare?). La cosa interessante è che, però, tutti noi dovremmo essere un po’ profiler come si vede in Criminal Minds. Non sto parlando di diventare esperti della materia e di criminologia. Mi sto riferendo alla capacità che ognuno di noi dovrebbe avere per capire “al volo” un interlocutore o una persona.

* BAU sta per Behavioral Analysis Unit, una sezione dell’FBI che esiste per davvero e ha realmente sede a Quantico, in Virginia. In italiano, diventa Unità di analisi comportamentale, ma la metodologia è molto sporadica e poco usata.

Le applicazioni di questa capacità sono tante. Faccio alcuni esempi.

– Possiamo valutare un candidato per un lavoro e capire se si adatta al ruolo (o, viceversa, se siamo un candidato verso un selezionatore);
– siamo in grado di capire se c’è un’incompatibilità in termini di relazione affettiva;
– sappiamo distinguere gli amici parziali da quelli totali, in modo da evitare delusioni o incomprensioni;
– in generale, riconosciamo chi può essere pericoloso.

È evidente che si tratti di una dote psicologica molto importante, ma incredibilmente sottovalutata. Tante persone non si accorgono o non vogliono accorgersi dei difetti di una persona, salvo poi pagarne le conseguenze a posteriori. Avete presente quando avvengono gli episodi di femminicidio? Mentre tutti i media li descrivono come una grande tragedia, nessuno ha il coraggio di dire che gli indizi si potevano notare già da prima. E ci saremmo risparmiati la tragedia. Noi italiani siamo proprio strani. Discutendo con alcune persone, praticamente il profiling è visto come roba da stregoni, se non fosse che sono le stesse persone convinte che l’astrologia funzioni. Oppure è gente che crede nell’omeopatia, che i vaccini provocano l’autismo ecc. Ah beh!

Come funziona

L’espressione chiave, già discussa spesso nel sito, è: spirito critico.

In questo caso, si parla nello specifico di indicatori comportamentali, proprio come gli esperti del BAU in Criminal Minds. Ovviamente, noi non stiamo andando a studiare degli SI (o forse sì?). Stiamo analizzando le persone che ci circondano e che incontriamo ogni giorno. Io parlo di indicatori comportamentali, e non di indicatori esistenziali, perché non si nota un orologio o un paio di scarpe per dedurre un tipo di personalità, ma anche la postura, il tono, l’atteggiamento nel complesso.

Quello che conta è domandarvi e non fermarvi alla superficie. Che differenza c’è tra il portare un Rolex e un normale orologio sportivo? Come può essere la personalità di uno che ha tatuaggi (senza pregiudizi!)? Come si veste una persona? Come sorride? Ecco, analizzate e imparate a capire chi vi sta davanti. Cosa vuol dire se una persona tende a stare distaccato? E via dicendo. Diciamo che si possono fare migliaia e migliaia di esempi e trattare l’argomento in un articolo è impossibile. Però provateci, fatelo. Non dovete subire ciò che sta nel mondo, vivere a caso o alla “tutto fa brodo”.

Non è una certezza assoluta!

A scanso di equivoci, urge ricordare che la “tecnica” del profiling non è una certezza, bensì stabilisce una probabilità. Anche qui, è la stessa cosa della criminologia. I profiler criminologi non sono degli indovini, ma si basano su un ampio archivio statistico di casi già esistenti o esistiti. Se si notano degli indicatori comportamentali, non vi è alcuna certezza assoluta che sia così. Ad esempio, uno può benissimo indossare un Prada perché gliel’hanno regalato, non perché è apparente! O, banalmente, uno può toccarsi il naso semplicemente perché gli prude! L’importante, come detto, è non fermarsi alla superficie, ma andare oltre e cercare di approfondire, di imparare qualcosa in più. Purtroppo, c’è tanta gente che non approfondisce, che non sa analizzare e ha solo pregiudizi. Non bisogna confondere le due cose. Il pregiudizio è sbagliato (quello tipico di chi vede il muratore sporco e lo dà già per poco istruito), mentre analizzare ciò che abbiamo di fronte è importante per capire meglio il mondo.

È altrettanto vero che esistono indicatori comportamentali difficilmente equivocabili. Ad esempio, se in una relazione sentimentale una persona dice “non vivo senza di te”, è meglio allontanarsi. Non necessariamente si arriva alla tragedia, ma le probabilità di farsi del male in altri modi non criminali è elevata. Come spiego nell’articolo che tratta la violenza sulle donne che ho linkato prima, chi ha una visione equilibrata dell’amore di coppia usa frasi completamente diverse, come ad esempio “prima ero felice, ma ora lo sono di più”. O piuttosto, si potrebbe dire “prima non capivo molte cose, ma adesso mi hai aperto gli occhi”. Imparate a cogliere queste differenze e queste sfumature!

Come scegliere un terapeuta bravo

Una psicoterapia è spesso necessaria per chi soffre di disturbi in ambito psichiatrico, come ad esempio schizofrenia o borderline o disturbi alimentari e così via. Certo, non è impossible farcela da soli, tuttavia il “fai da te” funziona solo se si è persone predisposte alla razionalità e alla voglia di cambiare, opportunatamente affiancati da persone equilibrate e “toste” o se si riesce a seguire con impegno testi validi come quelli di Albert Ellis. Nel caso in cui l’audidatta non ricada in queste condizioni, si deve decidere di proseguire una psicoterapia, che comunque può velocizzare i miglioramenti. Resta quindi da stabilire a chi affidarsi, senza sbagliare il terapeuta peggiorando la situazione come, purtroppo, accade a tante persone. Vediamo come fare. Preciso che esistono diverse figure terapeutiche, ma ne evidenzio due “classiche”, ovvero quella dello psicologo e quella dello psichiatra. Tutte le altre figure comunque rispettano le indicazioni per lo psicologo e per lo psichiatra.

Lo psicologo

Lo psicologo deve prima di tutto essere equilibrato. Non ha pregio dire che capita anche agli psicologi di stare male, che è normale a chiunque. Un malato di disturbi mentali si rimette a uno psicologo che si presuppone abbia la capacità di migliorare lo status del malato. Vi affidereste a un chirurgo che fa male il suo lavoro, che maneggia male la sua apparecchiatura e uccide i pazienti anziché curarli? Direi proprio di no. Girate dunque al largo da “specialisti” che non sono equilibrati. Un conto è quando capitano i lutti, ma un conto è vivere quell’attimo di lutto come capita a tutti e superarlo con capacità, un altro è non essere proprio equilibrati. Molti psicologi fanno poi l’errore di considerare normale i difetti della maggioranza della popolazione, non considerando che proprio questi difetti della maggioranza sono spesso i motivi dei disturbi di una persona. Frasi come “è normale essere gelosi in coppia”, “è normale essere in sovrappeso a una certa età”, “tutti sono ansiosi o stressati”, “tutti hanno problemi coniugali” ecc devono destare sospetto verso il terapeuta. L’obiettivo è il raggiungimento dell’equilibrio il più possibile e coerentemente e, ovviamente, a seconda della gravità del disturbo, visto che purtroppo non sempre la totale guarigione è possibile. Ma il fatto che non sempre la totale guarigione sia possibile non dev’essere un alibi per non fare tutto il possibile verso la strada dell’equilibrio. Non si deve dare per scontato che sia impossibile guarire! L’approcio di un bravo psicologo dev’essere razionale, come nei manuali di Albert Ellis. Albert Ellis, infatti, trasla il metodo scientifico nella vita quotidiana. Il metodo scientifico non è prerogativa solo agli studi scientifici di accademia. È un metodo, appunto, dunque applicabile in tutte le situazioni della vita. Per chi desidera, di Ellis consiglio il testo “L’autoterapia razionale-emotiva”, testo in molti aspetti ripetitivo ma adatto allo scopo per far applicare i concetti.

Lo psichiatra

Lo psichiatra segue le stesse indicazioni fatte per lo psicologo. A differenza dello psicologo, però, lo psichiatra è abilitato alla prescrizione di psicofarmaci. Dunque, un bravo psichiatra non deve essere afflitto dal delirio di onnipotenza. In sostanza, non deve dispensare farmaci come caramelle, ma solo se realmente necessari e se con una efficacia concreta (vedi “Guida sulla corretta assunzione di psicofarmaci“). Lo psichiatra deve ammettere la possibilità di un risultato minimo, senza attribuire al farmaco proprietà eccessive e non verificabili. E non deve banalizzare o minimizzare gli effetti collaterali. Di solito, gli psicofarmaci non curano la malattia, ma hanno degli effetti sull’organismo che spesso sono variabili e dipendono dalla volontà di ognuno. Occorre dunque rivolgersi a uno psichiatra che sia consapevole di tutto questo.

Albert Ellis

Sia chiaro, non è facile trovare un terapeuta competente. E quando si sta male, la ricerca e il timore di affidarsi a qualcuno che non sia capace di aiutarci può provocare angoscia, sfiducia. Ma bisogna anche fare lo sforzo di cercare e farsi magari consigliare da altri, da gente che frequenta l’ambiente. Non bisogna arrendersi. Magari troveremo tanti incompetenti, però poi sarà la volta buona! Basta non fare l’errore di non cessare il rapporto con un terapeuta incompetente pur di proseguire una terapia a tutti i costi. Come avvertite che c’è qualcosa che non va, anche se inizialmente può sembrare di poco conto, cambiate. Questa operazione può risultare difficile e controversa se il disturbo di cui si soffre rende diffidenti e paranoici per base. In tal caso, si dovrebbe avere la modestia di chiedere a persone esterne, anche conoscenti ma di cui ci possiamo fidare sul serio, un consiglio, ricercando il parere di almeno 2 o 3 persone che si propongano con distacco e serietà per fare il nostro bene.

L’approccio ai disturbi alimentari e all’autolesionismo

Inizialmente, pensavo di scrivere articoli separatamente per trattare i vari disturbi alimentari (DCA) e fenomeni come l’autolesionismo. Alla fine, è una scelta che ho deciso di non compiere. Perché? Perché credo che gli articoli che spiegano cosa sono l’anoressia o la bulimia, così come il bing eating disorder e l’autolesionismo, ormai si sprechino e sarebbe del tutto inutile utilizzare questo tipo di approccio. Per alcuni, sembra incomprensibile e senza senso arrivare ad affamarsi per perdere peso, senza fermarsi nemmeno quando si è oggettivamente sottopeso. Sembra inconcepibile che si arrivi a ingurgitare chili di cibo in pochi minuti e poi magari a vomitare tutto rovinandosi i denti. E sembra del tutto stupido arrivare a tagliarsi il braccio come forma di dipendenza (tagliarsi rilascia le endorfine, come nel sesso). Il punto è che, per quanto questi fenomeni sembrino assurdi, tutto scatta dalla mente, dal vissuto di una persona e dai traumi che hanno influito nella psiche. Stiamo infatti parlando di persone che soffrono, chi per un motivo e chi per un altro. Quando ci fu la strage della Columbia High School nel 1999, Marilyn Manson fu accusato di aver istigato i due ragazzi autori della strage. Gli fu chiesto che cosa avrebbe detto a quei ragazzi e Manson, evidentemente più intelligente di quello che in molti credono, rispose che non avrebbe detto nulla, ma che li avrebbe ascoltati. Ecco, è proprio questo che chi sta male vuole dire, in modo sbagliato ma a modo suo sincero. Perché una adolescente arriva ad ambire di essere come una top model in pelle e ossa? Perché magari ha subito una delusione amorosa, perché vuole ribellarsi ai genitori. Perché uno arriva a ingozzarsi di cibo? Perché si sente solo, perché i compagni di scuola lo prendono in giro. Perché uno arriva a tagliarsi? Perché non riesce a gestire in modo corretto quello che prova, perché non è consapevole di se stesso. Insomma, eccetera, eccetera ed eccetera. Un discorso del genere può essere fatto, ovviamente, anche per chi è fa abuso di alcol o è tossicodipendente.

Anoressia e religione

Ci tenevo a fare un chiarimento sull’anoressia. Oggigiorno spesso si collega l’anoressia al modello delle riviste di moda e all’ideale di bellezza magro. A prescindere dal fatto che la vera bellezza è essere magri e forti (cioè seguendo un buon stile di vita!), al limite questi fattori aggravano un problema già presente alla radice. Ed è poi anche vero che il “valore” dell’anoressia è cambiato nel corso dei secoli. Secoli fa, l’anoressia era collegata alla religione. Cosa credete che facessero personaggi come Caterina da Siena e Francesco d’Assisi digiunando? Santi per i credenti, ma a tutti gli effetti il loro atteggiamento era tipico dell’anoressia! Cambiava il “modello” da seguire… che all’epoca era la religione! L’anoressia è una malattia che è sempre esistita. Ciò che è cambiato è il modello sociale.

Il ruolo dei genitori

Se pensate di volere un figlio, leggete questo articolo e non fate gli errori che fanno in tanti altri. Essere genitori non è uno scherzo e un figlio non è un giocattolo. Essere genitori vuol dire avere una laurea, in pratica: la laurea del saper vivere e comprendere il mondo. Se non si sa educare bene un figlio, questi sarà un handicappato bisognoso nella vita, debole. E magari svilupperà seri problemi e disturbi. Cosa fare, quando i disturbi e i problemi sono già in atto? Chiaro che sarebbe stato meglio prevenire con una buona educazione ma, quando ormai la frittata è fatta, non ci resta che farci un bel bagno di modestia e cambiare. Abbiamo sbagliato, punto e stop. Forse non verremo ascoltati e, probabilmente, la controparte non avrà voglia di risollevarsi, ma sarebbe anche sbagliato rivelarsi superficiali e con leggerezza. Chi ha determinati disturbi sta comunicando qualcosa, un bisogno. È ovvio che abbia bisogno di un supporto terapeutico e che le sue manifestazioni siano sbagliate, ma sta cercando di dire qualcosa di importante o che lui ritiene tale. E tutto questo non va sottovalutato, non va preso sotto gamba o ignorato. Sta cercando di attirare l’attenzione? Beh, cerchiamo di capire perché sta cercando di attirare l’attenzione. Non capitemi male, capire perché sta cercando di attirare l’attenzione non vuol dire assecondare chi sta male, ma mettersi nei suoi panni per poter agire nel modo corretto. Poi potremo anche usare parole dure (del tipo, a un’anoressica potrei dire “e tu, uccidendoti, pensi di risolvere qualcosa? ma non vedi che stai solamente perdendo la tua dignità?”), ma lo faremo in modo costruttivo. È da mettere in conto la difesa per risentimento. D’altronde è questo che differenzia uno spacciato da una persona che vuole reagire e cambiare. Chi vuole reagire e cambiare magari si arrabbia, però poi una voce nella sua testa scatta e dice “no, non deve andare così”. Il nodo cruciale sta nel metterci bontà nella critica, per quanto dura e micidiale. Ma il problema è a monte: si ascolta così poco che tagliarsi o dipendere dalla bilancia è visto come un banale capriccio o qualcosa di perverso e basta, tanto noi abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare per essere dei buoni genitori e la colpa è dei media o di quei cantanti metal con quei testi violenti.

Il ruolo degli altri: quando perseverare e quando mollare

Chi ha un amico o un partner che soffre di un disturbo come i DCA o l’autolesionismo non è esente dalle considerazioni fatte sul ruolo dei genitori, con una sostanziale differenza. Ovvero, se un genitore può insistere fino alla fine sulla guarigione del figlio (sarebbe “naturale”, sono pur sempre i genitori), l’amico o il partner non può di certo rovinarsi l’esistenza per i disturbi dell’altro. Resta da verificare una cosa: se l’altra persona è spacciata o no. Possiamo concedere del tempo (ad esempio sei mesi) per vedere se fa dei progressi. Se sì, possiamo fare la scelta di restare, altrimenti… beh, sarà duro da dire, ma nessuno merita di rovinarsi l’esistenza in questo modo. Può sembrare egoistico, ma è come quando cerchi di salvare una persona che sta affogando e questa ti tira giù sotto l’acqua. Cosa facciamo? Ci facciamo ammazzare? Il bene verso gli altri non deve mai superare il bene verso noi stessi, altrimenti è masochistico. Se il male altrui ci porta alla rovina, è meglio andare via. Purtroppo succede. Ascolto, consigli e critiche costruttive, critiche dure ma buone sì ma, se tutto questo non funziona, si dice basta. Sono convinto che, quando si vuole bene a qualcuno, non si può abbandonarlo con leggerezza e senza prima aver fatto un tentativo, ma spesso le cose non vanno come vogliamo e siamo costretti a compiere la dolorosa scelta, che però ci salva da un annegamento comune.

Specifico che, nel caso in cui non siano coinvolti i genitori o i parenti a maggior contatto, non è sbagliato pazientare. Sono convinto che, quando si vuole bene a un amico o si ama un partner, si deve dare l’occasione di reagire dall’altra parte. Questo vuol dire essere persone buone. Non siamo robot e non siamo razionalità estrema. Quello che è sbagliato fare è dare chance a oltranza. Date del tempo ma, se l’altra persona non mostra di voler davvero cambiare, allora sì che bisogna essere “spietati” e mollare la presa. Non bisogna essere fieramente cinici e dimostrare di essere l’esempio perfetto di equilibrio. Anzi, chi ostenta questo carattere è, quasi sempre, il primo a essere squilibrato, magari senza darlo a vedere perché nasconde bene quella parte. Se però proseguite per anni e vi affossate, vi fate trascinare e sommergere, è il caso di prendere una via diversa.

Forse, alcuni che non hanno mai approfondito queste tematiche penseranno qualcosa del tipo “ma che diamine sta dicendo?”, eppure, se magari hanno dei cari che soffrono, con il mio articolo possono iniziare a capire qualcosa e donare un sostegno concreto. Altri che invece vivono questi problemi possono dire che è crudele abbandonare chi sta male, ma sfortunatamente va così. Sicuramente, ci vuole una gran dose di empatia e pazienza per sostenere chi soffre e ci vuole una gran voglia di cambiare e vivere per uscire da questi malesseri. Non lo nego. Però bisogna anche saper essere realistici e valutare cosa conviene fare a seconda delle situazioni. Certo, potrei stare qui a discutere per pagine e pagine su altro ancora, ma credo che il resto spetti a ognuno e che il mio articolo sia solo uno spunto di partenza.

Il ruolo della società

Ho detto che, in alcuni casi, per non soccombere bisogna saper mollare. Ma non interpretate male il discorso, perché tutti quanti dovremmo riflettere su qualcosa. Il punto è che:

il vero e proprio problema non è un disturbo, bensì il contesto sociale e l’ambiente.

Mi spiego. Se anche c’è una predisposizione genetica, l’ambiente favorisce questa predisposizione. Ognuno di noi è geneticamente predisposto a qualcosa, ma non tutti quelli che sono predisposti al cancro si ammalano di cancro! Insomma, è vero che è il singolo individuo a scegliere di farsi del male, ma non si può mascherare che ciò che ci circonda ha un contributo. Viene sottovalutato tutto il contesto di disagio e disadattamento che parte, spesso, dall’infanzia. Molti medici e psichiatri, quando hanno a che fare con chi soffre di DCA, problemi vari o dipendenze, si concentrano sul “sintomo”, ma non su quello che sta alla base. Per dolo o per miopia, in effetti è più semplice fare così. È più semplice perché, altrimenti, la società sarebbe costretta a farsi un bel bagno di autocritica. Dovrebbe rivedere i suoi modelli e i suoi condizionamenti. E, no, le riviste di moda non possono essere il reale cattivo di turno. Le riviste di moda sono solo un capro espiatorio che toglie le responsabilità agli adulti o ai genitori. È più facile prendere un anoressico o imbottirlo di farmaci, così si può restare nella cecità.

Purtroppo, la tendenza va sempre in verso miope. I media parlano spesso dei giovani che abusano di alcol, consumano droghe e sono dipendenti dai social network. Nascondono pilatescamente che questi comportamenti sono ereditati dagli adulti (non necessariamente dai genitori… dall’ambiente, diremmo). Una volta si insultava il forestiero al bar con la cricca, ora lo si fa sui social network. Una volta si entrava in osteria alla sera e si usciva al mattino sbronzi marci, e ora lo si fa in discoteca. Una volta si stuprava in paese, e ora lo si fa alle feste. Non vedo la differenza ma, anzi, il tentativo di dare sempre la colpa ad altro o a qualcun altro (come gli immigrati). Il cattivo esempio parte dagli adulti, poi i giovani assorbono e replicano gli atteggiamenti. Vale anche per i DCA. Se viviamo in una società dove, pur essendo sempre più in sovrappeso, discriminiamo il grasso, è facile che una persona fragile caschi nei meccanismi dannosi. Attenzione al termine “discriminazione”, perché sappiamo tutti che il sovrappeso è un fattore di rischio. Quello che si sviluppa è una visione meramente estetica che porta alcune persone a un calo di autostima e, per conseguenza, alle ossessioni. Non è una cosa che si sviluppa nella testa di qualcuno perché è nato così, ma da situazioni che esistono già.

La malattia di essere giudici della società

La vera autostima non dipende dall’esterno

Avere autostima è un caposaldo per essere persone forti nel mondo. Incredibilmente, però, questo caposaldo è assimilato nel modo sbagliato da molti, ovvero dipende dall’esterno. Proviamo a domandarci quante volte ci sentiamo falliti o scarsi per le seguenti situazioni:

– per non aver superato un esame;
– per non aver vinto una partita;
– per non essere accettati dal partner o dai genitori;
– per non riuscire a perdere peso;
– per non aver ottenuto una promozione;
– per una relazione fallita;
– ecc.

Per “non”, per aver fallito. E pensiamo a quante volte ci siamo sentiti appagati per l’esatto contrario degli scenari descritti. No. Non è questa l’autostima vera. Questo è solo un surrogato dell’autostima e, tolto il surrogato, non ci resta nulla. La vera autostima è quella che proviene da dentro di noi. Questo tipo di autostima dipende non dal risultato ottenuto, ma dall’impegno che ci abbiamo messo. Ovvero, strano a dirsi, non conta il raggiungimento dell’obiettivo, ma quanto “cuore” ci mettiamo. Rivediamo gli scenari descritti in precedenza e diamo una risoluzione cambiando il punto di vista.

1) Non sono riuscito a superare un esame? Pazienza, si vede che devo metterci più impegno e studiare meglio. Se non ho passato, avrò avuto delle lacune e posso porvi rimedio al prossimo appello.
2) Capita di perdere. Se ho perso, è stato perché l’avversario ha mostrato di essere più forte di me. Ne ho tratto una lezione. Mi allenerò di più e proverò a migliorarmi, altrimenti sono già felice di giocare dando il massimo e di amare quello che faccio.
3) I genitori che non mi accettano sono genitori con cui non si andrà d’accordo. Meglio proseguire sulla propria strada e staccarsi rendendosi autonomi. Il partner non ci apprezza? È meglio essere single piuttosto che danneggiarsi nel tentativo di farsi approvare da chi non ha intenzione di farlo.
4) Si dimagrisce per la salute. La nostra felicità non dipende dal numero sulla bilancia, ma da quello che stiamo facendo per amore di noi stessi. Se non riesco a dimagrire, magari non faccio sufficiente attività fisica o sbaglio qualcosa nella dieta.
5) Se non ho ricevuto una promozione, vuol dire che un altro è stato più capace di me. È stato raccomandato? Vuol dire che, prima o poi, provocherà dei casini. Se lui ha scalato di grado, ha meno tempo da dedicare a se stesso e rimane più stressato, io no e quindi ci ho guadagnato.
6) Se una relazione è fallita, vuol dire che qualcosa è andato storto. Anziché deprimermi, colgo l’opportunità di capire cosa non va di me e nella persona con cui sono stato. Ne trarrò insegnamento e non ripeterò gli stessi errori, scegliendo una persona più compatibile a me se capiterà un’altra storia.

Il concetto chiave nella rivalutazione degli scenari proposti è nell’avere la coscienza a posto. Certo, possiamo migliorare e correggere gli errori ma, se in quella circostanza abbiamo tirato fuori il meglio di noi stessi, non abbiamo nulla su cui recriminare e disperarci. Alcuni vivono la situazione con particolare nevrosi, ad esempio tirando fino ad alba con litri di caffè per arrivare pronti all’esame. Altri sviluppano disturbi veri e propri, come la dipendenza affettiva nel caso di chi cerca “disperatamente” di farsi accettare dal partner o l’anoressia per chi cerca di perdere peso, per non dire di chi si suicida dopo la fine di una relazione. Sono tutti casi di persone che non sanno vivere con equilibrio e che non possiedono una vera autostima. A loro dico: cambiate!

Ci tengo a dirvi un’altra cosa, poi: chi vale non ha bisogno di dimostrarlo.

Il manipolatore affettivo

Diverso tempo fa, avevo parlato della dipendenza affettiva. Ma se esiste una vittima, è perché esiste anche un carnefice. I carnefici sono i manipolatori affettivi, che appunto soggiogano il dipendente affettivo nelle loro grinfie. Chi cade nel tranello del manipolatore affettivo non è uno stupido, ma una persona che ha dei bisogni, delle carenze affettive, che ama tanto e vorrebbe essere amato altrettanto ma non riesce a vivere tutto questo in modo sano. Il manipolatore affettivo “caccia” questo tipo di personalità e tende il suo tranello, senza che il novello dipendente affettivo possa accorgersene, come un insetto che finisce, senza immaginarlo, nella tela del ragno. Le caratteristiche del manipolatore affettivo sono svariate. A volte è un soggetto che soffre di narcisismo. Ha un’alta idea di sé, esagera le proprie capacità e si considera superiore, incapace di responsabilizzarsi sui propri errori che vengono scaricati sugli altri senza una discussione costruttiva. Altre volte è un sociopatico, irresponsabile, aggressivo e disonesto. E pure i sociopatici, a loro volta, non sono tutti uguali. Esistono sociopatici che sanno provare affetto ed empatia, ma in modo manipolatorio, fasullo, poi ci sono sociopatici che violano la legge e hanno precedenti. Tante volte, sociopatia e narcisismo vanno a braccetto e anche questo può rappresentare un classico manipolatore affettivo. Tante altre volte, il manipolatore affettivo è anche uno che soffre di disturbo evitante di personalità. Insomma, come si può evincere, la gamma è vasta. Possono benissimo essere persone normalissime e gentili nella vita sociale, trasformandosi in perversi con il partner. Precisato questo, possiamo dire che il manipolatore affettivo abbia determinate caratteristiche comuni. Il manipolatore affettivo:

– è un bugiardo o tende a non dire in modo chiaro le cose, o ancora le dice in modo distorto;
– non considera il punto di vista dell’altra persona e vuole sempre avere ragione;
– conosce i punti deboli dell’altra persona e li usa per sfiancarla attraverso la denigrazione, la critica e la colpevolizzazione;
– mostra lusinghe e falsa tenerezza per poi andare a colpire nel momento di fragilità;
– è incapace di riconoscere di far soffrire l’altra persona;
– utilizza minacce e ricatti per infondere la paura dell’abbandono e l’insicurezza nell’altra persona;
– ha la tendenza a maltrattare l’altra persona, alternando fasi di dolcezza;
– vuole soddisfare il proprio ego.

Sia chiaro, il manipolatore affettivo non è un mostro. È una persona che ha subito dei traumi, come un abuso sessuale o una grave esperienza di morte. Attenzione: non sempre, poi, il manipolatore affettivo è realmente consapevole del meccanismo che mette in atto. Il manipolatore affettivo, tuttavia, è sicuramente un soggetto pericoloso, che fa dell’inganno la sua arte. Le vittime dei manipolatori affettivi arrivano anche a pensare al suicidio o a tentarlo, a non riconoscere più il proprio io. Staccarsi sembra impossibile, perché il manipolatore affettivo riesce a trasmettere la convinzione che la sua vittima non vale nulla senza di lui. Lo status diventa come una tossicodipendenza a tutti gli effetti. Chi cade in balia di un manipolatore affettivo deve innanzitutto ritrovare la propria autonomia e la propria autostima per essere libero, perché sono questi i punti su cui il manipolatore affettivo batte a suo vantaggio. Il processo che porta all’autonomia e all’autostima è complicato e arduo. Ci vuole molto impegno e occorre capire, per prima cosa, che il nostro valore non dipende da altro se non dalla nostra capacità di amare che non si manifesta di certo in una relazione dove ci si fa umiliare, dove si sceglie (brutto da dire, ma è così) di farsi umiliare perché non si è forti per affrontare il mondo e le emozioni.

Commedie per aspiranti stalker e violenza sulle donne

Disturbo evitante di personalità

Il disturbo evitante di personalità (in inglese, abbreviato in AvPD, ovvero Avoidant Personality Disorder) è un quadro clinico appartenente ai disturbi di personalità dove, sostanzialmente, il soggetto che ne soffre evita determinate situazioni e/o persone ritenute, senza alcun oggettivo motivo, come minacciose e/o disagevoli. Sta proprio nella dicitura “senza alcun oggettivo motivo” il passaggio alla patologia. Se, ad esempio, so che un quartiere di città è malfamato e ci sono elevate probabilità di essere derubato o aggredito, non posso dire di soffrire del disturbo evitante di personalità se evito di recarmi in quel quartiere. Il manuale dei disturbi psichiatrici, il DSM, nella sua quarta revisione (IV), propone questi criteri per diagnosticare il disturbo evitante di personalità. È necessario che siano presenti quattro o più dei seguenti caratteri:

– evita attività professionali che implicano significativi contatti personali, a causa di timori di critiche, disapprovazioni o rifiuti;
– è riluttante a coinvolgersi con la gente a meno di avere la certezza di essere accettati;
– mostra ritegno all’interno di relazioni intime a causa del timore di essere deriso o ridicolizzato;
– è preoccupato di essere criticato o rifiutato in situazioni sociali;
– è inibito nelle nuove situazioni interpersonali a causa di sensazioni di inadeguatezza;
– vede se stesso come socialmente incapace, non attraente a livello personale o inferiore agli altri;
– è insolitamente riluttante a intraprendere rischi personali o di impegnarsi in qualsiasi nuova attività perché può provare imbarazzo.

È interessante notare come l’evitante può anche sfociare in eccessi di rabbia o litigi. Ciò è dovuto alla sua condizione “intrappolata” nello sminuirsi o nel cercare sempre un compromesso con gli altri, venendo però meno alla propria libertà e al proprio modo di essere.

Disturbo evitante secondo i Peanuts

Cause e meccanismi

Le cause del disturbo sono variegate, un mix di fattori soprattutto ambientali ma anche genetici e biologici. Le esperienze di vita che riguardano gli evitanti vanno dalla presenza di genitori ultra-protettivi all’assenza stessa di figure genitoriali amorevoli. Il filo comune è che il soggetto evitante si è visto mancare nel bisogno di riuscire ad affrontare il mondo, senza l’opportunità di trovare una sua autostima interiore per poter gestire il suo rapporto con l’esterno (scuola, amicizie, conoscenti, insegnanti ecc). Così, l’evitante manifesta il suo disturbo in correlazione ad altre manifestazioni patologiche come attacchi di panico e di ansia, disturbi ossessivo-compulsivi, bipolarismo, depressione, fobie, dipendenza affettiva (con la dipendenza affettiva, può sembrare strano perché si tratta pur sempre di evitanti, l’evitante spera di appagare i suoi bisogni attraverso un partner che, in realtà, non è nelle possibilità di appagare tali bisogni; non avviene sempre, ovviamente).

L’evitante non ha consapevolezza delle sue reali facoltà, le sminuisce. Altre volte, diventa diffidente e può sviluppare un vero e proprio disturbo delirante come sintomo della sua insicurezza e mancanza di autostima. Ingigantisce le problematiche, è marcatamente pessimista e non riesce a mettere sulla bilancia i lati positivi e negativi di un contesto perché magari vorrebbe solo avere lati positivi. Molto spesso, vi è un allontanamento emozionale quando si creano i presupposti di creare una relazione intima, reagendo, non di rado, in modo aggressivo e ingiurioso (forma di violenza, ricordiamo), come se ciò “esorcizzasse” la presunta minaccia. Oppure l’evitante scappa via, si dilegua (sì, come fa Lucy con Raj nella sitcom The Big Bang Theory fuggendo dalla finestra del bagno) quando si sente, immotivatamente (vedi il discorso sull’oggettività), sotto pressione o accusato.

Trattamento

È difficile curare questo disturbo, per via della correlazione con altri disturbi. Si tratta di un quadro clinico molto complesso, dove la terapia può prevedere una comunanza tra cura farmacologica, psicoterapia cognitivo-comportamentale e sedute psicologiche di base, oltre a una specifica terapia per eventuali dipendenze. L’obiettivo è quello di insegnare al soggetto ad avere abilità sociali e ad aumentare i suoi rapporti sociali. Fondamentale, in una terapia volta alla risoluzione del disturbo evitante, mantenere fiducia con il terapeuta, cosa tutt’altro che banale poiché, se l’evitante mostra sfiducia e diffidamento nei confronti del terapeuta, abbandona la terapia proprio in quanto evitante. Occorre dunque rivolgersi a un evitante con particolare attenzione, se si vuole riuscire ad abbattere le sue false credenze sia verso se stesso sia verso il prossimo e le situazioni sociali.

Dipendenza affettiva

Una dinamica molto subdola in cui si intrappolano personalità non equilibrate e con problemi nella gestione dell’affettività è la dipendenza affettiva. Può sembrare strano abbinare il termine “dipendenza” al concetto di affetto, ma è un fenomeno che è molto più comune di quello che si crede.

Il processo

La dipendenza affettiva si sviluppa tra due persone che proseguono una relazione dove una parte dà e l’altra non dà per niente o dà molto poco. Il difetto è evidente: in una relazione sana, le due parti devono essere alla pari. Spesso, il soggetto che diviene dipendente affettivo si innamora del male altrui, non della persona. Crede di poterla aiutare, ma regolarmente non riesce. A questo punto, il meccanismo patologico che si instaura è non quello di riconoscere di non poter fare nulla, ma quello di dare ancora di più nella speranza che, prima o poi, il partner (uso il neutro, non il maschile, per intendere che può essere donna o uomo a seconda del caso) restituisca l’amore. Ma ciò non avviene e questo causa senso di frustrazione e inadeguatezza. Anziché riconoscere che il partner non amerà mai, lo si cerca ulteriormente, vivendo del male che il partner infligge. I tira e molla sono all’ordine di giorno, passando da fasi di ipervalutazione a fasi di ipersvalutazione. La paura, l’ansia, la disperazione, i sensi di colpa e l’incertezza sono gli stati d’animo che si provano, ma ormai è una droga da cui, anche se si vorrebbe, non si riesce a staccarsi. Viene messa a nudo tutta la propria fragilità. Ci si alimenta del rifiuto di quella persona. Chi vive una condizione del genere sente che è peggio della morte, ma continua a insistere ricercando quell’agognata approvazione. Come una vera droga, il dipendente affettivo sperimenta sensazioni paragonabili all’astinenza, insonnia, irritabilità.

Ma c’è un altro meccanismo patologico che si viene a creare, nella relazione di dipendenza affettiva. È quella del co-dipendente, cioè del partner che dà poco o nulla. Ben consapevole di avere sotto giogo l’altra persona, il co-dipendente si alimenta dell’eccessivo dare dell’altra persona. La usa, per proiettare tutte le sue problematiche e sfogarsi. Il co-dipendente può anche arrivare a minacciare di essere lasciato, ben consapevole che il dipendente affettivo non lo farà mai. I due, così, arrivano a creare una perfetta simbiosi, dove il dipendente affettivo si nutre del male del partner e il partner si nutre dell’usare il dipendente affettivo per scaricare i suoi disturbi e dare linfa al proprio ego.

Attenzione che non ho mai usato il termine “amore”. Nella dipendenza affettiva, non c’è alcuna traccia dell’amore. L’amore si ha per la persona, e ovviamente è implicito che sia una persona compatibile, con interessi in comune da condividere. Mai e poi mai la dipendenza affettiva potrà considerarsi amore, perché per definizione è una patologia.

Cause

È difficile definire che cosa scateni la dipendenza affettiva, poiché si tratta di un evento personalizzato. I traumi da cui deriva una simile patologia sono di vario genere, anche i più insospettabili. In linea generale, si può dire che il punto chiave sia la mancanza di autostima e di amore per il proprio essere. Ma non tutti coloro che vivono in questo status, chiaramente, finiscono nella trappola della dipendenza affettiva. È quindi probabile che ci sia una forte correlazione con gli eventi che, man mano, il soggetto sperimenta. Nella mente del dipendente affettivo, è come se ci si convincesse di essere talmente inadeguati da non poter meritare altro se non il male. C’è chi si fa del male con una lametta, chi con l’alcol, chi con la droga e chi, appunto, con un partner che non lo ripaga indietro di ciò che sa dare.

Come uscirne e conseguenze

Sarebbe ottimistico credere che sia facile uscirne. Di fatto, anche quando il dipendente affettivo decide di troncare la relazione, in realtà, a volte un qualche contatto rimane ancora molto più a lungo. Questo è derivante dal fatto che il co-dipendente, vedendosi perdere la sua “marionetta”, diventa a sua volta a tutti gli effetti un dipendente. Una sorta di “capisci quanto vale una persona solo quando la perdi” decisamente malato. E a sua volta, l’ex dipendente affettivo comunque continua a provare un certo affetto per l’ex partner, ritrovandosi con dei residui non indifferenti di quello che è stato.

Le conseguenze sono deleterie. Il dipendente affettivo uscito dalla relazione si ritrova totalmente svuotato, annichilito, sperduto. Capita anche che non sappia ormai più riconoscere persone che l’apprezzino davvero, essendo abituato fin da troppo tempo alla relazione malata. Può ricevere tutto l’affetto del mondo da chi lo ricambia e non percepirlo, non realizzarlo. Occorre capire che l’amore di coppia non è un completarsi e non è un voler curare il male altrui, non è un innamorarsi del male altrui. L’amore di coppia è un’unione di due persone che hanno gli stessi obiettivi di vita (un modo alternativo di definire la compatibilità e gli interessi in comune). E soprattutto, l’amore di coppia, nella propria vita, non è necessario, ma è come una Sachertorte con confettura di albicocca dove gli ingredienti hanno già valore proprio singolarmente. In sostanza, ciò che conta nella vita è la capacità di amare e questa si ripercuote a 360 gradi nei confronti del mondo.

Ho visto persone avere terribili conseguenze a causa della dipendenza affettiva, proseguendo ad esempio una distruttiva dipendenza dal sesso che ha fatto scialacquare i propri risparmi che avrebbero potuto essere spesi per se stessi (dipendenza da sesso perché, nella storia in considerazione, il sesso era il mezzo utilizzato per essere umiliati nella relazione in uscita). Se si riesce a tirarsene fuori e a vivere in modo sano la capacità di amare, è una incredibile rinascita esistenziale.

Non sempre vittime

Questo è un aspetto che viene spesso trascurato. Chi soffre di dipendenza affettiva non sempre è solo vittima (di se stesso, per altro: chi ci obbliga a scegliere quel partner una volta che abbiamo capito che ci danneggia?). Tante volte è così, ma ci sono alcune situazioni, alcuni casi, per altro ben maggiori di quello che si crede, dove il dipendente affettivo diventa aggressivo, quindi violento, ed è disposto a prendersi l’oggetto dei propri desideri con la forza, ad ogni costo. Se la persona ricambia, e c’è pertanto compatibilità, la dipendenza può essere vista in chiave positiva e travolgente, altrimenti, con il rifiuto, si può vivere l’esperienza con perversione. Diventa un mix di sentimenti e sensazioni tra odio, repulsione e desiderio intenso allo stesso tempo. La personalità di un dipendente affettivo è più complessa di quello che si può pensare a uno sguardo superficiale.

NOTA: curare il male altrui

Non vorrei che si capisse che sia vietato innamorarsi di una persona problematica. Dire questo sarebbe assurdo. Una persona può essere problematica ma, se mostra di impegnarsi, per quanto cada e ricada ha il suo valore. Insomma, in questo caso, non è uno spacciato, ma una persona che ha delle difficoltà ed è lecito aiutarla in ciò che non gli riesce. Non ha invece senso quando, dall’altra parte, c’è un partner che non sa minimamente riconoscere, se non magari solo a sprazzi, ciò che si ha da fare per migliorare la propria condizione.

Commedie per aspiranti stalker e violenza sulle donne
Il manipolatore affettivo

Combattere l’ansia

Il disturbo d’ansia è una serie di disturbi fra cui troviamo il disturbo d’ansia generalizzata (DAG), il disturbo di panico (DP), il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) e il disturbo post-traumatico da stress, oltre alla fobia sociale e alle fobie specifiche. Caratteristiche comuni di questa serie di disturbi sono:

– frequenza cardiaca in aumento;
– sudorazione;
– pallore, sudore, tremore, dilatazione delle pupille;
– brividi;
– nausea e vomito.

Queste manifestazioni sono accompagnate da uno stato psichico di preoccupazione o paura intensa.

Alla lunga, il disturbo d’ansia causa un abbassamento delle difese immunitarie, portando a ipertensione, emicranie e disturbi alla digestione.

Ansia

Come intervenire

Se viene diagnosticato un disturbo d’ansia, è necessario rivolgersi alla figura di un esperto competente. In generale, si scopre che il soggetto che soffre di disturbo d’ansia è una personalità poco equilibrata e insicura, pertanto è su questo che si dovrà principalmente basare la terapia. Di mio, offro tre soluzioni che ho visto riscuotere miglioramenti in molte persone.

1) Dedicatevi ad attività o studi da amare per non dare modo all’ansia di sorgere. Se vi concentrate su ciò che amate, non avete “tempo” per essere ansiosi. Trovate qualcosa da amare e coltivatelo fin nei minimi dettagli. Se non avete nulla da amare, impegnatevi a trovare il lato positivo di ogni evento quotidiano anche se vi sembra apparentemente negativo. Se siete fermi in auto nel traffico, non sbuffate, pensate che potete ascoltare alla radio una nuova canzone che vi piace. Pian piano, la positività che trovate nel mondo si trasformerà in interesse. Non vuol dire che dovete ignorare i lati negativi, ma semplicemente rigirare la vita in chiave positiva per apprezzare quanto di buono esiste.

2) Curate la vostra dieta. Può essere banale, ma vi aiuterà ad acquisire sicurezza e autostima grazie a un’alimentazione corretta e salutistica. L’importante è non sfociare nell’ossessione e nell’integralismo (cioè nell’ortoressia), ma imparare principi fondamentali come la sazietà e la teoria dei sapori, l’ipocaloricità e il valore attribuito al cibo, perché si ingrassa e cos’è una caloria ecc. Alimentarsi nel modo giusto richiede una sviluppata coscienza alimentare, quindi mettetevi giù e studiate per migliorare la qualità della vostra vita!

3) Praticate uno sport. Vale il discorso sullo studio fatto al punto 2 e, oltre a beneficiarne in sicurezza, autostima e salute, vi sentirete più rilassati.

Personalità ansiosa e disturbo d’ansia

Non tutti sono affetti da disturbo d’ansia, nella popolazione. La maggior parte delle persone soffre di tendenza all’ansietà. Vi sarà capitato sicuramente di conoscere qualcuno andare in tilt per l’esame del giorno dopo o per un colloquio di lavoro. In questo caso, non si parla di disturbo d’ansa ma di personalità ansiosa. Tutto quanto detto sul disturbo d’ansia vale tale e quale per la personalità ansiosa, con la differenza che il disturbo d’ansia ha bisogno di un professionista per essere curato. Non si possono curare i quadri clinici con il “fai da te”. Naturalmente, anche nella personalità ansiosa abbiamo gli effetti sulla salute descritti, ma sono meno marcati.

Anaffettività

L’anaffettività è una condizione patologica in cui il soggetto è incapace di provare e mostrare affetti. Sarebbe più corretto dire che l’anaffettivo non è un robot che non ha emozioni e sentimenti, ma piuttosto reprime una qualsiasi manifestazione affettiva.

Gli anaffettivi scacciano via le emozioni e i sentimenti dedicandosi ad attività che possono essere ritenute lodevoli, concentrano i loro sforzi nello studio o nel lavoro. Diciamo che tendono a vivere per le “cose” anziché per la vita stessa e la felicità, per le persone. Non vogliono coinvolgimenti emotivo-affettivi e trattano gli altri come se fossero oggetti da usare per il proprio beneficio o da scartare quando non soddisfano più i benefici. Spesso, l’anaffettivo non è nemmeno consapevole di questo suo comportamento, ritenendolo normale e di natura. Essenzialmente, quindi, l’anaffettività ha le seguenti caratteristiche comuni (non per forza tutte insieme):

– smodata dedizione al lavoro, importanza irragionevole ad aspetti materiali e narcisistici dell’esistenza;
– comportamento regolarizzato secondo l’apprezzamento degli altri;
– smodato apprezzamento sul piacere per l’estetica, l’immagine di cose e persone;
– riduzione della capacità di godere di se stessi, delle relazioni e della vita;
– tentativi di fuggire dai ricordi di esperienze dolorose, del passato, dell’infanzia;
– ripiegamento emotivo e freddezza;
– organizzazione di un distacco emotivo difensivo;
– tendenza a fuggire ogni occasione di relazioni sentimentali;
– angoscia dell’abbandono;
– tendenza a non credere alle altrui dichiarazioni di sentimento e affetto;
– instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (es. episodica intensa disforia o irritabilità e ansia, che di solito durano poche ore e, soltanto più raramente, più di pochi giorni);
– sentimenti cronici di vuoto.

Cause

L’anaffettivo è un soggetto che in sostanza ha un passato doloroso e sofferente. La mancanza di amore e di affetto da bambini, il non essere stati apprezzati e le delusioni della vita in generale portano a vedere le emozioni e i sentimenti come qualcosa di negativo, da scansare via per non rimanere feriti. Sono molte le persone che, non avendo ricevuto amore dai genitori o dopo un trauma sentimentale, sono diventate anaffettive. Si tratta di un meccanismo di difesa (distacco emotivo difensivo), non tanto una concreta assenza di emozioni e sentimenti. Ogni volta in cui l’anaffettivo vede un potenziale di affetto o relazione, scatta un processo che lo porta all’allontanamento dall’affetto o dalla relazione, al raggelamento degli atteggiamenti che si avrebbe normalmente quando ci si affeziona a qualcuno.

Cosa fare

L’anaffettivo non riconosce la sua condizione patologica, quindi è inutile farglielo presente. Lo negherà e probabilmente reagirà male. Spesso, è sufficiente che l’anaffettivo incontri una persona particolarmente importante per farlo cambiare. Questo però rischia di peggiorare le cose nel caso in cui la relazione termini. Non a caso, l’anaffettività è un mezzo di difesa dell’io! Fondamentale quindi mettersi di buona pazienza ed educare il soggetto a gestire le emozioni e i sentimenti in chiave positiva, facendogli imparare ad amare il mondo e la vita per essere felice. Infatti, paradossalmente è l’incapacità di amare che porta l’anaffettivo a essere inconcludente anche nei progetti da lui reputati vitali.