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Dipendenza affettiva

Una dinamica molto subdola in cui si intrappolano personalità non equilibrate e con problemi nella gestione dell’affettività è la dipendenza affettiva. Può sembrare strano abbinare il termine “dipendenza” al concetto di affetto, ma è un fenomeno che è molto più comune di quello che si crede.

Il processo

La dipendenza affettiva si sviluppa tra due persone che proseguono una relazione dove una parte dà e l’altra non dà per niente o dà molto poco. Il difetto è evidente: in una relazione sana, le due parti devono essere alla pari. Spesso, il soggetto che diviene dipendente affettivo si innamora del male altrui, non della persona. Crede di poterla aiutare, ma regolarmente non riesce. A questo punto, il meccanismo patologico che si instaura è non quello di riconoscere di non poter fare nulla, ma quello di dare ancora di più nella speranza che, prima o poi, il partner (uso il neutro, non il maschile, per intendere che può essere donna o uomo a seconda del caso) restituisca l’amore. Ma ciò non avviene e questo causa senso di frustrazione e inadeguatezza. Anziché riconoscere che il partner non amerà mai, lo si cerca ulteriormente, vivendo del male che il partner infligge. I tira e molla sono all’ordine di giorno, passando da fasi di ipervalutazione a fasi di ipersvalutazione. La paura, l’ansia, la disperazione, i sensi di colpa e l’incertezza sono gli stati d’animo che si provano, ma ormai è una droga da cui, anche se si vorrebbe, non si riesce a staccarsi. Viene messa a nudo tutta la propria fragilità. Ci si alimenta del rifiuto di quella persona. Chi vive una condizione del genere sente che è peggio della morte, ma continua a insistere ricercando quell’agognata approvazione. Come una vera droga, il dipendente affettivo sperimenta sensazioni paragonabili all’astinenza, insonnia, irritabilità.

Ma c’è un altro meccanismo patologico che si viene a creare, nella relazione di dipendenza affettiva. È quella del co-dipendente, cioè del partner che dà poco o nulla. Ben consapevole di avere sotto giogo l’altra persona, il co-dipendente si alimenta dell’eccessivo dare dell’altra persona. La usa, per proiettare tutte le sue problematiche e sfogarsi. Il co-dipendente può anche arrivare a minacciare di essere lasciato, ben consapevole che il dipendente affettivo non lo farà mai. I due, così, arrivano a creare una perfetta simbiosi, dove il dipendente affettivo si nutre del male del partner e il partner si nutre dell’usare il dipendente affettivo per scaricare i suoi disturbi e dare linfa al proprio ego.

Attenzione che non ho mai usato il termine “amore”. Nella dipendenza affettiva, non c’è alcuna traccia dell’amore. L’amore si ha per la persona, e ovviamente è implicito che sia una persona compatibile, con interessi in comune da condividere. Mai e poi mai la dipendenza affettiva potrà considerarsi amore, perché per definizione è una patologia.

Cause

È difficile definire che cosa scateni la dipendenza affettiva, poiché si tratta di un evento personalizzato. I traumi da cui deriva una simile patologia sono di vario genere, anche i più insospettabili. In linea generale, si può dire che il punto chiave sia la mancanza di autostima e di amore per il proprio essere. Ma non tutti coloro che vivono in questo status, chiaramente, finiscono nella trappola della dipendenza affettiva. È quindi probabile che ci sia una forte correlazione con gli eventi che, man mano, il soggetto sperimenta. Nella mente del dipendente affettivo, è come se ci si convincesse di essere talmente inadeguati da non poter meritare altro se non il male. C’è chi si fa del male con una lametta, chi con l’alcol, chi con la droga e chi, appunto, con un partner che non lo ripaga indietro di ciò che sa dare.

Come uscirne e conseguenze

Sarebbe ottimistico credere che sia facile uscirne. Di fatto, anche quando il dipendente affettivo decide di troncare la relazione, in realtà, a volte un qualche contatto rimane ancora molto più a lungo. Questo è derivante dal fatto che il co-dipendente, vedendosi perdere la sua “marionetta”, diventa a sua volta a tutti gli effetti un dipendente. Una sorta di “capisci quanto vale una persona solo quando la perdi” decisamente malato. E a sua volta, l’ex dipendente affettivo comunque continua a provare un certo affetto per l’ex partner, ritrovandosi con dei residui non indifferenti di quello che è stato.

Le conseguenze sono deleterie. Il dipendente affettivo uscito dalla relazione si ritrova totalmente svuotato, annichilito, sperduto. Capita anche che non sappia ormai più riconoscere persone che l’apprezzino davvero, essendo abituato fin da troppo tempo alla relazione malata. Può ricevere tutto l’affetto del mondo da chi lo ricambia e non percepirlo, non realizzarlo. Occorre capire che l’amore di coppia non è un completarsi e non è un voler curare il male altrui, non è un innamorarsi del male altrui. L’amore di coppia è un’unione di due persone che hanno gli stessi obiettivi di vita (un modo alternativo di definire la compatibilità e gli interessi in comune). E soprattutto, l’amore di coppia, nella propria vita, non è necessario, ma è come una Sachertorte con confettura di albicocca dove gli ingredienti hanno già valore proprio singolarmente. In sostanza, ciò che conta nella vita è la capacità di amare e questa si ripercuote a 360 gradi nei confronti del mondo.

Ho visto persone avere terribili conseguenze a causa della dipendenza affettiva, proseguendo ad esempio una distruttiva dipendenza dal sesso che ha fatto scialacquare i propri risparmi che avrebbero potuto essere spesi per se stessi (dipendenza da sesso perché, nella storia in considerazione, il sesso era il mezzo utilizzato per essere umiliati nella relazione in uscita). Se si riesce a tirarsene fuori e a vivere in modo sano la capacità di amare, è una incredibile rinascita esistenziale.

Non sempre vittime

Questo è un aspetto che viene spesso trascurato. Chi soffre di dipendenza affettiva non sempre è solo vittima (di se stesso, per altro: chi ci obbliga a scegliere quel partner una volta che abbiamo capito che ci danneggia?). Tante volte è così, ma ci sono alcune situazioni, alcuni casi, per altro ben maggiori di quello che si crede, dove il dipendente affettivo diventa aggressivo, quindi violento, ed è disposto a prendersi l’oggetto dei propri desideri con la forza, ad ogni costo. Se la persona ricambia, e c’è pertanto compatibilità, la dipendenza può essere vista in chiave positiva e travolgente, altrimenti, con il rifiuto, si può vivere l’esperienza con perversione. Diventa un mix di sentimenti e sensazioni tra odio, repulsione e desiderio intenso allo stesso tempo. La personalità di un dipendente affettivo è più complessa di quello che si può pensare a uno sguardo superficiale.

NOTA: curare il male altrui

Non vorrei che si capisse che sia vietato innamorarsi di una persona problematica. Dire questo sarebbe assurdo. Una persona può essere problematica ma, se mostra di impegnarsi, per quanto cada e ricada ha il suo valore. Insomma, in questo caso, non è uno spacciato, ma una persona che ha delle difficoltà ed è lecito aiutarla in ciò che non gli riesce. Non ha invece senso quando, dall’altra parte, c’è un partner che non sa minimamente riconoscere, se non magari solo a sprazzi, ciò che si ha da fare per migliorare la propria condizione.

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Dimagrimento equilibrato

Quando qualcuno si risveglia all’improvviso dal torpore del suo stato di sovrappeso e sedentarietà, oltre all’istintivo taglio delle calorie, si chiede quali sono gli alimenti “no” e quali quelli “sì”. Ma non esistono gli alimenti “no” e nemmeno quelli “sì”. Come spiegato in questo articolo, ognuno può mangiare tutto quello che vuole e gli piace, purché segua le direttive di una corretta alimentazione. Anche fosse pane e Nutella! Sostanzialmente, sono due gli aspetti necessari per poter dimagrire: dieta ipocalorica e attività fisica.

Dieta

La dieta è un concetto intuibile. Se si è in sovrappeso, vuol per forza dire che si sta eccedendo nel mangiare. Ma di quanto dev’essere la dieta? Qui casca la maggioranza, optando troppo spesso per diete da fame e, più raramente, per diete che non sono sufficienti per dimagrire. Le diete da fame non sono auspicabili per via dell’aspetto mentale, che poi porta a cedere e riguadagnare tutto con gli interessi. Oppure comunque, a lungo andare, abbassa troppo il metabolismo e non si arriva mai al traguardo. Al contrario, se il taglio calorico è insufficiente, l’obiettivo non verrà raggiunto perché il corpo ha bisogno di una drastica scossa per “recepire” il deficit calorico e comportarsi di conseguenza. Considerato quest’ultimo fattore, un dimagrimento si ottiene se si ha un deficit calorico di 400-600 kcal rispetto al fabbisogno calorico attuale (per gli obesi è un po’ diverso, vedi più avanti). Se non si viene a creare un deficit calorico sufficiente come questo, il corpo non recepisce il taglio calorico e tutto rischia di diventare uno sforzo fisico e mentale improduttivo. L’inghippo sta però nel fatto che, per molti (ad esempio gli over 40), un deficit di 400-600 kcal vuol dire praticamente digiunare. Ma tranquilli, se vi mettete in testa che nessuno può davvero dimagrire efficacemente senza fare attività fisica o sport, la dieta diventa decisamente più normale! Se uno deve dimagrire, sicuramente lo regge meglio se opta per una dieta più umana, anziché di quelle da fame, che però comprende di fare una buona attività fisica. Certo, comunque non si tratta di una dieta normocalorica e occorre prendersi il giorno di pausa. Non importa se è la domenica o un altro giorno, basta che ci sia! E si dovrà sempre abbinare una regolare attività fisica che permetta di dare uno stimolo al metabolismo (vedi la camminata sportiva). Attenzione, il giorno pausa NON è un consiglio, ma fa parte del piano di dimagrimento! Perché comunque si presume di fare attività fisica, che è assolutamente necessaria, e nei giorni feriali si attacca duramente il peso. Poi ci si riposa al fine settimana e si riparte per la settimana. Infine, quando si arriva agli ultimi chili si può iniziare a pensare di fare sport per dimagrire (*). Il motivo della necessità del giorno di pausa lo spiego ulteriormente anche nell’articolo “Dimagrimento che si blocca e mentalità anoressica“.

* Comprendete bene quello che voglio dire. Lo sport non deve finire per diventare una strategia anti-calorie, ma deve far parte di un globale processo che ci porta a migliorare la qualità della vita e ad essere longevi. Ed è una cosa ben diversa! E, se anche il metabolismo non torna più come prima, non ve ne accorgete (grazie al volume di allenamento che media con un meccanismo spontaneo o inconscio). Cosa vuol dire? Che l’essere umano non è fatto per poltrire!

Il fabbisogno calorico di una dieta dimagrante lo dovete stabilire voi personalmente a partire dall’attuale dispendio energetico. Ad esempio, una donna di mezza età alta 160 cm che parte da 70 kg può impostare una dieta da 1400-1500 kcal (più il giorno di pausa), prevedendo una buona attività fisica. Se è giovane, potrebbe provare con una dieta da 1600 kcal (e sempre il giorno di pausa). L’importante è tagliare quelle 400-600 kcal necessarie per una perdita di peso ottimale. Evitate le diete da fame da 1200-1400 kcal, perché altrimenti l’organismo reagisce diminuendo il metabolismo basale. Avete presente il classico soggetto che si lamenta di non dimagrire nonostante non faccia nessuno sgarro e mangi poco? Ecco, ora capite perché! In una dieta dimagrante, è naturale che l’organismo si adatti un po’ risparmiando energia, ma è un quantitativo trascurabile se la riduzione calorica non è drastica come a livello di anoressia (le diete da 1200-1400 kcal, appunto). Che poi, magari a complicare le cose è il fatto di non fare una sufficiente attività fisica. È il problema dell’ipometabolismo discusso nell’articolo sul dimagrimento che si blocca. Ricordate:

per non rovinare il metabolismo, non tagliate più di 600 kcal/die!

La frase soprastante significa che, senza attività fisica o uno sport che bruci seriamente, ne ricaviamo ben poco (leggete quello che ho scritto sull’ipometabolismo e capirete meglio!). Per quanto riguarda gli obesi, idealmente la dieta da 1600 kcal è indicata alle donne con un IMC superiore a 30. Per gli uomini con IMC superiore a 30, è invece indicata la dieta da 1800 kcal. In questo modo, si perderanno i primi 5-10 kg circa. Perché partire da una dieta tutto sommato sostanziosa per i soggetti obesi? Molto semplice: per gli obesi che assumono 3000 kcal o più al giorno, una dieta più restrittiva sarebbe dura da seguire psicologicamente e l’obiettivo è a lungo andare. E questo considerando anche il discorso del metabolismo ribassato. È sempre meglio seguire una dieta più umana e fare attività fisica! Ovviamente, rimane la giornata di pausa che, ripeto, non è sindacabile. Comunque sia, sull’obesità ho scritto l’articolo “Cura dell’obesità“.

Il range del taglio delle calorie è variabile, come potete notare. Ciò è dovuto al fatto che i soggetti hanno corporature diverse, oltre al sesso. Per una donna di 160 cm, un taglio di 400 kcal al giorno è ottimale. Ma non lo sarebbe per un uomo, per cui ci vorrebbe un deficit di 600 kcal al giorno. La perdita di 1 kg, per una donna, ha un impatto molto diverso rispetto a un uomo!

Accanto ai grassi, per raggiungere una maggior sazietà, potete assumere una buona quantità di proteine. Non c’è bisogno di esagerare e arrivare a fare le diete iperproteiche. Le proteine, in questo caso, sono uno strumento in più, ma non l’unico, per sentirsi sazi. Le proteine, inoltre, hanno il ruolo importante di preservare il più possibile la massa muscolare. Un po’ di perdita di massa muscolare è fisiologica se dovete fare una dieta ipocalorica. Tuttavia, è fondamentale che questa perdita sia contenuta. Ecco, se dovete dimagrire, un aumento delle proteine, senza estremizzare, può essere utile.

Se avete tanti chili da perdere, il consiglio è quello di prendersi dei periodi per così dire di “mantenimento”, in cui vi riadatterete al nuovo peso e farete un’attività fisica più adeguata al calo di peso.

Oltre a quanto detto, ci tengo a dare 3 consigli sulla dieta.

CONSIGLIO 1
Non rimuginate sul pensiero di dimagrire e sulla bilancia. Fate attività fisica o sport per il puro piacere di farlo e per la vostra salute, divertendovi. Mangiate assumendo le giuste calorie e cibi buoni, senza ritrovarsi a fare la fame o impazzire per un grissino in più. Insomma, vivete e non ossessionatevi di dover dimagrire. Può sembrare strano, ma si dimagrirà meglio, quasi senza accorgersene.

CONSIGLIO 2
Se i chili da perdere sono tanti, come in caso di grave sovrappeso oppure obesità, concedetevi pure dei periodi di pausa, ad esempio di circa una settimana o due. Non dovete assolutamente abbuffarvi, ma solo seguire una dieta un po’ più flessibile per poi tornare di nuovo all’attacco. È sempre una questione più psicologica che metabolica, ma funziona! Non potete pensare di dimagrire sempre linearmente. Fermatevi, andate per gradi e procedete per tappe. Alternate fasi di attacco e fasi di mantenimento. Ricordatevi che, per stabilizzare il peso, occorrono parecchi giorni. Quindi, non sottovalutate le fasi di mantenimento e concedetevi questi periodi. L’ho spiegato anche nell’articolo sul dimagrimento che si blocca, ma non fa male ripetere concetti così importanti.

CONSIGLIO 3
Imparate a capire come funziona la vostra fame. Per capire meglio il discorso, leggete qui. Il fatto è che, per capire come, quanto e cosa mangiare, non serve solo “sapere”. Serve anche imparare. Per farlo, occorrono la gradualità e sporcarsi anche le mani. Pensate a un maestro di scacchi. Forse che ci arriva per grazia divina, alla nascita? Ecco, seguire una dieta vuol dire la stessa cosa. Ci si deve “allenare” e spendere del tempo.

Le low carb funzionano?

Diciamo “ni”. Da un lato, ridurre i carboidrati porta a ridurre anche di molto le calorie. Mantenendo i grassi e le proteine, dovremmo sentirci sazi rispetto al mantenere le stesse calorie con i carboidrati. Effettivamente, questa strategia fa dimagrire. Ma bisogna tenere presente che i carboidrati servono per esprimersi al meglio nell’attività fisica o sportiva, anche in palestra. A lungo andare, una low carb farà calare il metabolismo. Ne parlo meglio in questo articolo. Potete usare una dieta low carb come un’arma in più, ma non ne potete farne uno stile di vita perenne.

Attività fisica

La frase chiave, quando si parla di attività fisica, è:

per dimagrire, bisogna bruciare calorie ma, per bruciare calorie, occorre energia!

Non è un paradosso, anche se lo sembra, e la spiegazione sta nell’articolo sul dimagrimento che si blocca. In breve, è come investire: prima di guadagnare, devo mettere!

Attenzione alla dicitura: attività fisica e NON sport! Un soggetto in sovrappeso che parte da sedentario non ha assolutamente l’efficienza fisica per poter praticare correttamente uno sport. La corsa lo traumatizzerebbe troppo a causa della gravità che pesa sulle articolazioni. E i danni possono essere, più spesso di quello che si crede, permanenti o risolvibili solo chirurgicamente. Mi è capitato tante volte di conoscere persone in sovrappeso che, prese dal delirio di onnipotenza e dall’entusiasmo, volevano correre nonostante i 15-20 kg di troppo. Avvisati sui traumatismi, hanno voluto fare di testa propria, salvo poi ritrovarsi fermi per settimane per infortunio. Il ciclismo? È vero, la bicicletta risolve i traumi alle articolazioni, ma per praticare ciclismo efficacemente occorre un grande dispendio di energie e di motivazione. Se per percorrere 28 km in un’ora si spendono 600-700 kcal, andando alla metà non si consumano 300-350 kcal, ma ben meno di 200 kcal, l’equivalente di 3 biscotti. Si arriverà alla fine della pedalata del tutto freschi e convinti di essersi allenati bene, quando in realtà non è stato per niente così. E, scusate, detto da un ex ciclista, avere una mountain bike o una bici da corsa e usarla come se fosse una graziella è un insulto all’investimento fatto e agli ingegneri che hanno progettato il telaio.

Quindi, che tipo di attività fisica compiere per dimagrire? La classica camminata: un’ora al giorno, a un’andatura comunque sostenuta, permette di consumare quelle 200-300 kcal circa (in base al peso di partenza) per rendere efficace il dimagrimento. Non bisogna dimenticare che parliamo di una dieta dimagrante dove giocano un ruolo importante alimenti sazianti (verdura) e grassi (che servono per non avere fame dopo 2 ore), quindi non si possono fare impegnative attività a medio-alta intensità. Si inizia a fare seriamente sport quando mancano gli ultimi kg da perdere, ma anche in questo caso la prestazione non sarà affatto la priorità. Anche se non si può ancora fare sport, l’attività fisica permette di poter seguire una dieta più umana e gestibile, cosa di certo non indifferente. In realtà, se si parte con tanti chili da perdere e anni di sedentarietà, già la camminata è assimilabile allo sport e, a mano a mano che si dimagrisce, ci si adegua a nuovi stimoli.

Quando sarete arrivati a un buon punto di dimagrimento, ecco che allora potrete iniziare a correre, ma mai prima! Solo se avete già pochi chili da perdere potete subito iniziare a correre, ma se i chili da perdere sono tanti dev’essere la camminata l’attività fisica propedeutica verso la corsa (o un altro sport equivalente). Naturalmente, chi sta dimagrendo con uno sport per la prima volta non potrà avere prestazioni massimali. Pertanto, come ritmo per correre preferirà il lento o giù di lì. Se non avete mai corso, potete seguire il programma per i principianti che ho linkato. Oppure, in ogni caso, cercate di puntare sulla frequenza. Fate 8 km per 2-3 volte a settimana anziché i 10 km che, magari, non avete nelle gambe. E abbinerete la camminata per bruciare più calorie. Quando siete nella fase in cui iniziate a fare sport più seriamente, date un’occhiata a questo articolo. L’articolo linkato, tra l’altro, spiega che correre per dimagrire si può fare, ma non è così semplice. Se uno ha tanti chili da perdere, è meglio che punti su un’attività fisica, comunque frequente, più blanda come la camminata. Una soluzione potrebbe essere correre solo per brevi tratti, alternandosi alla camminata, così da bruciare più calorie possibili nell’unità di tempo. Ma stateci sempre attenti! Quando potrete fare sport, andate gradualmente, partendo dal programma per principianti.

N.B. Se volete eliminare la pancetta o fianchi, sappiate che il grasso in quella zona sarà l’ultimo ad andarsene. Ma bisogna fare una buona attività fisica aerobica, non addominali! Eventualmente, quando il dimagrimento è completato, fate un potenziamento (che è diverso dal tonificare in caso di tanti chili da perdere). Dal punto di vista salutistico, un po’ di inestetismo non causa alcun problema.

Quanto detto sull’attività fisica fa anche capire che non si deve mai mangiare per far tornare i conti. Vedi quelli che fanno sgarro e compensano con una merendina nell’altro pasto. Non ha senso rimanere a stecchetto per tutto il giorno per compensare lo sgarro. Si deve mangiare in base ai consumi (lo spiego nell’articolo sul fabbisogno calorico). In questo caso, il concetto è leggermente riadattato per permettere il dimagrimento.

Attività fisica e metabolismo

Perché è così importante l’attività fisica? Perché, in una dieta dimagrante, vi calerà il metabolismo basale rispetto a quello che dovrebbe teoricamente essere per quel peso (*). Se voi non bruciate con l’attività fisica, a un certo punto vi bloccherete e non ne verrete più fuori. Oppure ingrasserete di nuovo e sarà sempre più difficile perdere gli stessi chili. Insomma, tutte cose che tante persone hanno sperimentato. È fondamentale non fare la fame, ma aumentare, gradualmente e mai in modo repentino, l’attività fisica per bruciare sufficienti calorie. Aggiungere un pezzo di cammino in più non vi farà neanche accorgere della riduzione. Ma il pezzo in più ci dev’essere! Eh sì, piaccia o no, di riffa o di raffa, l’uomo ha sempre bisogno di muoversi e di essere attivo.

* Per evitare di spaventarvi, il calo può essere recuperato con un buon allenamento sportivo, che faccia attenzione alla qualità. Se fate sempre attività blanda o addirittura tornate sedentari, probabilmente la riduzione durerà per tutta la vita! Il cambio dello stile di vita deve durare per sempre!

Altri consigli

Dimagrimento

Notando il comportamento medio delle persone, mi sento di ragguardare sui seguenti punti.

1) Non abbiate fretta. Meglio andare piano piuttosto che voler dimagrire a tutti i costi il più in fretta possibile. Un dimagrimento equilibrato prevede la perdita di circa 2 kg al mese per le donne e di 2-3 kg al mese per gli uomini. Certo, alcuni perdono di più, ad esempio se si parte dall’obesità, ma non vale per tutti.
2) Non demonizzate i grassi. I grassi sono l’altra fonte energetica insieme ai carboidrati e servono per la sazietà a lungo termine. Eliminare i grassi per favorire alimenti light o magri è controproducente, a maggior ragione del fatto che, spesso, questi tipi di alimenti sono scarsi. I grassi non dovrebbero mai scendere sotto il 25%.
3) Non demonizzate nulla ma non eccedete mai tranne che nella giornata di pausa in modo ragionato o, se sì, recuperate con l’attività fisica.
4) Per gli alimenti più calorici come pane, pasta e olio, non si va ad occhio. Se sono 9 g di olio, sono 9 g di olio. 6 g in più di olio sono 54 kcal in più. Se si aggiungono 60 g lordi di pasta perché si ha un po’ più di fame o non si vuole buttare via quel che è avanzato da piatti altrui, sono in totale 150 kcal in più, pari a 8-9 kg di zavorra in un anno.
5) Vino, succhi di frutta, scarpette ecc devono essere conteggiati nel fabbisogno calorico. Tante persone seguono la dieta da prescrizione e non considerano tutti questi surplus calorici. E poi si sorprendono perché non dimagriscono, mi raccomando.
6) In base al punto sopra, come unica bevanda, a parte il latte per colazione, è consigliata solamente l’acqua, meglio se ricca di calcio.

20-30′ al giorno, attività bruciagrassi… meglio lasciar perdere!

Come vivere in salute a lungo

Se pensavate, in questo articolo, di trovare la classica formula magica con cui vi inondano i siti alla Novella 2000, vi sbagliate di grosso. Non esiste una formula magica per vivere a lungo. Esiste, al contrario, una serie di condizioni che aumentano nettamente le probabilità di arrivare a 90 anni o più. Iniziamo prendendo due statistiche. La prima è dei 10 paesi con l’aspettativa di vita media più alta. La seconda è quella dei 10 paesi con la maggior percentuale di persone di 90 anni o più. Entrambe le tabelle sottostanti escludono paesi di piccola entità (e i valori sono approssimati ma rispecchiano la gerarchia).

TOP 10 ASPETTATIVA DI VITA

1) Giappone 84 anni
2) Svizzera 82 anni
3) Australia 82 anni
4) Italia 82 anni
5) Svezia 82 anni
6) Canada 82 anni
7) Francia 82 anni
8) Norvegia 82 anni
9) Spagna 81 anni
10) Israele 81 anni

TOP TEN 90 ANNI O PIÙ (su 100 mila abitanti)

1) Giappone 1200
2) Svezia 1000
3) Italia 900
4) Francia 900
5) Inghilterra e Galles 800
6) Norvegia 800
7) Spagna 800
8) Danimarca 700
9) Finlandia 700
10) Stati Uniti 650

Cosa si può notare da queste tabelle? Beh, che la leggenda sui giapponesi che sono i più longevi al mondo è vera, ma è da ridimensionare con dati alla mano. Infatti, tra i giapponesi e coloro che vengono immediatamente dopo di loro, nelle due tabelle, non vi è alcuna netta differenza. E nemmeno gli americani se la passano poi così male, visto che hanno un buon numero di soggetti con 90 anni o più (*). Ma c’è di più: sono tutti paesi industrializzati (non sottovalutate Israele: hanno problemi interni, ma la loro tecnologia è avanzata). Nemmeno un paese povero è presente. Il che ci dice che il progresso medico ha ricoperto un ruolo tutt’altro che irrilevante nella longevità, considerando che, a inizio novecento, anche solo in Italia occorreva cercare persone di una certa età (90 anni o più) con il lanternino. E tant’è vero che la Svezia, al secondo posto nella seconda tabella, può vantare uno dei migliori sistemi sanitari al mondo.

* L’Australia, nella seconda tabella, viene appena dopo gli americani.

Alimentazione

Quando si parla di vivere a lungo e in salute, il primo aspetto a cui le persone danno importanza è la dieta. Sicuramente, mangiare senza eccedere e con equilibrio è una parte fondamentale per lo stile di vita corretto. Ma torniamo ad osservare le due tabelle di inizio articolo. Cosa notate? Giappone e Svezia, ad esempio, che sono una a ridosso dell’altro nella seconda tabella, hanno diete molto diverse. I giapponesi mangiano tofu e sushi, gli svedesi polpette e aringa in panna acida. Allo stesso modo, i francesi vanno giù di burro e formaggi, gli italiani di pasta e olio extravergine d’oliva. Tutto questo per dimostrare una cosa: non esiste un alimento magico o un modello dietetico predefinito come la dieta mediterranea o quella dei giapponesi per vivere a lungo e in salute; ciò che conta è, appunto, avere equilibrio e non eccedere. Inutile dire “mangia x noci al giorno e vivrai a lungo” oppure “smetti di mangiare carne rossa e sarai meno predisposto alle malattie cardiovascolari”. In quest’altro articolo, viene spiegato come gestire una dieta equilibrata, mentre ora limitiamoci a riconoscere che non è di certo mangiare tofu ogni giorno o bere vivo ai pasti (chi ha parlato del paradosso francese?) che fa vivere così a lungo, rispettivamente, giapponesi e francesi… se no iniziamo pure a parlare di köttbullar, a questo punto! (*) L’articolo su carne e cancro vi chiarirà che sono discorsi poco sensati.

* Gli köttbullar sono le polpette svedesi a base di carne di vitello, manzo e maiale (in quantità variabile a seconda della ricetta familiare). Si fanno con mollica e latte, patate lessate e cipolla per formare l’impasto. Il tutto viene fritto in olio caldo o bollito. Visto che gli svedesi sono al secondo posto nella classifica sugli ultranovantenni, sarà mica questo il loro segreto di longevità? Per approfondire, leggete “La dieta perfetta non esiste!

Stile di vita

Il vero segreto per la longevità in salute è lo stile di vita. L’OMS, nel 2002, ha stilato un elenco in anni perduti in riferimento a un determinato fattore di rischio. Gli anni perduti sono relativi solo ed esclusivamente a quel determinato fattore di rischio, mentre nella realtà un rischio è correlato a un ulteriore rischio. Ecco i fattori di rischio (tra parentesi, gli anni perduti).

Fumo (12.2 anni)
Ipertensione (10.9 anni)
Alcol (9.2 anni)
Ipercolesterolemia (7.6 anni)
Sovrappeso (7.4 anni)
Ridotto consumo di frutta e verdura (3.9 anni)
Sedentarietà (3.3 anni)
Sostanze illecite (1.8 anni)

Se ciascuno ha un potenziale di 100 anni di vita (*), basta prendere un soggetto che sia “solo” sedentario e sovrappeso, come la maggioranza della popolazione. Bene, un soggetto del genere arriva a campare fino a 89 anni. Verosimilmente, chi è sedentario e sovrappeso, a un certo punto, inizia a soffrire di ipertensione e/o colesterolo alto. È il classico soggetto che ci saluta per l’altro mondo intorno agli 80 anni, dove gli ultimi 10-15 anni sono vissuti peregrinando fra acciacchi vari che fanno perdere l’autosufficienza e la dignità man mano che si avvicina la fatidica ora. Il tutto in linea con le tabelle di inizio articolo.

* La persona che ha vissuto di più al mondo è stata la francese Jeanne Louise Calment: 122 anni e 164 giorni di vita (21 febbraio 1875-4 agosto 1997). Anno più o anno meno, dicono che la capacità genetica dell’essere umano sia di 120 anni.

Oltre ad evitare i fattori di rischio descritti dall’OMS, uno stile di vita corretto prevede una mente equilibrata e lo sport. Una mente equilibrata evita la depressione, lo stress e l’ansia che poi vanno a influire nello stile di vita nel complesso. Lo sport abbassa i livelli di colesterolo cattivo, la pressione arteriosa, la glicemia e la frequenza cardiaca a riposo, aumentando quindi l’aspettativa di vita. Nello specifico, lo sport è in grado di ritardare la vecchiaia di 20 anni, a patto che sia veramente fatto bene anche senza scopi agonistici. Per chiarimenti su come fare sport per la salute, leggete questo articolo. Fare sport non ci rende eternamente giovani e immortali, ma è appurato che chi fa sport (e mangia bene!) ritarda la vecchiaia e ha una velocità di invecchiamento molto più lenta, e ovviamente ha anche ossa più in salute. E sapete cosa davvero vuol dire avere un organismo efficiente, forte e resistente? Beh, per approfondire, vi rimando all’articolo “Come riesce lo sport a renderci longevi?” E lasciate pure perdere i documentari di Focus dove la metformina viene decantata per ridurre la mortalità. Certo, se poi uno viene investito alle 14:00 in una strada solitamente poco frequentata e sul marciapiede, beh… succede anche questo! Il concetto è che bisogna sempre trattare il proprio corpo come un tempio spirituale.

Vedi anche l’articolo “Prevenzione e cultura medica di base“.

Vecchiaia

Per concludere, non è mangiare carne o meno che ci fa vivere a lungo e in salute. I giapponesi ne mangiano poca rispetto agli svedesi, ma sono entrambi paesi longevi. Non sarà evitare i grassi saturi, preferendo l’olio extravergine di oliva, che ci scamperà o meno dalle malattie cardiovascolari. I francesi assumono tra il 13.0% e il 14.4% di grassi saturi sul totale del fabbisogno calorico nella dieta (*) e sono mediamente più magri degli italiani (i francesi fanno sport!). Anche gli svedesi (*) assumono tra il 13.0% e il 14.4% di grassi saturi e hanno tanti ultranovantenni quasi quanto il Giappone. È lo stile di vita a fare la differenza, motivo per cui anche paesi notoriamente afflitti dall’obesità (Stati Uniti) possono annoverare parecchi ultranovantenni. Insomma, se si tratta di mangiare, rispettando il fabbisogno calorico che mantiene un IMC inferiore a 22 (inferiore a 20 le donne), mangiate quello che volete variando e dando importanza a un po’ tutto. Diktat: non bandite nulla, ma mangiate e valorizzate tutto il cibo! Impegnatevi, poi, a mantenere una mente sana e a fare sport. Ma forse, curare mente e sport è decisamente più faticoso rispetto all’affidarsi all’alimento magico o al modello dietetico del secolo.

* Fonte British Medical Journal. Le direttive che parlano di non superare il 10% non è che sono sbagliate, ma il discorso è sovrastimato. Per non sbagliare, è preferibile concentrarsi nell’assunzione di omega-3, che si ottiene mangiando pesce grasso (sgombro, salmone, aringa, sardine) per 2-3 volte a settimana. Stiamo parlando di una media di 80-100 g di pesce grasso al giorno che garantiscono 1 g di EPA e DHA (omega-3 del pesce). Questa è la dose che ci evita la carenza. Le altre tipologie di grasso vanno variate, ma non bandite (burro e formaggio) o esaltate a sproposito (olio d’oliva extravergine). Ragionate in positivo, cioè mangiate il pesce grasso e non demonizzate il burro e il formaggio. Il dato degli svedesi e dei francesi ci dice una cosa molto importante: che, anziché accanirsi contro burro e formaggio e bere addirittura latte scremato dolcificato, è necessario evitare il sovrappeso e fare sport! Se si è in sovrappeso e non si fa sport, si è comunque spacciati

Le predisposizioni genetiche

Il senso della predisposizione genetica viene spesso frainteso. Anzi, alcuni giustificano i propri acciacchi incolpando la predisposizione genetica. Ma non funziona così! Avere una predisposizione genetica NON è una certezza di ammalarsi. Predisposizione genetica, in realtà, vuol dire che:

la genetica è importante ma, all’aumentare dei fattori di rischio, lo è sempre meno.

Una predisposizione genetica può essere più o meno rilevante in base all’individualità e alle condizioni, ma non dà la matematica certezza di ammalarsi. Altrimenti, non sarebbe vero che si ammalano anche i soggetti che non hanno predisposizioni genetiche. E, viceversa, ci sono soggetti con predisposizioni genetiche che non si ammalano affatto. Sono cose che si sapevano già, ma solo di recente gli studi stanno facendo chiarezza per evitare gli equivoci. Se è vero che non possiamo morire quadrati se nasciamo tondi, cioè non possiamo cambiare le nostre predisposizioni genetiche, è altrettanto vero che i fattori modificabili (lo stile di vita) sono fondamentali. Nello specifico, oltre ad alcune cose note come il no al fumo e all’eccesso di alcol, lo sport ha un grandissimo effetto nella longevità e nel prevenire le malattie (cosa che, comunque, non dà la garanzia di non ammalarsi mai!). Scientificamente, non può che essere così. Se ognuno di noi potesse fare un’analisi del genoma, potrebbe finire subito suicida scoprendo quante predisposizioni di rischio possiede. Attribuire un’eccessiva importanza alla genetica è pericoloso, perché darebbe il diritto a molti di seguire cattive strade. E questi potrebbero ribattere che “il fumo non c’entra, è scritto nel mio DNA se mi devo ammalare!”

Fare sport è un affare… perché rifiutarlo?
I fenomeni al contrario… e quei tristi salutisti!

IMC da normopeso e IMC da sportivo
La dieta dello sportivo sulle orme dei nostri antenati
Lo sport come stile di vita globale
Possiamo imparare dagli Hunza, ma non le bufale!
Sport e vero corpo in salute

Combattere l’ansia

Il disturbo d’ansia è una serie di disturbi fra cui troviamo il disturbo d’ansia generalizzata (DAG), il disturbo di panico (DP), il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) e il disturbo post-traumatico da stress, oltre alla fobia sociale e alle fobie specifiche. Caratteristiche comuni di questa serie di disturbi sono:

– frequenza cardiaca in aumento;
– sudorazione;
– pallore, sudore, tremore, dilatazione delle pupille;
– brividi;
– nausea e vomito.

Queste manifestazioni sono accompagnate da uno stato psichico di preoccupazione o paura intensa.

Alla lunga, il disturbo d’ansia causa un abbassamento delle difese immunitarie, portando a ipertensione, emicranie e disturbi alla digestione.

Ansia

Come intervenire

Se viene diagnosticato un disturbo d’ansia, è necessario rivolgersi alla figura di un esperto competente. In generale, si scopre che il soggetto che soffre di disturbo d’ansia è una personalità poco equilibrata e insicura, pertanto è su questo che si dovrà principalmente basare la terapia. Di mio, offro tre soluzioni che ho visto riscuotere miglioramenti in molte persone.

1) Dedicatevi ad attività o studi da amare per non dare modo all’ansia di sorgere. Se vi concentrate su ciò che amate, non avete “tempo” per essere ansiosi. Trovate qualcosa da amare e coltivatelo fin nei minimi dettagli. Se non avete nulla da amare, impegnatevi a trovare il lato positivo di ogni evento quotidiano anche se vi sembra apparentemente negativo. Se siete fermi in auto nel traffico, non sbuffate, pensate che potete ascoltare alla radio una nuova canzone che vi piace. Pian piano, la positività che trovate nel mondo si trasformerà in interesse. Non vuol dire che dovete ignorare i lati negativi, ma semplicemente rigirare la vita in chiave positiva per apprezzare quanto di buono esiste.

2) Curate la vostra dieta. Può essere banale, ma vi aiuterà ad acquisire sicurezza e autostima grazie a un’alimentazione corretta e salutistica. L’importante è non sfociare nell’ossessione e nell’integralismo (cioè nell’ortoressia), ma imparare principi fondamentali come la sazietà e la teoria dei sapori, l’ipocaloricità e il valore attribuito al cibo, perché si ingrassa e cos’è una caloria ecc. Alimentarsi nel modo giusto richiede una sviluppata coscienza alimentare, quindi mettetevi giù e studiate per migliorare la qualità della vostra vita!

3) Praticate uno sport. Vale il discorso sullo studio fatto al punto 2 e, oltre a beneficiarne in sicurezza, autostima e salute, vi sentirete più rilassati.

Personalità ansiosa e disturbo d’ansia

Non tutti sono affetti da disturbo d’ansia, nella popolazione. La maggior parte delle persone soffre di tendenza all’ansietà. Vi sarà capitato sicuramente di conoscere qualcuno andare in tilt per l’esame del giorno dopo o per un colloquio di lavoro. In questo caso, non si parla di disturbo d’ansa ma di personalità ansiosa. Tutto quanto detto sul disturbo d’ansia vale tale e quale per la personalità ansiosa, con la differenza che il disturbo d’ansia ha bisogno di un professionista per essere curato. Non si possono curare i quadri clinici con il “fai da te”. Naturalmente, anche nella personalità ansiosa abbiamo gli effetti sulla salute descritti, ma sono meno marcati.

Attenzione alla credunoleria!

Il terzo millennio è ormai iniziato da parecchi anni. I mezzi di comunicazione avvicinano sempre di più persone distanti e la scienza ha fatto notevoli scoperte. Eppure, nella popolazione, è ancora molto facile cadere vittime della credunoleria. Possiamo pensare che tali vittime siano prerogativa di persone che non hanno effettuato una sufficiente classe di studi (ad esempio, non hanno il diploma di scuola superiore), ma non è così perché anche il miglior laureato ci casca. Essere laureati, prestigiosi avvocati o medici, in sostanza non rende immuni alla credunoleria. E allora, che cosa rende una così ampia parte della popolazione vittima della credunoleria? La credunoleria si basa sul seguente principio:

sfrutta la mancanza di razionalità del soggetto per colpirlo dal punto di vista emotivo e ingannarlo, volutamente o meno.

È importante capire il concetto di volontarietà e involontarietà. Non tutti sono in malafede ma, magari, vogliono suscitare l’emotività del proprio amico per farlo desistere dall’acquistare i prodotti della Nesquik perché ritenuti non salutari, il tutto in buona fede. Eppure, se l’amico non è dotato di razionalità, ci cascherà come una pera cotta lo stesso. Tant’è vero che chi è dotato di mentalità scientfica e conosce i principi base che regolano la scienza viene difficilmente affetto da credunoleria.

Poiché l’inganno deve sfruttare l’emotività dell’individuo, il discorso diventa squisitamente psicologico e ognuno viene colto nella sua debolezza o nella sua fede irrazionale (*).

* L’espressione “fede irrazionale” l’ho presa in prestito da Dario Bressanini, chimico divulgatore ed esperto nel campo della scienza in cucina. Essa indica una tematica che è reputata come un’istituzione assoluta da parte di qualcuno, a prescindere da dimostrazioni contrarie.

Fooled you

Vediamo due esempi per capire quante tipologie di personalità sono coinvolte nella credunoleria.

1) Il mistico
Il mistico è il credulone per eccellenza, poiché compie un distacco dalla logica e dalla razionalità per affidarsi a idoli o credenze che possano spiegare tutto e dargli l’illusione di aver trovato la serenità o la felicità. I religiosi sono il più comune esempio di misticismo. Cosa non va nel mistico? Il mistico vive una quotidianità insoddisfacente e sfocia nel misticismo per colmare i suoi dubbi, le sue paure, la sua mancanza di risposte e i suoi insuccessi. Se la parte tollerante non è di per sé problematica se non esclusivamente per il soggetto che ne soffre ed, eventualmente, le persone a lui accanto, nel caso in cui si arrivi all’integralismo vi è l’intenzione violenta di soggiogare tutti gli altri alle proprie idee. Quest’ultimo è il caso dei terroristi islamici o del papa (volutamente in minuscolo) che reputa cittadini di serie B coloro che non seguono il dogma cristiano, ma anche di quegli attivisti militanti per i diritti degli animali o vegani che sostengono le loro idee spaccando vetri o causando danno agli allevatori.

2) Medicina alternativa
A prescindere dal fatto che esiste solamente la medicina che funziona, a cui si aggiungono gli alternativi che pretendono di avere dignità per i loro rimedi, qui si gioca sulla disperazione di chi “le ha provate tutte”. I danni sono di tipo variabile. Si va dai prodotti erboristici che coinvolgono gli svogliati a vere e proprie truffe con risvolti esistenziali drammatici come ad esempio di chi si affida al santone di turno per curare una malattia che la medicina tradizionale non è riuscita a curare. Chi promuove un rimedio alternativo reagisce per risentimento nel caso in cui manchi la disperazione dei soggetti ora detti e non ci si caschi, quando in realtà basterebbe fornire un dettagliato peer-review. Peer-review che puntualmente manca, venendo meno a una delle regole fondamentali della ricerca medica e scientifica: condividere i propri risultati con altri per giudicarne la correttezza e la validità. Ma non a caso, si parla di “alternativo” apposta.

Due soli esempi, tante personalità. L’insufficiente che ha bisogno di alienarsi dal mondo reale per trovare le sue risposte nel misticismo. L’insofferente che diventa violento perché non riesce a diffondere le sue idee al resto della popolazione. Il furbastro che vuole ingannare lo svogliato con integratori, prodotti dimagranti e di erboristeria. Ne abbiamo di tutti i colori e l’emotività delle più disparate personalità viene coinvolta. Il punto di unione è la mancanza di razionalità in tutti questi soggetti. È con la ragione che si sconfiggono tutte le varie bufale, pseudoterie, tutti i vari rimedi alternativi e le idiozie dei religiosi o mistici in generale. La razionalità per contrastare tutto questo viene applicata attraverso il più classico dei “ma se”. Il “ma se” è la proposta di un’obiezione oggettiva e coerente al pensiero proposto. Replichiamo con il “ma se” ai due esempi fatti prima.

1) Ma se la mia vita prosegue a gonfie vele grazie alla mia capacità di amare, alla mia bontà e alla razionalità, che motivo ho di affidarmi a un dio per colmare le mie mancanze, visto che non ho mancanze? Tant’è vero che i paesi con il più alto indice di benessere (gli scandinavi) sono per larga maggioranza (oltre il 70%) irreligiosi. Ma se sono già in salute con una dieta onnivora perché non eccedo e faccio sport, che motivo ho di affidarmi al veganesimo? Ma se il veganesimo facesse tutti questi miracoli nella lotta al sovrappeso, perché ci sono tanti vegani esattamente sovrappeso? Ma se il veganesimo fosse una dieta equilibrata e salutare, perché in molti sono costretti a tornare onnivori o a prendere integratori?

2) Ma se i rimedi alternativi funzionassero, perché non condividere in peer-review? Evidentemente, se lo si facesse, si dimostrerebbe che non funzionano. Ma se i rimedi alternativi funzionassero, perché la voce non si sparge a macchia d’olio? Evidentemente, per quei pochi su cui funzionano vale il concetto di effetto tempo (la patologia comunque sparisce dopo un po’), mentre gli altri stanno zitti perché, paradossalmente, la paura del credulone è proprio quella di fare la figura del credulone!

Il campo della credunoleria, come si può evincere, è molto vasto, intricato. Approfondire i processi psicologici, emotivi e personali richiederebbe un libro intero. Nel mio articolo, ritengo che sia sufficiente applicare le regole più basilari della razionalità (il “ma se”), senza necessariamente disporre di 17 lauree per potersi considerare immuni e affrontare ogni argomento (e poi, appunto, essere laureati non ci rende affatto immuni!). Verificate le fonti proposte da millantatori e alternativi. Spesso, costoro riportano un Harvard o FDA di turno, salvo poi scoprire che, se si vanno a verificare le fonti, gli Harvard e gli FDA non sostengono nulla di quanto asserito dai millantatori e dagli alternativi. Mi ricordo quando diversi siti di attivisti militanti vegani dicevano che Harvard ha eliminato il latte dalle linee guida per un’alimentazione corretta. Vado a vedere la fonte originale dell’Harvard e scopro che Harvard non elimina il consumo di latte, ma sostiene di variare e non eccedere!

Ricerca e scienza

Capite la differenza tra scienza e ricerca. Non è raro imbattersi in espressioni come “ricerche scientifiche dimostrano che…” Ricerca e scienza NON sono equivalenti. Per stabilire una legge, occorre effettuare centinaia, se non migliaia, di ricerche che siano tutte coerenti fra di loro. La ricerca è dunque un punto di partenza, non di arrivo, perché è facile ottenere dei risultati in una ricerca per poi venire smentiti da un’altra ricerca. Questo è il motivo per cui ho spesso litigato con i medici, incredibilmente incapaci di cogliere la differenza tra scienza e ricerca. Che dire? Se questi sono gli elementi su cui pende la nostra salute, siamo in buone mani. Fate attenzione a questa fondamentale differenza, perché molti imbroglioni o ignoranti in genere si basano sulla confusione tra scienza e ricerca per effettuare le loro malefatte o prendere delle clamorose cantonate.


Giornalisti e ricerche (?) da budinocerebrati

L’illusione del naturale
L’onere della prova
La pericolosità della medicina alternativa

Anaffettività

L’anaffettività è una condizione patologica in cui il soggetto è incapace di provare e mostrare affetti. Sarebbe più corretto dire che l’anaffettivo non è un robot che non ha emozioni e sentimenti, ma piuttosto reprime una qualsiasi manifestazione affettiva.

Gli anaffettivi scacciano via le emozioni e i sentimenti dedicandosi ad attività che possono essere ritenute lodevoli, concentrano i loro sforzi nello studio o nel lavoro. Diciamo che tendono a vivere per le “cose” anziché per la vita stessa e la felicità, per le persone. Non vogliono coinvolgimenti emotivo-affettivi e trattano gli altri come se fossero oggetti da usare per il proprio beneficio o da scartare quando non soddisfano più i benefici. Spesso, l’anaffettivo non è nemmeno consapevole di questo suo comportamento, ritenendolo normale e di natura. Essenzialmente, quindi, l’anaffettività ha le seguenti caratteristiche comuni (non per forza tutte insieme):

– smodata dedizione al lavoro, importanza irragionevole ad aspetti materiali e narcisistici dell’esistenza;
– comportamento regolarizzato secondo l’apprezzamento degli altri;
– smodato apprezzamento sul piacere per l’estetica, l’immagine di cose e persone;
– riduzione della capacità di godere di se stessi, delle relazioni e della vita;
– tentativi di fuggire dai ricordi di esperienze dolorose, del passato, dell’infanzia;
– ripiegamento emotivo e freddezza;
– organizzazione di un distacco emotivo difensivo;
– tendenza a fuggire ogni occasione di relazioni sentimentali;
– angoscia dell’abbandono;
– tendenza a non credere alle altrui dichiarazioni di sentimento e affetto;
– instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (es. episodica intensa disforia o irritabilità e ansia, che di solito durano poche ore e, soltanto più raramente, più di pochi giorni);
– sentimenti cronici di vuoto.

Cause

L’anaffettivo è un soggetto che in sostanza ha un passato doloroso e sofferente. La mancanza di amore e di affetto da bambini, il non essere stati apprezzati e le delusioni della vita in generale portano a vedere le emozioni e i sentimenti come qualcosa di negativo, da scansare via per non rimanere feriti. Sono molte le persone che, non avendo ricevuto amore dai genitori o dopo un trauma sentimentale, sono diventate anaffettive. Si tratta di un meccanismo di difesa (distacco emotivo difensivo), non tanto una concreta assenza di emozioni e sentimenti. Ogni volta in cui l’anaffettivo vede un potenziale di affetto o relazione, scatta un processo che lo porta all’allontanamento dall’affetto o dalla relazione, al raggelamento degli atteggiamenti che si avrebbe normalmente quando ci si affeziona a qualcuno.

Cosa fare

L’anaffettivo non riconosce la sua condizione patologica, quindi è inutile farglielo presente. Lo negherà e probabilmente reagirà male. Spesso, è sufficiente che l’anaffettivo incontri una persona particolarmente importante per farlo cambiare. Questo però rischia di peggiorare le cose nel caso in cui la relazione termini. Non a caso, l’anaffettività è un mezzo di difesa dell’io! Fondamentale quindi mettersi di buona pazienza ed educare il soggetto a gestire le emozioni e i sentimenti in chiave positiva, facendogli imparare ad amare il mondo e la vita per essere felice. Infatti, paradossalmente è l’incapacità di amare che porta l’anaffettivo a essere inconcludente anche nei progetti da lui reputati vitali.